I film dell'Anno 2005-2006

di Luca Pacilio 

 

 

 

Drawing restraints 9 – Matthew Barney

I re e la regina – Arnaud Desplechin
Il tempo che resta – François Ozon
A history of violence – David Cronenberg
Niente da nascondere – Michael Haneke
Manderlay – Lars Von Trier
Bittersweet life – Kim Jae-Woon
Il calamaro e la balena - Noah Baumbach

Three times – Hou Hisao Hsien
Be with me - Eric Khoo
Keane – Lodge Kerrigan


Nonsolocinema:

Indecision – Benjamin Kunkel
Finalmente la generazione che sa che la cosa importante è la scelta ma non sa se/quando/come farla trova il suo cantore e la sua bibbia. Kunkel firma il romanzo più sintomatico dell’anno, quello su un giovane senza qualità che, compiacendosi della propria mediocrità, ci inchioda alla nostra: questo spiega la reazione stizzita di molti lettori, dimostrazione ulteriore della precisione di questo volume.
A Dwight B. Wilmerding, un emblema dei nostri tempi, non si può che voler bene.

Life is a pigsty – Di Morrissey il brano simbolo dell’annata; continuiamo a farci del male in piena consapevolezza: non si scappa da ciò che si è.
Persino adesso/ nell'ultima ora della mia vita/ mi sto innamorando ancora/ ancora/ ancora.
La vita è un porcile.

Giorni felici di Samuel Beckett
Lo storico allestimento beckettiano di Giorgio Streheler torna sui palcoscenici italiani con la sua interprete originale (un’immensa Giulia Lazzarini): si attende immobili un’illusione di felicità accarezzando, assieme a una pistola, l’idea della Fine.
La vita è un porcile.

Kazahana - Saburo Teshigawara/Karas Non solo coreografo ma anche artista plastico, Teshigawara cura la danza e il contesto scenico in eguale misura, concependo il suo spettacolo come un unicum in cui movimento e figure ferme si integrano in nome di un’omogenea resa estetica. Il risultato è di splendore che mozza il fiato: abbacinante dal punto di visto visivo, vibrante ed emozionale da quello coreografico, riuscendo le stilizzate composizioni del giapponese a rimbalzare di continuo dall'intelletto al cuore e viceversa, a scolpire l'aria e il tempo. Per me danzare è giocare con l'aria. E' sentire il corpo come aria, l'aria come corpo. Non si può ridurre la danza a semplice movimento corporale, essa ingloba i movimenti della coscienza e quelli dei sensi.


La visione della stagione me la offre Matthew Barney: l’autore del ciclo Cremaster esce dai musei con Drawing Restraints 9 e regala, al pubblico che riuscirà a scovarla, un’opera (di bellezza) totale. Barney fa il paio con un altro introvabile, Hou Hisao Hsien, che mi centra Three times il cuore (ma a New York può capitare di trovare entrambi i film in un unico cinema…). Del maiuscolo I re e la regina già dissi l’anno scorso: si replica per festeggiarne la sacrosanta uscita italiana.
La riflessione sul cinema americano fatta a proposito de Il calamaro e la balena ci porta al film di Baumbach che si muove a un passo dalle lacrime al pari di Thumbsucker di Mike Mills. Si plauda intanto all’arte applicata di Cronenberg che mette la sua poetica al servizio di altro girando il suo film più convincente da anni, esattamente quello che non riesce a Spike Lee alle prese con l’heist movie, il dollaroso, insipido Inside man. Esattamente quello che non riesce all’ostinato, sbalestratissimo Egoyan di False verità. Per un urrà al rinato Lars Von Trier (Manderlay meritava molta più attenzione) uno sbadiglio d’oro ai fratelli Dardenne (L’enfant: niente di più detestabile in giro). Un po’ di sane conferme: Tsai (Il gusto dell’anguria resta nelle papille), Capuano (La guerra di Mario è il mio titolo italiano), Garrel (la scena di Les amants in cui i ragazzi ballano sulle note di This time tomorrow dei Kinks è sfolgorante, la cosa più bella dell’annata tutta), Kim Jee-Woon (il premio per la migliore regia è suo) e la glaciale bellezza di Bittersweet life. Qualche notevole sorpresa: la lucidità impressionante di Niente da nascondere, la tagliente laconicità di Whisky, la severa lezione di Clooney.
E intanto François Ozon non sbaglia un film.


Sul fronte video scarsine le illuminazioni: adorati tre Gondry enormi [il delizioso Heard’em say per Kanye West (gli homeless che entrano nottetempo da Macy’s), la sublime animazione per Cody ChesnuTT di The king of the game (con i disegni che rassembrano gli effetti grafici “a tempo” che accompagnano l’esecuzione dei pezzi al computer) e uno dei suoi labirinti più complessi di sempre (il piano sequenza di The Denial Twist dei White Stripes, in cui si gioca col tempo e con lo spazio - quello reale dello spettatore e quello televisivo dello show di Conan O’Brien -) che confermano la tenace poetica di uno degli artisti contemporanei che amiamo di più, e sul quale torneremo presto], apprezzata qualche chicca sparsa (Robert Hales che gioca con le macchie di Rorschach per la splendida Crazy di Gnarls Barkley; la prevedibile ma sempre fascinosa Sigismondi di Super massive black hole dei fighetti Muse; soprattutto: il nuovo fiammante, delirante ralenti di We are your friends di Justice vs Simian diretto da Rozan & Schmel), non ci siamo preoccupati di scavare troppo nella nostra memoria satura d’immagini, ché niente quest’anno può battere la maestosa creazione della Pleix per Vitalic (Birds), quello che si suole definire, con espressione abusata al punto da divenire fastidiosa (ma quando ci vuole ci vuole), un capolavoro: un pezzo d’arte d’immaginifica semplicità che gioca coi sensi e le parole e rivela nel finale tutto il portato geniale che sorregge l’opera.

 

 

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