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I Film dell'Anno 2005-2006
di Emanuele Di Nicola
(in ordine alfabetico)
Broken Flowers - Jim Jarmusch
Il gusto dell’anguria - Tsai Ming Liang
Il
tempo che resta - François Ozon
Les Amants Reguliers - Philippe Garrel
Radio America - Robert Altman
Soap -
Pernille Fischer Christensen
Invisibile:
Changhen ge (Everlasting Regret) - Stanley Kwan
DVD: Racconto
crudele della giovinezza - Nagisa Oshima
L’anno del dragone
Si chiude una stagione di pregiato valore e rinnovato
coraggio distributivo, che offre un grappolo di primizie e rarità
impossibile da ingabbiare in cataloghi o comuni denominazioni. Raccoglie
unanime elogio una rosa di opere (il disastroso Volver,
il secondario A Hystory of Violence,
il modaiolo Lady Vendetta…)
che tralascio volentieri nella mia personale classifica. Scelgo invece Altman,
un’aquila in forma smagliante, che filma la radio e gioca a irridere i
limiti del cinema. Scelgo Les
Amants Reguliers, feroce ricognizione privata su tela sessantottina,
così spudoratamente fuori tutto
(tempo, luogo…) da seminare splendido disagio. Scelgo il cinema
orientale di cui non sono maniaco, che con l’amara pornostoria d’amore
de Il gusto dell’anguria
conferma Tsai Ming-Liang ai vertici, con la miscela pittorica di Stanley
Kwan fornisce in Changhen ge -
visto a Venezia - l’invisibile dell’anno, con L’arco coltiva l’avventata deriva di Kim Ki-Duk, spacciata per
maniera solo dall’occhio più distratto. Scelgo Jim Jarmusch, come
alfiere indipendente libero da catene e condizionamenti, che in Broken Flowers si fa specialmente esistenziale, malinconico,
avvincente. Scelgo l’oscura eleganza de Il
tempo che resta, uno splendore sepolcrale per dire che Ozon, non da
oggi, è autore di punta in Europa. Scelgo infine Soap
di Pernille Fischer Christensen, trascurato scrigno di grazia ferita e
dolore soffuso, storia d’amore e sfoggio metafilmico, che mi fa
innamorare senza riserve, che mostra la caustica intensità di una
cinematografia, quella danese, lontana stavolta dalle pastoie
intellettuali di un Manderlay qualunque.
Ma c’è dell’altro, non peggiore. Il cinema francese
continua a stupire con lo studiato abisso di coppia in Gabrielle, le devastanti pulsazioni di Tutti i battiti del mio cuore, il miglior Cantet in Verso
il Sud. Graffiano i maestri: Polanski non sbaglia nulla in Oliver
Twist, canto autunnale di assoluto valore, Burton torna divinamente
folle ne La sposa cadavere,
Malick consegna a The New World
un ritorno da ricordare, Il sole
conferma Sokurov un grande artista. Vince i premi ufficiali (Oscar,
Leone…) Brokeback Mountain,
primo vero film di Ang Lee, una distesa difettosa ma concettualmente
stratificata che guadagna il mio appoggio. Hostel
è l’orrore più simpatico.
Nel nostro deserto spunta un trifoglio: Il
regista di matrimoni, cinica fantasia manzoniana che alla trama
preferisce la sublime suggestione; Arrivederci
amore, ciao, sfacciata furia contaminatoria di un Soavi rinato dalla
prigionia televisiva; La guerra di
Mario, delicato germoglio di cinema alternativo (alla massa,
all’industria, alla morale, alla facile fruizione) da coltivare con
cura. Questo il mio anno, altri giorni li abbandono.
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