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VENEZIA 66 IN PILLOLE
PROMOSSI
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L’ottima direzione di Marco Müller, in grado di
conciliare critica e pubblico con un programma quanto mai ricco e
vario, capace di spaziare dall’horror al film d’autore a
dimostrazione di come festival non significhi per forza cripticità
e addetti ai lavori ma, molto più intelligentemente, cinema a 360°.
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La gestione della programmazione, grazie soprattutto a una
nuova sala (Perla 2, scomoda ma funzionale) e a una maggiore
elasticità nel regolare gli afflussi.
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Più luoghi ove pranzare, cenare, fare un break tra una
proiezione e l’altra.
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La sempre piacevole decadenza delle spiagge del Lido.
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La nuova passerella, più accessibile a tutti.
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Nessun film del cuore ma molte opere interessanti e degne
di nota.
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Il Pixar-Day, con una scenografia ispirata a “Up”
(tanti palloncini ovunque) a colorare il rigido protocollo
festivaliero.
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La Coppa Volpi come Migliore Attore a Colin Firth, ottimo
come suadente protagonista di “A
Single Man”, debutto alla regia di Tom Ford.
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Il progetto, davvero futuristico, del nuovo “Palazzo del
Cinema”: resta da vedere se e quando le idee diventeranno pietra.
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Il croissant alla Nutella del Bar Trento.
BOCCIATI
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L’italietta dello squallore in vetrina con tanti, troppi,
personaggi in rapido passaggio per promuovere con insondabile
fierezza uno sconcertante vuoto di contenuti.
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La Coppa Volpi come Migliore Attrice a Kseniya Rappoport
per “La doppia ora”
che non coglie le sfumature di una dark-lady dell’est e sembra
provenire direttamente dal set de “La sconosciuta”; molto meglio
la Buy de “Lo spazio bianco”
che, certo, fa sempre la Buy, ma con grande naturalezza e spontaneità.
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I “buh!” e gli “osanna” preventivi, in poche parole
la spocchia di certa critica che ha già deciso com’è il film
prima di vederlo e accede ad alcune proiezioni come se andasse al
patibolo (ma state a casa!)
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al termine della proiezione per la stampa de “Lo
spazio bianco” di Francesca Comencini: l’urlo straziante,
prolungato e solitario “vai a lavorare!!!”; ok! Un film può non
piacere, fare pure schifo, ma la reazione è apparsa in qualunque
caso spropositata all’evento, comunque fastidiosa.
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Durante la proiezione per il pubblico di “Survival
of the Dead” di George A. Romero: gli applausi a scena aperta
ogni volta (e sono tante) in cui compariva e veniva (ri)trucidato
uno zombi.
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La monotematicità degli interventi durante la conferenza
stampa di “The Man Who
Stare at Goats” con George Clooney: gay o Canalis? (Lui,
comunque, è stato al gioco con classe).
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Il cantiere a cielo aperto per la costruzione del nuovo
Palazzo del Cinema che ha ridotto notevolmente gli spazi comuni,
soprattutto la scalinata del Casinò, luogo di passaggio e
chiacchiera per eccellenza delle precedenti edizioni.
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I troppi stand (piuttosto brutti alla vista, occorre
sottolineare) presenti a ogni angolo con un colpo d’occhio più da
fiera che da festival.
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I ladri di portafogli che approfittano della buona fede del
festivaliero in fuga dalla routine per ricordargli che dalla dura
realtà non si scappa.
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