VENEZIA 2009

- ORIZZONTI -
CONTROCAMPO ITALIANO

 

ORIZZONTI:
- KAMLA ABOU ZEKRI - WAHED-SEFR (ONE-ZERO)
- RAJA AMARI - DOWAHA (BURIED SECRETS)
- CHRISTIAN BECKER, OLIVER SCHWABE - ZARTE PARASITEN (TENDER PARASITES)
- THAC CHUYEN BUI - CHOI VOI (ADRIFT)
- PETR BUSLOV, ALEXEI GERMAN JR., BORIS KHLEBNIKOV, KIRILL SEREBRENNIKOV, IVAN VRYPAYEV - KOROTKOYE ZAMYKANIYE (CRUSH)
- PAPPI CORSICATO - ARMANDO TESTA – POVERO MA MODERNO [ORIZZONTI - EVENTI]
- ALEX COX - REPO CHICK
- JOE DANTE - THE MOVIE ORGY - ULTIMATE VERSION
- PEPE DIOKNO - ENGKWENTRO
- HAIBIN DU - 1428
- AMIT DUTTA - AADMI KI AURAT AUR ANYA KAHANIYA (THE MAN’S WOMAN AND OTHER STORIES)
- HECTOR GALVEZ - PARAISO
- MARCELO GOMES, KARIM AÏNOUZ - VIAJO PORQUE PRECISO, VOLTO PORQUE TE AMO (I TRAVEL BECAUSE I HAVE TO, I COME BACK BECAUSE I LOVE YOU)
- PETER GREENAWAY - THE MARRIAGE [ORIZZONTI - EVENTI]
- LUCA GUADAGNINO - IO SONO L'AMORE
- HU GUAN - DOU NIU (COW)
- XIAOLU GUO - WOMEN CENGJING DE WUCHANZHE (ONCE UPON A TIME PROLETARIAN: 12 TALES OF A COUNTRY)
- PHILIP HAAS - THE DEATH OF PENTHEUS [ORIZZONTI - EVENTI]
- WERNER HERZOG - LA BOHÈME [ORIZZONTI - EVENTI]
- FELIPE HIRSCH, DANIELA THOMAS - INSOLAÇÃO
- WOO MING JIN - WOMAN ON FIRE LOOKS FOR WATER
- ROMUALD KARMAKAR - VILLALOBOS
- GINA KIM - SEO-WOOL EUI UL-GUL (FACES OF SEOUL) [ORIZZONTI - EVENTI]
- STEFANO KNUCHEL - HUGO EN AFRIQUE [ORIZZONTI - EVENTI]
- JIE LIU - TOUXI (JUDGE)
- SERENA NONO - VIA DELLA CROCE [ORIZZONTI - EVENTI]
- BOBBY PAUNESCU - FRANCESCA [FILM D’APERTURA]
- PERE PORTABELLA - MUDANZA [ORIZZONTI - EVENTI]
- MARCO SIMON PUCCIONI - IL COLORE DELLE PAROLE
- PIPILOTTI RIST - PEPPERMINTA
- FRANK SCHEFFER - THE ONE ALL ALONE
- PETER SCHREINER - TOTÒ
- ELISABETTA SGARBI - DESERTO ROSA - LUIGI GHIRRI [ORIZZONTI - EVENTI]
- ALEKSANDER SOKUROV - CITAEM BLOKADNUJU KNIGU (READING BOOK OF BLOCKADE) [ORIZZONTI - EVENTI]
- VINCENZO TERRACCIANO - TRIS DI DONNE & ABITI NUZIALI
- FREDERICK WISEMAN - LA DANSE - LE BALLET DE L’OPÉRA DE PARIS [ORIZZONTI - EVENTI]
- DAVID ZAMAGNI, NADIA RANOCCHI - COCK-CROW [ORIZZONTI - EVENTI]
- DAVID ZAMAGNI, NADIA RANOCCHI - DAIMON [ORIZZONTI - EVENTI]
 CONTROCAMPO ITALIANO
- TONI D'ANGELO - POETI
- FRANCESCO DEL GROSSO, DANIELE ANZELLOTTI - NEGLI OCCHI
- MARCO FILIBERTI - IL COMPLEANNO
- CARLO LIZZANI - GIUSEPPE DE SANTIS
- VALERIO MIELI - DIECI INVERNI
- SUSANNA NICCHIARELLI - SPUTNIK 5
- SUSANNA NICCHIARELLI - COSMONAUTA
- MARCO SPAGNOLI - HOLLYWOOD SUL TEVERE
- MAURIZIO ZACCARO - IL PICCOLO
   

 

 

- ORIZZONTI

 

DOWAHA (BURIED SECRETS)
(RAJA AMARI)

Tunisia, 91’
Hafsia Herzi, Soundess Belhassen, Wassila Dari


Aicha, Radia e la loro madre vivono segregate dal mondo negli alloggi per domestici di una villa abbandonata. Quando il giovane padrone della villa si trasferirà con la fidanzata nell’alloggio principale, la vita delle tre donne, pur continuando a mantenere segreta la loro presenza nella casa, sarà stravolta dalla nuova convivenza forzata.

Tunisia. Tre donne e tre generazioni a confronto. Più una.
Aicha e Radia vivono con la madre negli alloggi per domestici di una villa disabitata. La madre le ha educate severamente, tenendole “al sicuro” non solo da ogni reale minaccia esterna, ma anche da ciò che il mondo avrebbe potuto offrire loro. Così, quando il giovane proprietario va ad abitare la parte principale della villa con la fidanzata, quel mondo, inevitabilmente, busserà alla loro porta.

Sono queste donne i buried secrets del titolo, seppellite come un segreto in parte dalla loro cultura e in parte dagli uomini della loro società (padri mariti fratelli – amanti); ma sono anche quelle stesse donne che hanno accettato tutti i compromessi di non visibilità che legano la loro condizione. Perché mentre il “segreto” è proibito al sapere degli altri, il “segreto sepolto” è negato allo sguardo di tutti. Il lavoro della camera della regista è allora quello di un dissotterrare “dal buco della serratura”: paradossalmente, un levare alla donna per arrivare alla donna.
Quando la fidanzata del padrone, bella e apparentemente emancipata, è costretta dalle altre a restare nei loro alloggi, nascosta al fidanzato e al resto del mondo, la convivenza diventa sempre più difficile, e le cose precipitano velocemente: non c’è più un termine di paragone verso cui tendere (l’emancipazione della donna), né un capro espiatorio a cui addossare ogni colpa (la donna emancipata), ma quattro “segreti sepolti” messi l’uno di fronte all’altro, pronti ad esplodere.
A partire da questo momento la macchina da presa smette di fare il proprio “lavoro”, come se avesse perso l’interesse iniziale, e il film sceglie la via dell’“effettaccio” visibilissimo. Un tipo di visibile dato per eccesso, che non levando niente alla donna – ma anzi aggiungendo - non arriva da nessuna parte. Peccato.

Voto: 5½                              Camilla Bartolini

Manuel Billi: 7

 

ZARTE PARASITEN (TENDER PARASITES)
(CHRISTIAN BECKER, OLIVER SCHWABE)

Germania, 87'
Robert Stadlober, Sylvester Groth, Maja Schöne


Per sopravvivere, una giovane coppia trova una soluzione affatto originale.

I teneri parassiti del titolo sono una coppia di giovani disoccupati che sopravvive vivendo la vita di un altro, fagocitando il posto di un assente (il figlio prematuramente scomparso della coppia borghese), simulando amore e seminando un altruismo “paradossale” perché non spassionato e gratuito. Christian Becker e Oliver Schwabe adottano uno stile scabro e secco, lavorano sovente in levare, ma non riescono a perseguire fino in fondo un ideale di sobrietà fatta di suggestioni e poche parole. Ad una prima parte robusta, infatti, ne succede una seconda decisamente meno riuscita, in cui gli autori sembrano abdicare al non detto esplicitando e tematizzando nei dialoghi il nocciolo della questione, come se quest’ultimo non fosse già di cristallina evidenza (il transfert padre in lutto/figlio perduto/”figlio” ritrovato). A questo, si affianca un’attualizzazione del “modello Teorema” appena abbozzata: l’Altro che si insinua nella dimora di una coppia dell’alta borghesia rompendone l’equilibrio di facciata. Tutto diviene insomma o troppo scoperto o non abbastanza sviluppato, mandando a monte l’apprezzabile lavoro di sottrazione che presiede all’architettura narrativa e alla messa in scena della prima parte.

Voto: 6                              Manuel Billi

 

CHOI VOI (ADRIFT)  
(THAC CHUYEN BUI)

Vietnam, 110’
Yen Hai, Linh-Dan Pham, Khoa Dui


La povera Duyen deve fare i conti con un marito asessuato e con l’affiorare di piu’ desideri inappagabili.

Choi Voi è un melodramma pudico che gioca di allusioni, rimandi e piccoli gesti, un racconto che si dipana a partire da situazioni iterate, e volutamente estenuanti, in cui la fragilità dei corpi e del sentire, annegata nell’apparente, e “indifferente”, freddezza dei rituali (le ordinarie e quotidiane pratiche casalinghe), affiora in superficie nel momento in cui le passioni sembrano finalmente esplodere. Ma è un’esplosione raggelata e, paradossalmente, proprio per questo, profonda, viscerale: la sguardo della macchina da presa si limita a cogliere i movimenti quasi rallentati degli attori, la colonna sonora a registrarne gli spasimi. Il tutto avvolto in una penombra mestissima che ottunde le forme e a-temporalizza gli eventi: siamo in una dimensione parallela. Dall’impossibile amore saffico, non detto ma messo in immagini, racchiuso in una immagine sublime (Duyen e la scrittrice sotto la tenda, a lume di candela) all’apatico ménage matrimoniale, Choi Voi declina in tutte le sue forme le frustrazioni del desiderio, frustrato anche quando appagato, con una sensibilità ed una finezza di tocco che ricordano, nei momenti migliori, Ozu e l’Hou Hsiao-hsien di A Time to Live and a Time to Die.

Voto: 8                              Manuel Billi

Luca Pacilio:6
Marco Compiani: 6
Giulio Sangiorgio: 4

 

ARMANDO TESTA – POVERO MA MODERNO
(PAPPI CORSICATO)

Italia, 50’


Gran parte del lavoro di Armando Testa, è un cardine della mia memoria visiva. Grazie al materiale d’archivio ho potuto riscoprire ed approfondire la produzione di un genio, vero precursore della Pop Art. Il suo stile che fondeva e rielaborava arte, moda, cinema e design, era quello che solo molti anni dopo è stato etichettato come “Postmodern”. Ho cercato di raccontare il suo mondo, dialogando con le sue mitiche invenzioni utilizzando la ripresa “passo uno”, tecnica che Testa utilizzò per primo in spot pubblicitari. Armando Testa si definiva “povero ma moderno”, coniugando due concetti apparentemente antitetici. Nella sua poetica questi due elementi, povertà e modernità, si fondono grazie a una creatività e uno stile di vita pervasi di ironia e fantasia, proiettati verso il futuro.
(Pappi Corsicato) (dal catalogo della Mostra)  

Omaggio alla genialità istintiva di Armando Testa, adeguata alle e stimolata dalle logiche del mercato. Impianto meta-televisivo, con la confezione di un programma in cui Lucilla Agosti (che Corsicato dirige verso la macchietta della presentatrice TV, affibbiandole una simpatia forzata e una vena popolare decisamente fastidiose) coordina interviste a personaggi celebri partoriti da Testa (da Carmençita a Papalla, fino a Hippo Pippo), lancia vecchi spot, interventi di familiari, dichiarazioni di Testa stesso. Nel rendere onore e memoria all'artista, Corsicato afferma l'influsso che quel lavoro ha avuto sulla sua poetica, legittima un mondo, povero ma moderno, avanguardistico e autoironico, stilizzato, prettamente estetico e solo di riflesso contenutistico, un modo di pensare l'arte che il cinema in Italia non conosce. Se non con i film di Corsicato. Così, mentre il documentario scorre leggermente frizzante, con gli pseudo-inserti-pubblicitari a sollevarci dal peso insostenibile del programma TV (viene quasi da pensare che sia un equilibrio consapevole), Corsicato, per mezzo di Testa e del suo universo, parla di sé, della sua arte, del suo cinema. Come a dire, in un aggettivo: sentito.

Voto: 6                              Giulio Sangiorgio

Giulio Sangiorgio: 6

 

REPO CHICK
(ALEX COX)

Usa, 90'
Jaclyn Jonet, Miguel Sandoval, Chloe Webb, Karen Black, Rosanna Arquette


Le disavventure della rampolla Pixxi De La Chasse, diseredata dalla famiglia e in cerca di un riscatto sociale.

Ideale seguito di Repo Man, cult (mi si dice) anni Ottanta, Repo Chick declina in chiave pop-trash l’estetica Punk del predecessore. Cox tesse un elogio del trovarobato cinematografico: sullo schermo, nulla è a dimensione umana, né gli oggetti (modellini e giocattoli ingigantiti), né i personaggi, bidimensionali come gli eroi di un fumetto. L’utilizzo dei trasparenti con retroproiezioni, cosi’ come le scenografie su scala ridotta, incuriosiscono i primi dieci minuti. Una volta che l’occhio e lo spirito si sono assuefatti a questo infantile dispositivo, la noia affiora inesorabile. Quanto al resto, è praticamente impossibile prendere sul serio un plot che, pur con vaghe pretese di satira sociale e politica, ci presenta un’eroina di nome Pixxi De La Chasse, oca giuliva precipitato dell’incrocio tra Paris Hilton e Britney Speers, intenta a scongiurare un complotto ardito da un gruppo di terroristi vegani su un treno fantasma... Repo Chick vorrebbe essere Pop-Trash, ma non c’è traccia della tragica anarchia dei film di John Waters. Tutto suona programmatico e odora di stantio. Nella galleria variamente assortita di questo universo para-fumettistico, piange il cuore di veder figurare Rosanna Arquette e Karen Black, costrette a far la parodia di non si sa bene cosa.

Voto: 5                              Manuel Billi

Luca Pacilio: 6

 

PARAISO
(HECTOR GALVEZ)

Perù, 87'


Le piatte giornate e le notti brave di un gruppo di giovani paesani.


Piccola produzione peruviana, la prima della storia a rappresentare il paese sudamericano alla Mostra del cinema di Venezia, Paraiso ha un classico canovaccio da commedia giovanile, con tutte le occorrenze del caso: piccolo paese, ragazzi che si chiedono cosa faranno da grandi, indecisi se continuare a trastullarsi in un infinito dolce far niente o fuggire, gli adulti che si chiedono come siano riusciti a sopravvivere in quel lembo di terra lontano dal mondo e che vedono nell’apatia dei figli il perpetuarsi della propria. Non mancano all’appello la sagra paesana, momento chiave e, ovviamente, parzialmente risolutivo (almeno per alcuni del gruppo) e la “tenera storia d’amore adolescenziale”. Insomma, Paraiso ha le carte in regola per suscitare irritazione o lasciare indifferenti. Le poche pretese e l’affiatamento del gruppo di protagonisti ci hanno fatti propendere per la seconda opzione.

Voto: 6½                              Manuel Billi

 

VIAJO PORQUE PRECISO, VOLTO PORQUE TE AMO 
(I TRAVEL BECAUSE I HAVE TO, I COME BACK BECAUSE I LOVE YOU)

(MARCELO GOMES, KARIM AÏNOUZ)

Brasile, 75'
Irandhir Santos


José, un geologo, viene mandato per lavoro nel Sertão, il “grande deserto” del Brasile nordorientale, dove deve rilevare il possibile tragitto di un canale di prossima realizzazione. Il suo viaggio, sempre più coinvolto negli sfondi locali, prenderà presto altre direzioni.


Un “labirinto” di soggettive (date come tanti frammenti:
HD, Super8, foto, sovrimpressioni; Josè è solo sguardo e voce, non entra mai in campo) unisce il Sertão brasiliano e lo sguardo del geologo Josè, recatosi lì per lavoro. Labirinto che diventerà presto il vero viaggio di Josè.
Lasciato dalla moglie, Josè abbandona lentamente il lavoro (fare degli accertamenti nell’area del “grande deserto” in previsione della costruzione di un canale d’acqua che andrà ad irrigare la zona) per perdersi dentro ogni particolare: dai campi lunghissimi del Sertão alle mani di una donna che stringono delle rose di plastica (di un rosa acceso che diventa il particolare del particolare), dal volto di una prostituta al resoconto dell’incontro di una notte. Tanti brandelli di vita che si fissano sul piano come un’impressione - sul presente, sul passato, sull’amore, sull’abbandono, sulla povertà... - che Josè riesce a riconoscere/ricordare parlandone. Tutto diventa allora il centro di tutto, e l’immagine si espone continuamente a se stessa.
Parto perché devo, torno perché ti amo. L’uomo e il suo vissuto, trasfigurati nell’oggetto ripreso, si ricongiungono nell’immagine. Dove perdersi è cosa facile.

Voto: 6                              Camilla Bartolini

 

THE MARRIAGE
(PETER GREENAWAY)

Italia, Spagna, 40'


Partendo dalla sua installazione veneziana, Greenaway suggerisce che sia stato Aretino a commissionare al Veronese un quadro che rappresentasse il matrimonio di Cristo. Veronese dunque allestì il dipinto di un grandioso banchetto di nozze. I cardinali, di ritorno dal Concilio di Trento, fecero arrestare Aretino per blasfemia e ciò convinse Veronese a convertire il quadro ne Le Nozze di Cana, e dunque nella rievocazione del primo miracolo di Gesù. La tradizione racconta che Aretino, compiaciuto dalla sua beffa, morisse ridendo.
Il film è fatto per accogliere quattro interventi live dello stesso Greenaway nella posizione di regista/attore che dialoga con la sua proiezione.

Quella di The Marriage non è stata una semplice proiezione, ma una performance nella quale il Maestro, mentre sullo schermo scorrevano le immagini, ha spiegato il senso del suo nuovo progetto, la sua personale visione de Le nozze di Cana di Veronese, la cui installazione, nell’ ambito della Biennale, era visitabile all’isola di San Giorgio Maggiore, laddove la copia del dipinto (quello autentico fu portato in Francia da Napoleone ed è al Louvre) si trova dal 2007, nel luogo che originariamente ospitava l’originale. Secondo un progetto site-specific che vuole celebrare il cinema attraverso i capolavori dell’arte e che ha già investito La ronda di notte di Rembrandt e il Cenacolo vinciano, la tela diviene uno schermo sul quale viene effettuata una proiezione di effetti speciali con tecnologia all’avanguardia (elaborati dal fido Reiner van Brummelen), che rendono le figure tridimensionali: l’opera prende vita, viene riatmosferizzata e sonorizzata. Nel caso specifico i centoventisei personaggi ritratti nel dipinto (ci sarebbero lo stesso Veronese, Tiziano, Tintoretto e, naturalmente, Pietro Aretino) prendono la parola e commentano la situazione. Ispirato soprattutto da opere che in qualche modo vengono viste come antesignane del cinema, nelle ambizioni e nell’esecuzione, opere che spesso, come in questo caso, sono enigmatiche e a doppia lettura, Greenaway, nell’installazione, vuole abbracciare l’idea sottesa dall’artista che il quadro non ritraesse affatto il contesto del primo miracolo di Gesù (la trasformazione dell’acqua in vino), quanto piuttosto la celebrazione delle nozze del Cristo con Maddalena.
Vengono illustrati da Greenaway anche i precedenti allestimenti e annunciati quelli futuri (da Guernica di Picasso al – in Vaticano? Dubitiamo – Giudizio universale): comprendiamo allora che il marriage del titolo non si riferisce solo a Cana, ma anche al connubio tra pittura e cinema che questo progetto di fatto sancisce.
Presente in sala Michael Nyman.
Personalmente, per quanto abbia ammirato dal vivo tutti e tre gli allestimenti, ritengo che solo il primo, quello de La ronda di notte, rispondesse a pieno alle caratteristiche del progetto e questo per tutte le ragioni legate alla figura di Rembrandt come protocineasta e al discorso sulla rappresentazione che il quadro sottende, così come meravigliosamente metaforizzato in Nightwatching, film cruciale per comprendere l’ultimo cammino intrapreso dal gallese, di cui si attende invano una qualsiasi forma di distribuzione italiana. I restanti allestimenti (e quelli che verranno) sono applicazioni degli stessi principi, molto didattiche (legate a un discorso di essenziale alfabetizzazione visiva che passa attraverso l’analisi della storia dell’arte, di cui Greenaway è da sempre sostenitore), ma meno necessarie a livello teorico (e più a livello alimentare) e che hanno, ai miei occhi, l’unico merito di tenere vivo il nome dell’artista nella mente del grande pubblico. Pur apprezzandole, e apprezzando viepiù questa forma di lezione dal vivo (Greenaway è sempre un intrattenitore sublime), non farò finta di ritenerle cose davvero importanti.
Attendiamo con tutt’altro fervore, invece, il nuovo film Goltzius and the Pelican Company, secondo capitolo della serie dedicata ai Maestri della pittura olandese, con (cominciamo la sequela di affermazioni da smentire) John Malcovich, Ralph Fiennes e Isabelle Huppert.

Luca Pacilio

Marco Compiani: 8

 

IO SONO L'AMORE
(LUCA GUADAGNINO)

Italia, 120'
Tilda Swinton, Edoardo Gabbriellini, Alba Rohrwacher, Pippo Delbono


L’amicizia tra il rampollo della famiglia Recchi, grande borghesia industriale lombarda, e un cuoco di ben altra estrazione sociale sfocia nella relazione tra quest’ultimo e la madre del primo.

Luchino Guadagnino

Bastano i titoli iniziali, vecchio stile, per comprendere su quale terreno vuole investire questo film di Guadagnino: quello dei manierati, grandi ritratti borghesi di una volta, di un cinema che in Italia non si fa più da decenni. Dunque la grande residenza dei Recchi, magnati lombardi, è il campo da gioco di una partita sociale in cui, in odor di Visconti, tra macroscopici interessi e opportunistiche ipocrisie, due membri di ceti differenti si incontrano e sfidano le ammuffite (ma necessarie per la sopravvivenza di una classe) convenzioni, in nome della passione. Nobile il tentativo, esile il risultato: il gergo utilizzato da questa famiglia non esiste, è pura (e superatissima, oltretutto) convenzione letteraria e la cosa rappresenta un problema non da poco stante il fatto che questo idioma e le sue formule sono quanto di più concreto emerge della famiglia ritratta. Tutti i discorsi di classe che vengono proferiti sanno di bolso romanzo di appendice: se di rivisitazione di un genere si tratta (più elementi ce lo dicono) ogni aspetto andrebbe rivisitato, soprattutto se, come in questo caso, si decide di ambientare la storia ai giorni nostri. Non produce senso, neanche in un’ottica citazionista, per esempio, l’esprimere l’attaccamento alla tradizione della famiglia attraverso l’aggrottar di ciglio del nonno (il grande Gabriele Ferzetti) di fronte al regalo di una foto incorniciata e non più di un quadro, con corollario di spiegazioni a corredo; né basta fare di questa famiglia, classicamente, un campionario di umanità bella e perfetta al di fuori (la matriarca è Marisa Berenson, mica una nonna Pina qualsiasi), tormentata e fragile dentro (il versante femminile, soprattutto, diversamente angosciato – l’insoddisfazione della madre, il lesbismo della figlia –, è quello che sovverte le logiche familiari). Anche il discorso sul passaggio di consegne, momento topico di qualsiasi saga familiare che si rispetti, è risolto come in una tenenovela di quarta serie, con una prevedibilità di toni e una banalità di scrittura sconcertanti. Insomma, non regge il rapporto tra una confezione che azzarda (la macchina di Guadagnino, che disegna una Milano invernale sciabolandone le strade e le architetture, si muove di continuo tra l’ambientazione metropolitana e i personaggi che la abitano, il montaggio frammentato, l’algido registro visivo cui si consegna la descrizione degli interni) e una sostanza scenica così poco lavorata (il risvolto tragico, la fatalità che porta alla morte del rampollo, è così smaccatamente utile alla storia da apparire ridicolo), soprattutto se, com’è evidente, su quella sostanza si vuole operare anche in termini di metafora e richiami alti (Hitchcock, per esempio, vive nella crocchia a spirale dei capelli della Swinton). Anche il terzo incomodo che (Teorema?) sconvolge gli apparenti equilibri della casata, seducendo (innocentemente, amicalmente) figlio e (carnalmente) madre è introdotto nella narrazione in modo del tutto pretestuoso, anche se poi lo si inserisce di forza nell’ennesimo sottotesto (quello del senso del gusto come chiave di accesso a un mondo, che è anche un ricordo, meno artefatto di quello presente; del ritorno al piacere primo, sfrondate tutte le raffinate e castranti sovrastrutture che il soggiacere alle ritualistiche chic dei Recchi comporta). Dunque attraverso dinamiche usurate, classiche situazioni da romanzetto rosa e sentito dire (è tutto un riproporre stilemi artificiali evidentemente mai sperimentati da alcuno degli sceneggiatori) si offre agli occhi dello spettatore una storia di scialba superficie, dove non c’è un sussulto che non appaia scritto, dove la facilità degli snodi è pari alla loro ingenuità (il libro d’arte come indizio della tresca). Se la patinatura del registro visivo è accettabile, essendo in re ipsa, per così dire, lo stesso non può sostenersi per la piatta messinscena, per le scene di sesso di semplicismo studiatissimo (la Swinton e Gabriellini che copulano sul prato in montaggio alternato con le api che zompettano di fiore in fiore: è tutta una generale impollinazione, mio dio – di nuovo il ritorno alla Natura, ai piaceri primi, ad una dimensione di semplicità che la gabbia dorata della borghesia ha sotterrato sotto cumuli di finzioni -) al limite della citazione (e qui ci possiamo anche stare) di un erotico softcore d’antan. Tilda Swinton spadroneggia (lei inglese nella parte di una russa che parlucchia italiano…), essendo il centro ispirativo ( e in parte produttivo) di questo progetto, più ambizioso di quanto non appaia, ma che alla resa dei conti, tolta la confezione di lusso, l’ apparato dei riferimenti sotterranei e una disinvoltura registica degna di miglior causa, tutti elementi esornativi, nella sostanza non si differenzia in nulla da un qualsiasi mediocre sceneggiato televisivo in tema.

Voto: 4½                              Luca Pacilio

Luca Baroncini: 5

 

WOMEN CENGJING DE WUCHANZHE 
(ONCE UPON A TIME PROLETARIAN: 12 TALES OF A COUNTRY)

(XIAOLU GUO)

Cina, 76'


Xiaolu Guo, neovincitrice del Pardo locarnense, rende conto, nella maniera piu’ piana (per non dire piatta) possibile, di una realtà socio-economica in metamorfosi (la Cina postmarxista di oggi) attraverso una serie di dodici microritatti, ognuno dei quali dovrebbe essere rappresentativo della memoria vivente di “categorie professionali” sopravvissute all’apertura al mercato internazionale o della nuova, “mostruosa” classe dirigente. Tra un quadro sociotipologico e l’altro, si insinua un gruppo di bambini ai quali l’autrice chiede, tra le altre cose, cosa vogliano fare da grandi... Women Cengjing De Wuchanzhe è per certi versi il grado zero del cinema non di fiction, che gode di una visibilità per ragioni che cinematografica non sono. Un cinema prigioniero della sua stessa “attualità”, lontano anni luce dalla purezza di sguardo di un 24 City di Jia Zang-ke, che sullo argomento aveva già detto (e dato) tutto.

Voto: 5                              Manuel Billi

Luca Pacilio: 5
Marco Compiani: 5

 

INSOLAÇÃO
(FELIPE HIRSCH, DANIELA THOMAS)

Brasile, 100'
Paulo José, Simone Spoladore, Leonardo Medeiros


Uomini e donne scottati dall’amore, si ritrovano attorno ad un chiosco.


Aleggia uno spirito da commedia umana e morale alla Botelho o alla De Oliveira in questo Insolação firmato Felipe Hirsch e Daniela Thomas: un’ironia sottile che smorza i toni e alleggerisce il peso di un perpetuo filosofare, teatralità, geometrica composizione dei quadri, paesaggi e fugure ritornanti. Film a piu’ voci (in realtà, un’unica voce sezionata) sullo sprofondare, sul cadere, Insolação rielabora una serie di racconti russi del secolo XIX. Serviti da una sceneggiatura ricca di spunti e di aforismi a volte geniali (“I tui genitori stanno ancora assieme?” “Mio padre si”), gli autori aboliscono le barriere spazio temporali facendo incrociare i destini di personaggi “scottati” che hanno perso o si sono persi: un amore, il senso, il senno, la giusta direzione. Esseri che sfuggono perennemente a qualcosa che vorrebbero afferare, che parlano con le parole degli altri (da qui il citazionismo e la letterarietà) perché, in fin dei conti, non c’è altro da aggiungere a quanto non sia già stato detto. Ed è proprio questa consapevolezza a consentire alla coppia di registi di modulare le dissonanze verso tonalità meno contrastanti.

Voto: 7                              Manuel Billi

Giulio Sangiorgio: 7½

 

VILLALOBOS
(ROMUALD KARMAKAR)

Germania, 110'


Una giornata nella vita di Ricardo Villalobos.

Ricardo Villalobos, Dj e compositore di musica elettronica, è il cuore visivo e sonoro del documentario eponimo di Romuald Karmakar, già a Venezia qualche anno fa con il film di fiction Der Totmacher. L’autore opta per la pura documentazione-contemplazione dell’atto performativo e creativo, alternando la captazione degli “eventi” (a Berlino come a Ibiza, per la prima volta la performance di un Dj viene filmata come un concerto, ovvero nel pieno rispetto dell’unità di tempo) ad un blocco centrale in sala di registrazione che rende conto del processo creativo in tutte le fasi: dall’ascolto alla selezione dei brani, dall’estrapolazione di suoni raveliani alla loro rielaborazione sintetica. Villalobos non si mette a nudo, non parla di sé ma si dice indirettamente parlando del suo lavoro, descrivendo ed illustrando, come in un film didattico di Rossellini, il proprio “sistema”. In un certo senso, enuncia un’ossessione che “esplode” in due tempi: nello studio, sorta di gabinetto caligariano metallico e acustico, un’estensione o espansione del sé, e in scena. Il grande, mostruoso mixer, una foresta di cavi in grado di manipolare all’infinito il sospiro del mondo, diviene così una sorta di oggetto “protesico” in grado involontariamente di ipostatizzare l’ossessione e la “follia” del suo creatore.

Voto: 8                              Manuel Billi

 

PEPPERMINTA
(PIPILOTTI RIST)

Svizzera, 80'
Ewelina Guzik, Sven Pippig, Sabine Timoteo


Pepperminta è un’anarchica dell’immaginazione che conosce i rimedi più straordinari per liberare le persone dalle loro paure. Il suo più grande desiderio è che tutti vedano il mondo nei suoi colori preferiti. Werwen, un giovane timido e grassoccio che Pepperminta trova abbia un forte sex appeal, e la bella Edna, che parla ai tulipani, si uniscono alla protagonista nella sua appassionata missione. Questi tre moschettieri sui generis intraprendono una lotta per un mondo più umano e dovunque la banda compaia tutto va gambe all’aria e la vita delle persone non è più la stessa.

Fuori!

E se il mondo fosse coloratissimo, psichedelico, folle e sganciato dalle coordinate della razionalità in cui siamo abituati a rinchiuderlo? Probabilmente andrebbe tutto a rotoli, ma Pipilotti Rist si diverte a immaginarlo tale ed esordisce nel lungometraggio come se si trattasse di un’opera d’arte da esporre alla Biennale. Ecco quindi un film con una sua coerenza stilistica ma fuori dalle convenzioni del linguaggio cinematografico, sicuramente diverso da qualsiasi altra cosa, il che, però, non è per forza un merito. È stato definito una sorta di “Pippi Calzelunghe sotto acido” e in effetti la protagonista è una ragazza un po’ fuori di testa che, con la complicità di una nonna bulbo oculare (sic), cerca di rendere il mondo un posto migliore in cui vivere, evitando che i tanti muri dietro cui le persone si barricano per paura diventino insormontabili. La sua ambizione è quella di “scopare il cielo”, le sue armi i colori, la frutta, gli animali e liquami di ogni sorta, dal sangue mestruale alla saliva, ma soprattutto una determinazione da caterpillar che le consente di ribaltare a suo favore qualunque ostacolo incontra sul proprio cammino. Il variopinto frullato che ne deriva alterna riprese grandangolate, stop-motion, desaturazioni, ralenti, accelerazioni, continui ribaltamenti e stravolgimenti delle immagini, sempre rielaborate e trattate con filtri che ne alterano, estremizzandole, le caratteristiche cromatiche. Tutto teso a stordire lo spettatore per coinvolgerlo in un viaggio che diventa un trip, tanto originale nella forma quanto banale nei contenuti. Si glissa infatti sulle reali problematiche per fuggire in un altrove urlato come migliore ma solo anticonvenzionale. Se l’impatto visivo è innegabile, il gioco diventa presto ripetitivo e frastornante, difficilmente sopportabile per 80 minuti che potrebbero essere 5 come 800. Apprezzabile nella coerenza con cui impone uno stile personale, avrebbe forse necessitato di più leggerezza e ironia per aprirsi una breccia nei cuori “ingrigiti” da una routine che il luogo comune vuole noiosa e poco stimolante e invece non per forza disprezzabile. Perlomeno in confronto all’alternativa pop-delirante-tramortente proposta dalla Rist.

Voto: 5                              Luca Baroncini

Luca Pacilio: 4½
Manuel Billi: 5

 

LA DANSE - LE BALLET DE L’OPÉRA DE PARIS
(FREDERICK WISEMAN)

Usa, 159'


Il Ballet de l’Opéra de Paris è una delle più grandi compagnie di danza al mondo. La Danse illustra il funzionamento di una compagnia di danza, dalla sua direzione, al supporto tecnico e alle lezioni, fino alle prove e alle rappresentazioni di sette balletti – "Paquita" di Pierre Lacotte, "Lo schiaccianoci" di Rudolf Nureyev, "Genus" di Wayne McGregor, "Medea" di Angelin Preljocaj, "La casa di Bernarda Alba" di Mats Ek, "Romeo e Giulietta" di Sasha Waltz e "Orfeo e Euridice" di Pina Bausch. Il film traccia un profilo di tutti gli aspetti del Ballet de l’Opéra, una delle principali istituzioni culturali in Francia.

Mette a disagio il tentativo di raccontare un film di Frederick Wiseman, probabilmente perché sorge il dubbio che non si tratti di singoli film ma di capitoli di un’unica grande indivisibile opera. Si vorrebbe soltanto possedere la facoltà di poter vedere e sentire qualunque cosa ci passi davanti agli occhi e attraverso le orecchie con la stessa profondità e con la stessa precisione con cui ci è concesso di osservare le porzioni di mondo filmate e registrate da uno dei più grandi registi americani di sempre. Immagini e suoni che sono il frutto di lunghi appostamenti, di un lento processo di scomparsa della macchina da presa e di un paziente districarsi attraverso ore di girato per lasciar emergere nient’altro che quel coagulo audiovisivo significante attraverso cui l’esperienza tramanda sé stessa. Un lento addensarsi di elementi visivi e sonori intorno a un concetto, uno spazio e un segmento temporale per provare a riprodurre il meccanismo con cui la memoria elabora il vissuto, disciplinando e riorganizzando i frammenti inconcludenti, ripetitivi e disconnessi della vita in un supporto narrativamente più fruibile e più agilmente trasportabile.

Voto: 10                              Stefano Trinchero

Luca Pacilio: 10
Giulio Sangiorgio: 10

 

- CONTROCAMPO ITALIANO

IL COMPLEANNO
(MARCO FILIBERTI)

Italia, 106'
Alessandro Gassman, Maria de Medeiros, Massimo Poggio, Michela Cescon, Christo Jivkov, Piera Degli Esposti, Thyago Alves


Due coppie di amici, Matteo e Francesca, Diego e Shary decidono di trascorrere insieme l'estate. Matteo, affermato psicanalista quarantenne, è sposato con Francesca. I due hanno una figlia, Elena, di cinque anni. Diego e Shary, invece, hanno un rapporto passionale ma all’insegna dell’instabilità e hanno un figlio, David, cresciuto negli Stati Uniti dove frequenta il college. Mentre Matteo é riflessivo, Diego è l’eterno ragazzo incapace di crescere. Con l’arrivo di David in Italia la solida apparenza si sfalderà sotto il sole, sempre più bollente, del Circeo

Voglia di dramma

C’è molta carne al fuoco nell’opera seconda di Marco Filiberti (il debutto Poco più di un anno fa – diario di un pornodivo pare sia stato un successo in dvd): l’ineluttabilità del destino, l’incomunicabilità contemporanea, l’irrazionale a squarciare ogni sicurezza, l’amour fou, la quiete non priva di insicurezze della classe sociale borghese. Ma al regista sembra interessare soprattutto che il conflitto tra eros e thanatos volga al melodramma. Esplicita dichiarazione d’intenti è l’incipit a teatro, con una lunga sequenza in cui i personaggi vengono presentati mentre sono spettatori di una rilettura wagneriana del mito di “Tristano e Isotta”. Le ambizioni sono alte e per un po’ ci si illude che la verve iniziale possa essere garanzia di riuscita. In realtà diventa sempre più ingombrante la sensazione che del dramma raccontato, dei legami messi in scena, delle dinamiche comportamentali che animano i rapporti tra i personaggi, si percepisca solo l’apparenza. Come dire, i gesti, le movenze, gli atteggiamenti, imitano la vita ma non arrivano mai davvero a penetrarla. L’impressione diventa certezza con l’entrata in scena del giovane che sconvolge il fragile equilibrio delle due coppie di amici, l’oggetto del desiderio che mette a soqquadro la vita emotiva del protagonista e scatenerà prese di coscienza, passioni e dramma (ennesimo elogio al senso di colpa). Un po’ perché l’interprete Thyago Alves è tanto belloccio quanto inespressivo (e, diciamolo, con i suoi 34 anni decisamente fuori parte), un po’ perché il suo rapporto con gli altri personaggi mette a nudo la vacuità delle caratterizzazioni; in particolare il suo legame con il protagonista non trova fondamento, se non a parole, con la presunta cultura di lui e l’altrettanto presunta voglia di imparare, scoprire e ascoltare dell’altro. La sceneggiatura non riesce così a districarsi nel dedalo di emozioni e peculiarità dei singoli personaggi e anche la messa in scena soffre della superficialità con cui le emozioni vengono impaginate: eccessi nella recitazione, poca spontaneità (i ragazzini sulla spiaggia paiono in perenne posa per la pubblicità di un gelato), la gag a dominare sulla verità dei personaggi (è spesso l’esuberanza di Alessandro Gassman a concludere con brio molte sequenze), dialoghi ricercati, a volte anche piuttosto efficaci (bello quel “io non mento…ometto” detto da una sempre carismatica Piera Degli Esposti) ma non sempre resi con naturalezza. Fino a una chiusa greve coerente con la dichiarata voglia di dramma ma decisamente forzata. In linea, comunque, con l’assenza di approfondimento che limita il possibile respiro della pellicola.

Voto: 5                              Luca Baroncini


Marco Filiberti, di cui consiglio caldamente di visitare il sito web , ha piu’ ambizioni che talento. Se nel precedente Poco piu’ di un anno fa aveva dato prova di un narcisimo senza eguali, ne Il compleanno si misura con i grandi maestri del melodramma: Visconti e Sirk in primis.  Il tragico amore di Tristano e Isotta funge da cornice mitica all’infatuazione dello psicanalista Matteo, tra le cui pazienti figura una Piera Degli Esposti (sic) che “non mente, omette” (sic sic), per lo student-modello David. Alcuni topoi della leggenda bretone vengono simpaticamente declinati. Ad esempio, il calice dell’elisir d’amore diviene un bicchiere di birra sorseggiato dai due futuri amanti sulla battigia a notte inoltrata. Tuttavia, il gioco della seduzione tra l’aitante David e il tormentatissimo Matteo si nutre di gesti e parole difficilmente reperibili nel tardoromanticismo tedesco o nel tardo tardodecadentismo teutonico viscontiano: Matteo che con sguardo lascivo accarezza idealmente il corpo di David sotto la doccia; ancora l’ostinato Matteo, che passa dalla fase scopica a quella tattile e spalma la crema solare sulla schiena del giovine.
Le scelte musicali rivelavo una spiccata sensibilità per gli accostamenti arditi: il sommo Richard ovviamente impera, pur prestandosi a  convivere con Iva Zanicchi. Ne eravamo coscenti anche se non volevamo ammetterlo: Wagner sta all’Amore come la Loretta Goggi di Maledetta primavera sta all’Onanismo.
Quanto al cast, il bel Thyago Alves ha due espressioni due : con o senza cono gelato, Alessandro Gassman secerne volgarità, l’intellettuale del gruppo legge Proust perché è l’intellettuale del gruppo, Maria de Medeiros, a cui spetta l’unico frammento minimamente decoroso ma anche la battuta piu’ imbarazzante del decennio (Quando sei giù, anche la torta va giù…), versa lacrime e non attende altro che un’auto la travolga. Cosa, questa, che si verifica puntualmente, nemmeno fossimo in un romanzo di Nabokov.
Non ci è dato sapere quanto il buon Filiberti sia consapevole dell’orrido, quanto le vagonate di cattivo gusto che il suo Compleanno ci regala siano frutto o meno di un certosino recupero degli oggetti più orridi del salotto di nonna Felicita. Il disvelamento dell’arcano non nobiliterebbe tuttavia l’oggetto: Il compleanno, che contiene tra l’altro un segmento a montaggio alternato tra i più indigesti che siano mai stati concepiti da mente umana (il prefinale: un agghiacciante crescendo wagneriano sfociante in un’ “omofania” fatale per la povera Maria de Medeiros), è una sciocchezza che offende l’intelligenza di chi conosce realmente i riferenti letterari, cinematografici e musicali che vengono trivialmente tirati in ballo.

Voto: 3                              Manuel Billi

 

DIECI INVERNI
(VALERIO MIELI)

Italia, 99'
Isabella Ragonese, Michele Riondino, Sergei Zhigunov


È l’inverno del 1999. Un vaporetto attraversa la laguna di Venezia. Camilla, diciottenne schiva, appena arrivata dal paese per studiare letteratura russa, nota tra la folla un ragazzo. Anche lui porta con sé una valigia, anche lui è appena arrivato. I due iniziano a guardarsi: lei è timida, lui più sfacciato. Silvestro ha la stessa età di Camilla, ma diversamente da lei, nasconde la sua inesperienza dietro un’ingenua spavalderia. E quando il vaporetto attracca, decide di seguire la ragazza per le calli nebbiose di un’isola della laguna... Così comincia un’avventura lunga dieci anni che porterà i due ragazzi dalla Venezia quotidiana degli studenti fino alla straniante frenesia di Mosca, con i suoi teatri e le enormi strade trafficate.

Prologo di un amore

Ambisce alla commedia sofisticata l’esordio alla regia di Valerio Mieli (anche co-sceneggiatore) che racconta una storia d’amore attraverso dieci quadri che rappresentano altrettanti anni in cui i due protagonisti si inseguono senza prendersi, fuggendo da un legame duraturo perché impreparati ad accoglierlo. I toni fiabeschi della narrazione prevedono però un lieto fine, che, tanto atteso, tarderà molto ma riuscirà ad arrivare. Piacevole nell’impostazione, abbastanza attento nelle caratterizzazioni, l’opera di Mieli procede con qualche intoppo a causa dei tanti elementi che prova ad abbracciare. Se la storia di “quasi amore” è in evidenza, non sempre scorrono con la stessa intensità e spigliatezza i rapporti con i familiari, le rispettive ambizioni professionali, le amicizie, le altre relazioni affettive, il mutare del sentire dei personaggi, protagonisti inclusi. La sospensione di incredulità latita in più occasioni (difficile credere alla svolta russa in cui la protagonista diventa la signora borghese di un uomo attempato, alla venuta di lui a Venezia per riconquistarla o all’incontro finale e risolutore a un’improbabile asta) e più volte si ha la sensazione di una successione decisamente forzata degli eventi. A risollevare in parte dall’ovvietà e dal (fin troppo) ricercato equilibrio delle mezzetinte, sono l’idea di partenza, comunque potente nell’utilizzo delle stagioni come parentesi in grado di racchiudere la vita, e l’ambientazione veneziana. Per una volta la città lagunare non diventa sfondo di scontate cartoline, ma è l’anima del film, inconfondibile tessitura che dona verità dove falliscono parole e azioni. Isabella Aragonese si conferma credibile ragazza della porta accanto, infagottata in un personaggio che non brilla per simpatia, e Michele Riondino ha indubbia presenza scenica.

Voto: 6                              Luca Baroncini

 

 

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