VENEZIA 2009
GIORNATE DEGLI AUTORI

 

GIORNATE DEGLI AUTORI:
  
- MERZAK ALLOUACHE - HARRAGAS
- SIGNE BAUMANE - TEAT BEAT OF SEX
- ISRAEL ADRIÁN CAETANO - FRANCIA
- MARIO CANALE, ANNAROSA MORRI - VITTORIO D. [EVENTO SPECIALE 100 + 1]
- STEFANO CONSIGLIO - L'AMORE E BASTA
- YANNICK DAHAN, BENJAMIN ROCHER - LA HORDE
- LÉA FEHNER - QU'UN SEUL TIENNE, LES AUTRES SUIVRONT (SILENT VOICE)
- ERIK GANDINI - VIDEOCRACY  [IN COLLABORAZIONE CON LA SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA]
- JESPER GANSLANDT - APAN - THE APE
- STERLIN HARJO - BARKING WATER
- SHERRY HORMAN - DESERT FLOWER
- VALERIO JALONGO - DI ME COSA NE SAI
- CLAUDE MILLER, NATHAN MILLER - JE SUIS HEUREUX QUE MA MÈRE SOIT VIVANTE
- DANIEL MONZÓN - CELDA 211 (CELL 211)
- JORGE NAVAS - LA SANGRE Y LA LLUVIA (THE BLOOD AND THE RAIN)
- ELISABETTA PANDIMIGLIO - MILLE GIORNI DI VITO
- GORAN PASKALJEVIC - HONEYMOONS
- FRANCESCO ROSI - I MAGLIARI (1959)  [EVENTO SPECIALE 100 + 1]
- DANIEL SÁNCHEZ-ARÉVALO - GORDOS
- PAOLA SANGIOVANNI - RAGAZZE - LA VITA TREMA  [IL CINEMA DEL REALE: PROIEZIONE SPECIALE]
- MARINA SPADA - POESIA CHE MI GUARDI  [IL CINEMA DEL REALE: PROIEZIONE SPECIALE]
- ALEX VAN WARMERDAM - DE LAATSTE DAGEN VAN EMMA BLANK (THE LAST DAYS OF EMMA BLANK)

  

 

 

- GIORNATE DEGLI AUTORI

 

L'AMORE E BASTA
(STEFANO CONSIGLIO)

(Italia, 75')


Storie di ordinario ménage coniugale...


In L’amore e basta, il regista Stefano Consiglio vorrebbe renderci partecipi dello “scandalo” della normalità. Nulla da obiettare. Ma quale normalità? La normalità scabrosa, per Consiglio, è quella rappresentata dalla coppia omosessuale monogamica, cui la legge dovrebbe accordare il diritto di adottare. Messaggio tra le righe che uno spettatore attento e partecipe puo’ facilmente cogliere: “possiamo comprendere che questo diritto non venga concesso a chi non risponde ai requisiti sovraesposti”. Avendo operato strategicamente una selezione (un solo modello di coppia: monogamica, benestante, sovente credente), per non dire una riduzione dell’eterogeneo universo delle omoaffettività ad un unicum, Consiglio si permette di “reinventare” un campione (falsando la proteiforme realtà) al fine di veicolare un messaggio di primo livello che si vorrebbe chiaro e cosi’ destinabile ad un pubblico da Prime Time televisivo. Purtroppo, questa logica della menzogna a fin di bene resta una costruzione non supportata da un discorso politico e critico. Solo l’argomentazione, ovvero una presa di posizione netta ed esplicitata (ho scelto questo campione perché...), avrebbero legittimato la parzialità e l’arbitrarietà della documentazione. Cosi’ com’è, questo pudico e ruffiano oggetto filmico è la discutibile messa in atto di una captatio bevevolentiae da struzzo, in cui si celebra un feticcio (la coppia “perfetta”) e si condanna implicitamente un “resto” di cui ipocritamente non si vuol parlare. L’amaro (in bocca) e basta.

Voto: 5                              Manuel Billii

Luca Pacilio:s.v.

 

VITTORIO D
(MARIO CANALE E ANNAROSA MORRI)

(Italia, 92')
Dario Fo, Franca Valeri, Shirley McLaine, Clint Eastwood, Woody Allen, Abdellatif Kechiche, Giulio Andreotti, Dino De Laurentiis, Pasquale Squitieri, Ken Loach, John Landis, Paul Mazursky, Giuseppe Rotunno, Tonino Guerra, Armando Trovaioli, Renzo Rossellini, Sofia Loren, Alberto Sordi, Federico Fellini, Giuseppe Amato, Cesare Zavattini


Ritratto di un Maestro che tende all’agiografia ma, in fin dei conti, predilige, con il più corretto degli atteggiamenti, il lato umano, ne più ne meno. Vittorio D se da una parte mantiene la sobrietà dell’approccio, manca d’interpretazione, lo sguardo si eclissa tra la contemplazione necessaria, il coro d’autore (il florilegio di registi intervistati, dall’esagitato Leigh al burlone Landis, passando per Allen, Eastwood, etc), il materiale di repertorio (l’autoritratto televisivo) e la strizzatina d’occhio al suo famosissimo limite (il gioco d’azzardo). Il brio, il magnetismo, la signorilità, tutti i caratteri di un personaggio poliedrico che, inevitabilmente, lasciano un pizzico di nostalgica amarezza su il cinema che fu.
Ma questa è un’altra storia…

Voto: 5½                              Marco Compiani

 

LA HORDE
(
YANNICK DAHAN, BENJAMIN ROCHER)

(Francia, 97')
Eriq Ebouaney, Aurélien Recoing, Jean-Pierre Martins, Jo Prestia, Claude Perron, Yves Pignot


Determinati a vendicare un collega ucciso da una banda di criminali, quattro poliziotti armati fino ai denti partono in spedizione punitiva verso la banlieue nord di Parigi. Ma le cose vanno di male in peggio: l’assalto si trasforma in débacle e un’orda famelica di zombi assedia l’edificio. Non resta che accantonare le beghe interne e combattere spalla a spalla il nemico alle porte.

Spostamenti di massa

Parigi è in fiamme. Colonne di fumo, fuoco e morti viventi incombono su una piccola armata di sopravvissuti composta da flic, delinquenti di periferia e panciuti veterani di guerra. Paradossalmente, una fatiscente torre di cemento di una cité HLM diventa la roccaforte nella quale asserragliarsi e dalla quale respingere gli aggressori provenienti dalla città benestante. Come i borghesi parigini temono la calata in centro dei banlieueusard, così questa improvvisata comunità di derelitti teme la salita degli zombi che da Parigi si irradiano verso la periferia. Distorsione sociale che esemplifica perfettamente la strategia dislocante di La horde: la manipolazione ludica di materiale derivato sia dall’horror americano (Carpenter e Romero) sia dalla Nouvelle Trouille francese (Alexandre Aja ma soprattutto Xavier Gens, anche produttore esecutivo) è la tattica principale utilizzata da Dahan e Rocher per iniettare massicce dosi di ironia grottesca nel tessuto del film.
Spostando e accelerando i cliché dei generi frequentati (polar nel primo rullo, horror nei successivi), Yannick Dahan e Benjamin Rocher, assistiti in sede di sceneggiatura da Arnaud Bordas e Stéphane Moïssakis, esasperano lo spirito di corpo dei poliziotti (incattivendolo nel concetto vendicativo di “famiglia”) e iperbolizzano la pericolosità degli zombi (veloci e forzuti come neanche gli infetti di 28 giorni dopo di Danny Boyle). Così esagerati e gonfiati, gli stereotipi dei generi di riferimento (la sostanziale identità tra poliziotti e delinquenti, l’eroico sacrificio per coprire la fuga dei sopravvissuti) si prestano naturalmente a degenerare in situazioni che flirtano con la caricatura e virano verso l’humour nero: nessun problema di accettabilità allora nell’osservare i flic in passamontagna che vedono fallire il loro agguato per l’inopportuno intervento di un guardiano forcaiolo, nessuna stonatura di registro nell’assistere alle raffiche solitarie di un ex colonialista che, mitragliatore in pugno e bomba a mano in bocca (di uno zombi), si immola gridando slogan up-to-date.
Eppure non siamo ancora in territorio parodistico: l’intento di La horde non è quello di divertire lo spettatore irridendo i cliché visitati, ma di coinvolgerlo manipolandoli spregiudicatamente. Detto altrimenti, gli stereotipi non crollano sotto i colpi del sarcasmo, ma ondeggiano plasticamente alle scosse d’ironia. La stessa strategia iperbolica e dislocante coinvolge messa in scena e casting: se nel primo rullo Dahan e Rocher enfatizzano la solidità visiva del polar con particolari granitici (si veda l’incipit) e inquadrature sontuose (la sequenza del funerale), in quelli successivi è l’ipercinetismo à la Frontière(s) ad essere potenziato (la lunga fuga negli scantinati dell’edificio), senza peraltro – e deliberatamente - raggiungere il gore fuori parametro del film di Gens. Spostamento che investe in pieno la scelta degli attori, vere e proprie permutazioni in carne ed ossa degli interpreti più emblematici della Nouvelle Trouille (“Nuova strizza”): Jean-Pierre Martins (Ouessem) è una sorta di Samuel Le Bihan (Frontière(s)) ancora più rozzo e imbolsito; e Yves Pignot (René) non può non ricordare Philippe Nahon (Alta tensione) ma più ventripotente e agguerrito. Il gioco manipolatorio con il repertorio horror francese raggiunge infine il parossismo nella vendetta a mani nude di Adewale (Eriq Ebouaney): ricordate come Albert Dupontel sfondava il volto del presunto stupratore della Bellucci in Irréversible? Non è sulla faccia del Greco (Jo Prestia) che Ade si accanisce fino a ridurla in poltiglia, ma su quella del Tenia. Giustizia è fatta, per interposta pellicola.

Voto: 6½                              Alessandro Baratti


Zombì

La “nouvelle vague transalpina” continua a sfornare nuovi talenti. È questa la volta dei due giovani Yannick Dahan e Benjamin Rocher, alle prese con il primo film francese di zombi. Da George A. Romero in poi in tanti si sono cimentati nel sotto-genere. Il debutto della Francia gode delle lezioni del passato e di una rielaborazione personale che spinge i due registi a limitare la narrazione all’essenziale per concentrarsi quasi esclusivamente sul massacro. Il lato umano vede fronteggiarsi da una parte poliziotti corrotti e dall’altra delinquenti psicopatici. L’arrivo improvviso degli zombi, nel condominio disabitato in cui i due opposti (ma non troppo dissimili) schieramenti si fronteggiano, obbligherà le parti a un accordo per cercare nella coesione la forza per uscirne vivi. Come il genere impone, a salvarsi saranno in pochissimi e le morti saranno dettagliate con gusto più ludico che sadico. Imperdibile uno dei personaggi in cima a un’auto circondata da centinaia di morti viventi che venderà cara la pelle prima di farsi sbranare, così come non possono non attirare le simpatie del pubblico gli eccessi del vecchietto ex veterano di guerra (figura immancabile negli horror) che pare ottenere dalla battaglia un godimento a stretto confine con quello sessuale. C’è voglia di splatter, di tensione, di gore, tanto estremi quanto liberatori. Chiariamolo subito: il film non inventa nulla dal punto di vista visivo. La velocizzazione degli zombi era già stata utilizzata da Danny Boyle in 28 giorni dopo (che per il resto pescava anche lui a piene mani dal passato), la desaturazione dei colori e la potenza degli effetti sonori sono mode quasi usurate nel loro costante ripetersi, per non parlare del cinismo di fondo che propone l’egoismo come comune denominatore delle relazioni umane. Poi ci sarà anche chi parlerà di un risvolto politico come tutte le volte in cui non si ha il coraggio di dire che gli horror proprio per quello che mostrano e non per ciò che, si ipotizza, rappresentino. In ogni caso il film di Yannick Dahan e Benjamin Rocher non pare ambire all’allegoria ma sembra porsi come unico obiettivo, con molta onestà, l’ultraviolenza fine a se stessa. Una coerenza stilistica che scuoterà le anime giudicanti ma permetterà agli altri di divertirsi.

Voto: 7                              Luca Baroncini

Luca Pacilio: 6
Marco Compiani: 7
Giulio Sangiorgio: 7½
Manuel Billi: 7

 

BARKING WATER
(STERLIN HARJO)

(Usa, 81')
Casey Camp-Horinek, Richard Ray Whitman, Jon Proudstar, Aaron Riggs, Fiawna Forte


Frankie viene dimesso dall’ospedale, sta morendo. Con la sua ex, Irene, intraprenderà un lungo viaggio attraverso l’America.

Pretenzioso, ai limiti dell’autoparodia, Barking Water cerca il road trip alternativo:: svisionamenti mistici pseudo-Castaneda (con il sommo rispetto che il sottoscritto ha dell’autore) legittimati da un uso alquanto bizzarro del digitale, intimismo etnico (silenzi, digressioni visive artificiose), percorso di formazione tra nuove generazioni scoppiate e razzismi inconsapevoli, rielaborazione del passato prima di un trapasso liberatorio (l’aspetto più interessante, quello della malattia del protagonista è svuotato di intensità, si sfiora il ridicolo e tutto procede secondo palinsesto), etc. Si cerca la più che scontata natura epifanica del saggio indiano, vicino alla morte, pieno di sensi di colpa, ma, allo stesso tempo con un fare comunicativo miracoloso (ottiene un sacchetto di erba da un americano che lo accusava qualche secondo prima di violazione della proprietà privata e riti vodoo terroristici – si trattava in realtà di magia di guarigione - ) . Non so perché mi ritorna in mente una puntata di Baywatch dove uno sciamano (?) pellerossa moriva lungo una spiaggia e il suo spirito si incarnava in un aquila marina volteggiante nel cielo. In sottofondo, le note di Ly-o-lay-ale-loya.

Voto: 3                              Marco Compiani

 

JE SUIS HEUREUX QUE MA MÈRE SOIT VIVANTE
(CLAUDE MILLER, NATHAN MILLER)

(Francia, 90')
Christine Citti, Vincent Rottiers, Yves Verhoeven, Sophie Cattani


Thomas è stato adottato all’età di 4 anni. Ormai adulto, parte alla ricerca della vera madre.

Uno dei ricordi che Thomas ha della madre è una tenera soggettiva, in cui le dita della sua mano la filmano giocosamente. Il Cinema come dolorosa ricostruzione e messa a fuoco di suggestioni, sovrapposizioni, immagini incerte di un passato ancora vivo, causa di tormento, ma soprattutto, desiderio che ricerca, fortemente, la verità. L’ideale però si schianta contro il principio di realtà, rimette in moto pulsioni non ancora rielaborate (il complesso edipico) che trovano nella violenza della condanna, la più forte manifestazione d’amore.
Sono felice che mia madre sia viva sono le ultime parole dette dal ragazzo sul banco degli imputati.
La lontananza tra pubblico e privato riesce, dopotutto, a trovare un punto di contatto. Miller filma con intensità, preferisce l’allusione, l’incertezza, ma non per questo allontanando lo spettatore da una tensione fin troppo esplicita. Le sfaccettature del giovane Thomas , introdotto senza forzature, arrancano un po’ nella seconda parte del film, dove lentamente ritorna a galla il conflitto ancora aperto e la vicenda prende una strada decisamente accomodante.
Perplessità sul finale. L’assonanza con l’ultima inquadratura de I 400 colpi più che un omaggio, sa di manifesto.

Voto: 6                              Marco Compiani

Manuel Billi: 7

 

CELDA 211 (CELL 211)
(DANIEL MONZÓN)

(Spagna, Francia, 111')
Luis Tosar, Alberto Ammann, Antonio Resines, Marta Etura, Carlos Bardem, Manuel Morón, Luis Zahera, Vicente Romero


La rivolta in carcere coinvolge anche un giovane dipendente dell’istituto, appena assunto, che, per salvarsi, si finge detenuto.

Non inizia affatto male il film di Monzon: l’idea di un infiltrato involontario, nella rivolta che scoppia nel carcere, del travestimento psicologico, del cambio di prospettiva (da carceriere a carcerato) risulta spunto ricco di implicazioni e dà avvio a un insieme di avvenimenti che mantengono alta l’attenzione per tutta la prima mezz’ora. A dire il vero già in essa qualcosa comincia a non funzionare, a cominciare dai pedanti flashback che disegnano la storia d’amore del protagonista con evidente pretestuosità, assolvendo la funzione di giustificare il clamoroso cambio di barricata delle seconda parte. La meccanicità che si impossesserà della pellicola è già presente in questi scorci, appena mediata dall’interessante dialettica che si instaura tra schermo e videocamera, interno ed esterno, quello che si dichiara e quello che si pensa, gioco di strategie opposte che è il perno di una storia che riflette sull’inevitabilità dell’assunzione di una posizione autodifensiva, che prescinde dagli interessi generali in ballo, quando ci si trova a far parte di una fazione di cui, anche solo per finta, si finisce per interpretare il credo: in questo senso l’autore vira chiaramente su posizioni antagoniste, facendo del Sistema il propugnatore di una salva di inganni e corruzioni e dei detenuti le vittime di questa efferata rete; in questo senso non suona neanche proditorio il tentativo di riflessione sulla TV che insabbia la realtà e che diventa mezzo ribaltabile per dire la verità, compromettendo l’autorità bugiarda. Peccato che l’elemento venga portato avanti con spregio assoluto del tratteggio dei personaggi e delle situazioni e che questi eccessi finiscano col far sfilacciare il film: la storia, che fondava sulla verosimiglianza buona parte del suo potenziale di tensione, diventa lentamente un festival dell’improbabilità che annulla la suspense, inciampando, nel finale, nel ridicolo involontario.

Voto: 4½                              Luca Pacilio

Manuel Billi: 4

 

HONEYMOONS
(GORAN PASKALJEVIC)

(Serbia, Albania, 95')
Nebojsa Milovanovic, Jelena Trkulja, Jozef Shiroka, Mirela Naska, Bujar Lako, Yilka Mujo, Lazar Ristovski, Petar Bozovic, Danica Ristovski, Fabio Buompastore


Due coppie di giovani, una albanese e l’altra serba, cercano la libertà e la pacifica convivenza nella legalità, ma troveranno molti ostacoli sul loro cammino. A Bari come in Ungheria.

Le due facce della stessa moneta

Goran Paskaljevic continua ad applicare il suo sguardo a un cinema dal forte contenuto politico, finalizzato a portare avanti le idee anti-nazionaliste che lo hanno obbligato a lasciare la terra di origine (è nato a Belgrado) nel 1992. Da allora continua a mettere in discussione la chiusura al nuovo delle vecchie generazioni, legate a valori conservatori che finiscono inevitabilmente per riversarsi sulle giovani generazioni, spesso colpevoli solo di portare sulle spalle il peso di antiche violenze di cui non sono responsabili. È quello che accade anche alle due coppie, geograficamente antitetiche ma intimamente speculari, protagoniste di Honeymoons, corpo e spirito dei due distinti episodi in cui è suddiviso il film e che potrebbero sovrapporsi a causa della sorte, non troppo diversa, che i personaggi finiscono per subire. In Albania un ragazzo e una ragazza fuggono dalla campagna e dalla ritualità di un mondo arcaico che impedisce ogni velleità per poi trovarsi, nonostante la regolarità dei documenti in loro possesso, a essere separati e trattati con disprezzo al momento dello sbarco in un’Italia indifferente e carica di pregiudizi. Simile il destino della coppia sposata che dalla Serbia fugge verso Vienna, dove il ragazzo è atteso per un’audizione alla Filarmonica. In Ungheria lui sarà bloccato e rischierà di vedere crollare per sempre le sue velleità artistiche. I due raccordi hanno un andamento similare (entrambe le coppie partecipano a un matrimonio e si trovano a scontrarsi con odi e preconcetti) e ciò rafforza il punto di vista del regista che vuole dimostrare come i giovani, almeno quelli che lui mette in scena, sono stanchi di pagare per le colpe dei genitori e vogliono essere considerati per ciò che sono e non per quello che rappresentano. Un po’ ricattatorio nel modo (l’indignazione sorge spontanea a causa della retorica dei contrasti), con una fase preparatoria forse troppo lunga rispetto alla brevità degli sviluppi, lasciati aperti. Ineccepibile, comunque, il discorso morale sotteso alla poetica di un regista che continua a vedere il cinema come un’arma per cambiare il mondo.

Voto: 7                              Luca Baroncini


Paskaljevic affronta, nuovamente, i resti de La polveriera esplosa con la guerra nei Balcani - le ferite mai rimarginate, i conflitti inesausti - e lo fa riassumendo la realtà all'interno dell'area semantica relativa al concetto di famiglia. E' un'allegoria viscerale, radicata nella tradizione e, soprattutto, nella cruda realtà dei fatti: una guerra fratricida, le colpe dei padri che ricadono inevitabilmente sui figli, il matrimonio come tentativo di rifondare una comunità. E il viaggio di nozze del titolo, è la fuga da quei detriti, il sogno dell'emigrazione. I long-take ancorano la semplificazione narrativa alla realtà, escludendo spesso la manipolazione del montaggio interno alle sequenze, stagliando le figure nella precisione realizzante del digitale. Nettamente diviso in tre parti, il film presenta nelle prime due le diatribe che vivono i gruppi familiari - uno serbo, l'altro albanese -, nella terza segue gli sviluppi del viaggio delle giovani coppie. A rigor d'allegoria il film (prima co-produzione serbo-albanese) sposa al suo interno Serbia e Albania, in un parallelo - riassunto nelle analoghe vicende vissute dai fidanzati - che non sfocia nell'incontro tra i due nuclei familiari, ma nel destino comune dei rispettivi honeymoons: i sogni si infrangono in dogana, il Kosovo (sotto le linee narrative viene a galla una notizia, la morte di militari Italia nella provincia autonoma) è un marchio a fuoco sul passaporto, il pregiudizio la vera Legge che li accoglie, senza scrupolo di sorta in Italia, sotto il manto della burocrazia in Ungheria. Un ballo a tre passi dimostrativo, toni e situazioni a mano marcata, pietà assente su ogni fronte. Già visto e, purtroppo, non per colpe proprie.

Voto: 6½                              Giulio Sangiorgio

Marco Compiani: 5½
Giulio Sangiorgio: 6½

 

GORDOS
(DANIEL SÁNCHEZ-ARÉVALO)

(Spagna, 120')
Antonio de la Torre, Roberto Enríquez, Verónica Sánchez, Raúl Arévalo, Leticia Herrero, Fernando Albizu, María Morales, Pilar Castro, Adam Jezierski


Storie di ordinaria solitudine e di umana pesantezza.

La nuova commedia dell’abile Daniel Sánchez-Arévalo, già responsabile del riuscito Azuloscurocasinegro, sposa la tesi dell’obesità come condizione esistenziale “leggera”, contrapponibile alla pesantezza del benessere fisico. Come già nel precedente, sono gli effetti sorpresa a scandire il ritmo sostenutissimo: bizzarre confessioni (un amante amputato), parentesi sorprendenti (genitori soprappeso le cui imprese ginnicosessuali finiscono dritte su YouTube: oramai la vendetta è un piatto da servire on line…), ardite considerazioni. Certo, si può rimproverare al regista una certa facilità di approccio, di lavorare in superficie e mai scavare in profondità. In ultima analisi, di compiacere il pubblico e di azzerare tutto il potenziale Queer che una tale concentrazione di colorate amenità può sviscerare. Ma ben vengano commedie così sapientemente strutturate, in grado di tenere per due ore pur poggiando su una banalità sociologico-esistenziale che regge l’intera impalcatura narrativa.

Voto: 6½                              Manuel Billi

 

DE LAATSTE DAGEN VAN EMMA BLANK (THE LAST DAYS OF EMMA BLANK)
(ALEX VAN WARMERDAM)

(Olanda, Belgio, 90')
Marlies Heuer, Gene Bervoets, Eva van de Wijdeven, Alex van Warmerdam, Gijs Naber, Marvan Kenzari, Annet Malherbe


In una grande casa di campagna, la proprietaria Emma Blank è molto malata e i domestici si prendono cura di lei: Haneveld il governante, Bella la cuoca, Gonnie la cameriera e Meier il servitore. Malgrado il suo disperato bisogno di cure amorevoli, Emma è inflessibile, avara e dittatoriale, con pretese che diventano sempre più assurde, al punto da far impazzire l’intero staff. Fino al giorno in cui il personale scopre che non erediterà niente e smette di recitare la farsa di premura e solerzia per meditare invece la vendetta.
(dal sito de Le giornate degli autori)

Niente è più buffo dell'infelicità (Finale di partita, Samuel Beckett) Colpo di fulmine - tratto da “Adel Blank”, commedia teatrale scritta e diretta da Van Warmerdam stesso (di cui in Italia abbiamo visto Il vestito) - The last days of Emma Blank è un crudo apologo su i vizi capitali che sottostanno al sistema famiglia. Gruppo in un interno (sullo sfondo pacato del panorama olandese, accompagnato da solari note pop) è costretto a recitare un ruolo di sottomissione (e di dipendenza economica) per fini di lucro: Emma impone ai membri della sua famiglia allargata di fingere di essere la servitù; contropartita: l'eredità che lascerà alla sua morte per supposta malattia. Van Warmerdam misura le pulsioni umane - è il denaro a legare, non il sangue – imbastendo un meccanismo narrativo che gioca con le regole della rappresentazione (fino alla prima rivelazione il pubblico è portato a credere che Theo, il cane nel teatrino pensato da Emma, sia interpretato da un uomo per tacito patto narrativo e sollazzo demenziale), si muove su dettami mutuati dal teatro dell'assurdo (mette in scena i personaggi, non li spiega, lascia ellissi di senso pluri-interpretabili), registra lo scorrere delle vicende evitando scene madri, negando catarsi o vie di fuga (principio dello sguardo che si riflette nel narrato: Theo non permette che la nipote, da cui è anche attratto, si leghi a qualcuno esterno alla famiglia), affogando nella norma del tono grottesco che mantiene per l'intera durata crudezze e aberrazioni, di fronte a cui lo spettatore ride, perché non accompagnato in altre dimensioni da discontinuità di alcun genere: è sempre lo stesso campo da gioco, una prigione da cui non si evade. Un gioiellino.

Voto: 7½                              Giulio Sangiorgio

Luca Pacilio: 7

 

 

 

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