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La persecuzione degli spazi - Il Senso che svanisce
Tre Film di Michael Mann
Un passo oltre - uno indietro
"L'ultimo dei Mohicani", "Heat - La Sfida", "Insider - Dentro la Notizia" sanciscono negli anni '
90 la fortuna internazionale di Michael Mann e forniscono la possibilità di costruire una
unificazione tematica peculiare, applicabile, con adeguate estensioni e correzioni, alla sua intera
filmografia.
Percepire lo spazio e l'ambiente sono gli unici mezzi di realizzazione per i personaggi manniani;
l'azione ed il raggiungimento dell'obiettivo sono in costante confronto con la realtà in un
percorso che si specifica in progressioni di fenomeni percettivi oltre che nelle scelte di messa in scena.
Il metodo, dato il rifiuto di Mann per la parola stile, pur adattandosi di volta in volta,
è costante, soprattutto in questi tre film, si tratta di coagulare ogni frazione del fare
verso il progetto formalizzato: il lavoro con gli attori tale da permettere loro di compiere le azioni
dei personaggi con il maggior grado di naturalezza e confidenza; i personaggi ricostruiti nei dettagli
biografici; le location sempre reali od altrimenti ricostruzioni fedeli, la gamma di colori studiata
nei rapporti ambientali e nelle relazioni tra personaggio e ambiente, etc. etc. Questi sono i
punti fondamentali per strutturare il fictional world 
secondo le funzioni simboliche e significanti
adeguate: di film in film tali da approssimarlo alla costruzione di ambienti fortemente connotati quasi si
trattasse di theme parks, la diegesi si condensa attorno al suo strutturarsi nelle dimensioni vivibili,
la dimensione temporale diviene una variabile dipendente dal progetto formale che la iscrive.
Per tematizzazione s'intende quindi la presenza di una tessitura significante fatta di ricorrenze
o singole occorrenze più o meno rapidamente decifrabili e riconducibili ad un nucleo concettuale,
sia che questo sia connesso a fattualità (parlando di parchi tematici: la presenza nel campo visivo
di copie di personaggi di fumetti Disney è indizio valido per riconoscere Disney-world/land) sia si
abbia a che fare con strutturazioni simboliche a base culturale od arbitraria. La costruzione di sistemi
percorribili attraversate da una simile tematizzazione consente al regista di sfruttare al meglio mezzi
tecnici a lui congeniali come la macchina a mano (spesso anche steadycam) attraverso cui aderire a punti
di vista specifici, funzionali al completamento del percorso di senso: non solo i protagonisti, dunque,
ma qualunque personaggio in una data situazione dimostri un atteggiamento di consapevole confronto con
le regole dell'ambiente in cui è immerso. Ciò comprende, inevitabilmente, l'ampia gamma di
establishing shots e totali che immergono l'umano ed il suo agire nel complesso della realtà
(nel profilmico se preferite), sia essa una sezione di Natura sia, pure, la "giungla urbana".

James J. Gibson
La complessità dei percorsi d'interpretazione e lettura fa del luogo filmico una sorta
di iperspazialità in cui la necessità di una ricezione raffinata
cfr. Frederick Jameson "Il Postmoderno", 1990, Garzanti ma soprattutto Mark Gottdiener "The Theming of America - american dreams, media fantasies and themed environments", Westview Press, 2001, cap 4, per un ampio dettaglio su alcuni caratteristici "motified environments"
della molteplicità
di stimoli equipollenti è la condizione fondamentale per la realizzazione della volontà del
personaggio, dell'individuo.
Un contributo utile a questa sorta d'interpretazioni può venire, vogliamo suggerire, dai concetti
di
layout,
affordance e
percezione sviluppati dalla psicologia ecologica ed in
particolare da James J. Gibson in "Un approccio ecologico alla percezione visiva" (1979). Nell'introduzione
all'edizione italiana (Il Mulino 1999) di Paolo Bozzi e Riccardo Luccio si legge:
"la chiara ammissione che il mondo reale
è proprio quello fenomenico, che le percezioni non veridiche non ci sono affatto, e
che le "illusioni" sono tali solo grazie a certi animaletti speciali, come gli strumenti di
misura, la riga, il compasso, il goniometro, costruiti da noi apposta per tener conto di un
solo parametro e non di tutti gli altri che tuttavia costituiscono gli oggetti egli eventi"
:
questi sono i componenti fondamentali del
direct realism gibsoniano. Prima di continuare
a sfruttare queste intuizioni è forse meglio fornire alcune definizioni dello psicologo
circa i termini sopra citati, specificando, se ancora non fosse evidente, che non è nostro
interesse procedere ad una pedissequa applicazione dei medesimi né delle procedure di
psicologia ecologica sulla
cavia cinema - l'ultimo capitolo del saggio di Gibson, purtroppo
solo un abbozzo, è dedicato al cinema - ma solo presentare queste categorie che potranno essere
utili ai lettori per comprendere i nostri assunti.
Layout: "la conformazione dell'ambiente terrestre, o quel che si può chiamare
layout
[…] è per qualche aspetto permanente, mentre è mutevole per qualche altro aspetto"
(pag. 48 e sg.)
il concetto è stato in seguito sviluppato dalla psicologia
(vedi anche qui) e dalla semiotica
Affordance è il termine chiave dello studio gibsoniano, coniato dallo studioso a
partire dal verbo "to afford". "Le affordance dell'ambiente sono quel che questo offre
all'animale […], implica la complementarità dell'animale con l'ambiente. […] I diversi layout
offrono diverse affordance per comportamenti differenti ai diversi animali, e differenti interazioni
meccaniche […] i diversi oggetti dell'ambiente offrono diverse affordance per la manipolazione."
"Un insieme di affordance costituisce una nicchia, questa comporta un certo tipo di animale
e l'animale un certo tipo di nicchia." "Un' affordance non è una proprietà
oggettiva né soggettiva […] taglia trasversalmente la dicotomia tra oggettivo e soggettivo […]
si indirizza in entrambe le direzioni, in quella dell'ambiente ed in quella dell'osservatore".
Percezione:"[…] la percezione di un'affordance non è un processo di percezione
di un oggetto fisico privo di valori a cui il significato è qualcosa di aggiunto in modo su
cui nessuno è in grado di concordare; […] la domanda fondamentale nella teoria delle
affordance non è se queste ultime esistano e siano reali ma se nella luce ambiente
è disponibile l'informazione per percepirle."
"L'esterorecezione è accompagnata dalla propriocezione - percepire il mondo è co-percepire
se stessi."
Se si procede ad una semplice simbolizzazione, astrazione, di quanto detto si può comprendere il
nostro dire che cogliere le possibilità di azione (scorgere una sorta di luce ambiente
nascosta ai più) è proprio solo di chi abbia il know how per governare il proprio
movimento, anche inteso come direttiva etica, in termini gibsoniani sappia sfruttare le affordance
che il mondo offre a qualcuno solo nella misura in cui costui percepisce sé stesso ed il complesso
fenomenico che lo circonda in una dato istante, in una data situazione. Come spesso accade per i
protagonisti di narrazioni filmiche (ma specialmente nei nostri casi) queste conoscenze sono legate
ad esperienze personali pregresse, integrate con la personalità e la funzione nel mondo.
Quanto detto è più o meno ovvio per qualunque essere umano, dotato di un'unica prospettiva
fisica (ottica) sul mondo, il film - il cinema, per quel che conta - mette in atto l'incontro contemporaneo
di più angoli di visione con il conseguente moltiplicarsi delle prospettive. Non solo soggetto
percipiente ed oggetto (o narrazione) ma il complesso di spettatore - personaggio del fictional world
(o l'insieme del fictional world) - retorica narrativa essendo quest'ultima non solo una presa di
posizione su quello che si può chiamare profilmico ma pure funzione dei rapporti di cui ognuno
degli elementi è portatore. Come dice Edward
Edward Branigan "Point of view in the cinema - a theory of narration and subjectivity in a classical film", Mouton Publishers, 1984, pag. 3 e pag. 132, corsivo nostro
Branigan: "Narration […] is not a person or a state of
mind, but a linguistic and logical relationship posed by the text as a condition of intelligibility" e
nonostante sia opinabile la testualità degli oggetti in questione altrove l'autore: "the
general problem is to relate, on the one hand, the act of perceiving (narrating/viewing)
to, on the other hand, the subjects and objects of a text (which in a diegetic frame comprise
characters and their world of objects). Pur lavorando su sistemi di linguaggio (codici e sottocodici),
la teoria di Branigan sui frames narrativi legati ai plurimi punti di vista (e visione) nel nostro
caso si coniuga con la nostra traiettoria atta ad evidenziare il tragitto tematico e di senso che lo sguardo
(del personaggio, della retorica che lo vede guardare) instaura in un sistema filmico. Queste erano
le premesse minime necessarie per spiegare il nostro approccio ai tre film, pretesto e nucleo, della
trattazione.
Three Movies - three moves
(1)
A sei anni di distanza da Manhunter, dopo aver curato come executive producer cinque stagioni
della serie Miami Vice (1984-89) e due di Crime Story (1986-88), Mann rientra nel circuito hollywoodiano
con una bizzarria che nonostante tutto riscuote incredibile successo mondiale, L'Ultimo dei Mohicani.

La bruma all'inizio
(dei tempi)

La caccia nei boschi
Pur frutto di alcune semplificazioni dovute, per lo più, a compromessi produttivi, ci fornisce lo
spunto di partenza per l'analisi sommaria di quest'atteggiamento nei confronti della spazialità,
a partire dalla "pre-americanità", dal momento della frattura che secondo noi è alla base
di quel mito dell'oltrepassamento, della frontiera e della solitudine di cui dicevamo poco sopra.
Le sequenze d'apertura pongono con chiarezza i due mondi che saranno il centro ed il motore dell'evoluzione
narrativa e drammatica.
La prima racchiude un'azione di caccia di tre uomini,
all'apparenza indiani, Chingachkook (Russel Means), Unkas, suo figlio (Eric Schweig), Hawkeye/Nathaniel
(Daniel Day Lewis), figlio adottivo del primo: attraversano di corsa la boscaglia, armi in mano all'
inseguimento di una preda mai inquadrata; seguiti in campo lungo con panoramiche laterali e stacchi
di montaggio, si districano nella ramaglia ed indirizzano in silenzio per la buona riuscita della battuta.
La complessa articolazione dei piani (inquadrature di sola natura attraversata improvvisamente dagli uomini)
e dei punti di vista, come nella più classica presentazione dei personaggi, si interrompe nella stasi,
leggermente rallentata di un'inquadratura in requadrage in cui Hawkeye prende la mira con una lunga carabina.
Il verso di percorrenza dell'immagine, da sinistra a destra, seguendo lo sguardo e la canna del fucile indirizza
ad un fuori campo prossimo al punto di visione dello spettatore:
l'esplosione del colpo, scintilla, fumo ancora in ralenti ellitticamente allude alla morte della bestia
(un alce). La coda della sequenza vede i tre uomini accovacciati nei pressi della cacciagione intenti a chiedere
perdono al "fratello" alce ed a ringraziare per la sorte favorevole.
La sera stessa si recano a fare vista alla famiglia Cameron, coloni che evidentemente hanno stabilito per
necessità un legame stabile con le tribù indiane di quei luoghi

Gli Indiani partecipano alle decisioni dei Coloni
Nell'uniforme continuità dei colori della natura di cui questi uomini non sono che la continuazione
con i marroni rossicci delle pelli, i movimenti e l'azione si sono compiuti nel silenzio che ha permesso
la concentrazione dell'efficace cinetismo nell'istante contratto del colpo di fucile: l'accumulo della
conoscenza del terreno d'azione da parte di questi uomini è avvenuto nel silenzio più
completo, la comunanza del sentire non ha richiesto alcuna comunicazione verbale, nessun mezzo se non
la dinamica degli sguardi e gli spostamenti dei corpi. Da questo momento in poi Nathaniel occuperà
spesso il centro dell'immagine ed il suo agire e parlare, rafforzato da riprese in semisoggettiva, brevi
carrelli laterali ed enfasi luministiche; l'adesione al suo punto di vista ed al suo agire sarà
pressoché totale. Evidente ancora più se si
Alessandro Borri,"Conversazione con Dante Spinotti", in "Michael Mann, ed. Falsopiano, 2000, pag. 155

Cora e Nathan al forte W. Henry

La maggior parte delle immagini che riguardano tLotM provengono da mohicanpress, interessantissimo sito dedicato al film ed alla cultura indigena americana
considera il dialogo al forte William Henry
con Cora: "[lei con] il volto al centro dello schermo anamorfico, la dinamica dell'inquadratura porta
ai suoi occhi […lui] ripreso lateralmente da una seconda macchina, una piccola luce da sopra gli disegna
il profilo. Lei è vista da lui, lui è osservato da fuori, dal regista". I primi piani sono
l'ulteriore forma per rimarcare l'adesione ai personaggi.
La seconda (terza in realtà considerando la
visita ai Cameron) sequenza de "L'ultimo dei Mohicani" è, invece, totalmente dedicata alla
presentazione dello straniero inglese, i padroni di quelle terre sono ad esse radicalmente
estranei. Le truppe ed i militari inglesi sono spesso compresi in opzioni di messa in scena segnate
dalla simmetricità, di cui è esemplare il passaggio della carrozza che trasporta il
maggiore Hayward (Steven Waddington) ad Albany: all'attraversamento di un ponte di muratura, il
paesaggio tutto si specchia perfettamente nel fiume sottostante segnando, anche coloristicamente
il proprio essere alieno alla natura.

Le giubbe incongrue dei padroni

Cora ed il mag. Heyward nell'instabile quadro "inglese"
Per tutta la sequenza Hayward sarà re-inquadrato, dalla cornice di una porta, circondato
da uniformi sgargianti e poi inserito in una marcia cadenzata dal rullo del tamburo su strade
tracciate di freso, solo l'incontro con Cora e Alice si distanzia da questo sistema rappresentativo
ritagliando una sezione da sogno realizzata con una ripresa con dolly che si unisce a quello
della steadycam, movimenti sinuosi e "slegati" dall'impianto scenico, anche da questo Heyward viene
scacciato.
E' immediata la percezione della distanza tra le due prassi presentate e lo sviluppo narrativo non
può che prendere le mosse da questi assunti: non si tratta solo di uno scontro di cultura ma
piuttosto della presentazione dialettica delle possibilità dell'essere nel mondo secondo Mann,
che non possono non ricadere in una più ampia visione dell'americanità. Gli sterminati
territori non ancora posseduti dalle metropoli - futura forma esistenziale statunitense - sono già
segnati dall'uomo bianco: il rapido carrello notturno sul campo di battaglia di fort Henry mostra l'enorme
sbancamento segnato da trincee, presieduto dalla massiccia costruzione di legno, con il brulicare di uomini
e mezzi (sono messi in evidenza anche i fattori tecnologici ed i metodi di distruzione), di contro
al muoversi leggero, nel fitto della boscaglia dei gruppi guerrieri indiani.

Magua guida l'attacco dal folto dela boscaglia
Il territorio si carica di valenze culturali ed alla convivenza, certo non sempre pacifica, dei nativi
e dei poveri coloni, s'oppone l'imposizione delle strutture conoscitive degli europei. La Guerra dei
Sette anni è la prima intrusione su ampia scala dei contrasti del Vecchio continente nelle colonie
ed è occasione per la presentazione di tutto questo; nel 1757 quelle terre vengono ancora
considerate come sola proprietà terriera, il loro sfruttamento agli albori, nonostante la
prossimità della ribellione e del '74.

La ferita nella terra, la "linea serpentina": Kubrick è stato qui
Ancora, poi, il finale del film vede i superstiti Cora, Hawkeye e Chingachkook rendere omaggio
all'anima di Unkas, il padre, volgendosi ad occidente considera il tramonto dell'era della sua
gente, lui l'ultimo del popolo mohicano, favorevole (e favorito) ai bianchi e ancor più
significativamente della progenie di Nathan e Cora (il quasi indigeno, erede della cultura ma
non della razza, e l'inglese). Nel 1763 proprio là dove cade il loro sguardo, oltre gli
Appalachi, si stenderà la prima prigione indiana, la Grande Riserva in cui verranno sterminati
e spinti verso Ovest, il tramonto, appunto, ma non per il conloizzatore come abbiamo visto.
In qualche modo ricorda il ruolo che Kirk Douglas ricoprì fin dagl'inizi della carriera, la sua valenza politica - che alcuni vedono culminare in Spartacus - è sempre evidente.
-

Il tramonto, l'ovest, il destino
Il fatto che il monologo finale sia affidato a
Russel Means, alla sua prima prova d'attore, uno dei
due leader della ribellione del 1974 a Wounded Knee non fa che accentuare la prospettiva interpretativa
di un film che si pone sulla scia del film storico ma proiettando sugli eventi del passato le
consapevolezze acquisite: cinema in cui la morale sociale, la politica, è dimensione di
senso inestirpabile, come vedremo anche negli altri due film.
L'azione individuale è sempre frutto di una scelta maturata dalla percezione del mondo e
di sé in quanto parte d'esso, una forma di sensismo, viene da pensare, che, alla metà
del Settecento, non può non risultare illuminista ma che in questo caso non ha a che vedere
con la sola razionalità quanto con la necessità di realizzazione dell'essere umano
come unità sociale (di qui la sconfitta delle perversioni di quest'istinto, gli antagonisti,
sempre eticamente cristallini, qui Magua, altrove i fuorilegge), oltre la sola soddisfazione personale.
Come vedremo Neal McCauley (Robert DeNiro) in Heat è spinto da una volontà morale
incorruttibile che finisce con lo scontrarsi mortalmente con la propria solitudine: una scelta
cui si deve rendere onore ed omaggio ma comunque destinata alla sconfitta, non è il solo
Caso a guidare la vicenda umana.
Get around me, people, there's a story I would tell
'bout a brave young Indian you shoul remember well.
From the land of the Peema, Indian, a proud and nobel band
who farmed the Phoenix valley in Arizona land
For hundreds of years the water grew Ira's people crops
'till the white men stole the water rights and the sparkling water stopped
Now, Ira's folks were hungry and their land grew crops of weed
when war came Ira volounteered and forgot the white men's greed
[...]
Call him drunken Ira Hayes he won't answer anymore
not the whiskey drinkin' Indian
nor the Marine that went to war
The Ballad of Ira Hayes - Johnny Cash/Peter Lafarge
Terza Pagina del Testo >>>
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Luigi Garella & Gli Spietati ©10/10/2004