PORNOCRAZIA
(Anatomie de l'enfer)
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REGIA: Catherine BREILLAT PRODUZIONE: Fra/Por - 2003 - Drammatico DURATA: 77' INTERPRETI: SCENEGGIATURA:
Catherine Breillat SCENOGRAFIA: JeanMarie Milon -Pedro Sá Santos MONTAGGIO: Pascale Chavance - Frederic Barbe COSTUMI: Valerie Guegan MUSICA: Mathias Bernard |
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Trama |
Lui e Lei, incontratisi per caso in un locale gay, fanno un patto: l’uomo, omosessuale, si impegna, dietro compenso, a guardare la donna nella sua intimità. |
| Recensioni
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Sulla Donna e l’Osceno La
Breillat, dopo la banalotta e del tutto superflua ubriacatura ombelicale
di SEX
IS THE COMEDY torna al suo cinema più
consueto e, con un’attenzione figurativa degna di nota (la sequenza
dello specchio in discoteca che spacca lo schermo in un artificiale split
screen, colpo di genio; il candido vestito della protagonista – come in
ROMANCE – che si sporca di sangue; il corpo femminile plasticamente
riverso sul letto a evocare, tra gli altri, i lavori di Man Ray; la vagina
pittorica à la Courbet; la forza scatenata del mare in tempesta)
ripropone il crudele faccia a faccia tra i sessi: il desiderio femminile vs
il sacro terrore maschile di fronte al mistero clitorideo. Luca Pacilio Profondo Nero L'unico pregio dell'ultima provocazione di Catherine Breillat sta nella scelta di temi spinosi e problematici (l'eterno conflitto tra i sessi e l'esplicitazione del concetto di oscenita') e nel trattamento poco incline al compromesso. Non basta pero' mostrare cio' che il cinema in genere nega, oscurando insieme alla morale imperante una buona fetta di vita, per far funzionare il film. La regista, infatti, si erge a depositaria dell'Unica Verita' e imbastisce una vicenda che ha esclusivamente l'obiettivo di suffragare le sue tesi femministe (tutti sono in fondo perdenti, la donna nel buco nero della sua potenza intellettiva, l'uomo nei suoi 20 e passa centimetri di orgoglio ferito). I due unici protagonisti diventano cosi' manichini privi di qualsiasi soffio vitale, con il solo scopo di farsi portatori di elucubrazioni all'insegna della grevita'. Ecco quindi tutta una serie di botta e risposta ad effetto ma privi di spontaneita' che, decontestualizzati, potrebbero anche ispirare qualche riflessione non banale, mentre nella messa in scena adottata perdono ogni possibile implicazione e, anzi, finiscono per ammantarsi di ridicolo. Non e' percio' tutta colpa di Rocco Siffredi (un po' si', pero'), e della sua staticita' spacciata per corrucciamento, se in piu' di un'occasione l'imbarazzo travalica lo schermo e raggiunge lo spettatore. Chiunque, infatti, alle prese con battute tipo "La fragilita' delle carni femminili impone il disgusto della brutalita'?" oppure "Il sesso femminile ha una pelle infetta come quella della rana che però almeno ha il buon gusto di essere verde" avrebbe non poche difficolta' nella resa espressiva. Piu' sciolta la bella Amira Casar, perlopiu' impegnata in pose plastiche di evidente ispirazione pittorica. Maldestro il montaggio, con qualche raccordo grossolano, curata la fotografia, piu' che didascalica la voce fuori campo (della stessa autrice nella versione francese) e pessimo il doppiaggio. Non mancano i momenti forti (penetrazioni con rastrelli, infusi al mestruo, vagine truccate con il rossetto, dettagli ginecologici di bambine), ma sembrano piu' che altro stratagemmi gratuiti per rendere il film vendibile ed impedire al pubblico di addormentarsi. Irritante, anche perche' buttato la' senza alcun approfondimento, il pretenziosissimo taglio da parabola educativa con ambizioni cristologiche (il ricorrere dei crocifissi, il sudario insanguinato). Grande assente, e se ne patisce non poco la mancanza, l'ironia. Il titolo italiano, dal romanzo omonimo della stessa regista, e' un termine utilizzato dai greci per indicare l'influenza negativa delle donne in politica. L'originale, "Anatomie de l'enfer", indica invece che "se l'inferno ha un'anatomia, e' quella di una donna". Luca Baroncini |
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Giocavamo al dottore ed io ero la paziente. La donna è la malattia dell’uomo. Guardare
ma non toccare Un
incontro in discoteca –l’ennesima lametta che danza intorno alla vena
bluastra- innesca la spirale della perversione: lei vuole essere guardata
dove è inguardabile per demolire il muro dell’oscenità (Apri
le gambe! si diceva in BLUE VELVET), urlando l’ingiustizia del suo
perenne utilizzo strumentale in chiave maschilista. A lui non piacciono le
donne e si impegna a non toccarla, metaforicamente fossilizzandosi nella
posizione di spettatore (da cui l’urgenza della visione: “Era ora”,
dirà quando si spoglia); è il punto di origine di uno scioglimento
destabilizzante, che si dimena tra le sbarre dello sguardo (“l’attesa
fa parte del piacere”) nel progressivo, impercettibile protendersi verso
l’azione. Benvenuti in the other side, nell’oscurità attraverso lo specchio, dove per
ricongiungersi alla fessura natale se ne coglie finalmente il significato:
tutto ciò è semplicemente terribile. Il
monologo della vagina Si
stende la volgarità dell’oceano, la Grande Madre, in un nonluogo
letterario riscaldato da cantilena amniotica; la voice
off femminile si esprime ermafroditamente al maschile, incastrando
nella storia innesti memoriali/onirici di pura e deviata visionarietà.
E’ la vagina che parla e adesso ha qualcosa da dire, fare, mostrare: si
tratta di un teorema nel riflesso della pelle lattea, al confine scottante
tra eccitazione e putredine (tutta questione di sguardi). Penetrando (e penetrata)
nel taglio delle cos(c)e il sesso è piantato come un germoglio e pianto
come un bambino, sciogliendo la freddezza dello sguardo in dolorosi
singhiozzi. Lei è una ferita sanguinante che recita il disagio della
propria condizione, lasciandosi assaggiare in un boccone mestruale; il
profano calice rosso cui i protagonisti si abbeverano è un rituale
d’assimilazione (“il sangue dei propri nemici”) affine al
cannibalismo, dove per esorcizzare la materia odiata la si nasconde dentro
di sé. Solo una provocazione: l’arte fuorviante del vedere
tutto è piegata per suggerire che il corpo femminile è un guscio
nudo di significato, come dimostra luminosamente la scena della
masturbazione pietrificata (il piacere non nasce dall’oggetto ma dalla
mano che lo guida). La parola, di troppo, si eclissa: si sfilaccia il filo
del discorso, la cui vacuità trova riposo nel congiungimento sessuale.
Una penetrazione disinfetta apparentemente quella ferita ma forse la
trasmette soltanto al suo interlocutore: se si tratti di guarigione o
epidemia, saranno gli ultimi fotogrammi a confonderlo del tutto, in uno
squarcio (ancora) onirico sfuggente nel significato. L’oscen(/m)o Parlasi
di Rocco, ovviamente. Amira Casar, volutamente non bella, semina un
patrimonio di sensualità in costante posa da galleria fotografica (uno
Schiele d’annata con l’aggiunta essenziale della carne) e, affidate le
intimità ad una controfigura, si impegna a reggere l’esilità narrativa
con il peso dello sguardo (si segnala una fase masturbatoria ad occhi
sbarrati, che proprio non vuole andarsene dalla mente). Costui, invece, è
un pesce dentro l’acqua (pardon) nelle sequenze più spinte ma si rivela
clamorosamente disagiato ovunque non si utilizzi il gioiello di famiglia;
mentre la sua intonazione veglia gloriose memorie della scuola elementare
(il doppiaggio non è tutto nella vita) un’unica espressione è chiamata
a dipingere un arrapato menefreghista (e viceversa) ma si rivela puro,
semplice, intonso marmo ancora da lavorare. Con una punta di volgarità.
Nonostante un ruolo particolarmente sporcaccione si mantiene la certezza
che un attore l’avrebbe
interpretato meglio. Sex
is tragedy Il ritorno in sala dell’enigma Catherine Breillat, celebre pornocrate della prima ora, mantiene un’idea precisa nella mente: l’uomo ha paura della donna, la donna è pronta a dimostrarlo, la presa di coscienza sarà lancinante. In queste tre fasi si consuma l’impalcatura di una tragedia da camera, necessariamente esemplare ed atemporale (i nomi sono incognite), smaccatamente improntata su un gelido spartito intellettuale. PORNOCRAZIA è un bluff osceno o una delizia seminale, a scelta, per i pochi che si accorgeranno dell’estiva sortita in sordina; il film non lancia la provocazione totalmente nel vuoto come illustri e scandalosi colleghi (il Clark di KEN PARK: trasparente) ed imprime su pellicola un senso dell’immagine talvolta sconcertante, risolvendo situazioni comuni in improvvise sterzate pittoriche (il metaforico sgozzamento della donna, lo specchio arrugginito che la tinge di sanguigno) che lustrano gli occhi ormai abituati alla nudità. Gli organi interni dell’opera sono solidi e riconoscibili, declinati secondo un personalissimo piglio poeticoletterarioerotico, dunque uno stile in piena regola; ad inceppare il vibratore calano alcune sequenze nettamente sbagliate (Rocco e il giardinaggio: un estratto dal porno trash più deteriore) ed in generale un’ansia di trasmettere la propria idea che supera in verità la facciata di provocazione. Una contraddizione: la Breillat indugia sui genitali destreggiandosi sulla visione dell’osceno, per squarciare l’ipocrisia ed intonare il senso (sesso?) della libertà. Poi, all’improvviso, imbocca la sua protagonista di una formula da lezione frontale (di quelle che dovremmo mandare a memoria per essere tutti più buoni) della serie “gli uomini ci picchiano con le loro cinghie, con i loro bastoni...”. Ma il nostro sguardo, ormai adeguatamente stimolato da una galleria perversa in accumulazione ipertrofica, non aveva alcuna voglia di essere più buono. Un’ex rivoluzionaria in doppiopetto? La teoria stravagante di una manicomiale sessuologa? Su tutto e tutti, il dubbio di artificiosità che cala sul film è l’unico vero scandalo: l’innegabile maestria stilistica non arriva mai a predicare appieno un cinema genuino, che soltanto quando si libererà da tutti i suoi vezzosi vizi diventerà grande per davvero. Per ora è un buio uterino appena stuprato da lampi di luce accecante. Emanuele Di Nicola |
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Luca Pacilio 6½ |
Emanuele |
Luca |
Manuel Billi 2 |
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