MIGLIOR
FILM 2000/01
LUCA PACILIO
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Stagione non esaltante, per quanto mediamente buona, e nella quale risulta, dunque, avere gioco facile l'algida perfezione di IN THE MOOD FOR LOVE di Kar Wai che, unico picco, è prevedibile vincera' in scioltezza i sondaggi delle riviste specializzate. Accanto al gioiello orientale, le magistrali prove di De Oliveira, PAROLE E UTOPIA e RITORNO A CASA, al solito inattaccabili, alle quali, per mere questioni di gusto personale, preferirei però i piu' imperfetti e vibranti INTIMACY di Chereau (del quale si è scritto tutto e il contrario di tutto) e SOTTO LA SABBIA di un Ozon che da promessa diventa bella certezza. Il
cinema francese non si smentisce: lo splendido Chabrol di GRAZIE PER LA CIOCCOLATA, IL GUSTO DEGLI ALTRI della Jaoui, A MIA SORELLA! della Breillat, LA VILLE EST TRANQUILLE di Guédiguian sono tangibili testimonianze della vitalità di questa cinematografia; a questi titoli aggiungo volentieri i bellissimi LA CAPTIVE della Ackermann e LA FIDELITE' di Zulawski, purtroppo non distribuiti, ma che meritavano la visibilità. Val la pena poi segnalare, una volta tanto, un pugno di ottimi film italiani: innanzi tutto CHIMERA di Corsicato, forse l'unico autore internazionale che possiamo vantare, GOSTANZA DA LIBBIANO di Benvenuti, PLACIDO RIZZOTTO di Scimeca e, soprattutto, IL MESTIERE DELLE ARMI di un redivivo Olmi (non ho visto SANGUE VIVO di Winspeare nè LACAPAGIRA di cui mi dicono un gran bene). Altre prove costituiscono conferme di uno stile (il Kitano di BROTHER) o di una maniera (i Coen di FRATELLO DOVE SEI?; dal prossimo film cinéphile e citazionista sarà lecito, però, sparare a zero) mentre bello e irrisolto, e certamente degno di nota, e' GOHATTO di Oshima. C'e' chi sbava per MEMENTO ma, come gia' detto in sede critica, non impazzisco per gli esercizi di scrittura, pur riconoscendo al film di Nolan un indubbio fascino. Se era lecito aspettarsi qualcosa di piu' dall'incensatissimo YI YI, se DANCER IN THE DARK di Von Trier va avvolto nel proverbiale pietoso velo (che pochi mesi hanno gia' fatto giustizia, relegandolo nel dimenticatoio che merita), se LA STANZA DEL FIGLIO e' un mediocre film che vive della (\nella) sua aura extracinematografica, se il cinema iraniano sembra consegnarsi a un pedante documentarismo che fa rimpiangere annate foriere di ben altri prodotti, risultano invece piacevoli alcune sorprese di cinematografie minori: un film come LA CIENAGA della Martel ci impone di muovere il nostro sguardo altrove (certamente lontano dal cinema USA - ma attendo di vedere HENRY FOOL dell'amatissimo Hartley - che non offre davvero nulla) e di impegnarci nella ricerca di prodotti alternativi, meno luccicanti di certe grosse produzioni ma sicuramente piu' ricchi di idee e passione.
Le ultime parole sono per il genio della luce che ci ha lasciato il 15 maggio. Addio al grande Sacha Vierny. |
LUIGI GARELLA
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La stagione 2000-2001, com' era prevedibile si è rivelata inferiore in qualità rispetto alla precedente, ampie lacune nelle nuove uscite settimanali hanno "costretto" a godere di una generale mediocrità': ampie delusioni (Dancer in the Dark, ma soprattutto von Trier; The Snatch), piccoli piaceri (La Dea del '67, Intimacy), riscoperte affascinanti (il Boorman del Sarto; la
Bigelow de Il Mistero dell'acqua), alcune perle (tra cui Il mestiere delle armi di Olmi).
Per la prossima stagione, ammesso che sia possibile tracciare una cesura annuale dato l'allungarsi, ormai stabile, in estate del diluvio blockbuster, fanno ben sperare i ricchi festival, distribuzione permettendo: L'Eloge de l'Amour di Godard, Va Savoir di Rivette, Requiem for a dream Aronofsky, Combat d'Amour en Songe di Ruiz, Le Armonie di Werkmeister di Bela Tarr, Taurus di Sokurov, per dirne alcuni. |
STEFANO TRINCHERO
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Ancora una volta smentiti tutti i buoni propositi, e infatti per il secondo anno consecutivo la volontà di mantenere in vita la stagione cinematografica nei mesi estivi è stata prontamente uccisa dalla prova dei fatti, e ci si trova in questi ultimi giorni di Luglio ad osservare qualche sporadica, volenterosa uscita infrangersi contro il muro di miriadi di sale chiuse per ferie, o peggio di sale aperte che preferiscono ripescare film della stagione in corso piuttosto che dare spazio a film nuovi condannati così all'invisibilità. Eppure questa è stata una stagione che ha conservato buona parte del veleno proprio in coda, regalandoci in dirittura d'arrivo alcuni titoli importantissimi che potrebbero forse sfatare il luogo comune che vede il periodo cinematografico estivo come sinonimo di scarsa qualità. Uno di questi film è stato "A mia sorella" di
Catherine
Breillat, affilatissimo e agghiacciante "racconto crudele della giovinezza", in assoluto tra le cose migliori viste quest'anno. Sempre nel primo periodo estivo è stato prontamente distribuito, fresco dal concorso cannense, lo splendido "Ritorno a casa" di Manoel De Oliveira, caso più unico che raro di cineasta-monumento, parte integrante della storia del cinema ("Mi piace Jean Vigo perchè è un cineasta della mia generazione" ebbe a dire il cineasta portoghese) eppure allo stesso tempo lucidissimo e inarrivabile osservatore e "metteur en scene" della modernità (anche artistica, Ionesco all'inizio del film è una dichiarazione d'intenti) e della società moderna, della quale esce un ritratto disperatamente ambiguo, essendo frutto di una mano e di un'occhio indissolubilmente legati alla classicità. L'incursione nella sfera del privato, che potrebbe apparire a torto pretestuosa, non fa altro che ridimensionare (pare che ce ne fosse bisogno) la portata del cinema vacuo, riproduttivo e di superficie che ha sancito il trionfo dell'ultimo mediocre e inutile Moretti (e forse anche dell'ultimo Von Trier, con qualche attenuante), che sceglie la via più facile e punta tutto su un cinema che svela presto tutta la sua pochezza (v.
recensioni). De Oliveira nel corso di questa stagione, oltre ad essere stato vittima di uno dei tanti paradossi della distribuzione italiana (Palavra e Utopia, il suo film precedente, è stato distribuito poche settimane dopo "Ritorno a casa"), è stato protagonista di una magnifica retrospettiva completa dedicatagli dal Torino Film Festival (v. sezione festival) ed è stato insignito del premio Filmcritica.
Proprio nell'anno che ha visto il trionfo di Moretti, Muccino e Ozpetek e che ha scatenato la stampa più becera, qualunquista e squallidamente campanilista in sproloqui sulla rinascita del cinema italiano, dopo anni di pochezze e mediocrità è apparso all'interno del panorama cinematografico nazionale il monumentale capolavoro di Ermanno Olmi, "Il mestiere delle armi", film che entra di diritto negli annali del cinema e che ci riporta con la memoria alle glorie di un cinema passato e forse perduto per sempre. Ci si può rallegrare del fatto che il film ha potuto beneficiare dell'effetto traino del successo morettiano, incassando più di 3 miliardi di lire (cifra notevole visto il film in questione).
Decisamente in salute è apparso il cinema francese (per quel poco che si è potuto vedere), che a parte l'insopportabile "Harry, un amico vero" ha prodotto film assolutamente degni di nota come (oltre il già citato "A ma soeur!") "Il gusto degli altri" (deliziosa commedia che agisce magnificamente sull'insistenza e successivo ribaltamento di luoghi comuni e figure tipiche), "Sotto la sabbia", ultimo lavoro del talentuosissimo Francois Ozon (di cui speriamo venga presto distribuito il magnifico "Gocce d'acqua su pietre roventi") e soprattutto "Grazie per la cioccolata" di C. Chabrol, altro film da annoverare nella lista dei capolavori regalatici dai grandi maestri del cinema (insieme ai lavori di Oshima, Olmi, de Oliveira).
Dall'Inghilterra niente da segnalare (come capita sempre più spesso in questi ultimi anni) se non i lavori di due registi che dalla Gran Bretagna si sono trasferiti negli Stati Uniti. Assolutamente degno di nota Cristopher Nolan, autore dell'ottimo e complesso thriller mentale "Memento", in grado di sfruttare al meglio con grande originalità e intelligenza le strutture spaziali e temporali offerte dal cinema, approdando a un complesso meccanismo visivo lucido e destabilizzante. Molto meno degno il collega Guy Ritchie, che con l'insopportabile "The snatch" tocca vistosamente il fondo, confezionando un prodotto che per attitudine, ideologia e risultato non può che provocare ribrezzo e disgusto a chiunque abbia a cuore le sorti del cinema. Gradiremmo sentir parlare di lui solo ed esclusivamente riguardo ai frangenti "rosa" della sua vita privata.
Un altro paio di titoli da segnalare dagli USA: M. Night Shyamalan dopo il successo planetario de "Il sesto senso" sfodera tutto il suo innegabile talento e la sua prodigiosa maestria tecnica con "Unbreakable", film pressochè perfetto sotto ogni aspetto (regia, fotografia, recitazione, suoni, sceneggiatura...) che si pone come interessantissimo punto di contatto tra l'estetica cinematografica e quella fumettistica. Il risultato è decisamente più complesso e notevole di quanto possa essere sembrato a molti, e francamente pare indicare una via da seguire per il cinema hollywoodiano dei prossimi anni. Notevolissimo anche "Il sarto di Panama" del grande John Boorman, che purtroppo ha pagato al botteghino l'intelligenza con la quale stereotipi e figure classiche di un genere vengono ribaltate. Zemeckis invece, che sotto Natale si era presentato con l'interessante thriler hitchcockiano "Le verità nascoste", fallisce miseramente al secondo tentativo con l'insostenibile "Cast away".
Dall'Asia come al solito arrivano buone nuove e fioccano capolavori, soprattutto film provenienti dal concorso di Cannes 2000, per lo più vergognosamente ignorati in sede di premiazione. Primo fra tutti l'immenso "In the mood for love" di Wong Kar Wai, struggente melodramma capace di ricostruire grazie a un'eleganza formale pressochè inarrivabile una storia d'amore rielaborata e frammentata attraverso il filtro della memoria, dove i due splendidi protagonisti (Maggie Cheung e Tony Leung) si muovono dentro coordinate spaziali e temporali situabili in un altrove fumoso e instabile. Film dell'anno.
Dal Giappone ritorna il maestro Oshima con "Gohatto", altro "Indimenticabile", interpretato da un grande Takeshi "Beat" Kitano che in sede di regia ha invece proposto il feroce "Brother", film pressochè ingiudicabile nell'edizione italiana a causa di un doppiaggio criminale e insensato.
Concludiamo menzionando "Kippur" di Amos Gitai, soffertissimo e lancinante film bellico che parte da una vicenda autobiografica. Un ottimo film che mostra alcuni cali al suo interno, ma che propone alcune delle sequenze di combattimento più angoscianti e disperate che si siano mai viste al cinema, una sequenza in particolare (con i soldati che sprofondano nel fango) è destinata a rimanere.
Resta il rimpianto per il fatto che la normale distribuzione delle sale ancora una volta pare essere stata assolutamente inadeguata e penallizzante per le sorti del cinema, e gran parte di un cinema di indubbia qualità continua a latitare tra i vari festival internazionali e ad essere negato agli occhi degli spettatori.
Voto alla stagione cinematografica: 7. |
STEFANO SELLERI
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Considerazioni sparse sulla stagione cinematografica 2000-2001
Ha senso cercare un filo rosso in grado di collegare fra loro alcuni dei film passati sugli schermi italiani durante undici mesi? Molte di queste opere sono state proiettate nel nostro paese a distanza di mesi (anni) dalla loro realizzazione e/o solo per poche settimane, altre hanno attraversato le sale di città anche non secondarie con la rapidità del baleno, altre ancora vi stazionano inesorabilmente, in questo stesso momento, mentre i cinema en plein air e l'home video propongono riscoperte, o tardive esplorazioni. Resta il fatto che questi film sono passati sotto i nostri occhi in questi ultimi tempi, in molti modi: proiezioni, ovviamente, ma anche trailer, interviste agli autori, recensioni targate stampa o (in pochissimi, desolanti casi) televisione, anticipazioni fornite da attori e produttori, cartelloni pubblicitari che fanno pensare alla politica (a questo proposito, folgorante la battuta di Daniele Luttazzi, che, dopo avere attentamente valutato le gigantografie sparse per la Capitale, annuncia di voler votare per Mel Gibson, alle elezioni di maggio). La loro presenza, estremamente
variegata per quantità e qualità e nel complesso massiccia, quasi invadente, ha guidato il nostro sguardo, condizionandolo, plasmandolo anche a nostro dispetto, costringendoci a prendere in considerazione mondi (estetici, ma non solo) differenti rispetto a quello della quotidianità.
Il bombardamento (benigno, s'intende, o quasi) di forme simboliche è rilevante proprio in quanto ridondante, segnato quindi da ritorni, ripetizioni, variazioni su un tema: tale prolissità non è determinata a priori dagli autori delle opere, ma si crea solo nel momento in cui questi prodotti culturali vengono presentati agli spettatori, che istituiscono paragoni, ricercano analogie, riflettono - si spera - sulle differenze, interrogano, oltre ai film, anche se stessi. A questo gioco "spontaneo" di risonanze e rimandi va aggiunto l'incessante operare del meccanismo della moda: la volontà di sfruttare filoni fortunati induce a mettere in cantiere fotocopie, o meglio esangui imitazioni, di lavori baciati dal successo popolare e/o critico, alla ricerca di un improbabile ritorno di fiamma (il pubblico, per fortuna, ha in genere capacità intellettive più rilevanti di quelle che produttori e pubblicitari si ostinano ad attribuirgli). Nonostante siano generalmente poveri di spirito, in tutti i sensi, questi sotto - film fungono, oltre che da preziosi indizi statistici, da pietre del paragone: vedendoli, ed analizzandone le pecche, è possibile capire meglio per quali motivi i prototipi siano migliori delle copie.
Senza dubbio, è stata una stagione nata e sviluppatasi sotto il segno della morte: in questi ultimi mesi abbiamo assistito a minuetti di infanticidi, eliminazioni di puerpere, impiccagioni, fucilazioni e ghigliottinamenti, uccisioni all'arma bianca, esplosioni, malattie, valanghe di suicidi, imboscate proditorie, uxoricidi, avvelenamenti, revolverate, annegamenti (un vero e proprio trend intercontinentale), i classici incidenti automobilistici, solo per elencare i casi più ricorrenti. Comune denominatore di tante stragi è la natura "minima" dei personaggi in esse coinvolti: nessun "grande", della Terra o d'altri siti, nessun supereroe, molti bambini, qualche adolescente a volte in lotta col resto del mondo ma in ogni caso estremamente fragile, creature che custodiscono, sotto una superficie di perfetta calma, segreti ignoti persino alle persone con cui hanno diviso la totalità della loro vita. Anche le corazze dei soldati divengono inutili, di fronte al mistero della fine. Tanta antieroicità, dalle vittime, si trasmette alle morti. Si tratta per lo più di decessi in chiave minimalista: si muore lontano dagli occhi del mondo (spesso anche da quelli del pubblico), al cospetto - al massimo - di pochi intimi ridotti all'impotenza. L'ingresso nel tanto pubblicizzato Nuovo Millennio non ci ha liberato (come avrebbe potuto, del resto?) dall'angoscia circa la possibilità di un'esistenza dopo e oltre la morte. Anche se sarebbe piacevole poter credere davvero in un oltretomba all'ultima moda hollywoodiana, tutto flou ed effetti digitali, quello che possiamo fare, nel concreto, è un tentativo di esorcismo e riflessione: che cosa resta, dopo la morte?
Risposta: il ricordo di chi sopravvive. I decessi, nei film della stagione appena terminata, parlano, più che della fine di un'esistenza in senso stretto, della perdita di qualcosa di prezioso, che si vorrebbe preservare in eterno. Bazin sarebbe lieto di verificare tanto consenso nei riguardi delle sue teorie sul cinema come supremo meccanismo di conservazione della realtà. I sopravvissuti devono affrontare una scelta netta: cancellare del tutto il passato, deviando le proprie passioni (l'amore, ma anche l'odio) su un nuovo oggetto ed immergendosi in questo modo in una sorta di seconda nascita, o congelare il tempo, i corpi, i ricordi, costruendo un'atmosfera che mantiene intatte le sensazioni, ma le svuota dall'interno, mummificandole e rendendole salde come selce. La seconda soluzione sembra la più "cinematografica", e forse per questo i film più riusciti della stagione propendono per questa strategia pessimistica e, nel suo eterno, frustrato tentativo, pienamente romantica: i personaggi rinnegano il mondo "reale", bollato come vana apparenza, e costruiscono un proprio universo fantastico, che nel chiuso di uno schermo rettangolare, come nel cerchio della mente, mette in scena una ricostruzione di ciò che non è più, una proiezione del desiderio insoddisfatto.
È forse un caso che uno degli eroi da blockbuster della stagione sia una mummia, per giunta recidiva, oltre che semplicemente rediviva? Senza contare che i registi più vivaci degli ultimi tempi non sono esattamente di primo pelo…
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(l'articolo completo è presentato nella sezione DIVAGAZIONI.)
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LUCA BARONCINI
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La stagione 2000/2001 e' cominciata con la "crisi piu' nera" del cinema italiano ed e' finita con una "gloriosa rinascita". Cosa e' successo in mezzo?
Beh, e' forse meglio partire dal principio e prima di passare ai miei "migliori film dell'anno" puo' essere interessante tentare un bilancio di questa discontinua stagione cinematografica.
Dopo il Festival di Venezia, solo pochi film italiani sono riusciti a ritagliarsi uno spazio nell'interesse degli spettatori: "La lingua del Santo", "Denti", ma soprattutto "I cento passi". I primi due incassano meno di tre miliardi, mentre il film di Marco Tullio Giordana supera i sei. Sono risultati tutto sommato tiepidi se confrontati con i successi del 2001, ma e' ancora forte la diffidenza del pubblico per il cinema nostrano.
In fondo, pero', e' proprio l'inizio della stagione ad essere deludente. Anche i pubblicizzatissimi blockbuster annunciati
ottengono risultati brillanti ma senza esagerare, e Natale si avvicina con un calo generale di spettatori e percentuali in caduta libera che sembrano lasciare poche speranze sul futuro del cinema, e non solo italiano. A Bologna, prima delle feste, il film in testa agli incassi e' il sopravvalutato "I fiumi di porpora", che a livello nazionale raggiunge i 14 miliardi, ma sembra mancare il filmone autunnale acchiappa pubblico. Anche "La tempesta perfetta" e "L'uomo senza ombra", pur superando i dieci miliardi, deludono le aspettative (e non solo dei distributori).
Poi arriva Natale ed e' boom.
Il successo eclatante di "Chiedimi se sono felice" - che in poco piu' di un mese supera i cinquanta miliardi - e la conferma del panettone-italiota "Bodyguards" - vicino ai venti miliardi - fanno gridare al miracolo e permettono a distributori, produttori e addetti stampa di chiudere il bilancio dell'anno in attivo. In realta' "una rondine non fa primavera" e il trionfo di Aldo, Giovanni e Giacomo e' assimilabile ai successi di Benigni e Pieraccioni: affezioni del pubblico per il personaggio, non tanto per il cinema.
Ma le feste natalizie portano buoni incassi anche a "Le verita' nascoste", "Unbreakable" e pure a un film bistrattato in America come "Autumn in New York", che, forte unicamente dell'appeal dei protagonisti, supera in poco tempo i venti miliardi. Troppa concorrenza, invece, tra i film a target "bambini e famiglie" in cui vince la competizione "Dinosauri" della Walt Disney, i cui quattordici miliardi sono comunque ben lontani dai trionfi degli anni precedenti in cui Walt Disney era sinomino di Natale e top degli incassi.
Il primo vero grande successo dell'anno esce in gennaio. Si tratta di "Cast Away" che raggiunge presto i venticinque miliardi e conferma il richiamo sul pubblico dell'uomo comune Tom Hanks. Ma a febbraio succede l'inaspettato. Esce infatti "L'ultimo bacio" di Gabriele Muccino. Nel week-end d'esordio e' battuto da "Ti presento i miei", anch'esso destinato a superare i venti miliardi, ma il debutto in sale di piccole dimensioni si rivela un'ottima strategia di marketing. La distribuzione quindi, complice la stampa e il passaparola, aiuta molto l'esito commerciale del film, il cui successo non si esaurisce in poche settimane ma cresce nel tempo fino a conquistare spettatori anche in estate. Il risultato, in base ai dati forniti dall'Agis, è intorno ai trenta miliardi. A Bologna supera gli ottantamila spettatori ed e' secondo in classifica.
A meta' febbraio la sfida e' tra "Hannibal" e "What women want", che usciti in contemporanea, monopolizzano per un paio di settimane l'attenzione del pubblico e quindi le sale italiane (o viceversa?).
Intanto gli Oscar si avvicinano e cominciano ad uscire i film candidati. Non sembra essere un'annata memorabile e l'Oscar si limita, come spesso accade, a celebrare una tendenza in atto: il bisogno di solidita', tradizione e valori e il riconoscimento della cinematografia orientale, gia' da qualche anno regina nei festival di mezzo mondo. Ecco quindi cinque Oscar a "Il gladiatore" e cinque Oscar a "La tigre e il dragone". Unico outsider Steven Soderbergh che conquista a sorpresa l'Oscar per la migliore regia per "Traffic" e vede la sua pupilla Julia Roberts (vincitrice piu' che annunciata!) premiata per "Erin Brokovich". "Chocolat" e "Billy Elliot" non ottengono alcun Oscar, ma si consolano con un grande successo di pubblico (solo in Italia, piu' di quindici miliardi il primo e piu' di dodici il secondo).
Marzo, pero', e' anche il mese del trionfo del cinema italiano. Escono "Le fate ignoranti" di Ferzen Ozpetek e "La stanza del figlio" di Nanni Moretti. Per il film di Moretti c'e' grande attesa e i giornali contribuiscono a creare l'evento (raccontando in molti casi la trama per filo e per segno!), mentre il film di Ozpetek parte subito bene ma e' uno di quei casi in cui il riconoscimento del pubblico arriva inaspettato. Nei mesi successivi per i due film il cammino e' tutto in discesa. Moretti conquista la Palma d'Oro a Cannes (rompendo una consuetudine che vuole la Palma attribuita a film piu' estremi e sperimentali che emozionanti) e Ferzen Ozpetek, passato in sordina al Festival di Berlino, conquista il pubblico e si apre la strada per una distribuzione oltre oceano dopo la proiezione al Lincoln Center di New York.
Dopo tanto esagerato clamore, che ha il suo apice nella consegna dei David di Donatello seguiti dai Nastri d'Argento, segue un periodo di stanca e sia "La Mummia - il ritorno" che il discusso "Pearl Harbor" conquistano spettatori senza strafare. L'estate, poi, passa proprio in sordina. Fino alla fine di giugno escono una decina di titoli a week-end, ma senza l'adeguata promozione, qualita' e spazzatura tendono a confondersi. Solo il pubblicizzato e riusciuto "Shrek" riesce a distinguersi e a ritagliarsi uno spazio tra i film piu' visti. Luglio poi e' calma piatta. L'anno scorso si era gridato al miracolo per i venti miliardi estivi di "Mission impossible II", ma a ben guardare, al di la' del blockbuster con Tom Cruise, capace di attirare pubblico in qualsiasi stagione, la situazione era esattamente la stessa. Tutto tace, molte sale chiudono, le arene estive, e non solo, cercano la sicurezza riproponendo i successi della stagione e l'ultima cosa a cui la gente pensa e' andare a chiudersi in una sala cinematografica.
Come ogni anno si spera ad una uscita piu' razionale dei film per l'anno successivo, in modo da evitare sovra-affollamenti in periodi ampiamente coperti.
Come ogni anno si spera che i film visti ai Festival vengano resi visibili a un pubblico non esclusivo di addetti ai lavori o appassionati.
Senza una normativa adeguata in grado di regolamentare il mondo oscuro della distribuzione, si profila pero' il rischio di un ripetersi infinito della stessa insoddisfacente situazione.
Al di la' dei numeri, e' pero' interessante scoprire quali sono i film che hanno maggiormente premiato la stagione a livello di partecipazione, emozione e scoperta. Un discorso tutto personale, quindi, derivante dalla capacita' del cinema di scavare in quella zona incerta tra il sogno e la realta'.
C'e' un mondo commerciale, esaminato in precedenza, in cui l'industria rischia spesso di prevaricare sulla spontaneita' del risultato, e c'e' il gusto personale, molte volte premiato se si ha la capacita' di cercare altro rispetto a cio' che "qualcuno" (produttori, distributori, stampa) ha deciso di imporre come vedibile e vendibile. Questi due mondi non sono sempre inconciliabili, anche se spesso il cinephile disdegna lo "spettacolo" e il frequentatore di multisala sfotte l'elitarismo dei cineclub. Ma sono piu' che altro maschere, o forse etichette, che nel cinema, come in tutti i campi, portano verso la rigidita' e rischiano di sciupare interessanti occasioni.
Ed e' bello scoprire film in cui trovare spettacolo, poesia, perfezione estetica, capacita' narrative, affinita' personali, punti di vista inaspettati, mistero, stravaganze, imperfezioni, in poche parole, la magia del cinema.
Non per forza tutto in un unico film, ed infatti in questa stagione manca il film del cuore capace di trasporto irrazionale ...
A questo punto l'appuntamento e' con il Festival di Venezia che segnera' simbolicamente, come ogni anno, l'apertura della nuova stagione.
Forza che si riparte! |
SIMONE CIARUFFOLI
DANIELE BELLUCCI
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