Annata
particolarmente scarsa, con tanti, troppi, film brutti. Soprattutto la
seconda parte della stagione è stata un susseguirsi di delusioni, con
una demotivante serie di titoli sulla carta promettenti, che la visione
ha poi drasticamente ridimensionato. Ma ecco la mia classifica
personale, con le solite aggiunte relative ai film insalvabili e
a quelli che hanno deluso le aspettative (elenco, per questa
stagione, particolarmente nutrito).
Quando si parlava di un Festival di Venezia tutto sommato discreto, non
ci si aspettava di sicuro che sarebbe stato il periodo migliore
dell'anno e il più ricco di sostanza cinematografica.
L’ordine
è rigorosamente alfabetico.
I
BELLI
ALLA
RICERCA DI NEMO:
gioiello in computer grafica della Pixar che unisce ai prodigi della
tecnica la consueta abilità narrativa
BUONGIORNO,
NOTTE:
Bellocchio affronta un tema spinoso con piglio personale e originalità
non dimenticando il cinema
THE
DREAMERS:
un pregevole rigore formale che riesce a comunicare, dal buco della
serratura, il fermento e le contraddizioni di un'epoca
IL
GENIO DELLA TRUFFA:
sceneggiatura ad orologeria, interpreti convincenti e regia di classe.
Chi l'ha detto che la commedia è un genere minore?
LE
INVASIONI BARBARICHE:
Arcand racconta la morte e l'imbarbarimento di una civiltà e lo fa con
grande umanità; più dell'aspetto visivo colpisce l'impianto narrativo
e la strepitosa direzione degli attori
IL
RITORNO:
conflitti, mistero e una tensione crescente per un debutto folgorante
capace di infondere suggestione ad ogni inquadratura
I
BRUTTI
L'ACQUA
... IL FUOCO:
la Ferilli si sdoppia in tre per raccontare tre donne che non esistono
più e forse non sono mai esistite
Miglior video operistico: Platée – Laurent Pelly/Don Kent
È un’amara ironia che il
sottoscritto, sospeso nella seconda metà della stagione 2003-04 fra
Italia e Francia in grazia di un soggiorno Erasmus, si sia fatto
scappare il film più adatto alla sua condizione di viaggiatore (THE
MOAB STORY, appena intravisto nelle sale patrie, è tuttora
vergognosamente inedito oltralpe). Le sei opere indicate, magnifici
balletti cinematografici allestiti su palcoscenici di acqua e legno, fra
carte geografiche e gocce di sangue, sono i vertici di un anno non
troppo diverso dagli ultimi: qualche film degno di nota (oltre ai titoli
suddetti vanno ricordati l’inflessibile Kitano,
il sapido Avary,
i deliziosi ALLA
RICERCA DI NEMO e APPUNTAMENTO
A BELLEVILLE) e tanta, troppa roba da cassare a visione avvenuta (o
anche prima, a scelta). Nonostante qualche opera interessante (THE
DREAMERS, che già al secondo approccio rivela parecchi difetti ma
resta puro delirio dei sensi; BUONGIORNO
NOTTE, lieve e livido, una bella sorpresa dopo l’ingessata ORA DI
RELIGIONE; IL
RITORNO DI CAGLIOSTRO e L’ODORE
DEL SANGUE, l’imperfezione dell’autorialità), il cinema italico
resta in coma profondo: forse solo uno stupro alla PARLA CON LEI
potrebbe strapparlo al sonno della morte apparente (?). A proposito:
additato da gran parte della critica nostrana come il sozzo bubbone
livido e paonazzo che deturpa il meraviglioso mondo della settima arte, TWENTYNINE
PALMS è il sontuoso frutto di uno sguardo registico scandalosamente
lucido e intimamente commosso. Chi accusa Dumont di essere una dilettantesca nullità non ha, con ogni verosimiglianza, mai posato gli
occhi su THE BROWN BUNNY, accorato monumento a Vincent Gallo by
Vincent Gallo, astuto e irrisolto (malgrado alcuni momenti suggestivi)
ben più del film del regista francese. Sul fronte degli Invisibili
(vedi anche le Anteprime)
emerge DRACULA: PAGES FROM A VIRGIN’S DIARY di Guy Maddin, che muta le
riprese di un balletto su musiche di Mahler in un film muto
post-espressionista: limpido, maliziosamente satirico, sorprendentemente
omogeneo. Una parola, infine, sul video operistico dell’anno: alle
prese con il capolavoro comico di Jean-Philippe Rameau, Laurent Pelly
crea, con la complicità di Marc Minkowski e dei Musiciens du
Louvre-Grenoble, una grande follia organizzata (ri)disegnata in tutto il
suo fulgore dalle telecamere di Don Kent. Curiosità: il video in
questione nasce come programma per la rete nazionale France 3. Il
servizio pubblico, che idea sorpassata…
Quest’anno è stato per me
un anno di grandi cambiamenti, come alcuni di voi ben sanno. Lungi dal
voler essere prosaico, vorrei dividere con voi un pezzetto di questa mia
esperienza. Sono stato lontano, oltreoceano, e ho vissuto quasi tutta la
stagione cinematografica in modo decisamente anomalo, tuffandomi nel
sistema delle trepidazioni per le nuove uscite, sbuffando di fronte alle
delusioni, ridendo ad alta voce come sarebbe sconveniente fare in una
sala del caro buon vecchio continente. In breve, ho vissuto immerso
nelle dinamiche di un luogo dove l’offerta è vastissima e al tempo
stesso limitata, dove si fa la fila per Tarantino e quasi si ignora De
Oliveira. E allora il mio vecchio cuore europeo ha cercato la sua
identità su internet, dove dopo varie peripezie è finalmente riuscito
a scovare la
pellicola che lo ha fatto battere forte, che gli ha fatto
respirare un po’ d’aria di casa e che si è proiettata,
inevitabilmente, in cima alla lista delle sue preferenze. Non ho vissuto
il mio amato Peter Greenaway in sala. Ho dovuto accontentarmi di una
visione privata, quasi un rito, una celebrazione, la testimonianza di
una dedizione che va avanti da parecchi anni. E con tutta la fatica che
gli è costato mettere insieme questo film, gli devo il primo posto.
Perdonatemi la faziosità. Alcuni di voi avranno notato che la mia
classifica riporta i titoli in lingua originale. C’è un motivo che va
al di là del voler essere snob o pedanti. Semplicemente, perché è così
che ho vissuto i film in questione, senza la mediazione del doppiaggio e
della distribuzione italiani. Certo, la mia è stata una stagione
ridotta. La distribuzione statunitense fa da tappo a molti film europei.
D’altro canto, se la cava meglio della nostra con il cinema asiatico e
con i documentari. Forse dovrei definirla solo una stagione diversa ed
echeggiare – in modo pateticamente demagogico – uno Stephen King,
appunto, tradotto/doppiato. Certo, molti di voi diranno che i miei gusti
sono commerciali. Altri noteranno che la mia classifica è un inno alla
forma. Certo, sono tutti film in lingua inglese. Non lo nego, sono pieno
di contraddizioni. Ma nel frattempo avete letto le mie parole, e per
questo vi ringrazio. Spero di rivedervi tutti l’anno prossimo. Anche
perché so dove abitate…
NICCOLO' RANGONI MACHIAVELLI
Laurea ad honorem ILIL
VANGELO SECONDO MATTEO - Pier Paolo Pasolini
Il restauro del Cristo secondo Pasolini: il più appassionante, schietto
e amaro ritratto del Figlio di Dio ad opera di un ateo marxista che ne rispetta l'aurea sacra.
. *1° LE
REGOLE DELL'ATTRAZIONE
- Roger Avary
Sorprendenti soluzioni estetiche nel party trasgressivo delle spietate
regole d’amore, dove nessuno conosce nessuno e Avary è il vampiro emotivo dello sballo e della disillusione.
*2° ALLA
RICERCA DI NEMO - Andrew Stanton, Lee
Unkrich
Fra pericoli e buffonerie, un meraviglioso viaggio di formazione (per
grandi e piccini, in tutti i sensi) in un coloratissimo acquario. Che invenzioni! Che sceneggiatura!
*3° IL
MIRACOLO - Edoardo Winspeare
Winspeare confonde segni sovrannaturali, coincidenze fatali,
autosuggestioni e circoli virtuosi, per (di)mostrare che i miracoli più grandi sono quelli meno eclatanti.
*4° 21
GRAMMI - Alejandro Gonzales Iñarritu
Labirinto di schegge temporali impazzite stagliate in una superba
pittura monocromatica. Per rivedere la vita dal punto di vista dei morti, col senno di poi.
*5° DOGVILLE -
Lars Von Trier
Un Cluedo per il teatro nel teatro di una mostruosa America che
riduce tutto a scambio di merci e stupra la Grazia con l'ipocrisia
del paternalismo. Straniante, dreyeriano, spietato.
BIG
FISH
- Tim Burton L’oralità
da arte minore diventa miniera di sorprese: un trepidante crescendo
visivo fino al sipario finale camuffato da esequie, dove i characters si strappano la maschera. Tim Burton, prendere o
lasciare: e noi prendiamo, eccome se prendiamo.
KILL
BILL - Quentin Tarantino L’ultima
originalità possibile iscritta su pellicola: un film grande, polimorfo ed ipertrofico, in cui il cinema
omaggia/oltraggia sé stesso sottoforma di valzer mortuario dei
generi. Il tramonto che introduce ad un nuovo inizio.
SWIMMING
POOL
- François Ozon Ozon porta
i fiori sulla tomba di Clouzot, nella fluida solidità di un lungo
abbraccio onirico. Che cosa hai visto? Il cinema d’Europa,
dissoltasi ormai ogni sorpresa, trova nell’acqua il suo gioiello
più luminoso.
THE
DREAMERS - Bernardo Bertolucci Il furore
verginale si smarrisce sul pavimento e trova tenero sopimento nel
crepitio delle uova al tegamino: è questa la scena dell’anno, e
forse qualcosa di più. Il ’68 della natura umana in forma di
poesia, dal verbo ποίεω che significa fare: un film
che può tutto, la vita del cinema ed il cinema della vita.
Mozzafiato.
ZATOICHI
- Takeshi Kitano I dolls
di Kitano continuano a danzare, in un luogo filmico trasfigurato in
palcoscenico. L’ultimo samurai affetta la tradizione in favore
dell’esperimento, l’ictus cocente della lama che si posa sul
rosso zampillo, il bagliore del tentativo pulsante. Prodigio scenico
mai uguale a sé stesso.
Menzione speciale:
UN
FILM PARLATO - Manoel De Oliveira Un
colpo al cuore ed al cervello, che squarcia una ferita e la abbandona
ancora sanguinante. Lontano dalla perfezione ma un’opera lancinante,
da non vedere per nessun motivo. Anzi no.
Fuori
Concorso:
AURORA
(ed. rest.) - Friedrich Wilhelm Murnau Il silenzio, più sublime di qualsiasi discorso (Anonimo del Sublime).
L’intendente Sansho, La strada della violenza, Gli
amanti crocifissi di Kenji Mizoguchi
Storytelling di Tod
Solondz
Parsifal di
Hans Jürgen Syberberg
Jubilee, L’ultima
tempesta di Derek Jarman
The River, La chienne di Jean Renoir
Donnie Darko di Richard Kelly
Four Friends di Arthur Penn
LUCA PACILIO
(in ordine di preferenza)
THE TULSE LUPER SUITCASES,
ep.3 ANTWERP - Peter Greenaway LE
VALIGIE DI TULSE LUPER, ep.1 LA STORIA DI MOAB
- Peter Greenaway Peter Greenaway maneggia un’arte incontenibile per la sala,
ambiente nel quale la sua opera risulta meravigliosamente e
letteralmente “fuori luogo”: se lo sfacciato catalogo delle ossessioni del regista conosce il limite
delle 92 valigie, il suo cinema, infatti, non ne patisce nessuno. Di
bellezza sconfinata. Se non si è disposti ad adeguarsi a tanto
furore nessun problema: ci si può sempre rifugiare
nell’indifferenza coatta e generalizzata.
TWENTYNINE
PALMS - Bruno Dumont Bruno Dumont, smontandone i topoi, oppone alle arzigogolate
furbizie, tutte di testa contabile, del cinema USA un profluvio di
immagini viscerali che distrugge senza pietà il rassicurante
stereotipo. Cinema basico, enorme, vivo come pochi.
L’occhio è totalmente nudo.
Il film è solo sullo schermo. Il dibattito ristagna nei bar.
KILL
BILL - Quentin Tarantino Il colto postcult tarantiniano non è solo
intelligente ricettacolo citazionista ma, quel che più conta, segna
la completa maturazione figurativa del suo autore in due volumi che
consumeremo.
BU SAN\GOODBYE DRAGON INN
- Tsai Ming-Liang Il cinema agonizza, le sale stanno per chiudere i
battenti, nelle loro fatiscenti vestigia si aggirano solo fantasmi.
Che la Settima Arte sia un campo nel quale è possibile osare è
ancora una volta l’Oriente a ricordarcelo.
UN
FILM PARLATO - Manoel De Oliveira L’eco della parola nei corridoi della Storia, il
vuoto della chiacchiera nel salone di una nave. Questo film che
uccide se stesso è il più bello degli ultimi anni del maestro
portoghese.
A questi
aggiungerei l’incompreso incanto di SWIMMING
POOL di Ozon (quello dei suoi corti, inedito in Italia, è il mio DVD
dell’anno), la freschezza ritemprante de LE
REGOLE DELL’ATTRAZIONE di Avary, un mazzetto di sequenze de LA
SORGENTE DEL FIUME di Angelopoulos, lodi sparse per Weir,
un pensiero veloce a Bertolucci,
la speranza - di certo frustrata - di vedere in sala, oltre al nominato
BU SAN, anche BRIGHT
LEAVES di Ross McElwee e THE
FOG OF WAR di Morris. Tutto il resto è già dimenticato. Eastwood e Burton, che regneranno sovrani in tutti i consuntivi di fine
stagione, li lascio a chi li vuole: non saprei che farmene.
Infine i videoclip:
GET
YOURSELF HIGH\The Chemical Brothers – Joseph Kahn Partendo
da Two Champions of Death,
uno shaolin movie del 1978, il regista, supportato dalla effect
house KromA, ne rielabora le immagini facendo delle figure
in campo, decenni dopo, i performers del bellissimo pezzo dei
Chem Bros. Un tale, stupefacente exploit non lascia dubbi: è di
Kahn il video dell’anno, altro che quella darkona di Flora
Sigismondi (FIGHTER di Christina Aguilera)!
FREAK\LFO
- Daniel Levi Dalla Warp Records di
Aphex Twin & c. il video di LFO(aka Mark Bell, già produttore di Bjork) diretto da
Daniel Levi (BUTTERFLY CAUGHT dei Massive Attack) sembra un
omaggio a Nakata Hideo. Quando l’inquietudine sfiora il
sublime.
WALKIE TALKIE
MAN/Steriogram - Michel Gondry Ne riparleremo. A
settembre e non poco.
TAKE ME OUT/Franz
Ferdinand - Jonas Odell Collage dadaisti,
costruttivismo russo, spruzzate duchampiane, sotterranei (?)
omaggi a Dalì: il video dei FF tritura, con bella ironia e
senza spocchia alcuna, un intero manuale di arte contemporanea.
ASSESSMENT/The
Beta Band - John Maclean & Robin Jones Maclean & Jones
della Beta Band dirigono il proprio video (un originale piano
sequenza che riassume secoli di storia bellica) sottolineando
come quello del gruppo sia progetto artistico senza steccati.
Segnalo
inoltre:
TAKE YOUR MAMA\Scissor Sisters di Andy Soup, RIDE e
WINNING DAYS\Vines di Michel Gondry, COME HOME BILLY BIRD\Divine Comedy
di Olivier Kuntzel & Florence Deygas,
NEW KILLER STAR\David Bowie di Brumby Boylston, THERE THERE\Radiohead,
folgorante debutto di Chris Hopewell (che sia il nuovo talentaccio da
tenere d’occhio lo confermano i due video successivi: CONFORTABLY NUMB\Scissor
Sisters e MATINE\ Franz Ferdinand), UNTITLED\Sigur Ros e (ma sì) lo
strapremiato FIGHTER\Christina Aguilera, entrambi di Flora Sigismondi
(la Aguilera quest’anno non si accontenta di seconde scelte: il
crescendo in piano sequenza di VOICE WITHIN era firmato David LaChapelle).