FILM
DELL’ANNO 2004-05
(in ordine
alfabetico)
Poche
scoperte, qualche conferma, tanti buchi nell’acqua: la stagione 2004-05
appare (anche) meno ricca delle precedenti, pur presentando un pugno di
opere di alto livello. Su Ozon, che mette a segno l’ennesimo film di
smagliante perfidia e commovente essenzialità, non occorre dilungarsi: il
regista francese è da tempo ai vertici del panorama europeo, assieme al
vegliardo De Oliveira, che offre un ritratto (dis)umano di lunare
eleganza, un kolossal “cameristico” mascherato da miniatura, denso di
parole (mai vacuamente verboso), ipnotico, beffardo e terribile. Ottime
notizie anche dal continente americano, al nord (il francese trapiantato
Gondry firma un’elegia la cui grazia cristallina è ardua da cogliere
appieno al primo appuntamento – evviva l’home video) e al sud
(ineffabili odori di santità aleggiano nel film di Martel, il più
sibillino e perturbante dell’anno). Notevole, nel deserto italiano,
l’inventiva sfrontata e lucida di De Lillo, che ha il coraggio di
realizzare un’opera difettosa e piena di vita, l’opposto degli oggetti
patinati sfornati da un’industria alla frutta. Ma è a Oriente che sorge
l’astro più fulgido: Kim Ki-duk, o dell’immagine pura, muta,
inesplicabile, irresistibile.
Dell’anno trascorso vogliamo conservare inoltre la
bellezza abbacinante di TROPICAL
MALADY e di molte sequenze di OLD
BOY, un Ruiz
macabro e tenero, un Payami
lacerante, il quieto fascino de LE
RICAMATRICI, il gioco
scenico ne LA
SCHIVATA, la durezza autunnale di Guédiguian,
le meraviglie televisive di Bergman
e Nichols,
un dvd operistico (THE TURN OF THE SCREW di Britten, Mahler Chamber
Orchestra, direzione Daniel Harding, regia Luc Bondy, Mireille Delunsch
nei panni dell’Istitutrice e Marlin Miller come Quint, Bel Air
Classiques: vedi qui)
che immortala le prime rappresentazioni (nel 2001) dell’ormai storico
spettacolo di Aix-en-Provence, consegnando al video una produzione di
perfezione assoluta e magnifica omogeneità.
E poiché questa non è (solo) una rivista di cinema,
segnalo il più riuscito spettacolo d’opera visto a teatro: BORIS
GODUNOV di Musorgskij (versione 1872) al Teatro Comunale di Firenze per il
68°
Maggio Musicale. Trascinante e minuziosa la direzione di Semyon
Bychkov, ottima la prestazione di orchestra, coro e solisti (la palma alla
tempestosa Marina di Julia Gertseva e al viscido Šuiskij di Philip
Langridge), geniale lo spettacolo di Eimuntas Nekrošius, quattro ore
visionarie e struggenti.
Un rimpianto: aver perso l’Assayas di CLEAN.
Il resto? (di) niente.
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