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VENEZIA 2007 FUORI CONCORSO |
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| - FUORI
CONCORSO - Venezia Maestri |
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Cassandra’s Dream (Woody ALLEN)
Gran Bretagna / Usa, 108’
Colin Farrell, Sally Hawkins, Ewan McGregor, Tom Wilkinson |
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Due fratelli tentano disperatamente di migliorare la loro difficile vita. Il primo è un giocatore d’azzardo incallito sommerso dai debiti, l’altro un ragazzo innamorato di una bella attrice che ha conosciuto da poco. Pian piano la loro vita resta invischiata in una situazione sinistra dalle conseguenze profonde e infauste.
Allen 2.3
La novità dell’ultimo film di Woody Allen è che la musica non è più, come solitamente usava il Nostro, di repertorio ma è costituita invece da una partitura scritta appositamente da Philip Glass. Philip Glass è un musicista dal peso specifico considerevole e che va usato sempre in contesti adatti perché facilmente si mangia il film; intendo dire che la sua musica è talmente presente e non ignorabile, così particolare e caratterizzata che risulta difficile percepirla come un mero accompagnamento. E’ per questo che se suona superbamente bene in una pellicola visionaria e fuori dagli schemi come Mishima di Schrader (che rimane a mio avviso il suo score migliore) in molte altre occasioni, per quanto bella e atmosferica risulta fuori posto o sbagliata. Scelta azzardata dunque per Woody Allen, che allontanandosi per la prima volta dal rassicurante jazz et similia, si mette tra le mani del più ingestibile (in senso puramente filmico) dei musicisti. Mi sto dilungando su questo aspetto perché, se non lo si è ancora capito, a parte questo dettaglio della colonna sonora non c’è altro di notabile in questa terza fatica londinese del regista (la novità del prossimo film è che è stato girato in Spagna… bruciamocela subito): le composizioni glassiane sono alla fine ben inserite nell’ambito del solito, abitudinario film stanco e inutile, che ricicla una cosa già riciclata di suo come Match point e ne fa la stinta fotocopia. Parabolina sulla famiglia e sul modo distorto di concepirla: corsa a caratterizzare i personaggi (una caratteristica deliziosamente senile questa), solita sventagliata di dilemmi etici già ampiamente trattati (collochiamolo nel cassetto “Allen con omicidio”), sviluppo elementare, brodaglia allungata a dismisura, finale a sorpresa (si fa per dire) che, dopo una trentina di minuti passati a cincischiare, risulta facilmente precipitoso. Forse c’è ancora chi ha voglia di confrontarsi con queste opere stereotipate e prodotte con lo stampino, io continuo a ritenere che la sbrigativa liquidazione sia l’atteggiamento più consono per questa pappetta che viene spacciata ancora, inspiegabilmente (i giudizi di Venezia sono lì a testimoniarlo), per roba importante, salvo scordarsela dopo un giorno (i tanti Allen di questi anni, ma chi se li fila più?). Allen emulo di se stesso che emulava i maestri (siamo alla versione 2.3, ma gli aggiornamenti rispetto alla precedente sono minimi).
Cosa aggiungere? Ah sì: bella colonna sonora.
Voto:
4
Luca Pacilio
Voto:
4,5
Manuel Billi
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Cleópatra (Julio BRESSANE)
Brasile, 116’
Alessandra
Negrini, Bruno Garcia, Miguel Falabella |
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Cleopatra,
dalle piramidi all’aspide.
Il mondo
si chiama mondo perché è immondo. Questa è la massima che ricorre nei 120’ della nuova versione di
Bressane delle vicende della faranoica Cleopatra, dagli amori romani
all’aspide. Quadri composti con dubbio gusto, divertimento
sporadico, bizzarrie varie e vagamente gratuite (la mdp che ruota su
se stessa a “trasformare”, “riqualificare” una
“piramide” cinerea nell’organo genitale femminile…),
compiaciuta esibizione di epidermide, vario citazionismo. Bressane
pare il fratello più scaltro di Borowyczk: ad accomunarli,
l’amore ossessivo per l’organo genitale di cui sopra ed una
qualità poco invidiabile, ovvero tediare lo spettatore fino ad
anestetizzare ogni pulsione scopofila. Molti apprezzano ed
apprezzeranno: per il sottoscritto, nonostante le ambizioni ed una
certa eleganza formale, siamo sicuramente nel regno della noia e
probabilmente nella regione del trash.
Voto:
5
Manuel Billi
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La Fille coupée en deux (Claude CHABROL)
Francia, 115’
Ludivine Saignier, Benoît Magimel, Mathilda May, Marie Bunel |
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Giovane
annunciatrice televisiva si innamora di uno scrittore di mezza età,
“felicemente” sposato, “fedelmente fedifrago” e
moderatamente perverso. Ma è assediata da un giovane e ricco
borghese che ha sempre ottenuto tutto ciò che desiderava nella
vita…
Oramai
sembra assodata verità storico-critica: quando Chabrol, sempre più
griffe di famiglia, ricomincerà a sorprenderci avrà inizio una
nuove era nella storia della cinematografia europea. Per il momento,
se non fosse per le diverse ambientazioni o per cambiamenti nel cast
(finita l’era Huppert, è iniziata quella Magimel…) finiremmo
per considerare la sua produzione cinematografica degli ultimi dieci
anni un unico corpus, praticamente l’erezione di un monumento a se
stesso: stesse tematiche (lotta di classe riveduta e corretta, da
vecchio marxista disilluso), medesima forma piana, per non dire
piatta, uguale dipanarsi del racconto, ellittico, per non dire
difettoso (vedi buchi di sceneggiatura qua e là).
In questo caso, riadatta il poco conosciuto ed interessante The
Girl in the Red Velvet Swing (1955) di Richard Fleischer, con
una luminosa Joan Collins ed il notevole duetto maschile Ray Milland/Farley
Granger, film uscito in copia restaurata nelle sale francesi in
contemporanea al remake chabroliano. Presa tra due fuochi (una vera
passione ed un ripiego), tra due “Poteri” (Intellighenzia da un
alto: lo scrittore snob, cinico e perverso, egotista ed ipocrita
interpretato da François Berléand; Alta Borghesia dall’altro: il
“fils à papa” psicotico, con trauma infantile alle spalle, che
ha il volto di Benoît Magimel, personaggio anacronistico ed
eccessivamente affettato), la povera Ludivine Sagnier vive una
lacerazione che resta straziante sulla carta, non riuscendo quasi
mai a raggiungere un’intensità da melò (ma forse non era tra le
aspirazioni del regista) e senza nemmeno il glamour e l’eleganza
dell’eroina dell’originale fleischeriano. Nessun barlume neanche
nel simbolico finale, più didascalico e meno efficace dal punto di
vista visivo dell’originale (gioco di prestigio circense al posto
della più suggestiva altalena), quando la poveretta si appresta ad
essere “tagliata in due” e versa una lacrima con tanto
d’inutile interpellazione a chiamare direttamente in causa uno
spettatore indifferente.
Poca
tensione, lunghi dialoghi/cicaleccio, mistero latitante ed un
cinismo diffuso che odora più di qualunquismo che di vegliarda
saggezza.
Voto:
5
Manuel Billi
Altro che
divisa in due, questa ragazza è tutta d’un pezzo!
Ludivine Sagnier, musa desnuda di François Ozon in
Swimming Pool, è ancora una lolita in grado di far
perdere la testa agli uomini. Ha una naturale freschezza che la rende
irresistibile, ma se diventa una dark-lady è per amore, e senza
troppa consapevolezza. Nelle sue azioni non c'è calcolo, ma un cedere
all'istinto, anche quando nell'impossibilità di avere uno scrittore
di mezza età cede alle lusinghe milionarie del rampollo squilibrato
di un'agiata famiglia. Con la consueta capacità di scavare nei
chiaroscuri dell'animo umano, Claude Chabrol torna ad accendere i
riflettori sulla media borghesia di provincia. A dominare sono i toni
della commedia, con piacevoli scambi di battute e una
caratterizzazione dei personaggi che riesce ad essere lieve senza
scadere nella superficialità. Certo, la sceneggiatura di Cécile
Maistre e dello stesso Chabrol è meglio del soggetto, che in fondo
racconta con una certa prevedibilità gli esiti di un classico
triangolo. In particolare la seconda parte finisce per risentire della
successione ritmata, ma non proprio mordace, degli eventi e arriva a
un punto in cui sembra non saper più dove andare a parare per
concludere la vicenda. A sostenere slanci passionali, rinunce,
tradimenti, lacrime, sorrisi e pure omicidi, però, c'è la bravura
degli interpreti. La Sagnier si conferma provocante ed espressiva, con
un piglio spontaneo che la rende molto credibile. Benoît Magimel
trova un ruolo finalmente dinamico e François Berléand è un
perfetto sornione dall'aria vagamente perversa. Discutibile e
posticcio lo spettacolo di magia che conclude il film. Secondo le
intenzioni di Chabrol, come spiegato in conferenza stampa al Festival
di Venezia dove il film è stato presentato Fuori Concorso, "è
un gioco tra profondità e superficie e dimostra la scissione della
protagonista non solo tra due uomini, ma tra se stessa e la sua
immagine". Nei fatti sembra un tentativo un po' goffo di
creare un dissidio in realtà inesistente. La protagonista, infatti,
ha sempre ben chiaro dove stanno sia la ragione che il sentimento e se
sceglie il quieto vivere è solo perché il sogno d'amore è destinato
a restare tale. Uno di quei casi un cui il personaggio finisce per
vivere di vita propria superando le intenzioni del suo creatore.
Voto:
6,5
Luca Baroncini
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Chun-nyun-hack (Beyond the Years) (IM Kwon Taek) Corea del Sud, 106’
Jae-hyun Jo, Jung-hae Oh |
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Dong-ho è in cerca della sorellastra cieca e cantante di pansori Song-hwa. Il suo sogno è quello di ritrovarla per poter finalmente vivere con lei l’amore che il patrigno prima e le difficoltà economiche poi hanno reso impossibile per anni. Nella sua ricerca si reca in una taverna nei pressi del villaggio di Seonhak. Qui incontra un suo vecchio rivale, Yong-taek, col quale si lascia andare al flusso dei ricordi, ripercorrendo le tappe del suo amore frustrato dal 1956 al 1982.
Cento per cento Im
Inaspettatamente nel 1993 Seopyeonje riscuote un successo strabiliante, richiamando in sala – per la prima volta nella storia del cinema coreano – più di un milione di spettatori. A sorprendere non è soltanto l’affluenza “hollywoodiana”, ma soprattutto il fatto che, nonostante non ci siano attori di richiamo e la tematica (l’arte tradizionale del pansori) sia apparentemente lontana dalla modernità, moltissimi giovani si appassionano al film, mostrando forte interesse per le loro radici culturali. Quattordici anni dopo, al suo centesimo film, il settantunenne Im ci riprova con Beyond the Years. Nel frattempo le sue opere (Chunhyang e Chihwaseon) sono state invitate e premiate a Cannes e il suo status di Maestro è stato riconosciuto definitivamente in patria e all’estero, creando attorno all’autore un alone di venerazione francamente non del tutto giustificato. È fuor di dubbio che Im sia riuscito a portare sullo schermo la cultura coreana nelle sue sfaccettature più nascoste e nella sua dimensione più viscerale (emblematico in questo senso il respiro naturalistico dei suoi film). Ed è altrettanto indubbio che a partire dalla fine degli anni Settanta (la produzione precedente è da ascrivere sostanzialmente al cinema d’intrattenimento) Im abbia elaborato e messo a punto uno stile cinematografico sorvegliato e ultrapersonale, tutto giocato sulle asprezze formali, sull’iscrizione delle figure umane nei paesaggi e su una temporalità brusca e spiazzante. Ciononostante, almeno secondo chi scrive, l’estetica e la poetica di Im risentono di una staticità e di un’intransigenza che talvolta degenerano in sterilità e in semplicismo. Cosa che avviene puntualmente in Beyond the Years, che di Seopyeonje è una sorta di sequel, anche se Im, nel tentativo di salvaguardare l’integrità spettacolare del suo ultimo film, lo ha ripetutamente smentito, precisando che si tratta di una pellicola completamente differente. Di fatto non è così: i due film dialogano continuamente, persino contraddicendosi, e tra i motivi di maggior interesse c’è proprio questa discrepanza che conferisce un sapore “rashomoneggiante” al dittico, proiettando il ricordo in una dimensione soggettivamente manipolatoria. Anche la fonte letteraria è più o meno la stessa: se Seopyeonje era tratto dai due romanzi brevi (“Sopyonje” e “The Light of Pansori”) di Lee Cheong-Joon, Beyond the Years è tratto dal terzo e ultimo racconto sul pansori dello stesso Lee, “The Wanderer of Seonhak-Dong”, considerato da Im il più difficile da portare sullo schermo. A cambiare profondamente è invece la prospettiva memoriale: diversamente da Seopyeonje, Chun nyun hack si sofferma sull’amore impossibile e irrealizzato dei due fratellastri Dong-ho (Jo Jae-hyun) e Song-hwa (Oh Jeong-hae, la stessa interprete di Seopyeonje), costretti dal patrigno a vessazioni di ogni genere per progredire nell’arte del pansori. Finché un giorno Dong-ho, esasperato ed umiliato, fugge via per vivere la sua vita, lasciando l’amata Song-hwa tra le grinfie del patrigno. Se nel film precedente ad essere analizzato era il dissidio arte-vita, con tutte le rinunce e i sacrifici del caso, in Beyond the Years sono le strazianti risonanze sentimentali ad emergere, illuminando la materia già frequentata da un altro punto di vista, quello dell’amore mortificato appunto. Il meccanismo narrativo è pressappoco il medesimo: alla ricerca di Song-hwa, Dong-ho si reca in una taverna vicina al villaggio di Seonhak, dove alcuni anni prima aveva soggiornato insieme al patrigno e alla sorellastra. Il paesaggio è irrimediabilmente deturpato, la taverna è in rovina e il pino secolare su cui le gru si posavano nei giorni di sole sta morendo, ma il suo antico rivale Yong-taek (anch’egli infatuato di Song-hwa) è ancora lì. L’incontro con questi è l’occasione per scatenare un vortice di ricordi in cui ciascuno dei due, scavando nella memoria, svela all’altro particolari toccanti e dolorosi. La loro rivalità si converte involontariamente in intimità e, sovrapposte e saldate, le loro reminiscenze rievocano la figura dell’amata in un finale di irrealistica musicalità. Im al cento per cento, insomma: nessuna concessione alla linearità, prepotenti e maestosi squarci paesistici in odore di oleografia e performance di pansori in quantità ortodosse. Piano sequenza umanamente impossibile da dimenticare: un’inquadratura di quasi tre minuti in cui Song-hwa, circondata da un paesaggio brullo e biancheggiante, canta la disperazione della separazione a Dong-ho che sta per trasferirsi in Medio Oriente per lavoro. La mdp, lentissima, si avvicina ai due innamorati seduti sull’erba, ruotando loro attorno e avvolgendoli in uno stringente abbraccio visivo. Non può certo competere coi cinque minuti di inquadratura fissa di Seopyeonje, ma una sua struggente scabrezza la può senz’altro vantare. Un film dolcemente punitivo.
Voto: 5,5
Alessandro Baratti
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Kantoku banzai! (Glory to the Filmmaker!)
(KITANO Takeshi)
Giappone, 104’
“Beat” Takeshi Kitano, Tohru Emori, Kayoko Kishimoto, Anne Suzuki, Kazuko Yoshiyuki |
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Il regista
Kitano non sa più che film girare, ma decide di girarlo
ugualmente…
Se il precendente Takeshi’s era il “film della crisi”, Kantoku
Banzai! è il “film sulla crisi”, crisi della quale il buon
Kitano è talmente consapevole da chiudere il film con una diagnosi
che giunge tardiva e suona pleonastica, visto il lungo delirio, sorta
di harakiri cinematografico, che la precede: il cervello di Takeshi è
a pezzi. Viene da chiedersi perché imbastire un film attorno a
questo, dal momento che la sterilità di idee e l’impotenza creativa
non sono solo tematizzate (come in Otto e mezzo, tanto per
citare il film più celebre a cui Kitano sembra rimandare) ma, come
dire, “formalizzate”. Dopo un lungo prologo, a tratti divertente,
in risposta a chi lo accusa di fare sempre lo stesso film (battuta
boomerang: magari il regista avesse sempre realizzato Hana-Bi o
Il silenzio sul mare!) ed in cui si “piega” a diversi stili
(prova il film à la Ozu e tenta la strada del realismo) e generi
(melodramma, fantascienza etc), ha inizio la messa in scena
penosamente compiaciuta del proprio “suicidio artistico”: il
racconto procede facendo saltare i nessi causali, proponendo gag
inutili per non dire imbarazzanti (la metamorfosi in Zidane versione
“toro da corrida” è degna del miglior Massimo Boldi). La noia
prende il sopravvento e la deflagrazione finale causata da un
provvidenziale meteorite (simbolo del buon senso?), che completa la
(auto)distruzione del proprio immaginario e di se stesso, è la
(in)degna chiusura di un film che non aveva (non ha) ragion
d’essere. Un film “patologico” che forse sarà utile agli
esegeti di Kitano nei prossimi anni. Voto:
3
Manuel Billi
In breve: Kitano smantella il suo monumento e fa tabula rasa di tutto: il suo è un film-harakiri che risulta perfettamente riuscito perché davvero brutto. Qualche anno fa la sala applaudiva e urlava alla sola apparizione del logo Office Kitano, oggi domina un freddo imbarazzo di cui domani si comprenderà il senso, forse. Kitano ottenga quello che vuole, il votaccio è il premio cui ambisce. Come negarglielo?
Voto:
4,5
Luca Pacilio
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Cristovão Colombo - O enigma (Manoel de OLIVEIRA)
Portogallo / Francia, 70’
Ricardo Trêpa, Leonor Baldaque, Manoel de Oliveira, Maria Isabel de Oliveira |
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Una nuova teoria su Cristoforo Colombo.
Tutti in famiglia
Dopo il discutibile seguito del classico di Buñuel Bella di giorno, il regista novantottenne Manoel de Oliveira opta per una rilettura del mito di Cristoforo Colombo. Seguendo le tracce del libro "O Mistério Colombo Revelado", di Manuel da Silva Rosa ed Eric James Steele, il Maestro portoghese compie un atto d'amore nei confronti della moglie e del paese a cui appartiene. In base alle teorie del libro, infatti, Cristoforo Colombo non è in realtà un navigatore genovese, bensì una spia portoghese. Nel film assistiamo alla storia dello scrittore del libro e di come giunge a provare le sue teorie. A una prima parte concentrata sulla giovinezza dell'autore (interpretato da Ricardo Trepa, nipote del regista), con lo sbarco negli Stati Uniti, il lavoro come medico e il matrimonio, ne segue una seconda ambientata ai giorni nostri, in cui a dare vita allo scrittore e alla moglie sono gli stessi coniugi De Oliveira, in trasferta negli States. A cadenzare entrambe le parti la presenza di una sorta di musa portoghese (tanto per ricordare di cosa si sta parlando), con un costumino con i colori della bandiera (e due inguardabili stivaletti) che pare sottratto a una recita oratoriale. Il Maestro non perde occasione per impartire lezioni di storia e visita, con la complicità della moglie (mossa da improbabile curiosità), tutti i monumenti che potrebbero comprovare le teorie revisioniste che, con sfacciato campanilismo, intende dimostrare. Tralasciando la semplicità della messa in scena (che può essere un pregio ma in alcuni pressappochismi diventa un difetto), alcune sequenze hanno una loro poesia (l'approdo in una New York avvolta nella nebbia, la gestione dei grandi spazi) e De Oliveira e la moglie sono molto teneri nell'affetto che reciprocamente si dimostrano. La mano del regista è quindi ancora una volta aggraziata nel tratteggiare con convinzione il suo pensiero, ammantandolo di una palpabile malinconia, ma, sinceramente, non si capisce cosa c'azzecchi tutto ciò con il cinema.
Voto: s.v.
Luca Baroncini
Con la
consueta ironia, De Oliveira “conduce”, più che dirigere, un
viaggio/inchiesta alla ricerca delle origini dell’esploratore
genovese (?) che è un pretesto per imbastire l’ennesimo, sincero
e tenero, racconto sulla memoria personale e di un paese partendo
dalla vera storia di Manuel Luciano da Silva. Suddiviso nettamente
in due parti (anni ’50 e 2007) e con la stessa coppia di
personaggi colti a distanza di tempo (Ricardo Trepa/Leonor Baldague,
lo stesso De Oliveira e signora), propone anche due sguardi, due
percezioni del Nuovo mondo affatto differenti: quello dei migranti,
spaesati, accolti da una coltre di nebbia dal valore simbolico
chiarissimo e quello dei turisti/esploratori, che presentano allo
spettatore, in forma puramente divulgativa, i luoghi toccati da
Colombo, giusto per supportare la tesi concernente le presunte
origini portoghesi del nostro. Un piccolo film familiar/nazionale
ironicamente patriottico (?).
Voto: 7
Manuel Billi
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| - FUORI
CONCORSO - Venezia Notte |
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Nocturna (Adrià GARCÍA, Víctor MALDONADO)
Spagna / Francia, 83’ |
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Cosa rende la notte così misteriosa? Cosa c’è dietro alla miriade di piccole cose inesplicabili che fanno sì che la notte esista? Cosa ci induce al sonno e ci permette di sognare? Forse qualcuno, o qualcosa, che si assicura che tutto accada esattamente nel modo in cui accade? In verità Tom non si era mai posto simili domande prima. Fu solo quando vide cadere dal cielo quella fragile stellina, mentre se ne stava seduto sul terrazzo del tetto dell’orfanotrofio, che capì che qualcosa di negativo stava per accadere.
Quelli della notte
Quando il giorno sfuma nelle tenebre e il buio si accende comincia a vivere Nocturna, il paese che permette alla notte di esistere e di trascorrere nella tranquillità: ci sono interi reparti addestrati per spettinare i capelli dei dormienti, appannare i vetri, accorciare le coperte, mantenere le luci delle strade accese, addirittura un direttore d'orchestra per rendere armonica la sinfonia di cancelli stridenti, porte cigolanti, grilli canterini e finestre che sbattono. Ogni bambino, poi, si addormenta grazie al miagolio di un gatto che lo veglia. Una sorta di completamento della Monsters & Co. della Pixar, specializzata in sogni (qui c'è un reparto specifico per la preparazione dei soggetti dei sogni). Ma una notte arrivano le ombre, le stelle si spengono e la città rischia di sprofondare per sempre nelle tenebre. Sarà compito di un bambino riportare l'equilibrio a Nocturna. Il cinema spagnolo, molto attivo nel campo dell'animazione (Una pelìcula de huevos, inedito in Italia, ne è un simpatico esempio), non rinuncia alla bidimensionalità tradizionale e costruisce un mondo magico con estro e delicatezza. È l'idea di una vera e propria industria per creare gli aspetti notturni che si danno per scontati la forza del film, perché ammanta di poesia gesti quotidiani e apre le porte all'immaginazione. Disegnato con prevalenza di tratti morbidi e rotondeggianti (corpi grandissimi per minuscole estremità), privilegiando tonalità calde, il film, diretto dai giovanissimi Adrià Garcìa e Victor Maldonando (entrambi classe 1978), scivola con dolcezza e simpatia fino al lieto fine. Dedicato soprattutto ai più piccini, che si divertiranno molto, ha il solo limite di spiegare esageratamente il messaggio veicolato. Il superamento dei propri timori porterà infatti il giovane protagonista alla soluzione di tutti i problemi e consentirà il ritorno dell'armonia. La demonizzazione della paura del buio ha sicuramente intenti educativi ma risulta un po' troppo priva di reale problematicità. In fondo temere il buio significa porre qualche barriera all'irrazionale, a ciò che non si vede, e in alcuni casi può essere anche una salvezza. Psicologismi a parte, il film ha una grazia d'insieme che conquista e si configura come un'apprezzabile favola dai toni pacati.
Voto: 7
Luca Baroncini
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REC
(Paco PLAZA, Jaume BALAGUERÓ) Spagna, 85’
Manuela Velasco, Ferran Terrazza, Jorge-Yamam Serrano, Carlos Lasarte |
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Una troupe televisiva alle prese con la documentazione della vita
quotidiana dei pompieri della città…
Horror
metadiscorsivo, tutto girato in soggettiva (è l’occhio meccanico
dell’operatore il tramite visivo), puro esercizio di terrore e di
(non) stile, Rec gioca le sue carte sfruttando fino
all’estremo l’idea di partenza, buona per un corto, troppo esile
per un lungometraggio: realizzare un (falso) documentario
dell’orrore, una sorta di “docuhorror” dal montaggio assente
(blocchi di riprese che suggeriscono una continuità che solo
l’istinto di sopravvivenza viene ad interrompere di tanto in
tanto), tutto giocato più sull’effetto sorpresa che sulla
suspence: sposando il solo punto di vista di un personaggio che
resterà sempre fuori campo (e che di fatto coincide, ça va sans
dire, con il regista stesso) ed essendo il materiale filmato
“grezzo”, a livello di sapere diegetico possediamo sempre le
stesse informazioni del soggetto che “registra il proprio
sguardo”, dunque sobbalziamo con lui, fuggiamo con lui,
abbiamo paura con lui, ma, grande limite di un’operazione del
genere, (non possiamo) sobbalzare, fuggire, aver paura per lui.
Come riflessione sui “limiti” della visione e sull’etica
dell’immagine non vale molto o nulla aggiunge di nuovo. Come film
di genere può risultare piacevole, a patto di accettare due
incongruenze di fondo sintetizzabili in due domande: perché
l’operatore dovrebbe continuare ad impugnare la macchina da presa
per “documentare la minaccia” e non impegnarsi a salvare gli
altri o almeno se stesso? Perché il suo occhio dovrebbe fissare il
volto pietrificato dalla paura della conduttrice traumatizzata dalla
visione di qualcosa di terribile fuori campo e non rivolgere lo
sguardo nella stessa direzione, in quanto essere umano inserito nel
gioco? E’ il cinema a “disumanizzare” chi lo fa, oltre a
“vampirizzare” il reale? Semplice deformazione professionale?
Voto:
6
Manuel
Billi
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The Hunting Party
(Richard SHEPARD)
Usa / Croazia / Bosnia-Erzegovina, 103’
Richard Gere, Terrence Howard, Diane Kruger |
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Il reporter Simon Hunt e il cameraman Duck hanno lavorato nelle zone di guerra più calde, dalla Bosnia all’Iraq, dalla Somalia a El Salvador. Insieme sono scampati alle pallottole, hanno portato a termine reportage sensazionali e collezionato Emmy. Poi la svolta drammatica: durante una diretta televisiva da un paese bosniaco, Simon ha un crollo psicologico. In seguito all’accaduto, Duck viene promosso, mentre Simon sparisce dalla circolazione. Cinque anni dopo, il cameraman ritorna a Sarajevo con Benjamin, reporter alle prime armi, in occasione del quinto anniversario della fine della guerra. Come un fantasma del passato, Simon rientra in scena, con la promessa di un’esclusiva mondiale: sa dove si può trovare il criminale più ricercato in Bosnia, “la Volpe”.
Quando Hollywood si impegna
"Perché metto in pericolo la mia vita?", si domanda il reporter Richard Gere, "Perché vuol dire vivere, il resto è televisione". È questa la vera anima del film, al di là delle tematiche alte che la sceneggiatura prova ad affrontare. I due protagonisti sono infatti affamati di azione, pericolo e guerriglia e la maggiore contraddizione della pellicola è che finisce per celebrare ciò che sulla carta lotta invece per debellare. Poco male se ci fosse coscienza, o un minimo di approfondimento sull'incoerenza del protagonista (che senza conflitti resterebbe disoccupato anche, se come afferma in un altro momento, "È incredibile quante guerre riesci a trovare se le vuoi cercare"), invece il tema spinoso viene affrontato all'insegna unicamente dell'action-movie. La storia prevede tre giornalisti che si mettono sulle tracce del criminale di guerra Radovan Karadzic, colpevole di atrocità durante il conflitto serbo-bosniaco. Se però sostituiamo la Bosnia con il pianeta di una lontana galassia ci troviamo di fronte a tutti i luoghi comuni del genere: un cattivone senza cuore con il fido scagnozzo sanguinario e torturatore, un trio di agguerriti protagonisti che nulla teme in nome dell'avventura e della giustizia, la sensazione per i tre di trovarsi soli contro tutti, la cattiva accoglienza da parte dei locali, le battutine sdrammatizzanti, il contatto con una bella infiltrata e l'arrivo dei buoni (o pseudo tali) all'ultimo momento. A peggiorare il tutto anche la trasformazione di un dramma mondiale in una canonica vicenda personale (è stato il dittatore ancora latitante a uccidere al protagonista la bella fidanzata, per di più incinta). Se fosse un film di fantascienza sarebbe ugualmente prevedibile e improbabile, trattandosi di una storia che attinge al reale, il film diventa anche un'occasione perduta per andare a fondo degli eventi denunciati arrivando davvero a colpire e smuovere le coscienze. Ci si chiede perché l'unico modo per Hollywood di raccontare i problemi degli altri sia quello di assimilarli per forza ai propri modelli narrativi. Uscendo da questi limiti, che ovviamente inquinano le ambizioni, il film scorre piacevole, ha battute divertenti, belle musiche che attingono a sonorità balcaniche, ottimi titoli di coda (anche coraggiosi nel fare nomi e cognomi) e un'ambientazione in Bosnia, quindi nei luoghi effettivi dei fatti narrati, che connota con realismo le dinamiche dell'azione. Ma non basta per sostenere un progetto che non esce dagli stereotipi della Hollywood impegnata, non al suo peggio, ma al suo standard.
Voto: 5
Luca Baroncini
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Hotel Chevalier
(Wes ANDERSON)
U.S.A.,
12’
Jason
Schwartzman, Natalie Portman |
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In una stanza dell’Hotel Chevalier Jack consuma l’epilogo di una storia d’amore senza speranza.
Il regista Wes Anderson ha diramato questo dispaccio:
The Darjeeling Limited è composto da due parti. La prima parte, il cortometraggio che vedrete per primo, è una storia a sé ma in qualche modo collegata al film principale. Il cortometraggio non sarà proiettato nei cinema, ma sarà disponibile su internet, sarà mostrato ai festival e sarà contenuto nel DVD. Il nostro obiettivo sarebbe quello di far sì che ogni spettatore che va a vedere il film abbia visto prima il cortometraggio. Grazie mille.
Il corto costituisce una delle caratteristiche storie parallele di cui si nutrono i film di Anderson; nel corso di The Darjeeling Limited più volte il personaggio di Jack farà riferimento a quanto avvenuto all’Hotel Chevalier: nella stanza dell’albergo parigino si consuma uno straziante addio (la ragazza è Natalie Portman). Il corto è una divagazione scorporata dal film principale a cui è stata data vita autonoma ed è importante, più che per il suo valore intrinseco, perché testimonia in maniera plateale del metodo narrativo che Anderson predilige. E contiene almeno una battuta da urlo.
Luca Pacilio
Voto:
5,5
Manuel Billi
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| - Omaggio a Carlo Lizzani |
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Hotel Meina
(Carlo LIZZANI)
Italia, 110’
Benjamin Sadler, Ursula Buschhorn, Ivana Lotito |
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Lago Maggiore, settembre 1943. Un gruppo di sedici ebrei italiani, provenienti dalla Grecia, sono ospiti dell’Hotel Meina di proprietà di Giorgio Benar, un ebreo con passaporto turco (cioè cittadino di un paese neutrale). In seguito all’8 settembre, giorno dell’armistizio fra l’Italia e gli Alleati, un reparto di SS capitanato dal comandante Krassler giunge a Meina. Due giovani, Noa Benar e Julien Fendez, sono strappati al loro amore dal brutale irrompere del drappello nazista. Gli ebrei vengono reclusi nell’Hotel e inizia una settimana di attesa, terrore e speranza. È una strana convivenza tra ebrei, ospiti dell’albergo non ebrei e SS. Si discute sulle possibilità di fuga. Gli stessi tedeschi sono in attesa di ordini. Forse anche per loro si sta avvicinando la fine della guerra. Ma poi inizia l’escalation verso la strage.
Una storia vera
Il film dell'ottantacinquenne Carlo Lizzani rientra tra le pieghe di quel cinema "necessario" spesso criticato perché attento più ai fatti che alla forma. È vero, lo stile del veterano Lizzani non è al passo con i tempi e rischia di omologare il lungometraggio alle puntate di uno sceneggiato televisivo. L'assenza di innovazione, però, pur limitando la portata del progetto, non ne inficia totalmente la forza. Il pregio maggiore dell'opera, ai cinefili più spocchiosi gioverà ricordare che il cinema è anche questo, è nel raccontare fatti importanti con professionalità e mestiere. Non c'è sciatteria, come in molto cinema assai più pretenzioso, ma volontà di comunicare. Lo spunto è il saggio di Marco Nozza ispirato ai tragici eventi accaduti durante la Seconda Guerra Mondiale all'Hotel Meina sul Lago Maggiore. L'albergo è infatti diventato il teatro del primo omicidio di massa di ebrei compiuto in Italia. Il fascismo è tema affrontato ampiamente dalla cinematografia, sia nostrana che non, ma i fatti narrati non sono così noti ai più e il film ha un'importante funzione documentaria che non bisogna sottovalutare. La sceneggiatura, a cui pare abbia partecipato anche Pasquale Squitieri (cosa poco gradita ai sopravvissuti all'eccidio per le sue dichiarazioni in favore delle leggi razziali), gestisce senza guizzi, e con qualche schematismo, il destino dei tanti personaggi in cui è frazionato il racconto: gerarchi, turisti italiani e stranieri, sfollati, sono costretti a convivere in un unico luogo, con la diretta conseguenza di frantumare equilibri già precari. La convenzionalità della narrazione prevede il rispetto di tutti i cliché del genere, ma il fatto di anticipare gli eventi, e qualche ingenuità di troppo nella messa in scena, non inquinano del tutto il risultato grazie a caratterizzazioni azzeccate, nei ranghi ma sfumate (i tedeschi, ad esempio, non urlano soltanto ma sono capaci anche di gesti di umanità), e a interpretazioni adeguate. In molti al Festival di Venezia, dove è stato presentato “Fuori Concorso”, hanno fischiato, ma un film che non ambisce all'arte può avere una sua dignità.
Voto:
6
Luca Baroncini
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