VENEZIA 2009
di 
LUCA PACILIO

 

Visioni differenti

A dispetto delle premesse, invero poco esaltanti, anche l’edizione numero 66 del festival veneziano ha offerto una degna proposta e, riguardo alla competizione, forse uno dei migliori cartelloni degli ultimi anni. La razzia fatta da Cannes non lasciava ben sperare in effetti e invece, operando scelte anche anticonvenzionali (in concorso ben due film di Herzog, il nuovo capitolo della saga zombesca di Romero, Tsukamoto e il suo ennesimo Tetsuo) Muller è riuscito ancora una volta nel miracolo di allestire un Festival molto vario, aperto a proposte di ogni tipo. Tutte le sezioni si sono ben difese e l’aggiunta di una nuova sala (i lavori del nuovo Palazzo del cinema sono finalmente iniziati) ha consentito proiezioni meno intasate e convulse, con un generale alleggerimento dell’atmosfera, mai così rilassata. La giuria presieduta da un democraticissimo Ang Lee (che non si è voluto avvalere del doppio voto) ha espresso un verdetto sostanzialmente equilibrato (mi riferisco al confronto con l’accoglienza fatta ai vari film e con le relative previsioni sui premi, perché quello a Soul Kitchen continua a suonarmi come una bestemmia e il clamore suscitato dal Leone d’oro Lebanon come il frutto di un’ allucinazione collettiva), anche se non mi libero dall’impressione che certi riconoscimenti (quello alla Rapperport e quello alla Trinca, quest’ultimo particolarmente pretestuoso) costituiscano dei pizzi pagati alle pressanti richieste del (chiamiamolo così) cinema italiano. Fin quando non ci si libererà da questa visione italocentrica, da vetrina di salvataggio per gli autori nostrani, non si dissiperà l’ombra di provincialismo che continua ad allungarsi sulla kermesse.
Altra cosa che mi pare opportuno rimarcare in questa sede è la galattica distanza che si sta creando tra giudizi della carta stampata e quella internettara che, sempre più, sembrano assistere a due Festival diversi. Legata evidentemente a una visione vecchia e sospettosa nei confronti di un cinema meno codificato, quando non a interessi di altri natura, la carta stampata si è espressa in maniera piuttosto fredda nei confronti di alcuni bellissimi film (Persecution di Chéreau, ad esempio) aprendosi a lodi sperticate per film come Baarìa di Tornatore. Di tutt’altro segno gli orientamenti delle testate online. Ancora su Tornatore (non si vuole infierire, ma è un esempio lampante che dice di un malessere molto più ampio che riguarda non solo il cinema come percepito da certa stampa; il film in generale non è piaciuto – proiezione stampa chiusasi con freddezza eloquente, con pochi applausi e qualche fischio nel generale silenzio - ed è stato immediatamente archiviato dopo la visione; al di là delle trombe che suonavano in TV – ma la TV è l’antitesi dell’ informazione, oggi -, al Festival nessuno, neanche chi diceva di averlo apprezzato, ha mai seriamente pensato che potesse vincere qualcosa), per rendere la situazione bastava confrontare le schede critiche delle testate italiane con quelle estere sul suo film: le prime estremamente positive, le seconde estremamente negative. Punti di vista? Certo, conta molto il punto geografico dal quale si guarda, soprattutto nel malatissimo caso italico.

Luca Pacilio

 

 

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