I Film dell'Anno 2006-2007

di Stefano Coccia

 

ESTernazioni ESTive



No. Mi dispiace, vorrei tanto poter cominciare serenamente la disamina dell’ultima stagione cinematografica, a partire dalla classifica dei film più meritevoli, ma le critiche piovutemi addosso dai redattori delle riviste “Semiotica oggi” e “Chiamale se vuoi recensioni” non mi hanno lasciato di certo indifferente. Ed in più trovo alquanto inopportuno che la seconda di tali redazioni, invece di comunicarmi via mail o telefonicamente le proprie rimostranze, abbia fatto uso di un piccione viaggiatore. Sono sistemi antiquati. Comunque non mi sorprende, stando al basso livello delle accuse che mi vengono mosse. Tagliando corto, mi viene rimproverato fondamentalmente di aver alterato il corso della critica cinematografica mondiale (!), proponendo sulla rivista Gli Spietati valutazioni bislacche, immotivate, lesive della dignità di quei pochi autori MAIUSCOLI che alimentano la discussione critica in Italia. Quei pochi che vengono visti, per intenderci, perché se pure ci fosse un mezzo genio in Kosovo, noi staremmo qui ad aspettare che l’uranio impoverito faccia il suo corso. Ah, dolce Venere di Rumsfeld! Perdonate l’imprecazione, ma la situazione nei Balcani non smette di angosciarmi, sono paranoie di antica data. Meglio divagare, ad ogni modo, perché continuando ad analizzare più dettagliatamente le critiche di questi signori, dovrei persino recitare il “mea culpa” per aver esaltato le pretese artistiche di Federico Zampaglione! Il quale ora se ne va in giro, complice la recensione estremamente lusinghiera di Nero Bifamiliare, gridando ai quattro venti di essere più famoso dei Beatles. Su questo forse i miei detrattori hanno ragione: dovrei essere più cauto con i giudizi. Visto che poi c’è gente che si monta la testa, che vede il proprio EGO gonfiarsi a dismisura, guardate un po’ cosa è successo a Lynch. E pensate allora se il cantante dei Tiromancino, come opera seconda, se ne uscisse con un filmone di tre ore abbondanti pieno di vecchiette isteriche e conigli impagliati, girato con un digitale ora bello ora brutto e non si sa perché, dove ogni tanto la gente sullo schermo guarda l’orologio e quella in sala pure. A quel punto avrei creato il mostro! Preferisco non pensarci, c’è da rabbrividire. Ma che colpa ne ho io se il film di Zampaglione l’ho trovato pieno di energia, di idee disordinate ma penetranti, mentre il film di LYNCH, l’autore MAIUSCOLO per eccellenza, mi ha fatto due CONIGLI così? Ah, due CONIGLI MAIUSCOLI, però, che ancora mi girano a ritmo di finta sit-com! Ecco, prima di ritrovarmi pure Saturno contro, oltre alle riviste testé citate, penso sia conveniente cambiare discorso. E comunque vi è un’altra questione in sospeso: nel bigliettino recapitato dal solerte piccione ho letto anche questo, che a quanto pare avrei la pessima abitudine di minimizzare la portata di certi autori generalmente osannati dai giovani critici italiani, roba tipo Abel Ferrara per intenderci, mostrando poi maggiore interesse per una pletora di cineasti misconosciuti dell’Europa Orientale… Verissimo! Così vero che, in segno di protesta, ho appena deciso di sostituire alla consueta TOP TEN stagionale una classifica dei migliori film prodotti negli ultimi 15 anni in paesi un tempo appartenenti all’Unione Sovietica o al Patto di Varsavia. Fate pure le valigie, che tra poco si sale sulla Transiberiana!

1)Tundre Perdute di Davyd Linchatev (SIBERIA, 1997) – Al mattino un uomo esce dalla sua dacia isolata nel bosco e sulla neve fresca vede un telegramma. “Aleksander Ivanovic Laurentov è morto”, vi è scritto. Ma chi cazzo è questo Aleksander Ivanovic Laurentov? La domanda rimbomba nella testa del protagonista fino al mattino successivo, quando uscendo dalla porta trova davanti a sé un pacco, con dentro una videocassetta. L’uomo a quel punto prende la macchina, corre come un folle fino alla propria abitazione di Novosibirsk, e infilando la cassetta nel videoregistratore scopre che la notte prima qualcuno si è introdotto di nascosto nella sua dacia, filmando lui e la giovane moglie nella sauna. A quel punto non ci sono più dubbi: sono i classici sistemi intimidatori usati dal KGB. L’uomo, decisamente provato, viene colto da allucinazioni e ad un certo punto si auto-convince di essere Boris Yeltsin.
Impostato come noir dalle forti tinte surreali, Tundre perdute si trasforma progressivamente in un atto di denuncia contro il passato sovietico della Russia, lasciando intuire in Davyd Linchatev l’autore MAIUSCOLO che sarebbe poi diventato.

2)The Hole in the Water di Oleg Zaimingliankov (UZBEKISTAN, 1998) – Angosce di fine secolo. Mentre la radio, a pochi giorni dal duemila, continua ad annunciare notizie catastrofiche, in uno stabile tutto sgarrupato due tra i pochi inquilini rimasti cominciano a manifestare un interesse reciproco. Lui e lei si osservano di nascosto, la macchina da presa preferisce invece indugiare, con gusto tipicamente orientale, sulle tante macchie di umidità che fanno capolino sui muri e sull’inesorabile allagamento delle cantine. Zaimingliankov ha infatti approfittato di The Hole in the Water per sperimentare quella tecnica di ripresa poi ribattezzata “l’idraulico liquido”, che tanto successo ha avuto non solo al cinema ma anche nei supermercati. Fortunatamente, almeno nel film in questione, alcune improvvisazioni cabarettistiche all’interno di ascensori guasti interrompono, per la gioia di grandi e piccini, le interminabili carrellate volute dal regista per meglio individuare le tubature che perdono. Un capolavoro di arte cinematografica e persino di arte idraulica.

3) Caterina la Grande Popstar di Sophia Kopolskaja (Russia, 2006) – Una donna sul trono di San Pietroburgo. Le contraddizioni della Russia zarista rivivono in tutta la loro magnificenza, nella spregiudicata rivisitazione operata da Sophia Kopolskaja, figlia di Fyodor e sorella di Roman, a loro volta figure importanti della cinematografia russa. Parte della critica ha applaudito alla scelta della regista di illustrare l’ascesa al trono di Caterina la Grande con un certo accento giovanilista, inserendo cioè nella colonna sonora i maggiori successi pop del momento e alcuni assoli di balalajka. I maligni, negli ambienti dell’intellighentsia moscovita, sostengono invece che il film sia stato prodotto per lanciare l’ultimo singolo delle t.A.T.u.

4)Il cattivo tenente colonnello della Securitate di Apol Ferariu (Romania, 1992) – L’azione si svolge all’inizio del 1989, alcuni mesi prima della caduta di Ceausescu. Nelle periferie degradate di Bucarest un fanatico, corrotto, ed estremamente violento tenente colonnello della Securitate spadroneggia in lungo e in largo; ben presto sia il giro della prostituzione, sia il traffico degli stupefacenti finiscono sotto il suo controllo. Ma anche lui ha un tallone d’achille: si commuove alla vista delle icone bizantine nelle chiese. Sarà l’incontro con un Pope ortodosso a redimerlo, tra una sniffata di coca e l’altra. Per il controverso regista Apol Ferariu il film della consacrazione, quello che secondo alcuni ha messo fine all’estetica del regime, riuscendo secondo altri a far rimpiangere i peggiori polpettoni patriottici realizzati nel periodo socialista.

5)Ma Lenin… di Josip Tornatorjian (Armenia, 2000) - Un po’ melodramma e un po’ racconto di formazione, l’emozionante Ma Lenin… si svolge in un villaggio del Caucaso, negli anni successivi alla Rivoluzione d’Ottobre. Il nuovo assetto sociale introdotto da Lenin in URSS ha concesso maggiore libertà d’espressione alle donne, ed alcune, più intraprendenti di altre, ne approfittano per emanciparsi. È questo il caso di Magdalina (interpretata dalla sensuale attrice ucraina Monika Beluckaja); eppure, mentre per gli adolescenti del paese, tra cui l’imberbe Radim, la bella Magdalina incarna un ideale di erotismo, le malelingue locali non la smettono mai di gettarle fango addosso. Con l’ascesa di Stalin non tarda poi ad affermarsi, anche nella remota regione caucasica, la cultura del sospetto. A farne le spese sarà proprio Magdalina, costretta a fare auto-critica di fronte all’intero paese per colpa di una lettera anonima. L’unico a prendere la parola per difenderla sarà l’ingenuo Radim, che vediamo avvicinarsi con la sua divisa da giovane pioniere al Commissario Politico inviato da Mosca, gridando: “Ma Lenin…”. Quasi non fa in tempo a finire la frase, che mezza Armata Rossa lo placca e lo trascina su un bel treno blindato: destinazione Gulag. Ma niente paura, non passeranno troppi anni che anche all’amata (ribattezzata intanto dai monelli del villaggio “MaLenin”) sarà concesso di raggiungerlo in Siberia, con tanto di scorta militare. E vissero insieme felici e internati…

 

Quando il gioco si fa duro…



…i critici si mettono a stilare classifiche!

E’ giunto il momento di ammettere che fino ad ora non si è fatto sul serio, in realtà un più tradizionale elenco dei migliori film della passata stagione ce lo avrei anch’io. Non sarà bello, simpatico, effervescente come quello appena proposto, ma in fondo questa è la sede opportuna e non c’è nulla di male nel tirarlo fuori.
Molti i tagli dolorosi; per ragioni di sintesi (o perché mi sono dilungato troppo prima) ho infatti deciso di circoscrivere il pantheon della stagione cinematografica 2006 – 2007 ad una decina di titoli, anticipati però da una segnalazione speciale per il personaggio che più di ogni altro ha saputo mettersi in evidenza: Clint Eastwood.

 

Campo e controcampo

Flags of Our FathersLetters from Iwo Jima

Il senso della Storia, affrontato con una coscienza critica della guerra che non è propriamente nel DNA del cinema americano, se non in casi eccezionali. Questo, per l’appunto, è uno di quei casi. Flags of Our Fathers  e Letters from Iwo Jima, campo e controcampo di eserciti schierati e pronti al massacro. Ovvero uno degli episodi più cruenti della guerra nel Pacifico, riproposto sul grande schermo attraverso due pellicole che sanno coniugare le esigenze spettacolari, fondate sul crudo realismo della messinscena, con una costruzione narrativa che privilegia le micro-storie, il ricordo, le pause riflessive, gli elementi di discussione critica. Clint Eastwood trova così un magico equilibrio, da cui l’elegiaca rievocazione del conflitto nelle sue varie componenti, tra cui quella propagandistica. Con una punta di preferenza per Letters from Iwo Jima (ma il progetto è da apprezzare nella sua interezza), anche per la sfida ulteriore rappresentata dallo spostare l’obiettivo sulle fila dell’esercito imperiale giapponese; ed ecco infatti i pensieri, le parole di soldati e ufficiali del Sol Levante materializzarsi di fronte a noi con tanto di sottotitoli. Vi pare poco per Hollywood e dintorni? Il solo fatto di focalizzare il racconto sul punto di vista di un esercito che combatteva l’America è anomalia degna di essere ricordata, non a caso ci viene in mente, pur nella sua diversità strutturale, un altro misconosciuto capolavoro: La croce di ferro di Sam Peckinpah.

 

10 proposte 10

Still Life

Meritatissimo Leone d’Oro a Venezia 2006, il film di Jia Zhang-Ke svela la nuova Cina con un impasto di visionarietà ed attenzione alla natura cangiante del reale, che in certi momenti mette la pelle d’oca. Il contraddittorio camaleontismo di un paese/continente in rapida trasformazione fotografato con grande esattezza antropologica, anche quando l’autore sembra divagare; e del resto le sorprendenti geometrie di riprese calcolate al millimetro ne testimoniano, fino in fondo, la grande consapevolezza registica.

A est di Bucarest

C’è stata o non c’è stata la Rivoluzione in questo cavolo di paese? Posta con malizia dallo scorbutico Corneliu Porumboiu, altro enfant terrible di quel cinema rumeno che recentemente ha conquistato Cannes col talento già maturo di Cristian Mungiu, una domanda così semplice scuote le coscienze e porta allo scoperto le ipocrisie diffuse, sotto lo sguardo implacabile di una macchina da presa che, per metà del film, simula la stessa immobilità dell’aria circostante; cominciando poi a barcollare (come la verità?), allorché si arriva alla resa dei conti, nello squallore di un piccolo studio televisivo della provincia rumena.

Requiem

Da un caso di cronaca (risalente agli anni ’70) un caso di coscienza. Dolorosissimo. Ed è così che uno degli autori emergenti più sensibili del nuovo (al quadrato) cinema tedesco, Hans Christian Schmid, ci introduce scene di esorcismi in Bassa Baviera che devastano interiormente, complice l’interpretazione di una Sandra Huller in stato di grazia. Da vedere anche per capire come il fanatismo e l’ignoranza popolare, non potendo più ricorrere apertamente ai roghi, possano comunque convincere un corpo ad autodistruggersi.

La strada di Levi

Un viaggio nella memoria storica e nel presente che vive di incontri straordinari, riuscendo a tratti nel miracolo di far riaffiorare un continente sommerso: l’Europa. Non l’Europa delle banche, ma quella delle persone reali. Dalle pagine di Primo Levi alla frammentaria ricognizione di un Est in subbuglio, il documentario di Davide Ferrario si muove liberamente attraverso il tempo e lo spazio, confermando lo speciale talento di uno degli autori italiani più poliedrici.

The Road to Guantanamo

“Paura del diverso, del contrario, di chi lotta per cambiare”. Questo lo cantava già tanti anni fa Guccini, a proposito di quell’America vigliacca, paranoica, che volle imprigionare Silvia Baraldini. Qualcosa è cambiato, da allora? Forse in peggio: tra i tanti mostri prodotti dall’amministrazione Bush c’è Guantanamo. Per capirne il senso, in questo Occidente alla deriva, può essere utile leggere o ascoltare Noam Chomsky, Gore Vidal, Santiago Lopez Petit. Per intuirne l’orrore va benissimo The Road to Guantanamo. La ricostruzione in bilico tra documentario e fiction tentata dall’ottimo Winterbottom, coadiuvato per l’occasione da Mat Whitecross, approccia in modo tagliente, senza peli sulla lingua, l’allucinante vicenda toccata in sorte ad alcuni cittadini britannici di origine asiatica, sospettati di appartenere ad Al Qaeda e trascinati senza troppi complimenti nell’incubo di Guantanamo. Un’esperienza visiva sconvolgente, utile a ricordarci "…che sempre l’ignoranza fa paura ed il silenzio è uguale a morte".

Guida per riconoscere i tuoi santi

Un film dai forti contenuti auto-biografici, quello con cui Dito Montiel ha voluto mettere a nudo il proprio passato, ballando sul filo sottile che lega tra loro emozioni personali fortissime e spaccati della New York anni ’80 quanto mai tosti; tutto schiaffato in faccia allo spettatore senza retorica, dipanando anzi psicologie e complessi rapporti famigliari con una spigliatezza di fondo tanto genuina, da mantenersi anche nei momenti in cui l’amarezza si appresta a traboccare. Fondamentale per la riuscita dell’affresco la compattezza di un cast visibilmente, intimamente coinvolto; addirittura da applauso Robert Downey Jr., Chazz Palminteri e i ragazzi.

Il vento fa il suo giro

In un’annata che ha visto alcuni dei cineasti più conosciuti del panorama italiano assestarsi su posizioni di sostanziale mediocrità, le sorprese più belle sono arrivate da certe pellicole indipendenti, approdate a stento in qualche saletta. Il vento fa il suo giro ci ha messo un paio di anni per riuscirci, sorprendendo con la vitalità di una docu-fiction in cui la splendida confezione delle immagini non è valore fine a se stesso; agisce anzi da stimolo per l’esplorazione di impulsi decisamente ambigui, che non tardano a contaminare un idillio impossibile: quello di un paesino delle valli occitane piemontesi, condannato allo spopolamento dall’ignavia e dalla chiusura mentale degli stessi abitanti.

The Prestige

Cinema come arte illusionistica, cinema come allucinazione collettiva, cinema come tensione costante verso la (ri)costruzione di un senso (im)possibile, che riesce a conservare comunque un fondo di mistero, anche quando le tessere del mosaico sono apparentemente tutte al loro posto. Il talentuoso Nolan sembra qui portare a compimento la sua poetica, trovando il punto d’incontro ideale tra la complessità della scrittura ad incastri che da sempre lo ossessiona, ed una messinscena mai così curata, in ogni minimo dettaglio. Arrivati a questo punto, non vorremmo certo essere nei suoi panni. Cosa potrà mai inventarsi, adesso? Un’altra magia?

Grizzly Man

Al contrario di quanto si potrebbe ritenere (cinematograficamente parlando, s’intende) a prima vista, il “cattivo” del film non è l’orso. L’orso che divora il simpatico Timothy Treadwell c’entra e non c’entra. Il cattivo è Herzog. Non perché la partecipazione emotiva alle vicissitudini del naturalista “sui generis”, intuibile in svariati momenti, abbia qualcosa di posticcio; non perché l’affermato cineasta abbia agito con leggerezza, nel riproporre le immagini girate dal dilettantesco e improvvisato (ma talvolta geniale) collega. La correttezza di fondo dell’operazione non dà adito a dubbi. Ma la genuina “cattiveria” di Herzog è tutta nell’implacabile meccanismo persuasivo che agisce sotterraneamente attraverso il film. Vi si specchiano la dolce ingenuità di Treadwell e l’amara consapevolezza di Herzog, rivolta ovviamente all’indifferenza della Natura nei confronti dell’uomo, roba che nemmeno Leopardi. Entrando in contatto dialettico con materiale di tale eccezionalità, il regista ne ha infatti approfittato per rinverdire il proprio disincanto nei confronti del dialogo muto tra uomo e natura. Un’empatia irrealizzabile, e l’autore di Fizcarraldo e Aguirre, con l’ennesimo commento sullo sguardo assente del plantigrado, è così sfacciato da sputarci in faccia questa verità senza nemmeno provare ad addolcirla. Grazie per tanta onestà.

Il grande capo

Quando Lars Von Trier calca la mano sulle provocazioni il risultato non lascia mai indifferenti. Normale, perché il geniaccio danese avrà pure dalla sua scorte inesauribili di cinismo, ma il modo in cui se ne serve graffia in profondità. Attenzione, quindi, che se qualche volta il bersaglio non viene centrato, in molti altri casi la visione di un suo film ci lascia in una posizione assai più scomoda, rispetto a prima. Perché è il cinismo della società in cui viviamo il vero nemico, altro che quello di Lars. Questo sembra dirci, in primo luogo, Il grande capo, che attraverso la scomposizione ludica dei meccanismi classici della commedia mette in moto un teatrino inarrestabile, che travolge senza pietà l’idea del lavoro diffusa oggigiorno. Per scoprire infine che chi tiene le redini della “generosa” ed efficiente azienda scandinava, rappresentata da Von Trier con un sorriso ghignante, assomiglia un po’ troppo al Mago di Oz… ed ora che lo sappiamo, caro Lars, ora che abbiamo messo alla gogna il vuoto simulacro del capitalismo, hai qualche altro suggerimento?   

 

 

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