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Un
punto di vista che è anche un'introduzione allo Speciale
di Luca Pacilio
Il senso di questo speciale è
tutto racchiuso nell'intervento di Gianluca Pelleschi che ne costituisce
l'effettiva genesi. Potrà apparire fatuamente provocatorio il recensire
due volte lo stesso film distruggendolo nel primo caso e incensandolo nel
secondo, ma dietro l'evidente ludicità (\lucidità) di questa critica
mostruosamente speculare si nasconde l'inquietudine di chi è chiamato a
pronunciarsi sui film, per quanto disimpegnato e amatoriale sia il
suo compito. E se è vero che ci sono registi (Cronenberg ne costituisce
forse l'esempio più eclatante ma altri potremmo nominare, da Spielberg a
Greenaway, da Moretti ai Coen, ad Allen) di cui si può parlare bene o
male per gli stessi identici motivi, è altresì indiscutibile che proprio
esempi come questi rendono evidente come, al di là delle folli pretese di
oggettività, alla fine sia proprio il famigerato gusto personale a fare
la differenza tra una critica e l'altra.
Il discorso a mio avviso si riduce a una (falsa) questione: quanto di
questo gusto deve avere il sopravvento, quanto deve essere messo a bada
dal ravvisarsi di meriti o demeriti effettivi della pellicola? E questi
meriti o demeriti sono effettivi sul serio? E sono poi meriti o demeriti
dopotutto? Il discorso si avvita pericolosamente su se stesso, non si
arriva a nessun punto se non a quello che con lo scrivere di film, come di
qualsiasi altra cosa, lo scrivente parla di se stesso. Discutere di
critica non può prescindere da questo inevitabile elemento: è solo così
che mi spiego, ad esempio, perché di alcuni film che mi piacciono
moltissimo non mi vada di scrivere nulla e di altri che mi lasciano
indifferente o che non mi convincono per niente diventi per me imperativo
buttare giù qualche rigo. La mia esperienza mi dice che un tempo leggevo
le recensioni per capire quali film andare a vedere perché non potevo
pretendere di visionare qualsiasi cosa: un filtro mi era necessario. Posta
questa esigenza, conosciuti più critici, capito il loro linguaggio,
registrato il loro approccio, mi ritenevo in grado di comprendere se quel
film mi sarebbe piaciuto o meno. Non sto dicendo che mi trovavo
necessariamente d'accordo con quanto scrivevano - il loro parlarne bene o
male era in qualche modo irrilevante - ma ero perfettamente in grado di
afferrare, dal loro argomentare, in positivo o negativo che fosse, proprio
perché confrontato di continuo sul campo pratico della visione dei titoli
da loro recensiti, se un film mi avrebbe interessato o no. Una funzione
del critico (e mi riferisco al quotidianista e comunque a colui che si
legge generalmente prima di vedere il film in questione) può essere
questa: farsi comprendere, far comprendere la propria visione delle cose,
costituire una sorta di cartina di tornasole, uno spunto che indirizza lo
spettatore indeciso sul da farsi (\vedersi). In questo senso la
(bi)recensione di Pelleschi (se hai già letto Pelleschi, se hai presente
la sua visione delle cose, se l'hai applicata sul campo pratico della
visione del film), la sua trattazione, per quanto teoricamente duplice, è
per me univocamente diretta a darmi quell'indicazione che cerco.
Riguardo alla recensione letta "a posteriori" (lasciamo lo
spinoso campo dei quotidianisti) mi schiero decisamente su un
versante che nega un'effettiva possibilità
di analisi obiettiva del film: qualsiasi trattazione tradisce un punto di
vista e da questo, per fortuna (ci tengo a sottolinearlo), non si scappa.
Sono con William Pater che nel 1873 scriveva che la cosa importante "non
è che il critico possegga una corretta definizione astratta della
bellezza da rivolgere all'intelletto, ma un certo tipo di temperamento".
Se leggo una recensione di Garella (e dico Garella non a caso, stante la
posizione da lui espressa) è perché voglio conoscere l'opinione di
Garella (e qui si inserisce l'inarrivabile Paolo Cherchi Usai che scrisse
a proposito di un critico "da quotidiano" che apprezzava: "Quando
leggo i suoi articoli mi sembra di mettermi a sedere con lui davanti a una
bottiglia di buon vino rosso. Poiché lo tratto come un commensale,
capisco anche le sue parzialità e ammiro le sue idiosincrasie").
Tutto ciò senza mancare di citare, ovviamente, Oscar Wilde che nel suo
saggio IL CRITICO COME ARTISTA afferma: Il critico sarà un interprete
(...); è soltanto intensificando la propria personalità che il
critico può interpretare la personalità e l'opera altrui, e più
energicamente la sua personalità entra nell'interpretazione, più reale
questa interpretazione diventa, più soddisfacente, più convincente, e più
vera. E ancora: per il critico l'opera d'arte è
semplicemente uno spunto per una nuova opera sua; quanto questo possa
essere vero ce lo dice proprio il bino intervento pelleschiano. A seguire
altre occasioni di riflessione con gli interventi di Baroncini e di
Selleri (che sembra aver bellamente ignorato le certezze incoscienti della
sua giovanissima età per approdare subito ai dubbi e le perplessità del
critico maturo). A chiudere idealmente il cerchio il bell'intervento di
Billi, imperdibile occasione per inquadrare la questione anche
storicamente (laddove c'è anche chi ritiene che certa critica
cinematografica in realtà sia ancora in fasce, mutuando linguaggio e
armamentario dalla critica letteraria, il che spiega certo disorientamento
nei confronti di alcuni film o cineasti, come ebbi modo già di
sottolineare parlando di 8 DONNE E 1\2: immagine e regia rimangono
concetti ancora sconosciuti a molti) e la sarabanda di voci, frammenti,
opinioni, spigolature amorevolmente curata da Rangoni.
Per quello che concerne me faccio poche ma doverose precisazioni : non scrivo di film per far capire qualcosa a qualcuno
(concetto aberrante, a pensarci bene - soprattutto se applicato a me che,
di norma, del capire non faccio mai il mio scopo, ritenendo del resto che
chi recensisce non debba mai dimenticare di essere innanzitutto uno
spettatore - la visione critica a priori mi pare un'altra agghiacciante
aberrazione -), proclamo ad alta voce il mio mal di denti, il mio
diritto\dovere a non nasconderlo dietro una mano che mi copre la bocca, a
recensirlo senza ritegno non potendo fare altrimenti. L'ho sempre fatto,
continuerò a farlo, almeno fin quando non diventi mal di testa. Non ho un
programma, non ho un sistema e, perdonatemi, non faccio del cinema e del
suo parlarne la mia ragione di vita: a un grande film preferirò sempre, e
di gran lunga, un grande libro.
[tra parentesi non ritengo GLI SPIETATI una rivista di critica in senso
stretto (c'è sempre una supponente aura professorale intorno alla parola
"critico", cosa che mi infastidisce abbastanza) ma l'occasione
per un gruppo di appassionati - entusiasti, infuocati, disillusi etc. - di
dare il proprio parere, facendo senso nel proprio piccolo, su ciò
che vede al cinema, alimentando un dibattito che (il crescente numero di
lettori ce lo conferma) possa coinvolgere il pubblico più attento, quel
pubblico che, varcando la soglia di una sala abbia non solo voglia di
passare una serata rilassante ma anche di discutere e riflettere su ciò
che ha visto. A tutti costoro va il ringraziamento della redazione per le
continue testimonianze di affetto e considerazione]
I sottintesi
ovvero
quello che c'è
tra le righe e che nemmeno io so leggere ma che tentare di spiegare male
non fa.
di Luigi Garella
Il soggetto, nella
sua evidenza, è sottinteso. Mi si chiede, gentilmente, semplicemente,
cosa sia "scrivere una critica, scrivere di cinema" ma dopo un
lampo di piacere nel dolce far nulla estivo, ci si rende conto che non si
sa da dove cominciare a scalare questa parete di bel marmo levigato. Una
gatta da pelare a mani nude: da dove si comincia? appunto, dalle domande.
Senza sfondare nel questionario da catechismo pomeridiano si inanellano le
seguenti: chi è il critico? chi è il pubblico? che cos'è un/il film?
critica vs. analisi? quali sono i riferimenti culturali, intimi metafisici
cui ci si rifà d'occasione in occasione? Poi la faccenda prolifera
tumorale, l'albero delle opzioni si fa nespolo poi quercia poi baobab e
noi qui con gli occhi increduli a guardare questo miracolo di pensiero
automatico. Ma che palle. Ciascuna questione (forse il vero critico
avrebbe da dire: ciascheduna. Ma tant'è) merita più d'un punto
interrogativo, il semplice "esser poste" non fa delle domande
una risposta, purtroppo e poi quale sarebbe la profondità cui saremmo in
grado di giungere, quale la spropositata quantità di parole, io
-diciamola tutta- non leggerei mai una cosa del genere.
Il soggetto tende a cambiare, dalla prima persona singolare (l'aborrito
"io"), al collettivo, all'impersonale, se viene qualche dubbio:
è lì in fondo a destra.
Un ribaltamento di fronte sovviene poi, forse anche frutto di malsana
pigrizia, "ma perché mai lo si chiede a me? Lo dicano i lettori
quello che vogliono quello che cercano" Non è questo però il punto.
L'impersonale è l'armatura che si cerca, lo scudo di una altrui
autorevolezza. Citare testi correttamente e correttamente infilare la
testa sottoterra.
Insomma cosa si fa? Si scrive cercando d'esser piacevoli, acuti,
ammirabili, stilosi, individuabili, non facili prede della - per altro
necessaria - presa-per-il-culo, credibili.
Altro? Si cerca di rispettare il lettore - escludiamo letture di
gruppo a priori - fornendo un succo gustoso e piacevole ma non
necessariamente conciliante né prevedibile, sperando non sia (troppo)
frutto di personalissimi mal di denti, spocchia, fidanzate in volo con
migliori amici.
Ancora? Sì, la faccenda personale: il tentativo di migliorare, affinando
i metodi e le forme espressive, ampliando le conoscenze culturali (e
quelle umane, perché no), subendo insomma cicliche cadute e
rinvigorimenti di passione ed attenzione.
Volendo alzare lo sguardo dall'ombelico per un attimo ci si accorge che il
momento attuale è preda d'una stasi teorica insopportabile, i paradigmi
consolidati puzzano di muffa ed Accademia, nozioni come quella di 'autore',
'postmoderno', 'industria cinematografica' vanno reinquadrate e finalmente
storicizzate; stiamo vivendo il riflusso, la risposta alle questioni
ch'esse mettono in luce ma sguarniti di nuovi fari: in questo piccolo
spazio allora si tentano prospettive e viaggi interpretativi, eclettici e
forse inconcludenti ma che vogliamo si mantengano vivi. L'analisi è
inutile a tal fine, è un a posteriori che funge da
giustificazione, sterile se non nelle dispute, od implicito meccanismo
mentale al pari delle strade delle comprensione: interpretare è il passo
lungo, la sfida abduttiva che è creazione, così divertente che, si
spera, diverta.
Uno spreco di parole quando David Bordwell in "Making Meaning -
Inference and Rhetoric in the Interpetation of Cinema" sbriga tutto
così acutamente: "La critica non è una scienza né un arte ma
ricorda entrambe, come esse dipende da abilità intellettuali (cognitive
skill); richiede immaginazione e gusto e consiste in un insieme di
attività istituzionalizzate di problem-solving. La critica è,
penso, meglio da ritenersi come un'arte pratica, qualcosa come la
falegnameria (forniture-making) perché il suo prodotto primario è
un testo (piece of language= lett. pezzo di linguaggio) ma pure
arte retorica."
La Purezza dello sguardo
di Luca Baroncini
Non
penso esista una ricetta a cui attenersi per scrivere recensioni. Ognuno
filtra il film in base alle proprie conoscenze e alla propria sensibilità.
In genere cerco di scrivere quello che vorrei leggere. Fra tutte le
recensioni che leggo mi colpiscono soprattutto quelle che raccontano un
punto di vista personale e autentico rispetto all’esperienza visiva ed
emozionale vissuta. Prima di tutto l’onestà intellettuale quindi, poi
il gusto, ma non solo! In ogni caso non cerco l’oggettività,
perché ritengo il cinema, come qualsiasi altra forma artistica, il
trionfo della soggettività. Ciò che piace a me potrebbe non piacere
affatto a qualcun altro e viceversa. Ma cosa significa piacere?
Incapricciarsi di un titolo? Pensare egocentricamente che il proprio punto
di vista sia superiore a quello del lettore? Allora, direte voi, cosa
aggiunge il mio parere all’analisi di un film? E la storia del cinema
non insegna nulla?
Calma, calma, non arriviamo subito alle conclusioni. Esiste
una tecnica cinematografica che ha regole codificate e il confronto con
altri film aiuta sicuramente a sviscerare un linguaggio complesso e
articolato, in continua evoluzione ma sempre in debito con le scoperte
delle origini. Mi capita però spesso di imbattermi in recensioni che sono
un susseguirsi di dettagliate citazioni. Leggendo questi eruditi trattati
non trovo sempre una chiave di lettura del film, ma riscontro il più
delle volte una sorta di ostentazione culturale del recensore. Preferisco
ricercare, sia quando scrivo sia quando leggo, un’empatia, una
sensibilità, attraverso cui interpretare l’emozione suscitata da un
film. L’esperienza personale ovviamente aiuta parecchio (non a caso si
dice che i critici di cinema non siano altro che registi frustrati). Ho
frequentato un corso di sceneggiatura ed ho co-diretto e scritto un
cortometraggio, quindi mi interessa molto l’aspetto narrativo che
ritengo basilare per la riuscita di un film. Sono appassionato di cinema
fin da bambino e penso che vedere più film possibile aiuti a crearsi un
punto di vista, sempre soggettivo, ma sicuramente più obiettivo. Il
confronto, inoltre, aiuta a collocare e a capire un autore. In ogni caso
penso sia molto importante porsi davanti ad un’opera cinematografica con
umiltà, come se fosse un regalo da scartare che può racchiudere il dono
che volevamo, quello che proprio cercavamo di evitare, oppure quella cosa
ibrida che ci titilla da un lato e delude dall’altro. Il regista ha
realizzato un film, nel momento in cui viene proiettato per un pubblico il
film inizia a vivere, e continuerà a farlo fino a quando ci saranno occhi
disposti a vederlo. Ecco, considero quello del recensore un occhio un
po’ più scafato di altri. L’importante è motivare le proprie
considerazioni, evitando gratuità o personalismi inutili alla
comprensione del film.
A questo punto chiunque a suo agio con la parola scritta può decidere di
recensire film e ogni scheda critica ha un valore nel momento in cui
arriva a stabilire un contatto con il lettore, ad aggiungere qualche cosa
al di là delle parole affiancate con correttezza ortografica. Anche in
questo caso elemento distintivo diventa la soggettività: per qualcuno il
risultato può essere banale, per altri illuminante. Non esiste un’unica
verità, ma un punto di vista scalfibile dal confronto. L’importante è
non trincerarsi nel proprio ego inespresso, ma ricercare il più possibile
l’obiettività.
The
Loss of Visual Innocence
ovvero
L’importanza di essere (s)pre-giudica(n)ti
di
Stefano Selleri
Ma è bello o brutto?
Di che cosa parliamo? Della critica? Vada per la metafisica.
Parliamo della critica. La critica di che cosa? La critica di un film, ça
va sans dire. Nulla di più facile: si entra in un cinema, si paga il
biglietto (non ci provate…), ci si siede in sala, le luci si spengono e
dopo un paio d’ore si scrive una cartella (non di più, altrimenti il
vicedirettore si arrabbia, paventa la graforrea) contenente un giudizio di
valore su quello che si è visto, meglio, sull’essenza vergine virginea
e virginale del film in questione.
Peccato che le immagini proiettate sullo schermo non siano il tema della
recensione. Niente malintesi, prego: non sto dicendo che i critici
scrivano senza vedere i film che sostengono di valutare; semplicemente,
ritengo impossibile giudicare un film in sé. E non solo per i
critici.
In ambito cinematografico si possono individuare almeno due categorie di
“rumore” visivo – cognitivo. La prima è composta dai rumori “da
spoiler”. Per quanti sforzi si facciano, giungere alla degustazione di
un’opera cinematografica senza aver gustato in anticipo almeno un
pezzetto della suddetta è un’impresa disperata. Non parlo tanto di
nozioni tramiche o sciocchezze del genere, per guardarsi dalle quali basta
astenersi dalle recensioni (il 90% del totale) che sbrodolano il contenuto
minimo (l’argomento, appunto) nello spazio massimo, quanto, più
banalmente, delle immagini e dei suoni diffusi da trailer cinematografici
(accettabili), televisivi (…), radiofonici (?), stradali (vagamente
inquietanti). Quando tali frammenti di film raggiungono le orecchie e gli
occhi dello spettatore, ha inizio la percezione dell’opera. La prima
fase interpretativa è la più aperta: le immagini possono superare
l’intenzione artystica che le ha create, imprimendosi in quella
capricciosa lastra che è l’immaginazione dell’osservatore, iniziando
a generare altre immagini, componendo un film ideale (alla lettera,
nato dal libero gioco delle idee) che è un importante punto di
riferimento non solo prima della visione (“vado a vederlo o
no?”) ma anche dopo, per la valutazione dell’opera in sé.
Quante volte viene da pensare “visti i trailer, mi aspettavo qualcosa di
meglio”?
Ma anche ammesso di riuscire a giungere perfettamente puri al
contatto con il film, il fatto stesso di avere visto altre opere
cinematografiche induce a elaborare confronti, a trovare corrispondenze, a
(pre)supporre riferimenti più o meno complessi. È il rumore “cinefilo”,
quello più invadente, tanto da essere, non di rado, una parte necessaria
del processo interpretativo (vedi i film che squadernano cataloghi di
stilemi di genere). Si tratta, comunque, d’interferenze che intaccano la
verginità del testo…
Il punto è che ogni spettatore è la somma delle proprie visioni
legittime legittimabili e non. Il film – isola è il miraggio che
permette di lasciare il porto desolato della pagina vuota, ma se lo si usa
come bussola si naufraga. Come le streghe di Macbeth, bisogna
planare attraverso un’aria impura densa di spettri passati presenti e
futuri, in cui “il bello è brutto, e il brutto è bello”.
Più che del film in sé, una recensione dice qualcosa a proposito
di chi l’ha scritta. È la consapevolezza della soggettività del
critico a rendere paradossalmente “oggettiva” la recensione: i
medesimi elementi testuali possono essere giudicati in maniere opposte, a
seconda dello schema interpretativo in cui sono inseriti. Osservate le due
recensioni che aprono questa
pagina e capirete che cosa intendo.
Una cosa può essere bella e brutta insieme. E non solo al
cinema.
Da Critico a
Teorico
di Manuel Billi
Da quando il cinema divenne un fatto di cultura i discorsi teorici sul nuovo mezzo si moltiplicarono fino a costituire un corpus di riflessioni, opinioni, teorie paragonabile a qualsiasi altro di una qualsiasi altra forma d'arte (letteratura, arte, teatro, musica). Se da principio si tentò, più o meno vanamente, di applicare metodologie di analisi proprie di altre arti (in primis letteratura narrativa e arte figurativa) alla nuova forma cinematografica, dagli anni '40 in poi si assistette ad una specializzazione degli interventi teorici, segno di una compiuta presa di coscienza delle potenzialità e delle peculiarità della nuova arte.
Pur nelle differenze che le contraddistinguono, tutte le teorie del cinema hanno comportamenti simili, dal momento che tutte fanno leva, come ci insegna Francesco Casetti, su tre componenti: un nucleo di idee di fondo che inquadrano la ricerca; un insieme di concetti che stabiliscono l'ordine e la modalità dell'esposizione; un altro di osservazioni concrete che forniscono dei riscontri. Eppure, ogni analista o critico ha modo di scegliere a quale delle tre dimensioni dare maggior rilievo: chi si concentra sul primo aspetto privilegerà le spiegazioni concettuali (il cinema in sé); chi opta per il secondo metterà in primo piano l'articolazione del proprio discorso (quasi un "discorso sul metodo"); chi sceglie il terzo si affiderà alla pura osservazione del "fenomeno". Proprio in base a questi differenti paradigmi (modelli su cui impostare e condurre l'analisi) dal dopoguerra si sono definite tre aree precise: una estetica-essenzialista, teoria ontologica che si concentra sulla componente metafisica ma anche sull'essenza del fenomeno investigato fino alla definizione di quest'ultimo e all'elaborazione di un'idea globale di cinema (Bazin, Kracauer, Morin, Della Volpe, Mitry); una scientifico-analitica, teoria metodologica che valorizza la propria componente sistematica evidenziando ciò che è pertinente fino al raggiungimento, tramite analisi, di una conoscenza prospettica; una interpretativa, teoria di campo che valorizza la dimensine fenomenica, fa emergere una problematica e raggiunge una conoscenza trasversale. Dunque tre criteri (verità, correttezza, pregnanza), tre "saperi" (globale, prospettico, trasversale), tre operazioni (definizione,
analisi, esporazione), tre oggetti (essenza, pertinenza, problematica), tre componenti (metafisica, sistematica, fenomenica). Ma l'amatodiato critico cinematografico, dove si colloca? Trova spazio in questo complesso quadro teorico e metodologico? Certo, a patto che non si accontenti di recensire un film, ma intenda esplorare la natura del cinema, o meglio: CONSIDERI IL RECENSIRE UNA FASE DI UN PROCESSO PIU' AMPIO DI ELABORAZIONE TEORICA. Il critico cinematografico, nella forma di una recensione, cristallizza un'opera che è, ontologicamente, un divenire. Tale azione presuppone una metodologia ed è frutto di una attività analitico-speculativa che mostra "in nuce" e prefigura un'idea di cinema generale. L'atto del recensire deve inserirsi in un discorso di più ampio respiro: attraverso l'accumulo di pensieri legati alla visione, film dopo film, tassello dopo tassello, "deve giungere all'individuazione delle grandi polarità che caratterizzano la dimensione estetica o espressiva" e deve portare il critico-teorico alla definizione di un'idea di cinema precisa, puntuale, consapevole; una teoria del cinema che, quasi inconsciamente, già si celava dietro anche la più piccola e apparentemente insignificante recensione del più piccolo e apparentemente insignificante film.
Il Cinema e non andiamo oltre
Decoupage
a cura di Niccolò Rangoni
Da
“Il cinema, e oltre. Diari 1988 – 1991”, di Serge Daney
"Vedere dei film, viaggiare. È la stessa cosa.
Viaggiare, e non evadere o fuggire. Viaggiare significa sapere che, per
poter trarre piacere dal viaggio stesso, bisogna avere una meta, cioè
trovarsi "fra" due estremi, in altre parole essere protetti. Lo
stesso per i film: le inquadrature sono i sobbalzi dei vagoni".
"Che cosa vuol dire in fondo guardare un
film?…Per esempio vedere -con lo stesso colpo d'occhio-l'inquadratura di
John Ford, la ripresa di questa inquadratura, il cavallo, l'attore
distinto dal suo ruolo, il personaggio distinto dal suo corpo, l'essere
umano distinto dalla sua funzione sociale… Certo è un programma folle.
Ma questa esasperazione della percezione di ciò che è eterogeneo sotto
l'omogeneo è anche ciò che rende possibile la critica. La critica riesce
a vedere del "montato" (cioè del fabbricato) là dove gli altri
vedono l'omogeneo (cioè del "naturale")…Il critico è colui
che se fosse capace di questa sovra-percezione potrebbe discutere del film
con gli autori stessi. Parlerebbe da artigiano".
"Un bambino "normale" impara presto a
identificarsi con un personaggio che gli assomiglia e, attaverso di lui, a
entrare in sintonia con il film. I bambini normali hanno come alter ego
altri bambini perché sanno di essere come loro. Ma il figlio
"unico", che non si riconosce naturlamente a partire dall'altro,
rifiuta questo tipo di identifcazione. È obbligato a rimanere unico anche
a costo di un'alienazione che lo fa vivere per procura. Finirà per
identificarsi con la macchina da presa, con l'autore, con dei personaggi
che non gli assomigliano per niente…L'autore sarà la figura razionale
ultima di colui che l'ha fatto arrampicare sulle proprie spalle e di cui
impara a conoscere il corpo, i movimenti, i riflessi…Non comunicherà
con gli altri durante il film (potrebbe vederlo in una sala vuota),
racconterà agli altri ciò che ha visto e lo confronterà con ciò che
hanno visto loro. Viaggiatori paralleli, non in gruppo. Già, non
turisti."
"Sensazione-emozione-sentimento-idea. Queste
parole così semplici e a tutti note si declinano in modo diverso. I
maschietti vogliono delle sensazioni, le donne dei sentimenti, gli
intellettuali delle idee. In tutti e tre i casi, l'emozione segna il
passaggio da un registro all'altro. L'emozione non è mai data in
partenza, nasce lungo il cammino…Per il pubblico normale forse
l'emozione è secondaria…Il pubblico cerca piuttosto i sentimenti".
"C'è la serie, l'opera e il prototipo. La serie
è un credito emesso sul conto del pubblico. Il prototipo non è fatto per
essere seguito, ma per auto-generarsi come evento unico. Kubrick deve
essere stato il primo grande creatore di prototipi. Tra la serie e il
prototipo sta l'opera".
"Perché gli americani?…Hanno dei mostri veri,
da filmare in modi diversi, se possibile. Gli europei, invece, hanno
erotizzato l'inquadratura, il campo, più che il corpo. Da qui deriva il
loro primato "morale" e il loro ritardo "mitologico".
E-mail
con un critico che mi critica (Tibbs)
Tibbs "Il
cinema che amiamo è già morto, e si è guadagnato la vita eterna.
Arrivare tre mesi dopo l'uscita di un film è per me motivo di orgoglio
(come vedere i film in seconda visione e pagarli la metà), significa
essere liberi, fregarsene della promozione, del mercato, degli incassi,
del gradimento del pubblico. Non bisogna essere informati su che film
andare a vedere ma eccitati, desiderosi di andare a vedere. Io contesto la
presunzione di insegnare l'amore, di consigliare un film, la presunzione
di essere creduti delle guide (neppure tu ti fidi veramente di altri, se
non del tuo sguardo). Siamo nell'epoca delle pagine web individuali
(intimistiche), tutti hanno la possibilità di scrivere (e l'alea di
essere letti), basta lanciare una ricerca sul titolo ed ecco apparire da
lontano centinaia di recensioni senza tempo, senza schemi, senza funzione
che quella di accumulare sapere e conoscenza nella babele di files e
rendere detestabili i film stessi, perché questa mole smisurata di sapere
diffuso, offende e sazia".
Tibbs "Se c'è una c'è una forma esausta è la
recensione. Piuttosto dobbiamo guardare di scrivere delle riaccensioni. Non dobbiamo perdere lo stato di grazia".
Tibbs "L'altra
sera un ragazzo che fa il proiezionista mi ha attaccato una pezza infinita
ed ha concluso dicendo che "Di film come american biuti ne fanno sì
e no tre all'anno", e gli dà un bel 7 pieno. Stavo per picchiarlo:
io non scrivo per quella gente. Dobbiamo fare poesia per il popolo, nel
senso più alto del termine."
Io (fonte della biografia nella pagina di REDAZIONE) "Quel
proiezionista è uno dei tanti per cui mi piacerebbe scrivere, perchè
sono fermamente convinto che la critica al cinema (medium di massa che si
rivolge anche al singolo nella fruizione) deve essere un compromesso fra
l'utensile, lo strumento utile alla visione dell'uomo comune, e uno
stimolo all'analisi (con un linguaggio anche
forbito) per chiunque volesse aver un aiuto per approfondire l'analisi del
testo filmico.
A volte il critico è troppo "qualunquista", altre troppo
autoreferenziale, beato nello scriversi addosso liricamente. Altre volte
trova la misura perfetta, che non sta nè con CIAK, nè con Majakovskji,
ma nel film stesso, un amico (o un nemico) che bisogna imparare a
conoscere, per restituirne la memoria (di come era realmente, non una sua
ulteriore "proiezione" a fini strumentali o propagandisitici o
artistici) a chi non l'ha conosciuto. Se parli di Joe Johnston, dei
Vanzina, userai un certo tipo di linguaggio, che li rispecchi. Se sei
davanti a Tarkovsky è giusto (ed inevitabile) che le parole utilizzate
siano più "alte", complesse, che non vuol dire necessariamente
ermetiche, elitarie. La critica "underground", quella dei
cineclub, dell'impegno culturale, dell'oltranzismo che parla di
"popolo", finisce col parlare solo di sè. Mentre una rivista
come CIAK parla al "popolo" rischiando di parlare poco di
"Cinema". Curioso, no? Io sto con gli ippopotami".
Tibbs "Gli
utensili lasciamoli a chi si trastulla col bricolage, oppure se servono a
qualcosa (a qualcuno) prestiamoli a Berlusconi, che ci aggiusta l'Italia.
A qualsiasi concessione o compromesso con un'idea di pubblico e di lettori
che è solo nella testa dei pigri, preferisco una bella gita al
mare.
Poche chiacchiere, serviamo davvero, e a chi? Tu continui a difendere il
vezzoso privilegio di giudicare i film, di fare classifiche, quando
l'unica classifica che conta, l'unica pagella che ha un senso è quella
pubblicata dall'ANEC sui dati degli incassi dei film. MA A TE COSA
INTERESSA: il business o il film? Non so se dopo aver visto il film,
averne scritto in questo modo, aver lanciato sul web la tua velina
insidiosa, poi vai a letto con la coscienza a posto nei rispetti del
film."
Sulla
Critica
Fornara:
"Mi piace partire da dati di fatto molto precisi all'interno del film, tenere conto di uno sguardo, di un gesto, di una situazione, di un taglio d'immagine, di una certa inquadratura, cioè essere molto legato a quello che il film mostra di per sè, perciò molto spesso mi viene la voglia di descrivere il film. L'idea che si ha del critico è di uno che dà dei giudizi, che fa il superiore, che sta sopra e fa il giudice dei film. A me, invece, piace l'idea di quello che guarda il film e tenta di riscriverlo, di ridirlo e di accompagnare lo spettatore al suo interno: mi piace descrivere quello che ho visto."
Mereghetti
"I critici sono una delle categorie più individualiste del mondo
della cultura, e penso che ogni critico abbia un proprio parametro.
Tuttavia si può affermare che esistono alcuni criteri che in qualche modo
sono, non dico oggettivi, ma abbastanza comuni a tutti. Il primo, quello
più immediato, è tentare di capire se la storia che il film racconta è
stata esposta in maniera conforme alle intenzioni del regista e/o dello
sceneggiatore, quindi se nel modo in cui è articolata la storia - e
nell’articolazione interna del film rientrano gli strumenti espressivi
che vengono utilizzati, vale a dire la scelta degli attori, come quella
della scenografia, dell'ambientazione, del montaggio, della fotografia,
ecc…, poiché la straordinarietà del cinema sta nel fatto che è
un'opera collettiva –, sono stati utilizzati strumenti adeguati ad
esprimere quello che si voleva…Alle volte l'esperienza o la bravura di
un critico è quella di capire che ci sono delle qualità che il pubblico
non riesce ancora ad apprezzare. Il discorso nel cinema è di questo tipo:
si tratta dei diversi livelli messi in gioco quando si va a vedere un
film, della capacità di capire la qualità delle opere… Il problema è
che nella critica cinematografica resiste un vecchio residuo di stampo
crociano, per cui come c'è la poesia e la non poesia, così ci dovrebbe
essere il cinema e il non cinema, utilizzando categorie di valutazione
piuttosto complicate".
Suor
Nina Bochi
"Mi chiedo veramente a cosa serva la critica cinematografica. E mi rispondo:
1) A informare gli utenti di cinema
2) A spiegare agli autori di film i loro film
3) A dare un senso alla vita dei critici cinematografici
4) A perdere occasioni buone per tacere
5) A trasformare gli effetti disindromi di andro/meno pausa in brillanti articoli
6) A esplicitare un rapporto vittima carnefice dove il critico è comunque vittima anche se si mostra ineffabilmente crudele ed il film è sempre carnefice in quanto indifferente come la natura di eisenstanjana memoria.
7) A parlare male di un film come Ameliè Poulin che non chiede niente a nessuno e regala qualcosa di piccolo e buono, come un croissant o una leggera brezza di primavera a certi critici che pur di continuare a mangiare letame e respirare benzene rifiutano la ruffiana e dolce fragranza della bellezza."
Cristina
Jandelli e Beatrice Manetti "Il
film è in sala. Adesso tocca al critico. Che arriva a parlarne dopo che
tutti ne hanno detto qualcosa: cronisti, coloristi, sociologi, psicologi e
massmediologi. Sono bolliti tutti e due, il film e chi dovrebbe
analizzarlo. Relegati in una quarantina di righe a fondo Il critico ci
prova lo stesso. Entra in sala, guarda il film, azzarda riferimenti e
confronti, si sforza di tener conto di tutto, dalla regia alla colonna
sonora. Ma è come affondare la forchetta in una pietanza già spolpata.
Frastornati dal selvaggio can can che ne ha preceduto l'uscita. Il film ha
già vissuto: una vita virtuale di chiacchiere, pettegolezzi, annunci
trionfalistici e battage pubblicitario. Quello che ne rimane è un
prodotto inservibile alla riflessione, che tutti, nonostante la sensazione
diffusa di averlo in qualche modo già visto, andranno comunque a vedere
per motivi completamente estranei al suo essere bello o brutto, originale
e scontato, stimolante o anonimo. E il giudizio del critico suonerà come
un pigolio nel frastuono dei dati d'incasso".
Leonardo
Tosi
"Come
in tutte le cose c'è bisogno di allenamento. I critici cinematografici
hanno un background storico-culturale che permette loro di affrontare la
visione del film con molti elementi già noti in partenza (per
documentazione propria e soprattutto per cultura personale). Conoscere la
storia del cinema, conoscere le tecniche cinematografiche, la grammatica
di un film, aver visto altri film di un certo regista, poter leggere il
"riassunto" del film in precedenza....sono tutti elementi che
permettono ad una persona di vedere un film in modo totalmente diverso da
uno spettatore "comune". Ma questo non basta. E' necessario,
come abbiamo detto, che la persona si sia creata una griglia, un metodo
intrinseco di approccio al film. L'occhio cadrà allora sempre nel punto
giusto, la mente lo seguirà per ricreare i nessi di significato e
determinare il valore artistico del film".
Memmo
Giovannini
"Carmelo
Bene sosteneva, citando Leon Bloy, che il critico è "colui che cerca
disperatamente un letto in un domicilio altrui". E' la vecchia accusa
di parassitismo rispetto all'arte, un'accusa a cui è molto facile
rispondere citando, Northrop Frye che in un vecchio libro "Anatomia
della critica" (Einaudi 1969) proponeva la definizione di
"mediatore" fra l'artista e il pubblico. E' un'idea ovvia, ma
fondamentale, tanto vasti e frastagliati sono oggi i pubblici, tanto
numerosi i potenziali creatori, che una mediazione è indispensabile e non
può che basarsi sulla scelta. Sembra rozzo a dirsi, ma è un problema di
quantità. Nessun spettatore può fruire di tutti gli spettacoli
possibili, qualcuno deve selezionare per lui. Partendo da questo
presupposto dovrebbe essere chiaro che non
è la definizione di valore a decidere se una critica è giusta o no.
Chiunque, critico o spettatore, ha il diritto di dire che un film è bello
o brutto, ciò che conta sono i parametri, l'argomentazione. Perché ha
ragione Frye quando, nel libro citato spiega che l'esistenza della critica
si giustifica perché essa "può parlare, mentre le arti sono
mute", e citando il filosofo inglese John Stuart Mill, aggiunge:
"Le parole dell'artista non si ascoltano, si origliano".
Figuratevi come può essere difficile origliare un artista in questi tempi
così rumorosi. Il critico sarà anche nudo, ma di fronte a un pubblico
sordo (o, meglio, assordato) essere dei cornetti acustici è già qualcosa
di nobilissimo".
Forum
di FilmUp (http://www.filmup.com/forum/viewforum.php?forum=14&706)
fra
vari utenti internet
Pubblicovscritica
-"La critica rimane comunque un fatto elitario,
nel bene e nel male i critici hanno a disposizione mezzi e strumenti
diversi per giudicare un film: ideologici, tecnici etc. Il grande pubblico
per sua natura è vario, non sempre cerca la qualità nel cinema ma il
divertimento, cinema da ingoiare e consumare per uscire dalla sala
soddisfatto come dopo una cena luculliana".
-"La differenza tra critica e pubblico sta nel
fatto che un critico ha visto 10.000 film e uno spettatore medio trova
fantastico un film che magari è stato già visto 100 volte al cinema e
quindi ha poco valore..."
-"...E’ soprattutto una questione di
esperienza...se uno non ha mai visto qualche film di Hitchcock troverà
qualsiasi thriller normalissimo una figata pazzesca!"
-"Io credo che ci voglia di piu' che
l'esperienza per fare un critico. Deve studiare l'argomento e conoscerne
approfonditamente le regole per poter fare una critica vera. Altrimenti e'
un appassionato che fa osservazioni, come lo sono io e quasi tutti qui
dentro. O ci definiamo tutti critici?"
Vi
influenzano le recensioni?
-"Mi piace molto leggere le recensioni dei film,
ma non mi faccio condizionare per niente, perchè, come già affermato da
altri, l'opinione di un film è soggettiva."
-"Non ci bado per niente. Mi sono sempre chiesta
che razza di mestiere sia quello di critico cinematografico o teatrale.
Lui ha le sue idee ed io le mie. Se a lui non piace un film perchè non
deve piacere anche a me o viceversa? No, non ci badi proprio per niente
alle recensioni".
-"Certamente: se la recensione del critico
cinematografico e' negativa, cioe' nel 99% dei casi, mi viene voglia di
andarlo a vedere. Quando mai critica e pubblico sono andati d'accordo? In
casi rarissimi."
-"Uso le recensioni quando sono costretto a
decidere tra due film e allora ascolto il critico. Vado a vedere quale dei
due recensisce meglio. Poi quando esco e mi accordo d'aver buttato nel
c.... i soldi mi chiedo cosa ci abbia trovato il critico di così
avvincente, interessante e misterioso. Poi mi chiedo se io proprio nn
capisco niente di cinema oppure se lui era andato al cinema con Manuela
Arcuri!"
-"Il critico ha sempre avuto un ruolo ambiguo e
poco capito… tutti si credono in permesso di criticare un critico
secondo l’idea: “ma lui che diritto ha a criticare un qualcosa che non
ha fatto e che non sa fare, il critico del cinema è un regista
fallito”. Io sono assolutamente convinto che il ruolo del critico come
quello del filosofo sia perfettamente accettabile e che le idee che
esprimono (se volete discutibili e non condivisibili) da quando esiste la
speculazione e la riflessione (quindi da sempre) rientrino in un contesto
di totale non solo plausibilità, ma anche necessità. Perché ricordatevi
che il bravo critico vede delle cose e sottolinea degli elementi che lo
stesso regista non ha visto…Per me il critico deve essere, se non vuole
essere criticato, un profondo conoscitore e abile e attento “fruitore”
del cinema, essere insomma primo uno studioso e poi un innamorato, e
spesso oggi si riscontra solo la seconda…”
-"Io sostengo solo che la recensione non deve
essere didascalica o troppo schematica.
Il pezzo, a mio parere, deve interessare ed incuriosire il lettore a
prescindere dal film e dal suo valore. Deve avere un valore aggiunto
rispetto all'oggetto della recensione. Io riporto quello che il film ha in
me suscitato. Queste sensazioni naturalmente devono essere corroborate da
dati tecnici e specialistici. Insomma, secondo me non deve esistere il
manuale cencelli del bravo recensore."
-"Ognuno utilizza gli strumenti che ha a
disposizione (se ce li ha). La critica oggettiva è un' utopia (ed è bene
che rimanga tale). Nel momento che esercito un 'azione speculativa è
inevitabile che il vissuto personale di ciascuno, (siano i libri che ha
letto o i traumi subiti nell'infanzia) si relaziona, influenzando, il
giudizio e la valutazione. Io penso che la critica debba essere onesta.
Deve essere cioè priva di preconcetti (i film di azione non mi piacciono
allora li valuto negativamente...) non può essere decontestualizzata
(inseriamo l'opera nel periodo, nel paese, nel genere a cui appartiene)
deve avere rispetto dello spettatore (non prendiamolo per il culo dicendo
che quel film è un capolavoro solo perchè è un po' più
intellettualistico della media). Se è possibile la recensione dovrebbe
costituire un genus a sè, distinto dall'opera che si giudica. Il mio
ideale è una recensione che abbia i caratteri esteteci di un'opera
d'arte. (Probabilmente anche questa è un'utopia)."
-"Credo che un critico cinematografico debba
esprimere il proprio parere (dunque non incarnare lo spirito del
pubblico). Non amo molto i critici che cercano di prendere più consensi
possibile, nascondendosi dietro aggettivi e sostantivi "deboli",
ammiro molto di più la parzialità del critico, lo sviscerare il porprio
amore o odio nei confronti di questo o quel film.
Il problema principale della critica (per questo diffido dei critici) è
che spesso sono in malafede, cioè se dico che un film è brutto perchè
non mi è piaciuto, va bene Ok, ma se lo dico perchè quel regista mi è
antipatico, perchè quell'attore mi ha pestato un piede o perchè
considero un determinato genere "cacca"...la critica non ha più
molto senso."
Ecco
un esempio di una brutta recensione
-"Questa
che ri porto è una recensione di Francesco Ruggeri pubblicata da
"Sentieri selvaggi" sul film "The Believer".
Al di là del fatto che non condivido il giudizio il pezzo è scritto con
una supponenza e una completa indifferenza verso chi la dovrebbe leggere,
decisamente irritante.
A voi il giudizio:
"Insinuandosi nelle pieghe ombrose di un cinema
di testa più che di cuore, l’esordio alla regia di Bean, premiato
peraltro all’ultima edizione del Sundance Festival con il Gran Premio
della Giuria, è una di quelle opere che valgono bene il dibattito, nate
per essere discusse, ma non necessariamente viste. Spieghiamo subito il
perché. Gran parte del cinema medio di questi ultimi anni si divide in
due grossi tronconi: quello rappresentato da quelle opere capaci di creare
squarci di senso inaspettati, inattesi, improvvisi, e quello che invece si
compone di tutti quegli sguardi che piuttosto di mostrare la realtà,
vogliono necessariamente spiegarla, assumendo dei toni poco concilianti
rispetto alla pluralità ermeneutica che invochiamo qui, ora, come
costante necessaria ed obbligata per ogni esercizio critico che si
rispetti. Detto questo, consci del fatto che tutto ciò Rossellini e pochi
altri lo avevano già capito più di cinquant’anni fa, facciamo
rientrare volentieri quest’opera prima all’interno di questo secondo
tipo di opere e non tanto per livore intellettuale nei confronti di un
film in cui le premesse iniziali vengono rispettate da principio sino alla
fine senza nemmeno una-possibilità-una di sbandamento in corsa, quanto
per una sorta di sacrosanta ritrosia nel credere ancora ad un cinema
incapace di produrre in sé una sia pur minima traccia di stupore per ciò
che racconta. Fatto sta che questo “The Believer” non sa nemmeno cosa
sia la meraviglia del racconto, lo spaesamento del trovarsi immersi in
concatenazioni finzionali di corpi e di vite e soprattutto (almeno in
questo caso) quell’effetto di disorientamento che si deve creare nello
spettatore, alimentando la propria visione della realtà con una buona
dose di “aperture” che non dovrebbero mai mancare. Apertura di nuovi
squarci prospettici, apertura di nuovi occhi con cui riallacciarsi alla
dinamica pulsionale della visione, e soprattutto apertura del set stesso a
deviazioni capaci di contenere al proprio interno più direzioni insieme.
Ecco dunque, tornando al discorso di cui prima, quella sensazione di
staticità innaturale che si prova nel percorrere gli angusti sentieri
dell’opera. Sentieri già abitati, già vissuti, già esplorati, senza
che nulla ci si imponga all’occhio quale reale divaricazione possibile
rispetto all’assunto programmatico dell’azione. Avremmo voluto
trovarci di fronte, così all’improvviso, ad interessanti crocicchi in
cui incrociare il nostro sguardo col proprio contrario, oppure renderci
conto che quella che si stava affrontando era in realtà una falsa pista,
un falso iter da ri-percorrere nuovamente per estrarne delle rinnovate
premesse, ma il presupposto stesso dell’opera (quello basato su di un
giovane ebreo che si unisce ad un gruppo di estrema destra nel tentativo
di continuare i deliranti propositi nazisti degli anni quaranta) ce lo ha
impedito, affermandosi sia da subito quale provocazione più scritta a
livello di sceneggiatura che realmente filmata, che realmente vissuta. Ma
aggiungiamo di più. Ci pare infatti, e ne è testimone il successo che il
film sta avendo nel mondo, che il film di Bean sia una di quelle opere che
alla fine mettono d’accordo tutti. Ecco dunque il punto che abbiamo
accennato all’inizio della nostra analisi. Il cinema deve essere
discussione. Deve poter essere partecipato a più livelli (di comprensione
e di visione naturalmente)ed è per questo dunque che continuiamo a
diffidare di sguardi (e quello di Bean, a quanto pare, è uno di questi)
che si impongono sullo spettatore soltanto al livello più epidemico,
quello per l’appunto contenutistico, quello che affonda le radici in
un‘abitudine alla visione che parte dal testo scritto per restare fisso
su quest’ultimo, producendo un annichilimento del senso francamente
inaccettabile. La visione a questo punto viene completamente annullata.
Andatelo a spiegare ai difensori ad oltranza della Sceneggiatura."
-"Non
c'ho capito un cazzo , eppure believer l'ho anche visto, non c'ho capito
veramente un cazzo , che è roba che si trova su riviste specializzate per
tecnici?”
-"Il mio punto di vista è che a volte si
maschera una certa povertà di concetti con parolone e ardite
architetture."
-"Tornando alla recensione... mio dio... pare
che l'abbiano sottoposto ad una serie di torture per fargli scrivere
questa "roba"...manca di sensibilità artistica, manca di gusto
cinematografico, manca di critica...è solo rabbia compressa in un mucchio
di parole pressate ad arte…non si riesce nemmeno a prendere respiro tra
un concetto e l'altro... io recensisco come i bambini... ma questo lo ha
fatto con l'aridità del negligente disinteresse...A volte non mi spiego
il motivo di tanto rancoroso livore da parte di alcuni
"critici"..."
-"Semplicissimo: molti critici sono registi
mancati, quindi vivono di giorno in giorno un'inevitabile
frustrazione...ma sono pochissimi fra loro quelli intelligenti, non
animati da pregiudizi e seriamente preparati: mi piacerebbe sapere se i
dottori Mereghetti, Morandini, Crespi, Canova, Fofi (quanto lo detesto!)
etc. conoscono il significato di "scavalcamento di campo" o le
sostanziali differenze fra gli obiettivi, quindi fra grandangolari, medi,
lungofuochi, per esempio. E' inutile che con le loro solite arie da
saccentoni ci propinino giudizi opinabilissimi e molto spesso non
motivati. L'epoca dei critici appassionati e intelligenti alla André
Bazin è ormai alle nostre spalle... che rabbia!"
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