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VENEZIA 2009 FUORI CONCORSO |
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FUORI CONCORSO: |
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JAUME
BALAGUERÓ, PACO PLAZA - [REC 2] |
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FRUIT
CHAN, CUI JIAN - CHENGDU, WO AI NI (CHENGDU, I LOVE YOU) |
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JOE
DANTE - THE HOLE |
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ABEL
FERRARA - NAPOLI NAPOLI NAPOLI |
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ANTOINE
FUQUA - BROOKLYN’S FINEST |
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GRANT
HESLOV - THE MEN WHO STARE AT
GOATS |
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ANGELA
ISMAILOS - GREAT DIRECTORS |
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ANURAG
KASHYAP - GULAAL |
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ANURAG
KASHYAP - DEV. D |
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HANA
MAKHMALBAF - RUZHAYE SABZ (GREEN
DAYS) |
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FRANCESCO
MASELLI - LE
OMBRE ROSSE |
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GIULIANO
MONTALDO - L’ORO DI CUBA |
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YOUSRY
NASRALLAH - EHKY YA SCHAHRAZAD
(SCHEHERAZADE, TELL ME A STORY) |
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ROMAN
PASKA, JOHN TURTURRO - PROVE PER UNA TRAGEDIA SICILIANA |
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MEHRA
RAKEYSH OMPRAKASH - DELHI - 6 |
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RINTARO
- YONAYONA PENGIN |
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STEVEN
SODERBERGH - THE
INFORMANT! |
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SYLVESTER
STALLONE - RAMBO (DIRECTOR'S CUT) [EVENTI] |
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OLIVER
STONE - SOUTH OF THE BORDER |
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NICOLAS
WINDING REFN - VALHALLA RISING |
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[REC 2] (JAUME BALAGUERÓ, PACO PLAZA)
Spagna,
85’
Manuela Velasco, Jonathan Mellor, Andreas Ros Mire, Ariel Casas, Pablo Rosso |
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Cosa è successo agli autori di Mentre voi dormite? Qualcuno entrerà per scoprirlo.
Teoremino che gioca a carte scoperte, ennesima esibizione della metadiscorsività come strumento che, dalla paura di genere (ai limiti dell’assuefazione), sbandiera intenti satiro-politici.
Stesso palazzo, leggero scarto temporale (sono passati 15 minuti dalla carneficina della troupe televisiva), solita solfa. Due sguardi. Dentro il sistema un manipolo di forze speciali guidate da un sacerdote entrano nella casa degli orrori per scoprire la causa (e antidoto) dell’epidemia diabolica; fuori dal sistema una combriccola di adolescenti pagano cara la curiosità tipica della loro età (ed erano pure stati avvertiti dalle bambole gonfiabili che non possono volare!).
[Rec]2 punta alla semplificazione, ricerca il messaggio diretto, abiura l’ambiguità e diffonde la mancanza di mezze misure. Il (ri)trito si fa sentire, non lasciando scampo ad una morale di fondo che meritava una tutt’altra banalizzazione. E’ nelle Istituzioni che si nasconde il Male, ideazione/rappresentazione/strumentalizzazione dell’immaginario collettivo (i topoi dell’horror movie rimasticati e compressati tutti insieme) che si ritorce contro chi l’ha generato (Cinema?) e lo contamina irrimediabilmente (lo schizzo di sangue sull’ottica della mdp), messa al macello di giovani inconsapevoli (i militari della spedizione e i giovani
teenegers), metafore post 11 Settembre e tanto altro che si riflette con chiarezza nella contemporaneità.
In breve: Il Male è sia nell’alto dei cieli che nella fica di tua madre.
Più chiaro di così…
Voto:
5
Marco Compiani
Il potere del sequel. Si riparte esattamente da dove ci
avevano lasciati.
Stesso palazzo, soliti appestati, solito girato in soggettiva.
Cambia – ovviamente - la carne mandata al macello, stavolta un
gruppo di militari che scortano un parroco e – vedi il caso - dei
ragazzini che, passando di lì (con videocamera) vanno a finire
proprio dentro quel sorvegliatissimo palazzo.
Nonostante (tutto) questo, e nonostante l’entrata in scena del
demonio, che naturalmente non avrebbe potuto scegliere corpo e
figura professionale migliori per uscire di scena verso la conquista
del mondo, la storia, o quello che ne è rimasto, non cambia.
L’eterna soggettiva di paura, che nel primo episodio riusciva solo
in parte a (auto) giustificarsi con l’espediente del servizio
girato della troupe televisiva, si carica qui anche delle vecchie
perplessità (perché
continuare a farlo quando il pericolo è evidentemente fuori campo?).
Oltretutto, un condominio è sempre un condominio, figuriamoci poi
quando è lo stesso.
La
bambina indemoniata è una vera e propria disgrazia.
Voto:
4½
Camilla Bartolini
Luca
Pacilio: 5
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THE
HOLE (JOE DANTE)
Usa,
98’
Chris Massoglia, Haley Bennett, Natham Gamble, Teri Polo, Bruce Dern |
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Una donna trasloca con i due figli in una nuova casa. In attesa che cominci la scuola il tempo a disposizione è molto e gironzolando per la casa i due ragazzi trovano nella cantina una botola chiusa con più lucchetti. Incuriositi dalla novità scardinano i sigilli e trovano un buco che pare non avere fondo. Inavvertitamente hanno scatenato forze oscure e misteriose.
Un buco…nell’acqua
Esiste un buco nero che contiene le nostre paure più recondite, un anfratto buio e nascosto dove i nostri punti deboli sono pronti a uscire allo scoperto per ricordarci quanto siamo vulnerabili di fronte all’ignoto. Joe Dante colloca questa pericolosa interfaccia nella cantina della casa di provincia in cui vanno ad abitare i fratelli Dane e Lucas insieme alla madre. Il tema, più che inflazionato, è affrontato in modo piuttosto piatto e prevedibile dal regista americano, che abbandona i temi politici molto presenti nelle ultime produzioni (da La seconda guerra civile americana ai due episodi per la serie televisiva “Masters of Horror”) per un horror tout-court che pare uscire dal baule delle anticaglie. Peccato che di brividi non ci sia ombra, con tutti i buh! annunciati con largo anticipo. Non aiuta il fiacco script, che prova a soffermarsi anche sul contesto sociale in cui si muovono i personaggi (la noiosa vita di provincia, l’assenza degli adulti, la mancanza di stimoli e aspettative che grava sulle giovani generazioni, la scarsa fiducia nel prossimo) ma non risulta mai incisiva o risolutiva. In particolare si fatica a credere alla tranquillità e all’indifferenza con cui i ragazzi si adattano alla strana piega che prendono gli eventi. E se non si spaventano loro, figuriamoci noi. Come spesso accade, poi, gli sviluppi diventano via via sempre più assurdi e implausibili e ancora una volta tutto finisce a suon di sganassoni. La forza della volontà, la capacità di superare le proprie paure, il coraggio, si traducono in una vittoria dove a cavarsela è chi picchia più forte. Decisamente incolori anche gli interpreti. Sul piano visivo Dante gioca al riciclo: il pupazzetto animato proviene pari pari da Poltergeist . demoniache presenze (e più che una citazione sembra proprio un plagio) e i movimenti intermittenti della bambina fantasma “omaggiano” gli scatti molto più destabilizzanti della Samira di The Ring. Quanto al 3D, si capisce che il film non è stato scritto pensando alla tecnica stereoscopica perché la tridimensione amplifica leggermente la profondità di campo ma non trova applicazioni degne di nota (giusto una pallina lanciata dal piccolo protagonista verso l’alto mentre è sdraiato sul letto). Forse è uno stratagemma per rendere digeribile l’aria retrò che si respira, in ogni caso nulla aggiunge all’opera modesta di un autore fedele a un’idea romantica di cinema come luogo in cui tutto può accadere ma incapace di aggiornare ai tempi (purtroppo anche cinematografici) la sua visione. Voto:
5
Luca Baroncini
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NAPOLI NAPOLI NAPOLI (ABEL FERRARA)
Italia,
102’
Luca Lionello, Salvatore Ruocco, Ernesto Mahieux, Shanyn Leigh, Giuseppe Lanzetta |
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Un ritratto della città partenopea, ma anche e soprattutto un affondo nella sua umanità. Con l’aiuto di Gaetano Di Vaio, ex detenuto, Abel Ferrara ha realizzato una serie di interviste alle donne recluse nel carcere femminile di Pozzuoli. Colpito dalle loro dichiarazioni, dense di amarezza e fatalismo, ha deciso di innestare sulle loro storie di vita tre diverse narrazioni, sceneggiate da Peppe Lanzetta, Maurizio Braucci e Gaetano Di Vaio. Quest’ultimo, con la sua sceneggiatura, rielabora la propria esperienza personale, Braucci costruisce una storia di crescita che passa attraverso un battesimo di sangue, infine Lanzetta compone un dramma familiare a forti tinte dove si alternano violenza, speranza e vendetta. (dal catalogo della Mostra)
Interviste a detenute, testimonianze frontali di giornalisti e operatori sociali su Napoli, Gomorra. La camorra siamo noi: Napoli Napoli Napoli è un documento pietrificante che emancipa l’umanità del singolo dalla semplificazione del ritratto sociologico, non rinunciando però a disegnare, tramite vaghe suggestioni e parole di agghiacciante esattezza, un sistema già dato, un mondo/prigione chiuso, ereditato. Ineludibile. Il bene non esiste: esiste il male minore. Al docu si alternano frammenti di fiction, tre linee che mettono in scena storie esemplari di drammi umani estremi che risultano essere, al contempo, ovvietà narrative, paesaggi di aberrazioni digerite dall’immaginario, assimilate dalla letteratura, una coazione a ripetere dell’atto di rappresentare, in cui Ferrara uccide e stupra i corpi prima di farli diventare personaggi tout court, lasciandoli allo stato di universali, procedendo nella maniera opposta alla scelta attuata nella parte non fiction: qualcosa al limite della pornografia, se non fosse per la potenza deontologizzante dello sguardo di Ferrara. Ne esce un atto di denuncia umanissimo, un’opera che nella sua incompiutezza solleva questioni sull’etica della rappresentazione dell’universo mafioso, esplorandone incosciente e tremante i possibili confini.
Voto: 7
Giulio Sangiorgio
Luca
Pacilio: 6½
Marco Compiani: 6½
Giulio Sangiorgio: 7
Manuel Billi: 6
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BROOKLYN’S FINEST (ANTOINE FUQUA) Usa,
140’
Richard Gere, Don Cheadle, Ethan Hawke, Wesley Snipes, Ellen Barkin |
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Eddie, Sal e Tango sono tre insoliti poliziotti, ciascuno in lotta con i propri demoni, che lavorano nel Distretto 65, una delle zone più pericolose a nord di Brooklyn. Al quarantenne Eddie rimangono solo sette giorni prima di andarsene in pensione. Depresso e disilluso, cerca conforto nell’alcol e in una giovane prostituta. Sal lavora nella squadra antidroga e lotta per arrivare a fine mese. La moglie incinta ha problemi di salute e sono troppi in casa. Tango ha passato anni a lavorare sotto copertura come spacciatore, incluso un anno in carcere, e la moglie sta chiedendo il divorzio. Questi tre poliziotti non sono mai destinati a incontrarsi, finché una notte un blitz antidroga li conduce nello stesso fatale luogo a nord di Brooklyn dove si libera l’inferno.
Affari sporchi
Il mondo è brutto, sporco e cattivo. Oltre alla realtà, ce lo ricorda costantemente l’arte in tutte le sue declinazioni. Antoine Fuqua rinnova il suo contributo, dopo il riuscito Training Day, attraverso un’opera che ha più di un’affinità con il predecessore. Perdete ogni speranza o voi poliziotti che lavorate nel 65° Distretto di New York, sembra dire Fuqua, e con lui lo sceneggiatore Michael C. Martin (ex-dipendente della metropolitana diventato scrittore a causa di un incidente automobilistico che gli ha lasciato molto tempo a disposizione): corruzione a tutti i livelli, violenza continua e insostenibile, forti pressioni psicologiche, nessun valore per la vita umana, insoddisfazione professionale, vita privata annullata. Lo sguardo di Fuqua si fa triplice soffermandosi ora su un poliziotto a una settimana dalla pensione, ora su un giovane dell’antidroga stritolato dai debiti con già tre figli e altri due gemelli in arrivo, ora su un agente che lavora sotto copertura infiltrato in una gang di spacciatori. Tutti disperati, depressi, rancorosi e poco fiduciosi in una svolta risolutiva. Ma a chiarire le intenzioni basta il prologo, abbastanza scontato nella conclusione a cui giunge ma comunque efficace, in cui un malavitoso dichiara come "non si tratta di decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma cosa è più giusto e cosa più sbagliato". La tensione è costante, un senso di morte aleggia su ogni personaggio; mentre il quadro prende forma la speranza non può che vacillare e, anche se tutto suona visto e stravisto, è indubbia la professionalità dell’impianto e la capacità di creare un’atmosfera plausibile di desolazione morale e pericolo imminente. Rispetto a Training Day (inevitabile il paragone visto il tentativo di sondare ombre e ambiguità di chi dovrebbe garantire il rispetto della legge, e c’è pure una recluta al primo giorno di servizio, e anche Ethan Hawke nel cast), la suddivisione in tre differenti percorsi narrativi destinati a incrociarsi nel cruento finale e una certa verbosità determinano un’inevitabile dispersione che si tramuta in minore mordente. Interpreti tutti adeguati, dal disilluso Richard Gere, allo schizzato Ethan Hawke, al rabbioso Don Cheadle. Ha il solo difetto di arrivare fuori tempo limite, aggiungendo poco a quanto già visto, ed è tanto, in merito.
Voto: 6½
Luca Baroncini
Relativismo etico (a contare non sono tanto il Bene e il Male presi in se stessi, ma la vicinanza all’uno o all’altro) per un poliziesco che vuole presentarsi come tragedia greca metropolitana.
L’agone retorico diventa il vano mezzo per aggirare la predominanza del caso, il tentativo di autodeterminazione, la falsa speranza che cade inesorabilmente sotto le pressioni e i limiti del contesto socio-economico, il ruolo da interpretare, la forzatura identitaria di uno sporco e ingrato lavoro. Non c’è spazio per l’eroismo. La morale è già corrotta in partenza (il lento dolly di apertura che scivola da un cimitero), la redenzione un’utopia (il PP finale di Eddie).
Fuqua imprime forza ad una sceneggiatura che, sebbene ricerchi tensione nella verbosità, pecca di un ingenuo ridondare allegorico e si muove in maniera programmatica verso il più tipico climax tragico, dove le tre storie si abbracciano nella “liberatoria” tragedia finale.
Nella classicità del taglio (il campo-controcampo serrato è una costante) Brooklyn’s Finest mantiene una solidità che lascia poco spazio a derive patetiche e compiacimenti estetici. L’emozione è filtrata con fisico rigore.
Voto: 6½
Marco Compiani
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GREAT DIRECTORS (ANGELA ISMAILOS)
Usa,
90’
Bernardo Bertolucci, Catherine Breillat, Liliana Cavani, Stephen Frears, Todd Haynes, Richard Linklater, Ken Loach, David Lynch, John Sayles, Agnes Varda |
Il titolo parla chiaro: grandi registi, ovvero –
aggiungiamo noi – cosa potrebbe essere «il
piacere del cinema» per
questi uomini e per queste donne (nello specifico:
Bertolucci, Breillat, Cavani, Frears, Haynes, Linklater, Loach,
Lynch, Sayles e Varda).
Più che un documentario, Great Directors di Angela Ismailos è una serie di
conversazioni celebrative (e talvolta autocelebrative), riprese in
una sorta di “set naturale” del regista (la Varda nel
giardino-cortile di casa, Lynch nell’immancabile Los Angeles e così
via), che forse ci dice qualcosa di più sulla natura
della persona che non sull’essere del
regista.
Il creare è il
filo rosso che lega questo chiacchierare: come «un
albero di mele fatto per fare mele»
(Agnes Varda),
così è il regista, che crea «un
mondo che non esisteva e che adesso esiste»
(David Lynch). Rimane il tempo per qualche aneddoto (Bertolucci racconta
che scambiò Pasolini per un ladro la prima volta che lo vide) e per
passioni cinematografiche più o meno ovvie.
Un
campo-a-campo che non crea niente e non rischia niente di più del
piacere di raccontarsi e raccontare, sicuramente interessante quando
a parlare sono personaggi tanto “grandi”. Ma il cinema, le sue
opere, i suoi registi, sono altrove.
Voto: 5
Camilla Bartolini
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RUZHAYE SABZ (GREEN DAYS) (HANA MAKHMALBAF)
Iran,
87’
Ava Nazanin, Niloufar Rezvaneh, Marziyeh Maryam, Asghar Behjat |
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Ava è una ragazza iraniana depressa. Imputando ai passati incidenti politici in Iran la causa del suo malessere, va da uno psicologo per farsi curare. Il medico le suggerisce di dedicarsi a lavori fisici e, in seguito, di lavorare a una rappresentazione teatrale. In ogni caso la commedia, ispirata alla realtà e ai problemi della società, è proibita. È il periodo elettorale, e la città ferve di possibilità. Una nuova ondata di speranza ha spinto la gente a riversarsi nelle strade per partecipare, per votare contro il presidente in carica. C’è movimento ovunque, si canta, si balla: una visione vibrante e appassionata per un futuro completamente diverso per il paese. Ma Ava non crede che il cambiamento stia per arrivare. Esce e comincia a parlare alla gente in strada, tentando di riacquistare le sue speranze.
Per quello che può fare una recensione
Ci sono casi in cui il cinema deve farsi da parte per lasciare spazio all’urgenza del contenuto. È il caso di Green Days, in cui la più giovane della dinastia di cineasti iraniani Makhmalbaf, la ventunenne Hana, esprime il suo sdegno per il recente colpo di stato che ha riportato al potere, con la connivenza della Russia, il dittatore Ahmadinjead, dopo che regolari elezioni lo avevano collocato addirittura al terzo posto con solo il 12% dei voti contro il 62% del vincente Moussavi. Instant-movie o docu-fiction che dir si voglia, il film abbina un breve lato di finzione (una ragazza esprime il disagio della condizione femminile), interviste effettuate nelle giornate precedenti alle elezioni e riprese amatoriali finite su You Tube. Tutte testimonianze della repressione in atto contro i tanti oppositori al governo che si è nuovamente auto-imposto. Una repressione che è sfociata in un massacro durante le manifestazioni in cui i partecipanti, contraddistinti da un indumento verde a significare le intenzioni pacifiche, sono stati duramente colpiti, feriti, incarcerati, torturati, stuprati e anche uccisi. Il documentario funziona perché mostra un lato che difficilmente l’occidente è in grado di vedere: l’entusiasmo delle giovani generazioni, con tanti ragazzi desiderosi di dire la loro e di affermare il proprio diritto a vivere in piena libertà. Privo ovviamente del visto della censura iraniana il film è stato montato segretamente in Italia ed è una testimonianza diretta dell’orrore e dell’ingiustizia che si consumano nell’indifferenza globale. La giovane Hana, in conferenza stampa al Festival di Venezia dove l’opera è stata presentata Fuori Concorso, ha affermato che non si aspetta che altri popoli facciano qualche cosa per l’Iran, ma spera di riuscire a sensibilizzare gli spettatori contro un regime che impedisce il libero esercizio dei diritti basilari di libertà e democrazia. Non facile farsi un’idea completa sui fatti e il documentario è ovviamente parziale nel creare un punto di vista, ma l’idea che la giovane Hana non può tornare nel suo paese e alcuni punti fermi oggettivi (il numero dei morti, i risultati delle elezioni, il termine “dittatura”) non possono che far riflettere. “Non potete fare nulla voi”, dichiara Hana, “perlomeno, però, non offrite aiuti a chi sta distruggendo la libertà di un paese” .
Voto: s.v.
Luca Baroncini
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SOUTH OF THE BORDER
(OLIVER STONE)
Usa,
75’
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Il viaggio di Oliver Stone dentro il nuovo
Sudamerica.
Oliver
Stone: Un leader dopo l’altro, sembravano ripetere la stessa cosa. Volevano controllare le proprie risorse, rafforzare i vincoli regionali, essere trattati alla pari dagli Stati Uniti e rendersi finanziariamente indipendenti dal FMI. Sulla base della nostra esperienza in Iraq, gli americani devono mettere in dubbio il ruolo giocato dai nostri media nella demonizzazione di leader stranieri come nostri nemici. Le conseguenze di tutto questo possono essere brutali. Si tratta di una storia che continua. Sta succedendo proprio ora con Hugo Chávez in Venezuela. Spero che nel nostro film riuscirete a sentire un altro lato, ben diverso, della storia “ufficiale”.
Dall’intervista che Stone ha fatto al presidente venezuelano Chávez parte il progetto di incontrare, uno per uno, tutti i capi di Stato dei paesi sudamericani che hanno abbracciato un nuovo corso storico. Sfuggendo a qualsiasi incasellamento ideologico precostituito, il regista fa del ritratto di questi Capi di Stato (tra cui spicca quello del venezuelano, per forza di cose maggiormente approfondito e discusso, con una descrizione dei controversi avvenimenti che hanno caratterizzato il suo insediamento e la sua permanenza al potere) l’occasione per analizzare l’atteggiamento dei media statunitensi nei loro confronti. Dunque il tratteggio di queste personalità e i brevi cenni storici relativi alla loro ascesa al potere, se da un lato informa lo spettatore sullo stato di fatto esistente in Sudamerica, soddisfacendo l’abituale istinto del regista americano alla biografia e all’analisi delle modalità di esercizio del potere, dall’altro sembra concentrarsi soprattutto sull’azione manipolatrice esercitata dai mezzi di informazione U.S.A. che, per chiari interessi economici (l’estinzione dei debiti contratti col Fondo Monetario Internazionale non rende più ricattabili questi Stati), hanno demonizzato e continuano a demonizzare la svolta abbracciata dal Sudamerica. In questi termini il lavoro di Stone è un efficacissimo esempio di controinformazione, appassionato e sincero, che punta all’affermazione della necessità di esprimere il sacrosanto rispetto nei confronti di questi Paesi e delle loro scelte di autonomia.
Voto: 7
Luca Pacilio
Su Chàvez i dubbi rimangono
Dopo la lunga intervista a Fidel Castro, diventata lungometraggio nel 2005 (“Comandante”), Oliver Stone continua il suo percorso di scoperta dei leader mondiali più invisi agli Stati Uniti. Iniziato come documentario sulla contraddittoria figura di Hugo Chàvez, attuale presidente del Venezuela, South of the Border è poi proseguito come racconto a più voci per provare a chiarire le tante problematiche sorte strada facendo. Ecco quindi che il viaggio di Stone è diventato una tournée per il Sudamerica con l’apporto dei presidenti Evo Morales (Bolivia), Cristina Kirchner (Argentina) e consorte (l’ex presidente Néstor Kirchner), Fernando Lugo (Paraguay), Lula da Silva (Brasile), Rafael Correa (Ecuador) e Raùl Castro (Cuba). La pluralità di sguardi tenta di smascherare quello che l’opinione pubblica, soprattutto americana, ha fatto in modo di far credere all’Occidente per tutelare il proprio ruolo egemonico e i molti interessi economici (il Venezuela è pur sempre il terzo esportatore mondiale di petrolio). In base alle tante interviste che si alternano, i leader dei paesi sudamericani si schierano tutti a favore di Chàvez e del suo operato. L’obiettivo del gruppo è un pieno controllo delle risorse nazionali, un rafforzamento dei legami regionali, una voglia di essere trattati dall’America alla pari e, soprattutto, l’indipendenza finanziaria dal Fondo Monetario Internazionale (il costo dei prestiti, in termini di interessi fatti pagare, è forse la maggiore forma di controllo esercitata dagli U.S.A.). Il documentario chiarisce molti aspetti con una forma piuttosto lineare e funzionale all’obiettivo. Il pregio è quello di fare luce su ciò che i media hanno quasi sempre negato; il maggiore difetto è invece una palese parzialità. Se di Chàvez si evidenziano infatti i lati positivi, per cui alla fine appare come un uomo di carattere teso unicamente al bene del popolo che rappresenta, si tace di quelli negativi. E insospettisce il fatto che a Venezia, dove è stato presentato Fuori Concorso con la partecipazione di Hugo Chàvez in persona, lo spazio mediatico fosse tutto a disposizione delle frange favorevoli al dittatore, tra l’altro per lo più composte da italiani; facile esibire un forte consenso quando gli oppositori, tutti venezuelani con cartelli inneggianti la libertà di stampa e di espressione, vengono tenuti a debita distanza, comunque ben lontano dai riflettori.
Voto: 6½
Luca Baroncini
Giulio Sangiorgio: 6½
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VALHALLA RISING
(NICOLAS WINDING REFN)
Danimarca
/ Regno Unito, 90'
Mads Mikkelsen, Alexander Morton, Stewat Porter |
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L’epico viaggio di un guerriero e un ragazzo.
Enfatico fumettone d’estrazione mitologico-norrena, Valhalla rising è mosso da una profonda convinzione autoriale. L’eccesso estetico diventa pleonasmo, il virtuosismo dilatato della mdp un mero pretesto per ammaliare, consapevole di non possedere, dietro l’apparente impaginazione visiva, una chiarezza di intenti, un fulcro concettuale di spessore.
Winding Refn spreca da subito i pochi colpi disponibili, compiaciuto di una fruizione che vorrebbe l’ipnotico, in linea con l’avvolgente - ma ben presto disturbante - effetto nebbia dell’ambientazione.
Il Cristianesimo è diffuso in ogni dove, perseguita brutalmente i pochi focolai rimasti del paganesimo e si diletta nell’utilizzare i prigionieri in giochi gladiatorii. One-Eye è uno di questi, guerriero dalle caratteristiche semidivine che riesce a liberarsi grazie all’aiuto di un giovane e candido ragazzino, Are. Partiranno insieme ad una spedizione vichingo-cristiana accecata dall’euforia della guerra santa e, perdendosi in un mare di nebbia, toccheranno le sponde di un ignoto, restio continente.
Ce ne sarebbero di fermenti, più o meno abbozzati, più o meno credibili, che sguazzano dentro l’opera in questione. Il culto della violenza come forma di dominio e autoconservazione, lascia spazio al sacrificio come gesto d’amore per il prossimo? One-Eye è un “Cristo” redento(re) che apre le porte alla pura consapevolezza del piccolo Are? La religione istituzionale affonda le radici nell’ancestrale per ambire ad una nuova visione sincretica?
Potremmo andare avanti ancora per molto (una riflessione sul Verbo sarebbe altra carne al fuoco), ma, nell’ottica di un’opera che si vende senza timori come un blockbuster d’autore (il rischio della sovrainterpretazione indotta è molto alto) e gioca furbescamente con tecnicismi reiterati (su tutti l’uso del ralenti) cosa ne guadagneremmo?
Vaghiamo anche noi verso l’ignoto. E’ meglio.
Voto: 5
Marco Compiani
Manuel Billi: 5
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