VENEZIA 2006
GIORNATE DEGLI AUTORI

 

GIORNATE DEGLI AUTORI:
  
- 7 Ans - Jean-Pascal Hattu 
- Azul oscuro casi negro - Daniel Sánchez Arévalo
- Chicha tu madre - Gianfranco Quattrini 
- Come l'ombra - Marina Spada
- Falkenberg Farewell - Jesper Ganslandt
- Khadak - Jessica Woodworth, Peter Brosens
- L’Etoile du soldat - Christophe de Ponfilly
- La noche de los girasoles (Angosto) - Jorge Sánchez-Cabezudo
- L'udienza è aperta - Vincenzo Marra
- Mientras tanto - Diego Lerman 
- Offscreen - Christoffer Boe 
- Rêves de poussière - Laurent Salgues
- WWW - What a Wonderful World - Faouzi Bensaïdi

  

 

 

- GIORNATE DEGLI AUTORI

 

7 Ans
(Jean-Pascal Hattu)

(Francia  -  86')

Maïté e Vincent sono sposati. Lui viene condannato a sette anni di carcere e gli unici momenti di intimità che rimangono tra i due sono quelli nel parlatorio del carcere. Un giorno Maïté all'uscita del carcere viene avvicinata da Jean che le offre un passaggio. I due diventano amanti, ma poco dopo Maïté scopre che Jean è un secondino amico di suo marito. Rimane così coinvolta in un gioco a tre.


Tre di cuori

È dura essere sposato con una bella ragazza ma dover scontare sette anni di galera. Ne sa qualcosa Vincent, il protagonista del film di Jean-Pascal Hattu. Ma anche la moglie Maité fatica a mantenere vivo un rapporto per forza di cose privato del contatto fisico. Alcuni comportamenti, come il reciproco odorare la biancheria (quella profumata portata da lei da parte di lui e quella sporca di lui da parte di lei), sublimano l'assenza creando una sorta di rituale in parte consolatorio, ma il vuoto resta. L'incontro con il criptico Jean sembra per Maité un diversivo temporaneo, una piccola luce nel buio della solitudine, ma quando Jean confessa di essere il guardiano del carcere in cui è rinchiuso Vincent, le cose si complicano e la piega del racconto si fa torbida. Il giovane Hattu conduce l'azione soffermandosi con equilibrio sul trio di protagonisti. Sono i loro corpi, bisognosi di un tocco amorevole, a parlare. È il loro intimo, in cerca di affetto, ad essere sviscerato, attraverso una messa in scena che predilige i silenzi alle parole, trovando la verità negli sguardi e nei gesti. Fino a quando i ruoli sono confusi e il mistero è ancora tale, Hattu riesce a mantenere viva la vicenda e pulsanti i personaggi. Nel momento in cui non c'è più nulla da scoprire, invece, il film si arena nella ripetitività e gli eventi (ad esempio, l'episodio che vede Maitè fermata dalla polizia perché trovata addormentata in auto senza la patente di guida) paiono più un riempitivo che una necessità narrativa, fino a una chiusa poco mordace.

Voto:  6,5                                                  Luca Baroncini

 

Azul oscuro casi negro
(Daniel Sanchez Arévalo)

(Spagna  -  105')

Jorge ha temporaneamente messo da parte i suoi sogni e fa il portinaio, il lavoro del padre, colpito da un ictus che l'ha semiparalizzato. Tramite suo fratello Antonio, detenuto, incontra Paula.


Quella di Arevalo è una garbata commedia con risvolti amari che colpisce soprattutto per la tenuta narrativa: il film poggia su una costruzione pregevole, personaggi ben delineati, dialoghi sempre all’altezza; proprio la maturità della scrittura, associata a una solida regia che mescola wilderianamente i registri, è ciò che maggiormente si apprezza di un film che non manca di complessità, né di soluzioni raffinate e che se punta anche su siparietti molto divertenti non ne rimane mai vittima, non patendo nessun tipo di frammentarietà, mantenendosi, al contrario, lavoro compatto e asciutto. Affrontando, attraverso un discorso intimo e umano, un contesto sociale preciso, con tutte le problematiche che reca con sé, il regista mette in scena un dramma familiare (forse due) che diviene parabola agrodolce sull’accettazione dei propri limiti (il titolo, a detta del regista, indica la necessità di cercare le sfumature anche nei momenti più bui: ciò che sembra nero forse è solo azzurro scuro). Il passaparola veneziano è scattato e ha garantito alla pellicola pubblico e meritati applausi.

Voto:  7                                                            Luca Pacilio


Voto:  7,5                                                        Manuel Billi

 

Come l'ombra
(Marina Spada)

(Italia  -  87')

Claudia, trentenne, lavora in una agenzia di viaggi e la sera studia russo. La sua vita si svolge con una continuità abitudinaria a cui lei non oppone resistenza. Una sera al corso di russo si presenta un nuovo insegnante di origine ucraina: Boris, di bell’aspetto e dall’aria intelligente. Tra Boris e Claudia si stabilisce poco a poco una certa attrazione. La scuola finisce e l’avvicinarsi dell’estate, spinge Claudia a progettare una vacanza in Grecia con l’amica Sonia e il fidanzato di lei. Una sera di fine luglio ritorna a farsi vivo Boris, che in realtà va a trovarla con uno scopo preciso: deve trovare un posto dove sistemare una “cugina” che è venuta dall’Ucraina a cercare fortuna.


Così lontano, così vicino

"Amo l'Italia per Leonardo, Michelangelo e ... Armani!". Questa battuta, pronunciata con candore da un'immigrata ucraina, sottolinea, nell'interessante opera seconda di Marina Spada, come l'Italia sia ancora un miraggio lontano per tantissimi cittadini del mondo alla ricerca di una vita migliore. La regista sfrutta al meglio il mezzo digitale, coadiuvata da una fotografia, di Sabina Bologna e Giorgio Carella, finalmente efficace nonostante i limiti del budget (ridotte al minimo le sgranature e il buio indistinto delle sequenze notturne). Milano esce così dall'immagine tutta modelle e uomini d'affari di "città da bere" per diventare un non-luogo simbolo di tutte le metropoli, permeata da un'atmosfera rarefatta in cui il ritmo della vita non va sempre di pari passo con il livello di gratificazione personale e dove una moltitudine extra-comunitaria invisibile ai media (se non per qualche articolo di cronaca nera) affolla sempre più le periferie degradate. La giovane protagonista è una ragazza come tante, intorpidita da un'apatia che la pone in un limbo dove non sembra esserci spazio per l'entusiasmo. L'incontro con un ucraino, professore di russo, e con la sua presunta cugina, finirà per creare in lei una nuova consapevolezza. La regia della Spada, attenta alla gestione degli spazi e alla felice commistione dei suoni, riesce a dare corpo alla progressione del racconto e alla maturazione della protagonista. Nessuna criptica metafora, niente simbolismi didascalici, facili morali o ovvie grevità, ma la rigorosa messa in scena di una quotidianità tanto "normale" quanto schiacciante. La forza della sceneggiatura è nella cura con cui le situazioni vengono dettagliate (non ci sono salti logici o passaggi dati per scontati) e nella spontaneità dei dialoghi. La rigidità dell'interprete Anita Kravos finisce per conciliarsi con gli spigoli della protagonista Claudia.

Voto:  7                                                          Luca Baroncini


Voto:  6,5                                                          Manuel Billi


Voto:  6                                                            Luca Pacilio

 

Falkenberg Farewell
(
Jesper Ganslandt)

(Svezia/Danimarca  -  91')

A Falkenberg, sulla costa svedese, l’estate di cinque ragazzi alle soglie dell’età adulta.

Giovinezze tormentate nella provincia svedese: l’eccessiva quiete diventa inquietudine e morte procurata, la solitudine e l’insoddisfazione sono il pane quotidiano per i protagonisti di un film in cui ciascun personaggio ha tutto tranne ciò che vuole davvero. Il giovane regista (27 anni, al suo debutto), in odore di Van Sant, ricorrendo a puntuali didascalie, indirizza l’analisi sui soggetti, prendendoli in considerazione uno per uno. L’opera non manca di profondità anche se talvolta scivola in una ritrattistica d’ambiente un po’ autoindulgente; anche le lunghe carrellate sui paesaggi, i dettagli sugli elementi naturali non bilanciano sempre un ordito a volte verboso in eccesso (la voice over è a tratti mero orpello). Tuttavia il film, girato in digitale, reca un’impronta personale e non si concede mai alle facili soluzioni dell’opera “generazionale”. Bellissime le foto dei titoli di coda.

Voto:  5,5                                                           Luca PacilioVoto:  5,5                                                           Luca Pacilio


Andando a Goteborg

Le grandi scritte che riproducono una grafia umana sono sempre un pessimo segno: lo avevamo imparato già con Melissa P, noiosa parabola sulle crisi adolescenziali. Con Farväl Falkenberg invece vengono messe sotto l’obiettivo le paure e le angosce di chi si ritrova ad abbandonare definitivamente e forzatamente l’infanzia, ma il risultato non è poi troppo migliore di quello di Guadagnino. Ganslandt, firmando la sua opera prima, si dedica ad un presunto progetto corale che vede protagonisti un gruppo di giovani legati da profonda amicizia sin da quando erano bambini: hanno condiviso gioie e dolori, risate e momenti di silenziosa tristezza. L’estate svedese, fatta di placido mare grigio e di gorgoglianti ruscelletti, scorre lentamente, raccontata da frammenti di pagine di un diario scritto nei momenti di solitudine da uno dei protagonisti, che lascia in eredità a carta ed inchiostro i propri incubi ed inquietudini quotidiane. Ganslandt segue passo dopo passo le evoluzioni della storia, incollandosi alle figure dei suoi personaggi, senza abbandonarli un minuto, facendo trasparire il legame fra le varie personalità pur analizzandole una alla volta in maniera meticolosa. Se non altro dal punto di vista strettamente visivo è inutile negare che soprattutto alcune sequenze ricordano molto da vicino Last days di Van Sant (David gioca da solo nella foresta, lanciandosi in lungo discorso –immaginario- con l’amico Holger, come Blake/Cobain di Van Sant si aggirava per i boschi in preda a borbottanti farneticazioni). Il regista statunitense viene più volte richiamato alla mente dalle scelte di Ganslandt, basti pensare ai personaggi presentati in scaletta uno alla volta, ai nomi reali degli attori che corrispondono a quelli usati nella finzione come in Elephant, al senso piuttosto diffuso di diffusa desolazione che attraversa l’intero film. Lo spirito di profondo sconforto che anima la pellicola è però fortemente suggerito anche dal territorio in cui viene ambientato Farväl Falkenberg: la Svezia provinciale, fatta di lunghe distese vuote e di grandi silenzi incolmabili è la cornice perfetta per approfondire i sogni e le insicurezze di cinque ragazzi alle prese con l’inizio dell’età adulta. Basta pochissimo per accorgersi che l’operazione è troppo facile e fin troppo retorica: non bisogna illudersi infatti che sia riportata sullo schermo una storia genuina, che sappia raccontare con sincerità i sobbalzi dell’animo di giovani inevitabilmente inquieti. Zigzagando fra i luoghi comuni Ganslandt si impantana nella triste melma della retorica, uccidendo con un secco colpo di fucile (come farà poi qualcun altro sulla scena) ogni possibilità di naturalezza. I pochi dialoghi, che sarebbero potuti essere l’arma giusta per approfondire rapporti di sguardi e legami forti ma muti (il Kim Ki-Duk del passato recente è stato straordinario in questo, si pensi a Ferro 3 o a L'Arco), appaiono talmente tanto “urlati” nella loro misura di banalità che riescono ad infastidire nonostante in realtà siano davvero poco numerosi. Bella la fotografia, curata da Fredrik Wenzel, presente nel film anche come sceneggiatore insieme a Ganslandt, che ben si adatta ai toni lividi del territorio e in senso traslato anche a quelli dei protagonisti: è evidente però che non può essere solo la bellezza dei colori delle immagini a fare la differenza. I personaggi sono vittime della società che li circonda ma anche di loro stessi, la piccola cittadina sul mare con il vivere lentamente si trasforma da amato luogo di giochi e scorribande a prigione di case e giardini, mentre l’unico modo per evadere dalla realtà e sentirsi qualcuno è imbottirsi di droga e alcool. Se fosse stato realizzato con un minimo di scrupolo e con una certa attenzione alla spontaneità, Farväl Falkenberg avrebbe illustrato un interessante percorso di crescita e di morte. Invece il risultato è solo di una petulanza infinita.

Voto:  4,5                                                           Priscilla Caporro4,5                                                             Priscilla Caporro


Voto:  4,5                                                          Emanuele Di Nicola

 

Khadak
(Jessica Woodworth, Peter Brosens)

(Belgio/Germania/Olanda  -  104')


Ambientato nelle gelide steppe della Mongolia, Khadak racconta la storia epica di Bagi, un giovane nomade destinato a diventare sciamano. Un’epidemia colpisce gli animali e i nomadi sono costretti a spostarsi verso desolate città minerarie.

Vincitore della sezione Giornate degli autori, è il classico film della serie: “sguardi occidentali sui misteri dell’Oriente”. Con un finale metafisico ai limiti della comprensibilità razionale, il film mescola etnologia e leggende arcaiche, con un messaggio ecologista un po’ stucchevole e appesantito da troppi simbolismi e compiaciute pause contemplative.

Voto:  6,5                                                         Manuel Billi

 

L’Etoile du soldat
(Christophe de Ponfilly)

(Francia/Germania/Afghanistan  -  100')


Afghanistan, 20 anni prima dell’11 settembre: il destino di Nikolai, un giovane soldato sovietico perduto in un conflitto che non lo riguarda. Imprigionato dai Moudjahidin afgani che gli erano stati descritti come dei mostri, diventerà Ahmad l’Afgano ed attraverserà la sconvolgente realtà che è diventata uno dei buchi neri della storia contemporanea.

Qualche hanno fa uscì un bellissimo documentario, diretto dal regista della Stella del soldato, dal titolo Massoud l’Afgano, sul leader del movimento indipendentista. Il primo film di fiction di Christophe de Ponfilly, morto suicida nel maggio scorso, rappresenta il precipitato di ricerche e riflessioni di tutta una vita, dei suoi viaggi e delle sue inchieste condotte nella regione. Raccontando la strana avventura e metamorfosi di un giovane soldato russo, rapito dai combattenti afgani e da loro “adottato”, de Ponfilly ci parla di una terra costantemente sotto il giogo di potenze straniere (prima l’Unione Sovietica, poi i Talebani, oggi da quest’ultimi e dagli Stati Uniti), di culture e tradizioni che non conosciamo, che quasi non si lasciano comprendere. L’alternanza dei punti di vista (prima sovietico, poi afgano) contribuisce a rendere ancora più chiaro l’intento dell’ autore. Proprio per questo, le riflessioni in voce over appaiono sempre ridondanti, pleonastiche, quando non eccessivamente didascaliche. Peccato.

Voto:  6,5                                                           Manuel Billi


Voto:  6                                                            Luca Pacilio


Voto:  7                                                        Luca Baroncini

 

La noche de los girasoles (Angosto)
(Jorge Sanchez-Cabezudo)

(Spagna/Francia/Portogallo  -  123')

Pedro e Esteban sono due speleologi che giungono in un’area montuosa per esplorare una caverna e verificare quale sia il suo interesse scientifico. Gabi, la fidanzata di Esteban, li aspetta ai piedi della montagna. Ma quando i due escono dalla caverna, trovano Gabi in uno stato di terrore…


Una serie di sfortunati eventi

Il destino, si sa, può essere beffardo, ma la giornata in cui incappano i protagonisti del riuscito film di Jorge Sanchez-Cabezudo è di quelle da cancellare dal calendario. Una serie di disgraziate coincidenze, infatti, cambierà in meno di 24 ore per sempre le loro vite. L'aspetto che subito incuriosisce è la difficoltà di iscrivere il film in un genere. Si tratta infatti di un oggetto non facilmente identificabile che potrebbe essere un thriller ma è soprattutto un solido dramma morale, dove il mistero è nelle scelte che i personaggi si troveranno obbligati a fare. L'abilità di Sanchez-Cabezudo, anche sceneggiatore, è di raccontare una storia arcinota mescolando le carte narrative. La sceneggiatura, suddivisa in sei capitoli, comincia come se si trattasse di un thriller sulle tracce del solito omicida seriale, poi confonde la scansione temporale degli eventi ampliando i punti di vista e lascia che lo stratagemma diventi un felice escamotage per rendere incisivo il fluire della storia. Inoltre costruisce personaggi interessanti, ponendoli di fronte a decisioni difficili che fanno scattare una immediata empatia. A dare risalto all'atmosfera ineluttabile contribuiscono non poco anche l'assolato paesaggio della Castiglia, una Spagna rurale lontana dai grandi centri abitati ma per nulla macchiettistica, e un commento musicale che evoca le sonorità classiche dei noir del passato. Alla fine tutti i personaggi, per salvare le apparenze e uscire indenni dalle pieghe dell'infausto racconto, dovranno cedere al compromesso e niente sarà più come prima. Un felice esempio di cinema spagnolo capace di varcare i confini nazionali e di imporsi per le scelte stilistiche, l'originalità del trattamento e la solidità dell'impianto. Esattamente ciò che l'Italia dovrebbe re-imparare.

Voto:  7,5                                                         Luca Baroncini

 

L'udienza è aperta
(Vincenzo Marra)

(Italia  -  75')


In un processo per reati di camorra a Napoli sono impegnati un settantenne giudice d’Appello, una giudice a latere e uno dei più famosi penalisti del foro napoletano: il documentario - che rinuncia (vivaddio) alle tesi e documenta sul serio - illustra l’attività dei tre giuristi scrutando nella loro giornata lavorativa, registra le loro impressioni e i loro pensieri, riporta i loro discorsi. Senza schierarsi, mostrando in modo semplice e diretto l’Istituzione all’interno (le persone che la animano con tutto il bagaglio che le contraddistingue, ad ogni livello) l’ottimo Marra disegna con precisione impressionante un frammento di realtà che illumina sulla gestione della giustizia in Italia (un tema, dice il regista, di cui si parla tanto senza conoscerlo veramente), la sua camera è un bisturi invisibile che affonda in un ambiente descrivendolo per quello che è: nessuna invasione e nessuna forzatura, tutto tende, nei limiti del possibile, al distacco e all’imparzialità, sono le soggettività in gioco a conferire ombre e luci a ciò che viene descritto.
Il risultato sorprende e deprime per la sua riuscita.

Voto:  7                                                             Luca Pacilio


Voto:  7                                                          Manuel Billi

 

Mientras tanto
(Diego Lerman)

(Argentina/Francia  -  92')

Violeta non sa ancora se vuole iniziare una nuova vita con Mono, il suo compagno, o se si vuole separare. Cerca indizi nei suoi sogni, nel passato di sua figlia Lupe, e nelle linee della sua mano… Ha bisogno di tempo per pensare e per decidere.

Incroci del destino

Storie di vita quotidiana nella Buenos Aires contemporanea, con l'occhio puntato sul gradino medio-basso della scala sociale. L'ordinario si frammenta in tanti personaggi che si sfiorano. Nella girandola narrativa si diventa testimoni di ragazzi che si fanno tatuare un ornitorinco, artigiani che a causa della crisi sono costretti a licenziare, coppie che nell'impossibilità di avere figli naturali ricorrono ad aiuti esterni, donne delle pulizie sull'orlo di una crisi di nervi, madri volitive, guaritrici, uomini gelosi, ciechi assatanati, bambine affette da irritazione della pelle e cani capricciosi. La struttura corale e ad incastri presenta sempre peculiarità interessanti, perché offre l'opportunità di entrare in contatto con una moltitudine di personaggi non per forza allineati, ognuno con le proprie motivazioni e il proprio personale punto di vista. Nell'opera di Diego Lerman, però, lo sguardo non si rivela particolarmente incisivo, né in relazione all'aspetto sociale (non basta la scritta "sporco capitalista" sul muro di una casa per riassumere un disagio), e nemmeno per quanto riguarda l'intimità dei personaggi e la messa a nudo dei loro conflitti. Si procede per accumulo, con una certa grazia d'insieme, senza però che qualcosa arrivi a scalfire.

Voto:  5,5                                                        Luca Baroncini

 

Offscreen
(Christoffer Boe)

(Danimarca  -  93')

Nicolas Bro giganteggia nella parte di Nicolas Bro – un uomo intento a girare un film su se stesso. Il suo amico Christoffer Boe gli presta una telecamera e gli dice di riprendere tutto, un consiglio che Bro prende sin troppo alla lettera. Le sue continue riprese fanno impazzire sia sua moglie Lene che i suoi amici, e quando infine Lene decide di farla finita e si trasferisce a Berlino, Nicolas – ossessionato dal pensiero di riconquistarla e continuando a riprendere l’intero processo – inizia il suo inevitabile declino autodistruttivo.


The Danish Ego Project

Un uomo, ossessionato dal proprio ego, decide di riprendersi 24 ore su 24 con una telecamera. In pratica, allestisce una sorta di "Grande Fratello" con un unico protagonista: se stesso. Il confine tra realtà e sua rappresentazione attraverso la finzione diventa così sempre più labile. In pratica, il protagonista trasforma la sua vita in un film e imbastisce la propria relazione affettiva sulla base di una vera e propria sceneggiatura. Tanto che quando la moglie lo abbandona pensa di sostituirla con un'altra "attrice". Ovviamente il delirio è dietro l'angolo e l'incapacità del protagonista di uscire dal proprio film mentale lo porterà inevitabilmente alla follia. L'idea non è male. Anche perché lo spettatore si trova a interrogarsi sul limite delle immagini per mezzo di una finzione che imita la realtà (e questo nel cinema accade sempre) spacciata, però, per verità (come la televisione vorrebbe darci a bere). Con la sensazione, spiazzante, di non riuscire bene a distinguere il vero dal simulato. Una sorta di "The Blair Witch Project" dei sentimenti in salsa danese. Ciò che colpisce intellettualmente, però, alla prova più importante, quella della visione, pesa come un macigno e il costante primo piano del protagonista che si auto-riprende, aggiungendo continui vaneggiamenti alla sua pazzia, finisce per blandire il risultato. Non sarà un esercizio di stile, ma ha più a che fare con la sperimentazione artistica che con il cinema.

Voto:  5,5                                                   Luca Baroncini


Voto:  5                                                          Manuel Billi


Voto:  4                                                          Luca Pacilio

 

Rêves de poussière
(Laurent Salgues)

(Burkina Faso/Canada/Francia  -  86')

Per sfuggire alla miseria dovuta dalla siccità e soddisfare i bisogni della sua famiglia, Mocktar, un contadino nigeriano, decide di andare a lavorare per una stagione in una miniera d'oro del Burkina Faso. Le condizioni di lavoro sono spaventose e la vita della piccola comunità oscilla tra rassegnazione e ossessione per l’oro.


La “febbre dell’oro” africana

L'ambito è quello del cinema di denuncia. Questa volta, però, sotto l'occhio indiscreto della macchina da presa c'è un fenomeno di migrazione poco conosciuta: quella interna. Siamo abituati a sentire di africani alla ricerca di una vita migliore in Europa, invece il protagonista dell'opera di debutto di Laurent Salgues è un africano, che passa dalla Nigeria al Burkina Faso in cerca di fortuna nelle miniere d'oro. Le condizioni di lavoro sono disumane, la morte è sempre in agguato e la giornata passa per buona parte dentro cunicoli sotterranei a più di quaranta metri di profondità. Il film prende però le distanze dal documentario e si concentra su un uomo ancora in grado di scendere a patti con la propria dignità: dal suo primo giorno di lavoro, alla scoperta della prima pepita. Con una sceneggiatura di cui si percepisce la misura, alla larga dal sensazionale e dal pugno nello stomaco, ma non per questo meno incisiva nella denuncia. Anzi, finalmente un'opera che non cede alla tentazione del ricatto per smuovere le coscienze. Suggestiva la fotografia, giocata sul contrasto tra il bagliore accecante del paesaggio desertico e il buio dei cunicoli e delle notti stellate, mai estetizzante ma in grado di lasciare tracce di luce nella memoria.

Voto:  7                                                           Luca Baroncini


Voto:  7                                                             Manuel Billi

 

 

 

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