MIGLIOR FILM  2002/03

 

      2     1  3
 

 

1)         ESSERE E AVERE  -  Nicolas PHILIBERT

2)            DOLLS  -  Takeshi KITANO

3)            LA CITTA' INCANTATA  -  Hayao MIYAZAKI

4)            LA CAPTIVE  -  Chantal AKERMAN

5)            8 DONNE E UN MISTERO  -  François OZON

6)            IL FIGLIO   -   Jean-Pierre e Luc DARDENNE
7)            IL PRINCIPIO DELL'INCERTEZZA  -  Manoel DE OLIVEIRA
8)            IL SIGNORE DEGLI ANELLI - LE DUE TORRI   -   Peter JACKSON
9)            ARCA RUSSA   -   Aleksandr SOKUROV
10)          LONTANO DAL PARADISO   -   Todd HAYNES
11)          BOWLING A COLUMBINE - Michael MOORE
12)          FEMME FATALE - Brian DE PALMA

 

   


LUCA PACILIO

(in ordine alfabetico)

Non distribuiti\ Da distribuire
            PATH TO WAR

Migliori videoclip

LOST CAUSE - Beck
SEVEN NATION ARMY - White Stripes
LA BREEZE - Simian


Si continua a procedere per annate alterne: a un 2002 piuttosto ricco fa riscontro un 2003 meno brillante ma non privo di interesse, anzi. Si conferma, innanzi tutto, la buona tendenza del cinema americano d'autore: dagli scintillanti puzzle di FEMME FATALE - un De Palma spremuto a dovere - e LONTANO DAL PARADISO - un Haynes in cui cinema del passato e sguardi contemporanei sono tessere mescolate con sapienza onde evitare il lezioso ricalco di un modello -, alla lucida devianza di FRAILTY - di Paxton, direttamente dalla factory raimiana, vigilante il nume di Corman - e UBRIACO D'AMORE, una delizia alla faccia di tutto firmata P.T. Anderson; dal bruciante Schrader (il tour de force visivo di AUTOFOCUS) all'esordiente Clooney di CONFESSIONI DI UNA MENTE PERICOLOSA, opera difettosa quanto ricca, con script firmato, come quello dell'ozio squisito e ombelicale di ADAPTATION, da Charlie Kaufman. Non meno significativo, per quanto non distribuito (in Italia si è visto al Torino Film Fest) l'ultimo televisivo Frankeneimer, l'imperdibile (e già perso) PATHS TO WAR, il docufilm che a Oliver Stone, per quanto si sforzi, non riuscirà mai.
Per il resto: attestata la statura autoriale di Ozon, archiviata una mediocre kermesse veneziana che premia il dimenticabile MAGDALENE, lodata la perfezione stilistica del Kitano di DOLLS, bollato come fatuo, ancorché colto, l'esercizio del Sokurov di ARCA RUSSA ed espresso rispetto senza brividi ai maestri Scorsese e Polanski non resta che rallegrarsi per un certo cinema italiano (L'IMBALSAMATORE di Garrone, il notevolissimo PATER FAMILIAS di Patierno, ma non solo) e per alcune sparse sorprese (MATRIMONIO TARDIVO di Koshashvili, INTERVENTO DIVINO di Suleiman). Si registrino infine la delusione di Cronenberg (l'insipido SPIDER), l'inciampo di Egoyan (l'inutilmente arzigogolato ARARAT), l'ennesimo Lee (LA 25a ORA) da istantaneo archivio, alla faccia degli incensi scialati.
Su tutti, comunque, la leggerezza di Philibert, cinema vero su cui scivolano le etichette e che dribbla il ghetto delle proiezioni speciali.
Sul fronte videoclipparo annata opaca nella quale mi è parsa risplendere solo la semplicità struggente di Garth Jennings per l'ultimo sottovalutatissimo Beck (LOST CAUSE), l'esaltante matrioska visiva di Alex & Martin (SEVEN NATION ARMY dei White Stripes) e l'ironia popparola di LA BREEZE, il video dei pelleschiani Simian. 

 


LUCA BARONCINI

 (in ordine alfabetico)  

Cos'è successo quest'anno al cinema?
Proviamo a fare ordine e a vedere quali novità, conferme e smentite hanno caratterizzato la stagione in dirittura d'arrivo:

- trionfo del cinema italiano

Le cifre parlano chiaro. Se analizziamo i dati delle prime venticinque posizioni dell'anno forniti dall'Agis, notiamo che da settembre 2002 a luglio 2003 i film nazionali hanno superato i 17 milioni di spettatori, contro i poco più di 4 milioni dell'anno scorso. Cercando di andare oltre l'incontestabile oggettività dei numeri, occorre però ricordare che il 2003 è stato l'anno di autori che godono di grande affezione del pubblico: Benigni con "Pinocchio", Aldo, Giovanni e Giacomo con "La leggenda di Al, John e Jack" (da entrambi i titoli ci si aspettava comunque di più), Ozpetek con "La finestra di fronte", Muccino con "Ricordati di me" e il panettone natalizio "Natale sul Nilo", con Boldi e De Sica, che è addirittura il film più visto dell'anno. Sono andati bene anche Verdone con "Ma che colpa abbiamo noi" e Salvatores con "Io non ho paura". Inutile perciò confrontare una stagione ricca di film di richiamo con l'anno scorso, in cui gli unici titoli in grado di attrarre il pubblico erano "Il principe e il pirata" di Pieraccioni e "Merry Christmas" di Neri Parenti.
A riprova del fatto che il successo dei film nazionali non ha inciso sull'andamento cinematografico generale, si può notare che il totale degli spettatori non ha subito alcuna impennata, attestandosi su circa 108 milioni contro i circa 107 dell'anno scorso. Il pubblico di film Usa, ad esempio, è rimasto praticamente invariato con poco più di 31 milioni di spettatori (nella stagione precedente un milione in meno).
Ma al di là dei numeri, cosa è successo?
Restando al cinema italiano, conferme per gli autori affermati, e pochi outsider. Tra questi, "L'imbalsamatore" di Matteo Garrone e, soprattutto, il bell'esordio di Daniele Vicari "Velocità massima", apprezzati, però, più che altro dalla critica.

- a livello internazionale invece ...

Quanto al cinema americano, al di là dei film di cassetta, spesso ripetitivi e deludenti, si è notata una maggiore presenza, rispetto agli anni passati, di film di buona fattura, non per forza indipendenti, in grado di conciliare la critica con il pubblico ("The hours" di Stephen Daldry, "Chicago" di Rob Marshall, "Gangs of New York" di Martin Scorsese, "Lontano dal paradiso" di Todd Haynes, “La 25° ora” di Spike Lee, "About Schmidt" di Alexander Payne, "Era mio padre" di Sam Mendes). Al di qua dell'oceano, è trionfo per Roman Polanski con "Il pianista", premiato prima a Cannes e poi agli Oscar, e trova conferma il talento di Peter Mullan, vincitore con "Magdalene" del Leone d'Oro a Venezia. Ma tutto l'anno è costellato da titoli stimolanti: "Marie-Jo e i suoi due amori" di Robert Guediguian, "Regine per un giorno" di Marion Vernoux, "L'avversario" di Nicole Garcia, "L'appartamento spagnolo" di Cedric Klapisch, "Intacto" di Juan Carlos Fresnadillo, "La casa dei matti" di Andrej Konchalovskij, solo per citare i più significativi.

- e la sala cinematografica gode di buona salute?

Nelle città è continuato lo svuotamento dei centri storici a favore di brulle periferie, in cui enormi cattedrali tecnologiche hanno fatto il pieno di sogni preconfezionati. Solo a Bologna, la stagione si conclude con cinque sale in meno (e il numero è destinato ad aumentare) mentre è stato aperto in autunno un multiplex U.C.I a Casalecchio di Reno, nella prima periferia del capoluogo emiliano. La polemica continua e continuerà, perché le nove nuove e asettiche sale non sostituiranno mai cinque angoli della città privati di uno spazio culturale e di svago, ora regno di gallerie commerciali, sale Bingo e scintillanti quanto ridondanti shopping center. E purtroppo la tendenza, già evidenziata lo scorso anno, non smette di preoccupare: il numero di spettatori non è aumentato in proporzione all'aumento delle sale. Il pubblico si è semplicemente spostato, con un incremento nei multiplex a dispetto delle monosale. Due le immediate conseguenze: nessun giovamento per il cinema e la desertificazione del cuore cittadino. Il centro storico rischia infatti di perdere la sua dimensione di salotto metropolitano per involversi in freddo e asettico luogo di passaggio. Non più meta, ma evitabile transito o, addirittura, surplus. Come se il baricentro del divertimento fosse stato spostato altrove.

- il ritorno dell'HORROR

Il successo, prima americano e poi internazionale, di "The ring" ha sdoganato la voglia di horror contagiando, non solo gli adolescenti a caccia di emozioni forti, ma anche il pubblico meno incline ai brividi. Se l'offerta è aumentata, la qualità non è sempre andata di pari passo e la primavera-estate è stata invasa da titoli meteora la cui promessa di terrore si è tradotta perlopiù in sbadigli ("Below", "Swimfan", "Identità", "28 giorni dopo", "Paura.com", "The eye", "Deep in the woods - in fondo al bosco", "Al calare delle tenebre"). Qualche eccezione, per fortuna, c'è ("My little eye").

- aumenta la voglia di sequel

Non tanto in Italia (i cine-panettoni natalizi con Boldi e De Sica sono più remake che sequel) quanto a livello internazionale; l'aspetto curioso è che riciclare risulta commercialmente molto (troppo?) vantaggioso. Negli anni passati era inevitabile che un seguito incassasse in misura inferiore rispetto al capostipite. Ora, invece, è l’opposto: ogni figlio supera (soprattutto in America) il genitore. La tendenza è cominciata con il ritorno delle saghe, da "Guerre Stellari" a "Il Signore degli anelli" passando per il mocciosetto "Harry Potter". L'uscita ampiamente pianificata e il tempestivo lancio di cassette e DVD hanno inciso non poco sul proficuo risultato. Succede infatti che in concomitanza con l'uscita del nuovo episodio in sala, lo spettatore abbia modo di ripassare (o scoprire) tra le mura casalinghe le puntate precedenti e si ritrovi desideroso, o comunque incuriosito, di vedere come prosegue l'avventura. Saghe a parte, però, alcuni  seguiti sono tra i film peggiori dell'anno ("2 Fast 2 Furios", "Charlie’s Angels più che mai")  

- e l'estate al cinema?

Oltre a un bello spot l'Italia non ha fatto molto; quest'anno, in assenza di titoli forti, il solleone ha avuto la meglio, anche se, diversamente dagli anni scorsi, è in atto un tentativo di pianificare le uscite nei mesi estivi che speriamo dia presto i suoi frutti. "Matrix Reloaded" ha conquistato la primavera, ma il passaparola negativo ne ha bruciato le potenzialità commerciali estive, e l'unica vera sorpresa, quanto ad incassi, è stato "Una settimana da Dio", che ha sconvolto la classifica entrando con prepotenza tra i primi dieci film più visti dell'anno. Apprezzabile l'iniziativa della MIKADO di far uscire un titolo nuovo alla settimana da fine giugno a inizio agosto, anche se gli esiti non hanno brillato. Trionfo, invece, come tutti gli anni, per le arene estive che ripropongono i successi della stagione; un'occasione per ripescare film perduti, anche se le condizioni di proiezione lasciano spesso a desiderare. Rispetto all'anno scorso, comunque, il caldo è stato più soffocante e duraturo e, si sa, sole e cinema non vanno particolarmente d'accordo. Almeno in Italia.

Ma veniamo ai film che hanno riempito le nostre giornate, ritmato con fantasia l'alternarsi delle stagioni, tediato o ravvivato il dopo-cena, aperto squarci di inaspettato nel pomeriggio, accompagnato la storia personale di ognuno di noi.
Prima di tutto occupiamoci dei FILM DELL'ANNO, quelli insomma da non perdere. Nessun particolare colpo di fulmine, ma qualche buon titolo. Ecco la mia classifica personale (in rigoroso ordine alfabetico):

BOWLING A COLUMBINE: un documentario importante sull'uso di armi negli Stati Uniti che riesce a conciliare il cinema con la denuncia sociale

LA CITTA INCANTATA: Miyazaki ci trasporta in un viaggio prezioso che ha l'incedere dei sogni e la forza della fantasia

LA FINESTRA DI FRONTE: Ozpetek racconta un punto di vista contemporaneo attraverso un cinema popolare e raffinato, ben scritto e girato, capace di scavare con sensibilità tra le pieghe del quotidiano

MINORITY REPORT: un'avventura tout-court visivamente ineccepibile, emozionante e divertente

OTTO DONNE E UN MISTERO: otto splendide interpreti, una sceneggiatura caustica e oliata, una regia attenta ai dettagli e un'ironia contagiosa

 

Come l'anno scorso, è interessante registrare anche le DELUSIONI: i film che non hanno rispettato le aspettative, quelli di cui si è parlato tanto ma che la visione ha successivamente ridimensionato. Eccone alcuni:

THE RING: buona la storia, scricchiolante la sceneggiatura, di routine la confezione

SIGNS: il Shyamalan touch comincia a dare segni di cedimento e gli alieni-mummie si prenotano un posto negli annali del trash

PINOCCHIO: passo falso per Benigni che spreca nel rumore il suo talento comico

SPIDER: il gelo di Cronenberg al servizio di un racconto prevedibile interpretato sopra le righe da Ralph Fiennes

MA CHE COLPA ABBIAMO NOI: bentornato Verdone, ma il suo cinema resta ancorato agli stereotipi

IL FIORE DEL MALE: Chabrol punge meno del solito e anestetizza le implicazioni della borghesia che rappresenta

CHICAGO: successo di pubblico e di critica per un musical interessante ma nato vecchio

UBRIACO D'AMORE: Paul Thomas Anderson non riesce a mettersi da parte per lasciare vivere i suoi personaggi

THE EYE: visto il trailer, visto tutto ciò che il film promette senza riuscire a mantenere

 

E per finire, raschiamo il fondo del barile annotando i più BRUTTI dell'anno.

Il campione assoluto è sicuramente HYPERCUBE: CUBO 2: clone del film di Vincenzo Natali, mal diretto, peggio interpretato e scritto, e con in più orribili inserti in computer grafica. Ma vicino al podio si prenotano una posizione d'onore anche RED SIREN (quando i francesi scimmiottano il peggio degli americani, con una spaesata Asia Argento) e BEAR'S KISS (come trasformare una favola in un guazzabuglio impersonale motivato solo dagli sforzi co-produttivi).

A questo punto attendiamo la kermesse veneziana, che si preannuncia ricchissima, e poi di nuovo pronti ad affiancare la vita al cinema. O il contrario?
Comunque e dovunque, quindi, buon viaggio!

 


STEFANO SELLERI

 (in ordine alfabetico)

 

Possession

Creature selvagge e raffinate, represse e bugiarde, dolci e distruttive, inevitabilmente fascinose, variamente fatali. Un anno di donne, di femmine folli per le quali (a causa delle quali) si può impazzire e persino morire: bersagli di cacce hitchcockiane, spettri di delitti imbevuti di cinefilia, corpi immersi in tetre corrispondenze spinte oltre ogni limite spazio/temporale, angeli nella disperazione, demoni della conversazione, figure di un cinema capace di tuffarsi nel vortice di un (non)senso autoreferenziale.
Nel cielo della stagione 2002 – 2003 troviamo, oltre a troppe opere fastidiosamente medie, platealmente steccate o semplicemente brutte, qualche bella sorpresa (i limpidi SECRETARY e INTERVENTO DIVINO, la recuperata CAPTIVE, il sapientemente grezzo FRAILTY, lo scabro THE HOURS, il rarefatto e carnale EBBRO DI DONNE E DI PITTURA), alcune conferme prevedibili (l’elegantissimo Kitano di DOLLS, l’impetuoso Tavernier di LAISSEZ – PASSER, l’immobile Kaurismaki de L’UOMO SENZA PASSATO), una manciata di film spruzzati di genio e un astro (ri)sorgente, quello di François Ozon, che, in 8 FEMMES, intreccia con supremo rigore visivo le proprie ossessioni favorite, l’inconsistenza della realtà e la forza devastante dell’arte, firmando il proprio capolavoro, teso e gelido, lucente e soffocante come il successivo SWIMMING POOL.
Opere molto diverse fra loro e spesso incompatibili, accomunate da una cinefilia che è non mero ammicco ma vera coscienza della natura dis/simulatrice del fotogramma e del ruolo decisivo affidato al gioco combinatorio di linee, colori, rumori, schermi. Il cinema come metalinguaggio è un linguaggio perfetto per il cinema contemporaneo: Haynes esplora le zone più oscure del melodramma classico, Anderson orchestra una canonica commedia romantica con piglio irresistibilmente antireale, De Oliveira e De Palma si confrontano prima di tutto con se stessi [il primo percorre secoli di cultura (non solo) europea, il secondo sfida Hitchcock e Lynch (cfr. Pacilio)], Ozon spia, con occhio al tempo stesso incantato e impietoso, il cinema francese dalla Darrieux in poi, Philibert scherza (seriamente, il che è fondamentale) con gli stilemi del documentario (per lui non è una novità, vedi NEL PAESE DEI SORDI), fotografa luoghi e persone e coglie improvvisi echi di Van Gogh, Van Sant (non distribuito, da distribuire al più presto) cancella le tracce di ogni nozione tradizionale e rassicurante di cinema, dando vita a una visione sospesa e ineffabile. I grandi registi di oggi partono da opere altrui per ri/costruire le proprie visioni, in una rete di ridefinizioni reciproche. Metamorfosi sovrapposte, grappoli di variazioni su temi multimediali: soltanto la cecità umana può tacciare tutto questo di letargica necrofilia.

A proposito, giriamo al Maestro Zeffirelli il consiglio indirizzato alla primadonna di VICTOR/VICTORIA: continui pure con la Carmen

 

 


NICCOLO' RANGONI MACHIAVELLI

 Laurea ad honorem 
IL GRANDE DITTATORE  -  Charles Chaplin
Il proiettile che ha ucciso Hitler è la satira politica geniale e preveggente di Charlot. Sconcertante in ciò che sfotte facendo morire dal ridere.


*1°  CHICAGO   -   Rob Marshall
Rivive in tutto il suo splendore e spessore il musical secondo Bob Fosse. Il pubblico applaude le pupe jazz con il mitra in mano e siamo benvenuti nel 20° secolo degli imbonitori e dei ciarlatani.

*2°  IL PIANISTA   -   Roman Polanski
  L'occhio lucido e sanguinante di Polanski rimarca la follia della Storia e se ne tira fuori, per suonare un malinconico notturno al chiaro di luna.

*3°  GANGS OF NEW YORK   -   Martin Scorsese
  Un feroce, grottesco, inquietante saggio sociopolitico dove la Storia, senza ideali, si nutre di stilizzazione cruenta, visionarietà e istinto musical.

*4°  IL FIGLIO   -   Luc e Jean-Pierre Dardenne
  L'obiettivo addosso restituisce la claustrofobia dei sentimenti e il peso dell'anima di un uomo che, distrutto dal dolore e osservato da così vicino, dice poco di sé.

*5°  ERA MIO PADRE   -  Sam Mendes
  Torna il quesito di AMERICAN BEAUTY: se non esistono eroi positivi, come tracciare il confine fra Bene e Male? Riflusso di sguardi, fumetto, epica, tragedia, formazione e preziosismi.

*6°  LA CITTA' INCANTATA   -   Hayao Miyazaki
 Anime con l'anima per un viaggio di sola andata in un microcosmo immaginifico e edificante, dove vige l'equilibrio perfetto fra Natura, Male, Bene, Animale e Divino.

 

 



MANUEL BILLI

 
  •   LA CITTA INCANTATA e DOLLS   -   Hayao Miyazaki - Takeshi Kitano
    I migliori film dell'anno arrivano dall'estremo oriente. Un mondo di marionette e di fantasmi dell'inconscio attraverso lo specchio deformante del cinema.

  •   FEMME FATALE / MINORITY REPORT   -   Brian De Palma/Steven Spielberg
    L'occhio che guarda e si esibisce (De Palma)/l'occhio che uccide ed imprigiona (Spielberg).

  •   IL PIANISTA   -   Roman Polanski
    Le aporie della Storia ed il potere dell'Arte in un "crescendo" sconvolgente.

  •   IL FIGLIO   -   Luc & Jean-Pierre Dardenne
    Il cinema come atto morale; alla ricerca della purezza bressoniana dello sguardo.

  •   BOWLING A COLUMBINE / ESSERE E AVERE   -   Michael Moore - Nicolas Philibert
    Inchiesta autoironica e scioccante/pedinamento zavattiniano allo stato puro. La rinascita, anche commerciale, di un genere.

  •   IO NON HO PAURA   -   Gabriele Salvatores
    Il miglior film italiano della stagione. I bambini continuano a guardarci, gli adulti a cacciare nella notte...

 

 



LUIGI GARELLA

 

in ordine all'incirca casuale:

  •   PATH TO WAR   -   John Frankenheimer
    John Frankenheimer parla ad un intervistatore di estrema pigrizia ma il risultato è ugualmente interessante.
    …Mark Leepson ai veterani del Vietnam consiglia la visione di Path to War.
  •   HORNBLOWER   -   Andrew Grieve, ex. producer Andrew Benson
    Su rete4 per sei domeniche consecutive è andata in onda alle 21.00 la prima miniserie tratta dai romanzi di Cecil Scott Forester su Horatio Hornblower che da giovane guardiamarina, attraverso una buona dose d'avventura e d'esperienza, diviene comandante. Eroe d'altri tempi, riflessivo e di prodigioso acume era già stato portato sul grande schermo con le fattezze di Gregory Peck in "Le Avventure del capitano Hornblower"(1951) di Raul Walsh dall'omonimo romanzo.
    Per quanto solo il primo episodio abbia goduto d'una certa visibilità (tre passaggi in una settimana) i rimanenti si sono rivelati una grandissima sorpresa per rigore (pochissime e curate digitalizzazioni anche nelle numerose battaglie), rispetto dell'anima dei personaggi e recitazione (nel penultimo episodio anche David Warner), Ioann Gruffud (da pronunciarsi Yo-wan Griffith, tiene a far sapere) è un Hornblower di tutto rispetto e da solo si pappa tutta la truppa di sanpadripii,
    napoleoni, contidimontecristo, enziferrari e coppi.

  •   ARCA RUSSA   -   Aleksandr Sokurov
    Si possono trovare una grande quantità di informazioni e di fotografie di  Alexander Belenkiy sul bel sito ufficiale capace di saziare più d'una curiosità; altre interviste sul sito wellspring.com .

  •   UBRIACO D'AMORE   -   Paul Thomas Anderson
  •   ESSERE E AVERE - Nicolas Philibert
  •   DOLLS - Takeshi Kitano

 


GIANLUCA PELLESCHI

 

  1. FEMME FATALE [oro colato]
  2. - n)  grasso che cola

 

Intro e Outro

Per carità, non che l’epocale inquadratura (di Arca) Russa, né le marionette del simpatico e sempre più “estetizzante” Beat Takeshi, né il raffinat(issim)o Cinema nel cinema di Lontano dal (ma tremendamente vicino al) Paradiso, né le twin towers di Peter Jackson, né l’incantevole incanto de La Città Incantata, né... (continua) mi abbiano lasciato indifferente, però la Femme Fatale di quel toyer di Brian De Palma, quella è stata tutta un’altra goduria.

La classifica

1)      Femme Fatale [oro colato]
2)      - n) grasso che cola

Le “ono/erose” menzioni

Menzione d’onore per Path To War, un testamento artistico perfetto da tutti i pdv.
Onere della menzione per Bowling A Columbine, “docutesi” di inutile utilità.

Le note

Beck is back con un capolavoro (anima+cervello+cuoreinfranto) ma pochi se lo filano. Peggio per gli altri. Tornano anche i Bent, ma “chillout” ormai è diventata una parolaccia e pure i chilloutisti della seconda ora minimizzano... io intanto, già programmato per amar(li), metto The Everlasting Blink nel lettore, chiudo gli occhietti e sogno un’Ibiza che non c’è.

Le scritte

Divorato Vernon God Little di D(irty)B(ut)C(lean) Pierre, la non-risposta a Michael Moore.

 



DANIELE BELLUCCI

 
  1.   DOLLS   -   Takeshi Kitano 
  2.   ESSERE E AVERE   -   Nicolas Philibert
  3.   LA CITTA' INCANTATA   -   Hayao Miyazaki
  4.   BOWLING A COLUMBINE   -   Michael Moore
  5.   LA CAPTIVE   -   Chantal Akerman
  6.   IL SIGNORE DEGLI ANELLI - LE DUE TORRI   -   Peter Jackson

 

 

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