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VENEZIA 2006
GIORNATE DEGLI AUTORI |
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7 Ans
(Jean-Pascal Hattu) (Francia -
86') |
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Maïté e
Vincent sono sposati. Lui viene condannato a sette anni di carcere e gli
unici momenti di intimità che rimangono tra i due sono quelli nel
parlatorio del carcere. Un giorno Maïté all'uscita del carcere viene
avvicinata da Jean che le offre un passaggio. I due diventano amanti, ma
poco dopo Maïté scopre che Jean è un secondino amico di suo marito.
Rimane così coinvolta in un gioco a tre.
Tre
di cuori
È dura
essere sposato con una bella ragazza ma dover scontare sette anni di
galera. Ne sa qualcosa Vincent, il protagonista del film di Jean-Pascal
Hattu. Ma anche la moglie Maité fatica a mantenere vivo un rapporto per
forza di cose privato del contatto fisico. Alcuni comportamenti, come il
reciproco odorare la biancheria (quella profumata portata da lei da
parte di lui e quella sporca di lui da parte di lei), sublimano
l'assenza creando una sorta di rituale in parte consolatorio, ma il
vuoto resta. L'incontro con il criptico Jean sembra per Maité un
diversivo temporaneo, una piccola luce nel buio della solitudine, ma
quando Jean confessa di essere il guardiano del carcere in cui è
rinchiuso Vincent, le cose si complicano e la piega del racconto si fa
torbida. Il giovane Hattu conduce l'azione soffermandosi con equilibrio
sul trio di protagonisti. Sono i loro corpi, bisognosi di un tocco
amorevole, a parlare. È il loro intimo, in cerca di affetto, ad essere
sviscerato, attraverso una messa in scena che predilige i silenzi alle
parole, trovando la verità negli sguardi e nei gesti. Fino a quando i
ruoli sono confusi e il mistero è ancora tale, Hattu riesce a mantenere
viva la vicenda e pulsanti i personaggi. Nel momento in cui non c'è più
nulla da scoprire, invece, il film si arena nella ripetitività e gli
eventi (ad esempio, l'episodio che vede Maitè fermata dalla polizia
perché trovata addormentata in auto senza la patente di guida) paiono
più un riempitivo che una necessità narrativa, fino a una chiusa poco
mordace.
Voto:
6,5
Luca Baroncini
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Azul oscuro casi negro
(Daniel Sanchez Arévalo) (Spagna -
105') |
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Jorge ha temporaneamente messo da parte i suoi sogni e fa il portinaio, il lavoro del padre, colpito da un ictus che l'ha semiparalizzato. Tramite suo fratello Antonio, detenuto, incontra Paula.
Quella di Arevalo è una garbata commedia con risvolti amari che colpisce soprattutto per la tenuta narrativa: il film poggia su una costruzione pregevole, personaggi ben delineati, dialoghi sempre all’altezza; proprio la maturità della scrittura, associata a una solida regia che mescola wilderianamente i registri, è ciò che maggiormente si apprezza di un film che non manca di complessità, né di soluzioni raffinate e che se punta anche su siparietti molto divertenti non ne rimane mai vittima, non patendo nessun tipo di frammentarietà, mantenendosi, al contrario, lavoro compatto e asciutto. Affrontando, attraverso un discorso intimo e umano, un contesto sociale preciso, con tutte le problematiche che reca con sé, il regista mette in scena un dramma familiare (forse due) che diviene parabola agrodolce sull’accettazione dei propri limiti (il titolo, a detta del regista, indica la necessità di cercare le sfumature anche nei momenti più bui: ciò che sembra nero forse è solo azzurro scuro). Il passaparola veneziano è scattato e ha garantito alla pellicola pubblico e meritati applausi.
Voto:
7
Luca Pacilio
Voto:
7,5
Manuel Billi
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Come l'ombra
(Marina Spada)
(Italia -
87') |
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Claudia,
trentenne, lavora in una agenzia di viaggi e la sera studia russo. La
sua vita si svolge con una continuità abitudinaria a cui lei non oppone
resistenza. Una sera al corso di russo si presenta un nuovo insegnante
di origine ucraina: Boris, di bell’aspetto e dall’aria intelligente.
Tra Boris e Claudia si stabilisce poco a poco una certa attrazione. La
scuola finisce e l’avvicinarsi dell’estate, spinge Claudia a
progettare una vacanza in Grecia con l’amica Sonia e il fidanzato di
lei. Una sera di fine luglio ritorna a farsi vivo Boris, che in realtà
va a trovarla con uno scopo preciso: deve trovare un posto dove
sistemare una “cugina” che è venuta dall’Ucraina a cercare
fortuna.
Così
lontano, così vicino
"Amo
l'Italia per Leonardo, Michelangelo e ... Armani!". Questa
battuta, pronunciata con candore da un'immigrata ucraina, sottolinea,
nell'interessante opera seconda di Marina Spada, come l'Italia sia
ancora un miraggio lontano per tantissimi cittadini del mondo alla
ricerca di una vita migliore. La regista sfrutta al meglio il mezzo
digitale, coadiuvata da una fotografia, di Sabina Bologna e Giorgio
Carella, finalmente efficace nonostante i limiti del budget (ridotte al
minimo le sgranature e il buio indistinto delle sequenze notturne).
Milano esce così dall'immagine tutta modelle e uomini d'affari di
"città da bere" per diventare un non-luogo simbolo di tutte
le metropoli, permeata da un'atmosfera rarefatta in cui il ritmo della
vita non va sempre di pari passo con il livello di gratificazione
personale e dove una moltitudine extra-comunitaria invisibile ai media
(se non per qualche articolo di cronaca nera) affolla sempre più le
periferie degradate. La giovane protagonista è una ragazza come tante,
intorpidita da un'apatia che la pone in un limbo dove non sembra esserci
spazio per l'entusiasmo. L'incontro con un ucraino, professore di russo,
e con la sua presunta cugina, finirà per creare in lei una nuova
consapevolezza. La regia della Spada, attenta alla gestione degli spazi
e alla felice commistione dei suoni, riesce a dare corpo alla
progressione del racconto e alla maturazione della protagonista. Nessuna
criptica metafora, niente simbolismi didascalici, facili morali o ovvie
grevità, ma la rigorosa messa in scena di una quotidianità tanto
"normale" quanto schiacciante. La forza della sceneggiatura è
nella cura con cui le situazioni vengono dettagliate (non ci sono salti
logici o passaggi dati per scontati) e nella spontaneità dei dialoghi.
La rigidità dell'interprete Anita Kravos finisce per conciliarsi con
gli spigoli della protagonista Claudia.
Voto:
7
Luca Baroncini
Voto:
6,5
Manuel Billi
Voto:
6
Luca Pacilio |
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Falkenberg Farewell
(Jesper
Ganslandt)
(Svezia/Danimarca -
91') |
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A
Falkenberg, sulla costa svedese, l’estate di cinque ragazzi alle soglie dell’età adulta.
Giovinezze tormentate nella provincia svedese: l’eccessiva quiete diventa inquietudine e morte procurata, la solitudine e l’insoddisfazione sono il pane quotidiano per i protagonisti di un film in cui ciascun personaggio ha tutto tranne ciò che vuole davvero. Il giovane regista (27 anni, al suo debutto), in odore di Van Sant, ricorrendo a puntuali didascalie, indirizza l’analisi sui soggetti, prendendoli in considerazione uno per uno. L’opera non manca di profondità anche se talvolta scivola in una ritrattistica d’ambiente un po’ autoindulgente; anche le lunghe carrellate sui paesaggi, i dettagli sugli elementi naturali non bilanciano sempre un ordito a volte verboso in eccesso (la voice over è a tratti mero orpello). Tuttavia il film, girato in digitale, reca un’impronta personale e non si concede mai alle facili soluzioni dell’opera “generazionale”.
Bellissime le foto dei titoli di coda. Voto:
5,5
Luca PacilioVoto:
5,5
Luca Pacilio
Andando a Goteborg
Le grandi scritte che riproducono una grafia umana sono sempre un pessimo segno: lo avevamo imparato già con Melissa P, noiosa parabola sulle crisi adolescenziali. Con Farväl Falkenberg invece vengono messe sotto l’obiettivo le paure e le angosce di chi si ritrova ad abbandonare definitivamente e forzatamente l’infanzia, ma il risultato non è poi troppo migliore di quello di Guadagnino. Ganslandt, firmando la sua opera prima, si dedica ad un presunto progetto corale che vede protagonisti un gruppo di giovani legati da profonda amicizia sin da quando erano bambini: hanno condiviso gioie e dolori, risate e momenti di silenziosa tristezza. L’estate svedese, fatta di placido mare grigio e di gorgoglianti ruscelletti, scorre lentamente, raccontata da frammenti di pagine di un diario scritto nei momenti di solitudine da uno dei protagonisti, che lascia in eredità a carta ed inchiostro i propri incubi ed inquietudini quotidiane. Ganslandt segue passo dopo passo le evoluzioni della storia, incollandosi alle figure dei suoi personaggi, senza abbandonarli un minuto, facendo trasparire il legame fra le varie personalità pur analizzandole una alla volta in maniera meticolosa. Se non altro dal punto di vista strettamente visivo è inutile negare che soprattutto alcune sequenze ricordano molto da vicino Last days di Van Sant (David gioca da solo nella foresta, lanciandosi in lungo discorso –immaginario- con l’amico Holger, come Blake/Cobain di Van Sant si aggirava per i boschi in preda a borbottanti farneticazioni). Il regista statunitense viene più volte richiamato alla mente dalle scelte di Ganslandt, basti pensare ai personaggi presentati in scaletta uno alla volta, ai nomi reali degli attori che corrispondono a quelli usati nella finzione come in Elephant, al senso piuttosto diffuso di diffusa desolazione che attraversa l’intero film. Lo spirito di profondo sconforto che anima la pellicola è però fortemente suggerito anche dal territorio in cui viene ambientato Farväl Falkenberg: la Svezia provinciale, fatta di lunghe distese vuote e di grandi silenzi incolmabili è la cornice perfetta per approfondire i sogni e le insicurezze di cinque ragazzi alle prese con l’inizio dell’età adulta. Basta pochissimo per accorgersi che l’operazione è troppo facile e fin troppo retorica: non bisogna illudersi infatti che sia riportata sullo schermo una storia genuina, che sappia raccontare con sincerità i sobbalzi dell’animo di giovani inevitabilmente inquieti. Zigzagando fra i luoghi comuni Ganslandt si impantana nella triste melma della retorica, uccidendo con un secco colpo di fucile (come farà poi qualcun altro sulla scena) ogni possibilità di naturalezza. I pochi dialoghi, che sarebbero potuti essere l’arma giusta per approfondire rapporti di sguardi e legami forti ma muti (il Kim Ki-Duk del passato recente è stato straordinario in questo, si pensi a Ferro 3 o a L'Arco), appaiono talmente tanto “urlati” nella loro misura di banalità che riescono ad infastidire nonostante in realtà siano davvero poco numerosi.
Bella la fotografia, curata da Fredrik Wenzel, presente nel film anche come sceneggiatore insieme a Ganslandt, che ben si adatta ai toni lividi del territorio e in senso traslato anche a quelli dei protagonisti: è evidente però che non può essere solo la bellezza dei colori delle immagini a fare la differenza.
I personaggi sono vittime della società che li circonda ma anche di loro stessi, la piccola cittadina sul mare con il vivere lentamente si trasforma da amato luogo di giochi e scorribande a prigione di case e giardini, mentre l’unico modo per evadere dalla realtà e sentirsi qualcuno è imbottirsi di droga e alcool. Se fosse stato realizzato con un minimo di scrupolo e con una certa attenzione alla spontaneità, Farväl Falkenberg avrebbe illustrato un interessante percorso di crescita e di morte. Invece il risultato è solo di una petulanza infinita.
Voto: 4,5
Priscilla Caporro4,5
Priscilla Caporro
Voto: 4,5
Emanuele Di Nicola |
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Khadak
(Jessica Woodworth, Peter
Brosens)
(Belgio/Germania/Olanda -
104') |
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Ambientato
nelle gelide steppe della Mongolia, Khadak racconta la storia epica di
Bagi, un giovane nomade destinato a diventare sciamano. Un’epidemia
colpisce gli animali e i nomadi sono costretti a spostarsi verso desolate
città minerarie.
Vincitore
della sezione Giornate degli autori, è il classico film della
serie: “sguardi occidentali sui misteri dell’Oriente”. Con un finale
metafisico ai limiti della comprensibilità razionale, il film mescola
etnologia e leggende arcaiche, con un messaggio ecologista un po’
stucchevole e appesantito da troppi simbolismi e compiaciute pause
contemplative.
Voto: 6,5
Manuel Billi
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L’Etoile du soldat
(Christophe de Ponfilly)
(Francia/Germania/Afghanistan -
100') |
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Afghanistan,
20 anni prima dell’11 settembre: il destino di Nikolai, un giovane
soldato sovietico perduto in un conflitto che non lo riguarda.
Imprigionato dai Moudjahidin afgani che gli erano stati descritti come
dei mostri, diventerà Ahmad l’Afgano ed attraverserà la sconvolgente
realtà che è diventata uno dei buchi neri della storia contemporanea.
Qualche
hanno fa uscì un bellissimo documentario, diretto dal regista della Stella
del soldato, dal titolo Massoud l’Afgano, sul leader del
movimento indipendentista. Il primo film di fiction di Christophe
de Ponfilly, morto suicida nel maggio scorso, rappresenta il precipitato
di ricerche e riflessioni di tutta una vita, dei suoi viaggi e delle sue
inchieste condotte nella regione. Raccontando la strana avventura e
metamorfosi di un giovane soldato russo, rapito dai combattenti afgani e
da loro “adottato”, de Ponfilly ci parla di una terra costantemente
sotto il giogo di potenze straniere (prima l’Unione Sovietica, poi i
Talebani, oggi da quest’ultimi e dagli Stati Uniti), di culture e
tradizioni che non conosciamo, che quasi non si lasciano comprendere.
L’alternanza dei punti di vista (prima sovietico, poi afgano)
contribuisce a rendere ancora più chiaro l’intento dell’ autore.
Proprio per questo, le riflessioni in voce over appaiono sempre
ridondanti, pleonastiche, quando non eccessivamente didascaliche.
Peccato.
Voto:
6,5
Manuel Billi
Voto:
6
Luca Pacilio
Voto:
7
Luca Baroncini
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La noche de los girasoles
(Angosto)
(Jorge
Sanchez-Cabezudo)
(Spagna/Francia/Portogallo -
123') |
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Pedro e
Esteban sono due speleologi che giungono in un’area montuosa per
esplorare una caverna e verificare quale sia il suo interesse
scientifico. Gabi, la fidanzata di Esteban, li aspetta ai piedi della
montagna. Ma quando i due escono dalla caverna, trovano Gabi in uno
stato di terrore…
Una
serie di sfortunati eventi
Il
destino, si sa, può essere beffardo, ma la giornata in cui incappano i
protagonisti del riuscito film di Jorge Sanchez-Cabezudo è di quelle da
cancellare dal calendario. Una serie di disgraziate coincidenze, infatti,
cambierà in meno di 24 ore per sempre le loro vite. L'aspetto che subito
incuriosisce è la difficoltà di iscrivere il film in un genere. Si
tratta infatti di un oggetto non facilmente identificabile che potrebbe
essere un thriller ma è soprattutto un solido dramma morale, dove il
mistero è nelle scelte che i personaggi si troveranno obbligati a fare.
L'abilità di Sanchez-Cabezudo, anche sceneggiatore, è di raccontare una
storia arcinota mescolando le carte narrative. La sceneggiatura, suddivisa
in sei capitoli, comincia come se si trattasse di un thriller sulle tracce
del solito omicida seriale, poi confonde la scansione temporale degli
eventi ampliando i punti di vista e lascia che lo stratagemma diventi un
felice escamotage per rendere incisivo il fluire della storia. Inoltre
costruisce personaggi interessanti, ponendoli di fronte a decisioni
difficili che fanno scattare una immediata empatia. A dare risalto
all'atmosfera ineluttabile contribuiscono non poco anche l'assolato
paesaggio della Castiglia, una Spagna rurale lontana dai grandi centri
abitati ma per nulla macchiettistica, e un commento musicale che evoca le
sonorità classiche dei noir del passato. Alla fine tutti i personaggi,
per salvare le apparenze e uscire indenni dalle pieghe dell'infausto
racconto, dovranno cedere al compromesso e niente sarà più come prima.
Un felice esempio di cinema spagnolo capace di varcare i confini nazionali
e di imporsi per le scelte stilistiche, l'originalità del trattamento e
la solidità dell'impianto. Esattamente ciò che l'Italia dovrebbe
re-imparare.
Voto:
7,5
Luca Baroncini
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L'udienza è aperta
(Vincenzo Marra)
(Italia -
75') |
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In un processo per reati di camorra a Napoli sono impegnati un settantenne giudice d’Appello, una giudice a latere e uno dei più famosi penalisti del foro napoletano: il documentario - che rinuncia (vivaddio) alle tesi e documenta sul serio - illustra l’attività dei tre giuristi scrutando nella loro giornata lavorativa, registra le loro impressioni e i loro pensieri, riporta i loro discorsi. Senza schierarsi, mostrando in modo semplice e diretto l’Istituzione all’interno (le persone che la animano con tutto il bagaglio che le contraddistingue, ad ogni livello) l’ottimo Marra disegna con precisione impressionante un frammento di realtà che illumina sulla gestione della giustizia in Italia (un tema, dice il regista, di cui si parla tanto senza conoscerlo veramente), la sua camera è un bisturi invisibile che affonda in un ambiente descrivendolo per quello che è: nessuna invasione e nessuna forzatura, tutto tende, nei limiti del possibile, al distacco e all’imparzialità, sono le soggettività in gioco a conferire ombre e luci a ciò che viene descritto.
Il risultato sorprende e deprime per la sua riuscita.
Voto:
7
Luca Pacilio
Voto:
7
Manuel Billi
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Mientras tanto
(Diego Lerman)
(Argentina/Francia -
92') |
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Violeta
non sa ancora se vuole iniziare una nuova vita con Mono, il suo
compagno, o se si vuole separare. Cerca indizi nei suoi sogni, nel
passato di sua figlia Lupe, e nelle linee della sua mano… Ha bisogno
di tempo per pensare e per decidere.
Incroci
del destino
Storie di
vita quotidiana nella Buenos Aires contemporanea, con l'occhio puntato
sul gradino medio-basso della scala sociale. L'ordinario si frammenta in
tanti personaggi che si sfiorano. Nella girandola narrativa si diventa
testimoni di ragazzi che si fanno tatuare un ornitorinco, artigiani che
a causa della crisi sono costretti a licenziare, coppie che
nell'impossibilità di avere figli naturali ricorrono ad aiuti esterni,
donne delle pulizie sull'orlo di una crisi di nervi, madri volitive,
guaritrici, uomini gelosi, ciechi assatanati, bambine affette da
irritazione della pelle e cani capricciosi. La struttura corale e ad
incastri presenta sempre peculiarità interessanti, perché offre
l'opportunità di entrare in contatto con una moltitudine di personaggi
non per forza allineati, ognuno con le proprie motivazioni e il proprio
personale punto di vista. Nell'opera di Diego Lerman, però, lo sguardo
non si rivela particolarmente incisivo, né in relazione all'aspetto
sociale (non basta la scritta "sporco
capitalista" sul muro di una casa per riassumere un disagio), e
nemmeno per quanto riguarda l'intimità dei personaggi e la messa a nudo
dei loro conflitti. Si procede per accumulo, con una certa grazia
d'insieme, senza però che qualcosa arrivi a scalfire.
Voto:
5,5
Luca Baroncini |
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Offscreen
(Christoffer Boe)
(Danimarca -
93') |
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Nicolas
Bro giganteggia nella parte di Nicolas Bro – un uomo intento a girare
un film su se stesso. Il suo amico Christoffer Boe gli presta una
telecamera e gli dice di riprendere tutto, un consiglio che Bro prende
sin troppo alla lettera. Le sue continue riprese fanno impazzire sia sua
moglie Lene che i suoi amici, e quando infine Lene decide di farla
finita e si trasferisce a Berlino, Nicolas – ossessionato dal pensiero
di riconquistarla e continuando a riprendere l’intero processo –
inizia il suo inevitabile declino autodistruttivo.
The
Danish Ego Project
Un uomo,
ossessionato dal proprio ego, decide di riprendersi 24 ore su 24 con una
telecamera. In pratica, allestisce una sorta di "Grande
Fratello" con un unico protagonista: se stesso. Il confine tra
realtà e sua rappresentazione attraverso la finzione diventa così
sempre più labile. In pratica, il protagonista trasforma la sua vita in
un film e imbastisce la propria relazione affettiva sulla base di una
vera e propria sceneggiatura. Tanto che quando la moglie lo abbandona
pensa di sostituirla con un'altra "attrice". Ovviamente il
delirio è dietro l'angolo e l'incapacità del protagonista di uscire
dal proprio film mentale lo porterà inevitabilmente alla follia. L'idea
non è male. Anche perché lo spettatore si trova a interrogarsi sul
limite delle immagini per mezzo di una finzione che imita la realtà (e
questo nel cinema accade sempre) spacciata, però, per verità (come la
televisione vorrebbe darci a bere). Con la sensazione, spiazzante, di
non riuscire bene a distinguere il vero dal simulato. Una sorta di
"The Blair Witch Project" dei sentimenti in salsa danese. Ciò
che colpisce intellettualmente, però, alla prova più importante,
quella della visione, pesa come un macigno e il costante primo piano del
protagonista che si auto-riprende, aggiungendo continui vaneggiamenti
alla sua pazzia, finisce per blandire il risultato. Non sarà un
esercizio di stile, ma ha più a che fare con la sperimentazione
artistica che con il cinema.
Voto:
5,5
Luca Baroncini
Voto:
5
Manuel Billi
Voto:
4
Luca Pacilio |
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Rêves de poussière
(Laurent Salgues) (Burkina
Faso/Canada/Francia
- 86') |
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Per
sfuggire alla miseria dovuta dalla siccità e soddisfare i bisogni della
sua famiglia, Mocktar, un contadino nigeriano, decide di andare a
lavorare per una stagione in una miniera d'oro del Burkina Faso. Le
condizioni di lavoro sono spaventose e la vita della piccola comunità
oscilla tra rassegnazione e ossessione per l’oro.
La
“febbre dell’oro” africana
L'ambito
è quello del cinema di denuncia. Questa volta, però, sotto l'occhio
indiscreto della macchina da presa c'è un fenomeno di migrazione poco
conosciuta: quella interna. Siamo abituati a sentire di africani alla
ricerca di una vita migliore in Europa, invece il protagonista
dell'opera di debutto di Laurent Salgues è un africano, che passa dalla
Nigeria al Burkina Faso in cerca di fortuna nelle miniere d'oro. Le
condizioni di lavoro sono disumane, la morte è sempre in agguato e la
giornata passa per buona parte dentro cunicoli sotterranei a più di
quaranta metri di profondità. Il film prende però le distanze dal
documentario e si concentra su un uomo ancora in grado di scendere a
patti con la propria dignità: dal suo primo giorno di lavoro, alla
scoperta della prima pepita. Con una sceneggiatura di cui si percepisce
la misura, alla larga dal sensazionale e dal pugno nello stomaco, ma non
per questo meno incisiva nella denuncia. Anzi, finalmente un'opera che
non cede alla tentazione del ricatto per smuovere le coscienze.
Suggestiva la fotografia, giocata sul contrasto tra il bagliore
accecante del paesaggio desertico e il buio dei cunicoli e delle notti
stellate, mai estetizzante ma in grado di lasciare tracce di luce nella
memoria.
Voto:
7
Luca Baroncini
Voto:
7
Manuel Billi
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