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Fallen(Falling)
(Barbara ALBERT) (Austria
- 88') |
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Cinque amiche si ritrovano dopo quattordici anni nella loro città natale in occasione del funerale del loro professore più caro.
Dal funerale al matrimonio, il film della Albert tocca tutte le stazioni canoniche del percorso tra passato, presente e futuro, concentrandolo nell’ambito di alcune tappe-simbolo (non manca la balera, no). Sorta di Grande Freddo tutto al femminile, con le amiche (tutte con esperienze di vita furbescamente differenziate) che si reincontrano dopo tempo e giocano al confronto delle loro esistenze (il relativo corredo è completo, prevedendo successi, crisi, fallimenti, ripicche, amori, tradimenti incrociati¶lleli) dietro l’apparente superficie dell’entusiasmo del ritrovarsi. Unico sussulto i fermoimmagine - didascalia visiva alla successiva tranche narrativa - non riproposti in motion ma da collocarsi a posteriori nella sequenza. Per il resto solida e un po’ tediosa televisione austriaca, con scavi psicologici a esiti alterni, strategico confronto generazionale, ferite aperte, chiuse e/o cicatrizzate. L’osservanza generale delle convenzioni se non fa mai scadere il prodotto, che rimane corretta opera imperniata sul gioco attoriale, non riesce però a fargli scrollare di dosso l’etichetta anonima che lo contraddistingue.
Quota rosa del concorso veneziano?
Voto:
5
Luca Pacilio
Compagne di scuola
Sarà anche un luogo comune, ma perché i film
austriaci, soprattutto quelli che si vedono ai festival, hanno
protagonisti gelidi, una luce plumbea e il non detto come perno narrativo?
"Falling", di Barbara Albert (già in concorso a Venezia nel
1999 con "Nordrand") rientra a pieno titolo nel cliché. La
giovane regista (classe 1970) fa una sorta di "Grande freddo alla
viennese" con l'incontro di cinque ex-compagne di scuola che si
ritrovano, a una quindicina d'anni dall'esame di maturità, per
partecipare al funerale di un loro professore. Le tipologie caratteriali,
nell'antipatia che accomuna il quintetto, sono equamente distribuite:
l'arrivata, la sciroccata, la dura, la frivola e l'introversa. Il film
segue il loro vagare per due giorni e una notte alla ricerca della
confidenza perduta. Per fortuna non è tempo di bilanci e il piangersi
addosso è solo sfiorato, ma la grevità non manca all'appello (il destino
carcerario di una del gruppo). Nonostante il soggetto pluri-inflazionato
la regista riesce con pochi fronzoli a raccontare l'intimità dei
personaggi e l'anonimità dei luoghi in cui scorre la vicenda (la scuola,
il ristorante, la festa di matrimonio, la discoteca) contribuisce a dare
verità al loro sentire. Un po' di leggerezza, comunque, ritrovata solo
nel finale tutto sommato ottimista, avrebbe giovato. Nel punto di vista
rigorosamente femminile l'uomo è ospite non per forza gradito e solo al
momento del bisogno ammesso al cupo convivio.
Voto:
5,5
Luca Baroncini
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La stella che non c’è(The Missing Star)
(Gianni AMELIO)
(Ita/Fra/Svi/Singapore
- 103') |
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Una delegazione cinese arriva in Italia per rilevare un grande impianto da un’acciaieria in disarmo. Vincenzo Buonavolontà, manutentore, è convinto che l’altoforno in vendita non sia in buone condizioni ma quando scopre quale è il difetto dell’impianto i cinesi sono già ripartiti. Vola allora a Shangai per portare la centralina modificata all’impresa acquirente
Tratto dal romanzo di Rea La dismissione, il film di Amelio descrive l’impresa donchisciottesca di Buonavolontà (nomen homen), carattere fuori dagli schemi, protagonista di un viaggio quasi favolistico in una Cina che scopre diversa da quella immaginata e suggerita dai media. L’esperienza nel gigantesco Paese, tra coincidenze irreali e incontri di varia umanità, si impregna di riflessioni sullo stato delle cose, sulle contraddizioni di un popolo diviso tra tradizione atavica e progresso dilagante, di sguardi su una realtà che incombe, ed è il nucleo centrale di un film che parte piuttosto bene: l’incipit, la cosa migliore di tutta la pellicola, è denso - un paio di colpi d’ala di indubbia suggestione - ma costituisce una premessa purtroppo fuorviante. Non appena inizia il girovagare del
protagonista nel territorio cinese l’opera si sgretola pian piano mettendo in luce i difetti di una sceneggiatura totalmente inadeguata, piena zeppa di semplicismi, sottolineature e irritanti imbeccate allo spettatore. Amelio non ha il coraggio di assecondare a pieno la forza delle sue immagini e gira l’ennesimo film “dentro la notizia” senza rinunciare a chiuse didascaliche e a toni dissimulatamente predicatori.
Fiaccata da una dialogistica esile, la pellicola, itinerante com’è nella cifra del regista, non riesce neanche a chiudere la partita in tempo (il pianto di Castellitto, in una prova non folgorante, poteva essere un the end dignitoso) non rinunciando all’appiccicaticcio siparietto finale, che ci rassicura sul destino dei protagonisti ma non certo sullo stato di forma dell’autore.
Voto: 4,5
Luca Pacilio4,5
Luca Pacilio
La Cina è vicina
Si dirà che l'importante è viaggiare e non
giungere a destinazione, ma per comprendere appieno il senso del viaggio
è necessario almeno capirne le motivazioni. Il problema del film di
Gianni Amelio è proprio nella sceneggiatura (per restare nella
metafora, ciò che dà carburante al film permettendo al viaggio
cinematografico di compiersi). L'on-the-road in un paese che alterna la
monumentalità e il caos delle grandi città alla vita rurale dei
piccoli paesi sparsi nella immensa provincia, è molto interessante e
istruttivo, perché mostra la doppia faccia della Cina attuale: un
enorme cantiere a cielo aperto dove si rincorre la modernità senza
tenere conto delle persone, intese non come forza lavoro, ma come esseri
umani in cerca, come tutti quelli che possono permetterselo, di serenità
e gratificazione. Parlare in Cina di diritti del cittadino e del
lavoratore appare quanto mai illusorio e il film mostra i luoghi e le
facce, fa sentire gli odori, mettendo lo spettatore in grado di
comprendere meglio le contraddizioni di una realtà geograficamente
lontana. Al di là dell'immersione in un'altra cultura, però, la storia
e il suo sviluppo hanno gambe assai fragili. Intanto perché del
protagonista non sappiamo nulla, se non che è (era?) un operaio
specializzato nella manutenzione di un altoforno venduto a una società
cinese. Forse è un idealista (già il cognome Buonavolontà è un
segnale), ma per tutto il film ci si domanda chi paghi il suo viaggio e
il motivo di tanta determinazione nell'affrontarlo. Poi, appena arrivato
a Shanghai, città con milioni di abitanti, incontra per caso, e
riconosce, l'interprete cinese che aveva visto mesi prima in Italia per
non più di cinque minuti. Ma le coincidenze non sono finite e pure il
finale a mezze tinte propone un improbabile ritrovarsi dei due
protagonisti in una stazioncina persa nel nulla. La strana coppia,
l’operaio e l’interprete locale, nella parte centrale funziona
invece a dovere, nel senso che il confronto tra culture diversissime
soddisfa la curiosità e trova momenti di tenerezza coinvolgenti. Poi un
sentimentalismo un po’ forzato prende il sopravvento e mina
ulteriormente le già deboli basi narrative. Peccato, perché
l’occasione era davvero perfetta per fare incontrare le ragioni del
cuore con un’inconsueta indagine sociale. Nella freddezza del
risultato si distingue comunque l’ottima interpretazione di Sergio
Castellitto, ancora una volta capace di incarnare pregi e difetti
dell’italiano medio con una studiata misura in cui gli egoismi
bilanciano gli slanci affettivi. Un “tipo” che forse esiste
prevalentemente al cinema, ma capace di offrire importanti appigli
all’immedesimazione.
Voto: 5,5
Luca Baroncini
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The Fountain
(Darren ARONOFSKY)
(U.S.A.
- 96') |
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E’ l’amore che conduce a sfidare la mortalità: ieri, oggi e domani.
The fountain è il film di un regista di culto (un culto frettolosissimo al punto da sembrare prefabbricato) che verrà ulteriormente alimentato: cinque anni di distanza dal predecessore (l’insopportabile benché amatissimo Requiem for a dream), vicende produttive travagliate (Brad Pitt che abbandona il progetto), l’attesa fattasi – chissà perché – spasmodica per un’opera in odore di flop (il flop proprio del film malato da rivalutarsi prossimamente) che segna un nuovo cambio di scenario per il regista, qui alle prese con un complicato fantasy drammatico. Tema: la ricerca dell’eterna giovinezza (la Fontana è proprio quella), mitologia comune a molte culture. Livelli temporali: tre (i secoli sedicesimo, ventunesimo, ventiseiesimo). Protagonista maschile: uno e trino [il conquistador Thomas , lo scienziato Tommy, l’astronauta (Major?) Tom]. Obiettivo: unico per tutti i Tommasi in gioco, ovvero salvare, ri-conquistare il proprio amore [la Regina, la Moglie, l’Amata (che è poi sempre Izzi, la Moglie… vabbè, lo capite da soli)]. Le storie si intrecciano e si inscrivono l’una nell’altra tra slanci visionari e derive new age fuori tempo massimo, tra commozione plasmata ad arte e tensioni raffreddate, tra bolle in viaggio nello spazio e scimmie operate al cervello, tra recriminazioni&pianti e scene madri, peli che si rizzano sulla corteccia dell’Albero della Vita (sì!) e linfa-sperma a fecondare qua e anche là. L’autore sembra straconvinto e porta avanti caparbiamente un discorso che può suonare presuntuoso (e forse lo è) ma che ha il merito, indiscutibile, di non cadere mai nella tentazione di una facile autodecodifica.
Il finale è la fiera del kitsch, l’apoteosi roboante della sciocchezzuola, con le musiche effettate del fedele Mansell (acchiappano, diciamolo): un pasticciaccio talmente brutto (ma anche no) da toccare il sublime. Perché The fountain sarà pure paccottiglia ma il signor Aronofsky sa marchiarla a fuoco (la densa fotografia, che vira sul bianco e l’oro, è di un altro habitué del regista, Matthew Libatique) e mostra di conoscere perfettamente l’eccesso che innerva in ogni fotogramma (ogni dettaglio è curatissimo, dalle scenografie ai costumi) se è vero, com’è vero, che dopo la visione il film continua a perseguitarci, torna ad ondate, evocato e deriso, rimeditato tra sfottò e mugolii di dubbio, compatito con espressione disgustata, discusso e vituperato ma - come il novello Budda-Hugh Jackman nella navicella/sfera - ancora tenacemente, indiscutibilmente lì, al centro esatto della nostra zucca.
Voto: 7
Luca Pacilio
Voto:
4
Manuel Billi
4
Manuel Billi
Voto:
5,5
Luca Baroncini
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Hollywoodland
(Allen COULTER)
(U.S.A.
- 126') |
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La storia vera di George Reeves, l’attore che impersonava Superman nell’omonima serie tv statunitense, trovato morto, con una pallottola in corpo, il 16 giugno 1959.
Parabola sulla giungla hollywoodiana: ci si prostituisce per la visibilità e la fama, dietro il lustrino il fango, mentre il mondo va in rovina si bada alla pagina del gossip (per una foto rubata ci si venderebbe la madre). Per chi cerca il successo ad ogni costo esiste solo l’attimo perché nessuno vuole essere felice domani e se lo si deve ottenere attraverso un compromesso (la tv) lo si accetta con tutto quello che comporta.
Il film offre la doppia prospettiva del racconto al passato (la vita di Reeves) e quella del presente (le indagini dell’investigatore sulla misteriosa morte dell’attore) modulando, con esiti altalenanti, sui due temi fondamentali: il ruolo come gabbia soffocante dell’attore, il tentativo dell’investigatore fallito di riconquistare il figlio smentendo la tesi del suicidio del suo idolo.
Coulter mette il dito in una piaga ma si guarda bene dal rigirarlo, optando per un registro da noir edulcorato che butta a mare gli innumerevoli spunti che la vicenda mena con sé e ponendo l’opera nell’ambito dell’innocua produzione televisiva (dalla quale peraltro l’autore proviene), buona per ogni palato. Voto:
5,5
Luca Pacilio5,5
Luca Pacilio
Voto:
6
Manuel Billi
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Nuovomondo(Golden Door)
(Emanuele CRIALESE)
(Italia/Francia
- 120') |
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Il
viaggio della speranza di una famiglia siciliana, i Mancuso. In nave, il
capofamiglia Salvatore si innamora di una misteriosa americana in cerca
di marito…
Vincitore del Leone d’Argento “Film Rivelazione”, riconoscimento
creato ex nihilo per non lasciare senza premi il film più amato dalla
critica internazionale, Nuovomondo ha il pregio di non
assomigliare a nessun’altra opera, di non inseguire o ricalcare
modelli sebbene i referenti cinematografici siano presenti in filigrana
(Visconti in primis, ma anche il Buñuel de Los Olvidados) e,
cosa rarissima nella nostra cinematografia, sottende una precisa idea di
cinema. Crialese guida il racconto con maestria, evita di adeguarsi con
un tocco “pauperistico-lacrimevole” ad un soggetto così abusato. Al
contrario, ha il coraggio di trattare la materia narrata con un’ironia
non sprezzante: la foto di rito scattata prima della partenza, il test
psicoattitudinale a Ellis Island, in cui la candida ingenuità di
Salvatore “annulla” le insidie della prova ed annichilisce i
presenti con una straordinaria dimostrazione di intelligenza messa al
servizio della pratica, del gioco manuale.
Con uno stile asciutto segnato da un rigore che quasi mai cede alla
spettacolarizzazione degli eventi, il regista di Respiro rischia
tutto puntando sul piano medio, evitando di cadere in vacui “tornatorismi”,
ma anzi parcellizzando lo spazio, reiterando immagini ora asimmetriche,
ora composte seguendo le linee geometriche del profilmico, onde produrre
quadri nel quadro mai gratuitamente confezionati, essendo il film
incentrato sulla convergenza/scontro tra opposti che trovano in tale
alternanza “compositiva” la loro configurazione filmica: la presunta
razionalità del “nuovo mondo” vs l’“a-razionalità” delle
società arcaiche. Il fatto che la nave non sia mai ripresa in campi
lunghi e che la scena potenzialmente più “spettacolare”, quella
della tempesta, consista essenzialmente nella collazione di piani
ravvicinati dei corpi feriti, accasciati al suolo, dei migranti sono
indice di una raggiunta maturità di “sguardo”. La negazione di una
visione d’insieme e la proliferazione di dettagli fa il paio con le
soluzioni adottate nella descrizione e rappresentazione dei personaggi,
che si “dispiegano” nelle immagini senza “spiegarsi” o “essere
spiegati” da altri, attraverso i gesti più che le parole.
L’evoluzione del rapporto tra la famiglia siciliana e la misteriosa
americana passa prevalentemente attraverso lo sguardo. Crialese
sottolinea l’importanza del riconoscimento, dell’universalità di
quel muto dialogare, addirittura “rompendo” l’equilibrio e la
“compostezza” del racconto con segmenti isolati di struggente
“verità” (Lucy e Donna Fortunata, sedute sul letto, in silenzio, un
fugace scambio di sguardi, la musica che sottolinea l’avvenuta, mutua
“comprensione”).
Immagini e racconti dalla e sull’America che alimentano sogni di
gloria ed invitano al viaggio: galline e ortaggi giganteschi, fiumi di
latte, alberi da cui cadono monete. Era sicuramente rischioso ricorrere
al simbolo, alla metafora. Proprio perché non posticce o calate
dall’alto, ma mediate da un personaggio (di fatto sono immagini
mentali del protagonista, letteralmente “sogni ad occhi aperti”
condizionati dai racconti e dai fotomontaggi), le parentesi
simbolico-oniriche s’innestano perfettamente nel racconto
“realistico”, contribuendo ad avvolgere il tutto in una densa aurea
mitica, arcana, a-temporale: il viaggio verso l’America diviene così
un tragitto simbolico verso un Paradiso ideale, utopico, una sorta di
quasi biblica mitopoiesi al di fuori del tempo e della Storia. Il
momento fatidico del distacco dalla terra madre è reso con una delle
inquadrature più potenti del cinema italiano recente: la nave che si
allontana lentamente dal porto, come ad aprire una ferita, una
lacerazione intima non rimarginabile. E’ più di un semplice racconto
di emigranti, è forse più legato al tema universale della perdita e
dell’abbandono, dell’allontanamento dal ventre materno (poi
suggellato dallo straziante addio alla madre nel finale) verso mete
“(in)immaginabili” ed invisibili. Infatti, come la nebbia milanese
secondo Totò, l’America c’è, ma non si vede…
Voto:
8,5
Manuel Billi
Voto:
6
Luca Pacilio
Voto:
7,5
Luca Baroncini
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Children of Men
(Alfonso CUARÓN)
(GB/U.S.A.
- 114') |
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Nel 2027 il mondo è in preda al
caos: terrorismo, repressione violenta, segregazione razziale. E le
donne non partoriscono più…
Tratto da uno dei romanzi più
celebrati della giallista inglese P. D. James, l'opera dovrebbe segnare
il ritorno di Cuarón al "cinema d'autore" (?), come se il
regista di Y tu mamá también ci avesse regalato, in passato,
grandi capolavori personali e non avesse realizzato su commissione il
suo lavoro a mio avviso migliore, il terzo episodio della serie di Harry
Potter.
Fantascienza "morale", politica, "alta" verrebbe da
dire, volendo chiaramente "dialogare" col presente e fungere
quasi da ammonimento. Il grave errore commesso dal regista è prima di
tutto "teorico": non avendo fiducia nelle capacità del
"genere" stesso di veicolare o stimolare indirettamente
riflessioni di carattere filosofico o politico (e ciò denota una poco
invidiabile ignoranza della storia del cinema), non si perita di
denaturarlo, cercando di riconfigurarlo non in funzione di un racconto
più complesso, ma della trasmissione di un Messaggio. Quest'ultimo,
sottolineato e ratificato istericamente ogni tre minuti, finisce col
divorare la narrazione, che diviene puramente pretestuosa, fiacca. Non
vi è nulla da leggere in filigrana, tutto è gridato, non vi è un
personaggio che non incarni un Valore o non sia riconducibile ad una
figura vetero o neotestamentaria. Azione, pausa di riflessione,
pistolotto da predicatore solitario, azione, pausa meditabonda, predica
su cosa potremmo diventare e così via, verso il "domani":
questa, in sintesi, la rigida scansione degli eventi.
I tanto osannati piani sequenza, sicuramente ben realizzati, sono puro
fumo negli occhi, esercizi di buona calligrafia esposta ex cathedra da
un saccente imbonitore, tonitruanti, avvolgenti ma fondamentalmente
gratuiti, con tanto di risaputa macchia di sangue ad imbrattare l’obiettivo
per buoni cinque minuti (altro che Spielberg!). La "visione del
futuro" veicolata dal film, in più, non è dissimile da quella che
può avere un bimbo al primo anno di catechismo che la sera, complessato
e avvinto dai sensi di colpa per il Male nel mondo, guarda il
telegiornale e capisce che non c'è più speranza. Un immaginario certo
verosimile, ma di una prevedibilità sconcertante ed ingenuo il regista
che gli dà forma, nel suo ostinato ricorso al simbolo, alla metafora
sguaiata, ostentata per spettatori progressisti cattolici e molto di
bocca buona: dai migranti deportati alla nave del futuro nomata molto
sottilmente "Tomorrow", fino allo stesso "fatto" a
cui ruota attorno la narrazione, una inevitabile fine della fertilità
femminile.
Un prodotto Midcult irritante come pochi, con personaggi e
situazioni di dubbio gusto (l'hippy Michael Caine, che fuma canne
ascoltando "Ruby Thursday" versione Battiato!; o la podofilia
latente nel paracristologico dettaglio degli infradito che lo scalzo
Clive Owen è costretto ad indossare) e ammiccamenti "arty"
per chi ha studiato (un David michelangiolensco tanto per gradire,
Guernica in sala riunioni per allietare gli invitati, un porco volante
“à la Pink Floyd" che fa molto modernariato). Julianne Moore
schiatta dopo 40 minuti, mentre l'indomito Clive resiste fino alla fine:
molto glamour e molta classe, due espressioni due (con o senza trench,
lui che sarebbe un ottimo attore), ma riuscire a rendere credibili
dialoghi che paiono scritti dai fratelli Wayans sarebbe stata impresa
ardua anche per un Lawrence Olivier in piena forma. Il film più
sopravvalutato della Mostra, addirittura più detestabile del film di
Aronofsky, che certo è puro "onanismo misticheggiante", ma
almeno è un oggetto "unico" ed originale, benché frutto di
un “delirio sincretistico” per il quale non mi sorprenderebbe il
ricorso ad un TSO.
Voto:
3,5
Manuel Billi
Voto:
4
Luca Pacilio
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The Black Dahlia
(Brian DE PALMA)
(U.S.A.
- 120') |
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Anni 40: Bucky Bleichert e Lee Blanchard investigano sull'omicidio di Elizabeth Short, un'attricetta hollywoodiana il cui corpo è stato orrendamente mutilato.
Dalia noir
Il romanzo da cui il film è tratto parte da una storia vera: nel 1947 il caso Black Dahlia, il brutale assassinio di una starlet hollywoodiana, tanto orrendo da indurre le autorità a non divulgarne le immagini, sconvolge gli USA; il primo omicidio della storia ad essere gestito dai media rimane a tutt'oggi irrisolto. L'opera di Ellroy, che intorno a quel delitto ricama una vicenda fittizia, è complessa e stratificata, nel libro convivendo molte linee narrative ben distinte che (Chandler docet) si incrociano con opportuna puntualità: la storia dell'incontro e dell'amicizia tra Lee e Bucky (un lungo preambolo che ci conduce alle successive complicazioni sentimentali - il rapporto triangolare con Kay -), l'omicidio di Dalia Nera e le relative indagini (con fitti intrichi di sottotrame, compresa la vicenda umana della vittima), il passato di Kay e il suo rapporto con DeWitt, il rapporto tra Lee e Madeleine, la scomparsa di Lee e la ricerca di Bucky (con brusco cambio di scenario: Tijuana).
E' importante la precisazione relativa alla complessità narrativa del romanzo poiché questa consente di apprezzare vieppiù l'abilità con la quale lo sceneggiatore Josh Friedman (che ha lavorato sullo script per due anni) condensa i temi fondamentali, distillando l'essenza del testo senza compromettere la tenuta della narrazione. L'adattamento è efficace nella scelta dei percorsi da seguire, drastico nel tagliare alcuni frammenti che sembravano invece scritti per il grande schermo, nel modificare o semplificare certi passaggi per puntare decisamente sull'approfondimento del carattere dei personaggi a tutto scapito (non è una critica, è una constatazione) del lato "investigativo" della faccenda (è evidente come a De Palma, e ad Ellroy del resto, non importi il whodunit quanto misurare l'impatto che il delitto ha sull'ambiente descritto e sui protagonisti): lo stesso porre il corpo esanime della vittima lontano dallo sguardo degli spettatori, sorta di quinta visiva e mentale che inquadra la vicenda più che centrarla, insistendo piuttosto sul diretto confronto con la donna viva (i provini
(1)) ne è ulteriore dimostrazione. Se è vero poi che l'ossessione necrofila del protagonista è più intuita che decodificata è vero d'altronde che le fitte implicazioni che il personaggio ha con gli altri caratteri, riesce a far emergere, con bella disinvoltura e nei momenti cruciali, la loro pervicace tendenza a mentire, il loro essere sempre, e per motivi differenti, compromessi con la realtà nella quale sono calati: in questo senso Bucky risulta progressivamente e coerentemente una marionetta manovrata per scopi oscuri che verranno infine a galla.
Cosa può aver attirato il regista (l'adattamento nasceva per David Fincher che avrebbe dovuto dirigerlo nel 1997) sembra piuttosto chiaro: Hollywood come fabbrica di corpi, il cinema - anche pornografico - come sfondo e chiave di lettura
(2), l'ossessione VERTIGinOsa per la riproduzione in vita di un cadavere che tormenta l'inconscio (Madeleine come body double della Dalia Nera), la torbida sessualità, temi cari al Nostro che però l'autore lascia delicatamente sottotraccia, l'affresco, splendidamente fotografato da Zsigmond, avendo un respiro meno soffocante e personalizzato del solito. In effetti anche se Ellroy ci tiene a precisare che "il fottuto noir è fottutamente morto" (nella letteratura), Black Dahlia (il film) si pone, anche ed ovviamente, come un omaggio, molto rispettoso e poco giocoso (questo ha deluso chi si pone davanti allo schermo con le famose, deprecabili aspettative) a un'era del cinema, a una galleria di archetipi, a un'atmosfera e a un genere: dalle dissolvenze a tendina, dalle movenze esasperate degli attori (i loro toni, i loro corpi - perfetta le scelta di ciascuno di essi, in particolare di Hartnett che ha presenza, espressioni e caratteristiche fisiche perfette per il suo ruolo -), alla scritta The End che campeggia classicamente nel finale, tutto risulta funzionale a questo discorso finemente ripropositivo. Così la voice over, che è una diretta emanazione del racconto ellroyano, svolto in prima persona, risulta di fatto elemento ulteriore lavorato per mantenere il film sul solco della tradizione alla quale si rifà direttamente. Su questa base pregna De Palma naviga magistralmente, dirigendo con solida maestria il suo splendido cast, concedendosi qualche numero (perfettamente integrato e mai isolato virtuosismo): la straordinaria scena nel locale lesbo (KD Lang che canta in smoking), il bellissimo piano sequenza dall'alto (la mdp parte da una donna, passa a seguire un'automobile prima e una bicicletta poi, per planare sulla lite della coppia che cammina), la mirabile soggettiva (lo sguardo di Bleichert) in casa Linscott - uno dei momenti più memorabili del film - scena che fa virare l'opera su un registro grottesco efficacissimo nel rendere appieno la follia di questa dissimulata famiglia Addams - sequenza apparentemente demenziale ma carica (lo dirà il senno di poi) di indizi -, la morte di Lee, riconoscibile firma all'intero lavoro.
1) A proposito dei provini, la voce fuori campo che li conduce è (nella versione originale, ovviamente) quella di De Palma che ha confermato in conferenza stampa di aver tenuto buoni i veri provini della Kirschner, onde mantenere intatto quel carattere di naturale incertezza che li animava. [^] 2)
L'immagine del quadro del pagliaccio è molto presente nella mente dell'assassino. De Palma: "Quale è il modo migliore per mostrare questo particolare? C'è un film... Certamente c'è stato". Così i protagonisti vanno al cinema a vedere L'uomo che ride di Paul Leni, tra l'altro pellicola della Universal, una delle prime della storia a inserire elementi di sonoro.[^] Voto:
8
Luca Pacilio8
Luca Pacilio
Voto:
7,5
Manuel Billi
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Bobby(Work in progress)
(Emilio ESTEVEZ)
(U.S.A.
- 120') |
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Los Angeles, 1968. Ventidue personaggi all’Hotel Ambassador alla vigilia del giorno in cui il candidato alla presidenza degli Stati Uniti, Robert Kennedy, venne ucciso.
Estevez presenta alla Mostra una versione di Bobby non ancora licenziata, quindi suscettibile di cambiamenti. Il regista tenta l’opera corale à la Altman riunendo nell’unità spaziale (l’hotel di Los Angeles nel quale verrà assassinato Bobby Kennedy, location reale di molte scene del film –l’edificio è stato demolito proprio all’indomani delle riprese -) un drappello di personaggi (sono tutti attori riconoscibili, una vera parata di star) ma fa un buco nell’acqua: la scrittura è discontinua, quasi tutte le situazioni risultano deboli, la retorica è più forte di tutto. Mentre alcuni siparietti (quello con Elijah Wood, quello con Martin Sheen) sembrano solo orridi riempitivi, gli altri scricchiolano alquanto e non basta il buon livello attoriale a risollevare le sorti di un film ambizioso (le cucine mettono didascalicamente in scena gli esasperati conflitti razziali dell’epoca) ma inconcludente: il puzzle intimista attraverso il quale si dovrebbe leggere l’idealismo kennediano come una strada di speranza per un cambiamento concreto di una realtà sempre più disgregata (visione politica alternativa che non ebbe mai modo di essere applicata) è semplicistico e privo di spessore.
Lo scampolo meta (Demi Moore che parla alla Stone di come il pubblico ti dimentichi una volta che si invecchia) fa sorridere ma è totalmente fuori luogo. Il piglio è indipendente e vagamente artistoide (la camera a mano), i toni vari (si va dall’amaro, al brillante al drammatico, come da prassi in un film del genere) ma è tutto fumo negli occhi, il risultato deludendo sotto ogni aspetto.
PS – Consiglio al regista: il predicozzo finale va sforbiciato! Voto:
4,5
Luca Pacilio
Voto:
5,5
Manuel Billi
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The Queen
(Stephen FREARS)
(GB/Francia/Italia
- 97') |
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Quando
la notizia della morte della Principessa Diana si diffonde tra una
popolazione britannica scioccata e incredula, la Regina Elisabetta si
ritira nel castello di Balmoral con la sua famiglia, incapace di
comprendere la reazione alla tragedia. Per Toby Blair, il popolare
neoeletto Primo Ministro, è tangibile il bisogno della gente di essere
rassicurata e supportata da parte dei propri leader. Mentre questa
ondata di emozioni senza precedenti cresce sempre di più, Blair deve
trovare un modo per riavvicinare la regina al suo popolo.
I
segreti della Corona
Stephen
Frears è un regista prolifico e discontinuo. Dopo il modesto Lady
Henderson presenta c'era da temere il peggio al cospetto,
nientepopodimeno che, della Regina Elisabetta d'Inghilterra. Invece il
miracolo si compie e la difficile materia diventa un film di grande
finezza. La sfida appare ardua: parlare di un personaggio popolarissimo,
e tuttora vivente, partendo dalla tragica morte della chiacchieratissima
principessa Diana. Il rischio è di ferire la sensibilità di chi ha
vissuto il dramma in prima persona traviando la realtà. Una realtà
che, ovviamente, è sconosciuta ai più, visto che al di là del
visibile (in pratica tutto ciò che i media sono riusciti ad
accaparrarsi) è tutto basato su un punto di vista per forza di cose
soggettivo. Invece, lo splendido copione di Peter Morgan (giustamente
premiato al Festival di Venezia insieme alla sublime protagonista Helen
Mirren), è molto attento ad alternare, con estrema leggerezza e acume,
i fatti oggettivi con una personale interpretazione. La regia di Frears
coadiuva perfettamente la sceneggiatura, avvicendando nella fiction
immagini di repertorio con finte immagini di repertorio, finendo per
dare vita a una realtà altra perfettamente credibile. Tra le varie
licenze narrative, non stona nemmeno la figura metaforica del cervo in
libertà, incontrato nei boschi, a cui la regina consiglia la fuga, che
senza bisogno di parole esplicita con felice intuizione la comprensione
nei confronti dell'irrequietezza di Lady Diana da parte di una donna che
ha anteposto, con ferrea volontà, la corona a qualsiasi pulsione. Molto
riuscita anche la figura conflittuale di Tony Blair, verso il nuovo e lo
svecchiamento delle istituzioni, ma ancorato a un punto di vista
nonostante tutto ancora conservatore. Se la sceneggiatura non perde un
colpo, ricca di dialoghi sferzanti in grado di riassumere complicati
stati d'animo con una battuta, anche il cast non è da meno. Il rischio
di un baraccone grottesco e caricaturale, basato sull'imitazione, era
molto grande, invece, pur nella somiglianza fisica, Helen Mirren e
Michael Sheen smettono di essere attori che imitano la vita e diventano
la Regina Elisabetta e Tony Blair.
Voto: 8
Luca Baroncini
Cronaca reale
La forza del film di Frears è tutta nello script di Peter Morgan che, con acuto senso della verosimiglianza, dopo un attento studio delle fonti e un lavoro di accurata ricostruzione, riesce a far convivere in maniera a tratti sorprendente l’approccio realistico con il pamphlet; non importerà neanche allo spettatore più malizioso sapere quanta verità ci sia in questi supposti retroscena: la faccenda narrativamente funziona, e funziona dall’inizio alla fine.
Frears ritrova la sua vena migliore (si guardi al modo in cui risolve l’episodio dell’incidente di Diana), sfrutta al meglio tutti gli spunti, usa con misura e intelligenza i filmati di repertorio, vira in sontuosa sit-com alcuni siparietti di vita quotidiana a Buckingham Palace (sarà pure quella Reale, ma i Windsor rimangono una famiglia), fa acida ironia sul governo attuale (Blair ne esce maluccio) e anche se alcuni eccessi di lirismo (l’episodio del cervo) creano squilibrio - in un’opera per altri versi compatta - non arrivano mai a intaccarne l’esito.
Il cast è tutto da amare, ma la Mirren, che si è affidata alle cure di un coach per impostare la voce secondo il registro richiesto (ma noi italiani ce la becchiamo doppiata) e che verrà ricoperta di sacrosanti allori, è a dir poco superlativa nella parte di una Elisabetta splendidamente disegnata: luci e ombre; arcignità e debolezze; donna straordinaria ma figura inspiegabile ad occhi non inglesi - penetrata a fondo, com’è, nell’inconscio del suo popolo -; tormentata dal macigno del suo ruolo e dalla necessità contingente di prescinderne; moglie, madre e nonna, autoritaria soprattutto con i suoi cani, in evidente rapporto freudiano col primo ministro – se la Regina fu all’epoca la figlia di Churchill, è stata poi la moglie degli altri premier e infine la madre di Blair -.
Chi si aspettava dall’arrabbiato regista dei film antithatcheriani degli anni 80 un attacco verticale alla Corona rimarrà sorpreso dalla complessità con la quale, nella generale leggerezza dei toni, la questione della reazione ufficiale della Casata alla morte di Diana e il relativo conflitto tra l’anacronistico formalismo dei Reali e la moderna impostazione del fresco eletto Blair, viene affrontata (il contrasto viene reso anche cinematograficamente: tutte le scene con la famiglia reale sono girate in un classico 35 mm mentre quelle fuori dal palazzo in 16 mm e camera a mano). In fondo pare difficile dar torto alla regina madre – personaggio impagabile che sembra uscito dalla penna di Wodehouse –: se loro, i membri della Famiglia, sembrano vittime folli di un protocollo infrangibile (ma hanno secoli di rigorosissima tradizione sulle spalle e un’etichetta che li ingabbia e, in ultima analisi, li giustifica), allora milioni di persone che sfilano con una candela in mano per omaggiare Diana cosa sono? A dire: i Windsor saranno anche fuori dai tempi, ma la gente è fuori di testa.
Voto: 7
Luca Pacilio
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L’intouchable
(The Untouchable)
(Benoît JACQUOT)
(Francia -
82') |
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La giovane attrice Jeanne, appreso dalla madre di essere figlia di un indiano, un indù “intoccabile”, decide di recarsi in India per
conoscerlo.
Il film di Jacquot si divide in due parti: nella prima (ambientata in Francia) l’opera soffre di alcune lungaggini e di qualche intellettualismo di troppo (il film girato dalla protagonista come pena autoinflitta per trovare i soldi e recarsi in India in cerca del padre), la seconda, ambientata a Nuova Delhi, assume toni quasi documentaristici e colpisce a tratti per la forza delle immagini. Il lavoro è volutamente ondivago e destrutturato ma di ciò non riesce a farsene un pregio, rimanendo sostanzialmente irrisolto.
Splendida Isild le Besco, attrice in continua emergenza (la segnalammo la prima volta per un film di Venezia 2001). Voto:
5,5
Luca Pacilio
Voto:
4
Manuel Billi
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Sanxia
Haoren - Still Life
(JIA Zhang-Ke)
(Cina -
105') |
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Lui ritorna al paese alla ricerca della
moglie che non vedere da più di dieci anni. Lei ritrova il marito che
non vede da svariati mesi. Ma il paese in cui hanno vissuto sta
cambiando, fagocitato dal “nuovo” che avanza…
Produce
un efficace effetto di straneamento lo spiazzante "decollo" di
molti edifici prossimi alla demolizione (una fuga delle tracce
persistenti del passato?), così come la comparsa nel cielo di un disco
volante (come a voler suggerire: i cinesi pronti a conquistare la
galassia, o forse a sottolineare e stigmatizzare il peccato di
onnipotenza di cui si macchiano i fautori della modernizzazione forzata
del paese?). Ancora più spiazzante perché calato in un racconto
realistico, condotto con uno stile piano, contemplativo, quasi
documentaristico (non a caso girato in digitale e quasi gemello di Dong,
nella sezione Orizzonti). Zhang-ke si conferma un talentuoso castigatore
dei cattivi costume del suo paese. Già gli scheletri degli edifici che
facevano da sfondo ai lamenti dei protagonisti del suo precedente film,
il sottovalutato The World, preannunciavano il naturale approdo
ad un racconto che mettesse in primo piano proprio la
"violenza" contro il paesaggio, contro il villaggio inteso
come "luogo della memoria" e della Storia, che è
l'anticamera, sembra suggerirci sommessamente il regista, del tramonto
di una civiltà. Voto:
8,5
Manuel Billi
Voto:
8
Luca Pacilio
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Nue propriété(Private Property)
(Joachim LAFOSSE) (Bel/Lux/Fra
- 92') |
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Una donna vive sola con i suoi due figli gemelli in una casa di campagna in Belgio. Nonostante siano divorziati da anni, lei e suo marito
continuano a scontrarsi di fronte ai figli, due giovani incapaci di badare a sé stessi.
Senza tetto né legge
Quello che impressiona maggiormente nel film di Lafosse, alla sua seconda prova, è la tangibile verità dei personaggi che mette in scena, la grande sensibilità nel renderne le sfumature senza indulgere in spiegazioni posticce o didascalici sguardi al passato: i quadretti familiari che illustrano i rapporti tra i tre protagonisti sono, in tal senso, esempi laceranti di uno stato di fatto che si impone all’occhio in virtù dell’estrema efficacia della rappresentazione; si prenda la madre (la solita Huppert da applauso): il suo personaggio è dipinto con rara profondità di tratto, in ogni dettaglio, slanci e debolezze - la voglia di indipendenza, l’affetto per i figli, la tensione con l’ex marito: indecisioni e colpi di testa, annessi e connessi -. Il regista porta sullo schermo, stante le opportune trasfigurazioni, la propria esperienza personale e descrive il graduale ma ineluttabile collasso di un nucleo familiare con tutto il suo contorno di violenze - trattenute e manifeste, psicologiche e fisiche – e in cui la rivalità tra i due immaturi gemelli (i fratelli Renier, straordinari) rispecchia il conflitto dei due genitori: la casa diventa il terreno e l’oggetto di una guerra senza quartiere che non può che sublimarsi in una tragedia che, opportunamente, lascia aperto il finale. Accanto alla scrittura perfetta il film vanta anche una regia di rara sobrietà che non solo sa lasciare spazio all’improvvisazione del cast ma che dimostra, soprattutto, una rimarchevole gestione dello spazio scenico. Un’opera asciutta e controllata che avrebbe meritato più attenzione. Voto:
8
Luca
Pacilio
Voto:
7,5
Manuel Billi
Voto:
6
Luca Baroncini
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Mushishi
(Bugmaster)
(ÔTOMO
Katsuhiro)
(Giappone
- 131') |
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Un
testo che si impossessa dei corpi, una maledizione secolare…
Da
una leggenda giapponese, il regista Otomo trae un film statico e ben
poco ipnotico, prolisso e visivamente solo a tratti convincente (la
ricomposizione del libro, con le parole che fuoriescono da un corpo che
avevano precedentemente posseduto). Scadenti gli effetti speciali,
monolitici gli attori. Senza ritmo e senza nerbo (a differenza dei
lavori di animazione dello stesso regista). Una delusione.
Voto:
5
Manuel
Billi
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Private Fears in Public Places
- Coeurs
(Alain RESNAIS) (Fra/Ita
- 120') |
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Sei persone sole incrociano i loro destini. A Parigi intanto nevica.
Cuori nella tormenta
Alain Resnais di nuovo alle prese con una pièce di Ayckbourn (dopo il dittico Smoking/No smoking) ribadisce la sua attuale propensione ad usare il teatro per creare cinema; così il testo inglese di partenza è una strada che il regista percorre con un occhio eminentemente cinematografico: si guardi ai movimenti di macchina iniziali che inquadrano i soffitti della casa, le plongée che scrutano i movimenti degli attori nella gabbia del set, i tre studiatissimi zoom (soluzione completamente in disuso e qui utilizzata in chiave spiccatamente espressionistica), le dissolvenze tra le scene (la neve che cade, cfr. L’amour à mort) e il modo in cui la mdp scopre i dettagli e cerca i personaggi mettendone a nudo le emozioni attraverso gli avvolgenti primi piani. Dall’altro lato il dato finzionale proprio del teatro (le scenografie evidenti, la recitazione declamata, gli espedienti della messinscena) sono messi davanti all’occhio dello spettatore (chiamato ancora un volta direttamente in causa perché accetti il gioco) a sottolineare che di artificio si tratta (cfr. tutto il Resnais “teatrale”, da Mèlo all’assurdamente inedito in italia Pas sur la bouche): Resnais allora adotta il testo di Ayckbourn, lo riproduce integralmente (l’unica libertà è il cambio di ambientazione, da
Londra a Parigi, l’adattamento è di Jean-Michel Ribes), fa suo il modo di manipolare il tempo proprio del grande drammaturgo inglese (edito pochissimo in Italia, l’unica pubblicazione di due commedie - ottimamente tradotte da Masolino D’Amico - è oggi pressoché introvabile) e non cerca in alcun modo di sfuggire al meccanismo rappresentativo tipicamente teatrale che lo governa, ma senza rinunciare al suo magistrale modo di entrare nell’opera (l’istintivo abbandono del Maestro: alla Morante che alla vigilia della lavorazione gli chiede come sarà il film il regista risponde: “Non lo so, so solo che nevicherà sempre”) e a trascinare il film fuori dai meccanismi tradizionali del cinema (tutta la sua filmografia reca in sé questa tendenza).
Ancora figure esaminate come cavie di laboratorio (cfr. Mon oncle d’Amerique), caratteri soggetti alle fluttuanti pulsioni che si agitano nell’intimo, dominati dall’incapacità di essere quello che davvero vogliono: tutti hanno possibilità inespresse e si sforzano per metterle in atto, tutti combattono per un riscatto e per dissipare la frustrazione, soggetti paurosamente soli che cercano un rimedio al desiderio di non esserlo. E ancora una volta il libero arbitrio decide fino a un certo punto del nostro destino (non era anche Smoking/No smoking un supremo teorema sulla labilità del Fato?) poiché si incrocia inevitabilmente con quello di altre persone che sono forse destinate a sparire all’istante dall’orizzonte della nostra esistenza ma nondimeno a segnarlo ineluttabilmente. Resnais, dopo i capolavori del passato, legati a riflessioni sulle grandi tragedie, sembra oggi rivolgere la propria attenzione ai piccoli drammi dell’individuo - alle minime fatalità che sovrintendono al suo vissuto - guardandoli con disincanto, con l’ironia rassegnata della vecchiaia, stemperata dall’affetto profondo che dimostra per i personaggi che mette in scena e mai impaurito dalla possibile deriva melodrammatica, quasi cercandola (cfr. ovviamente Mèlo).
La regia distilla il meglio dal meraviglioso cast, tutto da menzionare (le espressioni di Azema – il cui personaggio è l’elemento ambiguo che segna le vite altrui, un po’ diavolo, un po’ santa - alle avance di Dussolier valgono valanghe di premi), la fotografia di Eric Gautier caratterizza ogni ambiente e situazione, la mano del regista risulta felicemente lieve nel disaminare i temi complessi sul piatto (questo film potrebbe quasi suonare come la variante brillante/malinconica al dramma de L’amour à mort).
Riguardo al titolo del film l’autore ha affermato di aver stilato un elenco con un centinaio di possibilità e che, messo definitivamente da parte quello originale dell’opera teatrale, Private fears in public places, Coeurs ha prevalso sull’annunciato Petites peurs partagées (Piccole paure condivise)
che appariva nei flani e nei programmi ufficiali della mostra veneziana. Voto:
9
Luca
Pacilio
Senilità
Incroci del destino a Parigi nel microcosmo della
media borghesia. La derivazione è teatrale, da una pièce di Alan
Ayckbourn, ma il risultato, pur nell'eleganza formale, assomiglia più a
una sit-com, con un siparietto di neve, tipo sigla, a separare i vari
quadri in cui è suddiviso il lungometraggio. A richiamare il piccolo
schermo è l'infelice unione della fotografia, opaca e con eccesso di flou
di Eric Gautier, con i set palesemente falsi in cui i protagonisti mettono
in scena la propria solitudine. Non c'è traccia di verità nei patemi dei
personaggi, che paiono sfiorarsi, incontrarsi e interagire più per
esigenze narrative che per un reale e dolente sentire. Lo sguardo di Alain
Resnais è leggero e benevolo, ma la disperazione arriva ovattata,
filtrata da dialoghi più ricercati che davvero comunicativi. La
sensazione è di trovarsi davanti a un punto di vista moralista (quante
storie per un video porno casalingo), maschilista (poco rassicurante
sentire ancora battute tipo "Ti
offro la cena io come un vero macho!" pronunciate senza la minima
ironia), comunque poco illuminante. Nell'avvicendarsi dei personaggi, la
regia si distingue per un'intera sequenza girata dall'alto durante la
visita a un appartamento in vendita (lo sguardo onnisciente del regista?)
e per i rapidi flash sui dettagli di arredamento di una stanza, fino ad
allora mostrata sempre parzialmente e da lontano, durante uno dei dialoghi
conclusivi. Luminosa Isabelle Carré, ancora una volta prossima alla
nevrosi Laura Morante, insopportabile Lambert Wilson, sovraeccitata Sabine
Azéma (la timorata di Dio in realtà gran porcona, uh che originalità, e
che risate!) e in parte Pierre Arditi. Semplicemente brutto, invece,
l'epilogo didascalico, con tanto di televisione che si spegne mentre
compare la parola FINE, pardon, FIN.
Voto:
5
Luca Baroncini
Voto:
9
Manuel Billi
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Quei loro
incontri (These Encounters of Theirs)
(Jean-Marie
STRAUB, Danièle HUILLET)
(Ita/Fra
- 68') |
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Gli ultimi cinque “Dialoghi con Leucò” di Paese
secondo Straub-Huillet.
Sulla coppia di "rivoluzionari" Straub-Huillet
è già stato scritto tutto. Nulla si può aggiungere. Con coerenza,
proseguono con un anticinema (o ipercinema, a seconda dei punti di
vista) che fa del recupero della tradizione orale, della lettura, la
propria ragion d'essere, perseguendo un obiettivo chiaro (ma che al
momento mi sfugge). Non si può chiedere loro di sorprendere, di
mischiare le carte, di alterare un equilibrio che il tempo ha quasi
cristallizzato (o irrigidito/fossilizzato, dipende anche questo dai
punti di vista). In questo caso, riprendono gli ultimi splendidi cinque dialoghi
con Leucò di Pavese, quelli non inseriti in Dalla nube alla
resistenza del 1979, di cui questo costituisce una sorta di seguito.
Ciò non fa che confermare l'assoluta continuità del percorso creativo
degli autori. Attori non professionisti, ambientazione naturale
boschiva, ieraticità: questa la formula. Allo spettatore, la capacità
di lasciarsi coinvolgere in questo discorso (in senso stretto) sul
mondo. Ostico e seducente, si può amare o odiare, o entrambe le cose al
tempo stesso.
Voto: 10?
Manuel Billi
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Fangzhu
(Exiled)
(Johnnie TO)
(Hong
Kong/Cina
- 98') |
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Macau, 1998. Gli stanchi sicari si chiedono dove finirà il loro viaggio. Nel malessere di fine secolo, due killer di Hong Kong hanno il compito
di neutralizzare un membro che ha tradito l’organizzazione e sta cercando di cambiare vita, con la moglie e un figlio appena nato. Quando
compariranno altro due ex soci ci sarà un dilemma da risolvere.
Prova superlativa per Johnnie To, regista solitamente molto prolifico e, per questo, sottovalutato alquanto dalle giurie dei Festival (quella presieduta dall’equilibrata Deneuve non ha fatto eccezione). Peccato, perché Exiled lo trova in grande spolvero e rappresentava l’occasione giusta per dare un riconoscimento a un grande cineasta che qui si conferma anche supremo tessitore di atmosfere, oltre che mirabolante interprete dell’estetica della morte. Basterebbe lo straordinario inizio a chiudere la partita, venti minuti in cui accade di tutto (si chiudono con un colpo di genio: i killer che riparano i danni provocati) e che funge da fondamentale premessa: To non sta applicando soltanto degli stilemi, ma li sta anche ribaltando, li va evocando per smentirli e ricrearli (la sparatoria nella casa del medico è un balletto di corpi, tendaggi, porte che volano leggere come farfalle: un’installazione artistica da riguardare a piacere). Opera che all’altissima fattura coniuga una stilizzata drammaturgia; cinema di infartuante bellezza che scaturisce da un senso della costruzione dell’immagine senza pari; l’invenzione è costante, l’approccio, quasi sperimentale, prescinde dal genere. Un capolavoro. E basta. Voto:
9
Luca Pacilio
Spari con stile, però…
Johnnie To, considerato uno dei più abili registi di
azione di Hong Kong, da qualche anno è apprezzato anche dalla critica.
Un po' come successe con John Woo, salvo poi rinnegarlo quando la sua
fama sarà mondiale e non circoscritta all'oriente e ai festival
internazionali. Comunque sia, e sarà, i festival europei se lo
contendono. Già in concorso a Cannes con "Election",
quest'anno è entrato nella selezione ufficiale di Venezia con "Exiled",
definito il seguito ideale di "The Mission", uno dei titoli più
amati dai fan. Difficile, per i non patiti del genere, appassionarsi a
storie di ordinari scontri tra appartenenti alle Triadi, i gruppi
mafiosi che controllano le metropoli cinesi. La sceneggiatura è un
abile compendio di doppi-giochi, sicari, amicizie virili e pallottole a
volontà. Ciò che fa la differenza è lo stile di To, con sequenze
d'azione che sono un vero e proprio spettacolo per gli occhi (i primi
dieci minuti di film in questo senso sono straordinari) e personaggi che
diventano elementi di una coreografia dove ritmo ed eleganza si
intrecciano armoniosamente. Nel balletto di spari che ne consegue le
pallottole paiono l'innocua parte del tessuto musicale e visivo delle
sequenze. Invece succede che, nonostante la leggerezza dell'impianto, le
armi da fuoco uccidano per davvero, creando un contrasto che finisce per
stonare. A lasciare qualche perplessità è ancora una volta l'umorismo
inopportuno, con dettagli comici e caricaturali (la baldanza di tutti i
personaggi, alcuni botta e risposta, il grottesco delle situazioni) che
finiscono per stridere con le pretese di tensione del racconto.
L'ambientazione, altro classico per i film d'azione di Hong Kong, è a
Macao nel 1998, anno di svolta in cui tutti cercano di fare più soldi
possibili prima che la colonia portoghese torni sotto il controllo della
Cina.
Voto:
6,5
Luca Baroncini6,5
Luca Baroncini
Voto:
9,5
Manuel Billi
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Hei yanquan(I don’t want to sleep alone)
(TSAI Ming-Liang)
(Taiwan/Fra/Aut
- 115') |
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Hsiao-kang è un
vagabondo. Un giorno, mentre sta camminando senza meta per le vie di
Kuala Lumpur, si imbatte in una banda di malviventi. Poiché i ragazzi
si accorgono che Hsiao-kang non parla la loro lingua e non ha in tasca né
soldi né documenti, lo picchiano selvaggiamente e lo lasciano a terra
agonizzante.
Ipnotico o
catalettico?
Fedele
allo stile che lo ha portato alla ribalta internazionale, il malese Tsai
Ming-Liang continua a osare laddove il cinema tradizionale fuggirebbe a
gambe levate. L'elogio alla lentezza, con l’indugiare su quei tempi
morti che altrove sarebbero scartati in fase di montaggio, o forse
neanche filmati, è la sua cifra stilistica, il piano-sequenza e la
fissità delle inquadrature, alcune delle armi espressive che
preferisce, il dialogo una delle più evitate. Accostarsi al cinema di
Tsai Ming-Liang e lasciarsi contagiare dalla sua visione richiede
pazienza e volontà, ma la ricompensa, inaspettata, può arrivare. Il
premiato "Vive l'amour"
rappresenta in modo potente l'incomunicabilità di personaggi stretti
nella morsa della solitudine e il loro bisogno disperato d'amore (il
pianto finale della protagonista resta scolpito nella memoria ben oltre
i nove minuti della sua durata). Così come anche "Goodbye Dragon
Inn" sostanzia, nell'assenza di eventi e nel vuoto degli spazi, una
nostalgia profonda per la sala cinematografica, intesa come luogo
primario in cui vivere l'esperienza del cinema. Con "I don't want
to sleep alone" sono ancora i gesti e la loro iterazione, e non le
parole, a delineare i personaggi e il loro sentire. Continua a stupire
come coordinate narrative che paiono ridondanti o prive di valore
aggiunto contribuiscano invece a raccontare, nel silenzio, e a penetrare
con efficace semplicità l'intimo dei personaggi, evidenziando una
precisa visione d'insieme in cui nulla pare lasciato al caso. Nello
sforzo che si compie per razionalizzare l'esperienza, però, si affaccia
l'ombra della "maniera" e un interrogativo si fa gradualmente
strada: e se tutti i film fossero così? Sai che incubo? Ma è il
pensiero di un attimo, perché la bellezza del cinema sta proprio nella
molteplicità di sguardi che lo compongono. Comunque sia, la visione
lascia estenuati e solo in parte riconciliati con il cinema e
l'utilizzo, parziale, che ne fa Tsai Ming-Liang.
Voto:
6,5
Luca Baroncini
La quadratura del cerchio amoroso. Per una volta, Tsai
fugge dal presente dopo averlo attraversato, riparando in uno spazio
rigettato in un ipotetico ma fisico “al di là” dalla/della
modernità (una fabbrica dismessa), che diventa il non-luogo dell'unione
amorosa. Film sulla cura intesa come "preoccupazione"
dell'altro, sulle manifestazioni tangibili, tattili dell'amore
(l'assistenza, la vicinanza, la carezza, la pulizia del corpo). La
staffetta amorosa, lui lei e l'altro, percorso ciclico più che
triangolare, viene a fissarsi in un provvisorio idillio nel finale, la
cui natura posticcia e "teatrale" è palesata anche dall'uso
del tema di Luci della ribalta (il teatro, appunto).
Voto:
9,5
Manuel Billi
Voto:
8,5
Luca Pacilio
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Zwartboek(Black Book)
(Paul VERHOEVEN) (Ola/Bel/Ger/GB
- 135') |
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Olanda, 1944. Rachel, una giovane ebrea, nel tentativo di fuggire con la propria famiglia verso i territori liberati, incappa in una pattuglia tedesca: è l’unica superstite della strage che segue. Stabiliti i contatti con la resistenza olandese, diventerà una spia.
Forse Hollywood ha stemperato lo spirito sanguigno del cinema dell’olandese ma ha acuito la sua tendenza alla spettacolarità tanto che Zwartboek riesce a coniugare in modo efficace l’azione allo sfondo storico, dribblando il documento (ma fino a un certo punto) e piegandolo piuttosto all’epica magniloquente, tipica dell’opera del regista. Il risultato è un film composito, anche appassionante, in cui eroi e traditori sono dove non te li aspetti e il sesso è a tratti un’arma, a tratti la chiave per comprendere l’assurdità del razzismo (love story impreviste si profilano fin dall’inizio). Apparenze su apparenze (anche i peli pubici si travestono) per svelare il volto doppio del Potere (l’ufficiale nazista che tenta l’accordo con la Resistenza), malvagi tra malvagi alle prese con la burocrazia della morte e buoni divisi in fazioni, confusi essi stessi dalla facilità con la quale ciò che sembra potrebbe non essere. Nel rutilante e mistificatorio balletto l’ironia crudele dell’epoca obbliga la protagonista (la splendida Carice Von Houten) a un duetto canoro col carnefice dei suoi genitori e a palate di merda sul corpo, firma di un autore che non ama smentirsi.
C’è chi ha parlato di revisionismo, residui patetici di una critica ideologica che vuole applicarsi ad ogni costo, anche quando non c’è trippa per gatti: Verhoeven se ne frega e allo shoah-movie preferisce, scorrettamente, lo shoah-show. Voto:
7
Luca Pacilio
Voto:
5
Manuel Billi
5
Manuel Billi
Voto:
6,5
Luca Baroncini
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Ejforija (Euphoria)
(Ivan VYRYPAEV)
(Russia
- 74') |
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Pavel non resiste più e decide di mettere Vera di fronte alla verità. Le dice che non può continuare a vivere senza guardarla come l’ha
guardata la prima volta che l’ha incontrata. Vera confessa che anche lei quella volta lo ha guardato, senza sapere perché. Qualcosa
d’imprevisto è dunque accaduto.
Dalla Russia con amore
Debutto più che interessante questo di Vyrypaev (che viene, si badi bene, dal teatro) che concentra poche, fondamentali azioni (esaltandone soprattutto la modalità), utilizza il paesaggio come una tela sulla quale riversare tinte da una tavolozza di colori primari, vi inscrive le figure con notevole gusto pittorico, fa cinema con caratteri basici (persone che non hanno mai amato e non sono mai state amate e che, di fronte all’esplodere del sentimento, non riescono a dominarsi – l’euforia, cui fa riferimento il titolo, scaturisce appunto dal modo violento in cui l’amore irrompe nelle loro vite, divenendo incontenibile -) esaltando il lato immaginativo di ciò che viene rappresentato. Ha già stile Vyrypaev (la narrazione frammentata, i lunghi pianisequenza, l’uso dell’elemento naturale) e,anche se a volte la sua ricercatezza sfiora la leziosità (i lunari ralenti, la studiatissima scena onirica, le musiche furbette), riesce a conferire al suo film scampoli di sincera bellezza (i protagonisti distesi, Adamo ed Eva nell’Eden). Se son rose etc etc…
Voto:
6,5
Luca Pacilio
Un
dramma servito freddo
L'euforia del titolo è quella di due giovani amanti
in preda a un amour-fou che fa loro dimenticare ogni responsabilità (la
donna è sposata e un cane ha appena mozzato un dito alla figlioletta). Ma
al di là dell'esile soggetto e della scarna sceneggiatura, la vera
protagonista è la steppa siberiana: dorata durante il giorno, in cui
qualche casa e una strada diritta spezzano un grande nulla privo di altri
appigli, e venata di striature argentee nelle notti, in cui le stelle si
riflettono sul fiume Don corteggiando la luna e la sua magia. Oltre alla
forza e alla bellezza di un paesaggio davvero potente, però, il film di
Ivan Vyrypaev, apprezzato drammaturgo siberiano al suo debutto nel cinema,
non riesce ad andare. Nel senso che la fascinazione dei luoghi non è
supportata da adeguata sostanza narrativa. Ogni inquadratura pare studiata
minuziosamente per stupire e cartoline magnifiche, con numerose
panoramiche aeree, si succedono senza sosta. Ma il lirismo, evocato dalle
scelte musicali e dalle svolte della sceneggiatura, resta nelle
intenzioni, perché il dramma pare troppo calcolato per scaldare
veramente. Il talento per l'immagine è innegabile, la ricerca del
“Bello” è certo apprezzabile, ma lo spettatore viene buttato in una
storia dalle coordinate risapute e al cospetto di personaggi che
esauriscono in fretta il loro potenziale tragico. La dominante estetica,
priva del traino di caratteri in cui credere e di passioni davvero tali,
crea così un distacco che pone più di un dubbio sulla sincerità del
progetto.
Voto:
5,5
Luca Baroncini
Voto:
7,5
Manuel Billi
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Sang sattawat(Syndromes And A Century)
(Apichatpong WEERASETHAKUL) (Thailandia/Fra/Aut
- 105') |
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Amori
in corso in corsia.
Un
film diviso in due: due ospedali, due mondi, forse due stagioni. Storie
d'amore in nuce, appena abbozzate nella prima parte, che lo
spettato vorrebbe vedere confermate nella seconda. Ciò non accade: gli
incontri amorosi su sfondo bucolico (tra un'infermiera ed un paziente,
tra un dentista e un monaco buddista) scompaiono nella
"variazione" urbana. Rimane il freddo rituale del consulto,
della prescrizione. La seconda parte, infatti, raggela la materia già
abbordata nel primo segmento, declinandola in un profluvio di
accadimenti rispondenti piuttosto a suggestioni “spazial-epidermiche”,
squarci di geometrico rigore in cui predomina il bianco asettico e un
innaturale brusio meccanico a fare da costante tappeto sonoro. Il corpo
"malato" e curato dall'amore viene progressivamente
rimpiazzato dall'automa, dalla macchina, dall'artificio. L'atmosfera
diventa sempre più rarefatta, gli spazi sempre più ristretti, le
grandi stanze ipertecnologiche si tramutano in cunicoli, corridoi lunghi
e stretti.
Sul tutto cala progressivamente una densa nebbia, fumi forse tossici.
Nel finale, la macchina da presa viene letteralmente risucchiata da un
tubo misterioso: è il tramite metaforico tra il dentro e il fuori, tra
l'alienazione del corpo sottoposto al controllo medicale e l'alienazione
del corpo nell'attività fisica, nel fitness praticato in un angolo
verde incorniciato da edifici freddi come la morte. Weerasethakul ci
parla di corpi imprigionati, imbrigliati; di barriere architettoniche e
mentali; dell'ospedale come "state of mind", come condizione.
In definitiva, ci accompagna in un viaggio ciclico, ripetibile
all'infinito e perciò “vizioso”, in cui una
liberazione/purificazione, quella del corpo, non sembra più possibile:
ora menomato, ora iperattivo, è pur sempre sottoposto, nella società
moderna, ad una disciplina alienante, che ha contribuito a rompere l’equilibrio
e la perfetta simbiosi tra anima e carne. Anime perdute in corpi
separati da un mondo che non è più natura, che non ha più nulla di
naturale.
Voto:
9
Manuel Billi
Andamento
lento
Durante la visione di un film ci sono evidenti
segnali del corpo che non vanno trascurati. Cominciare a muoversi sulla
poltrona incapaci di trovare la giusta posizione. Interessarsi con
morbosa curiosità all'architettura della sala soffermandosi sui
dettagli del soffitto. Perdersi negli occhi a mezz'asta del vicino
dormiente. Tutti campanelli di allarme che evidenziano come il film
passi in secondo piano. E se non è più il film a essere centrale
all'interno di una sala cinematografica, qualcosa ha contribuito a
spezzare l'incantesimo. Potrebbe essere la scarsa competenza dello
spettatore, ma anche l'incapacità dell'opera di rendersi comunicativa.
Tra questi estremi, le sfumature possibili sono tante. Sta di fatto che
il lungometraggio dell'impronunciabile Apichatpong Weerasethakul (già
vincitore a Cannes 2004 del Gran Premio della Giuria con "Tropical
Malady") si colloca in un'area di estraneità. Due le storie che si
incrociano. Due gli sguardi che si incontrano, accavallandosi per un po'
per poi separarsi e procedere per strade autonome e differenti. Ma non
è la peculiarità del punto di vista il fulcro di un racconto che,
attingendo alla biografia personale del giovane regista (la storia
d'amore dei suoi genitori, entrambi medici), pare cullarsi in un
minimalismo così ricercato da risultare forzato. Lunghi piani sequenza,
macchina da presa spesso fissa, campi lunghi a impedire di ingigantire
dettagli e stati d'animo, scarti temporali, parallelismi e indecifrabili
simbolismi. L'ipnosi che ne deriva non è mai catartica e i frequenti
ribaltamenti narrativi non escono da una patina di intellettualismo che
offusca qualunque ipotesi di coinvolgimento. Diciamo che non basta il
suono di una nota fissa per creare suggestione. Di positivo c'è
l'assenza di grevità che, pur nella resa limitata, si lascia
apprezzare. Almeno nelle intenzioni.
Voto:
5
Luca Baroncini
Voto:
9
Luca Pacilio
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