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SOUL KITCHEN
(FATIH AKIN) Germania, 99'
Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Uenel, Anna Bederke, Pheline Roggan |
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Intorno al ristorante “Soul Kitchen” gravita un campionario di varia umanità impegnata a cavarsela nel dedalo di opportunità e inconvenienti della vita.
E tutti risero
Sembrava impensabile che dopo la grevità del film che gli ha dato il successo internazionale (La sposa turca, Orso d’Oro a Berlino nel 2004) e il drammatico Ai confini del paradiso (Migliore Sceneggiatura a Cannes 2007), Fatih Akin, turco di origine ma tedesco d’azione, potesse anche fare ridere. Eppure la parentesi del 2006, con il documentario Crossing the Bridge – The Sound of Istanbul sul mondo musicale di Istanbul, doveva già indurre in sospetto sull’ampio raggio di azione di Akin. Sta di fatto che con Soul Kitchen cambia decisamente registro e costruisce una godibile e frizzante commedia. Ciò che colpisce non è tanto il soggetto, non particolarmente originale o sulla carta ricco di attrattive, quanto la forza delle caratterizzazioni, a tratti irresistibili, la pregnanza dei luoghi (siamo ad Amburgo in un quartiere periferico in via di sviluppo), l’energia e la varietà delle scelte musicali (reggae, soul, rock dal vivo, dance) e la bravura degli interpreti (dal protagonista Adam Bousdoukos, al più noto e ancora una volta carismatico Moritz Bleibtreu, fino al fantastico Birol Ünel, cuoco filosofo davvero impareggiabile). L’abilità di Akin è di orchestrare il tutto con grande leggerezza e ironia, non riducendo i momenti comici a mere gag ma inserendoli in una progressione narrativa che avvince e diverte. Poi forse eccede in alcuni momenti (il grottesco funerale della nonna della fidanzata del protagonista) e non si preoccupa troppo di rendere credibili alcune iperboli narrative (la festa che grazie al tocco del cuoco diventa un’orgia liberatoria, il cinico e cattivo ex-compagno di classe, il rimedio per l’assillante mal di schiena), però bisogna dargli atto di avere impostato una commedia ritmata, allegra, trascinante, forse un po’ furbetta ma molto personale e riuscita. Unica pecca il finale in punta di piedi che non aggiunge granché e arriva sbrigativo nella necessità di dover districare in pochi minuti i tanti fili intrecciati.
Voto: 7
Luca Baroncini
Luca Pacilio: 4
Manuel Billi: 5
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LA DOPPIA ORA
(GIUSEPPE CAPOTONDI) Italia,
95’
Ksenia Rappoport, Filippo Timi, Giorgio Colangeli |
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Sonia viene da Lubiana e fa la cameriera in un hotel. Guido è un ex poliziotto e lavora come custode in una villa fuori città. Si incontrano per caso in uno speed date. Lui è un cliente fisso. Per lei è la prima volta.
Ci rendiamo conto che affermare che La doppia ora fosse il migliore dei film italiani in concorso a Venezia non dice granché, posto che quelle italiane erano, nel complesso, le scelte più deboli del cartellone, cionondimeno i suoi meriti, anche se considerati in relazione al panorama cinematografico nostrano e non in assoluto (fosse pure il piccolo assoluto veneziano), rimangono degni di attenzione.
Quali sono questi meriti? Innanzitutto la dissacrazione della famigerata ambientazione che, una volta tanto, funge da sfondo e non alimenta il portato di significati, puntandosi invece sulla gravità dell’atmosfera e sul tono da imporre alla narrazione; in secondo luogo l’asciuttezza della scrittura, mai furbescamente divagatoria, ma in totale aderenza al meccanismo che, pur nel suo ricalco di uno schema oggi noto, risulta coerente e senza smagliature; infine, e soprattutto, la struttura narrativa (strettamente legata alla matrice generica) e il suo farsi mezzo di indagine introspettiva dei personaggi che mette in scena, meccanismo che scandaglia, non sputa di getto macchiette, ma pone gradualmente lo spettatore di fronte ad una verità - logica e, intimamente, psicologica - nel suo farsi, nel suo costruirsi. Il punto di vista del pubblico sui protagonisti è plasmato a suon di svolte narrative, la loro anima rivelata in concatenazioni di contraddizioni profonde, a galla ad ogni colpo di scena. Perciò appellarsi alla già citata esattezza (sublime e coatta) della complessità dell’intreccio per proporre con facilità la nenia critica dello “sterile esercizio formale” non tiene conto, oltre che di un minimo di originalità di pensiero, del contesto produttivo/geografico in cui il film si inserisce: quel cinema nazionale, appunto, solitamente popolato da personaggi da commedia all’italiana (arte sfociata in metastasi, permanente alibi culturale) anche a contatto con il dramma (a Venezia se ne aveva un limpido esempio ne Il grande sogno di Placido), abitato da caratteri che sono, queste sì, forme calibrate per affogare i propri difetti (e con questi, per effetto domino, ogni dimensione del carattere) nella risata o, più subdolamente, nel sorriso assolutorio, esercizi, questi sì, di equilibrismo, già detti e posti su traiettorie narrative che illustrano e, mai (o quasi), fanno esperire, coinvolgono, chiamano in causa. A voler prenderci sul serio è una questione di politica della visione (e non solo): ne La doppia ora l’artefatto cinematografico non ha pretese di imporre particolari sguardi sulla realtà, ma quelle di indurre in chi guarda domande su quel che accade, contrattando la sua posizione etica rispetto agli eventi, modulando personaggi sfuggenti delineati dalla costruzione narrativa, non da auto-proclamazioni diluite nel testo. E questo non è poco.
Certo, a voler cercare il pelo nell’uovo, questo è un film che avrebbe funzionato meglio con attori sconosciuti: far morire il protagonista maschile dopo nemmeno mezz’ora sarebbe un grande azzardo solo se tale protagonista non fosse Filippo Timi e quindi interiormente non sapessimo che costui presto o tardi tornerà in scena (Capotondi non è mica Hitchcock che Janet Leigh la fa fuori davvero prima della metà del film): questo mette già una colossale pulce nell’orecchio circa la costruzione del film (che si rivela puntualmente quello che si pensa sia), perché elimina la grossa ambiguità su cui verte l’idea centrale della sceneggiatura. Molto Femme fatale di De Palma (c’è pure la scena in vasca) e rilettura deformata in trip da coma della realtà che fa un po’ Mulholland drive, risolvendo poi à la Shyamalan (facile considerare la spiegazione finale un’eco de Il sesto senso e filiazioni varie), non mancando, in questo lungo segmento, alcune sottolineature un po’ ingenuotte (gli annunci mortuari, il prete – che altri non è, nella realtà, se non il padre di Sonia – che officia il funerale della donna – che infatti per lui è morta), La doppia ora (il titolo già rievoca una dimensione parallela) si colloca dunque nella recente tradizione del film da rileggere alla luce delle agnizioni successive, avendo parlato precedentemente ed essendosi rappresentato un universo mentale: in esso il senso di colpa mette in scena una realtà virtuale che vediamo nella parte centrale del film, in cui i dati del passato tornano in modo estemporaneo, scorretto, incoerente, generando il disorientamento della protagonista e l’incertezza dello spettatore che ha deciso di accettare il gioco senza porsi domande. Ed è proprio in questo che, con consapevolezza o meno circa il suo essere uno scarto rispetto al circostante, La doppia ora tenta un discorso differente: perché, ad essere spietati e non fanatiche mammolette, se è evidente che il film, come detto, soffra la derivatività che smaccatamente manifesta, senza avere – ci mancherebbe – né sguardo ed afflato né tantomeno libertà di astrazione dei suoi alti riferimenti, dall’altro lato non possiamo non tener conto di quanto sia costretto Capotondi alle regole dettate dalla vendibilità sul mercato e il suo lavoro ridotto, per palese discrepanza tra intenti e possibilità, al frustrante prodotto provinciale, con vette di ottima fattura (la scena della sepoltura) e una diffusa sensazione di vorrei ma non posso.
Voto: 6
Luca Pacilio & Giulio Sangiorgio
Luca Baroncini: 6
Manuel Billi: 7
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YI NGOI (ACCIDENT)
(POU-SOI CHEANG)
Cina-Hong Kong,
89’
Louis Koo, Richie Jen, Michelle Ye |
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Sedicente “coreografo di scontri automobilistici”, il Cervello è un killer che uccide le sue vittime intrappolandole in “incidenti” ben organizzati che appaiono come casi sfortunati ma sono in realtà scene del crimine architettate alla perfezione. Tormentato da un costante senso di colpa, il protagonista è anche morboso e diffidente per natura, e la valanga di ricordi della moglie perduta recentemente non gli rende certo le cose più facili. Una missione fallisce accidentalmente e uno dei suoi uomini perde la vita: il Cervello si convince che l’incidente fosse intenzionale: da qualche parte c’è qualcuno che complotta per assassinare lui e la sua squadra. Mentre l’uomo procede lungo il precario confine che separa la realtà dall’ossessione, la sua paranoia aumenta. (dal catalogo della Mostra)
Pou Soi-Cheang, sotto l’egida della Milkyway di Johnnie To, sbarca al Festival di Venezia con un ritratto straziante in forma noir: il topos fondante del genere, il tentativo di ridurre la realtà a schema leggibile e manipolabile, si trasfigura nella capacità paradossale del protagonista (e della sua crew) di organizzare presunti incidenti per compiere i propri compiti da sicario; fino a che, a rigor di canone, il meccanismo non si inceppa. Ma anche di fronte alla propria resa il Cervello s’ostina, ossessivamente nega le logiche dell’entropia, preferisce cercarne di altre, preferisce cedere al presentimento di un complotto, orchestrato (per l’appunto) contro di lui. La pretesa del raziocinio trova nell’apparato tecnologico una protesi quasi astratta; nessuno dei killer si sporca le mani nei balletti mortiferi concepiti dal protagonista: è una presunzione impalpabile, piega al proprio gioco il destino, non ammette sconfitta, nasconde l’incapacità di accettare la morte della persona amata, l’impossibilità di elaborare un lutto (perché giocando con la vita altrui non se ne riconosce il valore). Il solidissimo, asciutto, spettacolare impianto generico (facile scommettere su un prossimo remake statunitense che ne declini a modo suo l’ansia paranoica) si salda perciò agli spettri del personaggio principale, divenendo la narrazione il mezzo di uno scandaglio introspettivo necessariamente legato all’azione: le vie del facile psicologismo non sono nemmeno prese in considerazione. Echi di Coppola e De Palma, evidente l’influenza di To (a partire dalla visione alienata della morte, un lavoro come un altro, che caratterizza la manovalanza mafiosa). Inappuntabile.
Voto: 7½
Giulio Sangiorgio
Luca Pacilio: 7
Marco Compiani: 7
Manuel Billi: 7½
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PERSÉCUTION
(PATRICE CHÉREAU)
Francia,
100’
Romain Duris, Charlotte Gainsbourg, Jean Hugues Anglade, Alex Descas |
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Daniel è un ragazzo capace di cavarsela sempre, in ogni situazione. Tuttavia da qualche tempo gli serve molta freddezza per affrontare un tizio, uscito dal nulla, che lo assilla: lo segue per strada, conosce i suoi orari, si intrufola dove Daniel lavora.
Quello di Daniel, il protagonista di Persécution, è l’ennesimo, magnifico ritratto che Chéreau consegna al grande schermo: il giovane e la sua crisi sono il film, la sua è una figura densa, viva, complessa, problematizzata. Che il Nostro sia un regista di teatro lo si comprende dalle impalcature delle sue opere, in cui l’attore e il suo enunciare sono sempre epicentro della rappresentazione, muovendosi l’interprete su un ideale palco, mettendo in scena e raffigurando il suo personaggio, ma la caratteristica dell’autore è di non confondere mai i campi: quando si trova dietro la macchina da presa, Chéreau parla sempre e solo col linguaggio del cinema. Senza ricorrere all’elenco completo di una filmografia che, alti e bassi, è tutta da visionare, mi vengono in mente il penultimo Gabrielle e Ceux qui m’aiment prendront le train, purtroppo mai uscito in Italia, e che, esattamente come questo Persécution, hanno la macchina da presa come indiscussa protagonista: è dunque l’inquieto sguardo del regista a cercare i dettagli (l’operatore stavolta è Yves Cape, che sostituisce il consueto Gautier), a cogliere un’espressione, a muoversi dispotica nell’ambito delle scene; è attraverso quello sguardo che i personaggi si definiscono, si compongono pezzo a pezzo nella precisa, metodica osservazione di un aspetto comune del loro quotidiano, una frammentarietà che è tutta apparenza, componendosi in un discorso che definisce i caratteri, fa acquistare loro sfumature, consente la loro maturazione nella conoscenza dello spettatore: basterebbe, del resto, lo straordinario incipit di questo film (la scena in tram) a dire della grandezza dello Chéreau uomo di cinema.
Persécution inizia come L’amore fatale di McEwan (o, se si vuole, come l’omonimo film tratto da quel romanzo): da un episodio traumatico (qui uno schiaffo) di cui Daniel e un misterioso uomo sono entrambi testimoni, scatta l’attrazione fatale del secondo per il primo, un’attrazione che diviene mania, ossessione, follia. Una volta che il carattere del protagonista della vicenda comincia a definirsi (un ragazzo che vive una tormentata storia d’amore con Sonia, una relazione in cui il dubbio è protagonista indiscusso; che fa del suo lavoro, che gestisce liberamente, il centro della sua vita; che è instabile, incerto e sostanzialmente solo, pur essendo circondato da molti amici) il sospetto che il pazzo che lo ossessiona non sia altro che una sua proiezione, un riflesso della sua coscienza che lo costringe a riflettere su se stesso e sulla sua condizione si fa sempre più consistente: su questo Chéreau mantiene l’ambiguità fino alla fine e, del resto, che il Lunatico esista o meno, fa poca differenza, essendo il processo introspettivo che egli innesca nel giovane a rilevare, senza però trascurare il fatto che se il Lunatico è un fantasma, esso si manifesta come spettro di un’attrazione gay, elemento che va ad attribuire un’ulteriore sfumatura al personaggio di Daniel (l’omosessualità latente) che ricondotta al rapporto con la sua donna ne contiene un’ulteriore chiave di decodifica. Daniel si rappresenta in ogni momento del film, definisce senza pause la sua lacerazione: un rapporto d’amore con una donna molto diversa da lui, che lo ama, ma la cui distanza emotiva diventa siderale nella coscienza reciproca che il dolore dell’assenza è un motore molto più forte della gioia della presenza. Accanto a lei altri personaggi-satellite con la stessa funzione di operare da specchio, per visionare un pezzo del protagonista, per comprendere questa sua sindrome del complotto, la paranoia che lo assilla di un mondo che ordisce ai suoi danni, un’ossessione che lo fa cadere nella rete di rapporti sbagliati che lo allontanano dall’unico autentico e importante, quello con la donna che lo ama. Chéreau cattura ogni tremito, ognuna delle debolezze del personaggio (la scena della telefonata di Sonia dalla montagna è meravigliosa per come rende la fragilità dell’uomo), ci conduce alla scoperta del pianeta Daniel (il volontariato; il rapporto con l’amico e compagno di lavoro - palesemente innamorato di lui -; l’ossessività nella gestione del suo rapporto amoroso, fatto di verifiche continue, di parole che occultano le verità, dietro le quali si nascondono i terrori, e accorte strategie che consentano l’anestesia del possibile dolore futuro; il lavoro che lo assorbe – questo appartamento in ristrutturazione, eternamente provvisorio, è allusione a uno stato esistenziale precario, Daniel stesso si va edificando -; la sua facile commozione per un dettaglio carpito per caso) e lo porta al confronto continuo con gli amici di cui il giovane scatena l’istinto masochistico (la sua autonomia, la sua apparente libertà lo pongono in una posizione di dominio, la sua essenza depressa diviene fascinatoria, scatena il loro istinto ad essere maltrattati), con la realtà (l’incidente del motociclista), con la sua donna infine persa in un addio di straziante civiltà, col terzo incomodo, quel pazzo che continua a ossessionarlo, trovandolo sempre in una situazione emotiva al limite. Un uomo che lo mette in discussione perché incarna tutte le persecuzioni di cui Daniel è oggetto e attore: oppressore egli stesso poiché persecutore di sé (perseguitato dalle sue ossessioni nate nel passato, dalla sua follia normale, dalla sua incapacità di vivere l’amore). La struggente confessione-esorcismo, in cui il protagonista mette il suo cuore sul tavolo, infine espelle le ombre che gli ottenebrano il cuore, elabora il lutto interiore, la Grande Assenza che ha partorito la paura di tutte le altre. Chéreau non ha paura di squilibrare questo film dando spazio a tutto il vomito interiore del suo protagonista: questo consegnarsi all’eccesso è la firma del suo autore, il suo supremo atto di coraggio, il mezzo attraverso il quale, tenacemente, perviene a perfezionare il suo ritratto, facendo di Daniel un nuovo homme blessé, una figura che palpita, sanguinante, che commuove senza sdilinquimenti, difettando solo di adeguata statura attoriale (Duris ha presenza scenica, ma resta interprete solo volenteroso), che si chiude con questa passeggiata per le strade della livida alba parigina, un ritorno alla vita, mentre la voce di Antony sussurra dei misteri dell’amore che diventano chiari nell’oscurità. Voto:
9
Luca Pacilio
L’amore fatale
Il luogo comune vuole il film d’autore francese incentrato sull’incomunicabilità, frequentato da giovani coppie che anziché spassarsela allegramente non fanno che crucciarsi, con una lei che se fa l’amore passa nella stessa sequenza dal riso al pianto, e un lui tendenzialmente nevrotico che se lo saluti non ti degna di uno sguardo ma se lo eviti si impermalosisce e tiene il broncio. Purtroppo il film di Patrice Chéreau non riesce a cavalcare gli stereotipi abbondantemente presenti e sguazza nel greve finendo per impantanarsi. Perno del racconto è l’impossibilità di concretizzare l’amore: forte, vitale e rigenerante nei pensieri, e quindi nella distanza (al telefono l’intesa è perfetta), debole, asfittico e contraddittorio quando i pensieri trovano spinosa concretezza nella realtà, di conseguenza nella vicinanza (ogni incontro finisce per lo più in discussione). A intorbidire il ménage una terza ossessiva presenza, quella di un uomo che si innamora a tal punto del protagonista da non poter evitare di perseguitarlo. Dovrebbe essere lui la figura risolutiva, quello che dipana l’intricata matassa dei sentimenti facendosi specchio del possibile e dell’impossibile, invece i suoi assalti finiscono quasi sempre per cadere nel ridicolo (volontario o involontario poco importa) affondando la solennità delle intenzioni. Ma il problema maggiore del film, caratteristica già presente in altre opere dello stesso Chereau, è che si prende troppo sul serio. Volendo superficialmente minimizzare si potrebbe ridurre il soggetto al rapporto tra un narcisista, un malato di mente e un’autolesionista (ruoli a tratti intercambiabili); senza arrivare a tanto ci si può limitare ad affermare che il triangolo messo in scena da Chereau, con un andamento indagatore da thriller, prova a scavare nella complessità degli affetti, accenna verità, sfiora problematiche universali, ma non evita banalità (tra le altre, il trauma del protagonista nella rivelatrice confessione finale), glissa su ovvietà (ma nessuno rivendica la proprietà di quel palazzo/rifugio in cui si rintana e “lavora” il protagonista?) e perde via via spessore. Bravissimo Romain Duris in un ruolo quanto mai antipatico, mentre rischia l’inflazione l’utilizzo in chiave “dolce, distaccata e determinata” di Charlotte Gainsbourg. Ottimo il prologo in metropolitana che evidenzia in nuce ciò che il resto del film sarà in grado di sviluppare con molta meno intensità.
Voto: 5
Luca Baroncini
Giulio Sangiorgio: 9
Manuel Billi: 6
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LO SPAZIO BIANCO
(FRANCESCA COMENCINI)
Italia,
96’
Margherita Buy, Guido Caprino, Salvatore Cantalupo |
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La figlia di Maria nasce prematura e viene messa in un’incubatrice. Alla donna non resta che aspettare sperando che la piccola ce la faccia.
Lo spazio bianco del titolo è quello dell’attesa cui la protagonista - la sua neonata è in incubatrice - è costretta dalle circostanze, una parentesi che si apre improvvisa e nella quale, dopo un momento di paralisi, finisce col depositare la sua vita, esattamente come in tutti gli altri segmenti di tempo della propria esistenza. Disorientata dalla dipendenza da un evento che non può controllare - lei che è abituata all’autonomia e al controllo delle situazioni -, ma che è tutto nelle mani della Natura, una Natura che tarda a pronunciarsi e che la fa indulgere a una sofferente apnea e all’ibernazione dei progetti e dei possibili futuri, Maria nell’amara attesa di un responso, per quella gravidanza che non ha cercato e che è diventata, comincia a capirlo, un dono inatteso, scopre se stessa, la propria solitudine, la necessità di aprirsi finalmente agli altri per costruirsi un mondo più forte nel quale accogliere la sua creatura.
Ritratto di una donna e, in prospettiva, ritratto di una città (Napoli) in transizione, Lo spazio bianco è un film in cui il dramma viene costruito, pur nella progressione farraginosa, senza deragliamenti, ma con una insoddisfacente capacità descrittiva dei contesti e dei personaggi, approntati come puro sfondo al perno su cui tutto il film ruota, l’interpretazione di Margherita Buy, qui imbrigliata a toni più prosciugati del solito.
Comencini inciampa in una serie di svarioni (del tutto fuori fuoco la parte visionaria del balletto in corsia, molti momenti chiamati evidentemente a fare contesto – il rapporto con la vicina magistrato è una sorta di tributo dovuto a una riflessione sul sociale che suona, nella generale considerazione del dato intimo, forzata -), ma in altri frangenti ottiene una discreta tenuta narrativa, complice il romanzo della Parrella dal quale il film è tratto (la scena, molto incisiva, del confronto col medico sul linguaggio da utilizzare) e non disdegnando anche qualche bell’azzardo visivo (la plongé che propone in nove riquadri la sala delle puerpere e, di conseguenza, lo schermo - la fotografia è di Luca Bigazzi -). Il film di questa congiuntura segnata dal fragile limine tra vita e morte nella quale Maria si muove, mentre elabora una sorta di bilancio provvisorio del suo percorso, si apprezza solo a tratti, insomma, quando la regista riesce a imporre una certa sobrietà di registro, senza indulgere in inutili fronzoli.
Voto: 5½
Luca Pacilio
Luca Baroncini: 7
Marco Compiani: 4½
Giulio Sangiorgio: 4½
Manuel Billi: 6½
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WHITE MATERIAL
(CLAIRE DENIS)
Francia,
100’
Isabelle Huppert, Nicolas Duvauchelle, Isaach De Bankolé |
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In un paese africano, mentre l’autoctono
“Boxeur” guida la rivolta del suo popolo contro l’antico colono,
una donna francese lotta contro il tempo e contro la Storia per salvare
la propria piantagione di caffè.
A vent’anni di distanza dal film d’esordio, Claire
Denis torna nel suo continente natale, l’Africa. Pronto da due anni, White
Material sconta forse le conseguenze di un eccessivo investimento
economico ed intellettuale, quello che generalmente si accorda ai
“film di una vita”. Infatti, limite che sarebbe un pregio altrove, White Material è programmatico laddove Chocolat, opera prima della Denis, era geometrico. La Huppert,
pedinata dallo “sguardo addosso” dell’autrice, sovente colta di
spalle, è rimarchevole come d’uopo. L’attore feticcio Isaach de
Bankolé, indimenticabile “Boy” di Chocolat, resta
stranamente una figura sullo sfondo, appena abbozzata. Pur
riconoscendone l’efficace resa drammatica e un’apprezzabile
“ruvidità” quasi antidrammatica – soprattutto nel finale, dove il
crescendo narrativo non sfocia, come ci si attenderebbe, in un ampio e
risolutivo epilogo ma in un solo atto di violenza interrotto bruscamente
– in White Material l’autrice di J’ai
pas sommeil non riesce a far vibrare di vita e di verità i suoi
personaggi, troppo “scritti” e troppo palesemente incarnanti un
atteggiamento ostinatamente tardocolonialista o inverosimilmente
postcolonialista; la metamorfosi radicale del figlio di Maria, ad
esempio, è troppo repentina per non risultare posticcia, così come il
lassismo degli uomini, a cui si oppone l’abnegazione femminile, con
tanto di slanci alla Rossella O’Hara, è troppo programmaticamente
“di genere”. Se in Chocolat i
conflitti cultural-identitari trascoloravano presto in opposizioni
esistenziali (mondo dei vivi, mondo dei morti), quindi universali (al di
là degli eventi e degli spazi storico-geografici di riferimento), qui
restano ancorati alla datità, ai fenomeni. White
Material è dunque “solo” un’appendice o variazione sul tema
del precedente capo d’opera: non uno sviluppo, piuttosto un
“avviluppo” che nulla aggiunge al predecessore.
Voto: 7
Manuel Billi
Luca Pacilio: 7
Marco Compiani: 6½
Giulio Sangiorgio: 6
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MR. NOBODY
(JACO VAN DORMAEL)
Francia, 148'
Jared Leto, Diane Kruger, Sarah Polley |
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Un ragazzo è in piedi sulla banchina della stazione. Il treno sta per partire. Sarebbe meglio che andasse con la madre o che rimanesse con il padre? Una decisione che racchiude uno spettro infinito di possibilità. Finché non sceglie, tutto è possibile. Ogni vita merita di essere vissuta. (dal catalogo della Mostra)
L’ottavo giorno, film assai poco riuscito, apparentemente normalizzava in una narrazione più piana e più concentrata sul versante realista i temi e gli stilemi esposti nel bellissimo Totò le heros (chi lo dice sopravvalutato spieghi una volta per tutte i perché); Mr. Nobody, tredici anni dopo, delle ossessioni che permeavano l' esordio di Jaco Van Dormael è radicalizzazione estrema, esponenziale. Kolossal suicidale, dal lungo travaglio produttivo, il film del cineasta belga si fonda sul concetto di scelta e quello, fisiologicamente connaturato, di possibilità (come Kieslowski e Sliding doors, come Smoking / No smoking e Synecdoche, New York, come certe digressioni di Jeunet, come Melinda e Melinda e via dicendo) : si inscenano dunque le vie che la vita del protagonista avrebbe potuto prendere, si sfalda la linearità della narrazione su binari che proseguono paralleli e si richiamano, si perdono, restituendo infine un equilibrio instabile, fisiologicamente incompiuto: le storie di Nemo si intrecciano sullo schermo al ritmo di libere, ingenue e geniali associazioni, seguendo la pulsazione discontinua di un processo mentale e affettivo scostante, che devia improvviso, s’obnubila, riprende e confonde. E’ il precipitato infinito di un momento straziante, quello interminabile in cui un bimbo è costretto a prendere una decisione impossibile, a fare una scelta di fronte alla separazione dei genitori; e, al contempo - lo conferma l’agnizione (?) finale – è una riflessione sullo storytelling (d’altronde il cinema non è il luogo dove esperire la (im)possibilità di un’altra vi(t)a?): Mr. Nobody frulla (costretto dalla sua natura a farlo) il già visto, non semplice frutto di un immaginario, bensì sua messa in scena diretta; gonfio perciò di citazioni e plagi dichiarati, di toni e sequenza rubate (da Gondry a Jeunet, da Wong Kar-Wai a Greenaway, fino a Spielberg, per tacere dei rimandi ai film dello stesso Van Dormael, di quanto non abbiamo colto e di quanto altro abbiamo dimenticato, scrivendo a più di un mese dalla visione), solcato dai generi più diversi (dalla fantascienza, alla commedia, sino alla sit-com e al dramma familiare); pregno inoltre di una meraviglia infantile che gli sviluppi conclusivi confermeranno assolutamente coerente e che si manifesta in quel nostalgico, teneramente umano patetismo che contraddistingue lo sguardo dell’autore, quell'aura di disarmante, scoperta e malinconica dolcezza che permea le sue pellicole: concetti filosofici e di critica sociale come se dovessero essere spiegati ad un fanciullo, teorie scientifiche semplificate sotto il cappello dell'ironia, frasi apodittiche da spleen romantico - adolescenziale, stilizzazione dei caratteri in ingenui stereotipi ed estetica dello stupore, miscela di sprovvedute caricature televisive, poetiche altrui assimilate e cucite con soluzioni di semplice, bambinesca follia, colori sgargianti ed effetti digitali ovviamente ben esposti a titillare un' innocente e puerile sorpresa. Tutto è compre(s)so nei limiti di questa poetica, nell'ambizione imprudente di farne territorio di riflessione esistenziale: Mr. Nobody, con la sua struttura che esplode e poi implode annullandosi, è il farsi di una verità ovvia e lancinante, che ha a che fare con il tempo, con ogni attimo; è un inno (e un monito) alla vita. Ed è un film che si può rifiutare, anche violentemente, in virtù dei limiti sinceri della poetica di Van Dormael, del suo afflato che, nonostante il dispiegamento di mezzi, riferimenti e ambizioni, è retto dallo sguardo di un adulto che s'ostina a vedere come fosse un bambino. Comunque sia, non gli si neghino inventiva inesauribile, generosità, coraggio, la capacità di scrivere pagine meravigliose (il rapporto tra Nemo e la sorella adottiva è lo squarcio di teen movie più candido e commovente mi sia mai capitato sotto gli occhi). E non si neghi, a chi ne scrive, la possibilità di rimanere estasiato dalla dismisura struggente che fonda il film, dalla sua coerentissima instabilità, da quelle inquadrature levigate e dai quei corpi svuotati, no/body, semplici involucri per le nostre emozioni. Voto:
8
Giulio
Sangiorgio
In viaggio con Jaco
Jaco Van Dormael non è un regista prolifico. In quasi vent’anni ha girato, includendo quest’ultimo, solo tre film, tutti incentrati in un modo o nell’altro sul senso dell’esistenza. Con Mr. Nobody, opera imponente e ambiziosa, gli interrogativi si moltiplicano a ogni inquadratura. La domanda che ricorre è “ma se fosse andata diversamente?”. Un po’ come in Sliding Doors, che ha obbligato il regista a rivedere la sua sceneggiatura (già in fase di sviluppo al tempo dell’uscita del film di Peter Howitt), ma estremizzato. Nella visione di Van Dormae, infatti, ogni scelta, fatta anche da persone geograficamente e culturalmente lontane con cui sembra di non avere davvero nulla in comune, finisce per influenzare, senza alcuna consapevolezza ma in modo determinante, riuscite e sconfitte (tanto per intenderci, il protagonista rischia di perdere a New York la donna che ama perché in Brasile un disoccupato mette a bollire un uovo). Per un po’ il film sembra un inno all’indecisione proprio per l’impossibilità che ha l’uomo di scegliere il proprio destino, ma via via si insinua un senso di ineluttabilità che rende chiaro come sia proprio la morte a dare un senso alla vita e come ogni scelta, anche la più sbagliata, contribuisca a rendere l’esistenza unica e speciale. Tra il passato ipotetico e le promesse del futuro, l’unica certezza è quindi il presente (l’azione è ambientata nel 2092), in cui il protagonista ha raggiunto i 118 anni di età ed è l’ultimo uomo non immortale che potrà vedere la fine dei suoi giorni. Lo stile di Van Dormael è molto personale e la partenza del viaggio che propone è folgorante. A ogni sequenza si succedono svolte, nuovi intrecci, improvvise opportunità. Ciò che colpisce è soprattutto il forte impatto visivo alla base del suo sguardo che pare teso alla ricerca del bello, con commenti sonori, musiche, scelte cromatiche, effetti speciali, che amplificano la potente suggestione offerta dalle immagini fino quasi a stordire. Un viaggio verso l’ignoto più affine alla leggerezza di Claude Lelouch (La Belle Histoire) che al rigore di Stanley Kubrick a cui è stato, con un po’ di azzardo, paragonato. Non facile tenere sotto controllo le continue iperboli narrative (tre donne per tre diversi destini) e la sensazione è che il film finisca per fuggire di mano al regista, costretto a concentrare un flusso ininterrotto di pensieri, ipotesi e sensazioni in continuo divenire in un tempo per forza di cose limitato. Ma Van Dormael ha la capacità di scacciare la razionalità e di tenere lo spettatore dalla sua parte. Almeno fino alla fine, in cui un senso di vuoto smaschera l’artifizio lasciando un senso di inespresso, con un retrogusto di occasione mancata. Bellissima occasione, però.
Voto: 7
Luca Baroncini
Luca Pacilio: 9
Marco Compiani: 8½
Manuel Billi: 10
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A SINGLE MAN
(TOM FORD)
Usa,
99’
Colin Firth, Julianne Moore, Matthew Goode |
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Los Angeles, 1962: George Falconer è un professore inglese di 52 anni che cerca di dare un senso alla propria vita dopo la
morte del suo compagno Jim. George indugia nel passato e non riesce a immaginarsi un futuro, ma una serie di eventi e di
incontri lo porteranno a decidere se ci sia o no un significato nel vivere senza
Jim.
A single man è un film sorprendente e molto, molto coraggioso. E’ un film sorprendente perché rappresenta il debutto nel cinema di Tom Ford - geniale stilista che, prima di esordire col proprio marchio, rilanciò nel mondo casa Gucci - con un lavoro molto accurato e cosciente. Coraggioso, perché Ford lo trae da una perla lucente della produzione di Christopher Isherwood, una delle massime penne in lingua inglese del secolo scorso: un romanzo non solo di magnifica scrittura (in Italia, Un uomo solo), ma tutto imperniato sul percorso interiore del suo protagonista che si snoda contemporaneamente a un percorso esteriore che acquista rilevanza intrecciato col primo, col carico di riflessioni che emerge dal pensiero del protagonista, un romanzo straordinariamente difficile da portare sullo schermo e che Ford, anche sceneggiatore, non ha alcuna remora a rileggere, modificare, adattare alla sua idea di film. A stravolgerne il senso, quando necessario, allineando alla chiarezza di idee sul fronte visivo, una determinazione sul fronte della concezione altrettanto stupefacente.
La novella di Isherwood narra di quello che, solo alla fine, si rivelerà essere l’ultimo giorno di vita di George, un professore universitario che vive un’esistenza solitaria dopo la scomparsa del suo compagno: la morte arriva all’ultima pagina del libro, inattesa, e rappresenta la chiusa di una giornata piena di piccoli avvenimenti attraverso i quali si legge a fondo nell’esistenza del suo protagonista. Nelle pagine dello scrittore, insomma, l’unica morte con la quale si confronta George è quella del suo uomo, ed è un confronto che si risolve nella difficoltà di gestire questa assenza, di portare avanti la sua vita di persona oramai sola (in questo senso il titolo inglese è ben più pregnante, avendo la parola single un’accezione più ricca). Il regista, invece, rovescia la questione e fa della morte un’ombra che aleggia sul protagonista fin dall’inizio: dunque il George che disegna Tom Ford è una persona al limite, un uomo che ha deciso di porre fine alla sua esistenza, che ha scelto quel giorno per suicidarsi. Nella nuova ottica gli avvenimenti e gli incontri che si susseguono in questa giornata assumono un doppio significato: non sono soltanto momenti di riflessione, quella del protagonista su un nuovo confronto col tempo presente dopo aver vissuto l’ultimo frangente della sua vita rivolto al passato, ma anche elementi da inserire nel più ampio progetto di morte che lo riguarda e che, tra una titubanza e l’altra, continua ad accarezzare fino alla fine delle ventiquattro ore.
A questa complessa materia Ford dona una maturità di sguardo che lascia stupefatti: si noti la scena della vestizione mattutina, il modo in cui il regista cristallizza, in macro, singoli dettagli perfetti; si apprezzino le variazioni di registro visivo, quei folgoranti cambi di colore che dicono dell’umore del protagonista, di un mondo esterno percepito come freddo e desaturato; i ralenti grotteschi sulle persone che abitano nel vicinato e che significano l’annoiata contemplazione di una vita circostante registrata come vuota di senso e incolore; l’esuberante invenzione scenografica, la fantasiosa concezione degli interni, le porte usate come un sipario che si chiude sui personaggi. Ford trasporta il suo sguardo e il suo immaginario sullo schermo, applica i canoni figurativi che conosce, usa gli attori come modelli, li veste per la sua messinscena (accessori compresi: si guardino occhiali, orecchini, cravatte: tutto il cast, comparse comprese, non ha un tono fuori posto), mettendoli letteralmente in posa, li divinizza (la Moore diventa una sorta di sacerdotessa-icona), fa del romanzo di partenza una base sulla quale erigere il proprio mondo, la propria idea di bellezza: i dettagli del corpo del tennista (mentre si parla della Russia – siamo nella fase cruciale della crisi Cuba-Stati Uniti –) si impongono come frammenti di immagini mentali, sono ombre di un desiderio a lungo narcotizzato; un flashback in bianco e nero che sembra uscito da un servizio fotografico di Herb Ritts ci parla di Jim come di un passato mitizzato col quale si fatica a chiudere; l’incontro casuale col ragazzo spagnolo (che ha l’ apparenza, il portamento e l’atteggiamento di un modello, che si muove consapevole della macchina da presa che lo riprende) è uno spot sulla bellezza, in cui la sessualità non c’entra, c’entra la rinnovata coscienza del professore di poter godere della visione di qualcosa che trova bello – per questo episodio il regista non ha alcun timore a sfoderare uno spudorato cielo rosa -.
Un’invenzione sofisticata, ma senza un’ombra di patinatura, domina l’opera, governata da una scelta di stile consapevole, forte, funzionalizzata al discorso filmico, mai affidata alla figura vuota, imbellettata, fatua. Il prezioso cast (con Firth e la Moore a giganteggiare) fa il resto, operando in un modo perfettamente coerente alle esigenze rigorosissime di una messinscena altrettanto rigorosa.
E Ford risolve con meraviglioso estro tutte le tappe di questo micro viaggio di George, non le sovraccarica mai di sensi, le essenzializza; esse sono sempre fluide, scorrevoli, non si impigliano mai nell’ostentazione di un significato di troppo: l’ incontro con l’amica Charley, che nel testo è una sorta di forca caudina alla quale il professore decide quasi per pietà di sottoporsi, è risolto con leggerezza, portato su una dimensione di disincanto e malinconia che risulta perfettamente intonata all’esigenza dell’autore di rendere il processo a fasi che George sta attraversando nella giornata; l’incontro con lo studente Kenny, nel romanzo reso come episodio molto più complesso e problematico, viene del tutto riconsiderato, tradotto da un lato nell’esteriore ricerca di identità sessuale del ragazzo e, dall’altro, nella considerazione del personaggio come una sorta di figura angelica e provvidenziale che entra nella giornata di George al preciso scopo di salvarlo dal suo intento di morte. George anche grazie a lui riscopre il valore dell’esistenza le cui prove questo giorno gli sta dando di continuo, comprende come tutte le piccole cose che gli sono accadute siano importanti, come certi piccoli dettagli siano quelli che compongono la vita rendendola degna di essere vissuta. Ne riassaggia di nuovo il gusto, godendone. Si riconcilia con se stesso e comprende che non ci sarà nessun suicidio. Ed ecco che, una volta che ha capito di nuovo cosa significa vivere, può, serenamente, morire.
Voto: 8
Luca Pacilio
Lontano dal paradiso
Per il suo debutto nel cinema, dopo i fasti nella moda di cui è uno dei nomi di punta, il texano Tom Ford sceglie l’omonimo romanzo di Christopher Isherwood che racconta la giornata di un professore di inglese cinquantenne in cerca di un senso nella vita dopo la perdita dell’amato compagno. La sensibilità di Ford e l’attenzione per la forma sono subito evidenti nella precisione con cui misura i movimenti del suo protagonista, cura la composizione delle immagini non lasciando nulla al caso, sottolinea con opportune scelte cromatiche umori e stati d’animo, calando il presente nella desaturazione dei colori e accendendo lo schermo quando il desiderio, il bello, l’amore per la vita tornano a farsi sentire. Quello che ne esce è il bilancio di una vita in cui solo gli affetti permettono di superare i confini della solitudine e dove ogni gesto, pensiero, obiettivo paiono avere senso unicamente se rivolti a qualcuno in grado di coglierne l’essenza. Un amore così assoluto, possessivo e, diciamolo, soffocante che non ha, nella visione di Ford, il contraltare della quotidianità, della noia, dei momenti bui e manca, alla fine, di carne e di sangue. Tutto appare quindi idealizzato e piuttosto stereotipato, anche nelle caratterizzazioni dei personaggi: l’uomo tutto d’un pezzo distrutto dalla privazione, la donna fragile che annega nell’alcool e nella droga il senso di inutilità che la affligge con il sopraggiungere delle rughe, i giovinetti bellissimi e sicuri di sé di cui sembrano pullulare le scuole americane. A farsi strada è via via un senso di distacco che trova il suo apice nella chiusa melodrammatica e un po’ forzata, dove alle lacrime, pungolate, sopravviene una certa indifferenza. Resta la confezione laccata e accattivante, un indiscutibile gusto estetico che non diventa estetizzante, la superba interpretazione di Colin Firth (giustamente premiato con la Coppa Volpi al Festival di Venezia), probabilmente anche la sincerità di chi mettendo una storia sullo schermo racconta una parte molto intima di sé, ma alla fine la poetica delle piccole cose arriva un po’ in saldo e la cosa più crudele non è tanto l’ineluttabilità del dramma, quanto l’egoismo del protagonista, che, concentrandosi esclusivamente sulle sue pene, pianifica il suicidio proprio nell’ora in cui avrebbe appuntamento con la sua, presunta, migliore amica.
Voto: 6½
Luca Baroncini
Giulio Sangiorgio: 8
Manuel Billi: 8
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LOURDES
(JESSICA HAUSNER)
Austria, 99'
Sylvie Testud, Léa Seydoux, Bruno Todeschini |
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Christine è costretta sulla sedia a rotelle per buona parte della sua vita. Per scappare dal proprio isolamento intraprende un viaggio a Lourdes, l’iconico luogo di pellegrinaggio tra le montagne dei Pirenei. Si risveglia un mattino apparentemente guarita da un miracolo. Il capogruppo del pellegrinaggio, un attraente quarantenne volontario dell’Ordine di Malta, inizia a interessarsi a lei. Christine cerca di tenersi stretta questa nuova occasione di felicità, mentre la sua guarigione suscita invidia e ammirazione. (dal catalogo della Mostra)
“Non sono tanti i posti che puoi visitare in sedia a rotelle”. Jessica Hausner inquadra Lourdes con una precisione formale algida e pop, in perfetti e stilizzati quadri, spesso statici, a volte mossi da lenti e geometrici movimenti di macchina, popolati da un’umanità riassunta in stereotipi, ingranaggi di un meccanismo sociale sottoposto a ferree regole, dette chiaramente (quelle dell’Ordine di Malta, che dettano il rapporto volontario/pellegrino e quelle della Fede e della Religione) oppure taciute, ma crudelmente, fassbinderianamente, manifeste (la spessa patina dell’accettabilità, la logica dell’apparenza che norma il balletto sociale, le forme subdole del potere). Il rigore estetico, di fronte al proliferare delle contraddizioni della retorica del luogo sacro, permette di non scadere mai nella sbracata denigrazione: il teatro delle situazioni viene sì messo a nudo con distaccato e impietoso sense of humour, fino a giungere alla freddura, ma gli sviluppi narrativi serbano spazio, dopo aver rivelato il meschino scheletro dell’artificio rituale che vampirizza la speranza, alle logiche inconoscibili del mistero. Così la pacata e feroce disanima che mostra la fabbrica dei miracoli nei suoi ipocriti elementi strutturali si sovrappone, inaspettatamente, all’insensatezza dell’evento straordinario che colpisce Christine: allora ci si accorge che la monotonia dello sguardo della Hausner (che dichiara di ispirarsi a Dreyer e Tati) non è semplice snobismo entomologico, ma precisa volontà di riportare tutto ad un’unica, limitata, costante dimensione, una dimensione che non si limiti ad accettare la costruzione utilitaristica realizzata intorno al miracolo e che finalmente di fronte ad esso ne veda anche i riflessi ordinari, le conseguenze nel contesto spietato (e necessario) all’interno del quale il miracolato cambia di ruolo, dissestando l’intorno. Che non si lasci abbindolare da posticci, che non rifugga in rivoli di esasperazione patetica: Lourdes restituisce una dimensione puramente umana, spogliata dalla sovrastruttura feticistica (e venale) imbastita dalla chiesa, ancorata saldamente all’intima, complessa, indigeribile realtà dell’uomo, senza fughe teologiche, senza ambizioni demistificanti; non nega il mistero, ciò che sta oltre, ma afferma, con occhio stratificato - insieme lucido e compassionevole, autoironico e chirurgico- quello che sta qua.
Voto: 8½
Giulio Sangiorgio
Luca Pacilio: 8
Luca Baroncini: 7
Marco Compiani: 8
Manuel Billi: 5
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MY SON, MY SON, WHAT HAVE YE DONE?
(WERNER HERZOG)
Etiopia / Germania / Francia,
140’
Michael Shannon, Willem Dafoe, Chloë Sevigny, Udo Kier, Michael Peña, Grace Zabriskie, Brad Dourif, Irma P.Hall, Loretta
Devine |
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Una pagina di cronaca nera attualizza il Mito.
Ispirato ad un episodio di cronaca nera, My son, my
son, what have ye done? segna l’incontro artistico di Herzog e
David Lynch, qui produttore esecutivo. L’autore di Fitzcarraldo
teatralizza il “fatto” non solo esplicitando la terribile affinità
tra il mito antico e la follia del tempo presente, ma insistendo sul
carattere finzionale dell’operazione che conduce. Di estrema
complessità, pur nella sua evidenza, My son
trasforma un caso di violenza come tanti nella destabilizzante parabola
di un idiota si
rassegna alla violenza come paradossale atto d’amore verso l’umanità
tutta, questo al fine (un folle fine, evidentemente) di rinverdire nella
contemporaneità una Tragedia che la Storia ha riprodotto su scale
minori (piccole violenze familiari) o maggiori (i grandi eventi)
deprivandola della purezza e dell’aura del Mito. Herzog gioca
smaccatamente su più livelli: “realtà” e sua messa in scena, vita
e teatro, violenza e sua rappresentazione/sublimazione. Esplicita, per
certi versi, il modus operandi che presiede ad ogni riconfigurazione
narrativa di fatti realmente accaduti: una sorta di grande compromesso
tra realtà (il dato fenomenico: un matricidio) e saperi ristrutturati e
ristrutturanti (Oreste, certo, ma anche Dostoevskij). Il luogo del
crimine diventa di conseguenza una macroscena teatrale en plein air
composta di due spazi: la casa del colpevole, inaccessibile come il
palcoscenico, e la strada prospiciente la dimora, dove si annidano gli
agenti di polizia e gli “spettatori”. L’unità di tempo e di luogo
è inframmezzata da piu’ o meno lunghi flashback che invertono la
funzione normalmente loro attribuita: lungi dall’essere esplicativi,
complessificano, “mitizzano” e congelano (i numerosi tableaux
vivants) gli eventi e gli agenti. Più che per un insieme compatto e
piano, dunque, My son illumina
per la sequela di intuizioni che inanella, pagine-senquenza dal
carattere aforismatico ove ogni singolo tassello porta con sé una
straordinaria invenzione visiva (il tunnel dove il tempo è sospeso, il
barattolo di avena che rotola etc.) che ospita e iconizza, grazie ad una
sorta di miracoloso isomorfismo tra quadro e testo, una massima del
nostro eroe (la lacrima che cade da un solo occhio), esattamente come il
barocchismo e la grandeur del movimento di macchina di 360° attorno al
furioso Aguirre “avvolgevano” e per certi versi “significavano”
il suo Ego straripante, aggirabile ma impenetrabile. Molti critici hanno
storto il naso, considerando l’operazione nei termini di un grande
scherzo architettato attorno ad un tavolo da due amici e complici
intenti a rendere omaggio ai rispettivi immaginari filmici. Puo’ anche
essere...So What?
Voto: 8½
Manuel Billi
Luca Pacilio: 7
Marco Compiani: 9
Giulio Sangiorgio: 7
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THE ROAD
(JOHN HILLCOAT)
Usa,
112’
Charlize Theron, Viggo Mortensen, Guy Pearce, Robert Duvall |
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Un uomo e suo figlio vagano tra i gelidi paesaggi di quelli che un tempo erano gli Stati Uniti, ora devastati da un’apocalisse.
Chi conosce i romanzi di Cormac McCarthy sa che essi sono costruiti con uno stile già di per sé cinematografico: le scene sono cariche di dettagli fulminanti che permettono naturalmente la ricostruzione mentale delle ambientazioni; il progredire dell’azione, convulso o rallentato che sia, è sempre in primo piano; i dialoghi non hanno nulla di artificioso e letterario, rifuggono scientemente ogni ricercatezza riuscendo ad essere sempre straordinariamente funzionali, avendo la stringatezza, la basicità, il tono grezzo e l’essenzialità propria del linguaggio parlato. The road, premiato con un Pulitzer già da tempo invocato per uno scrittore che si avvia ad essere un classico americano, è, paradossalmente, il suo lavoro meno rappresentativo: non si vuole dire che non sia un bel romanzo (lo è, molto), ma ponendo la storia di un padre e un figlio senza nome (sono The Man e The Boy) su uno sfondo vagamente sci-fi di un pianeta oramai sconvolto da una catastrofe mai definita, riesce ad allontanarsi, almeno apparentemente, da quelle che sono le storie di solito predilette dall’autore e già scoperte, peraltro, dal cinema, che continua (e continuerà, sono in arrivo gli adattamenti de Il buio fuori e Meridiano di sangue; non è finita: anche il nuovo film di Andrew Dominik sarà tratto da un suo romanzo) ad attingervi a piene mani, dopo Non è un paese per vecchi e Cavalli selvaggi.
Hillcoat, autore di The proposition, un singolare western australiano scritto da Nick Cave, molto amato (ma leggermente sovrastimato) e divenuto una sorta di cult, alle prese con un testo che sembra già una sceneggiatura pronta, svolge un lavoro corretto, ma privo di inventiva, soggiacendo alle dinamiche descritte e senza mai prendere davvero in mano la situazione. Anche ciò che invece azzarda la sceneggiatura di Joe Penhall non soccorre in alcun modo: i flashback sulla vita preapocalisse spezzano la tensione del gelido presente vissuto dai protagonisti (e sottolineato dalla plumbea fotografia, laddove i ricordi assumono le calde tonalità del mondo felice che non esiste più), la voce fuori campo suona superflua soprattutto alle prese con una scrittura oggettiva come quella di McCarty che nel romanzo non usa la prima persona e d’abitudine rifugge l’introspezione, preferendo il mostrare all’approfondire; Hillcoat e Penhall, pur ricorrendo all’io narrante e pur avendo il supporto dell’immagine, non sempre riescono a restituire la forza dello sguardo di McCarthy, vivo e partecipe al punto da riferirci la temperatura di ogni situazione, ambientale ed emotiva. E’ proprio questo il punto: The road è un film che sembra mettere insieme ordinatamente, anche inappuntabilmente, tutti gli elementi di un romanzo, rimanendo però fredda illustrazione dei suoi avvenimenti (le varie tappe come microepisodi quasi disgiunti e isolabili) e lasciando da parte qualsiasi dato emotivo, cosa non da poco per un’opera che invece vuol narrare proprio dell’immediatezza, della naturalezza, della commovente protezione che un genitore cerca di riservare al proprio figlio, di un’ancestrale trasmissione del sapere (il padre nutre il figlio anche del ricordo di un mondo che il bimbo non potrà conoscere, ma della cui essenza il suo spirito deve farsi ricettacolo e strumento per tramandarne l’immagine), della necessità di operare un adeguato passaggio del testimone che consenta alla nuova generazione di sopravvivere alla tormentata temperie seguita alla catastrofe. Hillcoat, se nel dettaglio risulta soltanto corretto, peraltro, riesce a restituire con una certa potenza visiva il mondo vuoto, giunto al limite, letteralmente senza avvenire in cui si trascina il segmento residuo della razza umana, ormai in estinzione, un mondo incrudelito in cui il rapporto tra questo bambino e suo padre, due corpi in disperato movimento, abbarbicati l’uno all’altro, che sembrano morirci lentamente sotto gli occhi, rappresenta l’ultima vestigia di un senso di umanità oramai andato disperso.
Sul fronte attoriale si registra la solita bella prova di Viggo Mortensen, il ragazzino Kodi Smit Mc Phee è un pezzo di legno, la Theron è una meteora con un suo perché. In apparizione straordinaria Robert Duvall e, soprattutto, Guy Pearce, già protagonista di The Proposition, e qui portatore e simbolo di una speranza per un futuro che rimane pura ipotesi.
Voto: 6
Luca Pacilio
Viaggio nella speranza
C’è una cupezza tangibile nell’opera di John Hillcoat tratta da un romanzo breve di Cormac McCarthy, ma anche molta voglia di speranza e alla fine è questa ad avere la meglio e a indirizzare il racconto. Molto efficace nel tratteggiare l’atmosfera post-apocalittica in cui un padre e un figlio vagano cercando di dare un senso allo smarrimento di chi, pur non rinunciando a vivere, si limita a esistere, il film inciampa in dialoghi didascalici, personaggi un po’ binari, anche nella ricerca di sfumature, e nel peso di una tesi tutto sommato ottimistica. A una prima parte serrata e compatta, secca nell’evitare preamboli collocando da subito i personaggi in medias res, crudele nel sottoporli a continue privazioni, nostalgica nel tingere di colori accesi il come eravamo (gli intensi flashback), un po’ ripetitiva nella successione di eventi con cui ravviva il nulla in cui sono costretti a errare, segue un tentativo di ingrigire i buoni propositi minando la forza interiore e la voglia di farcela dei protagonisti. Ma alla luce del finale incoraggiante, in cui le distinzioni manichee si ricompongono, la costruzione del racconto mostra tutta la sua artificiosità evidenziando le forzature su cui era riuscita abilmente a scivolare nel corso della narrazione. Viggo Mortensen, quanto mai in parte, ribadisce il suo talento e la voglia di sperimentarsi senza cedere alle lusinghe di un facile successo. Così come Charlize Theron, che oltre a interpretare un personaggio non facile (la madre rinunciataria), si conferma produttrice di carattere in cerca di alternative al cinema mainstream.
Voto: 6½
Luca Baroncini
Marco Compiani: 6½
Giulio Sangiorgio: 5
Manuel Billi: 8
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AHASIN WETEI (BETWEEN TWO WORLDS)
(VIMUKTHI JAYASUNDARA)
Sri Lanka, 80'
Thusitha Laknath, Kaushalya Fernando, Huang Lu |
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Caduto dal cielo, un giovane sfugge al caos
cittadino e ritorna alla natura, alla leggenda.
Il film d’esordio di Vimukthi Jayasundara è un criptico, contemplativo affresco sul Dopo (dopo la civiltà, dopo
il progresso) e sul riaffiorare del Prima (la leggenda, la tradizione).
Il protagonista, caduto dal cielo e riemerso dalla acque, rifugge ciò
che resta della contemporaneità (pochi ribelli, una strada costellata
di televisori, il suono perenne delle sirene della polizia) e si ritrova
in un paesaggio naturale dal quale emergono, come piante in un terreno
fertile, figure sottratte alla Storia venute dritte dalla leggenda,
dalla tradizione. La storia ricomincia dunque da un luogo “altro”
che risponde a logiche e a categorie diverse: cio’ è già accaduto
puo’ ripetersi domani e all’infinito. Il mondo che pre-esiste
all’occidentalizzazione si riafferma con tutto il suo armamentario di
rituali: il latte materno sana l’occhio ferito e insieme,
simbolicamente, purifica lo sguardo irrimediabilmente corrotto del
protagonista, “figlio” di una civiltà di cui ha assistito al
tramonto. La fine della Storia apre le porte al ritorno ad un Mito
ancora assediato dalle retroguardie del XXI secolo e corrotto dalle
scorie della civiltà: ma non basta riparare, ritornare alle radici,
occorre nascondersi nel ventre della natura, nella cavità di un albero.
Fatto di ampi carrelli e di campi lunghi, in cui figure smarrite si
muovono con la grazia di un danzatore o agiscono con la forza di un
lottatore (lo splendido segmento di pura coreografia e gestualità del
drenaggio dello stagno), Ahsin Wettei è un esempio straordinario del potere palingenetico e
poietico del cinema: la settima arte riconfigura qui, dalle ceneri del
presente, un Altrove che è il luogo dell’inesplicabile, luogo in cui
nulla è inverosimile.
Voto: 9
Manuel Billi
Luca Pacilio: 8
Marco Compiani: 8
Giulio Sangiorgio: 8
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AL MOSAFER (THE TRAVELLER)
(AHMED MAHER)
Egitto, 125'
Omar Sharif, Cyrine AbdelNour, Khaled El Nabawy |
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Tre giornate nella vita di un “lavoratore”.
Disponendo dei mezzi e della visibilità garantiti da
un’intera nazione e dal ministero (delle polemiche intorno ai
finanziamenti concessi al film dell’amico del Ministro taccio), Ahmed
Maher, formatosi in Italia, firma la sua opera prima e per
insondabili ragioni (in realtà sondabilissime: ancora una volta, mi
taccio) si ritrova in concorso alla Mostra del cinema di Venezia.
L’autore ha visto troppe volte e mal interiorizzato Fellini e
Rossellini. Alla decima dissolvenza in nero meramente esornativa, non
giustificata cioè da un’ellissi temporale, le braccia cadono.
All’undicesimo piano d’insieme con bizzarre figure sullo sfondo che
interpellano, fellinianamente appunto, lo spettatore, viene da
rimpiangere la “boorìa” tornatoriana.
Al Mosager, è il campione di un
vetusto cinema di papà fintamente autoriale, una bella confezione che
non contiene altro che l’ego smisurato del “protégé” di turno.
Tutto il materiale storico-sentimentale, compreso l’amore dilatato nel
tempo tra i due protagonisti (nella seconda metà sara’ Omar Sharif ad
intepretare Omar Sharif che interpreta Hassan), è anestettizzato da un
freddo esercizio di stucchevole calligrafia.
Voto: 5
Manuel Billi
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LEBANON
(SAMUEL MAOZ) Israele, 92'
Yoav Donat, Itay Tiran, Oshri Cohen |
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Prima guerra del Libano, giugno 1983. Un carro armato e un plotone di paracadutisti vengono inviati a perlustrare una cittadina ostile bombardata dall’aviazione israeliana. Dal Catalogo della Mostra.
Rigido. Lebanon è un film rigido.
Inquadrato in un meccanismo talmente solido da rimanerne imprigionato, fa della guerra un pretenzioso e programmatico esercizio di stile, tra cerebralismi autoreferenziali e palesi esibizioni retoriche che lasciano poco spazio al faticoso affiorare della tragedia umana. Il carro armato rimane solo ferraglia, il soldato solo acciaio.
Prima di tutto è palese riconoscere l’espediente meta- nella costruzione dello sguardo. Tutto è filtrato dall’occhio meccanico del cingolato, protesi della
verginella Shmulik che ci introduce lentamente nel contesto bellico. La guerra è quindi vissuta come un’esperienza
percettiva.
Ruotando intorno a questo asse scopico, Lebanon si sviluppa in due parti ben distinte: da una prospettiva
spettatoriale inconsapevole (la non esperienza dei soldati, rigorosamente sottolineata dai loro atteggiamenti immaturi), giungiamo all’irrompere della guerra all’interno del carro armato, con tutte le prevedibili derive psicologiche annesse (paura, pazzia, regressione infantile, etc).
Nel primo segmento il punto di vista di Shmulik è connotato da un sapere passivo e parziale, mediato com’è dal plotone che lo scorta nel territorio libanese. Oltre al mero dato gerarchico di eseguire gli ordini (elemento fin troppo calcato dallo stereotipo di Jamil), ciò viene messo in evidenza nella limitazione del campo visivo che, tra ostacoli scenografici e militari che coprono l’oggetto dello sguardo, nega una presa di coscienza diretta con l’evento mostrato. La consapevolezza però si infiltra piano piano, grazie al progressivo legame instauratosi tra lo sguardo di Shmulik e quello di alcune vittime del conflitto. Tralasciando l’opinabile substrato simbolico di ognuno di questi personaggi, noteremo come lo sfondamento del meccanismo filmico e la conseguente irruzione -
metaforica -della guerra (banalmente sentenziato dalla rottura dell’ottica del mirino) avvenga nella graduale affermazione di uno
sguardo in macchina. Dal venditore di pollame dilaniato dall’esplosione che sembra rispondere al nostro tentativo di guardarlo (ma non lo fa), passando sul bulbo di un asino sventrato, sugli occhi di un cieco, arriviamo al confronto diretto della libanese denudata (guarda un po’) che, per alcuni lenti e toccanti (?) secondi, ci fissa, sentenzia la nostra presenza. Ma andiamo oltre, in un vero e proprio oltrepassamento, in una vera e propria fusione tra le due realtà (esterno-interno) che, fino a quel momento, si presentavano come separate, nell’attacco di un soldato che ci spara dritto in “faccia” con un bazooka. Per confermare ancora di più questa riflessione, noteremo come il nostro carnefice diventerà vittima (viene fatto prigioniero e tenuto legato all’interno del carro armato), ma, per inneggiare ad un briciolo di umanità rimasta (la vera essenza del processo di finta formazione), farà parte di un abbraccio fraterno che unisce tutti quanti – al di là dei fazionismi preimposti – di fronte alla tragedia, collettiva, della guerra.
Arrivati al secondo segmento, ci inoltriamo in una vera e propria dimensione interiore, figurativizzata spudoratamente da una miriade di precisi elementi. Chiaro che il carro armato sia il riflesso – la mancata
camera oscura, se vi piace – della condizione morale (l’aumento irrefrenabile di sporcizia come decadimento di questa) e fisica dei soldati. E’ importante soffermarsi sul secondo aspetto che con troppo coraggio viene manifestato nella totale simbiosi tra il mezzo e l’uomo, dove il metallo inizia ad amalgamarsi con fluidi organici fino a sembrare
egli stesso l’origine di questi (i cereali-vomito sparpagliati dappertutto, l’olio-piscio che riempie un comando, etc). Emergendo la natura umana, emerge anche la natura della guerra. Resta la fuga in prenda alla totale cecità (il malfunzionamento dei comandi) e la “maturazione” di Shmulik che sostituisce il suo superiore svarionato e prende in mano,
attivamente, la vita dei suoi colleghi, per finire nel modo più scontato tra quei girasoli.
Se da una parte le intenzioni, in particolar modo visive, di Lebanon hanno un suo fascino nel primo segmento analizzato (al di là dei limiti di un congegno troppo simile ad un compitino ben svolto, lontano da una vibrante dimensione emotiva) con l’angosciosa mobilità della mdp, supportata da un efficiente uso del sonoro (l’aspetto più interessante dell’opera) ed una coincisa articolazione dello sguardo (stacchi sull’asse nel perlustrare la realtà esterna, lento ed esasperato virtuosismo nei movimenti di macchina nel crescere della tensione), dall’altra si perde la bussola, rimaniamo letteralmente impantanati in una componente psicologico- drammatica che rimane vittima, secondo previsione, di un ossessivo costruzione visivo-metaforica. Non emerge granché, il dramma, al di là di stereotipi che nell’approccio ironico si fortificano ancora di più, si congela nell’esibizione elementare della concettualità metadiscorsiva.
Voto: 6
Marco Compiani
Luca Baroncini: 7
Manuel Billi: 5
Luca Pacilio: 4½
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LOLA
(BRILLANTE MENDOZA)
Filippine, 110'
Anita Linda, Rustica Carpio, Tanya Gomez, Jhong Hilario, Ketchup Eusebio |
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Due anziane signore soffrono le conseguenze di un crimine che ha coinvolto i loro rispettivi nipoti: uno è la vittima, l’altro è il sospetto. Entrambe deboli e povere, si prodigano per chiedere denaro nel bel mezzo di una bufera: una per la sepoltura della vittima, l’altra per pagare la cauzione per il sospetto. Lola Sepa, insieme con il nipote di otto anni, accende una candela nel punto vicino al ponte in cui il nipote più vecchio è stato ucciso la sera prima da un ladro di cellulari. Poi va a raccogliere soldi per la sepoltura e l’udienza in tribunale. Lola Puring riunisce minuziosamente i fondi per il rilascio temporaneo di suo nipote, l’aggressore, che si rifiuta di languire in prigione. Lola Sepa rifiuta i 30.000 pesos offerti da Lola Puring. Ma alla fine cede e accetta la risoluzione amichevole... (dal catalogo della Mostra)
Una vittima e un carnefice, la nonna del primo, quella del secondo. L’omicidio è un antefatto che il presente tenta di digerire, semplicemente un'altra spina in un fianco anestetizzato dall’ eterna lotta per la sopravvivenza. Nei primi minuti del film Lola Sepa cerca di accendere una candela in memoria del nipote, un gesto che leghi, nella forma del ricordo, il passato al presente. Ma le condizioni atmosferiche di Manila, vento e pioggia incessanti, rendono il semplice rito difficoltoso: Mendoza presentifica, guarda alla fatica dell’ora e del qui, la presa è diretta, nega qualsiasi slancio verso ciò che è stato e ciò che sarà, affoga i corpi nella città ricolma, le voci nell’indistinto sovrapporsi di urla e clacson, nello scrosciare dell’acqua. Nel presente di Manila, del passato rimane solo il peso. E il futuro non è che l’immediato. In una declinazione neo-realistica ad altissima fedeltà la macchina da presa pedina le due donne, in parallelo, guardandole muoversi su un’esilissima traccia drammaturgica (Lola Sepa desidera una sepoltura per il nipote, Lola Puring tenta di far scarcerare il suo), mentre fotografa impietosa un paesaggio antropologico putrefatto, scevro da scatti morali, mosso solo dalle logiche del denaro, abitato da uomini meschini e giovani deboli: l’innocenza, nella tabula rasa dell’etica, è già corruzione. Mendoza non si risparmia, calca la mano, ma è costantemente in grado - grazie anche all’impressionante verità della recitazione delle protagoniste - di dissimulare la forzatura narrativa (che non è mai comunque strutturale, semmai percepibile nei dettagli) nella straordinaria potenza di una messa in scena indistinguibile dalla realtà, dall’ora, dal qui. Nel finale - lo strenuamente atteso faccia a faccia tra le due donne - la risoluzione si stempera nella quotidianità, nel dialogo tra due persone sfatte, stanche, nel semplice e diretto scambio economico: Lola Sepa, privata di un nipote, ha guadagnato moneta, Lola Puring viceversa. Detriti tra i detriti le due, corpi doloranti dall’anima da tempo ammutolita, se vanno insieme, guardando all’orizzonte più prossimo, che non sarà mai futuro. Un’esaltante conferma autoriale, un radicale esercizio di un cinema piccolo, armato di rigore e digitale, l’esempio lampante di una cinematografia, quella filippina, ad oggi tra le più vive del panorama contemporaneo (poco più in là il film del 22enne Pepe Dioko, Engkwentro, vinceva la sezione Orizzonti).
Voto: 9
Giulio Sangiorgio
Due donne, un destino
Brillante Mendoza, rappresentante del “Nuovissimo Cinema Filippino”, già vincitore di premi a Locarno (Pardo d’Oro con Masahista) e Cannes (Miglior Regia per Serbis), mette in scena il dramma di due donne molto anziane. Una è la nonna della vittima di un omicidio, l’altra lo è dell’omicida. Chi, visto il soggetto, ipotizza un thriller, resterà profondamente deluso. Si tratta infatti di un tipico film da festival, quasi insostenibile per il poco che concede allo spettatore. Mendoza documenta, con la macchina da presa a mano e un utilizzo naturalistico della luce, la quotidianità post-omicidio stando addosso alle due docili protagoniste immerse nella realtà, tutt’altro che rassicurante, di Manila. Poco o nulla accade. L’elaborazione del lutto passa attraverso le spese da sostenere per il funerale e la decisione da prendere in relazione al colpevole: lasciare che la giustizia faccia il suo corso oppure accettare una cifra in denaro per ritirare la denuncia? Più del soggetto e dei suoi sviluppi in sceneggiatura, però, a Mendoza sembra interessare immergere i personaggi nella realtà locale mettendo in evidenza le difficoltà di sopravvivenza di chi, già indebolito dalla vita, si trova a fare i conti con un evento inaspettato e doloroso. Lunghissimi, estenuanti, piani sequenza, mostrano i movimenti dei personaggi, il loro tentativo di risolvere nel modo migliore la situazione che si sono trovati a dover fronteggiare. Sullo sfondo una metropoli da incubo, invasa dall’acqua derivante dagli improvvisi temporali che nel periodo delle piogge sconquassano la città trasformandola in un acquitrino a cielo aperto. Il film è di quelli difficili, faticosi, ostici, ma se si ha la pazienza di lasciarsi trasportare dalla regia tutt’altro che casuale di Mendoza ci si rende conto, più che altro a posteriori, di essere stati testimoni di vite altrui. Il regista filippino adotta infatti uno stile rigoroso e a suo modo potente, nonostante la “maniera” sia dietro l’angolo, che cela la sua costruzione dietro l’apparente semplicità della messa in scena. Resta da capire se uno stile differente, meno incurante di un pubblico che se si annoia (e si annoia!) viene sbrigativamente zittito come superficiale, sarebbe stato ugualmente incisivo.
Voto: 6½
Luca Baroncini
Manuel Billi: 9
Luca Pacilio: 8
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CAPITALISM: A LOVE STORY
(MICHAEL MOORE) Usa, 120' |
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Tentativo di andare alle radici della crisi economica globale esaminando la tormentosa questione del prezzo pagato dall’America a causa del suo amore per il capitalismo.
La più grande rapina del secolo
Può piacere o non piacere, ma Michael Moore, oltre ad avere sdoganato il documentario rendendolo un genere non solo da tarda serata televisiva o riservato agli addetti ai lavori, ha anche il pregio di sapere raccontare, pur con la parzialità che lo contraddistingue, le grandi contraddizioni della società americana. Ha oramai completamente perso le sottigliezze, anche cinematografiche, degli esordi, al loro meglio nel pluri-premiato Bowling a Columbine, e la sua visione alterna immagini di repertorio montate ad hoc con video interviste che cedono spesso al sensazionalismo (le lacrime sono dominanti). Ma la retorica è comunque uno strumento e la capacità di Moore di utilizzarla è un talento da non liquidare in fretta. Infiammare il pubblico non è poi così facile, occorrono dati, informazioni, analisi approfondite, basi solide su cui poggiare, e Michael Moore si dimostra ancora una volta abile nel condurre lo spettatore dalla sua parte. Sicuramente imparziale, quindi, ma documentato. I suoi detrattori lo accusano di essere un manipolatore che sfrutta il dolore altrui per convogliare un punto di vista. Può essere, ma se qualche sospetto c’è in alcune interviste, il modo in cui racconta il fallimento del sistema capitalistico americano mostra una chiarezza di intenti che trova corrispondenza nella forza del risultato. L’arricchimento delle lobby del potere e l’impoverimento di chi già non svettava nella scala sociale è sotto gli occhi e nelle tasche di tutti. Moore ne fornisce una spiegazione parziale, a tratti semplicistica (i paragoni finali con altri paesi, tra cui anche l’Italia e il Giappone, fanno un po’ sorridere alla luce della realtà che si profila nel quotidiano), ma sicuramente efficace nel trasformare il suo documentario in un manifesto per smuovere il pubblico da un intorpidimento culturale e sociale. Tra gli aneddoti raccontati, non si può restare indifferenti ai giovani che hanno scontato pene improprie (e giudicate tali a posteriori) solo per arricchire i privati che gestivano un nuovo centro di detenzione; così come è la rabbia a farsi strada per le assicurazioni che le grandi multinazionali contraggono sui dipendenti a loro insaputa per poterci guadagnare, anche molto, in caso di decessi inattesi, e senza che la famiglia dei dipendenti sappia nulla o percepisca una qualche forma di indennizzo per la perdita subita. Con il suo mix di simpatia, esuberanza e ostinazione Michael Moore costruisce un manifesto pro Obama e rischia di perdere per strada chi non è dalla sua parte, anche se l’evidenza di alcuni fatti risulta difficilmente contestabile viste le prove esibite. Con passione, egocentrismo (ma quello è probabilmente nel genoma di chi fa cinema), coraggio nel fare nomi e cognomi e l’indubbia capacità di coinvolgere e indignare. Beh, di questi tempi non è davvero poco.
Voto: 7
Luca Baroncini
Manuel Billi: 6
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ZANAN BEDOONE MARDAN (WOMEN WITHOUT MEN)
(SHIRIN NESHAT,
in collaborazione con SHOJA AZARI)
Germania,
95’
Pegah Ferydoni, Shabnam Tolouei, Orsi Tóth, Arita Shahrzad |
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Iran 1953: sullo sfondo tumultuoso del colpo di stato, tramato dalla CIA, i destini di quattro donne convergono in un bellissimo giardino di orchidee dove troveranno indipendenza, conforto, amicizia. Dal Catalogo della Mostra.
Un se sospende l’ineluttabile, la Storia si piega momentaneamente alla speranza, all’evasione, all’Arte. Nell’atto di suicidarsi come ultimo ed estremo diritto all’emancipazione femminile, Munis riabilita il passato, rievocandone i fermenti e i sogni infranti, lo riattualizza con la forza di una denuncia che, trasfigurata nell’archetipo del Mito, scalda delle problematiche ancora presenti, delle ferite ancora aperte, dei martiri ancora vivi.
Dei quattro ritratti presentati dalla Neshat, quella di Munis è il centro nevralgico dell’opera. Oltre a incarnare l’origine del racconto (tutti gli avvenimenti sono frutto della sua visione premorte), rende reali i desideri di cambiamento, afferra le redini della protesta, si colloca come sguardo attivo, pragmatico, lontano dal virtuale isolamento delle altre protagoniste. Nell’idilliaco scenario agreste dove Fahkri, Faezeh e Zarin trovano rifugio, la Storia si relega a mera cornice, le problematiche del Paese natio vengono sostituite da emulazioni hollywoodiane, da un non-luogo così irreale che necessariamente tramonterà insieme a quei ideali compresi solo in parte, fermi al punto partenza (l’emancipazione dal sesso maschile) di una più ampia trasformazione.
La formazione videoartistica della Neshat è una premessa alquanto evidente. Con una cura formale che travalica spesso nella maniera, nel virtuosismo stilistico, nella distrazione dello spazio e del tempo che sembra sfuggere il racconto, tra dilatazioni, sospensioni, viraggi onirici, Donne senza uomini si presenta come un’opera lucida, ben congeniata, ineccepibile. A tratti troppo.
Voto: 7
Marco Compiani
Lo stile su tutto
Il problema di chi passa dalla video-arte al cinema è quello di cercare, e soprattutto trovare, un equilibrio tra lo stile e la comunicazione. Si potrebbe abdicare a favore dell’uno o dell’altro, guadagnando in compattezza, ma l’obiettivo di arrivare a un pubblico il più possibile ampio spinge verso una difficile via di mezzo, che finisce per scontentare un po’ tutti. Shirin Neshat è un’artista iraniana di fama mondiale (ha vinto, tra gli altri, il Premio Internazionale alla Quarantottesima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia) e si è sempre distinta per opere dal forte contenuto sociale, con particolare attenzione alla condizione delle donne del suo paese. Il suo debutto nella regia è tratto dall’omonimo romanzo di Shahrnush Parsipur, celebre scrittrice iraniana censurata dal regime ed esiliata negli Stati Uniti, e si concentra sul disagio di quattro figure femminili nell’estate del 1953, anno fatidico per l’Iran a causa di un colpo di stato tramato dalla C.I.A. che ha destituito il Primo Ministro regolarmente eletto ripristinando la figura dello Scià (i corsi e ricorsi della Storia sono peculiari). Chi non è documentato sui fatti storici faticherà a districarsi nella narrazione, punto debole di un’opera che gode di un interessante apparato visivo senza però bilanciarlo con la capacità di esplicitare in modo organico le dinamiche dei personaggi. Lo spettatore occidentale poco informato rischia quindi di trovarsi spaesato davanti al fantasma di una ragazza che fugge attraverso il suicidio a un matrimonio combinato e si unisce ai rivoluzionari, perché non capirà che solo un fantasma aveva, e tuttora ha, la possibilità di esprimere le proprie idee entrando in un convito rigorosamente maschile. Desta poi qualche sospetto, circa la sincerità del progetto, il consueto menù di soprusi e ingiustizie con cui si contamina la ricerca stilistica. Un utilizzo più che lecito del mezzo cinematografico, certo, ma forse un po’ troppo calcolato nell’indignazione che si prefigge.
Voto: 5
Luca Baroncini
Luca Pacilio: 6½
Giulio Sangiorgio: 6
Manuel Billi: 8
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SURVIVAL OF THE DEAD
(GEORGE ROMERO)
Usa, 90'
Alan Van Sprang, Kenneth Walsh, Devon Bostick, Kathleen Munroe |
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Su un’isoletta al largo della costa nordamericana i morti tornano a minacciare i vivi, ma gli abitanti dell’isola non riescono a sterminare i propri cari defunti nonostante il crescente pericolo che proviene proprio da quelli che un tempo amavano. Un isolano ribelle dà la caccia a tutti gli zombie che riesce a trovare e perciò viene bandito dall’isola, dopo avere assassinato i suoi vicini e i suoi amici. Sulla terraferma l’uomo si imbatte in un gruppetto di sopravvissuti che vanno in cerca di un’oasi in cui iniziare una nuova vita ma superano a malapena l’attacco di una massa di famelici mangiatori di carne umana... Il gruppo requisisce un traghetto infestato dagli zombie e salpa alla volta dell’isola. (dal catalogo della Mostra)
Germinato su un frammento di Diary of the dead, questo Survival of the dead (capitolo sesto della saga degli zombie e ingresso tardivo di Romero nell'Olimpo Autoriale Da Festival) ne prosegue il discorso, fagocitando il pericolo all'interno della società civile ed eliminando quasi del tutto la dialettica interno/esterno: zombie ovunque, anche dietro i fornelli. Al contempo, però, Survival rappresenta uno scarto: Romero, col suo budget da bassa exploitation, guarda al cinema classico, sbarca i suoi morti viventi e i suoi caratteri caricaturali da film di serie B in un contesto western d'altri tempi, una comunità isolata, uno scontro fratricida, vecchi cowboys intestarditi nelle proprie convinzioni. Chi vuole sterminare gli zombi per sfruttare economicamente l'isola, chi vuole educarli per non rinunciare ai propri cari, sebbene di questi non ne rimanga che il corpo sfatto e l'ombra di qualche coazione a ripetere. Ed è subito metafora. Senza, però, l'immediatezza di lettura de La terra dei morti viventi, adattamento dell'immaginario post- 9/11 al mondo degli zombie, né quella di Diary, invettiva a mano armata contro l'universo centripeto della comunicazione: Survival invita il pubblico a ripensare il mondo attraverso i suoi personaggi, è un apologo autoconcluso che si fa discorso morale polivalente, applicabile a questioni, temi e tempi disparati. Derive splatter e fugaci momenti d'azione passano in secondo piano, corollari necessari, ma pur sempre corollari di un racconto statico, pagina di un ipotetico Vangelo secondo Romero, insegnamento ad alto tasso simbolico, parabola: Survival è la più intensa affermazione della poetica romeriana, la presa di coscienza dell'autosufficienza di un edificio simbolico, il ritorno all'immediatezza del film del '68 (connotato di riferimenti politici solo col senno di poi) con la consapevolezza estrema, però, di un cinema che è diventato davvero classico, di un cinema che sa che i significanti messi in gioco andranno a produrre significati attraverso gli occhi di chi guarda, di un cinema che, nonostante tutto, al contempo, postula uno spettatore attivo, invitato a declinare il mito secondo sensibilità. Il cinema di un maestro, in ogni senso.
Voto: 7
Giulio Sangiorgio
E sei!!!
George A. Romero torna per la sesta volta sul luogo del delitto. Come per il precedente, e da noi inedito, Diary of the Dead dietro non c’è una major, ma si tratta di un’opera auto-prodotta con, si suppone, poche ingerenze nella libertà espressiva del creatore (regista suonerebbe un po’ limitativo). Nel nuovo capitolo Romero fonde il genere western con l’horror, anzi, fa in modo che il primo diventi preponderante sul secondo. Pochi, infatti, i brividi, nonostante le molte concessioni allo splatter (maggior pregio dell’opera, il che deve far riflettere), con la sceneggiatura concentrata soprattutto sulla sfida all’ultimo proiettile tra due uomini che si contendono il potere su un’isola in cui una comunità di sopravvissuti all’ecatombe cannibalesca ha trovato rifugio. Entrambi irremovibili e senza scrupoli, nutrono un reciproco odio atavico che li porterà a combattersi senza esclusione di colpi. A corollario della sfida infernale, un gruppetto di varia umanità non particolarmente interessante cui rubano la scena, in più occasioni, proprio i morti viventi. Gli zombi, infatti, nonostante le accelerazioni di remake e affini, si mantengono fedeli al Romero’s touch. Vagano lentamente e paiono innocui. L’importante è mantenerli a debita distanza perché il loro morso provoca un contagio immediato per cui non esiste antidoto, ma si ventilano ipotesi di possibile convivenza. Nella negatività che emerge, sono ovviamente più innocui gli zombi degli umani che si rivelano profondamente cinici, disillusi e spietati. Assunto banalotto a cui si arriva per strade piuttosto prevedibili battute da personaggi scialbi (non basta una donna lesbica e cazzuta per aggiornare il materiale umano ai tempi) e interpreti incolori. C’è chi continua a vedere nello sguardo di Romero un’arguta allegoria del presente, una feroce critica all’attuale sistema di valori e alla politica fino a poco tempo fa guerrafondaia degli Stati Uniti, e il regista strategicamente, forse anche con sincerità, conferma (in conferenza stampa al festival di Venezia). Oltre al fatto che sarebbe perlomeno originale, comunque rivoluzionario, trovare una volta tanto un regista di horror che non si attacca al lato politico per far digerire a pubblico e critica la violenza esibita con compiacimento, bisogna sottolineare come la visione di Romero, pur coerente a uno stile che ha fatto scuola, più che aprire gli occhi sulla realtà contemporanea sembra trarne astutamente ispirazione. Uno zoccolo duro di fan, comunque, dimostra di apprezzare. Astenersi gli altri.
Voto:
5
Luca Baroncini
Luca Pacilio: 6½
Marco Compiani: 7
Manuel Billi: 6
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LIFE DURING WARTIME
(TODD SOLONDZ)
Usa,
96’
Ciarán Hinds, Shirley Henderson, Allison Janney, Charlotte Rampling, Ally Sheedy, Michael Kenneth Williams |
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Tre sorelle e le persone da loro amate lottano per riuscire a trovare il loro posto in un mondo imprevedibile e precario. Felicità, dove sei?
Non sono un intellettuale, non posso darvi alcuna idea.
Todd Solondz in conferenza stampa
Quasi-sequel di Happiness, come lo ha definito lo stesso Solondz, Life during wartime riprende e supera quello che è un film simbolo del cinema indipendente americano degli ultimi anni e ne varia stilisticamente e sostanzialmente il discorso. L’autore ce lo aveva già detto in Palindromes, in cui la protagonista Aviva cambiava corpo, età, razza, sesso di vicenda in vicenda, a mettere in evidenza la relatività del racconto, per cui Solondz non sente alcuna necessità di affrontare il discorso della fisonomia e della riconoscibilità dei suoi personaggi in relazione ai temi affrontati, riluttante com’è, del resto, nei confronti del cinema “a soggetto”; ce lo aveva detto in quel film che il mondo stesso è un palindromo, un gioco di specchi in cui, qualunque sia la prospettiva dalla quale si decide di guardarlo, quale che sia l’approccio, esso rimane immutabile, ed invariato resta il risultato della sua analisi (nessuno può cambiare, nessuno può migliorare: ognuno non può essere che ciò che è). Quindi non occorre costruire il presente di LDW in base al letterale passato di cui si è narrato in Happiness (il personaggio di Harvey, il pensionato che chiede la mano di Trish, proviene addirittura da Fuga dalla scuola media): a volte i riferimenti ci sono e diventano notazioni ironiche che rinviano al predecessore (è bello scoprirli, anche a posteriori, ripensandoci o riguardandosi il film del 1998), ma in generale le situazioni sono completamente rimeditate, gli stessi personaggi, dunque, sono interpretati da attori diversi (l’Allen di Philip Seymour Hoffman è adesso un giovane di colore) e invecchiati, nella finzione, in maniera diversa (dieci, cinque, sette anni etc), senza alcun dato cronologico comune, ché il loro passato solo come rievocato in questo film risulta importante (essendo questo lavoro del tutto indipendente dalla visione del capitolo precedente), un passato che tende a spadroneggiare nel tempo presente, più volte inquinandolo e che allunga le sue ombre anche sul futuro, un passato che è tacitamente richiamato dal sottotitolo del film (Una storia sul perdono e i suoi limiti - pare che Forgiveness fosse il primo titolo, in evidente assonanza col suo referente -) e che si manifesta anche fantasmaticamente, presentando il conto, chiedendo di essere riletto, riconsiderato, riqualificato. Siamo dunque nei suburbia di una città della Florida, fotografati da Ed Lachman secondo una logica neoclassica che molto richiama quella da lui proposta in Lontano dal paradiso di Todd Haynes (curiosamente nella camera del college di Billy campeggia la locandina di I’m not there, di cui Lachman è stato operatore): quindi l’immagine pastosa e ricca che emerge dagli esterni e dagli interni di queste villette algide in cui si brucia dal dolore, è un sottile richiamarsi a quel cinema degli anni d’oro che narrava, evitando qualsiasi decodifica esplicita, ma con piglio impietoso non dissimile, la borghesia americana, annichilita dal comfort e disposta, per esso, a sacrificare anche un po’ della sua libertà, legandosi mani e piedi alle convenzioni, al conformismo dittatoriale della comunità. La famiglia protagonista, martoriata da trascorsi dolorosi che variano a seconda del soggetto, è in definitiva un nucleo bombardato dalle circostanze che anela ricostruirsi nella normalità, pur nella continua dialettica con quel passato deleterio (il folgorante, sarcastico incipit non solo ricalca quello di Happiness - la scena in un ristorante e il dono a Joy di un posacenere con il suo nome inciso - Ho un déjà vu -, ma ripropone di fatto la consegna dello stesso posacenere di quella scena primaria, recuperato e acquistato su E Bay, unico caso del film in cui il passato ritorna alla lettera) e con la necessità di elaborarlo e superarlo; il tema centrale è dunque quello della colpa e del perdono (posto da Timmy al centro, non a caso, del suo discorso del Bar Mitzvah che indica simbolicamente l’uscita dall’infanzia - l’archiviazione dunque di una fase trascorsa della vita, il cui potenziale lacerante, legato alla pedofilia del padre, è emerso ai suoi occhi solo adesso - e l’ingresso in età adulta) di cui ognuno deve essere, per i più svariati motivi, oggetto e soggetto: perdonare e poi dimenticare è probabilmente l’ambizione sbagliata; più credibile è dimenticare subito e, dunque, non perdonare mai: la rimozione come unico, vero balsamo alle ferite dell’animo (si dimentica e si perdona sempre per se stessi, il resto è un accidente). Solondz, dirigendo sempre meravigliosamente i suoi attori, costruendo l’immagine con splendore icastico (LDW è girato in digitale, in alta definizione con RED camera), a volte con virate nel metafisico, curando nel dettaglio il clinico dato scenografico, senza forzare i toni (il calare della temperatura emotiva, facendo emergere nei fatti la brutalità intrinseca alle situazioni è, del resto, una delle cifre riconoscibili del suo cinema) conduce con compassato cinismo il suo girotondo esistenziale, retto da una scrittura di rara forza eversiva, in cui se da una parte ancora una volta nei confronti dei personaggi che vedono intrecciare i loro percorsi non dimostra alcuna forma di empatia - presentati con distacco anche nella loro mediocrità o nella loro sofferenza (le persone non possono farci niente se sono mostri): vittime consapevoli e non delle proprie perversioni; idealisti che ambiscono a cambiare l’Uomo; donne che ambiscono a cambiare uomo; portatori di debolezze veramente forti; interlocutori il cui linguaggio non chiarifica, ma, al contrario, rende difficile il comunicare; vivi e morti allo stesso modo torturati da un rimpianto, una sconfitta, una personale ossessione -, dall'altro, stante anche lo sguardo rivolto costantemente all’indietro, dimostra comunque un approccio alla materia meno nichilista, abbozzando persino un’ipotesi di commozione (la stentorea frase che chiude il film). Mentre un bambino fuori fuoco continua a ricorrere – alla fine scopriamo essere Timmy – come sogno tormentato del padre pedofilo, che infine muore (il suo fantasma cammina sul marciapiede opposto a quello in cui avviene l’ultimo dialogo tra Timmy e Mark, lo si intravede per qualche secondo e probabilmente comparirà a qualcuno per tormentarlo) tutto continua a involvere in un paese in cui la vera guerra non finisce mai, quella per la conquista dell’amore e della felicità (Ho commesso un grande errore/ come nel Vietnam canta Joy – il pezzo nei titoli finali è interpretato da Devendra Banhart) in un film che rimane una (crudelissima) commedia, con precise connotazioni politiche riflettendo, come fa, su una perversione non tanto sessuale quanto ideologica e mettendo in crisi i luoghi comuni del vivere sociale, avendo Solondz compreso che questi rimandano a situazioni consolidate non dall’esperienza, ma dall’esercizio perverso di una pubblica opinione e dunque penetrando in quest’ultima, rivoltandola implacabilmente.
Voto: 8½
Luca Pacilio
Marco Compiani: 8
Giulio Sangiorgio: 8
Manuel Billi: 8½
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TETSUO THE BULLET MAN
(SHINYA TSUKAMOTO) Giappone, 80'
Eric Bossick, Akiko Monou, Shinya Tsukamoto |
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Anthony è un uomo d’affari statunitense che vive a Tokyo senza sapere che la sua vita felice con la moglie Yuriko e Tom, il figlio di tre anni, sta per terminare all’improvviso. Un giorno, di punto in bianco, Tom viene ucciso da un uomo misterioso. La disperazione spinge Anthony a cercare di scoprire il motivo. Alla fine l’uomo scopre che suo padre aveva lavorato come anatomista per le forze armate USA e aveva partecipato a un esperimento segreto. Gradualmente Anthony inizia a far luce sulla verità nascosta in profondità nel passato della sua famiglia e nel suo stesso corpo. Il padre ha insegnato ad Anthony a non farsi vincere dalla rabbia, ma quando per la prima volta si lascia andare all’ira il suo corpo prende a emanare vapore e olio e i suoi muscoli si trasformano in letali armi metalliche... (dal catalogo della Mostra)
Sequel? Remake? Semplice mutazione di Body hammer e The iron man, aggiornata ai nuovi mezzi di filmmaking (dall’artigianale al digitale), apparentemente adeguata ad una più facile esportazione (è il primo film in lingua inglese del regista) e perciò infarcita di nessi logici più netti a saldare le astrazioni narrative degli episodi precedenti. Sono esplicitazioni e didascalie però assolutamente coerenti con la forma che pare prendere The bullet man, deformazione personalissima dello stampo supereroistico ricorrente nello stanco cinema contemporaneo: volto à la Clark Kent, sintomi da sindrome di Hulk, cenni nemmeno troppo vaghi all’omonimo, armatissimo, Iron Man, il terzo Tetsuo (quarto, se consideriamo il precursore de Le avventure del ragazzo del palo elettrico) è protagonista di un film dove l’anti-intellettualismo di Tsukamoto si radicalizza nella chiarezza delle situazioni e nei dialoghi esasperati da risoluto fumetto(ne), la cui mitologia (il destino, l’ansia di vendetta, gli esperimenti bellici, scienziato folle annesso, perfino la morale in calce) si applica alle ossessioni care all’autore giapponese, tematiche trite inserite in un contesto quasi demistificatorio. Non che ci sia palese auto-ironia, ché servirebbe distacco: il cinema di Tsukamoto è serioso grado zero, da sempre dice il già detto e non rimane che il come ad importare. Qui agisce di accumulo, lavora su un’estetica data, su strutture più lineari entro cui esplodono estremi frastuoni sensoriali rinnovati che si astraggono dalla narrazione per concentrarsi - ostinati in una stilizzazione quasi compiaciuta, più nitida, pulita - sugli effetti della mutazione, della compenetrazione uomo/macchina e via elencando topoi ricorrenti. Ibrido, prodotto germinato dal crash tra forme all’apparenza incompatibili, The bullet man è una perfetta quadratura del cerchio che non può che sapere di episodio posticcio. Teneramente inadeguato alle norme tacite del Concorso.
Voto: 6½
Giulio Sangiorgio
Marco Compiani: 6
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LEI WANGZI (PRINCE OF TEARS)
(YONFAN)
Taiwan-Hong Kong, Cina, 120'
Chih-Wei Fan, Terri Kwan, Joseph Chang, Kenneth Tsang, Zhu Xuan |
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Le vicissitudini di una
famiglia cinese nella Taiwan anticomunista degli anni Cinquanta.
Sposando lo sguardo delle due sorelline, Yonfan
ricostruisce gli anni del “Terrore bianco”, quando nell’isola di
Taiwan imperversava la caccia ai filocomunisti. Tra denuncia (le
didascalie ci informano del numero di vittime di questa pagina rimossa
della storia dell’isola) e reinvenzione, Lei Wangzi segue
alcune vicende che vorrebbero essere esemplari dell’epoca: l’onesto
ufficiale dell’aeronautica, la di lui moglie devotissima, il losco
burocrate delatore. Ma parte qualche illuminante, amorevole e ripetitivo
gesto d’amore, parentesi degna del miglior cinema melodrammatico (quel
rollare automatico e pavloviano della sigaretta all’amato marito), Lei
Wangzi resta un’operazione interessante solo sulla carta. L’idea
non particolarmente originale ma potenzialmente seducente di far
trascolorare la Storia documentata, rigorosamente in bianco e nero, in
fiammeggiante romanzo popolare – il caso paradigmatico di un tragico
passato finzionalizzato sulla scorta del fumetto seriale di avventura Principe
delle lacrime, da cui il titolo – è viziata da una messa in scena
palesemente derivativa, con soluzioni di stile d’ingenua gratuità
(ralenti ingiustificati e esornativi), e da una narrazione altalenante.
Voto: 6
Manuel Billi
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