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I film dell'Anno 2006-2007
di
Luca Pacilio
Podio:
INLAND EMPIRE
Brand upon the brain!
Fay Grim
Nelle sale italiane:
INLAND EMPIRE
- David Lynch
Grindhouse - A prova di morte
- Quentin Tarantino
Miami Vice
- Michael Mann
L'arte del sogno
- Michel Gondry
Altrove:
Brand upon the brain! -
Guy Maddin
Fay Grim
- Hal Hartley
Flandres
- Bruno Dumont
Exiled
- Johnnie To
Syndromes and a Century - Apichatpong Weerasethakul
Klimt
- Raul Ruiz
Altre immagini:
SShoorrty or Short Story
- Michael Snow
A life in suitcases
- Peter Greenaway
Isolde's Ascension (the shape of light in the space after
death) - Bill Viola
Journey to the moon
- William Kentridge
Nonsolocinema
The past is a grotesque animal - Of Montreal
Lustrato monumento synthetico che non si smette di ammirare e (de)cantare, eretto al centro di Berlino con tre accordi sotto
l'alto patronato di Eno, Bowie e Joy Division da un brutalmente sincero Barnes che firma le
più belle, dolorosamente sbudellanti liriche degli ultimi anni (Let's tear this shit apart/
Let's tear the fucking house apart/Let's tear our fucking bodies apart) e una collezione di
microverità da conservare gelosamente (It's so embarrassing to need someone like I do you/ How can I explain/ I need you here and not here too).
European House
(proleg a un hamlet sin
palabras) - Alex Rigola
Il giovane regista catalano, confondendo i campi artistici in maniera estrema, com'è abituato a fare, immagina i presupposti del dramma di Shakespeare, ambienta tutto in epoca contemporanea e fa degli spettatori dei voyeur (gli eventi si consumano interamente in una casa dalle grandi vetrate attraverso le quali il pubblico spia
l'azione - rumori attutiti, discorsi solo intuibili -). La fine dell'opera
è l'inizio di una (/della) tragedia.
Il teatro non è necessariamente il tempio polveroso della parola. Per fortuna.
Due biondi pieni di rabbia
- T Cooper
(La) Cooper, trasfigurando la propria biografia, legge, come Eugenides (Middlesex) e Safran Foer (non solo Ogni cosa
è illuminata ma anche - se non soprattutto - Molto forte, incredibilmente vicino), il disordine odierno riguardando un passato familiare solo in apparenza scollegato al suo presente. In quest'ottica persino il parallelo tra un eroe nazionale come Charles Lindbergh e un rapper bianco come Eminem (controversi entrambi, ideologicamente ambigui entrambi)
può diventare una comoda chiave di lettura della rabbia contemporanea.
L'ennesima sfida stilistica di questi anni è vinta in parte - un (meta)romanzo doppio,
d'incerta identità sessuale, in cui il documento a un certo punto finisce (dove?) e la fiction inizia (quando?) - ma
l'arditezza e l'indiscutibile leggibilità sono tutte da premiare.
Sombrero - Philippe
Decouflé
Dell'incanto dello spettacolo
dell'anno ho già detto. Nell'ambito mi preme segnalare I Feel Funny Today, premiatissima coreografia dell'israeliana Yasmeen Godder: un uomo e una donna in una stanza mettono in scena il crescente disagio del loro menage; tutta la gamma del meccanismo relazionale
è espressa con una forza e una sottigliezza semplicemente sbalorditive; il progressivo sfaldarsi dell'unione, il radicalizzarsi delle
incompatibilità, il gioco delle ripicche che si fa sottile crudeltà emergono con naturalezza superba. Una partitura bergmaniana per soli corpi e nessuna parola.
Let's tear our fucking bodies apart
Cinemi.
Nell'anno di Lynch tanta roba:
Maddin con le immagini da sisma interiore di Brand upon the brain!
Gondry
si mette oniricamente a nudo: L'arte del sogno
è film intimo che fa male dappertutto
Michael Mann rispolvera i due di Miami e divelte la serie televisiva in un film senza punti cardinali, decentrato e di potenza visiva incommensurabile
Grindhouse - A prova di morte di Tarantino non
è un esercizio, non è opera sterilmente riproduttiva (ossimoro solo apparente), non
è un omaggio (piuttosto una parodia, se proprio, ma non solo ovviamente),
è un percorso che si articola in due parti delimitate da un confine ben individuato (la sequenza in b/n), un film di narrazione solo apparente (perché pieno di false
- false, dico - piste), un patchwork fatto di pezzi di storie, un saggio di astrazione lucida che, pur nella chiarezza dei riferimenti
(l'operazione sui generi e bla bla bla) li fa saltare in aria: Death proof, insomma, non somiglia a nient'altro che a se stesso (se vi pare poco). Una pellicola
"incandenziana"
Hartley è un uomo conscio dei tempi come pochi (Fay Grim ne
è l'eclatante dimostrazione: questo film è un fottuto capodopera)
Se l'Oriente più che altro si intuisce (invisibili meraviglie: Exiled di To, Syndromes and a Century di Weerasethakul e lo Tsai di I
don't want to sleep alone)
l'Europa non sta a guardare e viene vista (a qualsiasi costo):
Lars Von Trier si conferma autore capriccioso indispensabile
Dumont
è semplicemente capitale
Iosseliani lo abbraccerem(m)o fino alla fine dei suoi (e nostri) giorni
Ruiz
può fare quello che vuole (è cileno, vabbè, ma la geografia cinematografica ha altre regole)
In mezzo tante altre cose:
Cuori di Resnais, a cementare le nostre certezze
già di per si cristallizzate
I testimoni di
Téchiné, film "umano" come se ne vedon pochi
Lo scabro sguardo nei meccanismi familiari di Lafosse
Shortbus: film a tesi vagamente
mèlo, naif fino all'ingenuità, nudo perché incredibilmente chiaro
Il coraggio del "tutto compreso" (Black book)
L'autobiografismo barocco di DePalma (ovvero: Io & l'Industria, un rapporto controverso come Black Dalia, il film).

I video: su tutti Listening man degli immensi The Bees diretto da quel sublime artista del basso profilo che
è Dominic Leung (Mysteries della Gibbons e Multiply di Lidell, tra gli altri), che propone (e sembra una rivoluzione, in tanto contorcersi e intellettualizzare) una semplice storia romantica con
un'ironia e una leggerezza che restano nel cuore. Sul piano exploit: certamente (direi proprio: ovviamente, in tutti i sensi) bello Ankle injures di Fujiya & Miyagi che cita dichiaratamente
un'idea ludica di Gondry (quella dei mattoncini Lego di Fell in love with a girl, qui declinata sui pezzi del domino). Da non trascurare
l'angoscia tangibile - tra saliva, piscio e sangue - nel sur-reale video di In the morning dei Junior Boys diretto da Jaron Albertin (ma menzionerei il memorabile, ipnotico
loop del balletto godardiano tratto da Bande
à part di tal Fernando Cardenas, per lo stesso brano, partecipante - non vincente! - al contest indetto dalla Domino tra i fan dei JB).
Il piano sequenza fisso di Here it goes again degli Ok Go (che ha battuto ogni record di visioni su YouTube), diretto da Sie, rimane imprescindibile must dell'anno.
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