- ELOGE DE L'AMOUR - Jean-Luc Godard
- DONNIE DARKO - Richard Kelly
Migliori videoclip
THERE GOES THE FEAR \ DOVES - Julian
Gibbs, Julian House
STAR GUITAR\ CHEMICAL BROTHERS - Michel Gondry
HOW DOES IT MAKE YOU FEEL\ AIR - Antoine
Bardou-Jaquet, Romain Guillon
DROP\ CORNELIUS - Koichi Tsujikawa
YA MAMA\ FAT BOY SLIM - Traktor
A differenza della precedente, mestamente media, la stagione attuale ha regalato titoli sicuramente più appetibili e interessanti. Il trionfatore è David Lynch, sublime maestro che mette d'accordo davvero tutti, pubblico & critica, snob & populisti, un successo trasversale (si vedano gli incassi principeschi del film in Francia) che indurrà - speriamo - distributori e produttori a osare di più, a lasciar fare ai registi quello che vogliono, ché le platee non sono semplici numeri che possono essere ridotti a conseguenze matematiche e logiche irregimentate.
Una curiosità: avendo visto quasi tutti i titoli dei principali film in concorso a Cannes 2001, appare in maniera macroscopica, come i due principali premi, andati, ricordiamolo, a LA STANZA DEL FIGLIO e all'orribile LA PIANISTA, siano stati assegnati in spregio ai più elementari criteri di buon gusto. Dalla deliziosa profondità del gioiello di Rivette, CHI LO SA?, al maestoso capolavoro di Godard ELOGE DE L'AMOUR (a dir poco scandaloso, per non dire vergognoso e sconcertante, che quello che è il più importante uomo di cinema vivente, sia escluso da qualsiasi circuito distributivo italiano e che per vederlo occorra emigrare), dalla grazia malinconica di Tsai Ming-Liang con CHE ORA E' LAGGIU'?, da Lynch (ovviamente) agli stessi Coen (con tutte le riserve espresse in sede critica), all'Imamura del poetico ACQUA TIEPIDA SOTTO UN PONTE ROSSO, senza aver visto (chissà se accadrà) il TAURUS di Sokurov e non contando i già "vecchi" RITORNO A CASA di De Oliveira e IL MESTIERE DELLE ARMI di Olmi, la giuria di Liv Ullmann non ha trovato di meglio che tributare i
massimi onori a delle opere che rispondono nel peggiore dei modi e nel senso più stantio e rifritto al concetto di cinema d'autore (il che la dice lunga sulla necessità di smetterla di affidarsi a questi parametri e di mettere da parte una volta per tutte, almeno da chi pretende di scrivere e ragionare di cinema, considerazioni su premi e riconoscimenti, la cui assegnazione, evidentemente, risponde a logiche "altre", varie ed eventuali). Per il resto sorprende e convince l'asciutto dolore dell'australiano LANTANA come la rutilanza e scapestrataggine del cinema di un freschissimo Zulawski, il cui LA FIDELITE', penalizzato dalla tisica distribuzione, avrebbe meritato tutt'altra attenzione. Lo stesso discorso vale per il bellissimo Ruiz de IL FIGLIO DI DUE MADRI, fugace apparizione d'inizio stagione. Accanto a queste e all'impeccabile Rohmer dell'amato\detestato - e quindi cardinale - LA NOBILDONNA E IL DUCA, un altro gruppo di ottime
pellicole, tutte americane: dal ritrovato Altman (l'esemplare GOSFORD PARK) al Natale sui generis di Ferrara (R XMAS), dalla fredda precisione della scrittura di Mamet (IL COLPO) al falso blockbuster manniano (ALI) non rimanendo da citare che il bellissimo DONNIE DARKO, mai distribuito in Italia, fulminante film debutto di Richard Kelly in odore di (sacrosanto) cult.
Una menzione a cinque videoclip, infine: dal paravontrieriano THERE GOES THE FEAR, trionfo di cromakey e back projection, un video che odora di cinema dall'inizio alla fine, alla genialata gondriana di STAR GUITAR , dalla semplicità di DROP, in cui il quotidiano si fa meraviglia, all'inquietante estraniamento di HOW DOES..., Air fatuamente modaioli, per finire col puro divertimento di YA MAMA, l'ossessione della musica, per la regia di quel Traktor, autore dell'ultima esilarante trashata in immagini dei
Prodigy.
Menzione
speciale “al Caduto in nome della Distribuzione”:BULLY di Larry Clark
L’amore
sicuramente, il cinema…
L’amore
fugge e a volte ritorna, pur dissimulato da bugie e quinte disegnate;
l’amore vince tutto, e viceversa; l’amore è un gioco, una formula,
un’illusione, il sogno di uno spirito bizzarro, il legame fra la vita
dell’invenzione e la realtà del sonno definitivo. Parla di amore, e quindi di
morte, la stagione cinematografica appena terminata, ricca di perle nere
(quel bocconcino trash che è Killing Me Softly) e
schifezze semplici [al di sopra (o al di sotto) di tutte, IlPatto
dei Lupi, romanzetto rosa accessoriato di cappa e spada], ma anche
– fortunatamente – di film imperfetti e vitali (Brucio Nel Vento,
Le Pornographe, Sole Negli Occhi, L’Uomo In Più, Bloody Sunday),
di lavori magistrali che scherzano con la maniera senza
(s)cadervi (Gosford Park, Il Nostro Natale, La Maledizione Dello
Scorpione Di Giada, Lunedì Mattina), di gustose sorprese e
riscoperte (La Pianista, The Others, Il Favoloso Mondo Di Amélie,
Come Harry Divenne Un Albero),
di lapalissiani fasti d’annata (Apocalypse Now – Redux su
tutti).
E, soprattutto, di capolavori realizzati da maestri (riconosciuti e non)
del cinema. Che cos’hanno in comune i cinque titoli “incoronati”?
Non molto: soltanto un’inesauribile passione per l’immagine, in cui
ogni regista riversa le proprie magmatiche ossessioni. Il dramma giocoso
di parole e sguardi di Rivette e Rohmer, il gioco dolce e crudele dei (ri)sentimenti
di Spielberg e Almodóvar,
l’insanabile vertigine di Lynch: un anno che abbia regalato simili
tesori non può passare inosservato. Molte
le delusioni d’autore (Loin, L’Amore Probabilmente),
d’attore (niente nomi, per timore di colpevoli omissioni), le speranze
sfiorite (From Hell, Canicola); infiniti i tonfi (pure
troppo) prevedibili; palese il letargo in cui sguazza gran parte del
cinema (quello italiano quasi tutto, con eccezioni minime e quasi sempre
minimali); spesso criminale la distribuzione, che fa slittare le uscite
di anni (è la ragione per cui Rivette entra nel bilancio dell’annata
2001/2002) e impedisce la visione di film di altissimo livello (il
deflagrante Bully di Clark e lo squisito Quem és
Tu? di Botelho, spariti nel nulla dopo la Mostra veneziana, la
sontuosa Tosca di Jacquot, uscita alla chetichella); vergognosi
gli aumenti del prezzo dei biglietti, perpetrati sotto la maschera del
fantomatico arrotondamento (degli incassi). Ma, come sempre, morto il
cinema, viva il cinema.
La stagione cinematografica che si sta concludendo, idealmente racchiusa tra il Festival di Venezia e quello di Locarno, e' stata caratterizzata da un aumento esponenziale delle sale cinematografiche e da un calo progressivo del pubblico. Questo il dato piu' significativo, con molteplici tentativi, da parte di addetti al lavoro e stampa, di spiegare la fuga di spettatori. Tra gli elementi da considerare, occore ricordare: la ripetitivita' dei blockbuster americani; un film puo' anche incassare, ma se non piace crea disaffezione alla sala cinematografica e lo spettatore ci pensera' due volte prima di ritornare al cinema. E di delusioni quest'anno, proprio a inizio stagione, ce ne sono state parecchie: "Jurassic Park III", "Il pianeta delle scimmie", "Tomb Raider", tutti film che il pubblico ha scelto in virtu' del marketing ma che si sono rivelati
specchietti per allodole - l'assenza dei "soliti noti" italiani salva botteghino: nessun Benigni, niente Aldo, Giovanni & Giacomo, waiting for Muccino, Ozpeteck, Moretti. Solo Pieraccioni con "Il principe e il Pirata" e il panettone-italiota "Merry Christams" rientrano tra i dieci film piu' visti dell'anno. Ovviamente l'anno prossimo, con "Pinocchio" ad ottobre e il trio comico a Natale, si parlera' di rinascita del cinema italiano!!! - l'arrotondamento del prezzo del biglietto a causa dell'euro. A Bologna, per esempio, la maggior parte dei cinema applica un biglietto a euro 7,50. Non a caso le sale del centro, quelle che non si sono adeguate agli standard tecnologici, durante la settimana sono spesso semi-vuote. Intervistando gli spettatori si evince che la maggior parte e' disposta a pagare un biglietto alto solo con la garanzia che il film sara' bello e la sala in cui e' proiettato tecnologicamente
competitiva. La garanzia sulla qualita' del film dipende purtroppo dal marketing, che crea eventi dove non ci sono dimenticando film importanti che invece potrebbero piacere. E, occorre ricordarlo, a meno di non essere appassionati, difficilmente si va a vedere una cosa che non si conosce per niente, puntando a caso su un titolo letto tra altri trenta. Quanto alla qualita' delle sale, quest'anno e' stato il trionfo dei multiplex che offrono una visione qualitativamente ineccepibile, ma scelgono una programmazione prettamente commerciale: se il film incassa viene tenuto in cartellone, altrimenti si smonta. Sempre piu' difficile incontrare film che crescono con il passa-parola o grazie al sostegno degli esercenti e sempre piu' radicata nei distributori l'idea che il pubblico identifichi lo svago cinematografico con il film "evento". Perche' andare incontro ai presunti gusti del pubblico senza tentare altre strade? Un maggior sostegno, anche politico, a un cinema "altro" (polemico, sperimentale, rischioso) potrebbe essere una soluzione e, chissa', potrebbe anche riservare sorprese.
I risultati estivi sono un chiaro specchio della tendenza in atto. I titoli dei giornali e delle riviste specializzate parlano di un giugno fantastico, ma dietro a "Spider-man" e "Star Wars II" (godibili e riusciti) c'e' un desolante vuoto: tantissimi i film che escono ogni settimana, ma senza alcuna promozione non resistono per piu' di cinque giorni. E' il caso, ad esempio, di "Hollywood Vermont" di David Mamet, deliziosa commedia tenuta congelata per due anni e fatta uscire in sordina. Qualche cosa si sta muovendo in luglio,
con titoli "importanti" (commercialmente parlando) come "Lilo e Stitch", "Scooby-Doo" o "Resident Evil" e il pubblico sembra apprezzare. Ma anche in questo caso, dietro ai titoli guida, gli incassi latitano e un film in settima posizione nella classifica settimanale, incassa un quinto (o anche meno) rispetto ad una settima posizione invernale.
Ma veniamo ai film dell'anno. Quelli che hanno animato la stagione affiancandosi agli impegni quotidiani e colorando i sogni (o gli incubi). Dietro agli incassi e alle congetture di produttori e distributori ci sono sorprese, conferme, smentite, che puo' essere interessante analizzare. Ecco la mia classifica personale (in rigoroso ordine alfabetico):
A.I. INTELLIGENZA ARTIFICIALE: bistrattato film di Spielberg nato da un'idea di Kubrick. Lirico, poetico e commovente. Probabilmente sara' rivalutato nel tempo.
MULHOLLAND DRIVE, viaggio onirico di Lynch nell'irrazionalita', dove vivere si conferma il piu' terribile dei sogni. Da non perdere per la sottile inquietudine che lo permea e che si trasmette allo spettatore anche fuori dalla sala cinematografica.
NO MAN'S LAND: film dalla sceneggiatura perfetta che scardina l'indifferenza del pubblico con una storia attuale e grottesca e un finale che resta impresso nella memoria
LA PIANISTA: provocazione gratuita o sincero ritratto di pulsioni estreme? Il confine e' labile, ma lo shock che il film procura e' sincero e la Huppert davvero strepitosa
IL SIGNORE DEGLI ANELLI: l'epica visiva di Peter Jackson trasforma la famosa saga di Tolkien in un viaggio nella fantasia dove gli effetti speciali non coprono alcun vuoto narrativo
Oltre ai film del cuore puo' essere di stimolo e divertente scoprire anche le delusioni, cioe' i film dall'alto potenziale che non hanno soddisfatto le aspettative e le brutture, cioe' i film insalvabili da qualsiasi punto
di vista.
Tra le DELUSIONI,
-
LUCE DEI MIEI OCCHI: il sensibile Piccioni racconta con enfasi l'incontro di due solitudini, ma la poesia resta nelle intenzioni
- FANTASMI DA MARTE, Carpenter ricicla il suo immaginario con poche idee e molto trash (volontario?)
- IL PIANETA DELLE SCIMMIE, la noia regna sovrana in questo baraccone dove l'autore sembra smarrirsi nel make-up e nei buchi di sceneggiatura
- IL DIARIO DI BRIDGET JONES, ritratto femminile, a tratti divertente, ma sconsolatamente convenzionale
- AMNESIA: il talento visivo di Salvatores non basta a sorreggere un film dove le "macchiette" degli attori feticcio del regista prevalgono sul senso del racconto. Si percepisce, alla base del progetto, un vago senso di gratuita'. -
IL FAVOLOSO MONDO DI AMELIE: film originale ma la deliziosa Audrey Tautou sembra costruita al computer per piacere e la sua bonta' pelosa nasconde insicurezze e pulsioni che non vengono approfondite
- I TENENBAUM: dietro all'estetica "vintage" del progetto, piu' fumo che arrosto. E il dramma di tre infelici fratelli diventa un noioso gioco intellettuale .
- HARRY POTTER E LA PIETRA FILOSOFALE: bella l'idea di partenza, ma la sceneggiatura sgangherata e la piattezza di personaggi e situazioni rendono la visione prevedibile. E poi, basta con questi bambini vincenti che devono sempre dimostrare di riuscire a farcela senno' sono sfigati a vita! Totalmente inespressivo il bambino protagonista!
Ma ecco le BRUTTURE, cioe' i film inguardabili:
Palma delle palme a
- AMORESTREMO, pasticciaccio con Rocco Siffredi che ambisce ad esplorare le pulsioni umane, ma cade nel ridicolo involontario.
Tra gli altri:
- IL PATTO DEI LUPI, insulso pastiche giocato unicamente sull'appeal visivo
- TOMB RAIDER, videoclip senza alcun nerbo che neanche le grazie di Angelina Jolie sono in grado di sollevare
- BELFAGOR che toglie qualsiasi mistero all' efficace sceneggiato televisivo da cui trae ispirazione
- I TREDICI SPETTRI, tentativo fallito di rinverdire i fasti horror delle case stregate, con una regia che si preoccupa solamente degli effetti speciali
A questo punto non resta che prepararsi per la nuova stagione. Approfittiamo dell'estate per recuperare nelle arene estive film persi durante l'inverno e ogni tanto visitiamo qualche sala al chiuso, sperimentando il piu' possibile e buttandoci anche in cinematografie lontane (geograficamente e culturalmente). La delusione puo' esserci, ma anche la scoperta di un mondo che non si pensava potesse regalare fascino e curiosita'. Il rischio, non dimentichiamolo mai, e' l'appiattimento. E ricordiamoci, con le nostre scelte condizioniamo piu' di quello che pensiamo il mondo che ci circonda. Mi raccomando, perche' "L'indifferenza e' gia' una scelta!!!"
A.I.
- INTELLIGENZA ARTIFICIALE
- Steven Spielberg
(Spielberg al cubo nel bene e nel male, di Kubrick solo qualche traccia sparsa qua e là; film sull'amore filiale e riflessione sulla fragilità ed aridità umana)
PARLA
CON LEI - Pedro Almodovar
(melò doppio folle come un film di John Stahl, straziante e con un personaggio "estremo", dostoevskijano, Benigno, che perturba le nostre esistenze discrete)
L'UOMO
CHE NON C'ERA
- Joel Coen
(noir figlio del caos gnoseologico moderno, con un barbiere filosofo che non si
dimentica)
L'ORA
DI RELIGIONE - Marco Bellocchio
(il miglior film italiano della stagione è soprattutto un dramma familiare privato, con uno sguardo alla desolante Italia di oggi)
Un
colpo al cerchio e uno alla botte! Un po' di cinema americano fuori il
sistema e un po' dentro il sistema; una bella fetta di estremo-oriente,
l'immancabile film francese, una gran prova d'autore di stampo latino...
il punto è che, esclusi rarissimi colpi di fulmine, sono state tuttavia
innumerevoli le uscite cinematografiche dell'annata ad aver gratificato
il mio palato intellettivo-emotivo pur senza entusiasmarmi e convincermi
fino in fondo. Infatti eclusi i primi tre (Mulholland Drive, paradigma
perfetto dell' ossimorico universo poetico lynchiano, lo Tsai che non ti
aspetti nella deliziosa e sorprendente ironia (auto)referenziale, il
miglior Disney degli ultimi 10 anni, dove un ottimale uso della computer
grafica supporta una sceneggiatura finalmente non stantìa e ricca di
invenzioni), avrei potuto indifferentemente piazzare altri venti film
nelle posizioni di rincalzo, come Rohmer al posto di Rivette, per quanto
del primo preferisca più le opere dal contesto contemporaneo-naturalistico
(ad es. Racconto d'Autunno) che da quello storico-sofisticato (la Marchesa Von...);
o l'esercizio stilistico di Altman o dei Coen in luogo dell'ammaliante Millennium
Mambo, incredibilmente distribuito a fine giugno; o Alì, meraviglioso
in modo discontinuo da sostituire al magistrale ma troppo freddo
provocatorio melodramma almodovariano. L'unica cosa certa, ahimé, è
che non troverei alcun film
italiano che meriti di entrare in quella classifica, nemmeno Bellocchio,
che seppur con una cifra stilistica irraggiungibile da qualsivoglia
cinesta del cosiddetto "nuovo cinema italiano", non riesce a
rendere significativo il calvario del protagonista Castellitto, troppo
dalla parte del "giusto" per affrontare un percorso di
dialettica etica che possa compiersi con travaglio dal momento che la controparte è
troppo dalla parte "sbagliata", un po' come noi
"spietati" quando veniamo rimproverati di trattare il cinema
francese pregiudizialmente meglio di quello italiano, non sarà che in
questo momento non c'è proprio paragone?...