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The Wrestler
(Darren Aronofsky) Usa,
105’
Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood |
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Randy
“The Ram” Robinson, mito del wrestling negli anni 80, tenta di
raccattare le ultime soddisfazioni di una vita che lo vede come
tramontato, alternando il duro lavoro con qualche incontro settimanale.
Colpito da un infarto in seguito ad un violentissimo match, proverà a
dare un senso alla propria esistenza, nella piena lucidità che i bei
tempi sono ormai lontani. Ci vuole ben altro però per abbattere The
Ram, pronto a rialzarsi e a ritornare quello di un tempo…
La passione
di Aronofsky
Quello che non ti
aspettavi da Rourke e Aronofsky. Un’interpretazione così non la
vedevamo da anni, passionalmente riconosciuta anche da Wenders (più che
il film ha premiato la straordinaria prova dell’attore). Mickey Rourke
dona al suo personaggio un incredibile spessore di toni, una presenza
debordante, magnetica, capace di spostarsi nelle più sincere emozioni
con una naturalezza disarmante. Ci sentiamo però di rendere atto anche
ad Aronofsky, nell’avere intessuto un’opera indimenticabile.
Lasciata l’estatica visionarietà del dubbio The Fountain,
l’autore cambia radicalmente il registro visivo. Schematico e dosato,
semplice e corretto, The wrestler è la straight
story di Aronofsky: esperimento o capovolgimento linguistico che
sia, è un obbiettivo centrato.
L’America a conti fatti cerca l’eroe del suo tempo, rincorre
disperatamente un proprio punto di riferimento, che la rassicuri, la
illuda di un possibile e necessario esorcismo. Aronofsky ci immerge in
questa malinconica condizione, privando lo spettacolo della patina di
finzione televisiva che la performance WWE impone grottescamente. Così
la forma, così il contenuto, entrambi i cardini dell’entertaiment
vengono destrutturati: il primo seguendo uno sguardo dal basso, indie,
che registra Robinson per tutta la durata del film, (camera a spalla,
immagine livida e consumata, ai margini dell’amatorialità); il
secondo nel segnalare il meccanismo falso della violenza, sintomo di un
copione premeditato dai contendenti che di volta in volta si affrontano.
La società dello spettacolo mostra il suo vuoto e lascia spazio alla
cruda realtà. The Ram e le altre maschere che fanno parte del mondo
wrestling sono infatti osservati da una prospettiva tremendamente umana,
impiantati nel duro contesto di una vita che li accetta da emarginati.
Ed è questa tenera solitudine che fa di Randy il simbolo di un paese
ammalato, alla ricerca di un’identità, su cui il regista si interroga
attraverso la lucida metafora della Passione: il rimando a
quella di Mel Gibson , sbeffeggiata come una lunga messa al macello, non
è un semplice intermezzo polemico per destare l’ilarità generale,
ma, un punto di partenza, che, secondo un ribaltamento di prospettiva,
ricontestualizza l’idea al giorno d’oggi. Ed è qui che viene a
galla lo straordinario valore dell’episodio dell’infarto, del quale
è fondamentale tracciarne la dinamica.
Assistiamo ad un Hardcore match (dove è tutto è lecito): Ram/Gesù
e il suo avversario si massacrano con ogni genere di oggetti, fra i
quali spicca una pinzatrice debitamente scelta a tavolino dai due per
elevare il tasso di spettacolarità. L’importanza di questa scena sta
nel negarne la linearità narrativa (unico caso in tutto The
wrestler) infatti, il combattimento ci viene raccontato
attraverso il flashback del protagonista che, nello spogliatoio, si fa
medicare le ferite. Il montaggio alternato tra il livello presente (la
passione della carne) e il livello passato (la passione dello spirito)
che precede il climax dell’attacco cardiaco, traccia in maniera
illuminante il valore della sofferenza. Bisogna superare il corpo di
Randy mostrato sfracellato e palpabile dal susseguirsi di dettagli, per
giungere alla vera causa dell’infarto: l’impossibilità di
rimarginare l’insostenibile dolore del ricordo. Questo non è altro
che il bagaglio di un’America colpita al cuore, incapace di
rielaborare una memoria collettiva dominata dall’orrore della guerra.
Ebbene sì, il rimando al conflitto iracheno non vuole essere la tipica
pacchianata interpretativa, ma un convinto sguardo su una problematica
imprescindibile dall’opera in questione.
Piu’ volte alluso, l’Iraq si presta ad emergere come uno spettro
immanente e silenzioso (1).
La problematica è viva, abbraccia il ritratto di un paese afflitto e,
di riflesso, quello di un eroe (di una bandiera) in caduta libera. Il
dopo non può che essere l’immenso sforzo di risollevarsi e di entrare
in contatto con la realtà circostante. Una realtà restia, incapace di
contenere una figura troppo più grande che è desiderosa di mantenere e
riacquistare il proprio status di simbolo. Dai fallimenti (il rapporto
con la figlia, la compagine lavorativa) Randy vuole cogliere
l’occasione, rischio la vita, di tornare sulla vetta, di rappresentare
nuovamente un eroe, la cui icona si fa speranza.
E’ nel leggendario scontro con l’Ayatollah che The Ram si porterà
sulle spalle il sogno di un intero paese, alla ricerca di una maschera
per stare al sicuro.
(1) Cito di seguito due
scene, la prima piu’ esplicita, la seconda meno: 1) Randy e un bambino
per l’ennesima volta si affrontano con una vecchia console al
videogioco del wrestling. Annoiato, il ragazzino racconterà entusiasta
di Call of duty 4 , il cui scenario è proprio la guerra in
Iraq. 2) Durante un incontro, The Ram combatte fuori dal ring, tra la
folla. Un giovane si avvicina e gli passa la protesi della sua gamba,
pregando che colpisca l’avversario (piu sottile di così…).
Voto: 9
Marco Compiani
Luca
Pacilio (7)
Manuel Billi (8)
Luca Baroncini (7½)
Francesco Di Lella (7½)
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The Burning Plain
(Guillermo Arriaga)
Usa,
147’
Charlize Theron, Kim Basinger, Joaquim de Almeida |
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Un camper brucia nella pianura. Una giovane donna che lavora in un ristorante fa i conti col suo passato. In un campo di sorgo una ragazza messicana corre verso l'aereo del padre che si schianta al suolo.
Indovina dov’è il nesso.
Conclusosi il fortunato sodalizio con Inarritu, lo sceneggiatore Guillermo Arriaga debutta dietro la macchina da presa firmando un film che si presenta come definitiva messa a nudo del suo metodo creativo: la costruzione artificiosa delle agnizioni (artificiosa perché ottenuta attraverso uno strategico mescolamento delle carte della cronologia e uno studiato disordine narrativo) si sviluppa secondo un mosaico di cui vediamo le tessere una per volta; solo alla fine, accostandole le une alle altre, esse, di per sé indefinite e monche, trovano la corretta collocazione e finiscono col rendere il quadro delle vicende narrate perfettamente leggibile. Se questo schema a volte ha funzionato (nel film di Tommy Lee Jones Le tre sepolture, per esempio: il più solido sul piano del racconto tra quelli visti finora e che si pregia di un’efficace prova di regia) in questo caso, stante anche la pochezza degli assunti di partenza, la questione sembra ridursi alla semplice illustrazione di un meccanismo di scrittura e dei suoi limiti: intendo dire che The burning plain se può essere preso teoricamente come sessione dimostrativa di quello che Maurizio Porro, con sublime intuizione, ha definito il “cinema sudoku” del Nostro, dall'altra parte si pone anche come chiara dimostrazione che la soluzione prediletta dallo sceneggiatore-regista risulta fondamentalmente un espediente; The burning plain ci dice insomma che il metodo Arriaga non è così forte da bastare a se stesso, necessita sempre di una sapiente applicazione cinematografica: in questo caso la mancanza di una regia e di un piglio personali, come potevano essere quelli di Inarritu (il cui rutilante girare si sposava bene alle tipiche frammentazioni arriagane) o di Jones, ci aiuta ancor più nell'analisi dello script e della sua struttura, visto che in questo caso lo stile registico, anonimo fino all'inesistente, risulta ripiegato totalmente su una sceneggiatura che è puro intrecciarsi di piste su due blocchi narrativi e che si compiace di questo senza badare ad altro. Due linee cronologiche si alternano, ma la rivelazione cui dovrebbero preparare viene messa a nudo (involontariamente?) molto presto: il film a quel punto perde interesse denunciando che dietro il meccanismo (che in questo caso, dunque, funziona a metà) c'è ben poco. Rimane l'attenzione, non meno programmatica (ma proprio per questo discretamente interessante), che Arriaga dimostra per i personaggi, rispetto ai quali l'adesione dell’autore pare essere, come sempre, diretta al solo aspetto funzionale: il regista segue lo sviluppo delle sue creature soprattutto in relazione all'architettura di un plot che si rivela consueto melodramma eccessivo, senza essere completamente spudorato, tragedia al cubo in cui però i sussulti risultano ragionati in diretta connessione con la necessaria evoluzione della vicenda; i caratteri (non privi di corredo simbolico: i protagonisti incarnano i quattro elementi – indovina chi è il fuoco -) agiscono come figure di studiato espressionismo: si struggono, distruggono e si distruggono (figli che perpetuano i sensi di colpa/dolo genitoriali impigliandosi le riflessioni e i risentimenti di ognuno in un ordito in cui tutti soffrono indifferentemente), ma il cui dolore è palese materia letteraria e le cui parole e gesti suonano come puro artefatto, pregiato oggetto di rappresentazione (in questo senso la presenza di due dive aumenta ancor di più il tasso dissociativo
(1) e rimarca il carattere del film come puro paradigma).
(1) La Basinger che dà da mangiare ai polli è proprio la Basinger che dà da mangiare ai polli.
Voto:
5
Luca Pacilio
Manuel Billi (4½)
Luca Baroncini (6½)
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Il papà di Giovanna
(Pupi Avati)
Italia,
104’
Silvio Orlando, Alba Rohrwacher, Francesca Neri, Ezio Greggio, Serena Grandi |
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Bologna
1938. Michele Casali si trova a vivere una situazione disperata:
Giovanna, sua figlia unica ancora adolescente, ha ucciso per gelosia la
sua compagna di banco e migliore amica. Evitando il carcere, la ragazza
viene ritenuta non sana di mente e perciò rinchiusa in un ospedale
psichiatrico a Reggio Emilia dove rimarrà fino all'età di 24 anni
(1945). Durante questo periodo di quasi totale isolamento, l'unica
persona che si occupa di lei è il padre che si trasferisce
appositamente a Reggio da Bologna, dove insegnava arte al liceo Galvani.
Dietro la porta chiusa
Di Pupi Avati si dice che gira sempre lo stesso film a
causa della ricorrente ambientazione in una Bologna d'altri tempi (cosa
peraltro non vera data la sua frequentazione di generi altri, come
l'horror). Piuttosto non sempre la sua visione convince. Ogni tanto
inciampa nel bozzetto o cade nel patetico. Questa volta, però, come già
nel recente La seconda notte di nozze, il tuffo nel
passato risulta persuasivo. Ciò che più colpisce del soggetto è la
voglia di Avati di approfondire i retroscena di un fatto di cronaca nera
dopo che i riflettori sulla tetra vicenda si sono spenti. Come continua la
quotidianità di chi è costretto a sopportare il peso di un crimine che
grava sulla propria famiglia? In quale stato d'animo vive chi si è
macchiato di colpe definitive? Con Il papà di Giovanna
Pupi Avati offre la sua risposta incrociando l'attrazione per il lato
oscuro, da sempre nelle sue corde, con l'amore per la Bologna del tempo
che fu e questa volta la televisione resta lontana e la forza del racconto
riesce a coinvolgere. Il merito deriva dalla capacità di Avati di calare
effettivamente lo spettatore nella Bologna del 1938, grazie a una
sceneggiatura in grado di valorizzare la coralità del racconto senza
perdere di vista la centralità della figura di Giovanna e il suo rapporto
con il padre. A contribuire alla riuscita del film anche la cura
scenografica, superiore alla media dei suoi ultimi film (per cui si è più
volte scomodato l'aggettivo "sciatto") e la fotografia anticata
di Pasquale Rachini. Il resto lo fa la direzione degli attori, ma con
alcuni distinguo: Silvio Orlando si conferma interprete sensibile per una
parte che una ventina d'anni fa sarebbe andata a Carlo Delle Piane ed è
stato meritatamente premiato con la Coppa Volpi come Migliore Attore al
Festival di Venezia; Francesca Neri ha presenza scenica e sceglie i giusti
toni; la lanciatissima Alba Rohrwacher rischia di essere dominata dal
personaggio ma ha le phisique du role; Serena Grandi è una perfetta "sdaura"
bolognese ed Ezio Greggio, per la prima volta in un ruolo drammatico, è
una piacevole scoperta. Da filodrammatica, invece, le grida sguaiate e gli
sguardi alteri di Manuela Morabito, improbabile madre della vittima. A
rovinare la sospensione di incredulità, più di alcuni dettagli non
proprio verosimili (i matti costantemente sopra le righe nel manicomio di
Reggio Emilia) e di scelte un po' scontate (ancora un parto sotto le bombe
a dimostrare la forza della vita), è soprattutto il troppo silicone che
circola sulle labbra di più di una delle interpreti femminili, che
catapulta, di colpo, nella gelida contemporaneità.
Voto: 6½
Luca Baroncini
Manuel Billi (6½)
Francesco Di Lella (5½)
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BirdWatchers - La terra degli uomini rossi
(Marco Bechis)
Italia / Brasile,
108’
Claudio Santamaria, Alicélia Batista Cabreira, Chiara Caselli, Abrisio Da Silva Pedro |
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Mato
Grosso do Sul: alcuni indios, dopo l’ennesimo suicidio fra le loro
fila, lasciano la riserva per tornare alla terra natìa: la trovano
disboscata e coltivata da un fazendeiro bianco. Si accampano lo stesso.
Questa terra è la mia terra
Marco
Bechis si colloca a livello cinematografico in quella zona di confine
dove la fiction incontra il documentario. Non sceglie la contaminazione,
ma il suo stile rigoroso lascia più spazio all'analisi antropologica
che alla narrazione tradizionale e il merito maggiore del film finisce
per essere quello di indagare una questione ampiamente dibattuta e di
non facile risoluzione. Dopo avere affrontato una vicenda vissuta in
prima persona, quella dei desaparecidos argentini (il cui dolore
traspare sia nel potente Garage Olimpo che in Figli-Hijos),
Bechis sceglie infatti un altro tema che tutti conoscono ma che pochi
hanno provato ad approfondire, perlomeno a livello cinematografico: lo
spaesamento dei Guarani-Kiowà brasiliani che, abbandonati dalle
istituzioni, sono stati espropriati della terra in cui vivevano,
destinata a colture, e confinati in riserve. Ciò che al regista
interessa mostrare è il dolore di chi si sente togliere ciò che
considera un suo naturale diritto. La tesi è ovviamente dietro
l'angolo, Bechis sa esattamente dove vuole portare lo spettatore, ma si
mantiene essenziale e per lo più rigoroso nel tratteggiare personaggi e
situazioni. Almeno in apparenza. In realtà finisce per scolpire con una
certa determinazione il punto di vista. Basta pensare, oltre allo
stridente finale con slogan, a come descrive il lato occidentale della
vicenda: il fazenderos e la moglie sono arroganti e antipatici e la
figlia è capricciosa e annoiata. Anche altre scelte narrative suonano
vagamente perniciose. Il legame tra la figlia del proprietario terriero
e un indios sembra alludere all'apertura mentale dei giovani, unici in
grado di superare i pregiudizi razziali, salvo poi mostrare
l'indifferenza della ragazza al tragico corso degli eventi. L'unico a
stabilire un contatto che non sa di sfruttamento è lo spaventapasseri
bianco, ma è persona un po' sciroccata e senza alcun potere
decisionale. Proprio per sottolineare il fine ultimo del film i
protagonisti assoluti sono gli indios, mentre agli attori italiani, per
evidenziarne la marginalità nell'economia del racconto, restano solo
ruoli di contorno: la bella moglie del latifondista (Chiara Caselli) e
l'uomo un po' grullo che vive in una roulotte al centro della proprietà
per tenere lontano gli indigeni (Claudio Santamaria).
Voto: 6½
Luca
Baroncini
Luca Pacilio
(6)
Manuel Billi (7)
Camilla Bartolini (7)
Francesco Di Lella (7)
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L’Autre
(Patrick Mario Bernard, Pierre Trividic)
Francia,
97’
Dominique Blanc, Cyril Gueï, Peter Bonke, Christèle Tual |
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Anne-Marie si separa da Alex: lui si aspetta una vera vita coniugale, lei vuole salvaguardare la propria libertà. Si lasciano senza problemi e continuano a frequentarsi. Tuttavia, quando Anne-Marie viene a sapere che Alex ha una nuova donna, impazzisce di gelosia e sprofonda in un mondo inquietante, pieno di segni e minacce.
Anne-Marie vuole un'altra vita, la sua, e lascia il compagno freddamente, coscientemente. Ma la nuova relazione dell'ex fa esplodere nella donna un malessere sopito: saputo che la compagna di Alex ha esattamente la sua età, Anne-Marie comincia a pensarla come una sorta di riflesso di se stessa: lo specchio rimanda la sua immagine e questa, da rappresentazione dell'altra, diventa l'Altra tout court.
La gelosia riflette abbandoni e carenze, risveglia un vissuto, fa regredire la protagonista che vede alterata la propria percezione del reale, la propria attenzione distorta in ossessive selezioni di dati, eventi, tracce, la sovrainterpretazione finisce col dominare la sua vita: il pensare diviene rimuginare, la coerenza si sgretola, l'insicurezza emerge.
Il mondo alterato della protagonista è reso da immagini magnifiche: L'autre è un film che associa a una drammaturgia originale uno sguardo di rara incisività ed eleganza, una scansione continua di immagini curatissime che evitano qualsiasi estetismo e rimangono incollate all'essenza del racconto, colori evanescenti esaltati dalla superba fotografia di Pierric Gantelmi D'Ille (l'incipit folgorante, per tutto il resto). Muovendosi su più piani cronologici, assecondando l'ossessione della protagonista il film, tratto dal romanzo di Annie Ernaux L'occupation, mette in scena un progressivo delirio, alimentato dall'ignoto, dall'immaginazione, dall'idealizzazione sfiancante, dall'impari lotta con un'idea e con se stessi (e con l'idea di se stessi, soprattutto).
Dominique Blanc invade ogni fotogramma ed è magnifica.
Voto: 8
Luca Pacilio
Marco Compiani (6½)
Camilla Bartolini (4½)
Manuel Billi (8)
Francesco Di Lella (5)
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The Hurt Locker
(Kathryn Bigelow)
Usa,
131’
Jeremy Renner, Anthony Mackie, Brian Geraghty |
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Iraq: una squadra speciale antimina ha il
compito di disinnescare ordigni inesplosi. Quando il nuovo sergente
James assume il comando dell’unità speciale nel bel mezzo di un
violento conflitto, sorprende i due sottoposti, Sanborn e Elridge,
lanciandosi inesorabilmente in un gioco mortale di guerriglia urbana.
James sembra indifferente alla morte. Mentre i soldati lottano per
controllare la follia del loro nuovo capo, in città esplode il caos e
salta fuori il vero carattere di James, cambiando ogni uomo per sempre.
Partire partirò, partir bisogna?
È stato erroneamente recepito come un film sulla
guerra in Irak, in realtà l’opera di Kathryn Bigelow ha come sfondo
la guerra in Irak ma si occupa più degli aspetti psicologici sottesi a
qualunque conflitto. La didascalia iniziale, al riguardo, è molto
chiara: "la furia della battaglia provoca dipendenza totale
perché la guerra è una droga". La citazione, tratta da un
libro scritto da Chris Edgar, giornalista del New York Times vincitore
del Premio Pulitzer, fa riferimento alla ricerca di adrenalina che,
accompagnata alla sicurezza economica, spinge un uomo ad abbandonare la
sua vita, gli affetti, le comodità, per abbracciare gli inevitabili
disagi di una guerra. Andare sul campo di battaglia, indossare una
divisa, eseguire e ricevere ordini, sparare, vedere morire e rischiare
costantemente di morire. Una routine distruttiva che finisce per creare
assuefazione al dolore e dipendenza dal pericolo. I protagonisti sono
militari addestrati per disinnescare bombe, un lavoro molto delicato e
ad alto tasso di mortalità. La sceneggiatura di Mark Boal, apprezzato
giornalista che ha lavorato al seguito delle truppe in Iraq, deriva da
una profonda conoscenza acquisita direttamente sul campo, seguendo
quotidianamente i soldati nelle missioni operative. Il film non si
preoccupa di fornire risposte, viene intelligentemente dato per scontato
che ognuno abbia le sue, ma pone domande che di solito vengono date per
scontate. Il fatto che lo sfondo sia quello di un conflitto
contemporaneo, e quindi bruciante per i possibili risvolti
interpretativi, rischia di confondere le acque, perché può dare l'idea
di una mancata presa di posizione della regista, di un suo
disinteressarsi a torti e ragioni, di mostrare solo un lato della
medaglia (gli iracheni sono per lo più ombre indistinte) attraverso
caratteri tutto sommato abbastanza convenzionali (l'emotivo, il bullo,
il razionale). Il fatto è che tutti questi aspetti non sono il centro
del film, ma ne determinano solo il perimetro. Il merito della Bigelow
è quello di costruire scene di battaglia credibili pervase da una
tensione costante ponendo l’attenzione sull’introspezione dei
personaggi. Sul piano visivo non inventa nulla, ma mette la sua solida
professionalità al servizio del racconto mostrando ciò che forse è
all'origine di tutte le forme di prevaricazione: un insondabile connubio
di pulsioni in cui dinamiche autodistruttive spingono a spostare sempre
più in avanti il proprio limite. Ogni nuova vittoria non rassicura, ma
pone le basi per una ennesima sfida, come se il sopravvivere fosse una
colpa da sottoporre a ulteriori prove. Come se l'essenza della vita
fosse racchiusa nell'adrenalina generata dall'insicurezza. Può sembrare
un'interpretazione riduttiva, poco esaustiva rispetto alla complessità
del film e alla perizia con cui le scene di azione (forse troppe) sono
state minuziosamente girate, ma è di questo che sembra voler parlare
Kathryn Bigelow, non della guerra in Iraq, e il fatto che il film non
abbia un’etica forte è più che altro un problema di aspettative da
parte di chi guarda.
Voto: 7½
Luca Baroncini
Luca Pacilio (7)
Manuel Billi (8)
Francesco Di Lella (5½)
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Il seme della discordia
(Pappi Corsicato)
Italia,
85’
Caterina Murino, Alessandro Gassman, Martina Stella, Michele Venitucci, Isabella Ferrari |
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Una coppia alto borghese, affermata: lei rimane incinta e lui scopre di essere sterile. In verità…
Dimmi la verità
L'ultimo film di Corsicato, che arriva dopo ben sette anni dal capolavoro Chimera , filtra ancora una volta la realtà attraverso uno spettro visuale neoplastico e modernista, in cui bidimensionalità, cromatismi primari, culto di certa iconografia già fagocitata dal lounge, diventano le coordinate estetiche sulle quali si muove una storia liberamente ispirata a La Marchesa Von O di Von Kleist: la concretezza colta del riferimento di partenza (come i frequentissimi richiami letterari che costellavano l'opera precedente), però, non intacca mai la sublime vaghezza del cinema del napoletano, Il seme della discordia agganciandosi a un immaginario preciso, già manifestato nelle opere precedenti del regista, in cui si mischiano l'estetica vintage del fotoromanzo, la stupefazione icastica degli intermezzi pubblicitari (ché spot è termine contemporaneo), il misurato degrado del Kitsch, l'inconfondibile decor retrofuturista, un mix di alto e basso condito dalle musiche degli autori vampirizzati dall’exotica dello scorso decennio (Morricone, Piccioni, Trovajoli, Bacalov - manca solo il totem Umiliani -) e dove le alte mire e l'attualità degli assunti servono in primis l'Intrattenimento, ossequiando il Verbo Pop che tutto domina.
Inutile sottolineare quanto il discorso dell'autore costituisca una boccata d'ossigeno nel panorama cinematografico nostrano, tutto consacrato a un realismo troppo spesso codificato e bolso, come la riflessione sulle modalità cinematografiche (gli ironici omaggi a Via col vento, Eisenstein, Milano Calibro 9, Zavattini, DePalma, Kill Bill - naturalmente, vien voglia di dire -, con una vanga al posto della katana, e una chiosa al centro commerciale che quasi rassembra quella di Eyes wide shut, persino l'autocitazione – Libera in tv -) muova dal genere per giungere al sottogenere, con il consueto occhio ad Almodovar a al suo cinema paradossale, al mèlo classico anni 50 e ostentando una parentela stretta all'Ozon primario. Inutile dire questo: sempre più la critica paludata si va gingillando con i Temi, liquidando come divertissement e carineria (al meglio) quello che era l'unico film italiano veramente degno della competizione (vincente o perdente, non ci importa nulla).
Ha stile Corsicato, ha garbo, leggerezza e gira un film libero che gioca di contrasti: laddove pare inconsistente riesce in realtà a pungere, forte di una messinscena spudoratamente finta in cui, per amor di paradosso, il discorso sulla verità diventa centrale e modulato con sorniona amoralità; in una realtà narrativa che sfugge, inganna e omologa (le sintomatiche Clonette, capitanate da Nike/Martina Stella) i personaggi (superbamente innaturali tutti gli attori), come altere statue inscritte nelle geometrie metafisiche create dalle costruzioni ultramoderne del Centro Direzionale di Napoli (il “meraviglioso” Sud mentale di Corsicato), scontano la loro perfezione patinata in un mondo imperfetto che sgualcisce la copertina nella quale sono ibernati, lacerando il cellophane che li avvolge. Sotto la brina artificiale di una confezione studiata nel minimo dettaglio, costoro vivono, soffrono sul serio. E Veronica è Vera, per l'appunto.
Voto: 7½
Luca Pacilio
Piacevole superficie
Negli anni Novanta c'è stato un periodo in cui Pappi
Corsicato era considerato il Pedro Almodovar italiano, un po' perché
con il regista spagnolo Corsicato ha effettivamente lavorato (è stato
suo assistente volontario per il film Legami), un po'
per lo stile pop e surreale molto affine al regista iberico. Dopo
l'insuccesso di Chimera del 2001, però, Corsicato si
è dedicato per lo più ad altro (video sull'arte, documentari, opere
liriche, fondazioni artistiche). Torna ora con un film che si avvicina a
Libera, sua opera di debutto del 1993, per i colori
sgargianti, le interpretazioni anti naturalistiche, le svolte oniriche e
i temi alti risolti con leggerezza e ironia. Ciò che più colpisce del
suo ritorno è prima di tutto il fatto di mostrare una Napoli inedita,
lontana anni luce dall'immagine un po' tragica e un po' ruffiana a cui
siamo abituati. Il Centro Direzionale, progettato dall'architetto
giapponese Kenzo Tange, fa da sfondo alla vicenda (tratta molto
liberamente dal racconto "La marchesa von O" di Heinrich Von
Kleist e dal film che Eric Rohmer ne ha tratto nel 1976). Il contesto
sociale è quello di una media borghesia, ma a Corsicato non sembra
interessino più di tanto analisi sociologiche, riflessioni, giudizi o
denunce di qualsiasi tipo. Il suo è un cinema di luoghi, di volti, di
colori, di musiche suadenti, di abiti ricercati, di oggetti di design.
Si parla di aborto, di inseminazione artificiale, della Chiesa
Cattolica, di stupro, ma si tratta di strumenti per garantire
l'interazione tra i personaggi e non del fine ultimo del regista che
sembra essere unicamente proiettato verso il gusto per la messa in
scena. I personaggi stralunati e distanti dalla realtà sono quindi
pedine della sua visione e la storia risulta più che altro un pretesto
(del resto la soluzione del dubbio che attanaglia la protagonista è
quasi subito evidente, anche per lo spettatore meno accorto). In questo
senso Corsicato dimostra coerenza. Il rischio, non arginato, è quello
di un esercizio di stile un po' gratuito ma l'insieme, più che
divertente è piacevole, e abbastanza originale da distinguersi nel
panorama di mestizie, grevità o risatone dell'attuale cinema italiano.
Certo, si resta più che altro in superficie, ma si ha anche
l'accortezza di non cercare la profondità. Il cast sta al gioco con
disinvoltura.
Voto: 6½
Luca Baroncini
Marco Compiani (7)
Manuel Billi (8)
Francesco Di Lella (6)
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Rachel Getting Married
(Jonathan Demme)
Usa,
116’
Anne Hathaway, Debra Winger, Rosemarie Dewitt, Bill Irwin, Tunde Adebimpe |
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Per il matrimonio di sua sorella Rachel, Kym fa ritorno nella casa della famiglia Buchmann, lasciando il centro di recupero nel quale è ricoverata per tossicodipendenza, portando con sé una lunga storia di crisi personali, conflitti familiari e tragedie.
Demme ha dichiarato di essere rimasto molto colpito dai film del movimento Dogma e che nella realizzazione di Rachel si è ispirato ad essi; a parte per l'evidente dato formale e tecnico (l'uso della camera a mano, l'immagine sgranata e tarata propria del movimento inventato da Von Trier), il film si rivela molto europeo soprattutto nello spirito, nelle dinamiche, nell'attenzione al dettaglio psicologico: se è vero che l’opera racconta del malessere che nasce dal milieu familiare, oggetto tipico del cinema indie americano, lo fa d’altra parte con un approccio che è molto differente da quello standard statunitense a cui siamo abituati (e che ricorda molto quello dell'ultimo film di Baumbach che, guarda caso, partendo da presupposti narrativi molto simili – i conflitti familiari che scoppiano allorquando la protagonista decide di andare al matrimonio della sorella -, aveva nell'Europa il suo punto di riferimento cardine) e attraverso una scelta di registro che costituisce una considerevole inversione di tendenza rispetto agli altri prodotti di fiction dell'autore (l'ultimo era The manchurian candidate, dimenticabile remake di Va’ e uccidi di Frankenheimer). Si può dire che questo film avvicini Demme a quella libertà e spigliatezza che si apprezzano nei suoi documentari e non sorprende apprendere che, per mantenere alto il grado di naturalezza e immediatezza, l'americano abbia lasciato grande spazio all'improvvisazione degli attori, limitando al massimo le prove e soprattutto non pianificando in alcun modo i punti di inquadratura, dando l'impressione di avere a che fare con il più bel filmino casalingo mai realizzato, come se ogni scena fosse stata catturata su digitale da un amico con una cinepresa o da un fantasma di un personaggio, la cui morte ossessionasse la famiglia (ipse dixit). In questo senso molte sequenze sembrano davvero dei pezzetti di realtà messi su pellicola (il direttore della fotografia Declan Quinn è anche l’operatore principale; nelle scene collettive alcuni invitati usano la digitale – tra questi il nume Roger Corman – aumentando lo spettro dei punti di vista) ed è soprattutto in quei momenti che l'opera prende il volo (penso alla lunga sequenza della cena dopo le prove della cerimonia, alla straordinaria tranche della gara alla lavastoviglie che si interrompe con un'irruzione brusca di un passato che fa ancora male, alla toccante esternazione di Kym al gruppo di ascolto per i tossicodipendenti - la Hathaway fornisce un'interpretazione notevole e incarna in modo perfetto l’instabilità e la fragilità, il risentimento e le intemperanze della protagonista -).
Introducendo la macchina da presa nella congiuntura delicata di una vigilia nuziale, Demme tocca tutti i nervi scoperti di un gruppo di persone ferite in diversi modi, che non hanno mai superato il trauma di un evento luttuoso che ha coinvolto anche Kym, condannandola al senso di colpa a vita, con una madre dura (che trova il suo omologo nell’impietrita genitrice interpretata da Mary Tyler Moore nel caposaldo del cinema intimo-familiare americano, Gente comune di Redford) che accusa anche solo con uno sguardo o una frase smozzicata, un padre che si è consacrato al ruolo sempiterno di pacificatore, una sorella che oscilla tra sentimenti contrastanti.
Molto si è detto sulla scelta dell'ambientazione e dei personaggi, si è anche parlato di una sorta di spot subliminale per l'elezione di Obama (con tanto di riferimento al conflitto iracheno), ma se è vero che Demme presenta un modello di famiglia chiaramente (se non platealmente) liberal (un nucleo democratico in tutto, nel quale pare regnare la piena tolleranza delle differenze di razza, sesso, cultura e religione), è vero anche (ed è la cosa che ci preme dire in questa sede) che questa dell'ibridismo sociale e della mistura delle tradizioni e delle etnie è sempre stata la sua cifra: la lunga (splendida) sequenza del banchetto nuziale a suon di ritmi caraibici ci dice moltissimo del retroterra del regista e del suo cinema meticcio (in cui anche il genere è continuamente imbastardito), prima ancora che informarci delle inclinazioni culturali del gruppo familiare oggetto del racconto. Il film (la sceneggiatura, opera di Jenny Lumet, figlia di Sydney, è stata ampiamente sviluppata nel corso della lavorazione), interpretato con convinzione da tutti (un plauso particolare, oltre alla già citata protagonista, va a Bill Irwin e a una ritrovata Debra Winger, nel ruolo dei genitori) pur rispettando i canoni del dramma familiare, lo fa con uno stile di freschezza indiscutibile, tenendo evidentemente presenti anche le lezioni di due maestri americani, Altman e Cassavetes.
Notazione finale sulla musica (pallino del regista, un’occhiata veloce alla sua filmografia) che non è mai extradiegetica, ma viene sempre suonata nel contesto narrativo (come Dogma comanda, tra l’altro): la scelta, che scarta il ricorso a un uso tradizionale della colonna sonora (coerente con il modello seguito da Demme del “filmino di famiglia”), si giustifica narrativamente con la professione dello sposo Sydney (interpretato da Tunde Adebimpe, cantante del gruppo Tv on the radio), quella di produttore discografico, il che legittima la continua presenza dei musicisti nelle scene (Zafer Tawil, Sister Carol East e Robyn Hitchcock tra gli altri).
Voto: 8
Luca Pacilio
Marco Compiani (7½)
Manuel Billi (8)
Luca Baroncini (6½)
Francesco Di Lella (5)
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Teza
(Haile Gerima)
Etiopia / Germania / Francia,
140’
Aron Arefe, Abiye Tedla, Takelech Beyene |
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Trent’anni di storia di un paese e di uno dei suoi tenaci
“resistenti”.
Vitale, debordante, generoso affresco storicopolitico
di un paese decolonizzato, l’Etiopia, Teza
ha una sua straordinaria e paradossale forza prima di tutto
espressiva: il regista riesce ad attualizzare e vivificare stilemi e
simboli della cinematografia mondiale degli anni ’60 e ’70 (il
cinema delle “nuove onde”). Il suo non è un omaggio, il suo è
un film degli anni ’70: dall’immagine sgranata alla
proliferazione di carrellate ottiche, dalla costruzione narrativa
frammentaria, discontinua e analettica (che ricorda molto da vicino il
film di Dalton Trumbo Johnny Got His Gun: il ricovero in ospedale come evento dinamico e
“mnemogenetico”) a soluzioni di montaggio parallelo à la Eisenstein (l’aggressione nazifascista/la mattanza di un
bue). In più, l’autore “arcaizza” le vicende del medico Anberber,
connettendole al substrato mitologico/culturale della sua terra: la sua storia diviene così la parabola di un popolo che cerca di
reimpossessarsi di una cultura che un secolo di colonizzazione non è
riuscito a cancellare. Una delle opere migliori viste in concorso.
Voto: 8
Manuel Billi
Marco Compiani (8)
Francesco Di Lella (8)
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Bumažnyj soldat (Paper Soldier)
(Aleksey German Jr.)
Russia,
116’
Chulpan Khamatova, Merab Ninidze, Anastasya Shevelyova |
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Kazakistan, 1961. L’ufficiale medico Daniel Pokrovsky si trova in servizio presso la prima compagnia sovietica di cosmonauti. Daniel, già sposato, inizia una tenera ma complicata relazione con una ragazza di nome Vera.
La rappresentazione del disorientamento di una classe, dei dubbi dell'intelligentia in una congiuntura storica che la costringe a una riflessione profonda e inquieta (Daniel, nonostante sia assillato dal pensiero del possibile sacrificio di vite umane legato alla corsa allo spazio, continua a seguire, con tormento e ansia, il progetto legato al lancio) viene inscenata da German jr. con piglio magistrale: facendo largo uso di piani sequenza che si muovono in scenari in cui teatralmente i personaggi incrociano corpi e discorsi, l'autore spiazza con una direzione scenica maestosa che rimanda al Fellini più fantasmatico (E la nave va, soprattutto).
La costruzione dei personaggi, attraverso un eloquio continuo, forbitissimo, palesemente artefatto e non privo di amarissima autoironia (siamo carini e inutili) è uno dei tanti elementi che nutrono il processo di mitizzazione utilizzato per la rappresentazione, mitizzazione che concerne anche l'epoca ritratta. Come in Garpastum, quindi, ci troviamo di fronte a un peculiare affresco storico, la vicenda sembrando peraltro galleggiare in ambienti ibernati e fuori dal tempo; quella che denunciammo come una sensibile discrasia tra messinscena e racconto (una generale tendenza estetizzante dominava la compiaciuta opera precedente) qui risulta splendidamente sanata: l'equilibrio che il regista riesce a ottenere tra forma scenica e sostanza drammatica perviene a esiti di bellezza supremi.
Gli attori sono magnifici e si muovono all'interno di quadri teatrali di onirismo stilizzato e mai patinato che nascono dall'esigenza dichiarata del regista di arrivare a mostrare quello che c'era in URSS prima che esistesse la possibilità di guardare: la vicenda legata al lancio dello Sputnik viene quindi restituita in forma di sogno-incubo, come una fantasia intellettuale e impressionista che si cristallizza in una luce irreale (l'eburnea fotografia è affidata a Alisher Khamidhodjaev e Maxim Drozdov) che se da un lato inventa un mondo, dall'altro non si stacca mai completamente dalla realtà.
Paper soldier è un film sorprendente e difficile che non guarda mai al pubblico, imbevuto di letteratura e cultura russa (c'è dentro l'umorismo gogoliano, il teatro di Cechov etc etc) e completamente avulso da qualsiasi compromesso sia narrativo, sia prettamente stilistico.
Voto: 9
Luca Pacilio
La forma non è tutto
Ci sono due interrogativi che emergono non appena comincia il film di Aleksey German Jr. Il primo è: ma perché tutti i film russi da festival sono immersi in una fotografia algida curatissima che predilige i toni cupi e le atmosfere crepuscolari? Non si può uscire da questo luogo comune e abbandonare, o al limite rielaborare, lo stile dei grandi (Tarkovskij su tutti)? Dopo poco trova spazio la seconda domanda: perché i personaggi si agitano senza sosta come se stessero recitando in un'opera di teatro sperimentale e dicono cose assurde? Tra le altre: "Quando vai via regalami un libro su come si disegnano i cavalli. Disegnerò un cavallo ogni giorno!", ma anche "Vuoi che ti scolpisca nel marmo? Sarebbe un anti-monumento!", oppure "In Africa hanno trovato un leone bianco!". E via di questo passo in una logorrea continua che diventa presto sfinente. Sta di fatto che il film di Alexey German Jr., come il precedente Garpastum (in concorso a Venezia 2005), resta distante. È ambientato nel 1961 e parla della prima missione spaziale dell'URSS all'epoca del disgelo, mentre il paese si vedeva proiettato verso un avvenire radioso di grandi scoperte scientifiche e tecnologiche tentando di lasciarsi alle spalle l'eredità di Stalin. A quel tempo la colonizzazione dello spazio sembrava un progetto di imminente realizzazione. La sceneggiatura si occupa in prevalenza di un ufficiale medico incaricato di prendersi cura dei futuri cosmonauti e con una situazione affettiva instabile che lo vede passare dalla bella moglie, a cui non riesce a garantire una discendenza, alla meno sofisticata amante. L'uomo si interroga sul sacrificio a cui sembrano destinati i giovani cadetti per assicurare onore e gloria alla nazione e non trova modo di placare l'inquietudine derivante dall'impossibilità di evitare un'ingiustizia. Le vicende personali si alternano quindi con la Storia e il film parte a ritroso, sei settimane prima del primo lancio nello spazio, con l’ambizione di fondere il dramma personale dei protagonisti con le vicende collettive del periodo storico rappresentato. Il costante sopra le righe del detto non trova però abbastanza visionarietà nel non detto e la fine del countdown, con l'atteso primo lancio in evidenza, porta più liberazione che emozione. Il problema principale dell'opera di German Jr. è che sembra costruito per compiacere una platea festivaliera e non riesce a rendersi mai davvero comunicativo accontentandosi di essere formalmente ineccepibile. La ricercatezza delle inquadrature, innegabile, non riesce quindi a supplire a quello che si configura come un esercizio di stile privo di anima, con una patina intellettualoide che sembra spocchiosamente porsi come obiettivo primario la negazione di qualsiasi coinvolgimento.
Voto: 5
Luca Baroncini
Manuel Billi (9)
Francesco Di Lella (5½)
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Süt (Milk)
(Semih Kaplanoglu)
Turchia / Francia / Germania,
102’
Melih Selcuk, Basak Koklukaya |
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Yusuf, appena diplomato, non riesce a superare il test di ammissione all’università. Scrivere poesie è la sua più grande passione e alcune sue liriche vengono pubblicate in diverse, quanto oscure, riviste letterarie. Il futuro del giovane e della madre Zehra è insicuro: si mantengono con l'incerto commercio del latte che producono. Yusuf rimane sconcertato nel momento in cui viene a sapere della relazione segreta di Zehra con il capostazione della città.
Negli ultimi anni il cinema turco è tornato a far parlare di sé confermando alcune costanti sia tematiche che stilistiche: la cura del coté figurativo, la predisposizione al simbolo, l'elevazione del racconto a punto di osservazione della realtà del Paese. Milk in tal senso è un film esemplare: l'incipit è avulso dal resto (l'estrazione di un serpente dal ventre di una donna) ma, a partita chiusa, diviene chiave di lettura del narrato; la rappresentazione degli ambienti restituisce un ritratto delicato, non privo di sfumature, che, raccontando del protagonista, riesce a dire anche della condizione di una comunità rurale, con la sua cultura, le sue tradizioni, le sue superstizioni, in una regione dell'Anatolia in rapida trasformazione (il conflitto tra la modernità e la tradizione costituisce il fulcro tematico del film); l'attenzione al dettaglio umano (i gesti, gli sguardi sono registrati quando non sottolineati) portano a galla la centralità del rapporto tra madre e figlio che, nelle sue dinamiche, assume palese valore metaforico della relazione tra le nuove generazioni turche e la Madre Patria; l'aspetto compositivo dell'immagine sempre curato e consapevole (a volte un po' affettato) raggiunge momenti di vertigine pittorica assolutamente rimarchevoli. Kapanoglu spesso si impantana e si compiace di certi ermetismi un po' gridati e anche il ritmo ne risente, ma a conti fatti l'opera (secondo capitolo di una trilogia dedicata al personaggio di Yusuf – il primo capitolo si intitolava Egg; seguirà Honey -) ha più meriti che difetti.
Voto: 6½
Luca Pacilio
Incomunicabilità d’autore
Non deve essere facile coltivare una velleità artistica in un ambiente rurale. Prova a dimostrarlo il turco Semih Kaplanoglu attraverso l’esperienza del giovane Yusuf, lattaio ispirato che vive con la madre ai margini del fermento cittadino. Per lui l'arte, nello specifico la poesia, offre la possibilità di fuga da un destino che sembra già scritto. Dopo una prima parte in cui si cerca di riempire di significato i lunghi silenzi del protagonista (Melih Selcuk, un Riccardo Scamarcio dell'est), provando a dare un senso alla sua incapacità di comunicare se non attraverso la forma poetica (con quali risultati, però, non ci è dato saperlo perché i suoi testi vengono letti da altri ma non al pubblico), il film cade a perpendicolo nei cliché delle pellicole da festival (silenzi, ritmo lasco, allusioni che non portano a niente) e si chiude a riccio nella propria impenetrabilità. Punto di rottura tra un percorso già visto ma apprezzabile, se non altro per l'ambientazione che cerca di mettere a fuoco il contrasto tra il progresso delle città e l'immobilismo delle zone di campagna, e l’assoluta astrusità è l'imperdonabile svolta epilettica, con l'incidente in sidecar del protagonista. Da quel momento in poi si sprecano le metafore attraverso un serpente in casa (il sesso tornato a pulsare nella nuova relazione della madre?), un pulcino abbandonato (il figlio che non riesce ad accettare l'indipendenza della figura materna?) e un enorme pesce gatto (boh!), fino a un accecante (SIC), ma non certo illuminante, finale. Il rischio, tutt’altro che arginato, è per il regista quello di parlare più che altro a se stesso. Si tratta della seconda parte di una trilogia che percorre a ritroso la vita di un poeta, passando dall'età adulta all'infanzia. Il primo capitolo, girato nel 2007, si intitola Yumurta, mentre il segmento finale, Bal, è già in fase embrionale.
Voto: 4½
Luca Baroncini
Marco Compiani (7)
Manuel Billi (5)
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Akires to kame (Achilles and the Tortoise)
(Takeshi Kitano)
Giappone,
119’
Beat Takeshi, Kanako Higuchi, Yurei Yanagi, Kumiko Aso |
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Ritratto di un non-artista da cucciolo, da studente, da plagiatore.
Ultimo capitolo della trilogia “della crisi”, Akires to kame è anche il film della tanto attesa palingenesi. A
differenza di Takeshi’s e Glory
to the Filmmaker, che segnalavano un preoccupante, compiaciuto ed
inane ripiegamento su se stesso, talmente ombelicale da sfiorare
l’autismo artistico, quest’ultimo trittico su una passione folle non
servita dal talento è aperto al mondo; sembra avere, ed è già molto
visti i predecessori, un destinatario che non sia il proprio doppio (Takeshi’s)
o il proprio mito (Glory).
Tre tappe dell’itinerario di un artista ridicolo: la scoperta di una
vocazione (infanzia), l’apprendimento della tecnica (giovinezza),
l’esercizio ossessivo della stessa (la maturità). Dostoevskij, nel memorabile incipit dell’Idiota,
suddivide il genere umano in tre grandi categorie: i geni, gli uomini
intelligenti senza talento, gli stolti. La vita, per i secondi, è una
tragedia. Abbastanza brillanti da riconoscere ed apprezzare il bello
naturale e artistico, non possiedono quella dote rara e preziosa propria
dei geni: il talento, la conditio
sine qua non per aspirare ad un’originalità
“brevettabile”. L’artigiano artista mancato del film di Kitano
vive dunque questa tragedia
senza averne una piena consapevolezza, una tragedia che nasce da una
disfunzione percettivo/cognitiva: tratta i prodotti dell’ingegno umano
come fossero natura. Nell’infanzia, ipnotizzato dal paesaggio e dalle figure
che lo popolano, tabula rasa a livello di cognizioni e competenze, si
impossessa della natura, che siano galline o pesci o ampie distese,
imitandola (mimesis). Nella
giovinezza, fagocita libri di storia dell’arte, introiettando lo stile
degli altri. Prossimo alla vecchiaia, continua a cavalcare le onde lunge
di avanguardie oramai museificate che hanno esaurito la loro spinta
propulsiva. L’artista, vive di luce riflessa. Cos’è la sua arte? Un
grande paradosso: Mimesis senza
Poiesis, una riproduzione non
produttiva.
Kitano riflette, con spirito chapliniano (il finale è un limpido omaggio
all’autore di Luci della città),
sulle condizioni, le casualità e i meccanismi di affermazione del genio
artistico nel mondo contemporaneo, con un’ironia che sottende un
profondo pessimismo, circa la possibilità offerta all’artista, ad
esempio, di agire nel mondo
sfuggendo alle regole di un mercato che produce
arte più dell’artista
stesso.
Voto: 7½
Manuel Billi
Luca Pacilio (7)
Marco Compiani (7½)
Camilla Bartolini (7)
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Gake no ue no Ponyo (Ponyo on the Cliff by the Sea)
(Hayao Miyazaki) Giappone,
101’
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Una cittadina in riva al mare. Sosuke è un bambino di cinque anni che vive in cima a una scogliera affacciata sul Mare Interno. Un giorno, mentre sta giocando sulla spiaggia rocciosa sottostante, si accorge di una pesciolina rossa di nome Ponyo con la testa incastrata in un vasetto di marmellata; Sosuke la salva e la ripone in un secchio di plastica verde. Tra i due nascerà un forte legame affettivo che spingerà Ponyo a tornare da Sosuke in forma umana.
Magia senza superlativi
Un film di Hayao Miyazaki è sempre un regalo, perché contiene spunti di riflessione preziosi, accende la fantasia ed è ricco di momenti intensi dove la tecnica diventa poesia. Le nuove avventure di un pesciolino rosso che per amore nei confronti del bambino che lo ha salvato vuole diventare umano, è espressione dello stile del Maestro, anche se entusiasma meno rispetto ad opere precedenti. Il motivo non è certamente nella decisione di abbandonare la tecnica digitale per utilizzare solo l'animazione tradizionale, anzi, Miyazaki riesce a rendere la visione un vero piacere per gli occhi, quanto sulla scelta del soggetto e sul target di riferimento. I suoi film sono sempre stati adatti a un pubblico di tutte le età proprio perché trasversali a un genere e in grado di nutrire chiunque varchi le porte di un cinema e sia disposto a farsi trasportare dalla potente visione del regista. Ponyo on the Cliff by the Sea, invece, sembra destinato soprattutto a un pubblico infantile e ha meno spunti per gli adulti. L'altro elemento che riduce la portata del film è la totale mancanza di originalità del soggetto che mescola "La Sirenetta" di Andersen con il mondo sottomarino visto in Alla ricerca di Nemo della Pixar passando, negli sviluppi della trama, per Cocoon di Ron Howard e per parecchie auto-citazioni (il tunnel de La città incantata; il personaggio di Fujimoto, che sembra provenire direttamente da Il castello errante di Howl). I temi cardine di Miyazaki ci sono tutti: l'iniziazione alla vita del giovane protagonista, la necessità di scendere a patti con la natura, la innata ambivalenza di ogni essere vivente che intreccia il Male e il Bene senza distinzioni manichee, la leggerezza e la semplicità con cui la realtà delle pulsioni viene messa in scena. Ciò che manca, o forse è poco chiaro, è un ostacolo degno di nota, e meno di altre volte l'irrazionalità fa capolino per staccare la narrazione dai binari del prevedibile e farsi viaggio nell'inconscio. In fondo la storia è abbastanza lineare, ma butta lì spunti che poi non sviluppa (il progetto di Fujimoto di punire la razza umana) e dimentica alcuni personaggi per strada (succede una catastrofe naturale, il padre è in barca in mare e nessuno in famiglia si preoccupa seriamente per il suo destino). Soprattutto la seconda parte infittisce prove ed eventi senza un corrispettivo nel mordente. Poi alcuni momenti sono davvero emozionanti (l'arrivo dello tsunami che tutto travolge, la fuga in auto del protagonista al seguito della madre impavida, la resa visiva del mare in tempesta) e l'atmosfera è simpatica e coinvolgente. Ma da un Maestro come Miyazaki si finisce, probabilmente sbagliando, per esigere sempre un tuffo senza rete nell'emozione pura mentre, questa volta, la razionalità ha il sopravvento.
Voto: 7
Luca Baroncini
Manuel Billi (8)
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Vegas: Based on a True Story
(Amir Naderi)
Usa,
102’
Mark Greenfield, Nancy La Scala, Zach Thomas |
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Eddie Parker e sua moglie Tracy, operai, conducono con il figlio dodicenne una tranquilla vita nei sobborghi della capitale americana del divertimento: Las Vegas. Eddie, che ha il vizio del gioco, non ha mai vinto somme importanti e Tracy, che si prende cura del piccolo giardino, fa di tutto per tenere unita la fragile famiglia. Un giorno però si presenta uno sconosciuto. L’uomo si mostra particolarmente interessato alla loro casa: sostiene che abbia un che di speciale e fa un’offerta a cui non si può rinunciare…
L’ultima ossessione di Naderi vive del vuoto assoluto; persino la vana antifrasi del titolo ne intesse l’amara ironia: finzione e realtà sono oggetto di scambio tra Las Vegas (presenza reale, ma falso mito) e
una storia vera (il fatto è sì preso dalla cronaca, ma allo stesso tempo si muove su un avvenimento tutt’altro che reale).
Nella sua natura spettrale la città del Nevada non ha bisogno di essere penetrata, basta la sua presenza sullo skyline, l’emissione di luce che ne proietta le metastasi.
Il contagio dei Parker è inevitabile, vittime di un Mito collettivo ormai interiorizzato che oltre l’istituzione famigliare permea la terra, la distrugge con l’illusoria speranza di trovare nelle fondamenta stesse della vita la piu irridente ricerca della felicità.
E’ l’ultimo e disperato tentativo dei personaggi naderiani di salvare la propria vacillante esistenza, ormai lontani dalla grande metropoli newyorkese e pessimisticamente abbandonati nella solitudine di una civiltà scomparsa. Il deserto, lo sporco della polvere (aiutato dal digitale nell’uso decolorativo del bianco) evocano un contesto devitalizzato dove solo l’oasi della casa dei Parker, con quell’ improbabile accento di natura che è il giardino, può credersi un miraggio.
Un miraggio ben presto inteso come tale nel suo cedere all’avidità e alla follia di Eddie che ne distrugge l’essenza (casomai ce ne fosse una piccola traccia), rincarando l’atmosfera di falsificazione e irrealtà onirica del contesto in cui si trova.
Tutto rimanda al cash, l’assillo si ripercuote su ogni oggetto rappresentato, visivo e sonoro.
Ad un sottile simbolismo iconografico (i cerchioni delle gomme che risplendono al sole, il maniacale ritorno del numero 3 come la slot-machine iniziale: tre sono i componenti della famiglia, tre le dissolvenza sull’orizzonte di Las Vegas, tre le false tracce trovate sotto terra, tre le prove degli scommettitori per convincere Eddie a continuare nella ricerca), si affianca un estraniante uso dei rumori, tutti evocativi il tintinnio del denaro (lo
scacciaspiriti, il martello pneumatico, il metal detector, il forno a microonde). Questo connubio legittima la sospesa atmosfera del film e, paradossalmente, la vivifica. Solo la fame dei soldi, come una droga, dà un’anima ad un contesto già morto in partenza (uno stato della materia rispecchiato dall’assiduo uso di piani fissi, da una fotografia così sbiadita da sembrare anch’essa insabbiata)
Ma forse una speranza riusciamo a trovarla nell’opporsi del giovane Mitch, nella sua istintiva consegna dei tre canarini alla giovane amica (metafora di una famiglia che può ancora essere salvata) e nel possibile desiderio di ricongiungersi con i padri (incessante è la sua volontà di trascorrere il tempo nella vecchia casa abbandonata). Speriamo di non cadere nell’ennesimo miraggio.
Voto: 9
Marco Compiani
Luca Pacilio (7)
Camilla Bartolini (8½)
Manuel Billi (9)
Francesco Di Lella (6½)
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The Sky Crawlers
(Mamoru Oshii) Giappone,
122’
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In un tempo e luogo imprecisati, bambini aviatori combattono una guerra
senza causa.
Tempo dilatato, o meglio congelato ed azioni reiterate
fino allo spasimo e alla totale alienazione. Bambini sottratti al tempo
che vivono in un eterno presente e che muoiono nel momento in cui, come
i prigionieri della caverna di Platone, vedono il sole prendendo
coscienza della propria condizione. Una società regolata, esseri sui
quali agisce una coazione a ripetere che perpetua il regime: ma è
possibile sfuggire alla legge del Padre? Con questo interrogativo si
chiude l’ammaliante racconto di Mamuro Oshii. Mettendo in bocca a
personaggi volutamente monolitici riflessioni sul Sistema che paiono
mutuate dall’opera di un Foucault o di un Derrida, il regista di Ghost
in the Shell rende esplicita, nella parte centrale del racconto, ciò
che la prima ora aveva sibillinamente suggerito, giustificando, altresì,
la passività, remissività e ieraticità dei suoi eroi bambini: la
verbalizzazione che svela il “mistero” obbliga non soltanto a
risemantizzare quanto visto, ma a riqualificare lo statuto delle
immagini e della narrazione stessa, disvelando, così, le ragioni
della forma del testo (dei tempi dilatati, della geometrica composizione
di quadri statici, della “freddezza” dell’insieme). Un’opera
complessa, ostica a tutta prima e ardita nella
combinazione/contrapposizione stridente di disegno tradizionale ed
animazione digitale (per le sequenze aeree).
Voto: 8½
Manuel Billi
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Un giorno perfetto
(Ferzan Özpetek)
Italia,
95’
Isabella Ferrari, Valerio Mastandrea, Valerio Binasco, Nicole Grimaudo, Stefania Sandrelli |
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Emma e Antonio,
sposati con due figli, sono separati da un anno: ventiquattro ore
decidono del loro destino.
Uno
sguardo imperfetto
Film
atipico per Ozpetek: una sceneggiatura di Petraglia, offertagli da
Procacci, secondo quello che è un modello produttivo americano che elude
le stringenti esigenze autoriali, sempre ostentate dai registi
italiani; in questo senso interessante poiché Un
giorno perfetto diventa un banco di prova per l'Ozpetek regista
che governa una materia che non appartiene al suo mondo consueto e che
si trova a plasmare e ad adattare al suo fare cinema; la riduzione del
romanzo della Mazzucco, da cui il regista parte, viene rielaborata,
alcuni personaggi modificati, altri aggiunti: Ozpetek (citiamo)
cerca di "cucirsi addosso la storia". Lo fa con la furbizia
che gli riconosciamo da sempre, con il suo girare ricercato e vuoto, con
un paio di svolazzi dei suoi (il bel piano sequenza all'interno della
casa sui titoli di testa, la scena della violenza nel canneto). Ma i
problemi si palesano come quelli di sempre: una scrittura
insoddisfacente, zoppicante, personaggi tirati via, affidati a una caratterizzazione
scialba che segue i consueti codici da fiction televisiva, la palese
volontà di messa a nudo dei nodi essenziali della storia; non decide
(non lo fa mai) il Nostro se lasciare tutto allo sguardo (a
volte vi si abbandona, e la cosa funzionicchia) o se tentare un
approfondimento (lì sono disastri): il risultato è quella
frammentarietà tipica di tanto nostro cinema, fatto di momenti più o
meno riusciti, con brevi stralci che sembrano più dei piccoli spot che
scene utili all'economia di un lungometraggio.
Una discrasia etica ed estetica: è esattamente quella che si manifesta
in maniera sempre più chiara nel cinema del regista di Saturno
contro. Sicuramente vorrebbe, ma forse non
può: lavorare di sottrazione, conferendo al solo scambio di sguardi un
potere performativo unico. Oltre il dire, la circolazione di
sguardi diegetici dovrebbe "ri-fare" i personaggi nati
sulla carta. Da qui, le parentesi "silenziose" presenti nel
suo cinema, in cui si dispiega una vera e propria dialettica scopica, un
muto dialogo di volti nudi che dovrebbero aver gettato la
maschera: ampi movimenti di macchina che accarezzano il volto
dell'attore, stringenti campi/controcampi (io ti guardo e ti capisco, io
mi faccio capire mediante lo sguardo), passeggiate solitarie. Ma
purtroppo, prima c'è il testo, una scrittura sottomessa alla
"dittatura" della chiarezza e della verbalizzazione costante e
reiterata del sé: i personaggi restano inesorabilmente delle figurine
di cartapesta, caratteri incarnanti un tipo (il geloso, l'inquisito, il
ribelle, la mantenuta etc.). La topica del riconoscimento delle ragioni
dell'altro, che dovrebbe esaurirli "poeticamente",
diventa il luogo di un impossibile compromesso tra forme ed etiche dello
sguardo inconciliabili: ciò che precede e segue i silenzi che si
vorrebbero ipersignificanti, è un coacervo di informazioni che
irrigidiscono e fissano, ingabbiano il personaggio, annullando altresì
tutto il potenziale "umanizzante" del mutuo riconoscimento di
solitudini. Le maschere sature non possono vedere, non vivono.
Ozpeteck vorrebbe portare alla vita delle lastre di marmo.
Evidentemente, non può. Dunque se lo stile, piaccia o meno, c'è
(oltre a quanto detto, le consuete messe in quadro, i personaggi inscatolati
negli interni sono oramai caratteristiche riconoscibili) la
raffazzonatura è evidente nel tratteggio dei personaggi: i
bambini-mostri (solita infanzia improbabile, i cineasti italiani
sembrano non aver mai incrociato un bambino), il personaggio di
Mara (bentornata Guerritore, però...), presuntuosa figura
semisilenziosa che dovrebbe far emergere in controluce la storia,
anche interiore, di Emma; la rappresentazione dei milieu (Roma è
uno sfondo lussuoso, giammai un'ambientazione) che nasce da un'idea
partorita da letteratura di serie B (la casa dell'onorevole, il
confronto tra le classi, la dimostrazione dei ceti che
non incrocia la realtà neanche per sbaglio: diciamola tutta, Ozpetek
non sa di cosa sta parlando); il doppio filo narrativo (la vicenda
dell'onorevole si associa al filone principale) non ha nessuna ragione
d'essere, funge da ulteriore livello che tenta invano di disegnare un
contesto per contrasto, ma senza rispondere a nessuna esigenza, men che
meno narrativa (un flash sull'attualità italiana tanto per aggiungere
un tema e ostentare un vacuo impegno? Questo dubbio si fa certezza
e, francamente, ci devasta).
Gli attori se la cavano: Isabella Ferrari ha begli sprazzi e ricava il
meglio dalla brutta parte; Mastrandrea è un attore ormai maturo e
convincente; la Sandrelli, cuore di mamma, è sempre efficace anche
se le si mette in bocca il dialogo più becero del film: fosse una
battuta, la quaestio della liaison tra il ballerino e il
camionista farebbe parte del DNA di un personaggio, una sua opinione,
rivelante il suo rapporto con i saperi e le rappresentazioni
sociali. Qui, invece, lo stereotipo viene attualizzato in un fatto
che suggerisce la posizione dell'autore nei confronti del senso comune:
Ozpetek o vede le cose (la relazione omosessuale) come la casalinga di
Voghera, oppure la asseconda cercando di strapparle un sorriso sulla
base di una identificazione ratificante la doxa.
Voto: 4
Luca Pacilio & Manuel Billi
Saturno ancora contro
C'è aria di fiction tv nell'ultimo film di Ferzan
Ozpetek, il primo per il regista da un'opera letteraria, l'omonimo
romanzo di Melania Mazzucco. L'impronta televisiva non è tanto nel
profilmico, o nella sempre elegante impaginazione delle immagini, o
perlomeno non soprattutto, quanto nella qualità dei sentimenti messi in
scena, tutti urlati e privi di reale passione e carnalità. La carne e
il sangue soccombono infatti a sequenze in cui prevale la gag, la
carineria (i soliti bimbi da spot), la voglia di stupire, senza però
osare abbastanza per riuscire a farlo veramente. Tanto che la virata
nera colpisce più per il cambio di registro che per le conseguenze
emotive dei fatti narrati. Purtroppo non aiuta nemmeno il cast, che
comprende gli attori più quotati del momento. Valerio Mastandrea si
conferma interprete poco versatile, adatto solo a certi ruoli improntati
alla leggerezza, e risulta quanto mai fuori parte. I suoi silenzi e le
sue pause restano silenzi e pause e non si ammantano di significato.
Molto meglio Isabella Ferrari, anche grazie a un personaggio più
strutturato già in fase di scrittura. Gli altri ruoli sono soprattutto
di contorno. Monica Guerritore è luminosa e carismatica, ma appare più
giudicante che consolatoria. Stefania Sandrelli è confinata nel ruolo
più fiction, quello della nonna di carattere, e Nicole Grimaudo pare
davvero troppo giovane come moglie di un politico brizzolato.
Incomprensibile, poi, il ruolo di Anna Finocchiaro, descritta dal
regista come un angelo protettore ma più che altro vagamente menagrama.
Poco convincente anche il contesto sociale, che vorrebbe farsi voce
trasversale di un ceto medio-basso e di un'alta borghesia. Il massimo
dell'approfondimento passa ancora attraverso i commenti sulle "minigonne
di quella" (ovviamente popolana) e su una breve parentesi sul
precariato che taglia le gambe ai meno giovani. Per tacere poi della
stereotipatissima descrizione del mondo politico, tutto teso ai contatti
giusti nel momento giusto. Cosa probabilmente vera, ma rappresentata con
totale assenza di fantasia e abbondanza di luoghi comuni (le telefonate
di Valerio Binasco hanno tempi e contenuto da sit-com). Tra scene madri
insistite e insistenti il dramma si consuma nell'indifferenza, e per un
film che punta diritto alle emozioni non è certo cosa buona.
Voto: 5
Luca Baroncini
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Jerichow
(Christian Petzold)
Germania,
93’
Nina Hoss, Benno Fürmann, Hilmi Sözer |
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Jerichow, Nord-Est della Germania: Thomas è congedato dall’esercito con disonore. Ali, un affabile uomo d’affari turco, ha attraversato periodi difficili, ma ora la sua unica preoccupazione è che i suoi dipendenti non lo imbroglino. Laura, un’affascinante donna dal passato oscuro, sembra trovare rifugio tra le ombre del suo matrimonio con Ali.
Petzold sembra all'inizio interessato soprattutto a costruire un ritratto approfondito e credibile dei suoi personaggi, immersi in un ambiente provinciale, dominato da boschi, autostrade percorse di continuo, case isolate, e lontano dall'abusato modello metropolitano, ambiente in cui viene delineato anche un contesto sociale con relative, attualissime problematiche: lo fa con una serie di scene discretamente esplicative, ma con soluzioni di narrazione a volte ovvie. La definizione dei personaggi, due uomini e una donna con un passato e più di un segreto (Thomas è un uomo introverso in seria difficoltà, ma non a corto di risorse; Ali un uomo arrivato, ma insicuro, pieno di sospetti e gelosie; Laura un’ex prostituta che ha visto nel matrimonio con Ali niente di più di una soluzione accettabile), risulta anch'essa schematica, ed è seguita da un tratteggio solo corretto dei rapporti fra gli stessi (l'amicizia tra i due uomini, l'attrazione silenziosa tra Thomas e Laura, che si riconoscono anche in una comune sconfitta esistenziale; il profilarsi del triangolo fedifrago). Con l'imbastirsi di una trama criminale che pare prevedibile, ma che non si rivela tale, Jerichow si afferma come un rigido noir che tiene in palese considerazione alcuni modelli imprescindibili (Ossessione, La fiamma del peccato, Il postino suona sempre due volte, Brivido caldo e, naturalmente, tanti Chabrol) ma che infine, contraddicendoli, ne disattende i presupposti e, rovesciando la logica dei caratteri, riesce a riscattare parzialmente le scontate premesse con un finale coerente e a suo modo efficace.
Voto:
5
Luca Pacilio
Marco Compiani (4)
Camilla Bartolini (5)
Manuel Billi (5)
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Inju, la Bête dans l’ombre
(Barbet Schroeder)
Francia,
105’
Benoît Magimel, Minamoto Lika, Shun Sugata, Maurice Bénichou, Ryo Ishibashi |
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Alex Fayard è un autore di successo di romanzi polizieschi. Per l’uscita del suo nuovo libro, è invitato in Giappone. Una sera incontra Tamao, una geisha che gli confida le sue angosce: è minacciata di morte da un suo ex amante che potrebbe proprio essere Shundei Oe, romanziere amatissimo per le sue opere ultraviolente e provocatorie di cui Alex è lo specialista francese.
E' probabile che quella del regista sia una riflessione sul cinema e sul genere che arriva a cose ampiamente dette, tanto che molta critica ha ignorato l'aspetto ludico-teorico dell'operazione, prendendo tutta la questione molto seriamente (un'ambiguità di senso della quale il regista è senz'altro conscio e che porterà lo stesso pubblico ad odiare o a apprezzare il film a seconda del grado di lettura praticato); a me pare invece che il gioco di Inju sia così spudorato e divertito da meritare tutt'altro genere di attenzione (in fondo il falso incipit, in cui Schroeder gira in pratica il suo film chambara, è una mise en abyme studiatamente chiassosa che suona come franca e inequivocabile dichiarazione d'intenti: nello stesso modo non è possibile prendere alla lettera l’intrigo reale nel quale il protagonista va a cacciarsi e che si rivela in tutto simile a quelli letterari di cui è esperto conoscitore). Non sbaglia dunque il regista a esasperare i toni (che appaiono, a tratti, quelli del rozzo thriller televisivo condito da un conseguente erotismo tutto potenziale e visivamente lecitissimo) e a stilizzare tutto, a caricare i personaggi fino al grottesco (la figura di Shundei Oe è quella di un cattivone idealizzato – e debitamente deforme - da film di serie B), a sbarellare i livelli (i frequenti inserti onirici mai preannunciati, i falsi flashback), attenendosi anche al codice del noir (c'è naturalmente una femme fatale) e a muoversi tra realtà e apparenze, con decise puntate nell'horror (anche un po' trash) a smussarne la torbidezza di fondo; non sbaglia neanche nel mantenere il tono distanziato e freddo, ché dietro lo svolgersi delle vicende di Alex, scrittore occidentale, esperto e imitatore dell'autore orientale Shundei Oe, dietro la sua arroganza e la sua irritante ingenuità, si cela la riflessione, quella sì seria, su una tendenza, troppe volte irrispettosa e disinvolta, del cinema (così come della cultura) occidentale a fagocitare elementi, topoi e canoni di quello orientale, snaturandoli per renderli appetibili alla vasta platea (in tal senso il finale, che punisce proprio l'arroganza di Alex – Magimel, magnifica figura glaciale, è il solito antipatico protagonista dei film di questo regista - vale come un monito).
Tratto da un romanzo di Edogawa Rampo, autore cardinale della letteratura gialla nipponica, letteralmente idolatrato in patria – che si autorappresenta nel famigerato personaggio di Shundei Oe -, passato per le mani di Ruiz, Inju è l'ennesima camaleontica prova di Schroeder, il cui ostinato tenersi lontano dall'autorialità è divenuto, paradossalmente, la sua cifra, e che alle prese col Giappone cinematografico decide di manovrarne i cliché non dissimulandoli mai, presentandoli ironicamente nudi.
Voto: 7
Luca Pacilio
Marco Compiani (5)
Camilla Bartolini (5)
Manuel Billi (5)
Francesco Di Lella (4½)
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Nuit de chien
(Werner Schroeter) Francia / Germania / Portogallo,
110’
Pascal Greggory, Bruno Todeschini, Amira Casar, Jean-François Stevenin |
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In un paese immaginario in piena guerra civile e segnato dalla dittatura, un gruppo di persone tenta di sopravvivere combattendo, e poi di fuggire.
Spari a vuoto
Tipico esempio di cinema insopportabile. Non tanto nel contenuto, quanto nella forma. La storia prende l'avvio dal ritorno di un uomo nella propria città per incontrare la donna amata. Ma sceglie la notte sbagliata perché è in atto una sorta di colpo di stato in cui una dittatura sembra farsi strada, forze armate si contrappongono e nulla pare avere più senso. L'unico obiettivo diventa quindi salvarsi. Attraverso le immagini la via crucis del protagonista diventa uno sterile susseguirsi di incontri con figurine urlanti da teatro sperimentale irrimediabilmente datato. Dovrebbero indurre alla riflessione l'inaffidabilità di ognuno, la decadenza dei luoghi, l'insensatezza degli eventi, l'incurabile malinconia a cui sembrano abbandonarsi i tanti personaggi? Purtroppo nulla di ciò accade a causa dell'incapacità del regista Werner Schroeter di avvicinare lo spettatore a caratteri e stati d'animo e di introdurlo alle dinamiche dell'azione. Ciò che stride maggiormente, però, è proprio l'inefficacia della messa in scena, teatrale e compiaciuta di esserlo, con un afflato apocalittico il cui massimo riferimento sembra essere Joan Lui di Adriano Celentano (senza i lustrini del varietà, però), tanto gridata quanto distante. Di banalità in banalità, tra dialoghi che non arrivano da nessuna parte e personaggi che si limitano a cercare chi non è in scena, le immagini allusive si sprecano: il venditore di palloncini che cade a terra lasciando volare la sua merce; la bambinella che si aggira cercando mamma e papà; la vecchia che suona il piano di notte nell'albergo semideserto. Tutti stereotipi che oramai nessuno si sogna più di rappresentare tanto sono triti. L'assurdità del potere, la desolazione delle istituzioni, il dilagare della corruzione, l'assenza di fiducia nel prossimo, l'impossibilità di fuggire le pulsioni, il tentativo di approfondire la complessità della natura umana, restano tutte intenzioni a cui la visione non è in grado di rispondere. E il film si conclude senza speranza per i personaggi e con poca speranza per un cinema che si rivela anacronistico e incapace di comunicare.
Voto: 4
Luca Baroncini
Luca Pacilio (6)
Marco Compiani (4½)
Manuel Billi (6)
Francesco Di Lella (5½)
|
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Gabbla (Inland)
(Tariq Teguia)
Algeria / Francia,
140’
Kader Affak, Ines Rose Djakou, Ahmed Benaïssa, Fethi Ghares, Kouider Medjahed, Djalila Kadi-Hanifi |
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Il viaggio nell’entroterra algerino di un giovane disilluso, Malek.
Gabbla è la storia della deterritorializzazione
di una coscienza sociale e politica: il protagonista Malek compie un
itinerario che lo porterà ad allontanarsi da uno spazio, o da spazi,
socialmente marcati e storicamente/culturalmente delimitati, verso un
entroterra selvaggio che è il luogo della liberazione di sé intesa
come riappropriazione delle proprie qualità di soggetto umano svicolato
dal contesto e dalla logica dell’agire finalizzato.
Deluso dalle produzioni discorsive politiche, destinate a non tradursi
in azioni, egli decide inizialmente di vendersi,
accettando di partire per un villaggio sperduto dell’Algeria
Occidentale (l’Ouarsensis), al fine di effettuare delle rilevazioni
topografiche per una compagnia che intende costruire tralicci in quella
regione non ancora servita dall’elettricità, non ancora raggiunta
dalla modernità. Arrivato in quella regione selvaggia ed aspra, inizia
a misurarla, nel tentativo di
impossessarsi, su commissione, di quello spazio antropizzato “aperto”, di de-limitarlo. L’incontro con
una migrante senza patria lo destabilizza: abbandona l’inane progetto
e decide di aprirsi prima di
tutto all’altro, incaricandosi di riaccompagnare la donna, sprovvista
di documenti (in più, ha cambiato idea: I
want to go back), al suo paese d’origine. Ma quale paese, quale
patria? Una patria?
Durante il viaggio di ritorno, i personaggi perdono progressivamente di
vista le finalità del loro agire, del loro movimento inizialmente
intenzionato e “diretto verso” (il Tchad): oltrepassati i limiti
ontologici (Malek e la migrante sono oramai un unico essere), superato
l’ultimo confine, si ritrovano in uno spazio
naturale “aperto” e infinito. Il racconto si sfalda (non sembra
più rispondere al vincolo della causalità), le identità narrative si
“indeboliscono”, nel senso che diviene difficile cogliere il senso
delle azioni di personaggi che, inoltre, cessano di verbalizzarsi,
di dir-si e di spiegarsi (la relazione Tarek/migrante è fatta di
sguardi, non di parole; la donna non ha nemmeno un nome): ci ritroviamo
così in pieno entroterra, in una terra di nessuno che è la terra di
tutti. Il luogo della diaspora identitaria, in cui non ci si perde perché
si è già perduti.
Al secondo lungometraggio (il primo, Roma
wa la n’touma, era notevolissimo), Tarik Teguia ha già uno stile
e una poetica riconoscibili: un’immagine digitale magmatica, fluida,
soggetta alla casualità e rifuggente la dittatura del beau
plan; un racconto dai tempi dilatati, uno sguardo mobile che non
fissa su pellicola il profilmico ma
lo attraversa. Gabbla non è “solo” il
film della Mostra, ma il probabile film dell’anno.
Voto: 10
Manuel Billi
Francesco Di Lella (6)
|
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Dangkou (Plastic City)
(YU Lik-wai) Brasile / Cina / Hong
Kong / Giappone, 118’
Joe Odagiri, Anthony Wong, Huang Yi, Jeff Chen |
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Liberdade, San Paolo: Yuda, un impaurito fuorilegge cinese, e il figlio adottivo Kirin, un impulsivo e giovane sognatore, gestiscono insieme il racket delle merci piratate nell’ultraliberale metropoli .brasiliana.
Esempio d’ipertrofia parautoriale, Plastic City sguazza nella più brutta ossessione stilistica.
Forse il sovraddosaggio visivo desiderava sottolineare un’estetica da orgasmo iperrealista, peccato che il lavoro sulla luce e il colore raggiunga la marca del B movie. A quanto dice il titolo, la forma doveva apparire mercificata? Alienata dal sostrato di finzione che la circuisce? Non vale neppure la pena sondare un territorio inevitabilmente restio che vede nei caratteri scelti lineamenti di pura isteria (i personaggi racchiusi nella loro radice iper- sono ottusamente obsoleti) e metafore di presunzione annichilente (Kirin figlio della City of God? Rimembrate il gesto sacrale del lancio delle banconote a inizio film).
Plastic city è il vero mostro della Mostra (Shundei Oe – e
Pasquale sono avvertiti!).
Voto:
3
Marco Compiani
Luca
Pacilio (4)
Manuel Billi (4)
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