I film dell'Anno 2008-2009

di Luca Pacilio 

 

Film e altro. Un anno è lungo, del resto.


(TEATRO)

Deluso (molto) dall’attesissimo Boris Godunov de La Fura dels Baus, che prende in ostaggio il pubblico (e per qualche minuto soltanto, la nostra attenzione) come accadde in Cecenia, privato all’ultimo momento dello spettacolo più importante dell’intera stagione (I Demoni di dodici ore vengono rappresentati direttamente in Umbria, a casa del regista Peter Stein: Martone e lo Stabile di Torino si arrendono tra le polemiche, mentre si parla di allestimento storico) quest’anno, tra tante produzioni che mi hanno lasciato piuttosto freddo, mi riconcilio con il teatro italiano: una splendida regia di Castri, per il Porcile pasoliniano, ambientato, costruito e recitato come una metaforica fiaba per bambini, in cui nulla si dice, ma tutto si sa
Harold Pinter, apart from that.



(MUSICA)

Prima o poi lo sapevamo che sarebbe successo e l’ultimo album, che segna il ritorno a Eno, ha reso l’omaggio a Quegli Anni finalmente il centro del suo spettacolo: David Byrne si confronta col suo inarrivabile passato, col disincanto e la serenità di oggi. Remain in light suona quasi integralmente e The great curve, dal vivo, non ha mai funzionato così bene, neanche quando alla fine barriva la chitarra originale di Adrian Belew.



(ARTE)

L’arte di Tino Sehgal è immateriale: non ha oggetti di riferimento, non ci sono sculture, video, fotografie, dipinti, niente di tutto ciò. Il suo lavoro non si sostanzia in elementi materiali, è finalmente libero concetto che si esprime in un’azione pura, in un gioco di ruolo del quale il fruitore è parte integrante. L’arte di Sehgal ti seduce laddove non te l’aspetti, si definisce a posteriori come oggetto di discussione. Soprattutto: si esaurisce nel momento performativo, non lascia tracce dietro sé. Non sapere di essere a una sua esposizione (Villa Reale, Milano), in questo senso, è il meglio che ti possa accadere. Avere un amico che ti ci porta con l’inganno, sapendo che così l’apprezzerai al massimo è l’esperienza perfetta con la sua arte. Se questo è il vuoto ne voglio ancora.
This is so contemporary, contemporary, contemporary…

(La foto è uno dei Nudes di Thomas Ruff, non c’entra niente con Sehgal, e si riferisce alla prima personale italiana dedicatagli, imperdibile).



(LETTERATURA)

Nella stagione in cui è mancato David Foster Wallace, David Foster Wallace non è mancato. Riletto tanto, riletto troppo, a ristabilire la distanza siderale con tutti gli altri. Perché si dà dello scrittore a chiunque, basta che abbia scritto un romanzo. E allora io ribadisco che A.L. Kennedy ha una scrittura che mi conforta, talmente potente da farmi leggere con entusiasmo un romanzo che non mi ha convinto (Day). Junot Diaz vince il Pulitzer con un libro carino (il Pulitzer si dà a un libro carino, almeno; lo Strega si inoltra a una nullità come Giordano), il classico prodotto di chi sa esattamente come bisogna comporre un romanzo: sufficientemente ben scritto da infinocchiare tutti, sufficientemente intelligente da non farci sentire (completamente) infinocchiati. Ma alla domanda che mi pongo sempre (“Leggeresti altro di suo?”) la risposta è “Se se”.
Abbiamo tutti bisogno di Eggers. Questo di base.



(DANZA)

Il dittico HELL e [purgatorio] – POPOPERA è un instant classic, già citato nelle antologie: le coreografie di Emio Greco e Pieter C. Scholten mischiano linguaggi colti e popolari, rock e Beethoven, tango e danza classica, riferimenti danteschi e tracce di scabra contemporaneità, sempre prevedendosi come duttile saggio di arte performativa: il corpo di questi otto dannati se ne fa tramite anche quando, in Purgatorio, appaiono, quale oggetto di trascendentale tentazione, delle scintillanti chitarre elettriche. Superba tecnica e grande ironia, rigore coreografico senza nessuna rinuncia all’esaltazione fisica.
Forse la Compagnia di balletto più vitale e creativa in circolazione in questo momento, Les Ballets C. de la B è un collettivo belga che fa dell’espressività totale la sua poetica, mettendo al bando la canonica perfezione fisica e gli schemi consolidati: luci fisse e antiatmosferiche; palcoscenico mai affettato, con pochi elementi strutturali e tanto materiale povero; ballerini di ogni età, corpi “normali” che mettono in scena il movimento. Solo alcuni esempi: il potentissimo Patchagonia di Lisi Estarás, gioco al massacro nel deserto ultimo, nello scenario di una nuda apocalissi, si chiude con l’ultimo uomo che agisce implacabile, avvoltoio che divora il penultimo superstite; Aphasiadisiac di Ted Stoffer è un annichilente saggio sulla vanità del tentativo di comunicazione; soprattutto: l’assoluto Pitié! (nella foto) di Alain Platel, ispirato alla Passione secondo Matteo di Bach, si propone come rilettura sconcertante di una rappresentazione sacra, in cui teatro, danza, performance artistica in senso lato si confondono senza che nessun linguaggio prevarichi sull’altro (“danza bastarda, l’ha definita Platel, fondatore della compagnia, tra l’altro). Spettacolo difficile, duro, solo per pubblici coscienti: alla fine vorresti non finisse mai.
Se Bruno Dumont fosse un coreografo farebbe balletti così.
Menzione speciale, infine per il magnifico Zoet del francese Gilles Verièpe: raramente si è visto una coreografia così viva, gioiosa, partecipativa. I ballerini si rincorrono, incrociano gli schemi, sono un tutt’uno: quaranta incessanti minuti che celebrano l’entusiasmo puro del movimento, pieni di invenzioni, gioco, riflessioni, sottilissime metafore. Semplicemente commovente. Gli applausi alla fine sono di necessità assordanti, “liberano” letteralmente il pubblico.



(CINEMA)


(bourgeoisie, 1)
Racconto di Natale - A. Desplechin
La famiglia borghese è un complesso ingarbuglio di lacciuoli sottili, di piccoli crimini intricati al quale non si riesce a dare un taglio. Non basta l’odio per disfarsene.
La bambagia rende tutti colpevoli, nessuno escluso.



(bourgeoisie, 2)
L’heure d’été - O. Assayas
La famiglia patriarcale si è estinta e rimangono nuclei sparsi a liquidarne il passato; le cose restano, impregnate sì di sentimenti, dolori, passioni, ma destinati ad evaporare nel tempo esatto di una generazione.



(interno, notte)
A l’interieur - A. Bustillo e J. Maury
Dopo tanto cinema interiore, finalmente un po’ di cinema internista.




(esterno, giorno)
Antichrist - L. Von Trier
Vinyan - F. Du Welz
Film “gemelli” eppure/perché personali, astratti e deliranti, narrativamente aperti, rotti a qualsiasi approccio: di testa, di stomaco.



(paradosso)
Redbelt - D. Mamet
Mamet produce teoremi concepiti per un pubblico di massa che non esiste. E infatti a guardarli, questi film, è una nicchia - gli irriducibili mametiani (noi pochi, noi felici pochi) - che decreta, nella sua esiguità, il paradosso ultimo del suo fare cinema.



(immoralità)
Élève libre - J. Lafosse
Programmaticamente controverso, limpidamente ambiguo, coscientemente ai limiti. Segue dibattito strenuo. Un film così, in Italia, terra dalle morali preconfezionate, in cui si sa sempre che cosa (bisogna) pensare, è più che inconcepibile. Come siamo messi male.



(soviet supremo)
Paper soldier – A. German Jr.
“La forza delle immagini sta nella loro persuasività e non nella loro realtà. Tutto è reale, e quanto più è improbabile, tanto più, probabilmente, è reale”. scriveva Vadim Sersenevic negli anni 20.
Questi russi.



(twinkle)
Stella - S. Verheyde
E’ tutta una generazione, bambina.



(invidia)
La felicità porta fortuna - M. Leigh
L'infelicità altrui ci può dispiacere, ma la felicità altrui è davvero imperdonabile.



(inutilità)
Interior design - M. Gondry
Design interiore.



(seminato, fuori dal)
Il seme della discordia - P. Corsicato
Lontanissimo dai suoi connazionali che saturano la narrazione, Corsicato segue la buona, vecchia strada del cinema. Che scandalo.



(corpi, parole)
Hunger - S. McQueen
Chi l’avrebbe mai detto: body art che si fa cinema d’immagine e nell'esatto mezzo, quasi a smentirsi, un saggio di cinema di parola tra i più affascinanti visti in questi anni.



(tentativi)
Rachel sta per sposarsi - J. Demme
Ricercare se stessi senza fare degli altri lo strumento per trovarsi.
… … … Riprova, sarai più fortunato!



(two)
Two lovers - J. Gray
Essere sinceri non avalla alcunché.
La menzogna non inganna necessariamente.
L’amore è un rito equivoco. Doppio.



(illusionismi)
Davanti agli occhi - V. Perelman
Sottrarre certezze allo spettatore (il cui pensiero, si sa, è debole).



(futuri passati… sempre presenti)
Vincere - M. Bellocchio
Bellocchio ha una freschezza visiva che i giovani autori nostrani possono solo sognare. Cinema italiano, alfine.



(intimità)
35 rhums - C. Denis
L’intimità è per forza inconcludente. Le strade narrative che la percorrono sono sempre divagazioni.



(immaginazioni)
Franklyn - G. McMorrow
Vivere l’amore, dopo averlo immaginato per anni, è un altro tipo di follia, un diverso modo di cedere a se stessi.



(immaginazioni, 2)  
La frontière de l’aube
- P. Garrel
Fou amore.
Fantasma ingannatore.



(parti)
Synecdoche, New York - C. Kaufman
Tanti sono intelligenti, pochi hanno la temerarietà di esserlo fino in fondo. Ecco il punto: all’intelligenza di Kaufman non manca il coraggio. Un coraggio che non si ferma di fronte a nulla: alla stupidità media del pubblico, alla stupidità media della critica, alla stupidità media del circuito commerciale, un coraggio che va avanti fino in fondo. Synecdoche, New York è dunque un film integro e (finalmente, a ragion veduta, lo si può dire dopo i tanti, troppi abusi della parola in questi anni) geniale. Ma non è solo questione di arguzia, di strutture che scintillano di grazia, di giochi di senso: in quest’opera c’è la vita, c’è la morte, c’è sostanza che pulsa, c’è sangue, sudore, merda, sperma. Ci siamo noi. E c’è Arte: la storia della colf è alta letteratura, tanto per dirne una.
Io mi inchino, deferente.
Philip-Seymour-Hoffman (dovevo dirlo).
Viva Kaufman viva.
Non aggiungo altro, perché Tallarita ha detto tutto (questa rivista possiede la più dettagliata e maniacale trattazione sul film esistente in rete: un giorno ce ne renderanno merito o, come al solito, semplicemente ci scopiazzeranno).



(giochino da spiaggia)
Film
Synecdoche, New York - Racconto di Natale

Regia
Arnaud Desplechin (Racconto di Natale) - Jean François Richet (Nemico pubblico N. 1)

Attore
Vincent Cassel (Nemico pubblico N.1) - Mickey Rourke (The wrestler)

Attrice
Meryl Streep (Mamma mia!)

Attore non protagonista
Ben Whishaw (Ritorno a Brideshead)

Attrice non protagonista
Emanuelle Devos (Racconto di Natale)

Direzione della fotografia
Benoît Debie (Vinyan)

Montaggio
Bill Pankow (Nemico pubblico N.1)

Sceneggiatura
Charlie Kaufman (Synecdoche, New York)

Egli danza
Olivier Assayas (a prescindere)

Coppia titanica
Leonardo Di Caprio, Kate Winslet (Revolutionary Road)

Titoli iniziali
Nemico Pubblico N. 1 – L’istinto di morte

Amplesso
Antichrist (Defoe e Gainsbourg, mentre la lavatrice centrifuga e il bimbo vola. Il ralenti è vero. Alla fine vengono tutti)

Momento
Two lovers (Leonard, svanito il fantasma amoroso, sale le scale, rientra sconfitto nella casa in cui si festeggia il nuovo anno, si siede. Scambia con la madre, alla quale poco prima aveva detto addio, un brevissimo sguardo. In quell’istante si deposita un carico di consapevolezze reciproche che non abbisogna di parole e che James Gray restituisce in tutta la sua intima pesantezza)




Dei video dell’anno ho detto a parte.



Death May Be Ageing

Death may be ageing
But he still has clout

But death disarms you
With his limpid light

And he's so crafty
That you don't know at all

Where he awaits you
To seduce your will
And to strip you naked
As you dress to kill

But death permits you
To arrange your hours

While he sucks the honey
From your lovely flowers


Harold Pinter
(1930-2008)

(Harold Pinter a Torino, Teatro Carignano, 2006 – foto di LP)

 

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