CINQUEPERDUE 
(5x2 - Cinq fois deux)

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REGIA:    
François OZON

PRODUZIONE:  Francia   -   2004   -   Drammatico

DURATA:  90'

INTERPRETI:
Valeria Bruni-Tedeschi, Stephane Freiss, Françoise Fabian, Michael Lonsdale, Geraldine Pailhas

SCENEGGIATURA: François Ozon

FOTOGRAFIA: Yorick Le Saux

SCENOGRAFIA: Katia Wyskop

MONTAGGIO: Monica Coleman

COSTUMI: Pascaline Chavanne

MUSICHE: Philippe Rombi

Trama

Come vivere in due? Cinque momenti nella vita di una coppia di oggi.

Recensioni

 

 

 

Ozon non ripone nessuna fiducia sulla coppia e lo dimostra con questo teorema dolente, un’aria afflitta che canta dell’effimera illusione dello stare insieme. Una storia che va a ritroso (come TRADIMENTI di Pinter, anche se il regista preferisce riferirsi a TWO FRIENDS della Campion) e che comincia con la durissima sequenza del burocratico elenco delle condizioni di divorzio per ritrovare i personaggi prigionieri volontari di una camera d’albergo a consumare un sesso che diventa violenza: è l’epilogo di una relazione il cui svolgimento ripercorriamo toccandone altre quattro stazioni cruciali.
Nudo, soffocante, sconsolato, girato prevalentemente in interni, senza alcuna speranza per qualsiasi tipo di relazione - amorosa o sessuale, etero od omo che sia – Ozon, dirigendo magnificamente un cast indovinato, mette da parte glamour e sangue, colore e melodramma, per inscenare uno psicologico, complesso, definitivo gioco al massacro, in odore sì di Bergman ma profondamente suo, in cui, risfoderando quel talento speciale che ha nel restituire con esattezza i frammenti del quotidiano, scava sotto la sabbia e condisce i tormenti dei protagonisti con l’ironia amara di canzoni italiane (la splendida scena della danza sulle note di Sparring partner di Conte), per concludere la parabola nel più ozoniano dei luoghi: una spiaggia. La coppia si va formando ed è già il tramonto.

Luca Pacilio


Postmortem

Nelle grinfie di una messinscena onnivora ormai Ozon fa cinema sul tavolo metallico dell’obitorio.
21 grammi d’Amore sono evaporati ma ne rimane la fragranza nell’aria, da annusare all’incontrario per imprimere il residuo: lavoro sull’immagine (svanita) ed il suo riflesso (perenne), alla maniera –nell’incipit dell’opera- del rossosangue della rosa che dallo specchio incoccia nella cinepresa, rimirandosi nel volto del film. Un’ora e mezzo di movimenti intrecciati sull’arco del tempo, poema a chiocciola scandito da sguardi adombrati, che si addormentano in una definitiva visione cristallizzata: della coppia di teneri bagnanti non vediamo il bacio ma lo sappiamo, impresso nell’acqua “pericolosa” in troppi sensi. La fiera del drammatico: gli sguardi di lei alternati alla paralisi di lui, nell’amniotico momento del parto, sollevati dall’italiana voce cantante (narrante?). Gemma in the mood for love di consueta eleganza ma stavolta in Ozon c’è qualcosa di più: c’è la rifinitura per incorniciare una (la?) S/storia come galleria d’arte, quadro su quadro, e dunque metaforare sulla condizione dell’Uomo nel rewind della memoria. 5X2 inquadra il singolo anello della catena ma non si sottrae al flusso dell’ouroboros narrativo –un serpente che morde la coda- sempre pronto a ricominciare ad amare, vivere, dipingere su pellicola. Maniera? Certo: la sua maniera, che in novanta minuti si sviscera per mostrare (e mai è stata così mostrata), per raccontare il matrimonio come tomba dell’amore dato che i panni sporchi (non) si lavano (più) in famiglia – le GOUTTES D’EAU sono ormai congelate. Ogni tassello temporale è continuo superamento del precedente, la fine è soltanto l’inizio, la coppia d’attori diventa fantoccio commovente (Bruni Tedeschi mai tanto sensuale). Un incanto perfetto rigato da infinita melanconia.

Emanuele Di Nicola


Solo

Cinque istanti per due persone che non diventano mai una coppia. Numeri che nessuna matematica riesce a sommare, Gilles e Marion divorziano ma sono separati da sempre: fianco a fianco ascoltano elenchi di obblighi reciproci, si accarezzano e scopano, bagnandosi in un mare rischiarato dalla luce di un tramonto precoce e puntualissimo, specchio dell’impossibilità di un’unione che riassume tutte le relazioni umane, altrettante scene di un teatro della crudeltà che non conosce giorni di chiusura. I momenti che il film percorre non vedono mai Gilles e Marion uniti, nel vincolo del matrimonio o in altri: Gilles scopa Marion e lei è altrove come durante la prima notte di nozze, la cena con Mathieu e Christophe li vede violentemente contrapposti (in seguito, Gilles rifiuta di dormire con Marion), la nascita di Nicolas (che avviene – un caso? – il giorno del compleanno di Ozon, un 15 novembre) li avvicina solo telefonicamente, l’incontro in vacanza assume le forme di una ritorsione nei confronti di Valérie, Marion essendo per Gilles soltanto una fantasia per (dapprima) rinvigorire un rapporto in via di estinzione e (poi) umiliare la partner, che in seguito vediamo (i)sola(ta), intenta a osservare il mare da una scogliera [nell’epilogo del matrimonio di Gilles e Marion, lei immagina (si augura?) il suicidio di lui]. “Marion, perché non ci riproviamo?”, chiede Gilles. Ma riprovarci non è una scelta, è una necessità: da qualunque estremità la si osservi, la vita è una variazione ininterrotta sul medesimo tema (da Gilles – Valérie a Gilles – Marion e poi a Gilles – Christine, e lo stesso vale per Marion, che nell’ultima parte è appena uscita da una relazione), un moto perpetuo di dolori inflitti e patiti, segreti e bugie che un’incerta tregua (il ballo dei genitori di Marion al matrimonio) non basta a mascherare.
In cinque quadri privi di istruzioni spazio-temporali nettamente definite, collegati da una fitta trama di echi e inversioni, il regista esplora frammenti esistenziali ellittici e risolti in sé immergendoli in una messinscena severa e morbida (i colori freddi dell’incipit lasciano il posto alle tinte dell’estate, mentre il film esplora con sempre più micidiale precisione i propri simmetrici abissi), con le note di canzoni italiane (e non solo: c’è anche Smoke gets in your eyes) a guidare il gioco (cfr. 8 FEMMES) azionando la macchina del tempo. La vita come (dis)simulazione, la coppia (la famiglia in generale) come inferno privo di noi comune, il potere del racconto, il peso del ricordo (temi da sempre cari al regista) attraversano inquadrature d’impietoso rigore e scabra bellezza, fino al piano conclusivo che – come sempre in Ozon – riassume il senso dell’intera opera. Fianco a fianco, senza sfiorarsi, Gilles e Marion entrano in acqua: la mdp li osserva, immobile, dalla spiaggia. I loro effetti personali sono i resti di un naufragio.

Stefano Selleri

Commenti

 

 

Ozon non inventa nulla, lo ammettono anche i suoi ammiratori. La narrazione à rebours è palesemente pinteriana, già vista, al cinema, nel notevole Tradimenti di Jones. Il discorso sull’amore che muore nel matrimonio è già stato affrontato e trattato, sicuramente meglio, da altri. Ma allora, con tali premesse, perché il nuovo lavoro dell’astuto François è piacevole, a tratti intenso, decisamente meno fastidioso dell’insipido e risaputo Swimming Pool? Perché, per fortuna, ciò che di solito manda in visibilio gli ozoniani (la spudorata e peregrina idea dell’ars gratia artis) qui resta sullo sfondo, così come il sospetto di ombelicale e narcisistico esercizio di stile (che gravava sul film precedente) viene allontanato grazie a soluzioni di regia che paiono narrativamente congrue, sfiorando in due o tre momenti, in due dei cinque frammenti di vita coniugale, il sublime (nell’episodio della cena con la coppia gay ed in quello del parto della donna). La Bruni-Tedeschi sarebbe da sposare, se non la si amasse.

Manuel Billi


Il Movimento sessuale del Tempo

La storia d’amore tra due persone è qui colta prima di tutto come l’oggetto di una narrazione del quale sono messi in mostra i momenti costitutivi del racconto: inizio, apice, punti di rottura, fine. Colpisce la crudezza con la quale è evidenziata la materia del racconto: non il sentimento ma il tempo, l’esibizione dell’amore come frammento di tempo all’interno della vita di due persone. “CinquePerDue” sembra mostrare la ragione per la quale conferiamo all'amore lo status di “storia”.
L’inusuale impostazione narrativa sviluppata dal film produce una serie di interessanti e inevitabili conseguenze sul processo di fruizione dell’opera. Ribaltando il fluire di un racconto che procede “all’incontrario”, da destra verso sinistra, presentandoci prima il futuro e poi il passato, viene in qualche modo scardinato anche il meccanismo della visione messo in atto dallo spettatore durante la visione del film. Una volta individuata la direzione cronologica lo spettatore prende finalmente coscienza di trovarsi nel passato, di essere in qualche modo partecipe di un flash back estremo che lo porta a ricollocare i precedenti segmenti narrativi all’interno di questa nuova dimensione temporale, quella del “ciò che ho visto prima è accaduto dopo”. Il movimento del tempo sembra procedere simulando quello del coito, arretrando ogni volta per poi procedere di nuovo in avanti, producendo nello spettatore un “desiderio di futuro” frustrato ogni volta dall’apparizione di un frammento del passato che funziona come una brusca interruzione del fluire del tempo. Procedere alla ricerca della radice del sentimento che ha unito due persone esibendone prima di tutto la fine costringe chi guarda a servirsi del “già visto” per ricostruire una narrazione “tipica”, ci mette in condizione di dover rielaborare quel “già visto” in funzione di ciò che stiamo vedendo, per ritrovare nella nostra mente il rapporto di causa-effetto che è alla base del comune processo di fruizione di un prodotto narrativo. Ozon è abile in sostanza nell’orchestrare un meccanismo visivo e narrativo che si affida completamente a quello che potremmo definire “il deja vu del futuro”, assegnando l’onere di una revisione degli eventi alla nostra memoria di spettatori.

Stefano Trinchero


Anche un mare apparentemente calmo può nascondere molte insidie. Le correnti che esistono e non si vedono possono trascinare in ogni dove, senza che nessuno se ne accorga. Un amore che nasce dalle ceneri di altri amori, che nasce come un desiderio o come una rivalsa dove mai potrà  arrivare? Siamo trascinati in un percorso a ritroso che conduce in un vicolo cieco e l’apparente romanticismo della spiaggia e del tramonto non è l’idealizzazione di una passione che sboccia ma la sua condanna. E’ una storia tra le storie, una relazione che conosciamo da tempo ma che vediamo per la prima volta senza veli, senza filtri per proteggere i nostri occhi da questa luce che disturba perché ha il sapore acre della verità. Quando lo sposo prende in braccio la sposa e la conduce nella stanza da letto un emozione ci pervade senza possibilità di sfuggirgli; non è la felicita per la consacrazione di un amore, ma è rabbia per come (sappiamo) andrà a finire, per la violenza con la quale il film ci ha invitato alla sua visione, senza darci un alternativa costringendoci alla crudeltà del destino. Ho sentito un piccolo brivido freddo lungo la schiena; ci sono cose che fanno più paura di una lama di coltello…

Matteo Catoni

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