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DRAWING
RESTRAINT 9
(Matthew BARNEY)
(U.S.A.
- 150') |
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A bordo di
una baleniera giapponese nella baia di Nagasaki, una gigantesca scultura
di vaselina è contenuta da barriere
che ne preservano la forma. Due occidentali, accolti a bordo della nave,
sono trattati col massimo riguardo e rivestiti con abiti propri del
matrimonio della tradizione Shinto…
Cinema:
La Versione di Barney
Dopo
le esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki il generale Mac Arthur
consente al Giappone, in ginocchio per la fame e la mancanza di lavoro,
di trasformare le sue navi da guerra in baleniere. Per ringraziare il
generale di questo gesto migliaia di giapponesi gli inviano lettere e
regali. E’ dunque con la preparazione di un sofisticato pacchetto che
comincia DR9 che nel rapporto tra Giappone e Stati Uniti ha il suo nodo
tematico fondamentale.
Mentre una gigantesca scultura di vaselina (“The Field” – cfr. il
ciclo CREMASTER) viene plasmata sul ponte della baleniera Nisshin Maru,
due ospiti occidentali saliti a bordo, sono
stati abbigliati allo scopo di unirsi in matrimonio secondo il
rito scintoista. Messi a parte della storia della nave (l’unica parte
dialogata del film), mentre la vaselina della scultura tracima, l’uomo
e la donna si abbracciano: nella cabina oramai inondata una
trasformazione si sta attuando, un bacio amoroso consuma le loro labbra
mentre i coltelli spappolano la carne…
Quello di Barney è l’ulteriore capitolo di un’opera complessa,
vagamente wagneriana, che mescola diverse modalità di espressione
artistica: dall’immagine in movimento, alla scultura, dalla body art
alla fotografia, dall’architettura alla scrittura (ogni suo progetto
si articola in differenti – rare e ricercatissime – emanazioni) fino
alla musica (Bjork scrive una complessa partitura in miracolosa osmosi
con le immagini). Artista troppo rigoroso e misurato per poterlo
definire visionario, Barney esce per la prima volta dai musei e dà vita
ad un lavoro composto di visioni simboliche superbamente controllate, a
un film di complessi manufatti (persino le pietanze consumate dalla
ciurma sono elaborati sofisticatissimi), sculture, corpi, a un trip composto di minerali, vegetali, animali e che è prima di
tutto, come ogni opera artistica, un’esperienza che invade i sensi, un
lavoro che nel cinema trova un limite e non una definizione, che
racchiude in sé lo stesso svolgersi del processo creativo (tutto il
ciclo DRAWING RESTRAINTS vuole essere, nelle intenzioni dell’autore,
una celebrazione della pura energia creativa, prescindendo dai prodotti
in cui si sostanzia – proprio l’impatto con la creazione
artistica sembra essere alla base della trasformazione alchemica degli
Sposi in balene -).
E non si parli di dilatazione dei tempi ché questo
DR9 si sviluppa secondo quelli naturali di un lavoro che richiede di
necessità spettatori audaci e motivati, pronti a farsi inondare dalle
perspicue immagini di un mondo da contemplare senza farsi domande: la
sublime sfilata iniziale che accompagna il varo della baleniera vale
un’intera annata in sala con buona pace di chi mastica a sproposito
parole come “solipsismo” e “intellettualismo”. Come tutti coloro
che coltivano ossessioni anche Barney è un artista sincero poiché,
siamo costretti a ripeterlo, c’è molta più verità in un’ostica
idea fissa che in un racconto che tradisca, nella sua studiata linearità,
l’artificio, la subdola finzione che, proprio quando rassicura
l’intelletto, attua il suo inganno.
Voto:
9
Luca Pacilio
Voto:
8,5
Emanuele Di Nicola
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Musikanten
(Franco BATTIATO)
(Italia
- 90') |
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Marta e
Nicola hanno ideato un
nuovo programma televisivo: in esso vengono illustrate le vite di
personaggi che rappresentano una nuova frontiera della cultura.
L’incontro con uno di questi porterà
Marta a un’esperienza regressiva e a rivivere la vita di un giovane
Principe molto vicino a Ludwig Van Beethoven negli ultimi anni della sua
vita.
The
new frontiers of the Nouvelle Vague
MUSIKANTEN
riporta sul piatto l’interrogativo se Franco Battiato ci sia o ci
faccia. Essendo fuori discussione l’originalità del musicista (la
personalità del suo discorso musicale è a prova di bomba, piaccia o
meno), molto invece si può discettare intorno ai famigerati testi,
figli di disparati immaginari, densi di citazionismi alti e bassi,
squarci storici, mitologie varie volutamente esasperate, divertenti
nonsense ed ingenui (?) esotismi (la collaborazione con Manlio Sgalambro
– la sua Yoko Ono, come l’ha definito malignamente Aldo Busi – è
logica prosecuzione del percorso).
Dopo una prova cinematografica riuscita quale PERDUTO AMOR (sorta di
nostalgico amarcord sull’epoca della canzonetta) con MUSIKANTEN
Battiato alza il tiro e, messo da parte il discorso più sinceramente
autobiografico, compone il film proprio come le sue canzoni, mescolando
un po’ tutto, alterando i toni, muovendosi tra serietà vera e falsa,
tra toni apocalittici e/o predicatori (la televisione come deserto
morale), di fondo rimanendo una visione perfida e pessimista dei tempi
attuali. Il risultato è a tratti divertente (il siparietto di Rezza è
irresistibile), a tratti noioso (il cuore del film, la parte dedicata
agli ultimi anni di vita di Beethoven, è un mezzo disastro), in
generale di sperimentalismo poco efficace. La studiata gratuità di
MUSIKANTEN se non condanna il regista (che qualche intuizione ce l’ha
- si spera però che dalla snobistica mancanza di rispetto delle
convenzioni filmiche possa trarre migliori ispirazioni -) dall’altro
non salva un’opera zoppicante e che della sua non omologabilità non
riesce a fare un pregio.
Insomma, che Battiato sovraccarichi scientemente il discorso (il voluto
straniamento attoriale ne è un chiaro segnale) e prema sul tasto
dell’ironia o dell’artificio è fuor di dubbio, che la sua
consapevolezza non basti a fare di questo MUSIKANTEN un bel film anche.
Voto:
4,5
Luca Pacilio
Smisurata
Ambizione
Imbarazzante. Non ci sono altre
parole per descrivere l'opera seconda del musicista Franco Battiato.
Attraverso una narrazione dalle pretese oniriche si passa dai giorni
nostri all'Ottocento e si ha modo di entrare in contatto con le ultime
giornate di, nientepopodimeno che, Ludvig van Beethoven. Ma veniamo ai
difetti. La pretenziosità prima di tutto, subito evidente negli
improvvisi inserti in digitale sporco che sembrano più derivare dal caso
che da una precisa scelta stilistica; così come non si percepisce alcuna
direzione degli attori, che vagano senza controllo ripetendo a pappagallo,
e con falsissima convinzione, frasi di cui sembrano ignorare il
significato. In particolare, davvero imbarazzanti Sonia Bergamasco in
abiti maschili e boccoloni nei panni del principe Lichnowsky, amico e
mecenate di Beethoven, e Fabrizio Gifuni con capello lungo e sorriso
costante stampato sul viso. Per tacere del grande regista Alejandro
Jodorowsky. Si butta con mimica eccessiva nel ruolo rischioso di Beethoven
e non esibisce alcun carisma (certo, il doppiaggio gracchiante e fuori
sincrono non lo aiuta). Ma proprio tutti gli elementi cinematografici
risultano insalvabili: il montaggio sbaglia i tempi, i costumi paiono
raccattati dove capita, la scenografia è di una povertà che non ha nulla
di rigoroso, la fotografia appare sbiadita. Anche la musica, ricercata per
evitare scelte banali, non arriva. Ma il peggio del peggio è nelle
pretese intellettuali della sceneggiatura (dello stesso Battiato con il
filosofo Manlio Sgalambro) che sfida, perdendo, il ridicolo, costruisce
sequenze dall'imponderabile valore aggiunto e azzarda dialoghi di sublime
vacuità ("esporre l'esoterico a chiunque non va bene",
"prenda contatto con l'alluce destro", "le auguro la
migliore delle cacate, senza difficoltà, in questo meraviglioso
cesso!").
Ed ora passiamo ai pregi: non pervenuti.
Voto:
1
Luca Baroncini
Voto:
3
Manuel Billi
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Arido
Movie
(Lirio FERREIRA)
(Brasile
- 115') |
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Ambientato
nelle lande interne del Brasile del Nord Est. Un reporter-metereologo,
Jonas, fa ritorno nel suo paese natio, Rocha Valley, terra afflitta
dalla siccità cronica. Il suo è un viaggio tra i gravi problemi
apparentemente irrisolvibili di una zona senza acqua (ma con Internet e
ultime novità tecnologiche), ma finisce per essere un viaggio
attraverso la sua memoria.
Alla
sua opera seconda, il regista Lirio Ferreira s’inventa una storia che
avrebbe potuto scrivere Glauber Rocha, somigliando ad un’indagine,
molto abbozzata e giocosa, sulle origini culturali di un popolo ed
insieme tentativo di recupero del passato per scovare la genesi
dell’odierna aridità. Adotta però uno stile ammiccante, molto alla
moda (sgranature, desaturazioni e cromatismi accentuati), smarrendosi
ben presto lungo le lande desolate del nord-est del Brasile, dove vagano
senza meta i protagonisti, alla ricerca di un senso che (ci) sfugge. La
svolta “fantascientifica” finale non è che l’ennesimo “non-sense”,
forse più irritante, perché seriamente ambizioso e pesantemente
metaforico. Il regista sa muovere la macchina da presa, imbrigliato tra
le regole di un genere saprebbe svolgere il suo compitino egregiamente.
Qui, nel seguire il viaggio del giovane metereologo Jonas al capezzale
del padre nella Rocha Valley, si compiace dell’assenza di un racconto
lineare governato dal rapporto causa/effetto, gode nel perdersi nella
vicenda narrata, affianca al fatto principale l’inutile scorribanda
dei fumatori di marijuana Bob, Falcão e Vera. Ha del talento, qualche
soluzione sorprende, ma nel complesso si ha la non gradevole sensazione
di essere stati presi in giro per cento minuti.
Voto:
5,5
Manuel Billi
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Workingman's
Death
(Michael GLAWOGGER)
(Austria/Germania
- 122') |
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Esiste ancora la classe operaia? Il documentario si
articola in cinque capitoli per trovare la risposta: un viaggio
attraverso le miniere illegali dell’Ucraina (EROI), i lavoratori dello
zolfo in Indonesia (FANTASMI), gli uomini di un mattatoio in Nigeria
(LEONI), una piattaforma petrolifera in Pakistan (FRATELLI), un impianto
siderurgico in Cina (FUTURO), una fonderia abbandonata in Germania
(EPILOGO).
Morte al lavoro
Non puoi mangiare per otto ore al giorno, non puoi bere per
otto ore al giorno e nemmeno fare l’amore per otto ore al giorno. Quello
che puoi fare per otto ore al giorno è solo lavorare. E’ questa la
ragione per cui gli uomini rendono se stessi e gli altri così infelici.
William Faulker
’austriaco Michael Glawogger, coniugando la mirabile
tecnica filmica ad una rara lucidità intellettiva, ci regala una delle
perle preziose di questo Festival: sforbiciando la sua opera da ogni
risvolto spiegazionistico, la forza del documentario risiede nel potere
imprescindibile del mostrare. Paradossalmente l’autore non fa altro che
filmare: lavoro, sguardi, corpi, sudore, fatica. Non esiste commento, il
campo è sgombro, solo le immagini parlano ed hanno molto da dire: alla
scoperta della poliforme condizione lavorativa dell’uomo, immortalata in
diversi angoli del pianeta, l’inquadratura insistente di una spalla
deformata dal peso di una travertina insinua un intenso disagio, non
servono altre parole. Se queste ci sono si affidano rigorosamente ai
lavoratori, volti presi dalla strada ma mai autocompassionevoli, al
contrario ansiosi di esprimersi senza forzature né pretese particolari,
raccontando la loro ordinaria esperienza: Ogni giorno al mattino
ringrazio Allah, sentiamo da uno sgozzatore di capre nigeriano
costretto a muoversi tra sangue ed interiora, perché mi ha fornito
questa abilità che mi permette di vivere. Lavoro primitivo, precario,
ignobile ma soprattutto rischioso: Glawogger cattura gli ucraini che
convogliano a pranzo nell’angusta cavità di una miniera (Non siamo
eroi come Stakhanov, lavoriamo per sopravvivere), i pakistani che
impiegano la giornata a 80 metri d’altezza, i nigeriani che inalano
ininterrottamente i fumi delle braci…
Impreziosito dalla perfetta fotografia realista di Wolfgang Thaler, il
film ritaglia squarci davvero paurosi (basti per tutti il minatore in tuta
da lavoro, un mostro della modernità) ma d’innegabile splendore, sino a
chiudersi nella vicina Germania: una fonderia dismessa è trasformata in
parco giochi, incorniciato da una festa di luci e colori. Il riciclaggio
dell’impianto è la fine del lavoro manuale? Nell’indicare la Cina
come gigante del futuro il film accenna gentilmente altre strade senza
percorrerle del tutto, ricordando che è sempre il dibattito stimolante,
mai la sola risposta.
The job is death itself.
Portuale pakistano
Voto:
7
Emanuele Di
Nicola
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Die Grosse Stille
(Philip GRÖNING)
(Germania/Svizzera
- 164') |
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Die Grösse Stille
(“il grande silenzio” in italiano) è tratto
dall’esperienza-progetto del regista Philip Gröning, che ha passato 6
mesi nel silenzio quasi fantastico, lontano dal modo e dalla sua
confusione, del chiostro della Grande Chartreuse, nelle Alpi francesi,
per documentare la vita dei Monaci Certosini e la loro regola suprema,
quella del distacco più assoluto dal mondo.
Philip Gröning, autore di tre lungometraggi di fiction (Summer
del 1986, The Terrorists! del 1992, L´amour, L´argent, L´amour
del 2000) passò 6 mesi nel silenzio
irreale del chiostro della Grande Chartreuse, nelle Alpi francesi,
vicino a Grenoble, per documentare la vita dei Monaci Certosini e la
loro regola suprema, quella del distacco più assoluto dal mondo. Il
grande silenzio è il frutto di questa esperienza. Scandito
dall’alternarsi delle stagioni, commentato da passi del vangelo che
sintetizzano i precetti dei monaci, intervallato dai primi piani
frontali dei confratelli, questo viaggio ipnotico sulle montagne che
toccano il cielo ha il ritmo lento di un eterno ritorno dal valore
mistico, in cui gli atti, i riti e le azioni ricorrenti della
“regola” si sposano e si rispecchiano nella natura. Un
documentario-fiume senza commento, lontano dall’estetica televisiva,
estremo ed ostico, seducente sul piano formale e privo di qualsiasi
finalità apologetica.
Voto:
8
Manuel
Billi
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The Wild Blue
Yonder
(Werner HERZOG)
(Germania/Gran
Bretagna/Francia
- 81') |
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Un
alieno (Brad Dourif) proveniente da un pianeta sommerso dall’acqua,
The Wild Blue Yonder (“il Selvaggio Azzurro Lassù”), è reduce
dalla missione fallimentare di integrare la propria comunità con i
terrestri. A nostra insaputa, per decenni questi alieni hanno visitato
il pianeta per tentare di integrarsi con noi, ma senza riuscirci.
L’alieno racconta di un gruppo di astronauti che sta orbitando attorno
alla terra in una navicella spaziale ma non possono far ritorno, in
quanto il nostro pianeta è diventato inabitabile a causa di una guerra
mondiale, della diffusione di una malattia incontrollabile, delle
radiazioni dovute alla scomparsa dello strato di ozono nell’atmosfera.
The Wild Blue Yonder (“il Selvaggio Azzurro Lassù”) è il nome del pianeta sommerso
dall’acqua dal quale proviene l’alieno dalle sembianze umane
protagonista del film di Herzog, Brad Douriff, uno degli internati di Qualcuno
volò sul nido del cuculo. Rivolgendosi direttamente allo spettatore,
racconta la propria storia, il fallimento del tentativo fatto dai suoi
compagni di stabilire un rapporto con i terrestri ed il viaggio suicida di
questi ultimi verso il suo pianeta, alla ricerca di nuove risorse da poter
sfruttare, visto l’esaurimento delle scorte sul pianeta Terra. Il
regista utilizza filmati della NASA e li “rifunzionalizza” creando uno
straniante corto circuito interpretativo: il pianeta misterioso che
visitano gli astronauti non è altro che il fondale marino al di sotto del
ghiaccio del nostro circolo polare. Splendida riflessione in forma di
“poema fantascientifico” sul “bello naturale” violato dall’uomo,
The Wild Blue Yonder è anche una straordinaria “prova” del
potere del cinema di manipolare il reale e di modificarne il significato,
piegandolo alle proprie esigenze e di come sia possibile lanciare un
segnale d’allarme e dire “più del vero” passando attraverso la
falsificazione e risemantizzazione, glorificare la natura minacciata
mediante la “riscoperta” delle bellezze non corrotte, intatte, del
nostro pianeta. Sorprendono, come sempre nell’Herzog documentarista, le
azzeccatissime scelte musicali (i canti sacri del coro di Orosei).
Voto:
8,5
Manuel Billi
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Vokaldy
paralelder
(Rustam Khamdamov)
(Kazakhistan
- 65') |
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Una donna (Renata
Litvinova) seduta in cima ad una montagna, scrive un libro sui
cantanti di opera e sulle loro vite. La donna discute di fede e
talento e dei rapporti tra società ed arte: “le voci dei cantanti di
opera non si possono comprare, sono regali di Dio”.
Viaggio nella memoria musicale ed artistica, straniante concerto operistico
presentato da una donna che sta scrivendo un libro sui cantanti
d’opera e le loro vite (Renata Litvinova, anche sceneggiatrice del film), I
paralleli vocali del titolo sono quelli dei cantanti d’opera che non
si possono comprare, che sono regali di Dio. Pur essendo stato commissionato dal teatro lirico uzbeko, e dunque
rientrando nel genere “teatro musicale filmato”, il film
dell’artista e regista Khamdamov
Rustam, tornato alla regia dopo quindici anni di silenzio, opta per una
messa in scena assolutamente inconsueta, facendo vibrare le corde dei
soprani tra le montagne dell’Uzbekistan, in una stalla (memorabile il duetto con una pecora al suono del verdiano amami
Alfredo tradotto in russo), rivestendo le cantanti di fogli di
partiture e poi dandole fuoco, facendole giocare con il patrimonio
musicale europeo come bimbe viziate consapevoli di essere fuori del
mondo. Con uno stile estetizzante ed orgogliosamente kitsch, a metà
strada tra Derek Jarman e certi avanguardisti newyorkesi, ciò che a
tutta prima sembrerebbe un divertissement compiaciuto e stucchevole ad
uso e consumo esclusivo di melomani è in realtà un’elegia funebre
che celebra la fine di un’epoca, quella del “bel canto”, intonata
da alcuni sopravvissuti fuggiti dalla metropoli e dalla storia (gli
interpreti lirici Eric
Kurmangali, Araksia Davtian, Roza Dzhamanova e Bibigul Tulegenova) giusto per
ricercare di conferire un senso nuovo ad una cavativa a mille metri di
altezza, tra contadine perplesse e capre belanti, statue che ricordano
le vestigia dell’antichità, interni postdecadenti oramai fatiscenti.
Voto:
7
Manuel Billi
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East
of Paradise
(Lech KOWALSKI) (Francia
- 100') |
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Maria Werla Kowalski racconta l’odissea degli ebrei polacchi sotto il
regime nazista.
La signora Maria si passa la mano tra i capelli, scambia una vacua parola
con il figlio, siede davanti alla cinepresa. Tutto qua. A chiusura di
una trilogia sulla rievocazione della tragedia Kowalski decide di
mettersi da parte, ascoltando la madre e registrandone la lunga
testimonianza; un monologo brullo e sguarnito che indugia sul volto
della donna per quasi 100 minuti e, prosciugato volutamente ogni orpello
ingombrante (non esiste scenografia, si dissolve l’elemento di
disturbo anche visivo), trasforma il film nelle pieghe stesse del suo
volto, l’urgenza di raccontare, l’orgoglio irrinunciabile della sua
persona e l’ostinazione a rimanere primamente, malgrado tutto, una
donna. Parole che passano dal tenero della rievocazione giovanile
all’orrore nazista, indelebile, mostrando i vari strati
dell’emozione; ora contenuta ora trasportante e commovente. Il
“film” in senso stretto ne esce volutamente barcollante dato che la
vista è stavolta azzerata in favore dell’udito, dell’allusione e
dell’immaginazione, dallo scabroso pernottamento nel carro bestiame al
pasto arrangiato con pulci e roditori (Almeno erano proteine).
L’istante visivo deraglia nel territorio della realtà: la nuda
testimonianza diventa simulacro del ricordo da tramandare che, sfidando
la logica tradizionale in assenza di preparazione e/o sceneggiatura (Quando
inizio un film non so mai come finirà, così l’autore), raggiunge
un effetto talmente umano ed anticinematografico da non potersi
ingabbiare nel consueto gelo del voto.
Voto:
s.v.
Emanuele Di Nicola
Terzo capitolo della “trilogia della memoria” My Wild Wild East,
iniziata da Kowalski con The Boot Factory (2000) e proseguita con On
Hitler’s Highway (2002), viaggio sull’autostrada che attraversa la
Germania, fatta costruire da Hitler per facilitare la deportazione nei
campi di concentramento degli ebrei, con East of Paradise il regista sembra voler
chiudere i conti con il proprio passato di immigrato polacco negli Usa,
ripercorrendo il viaggio della madre deportata in Siberia durante la
seconda guerra mondiale e la propria esperienza di documentarista nella
New York degli anni Settanta e Ottanta, tra controcultura, punk e droghe.
Mentre i primi cinquanta minuti costituiscono il lungo e commovente
resoconto della madre sopravvissuta al freddo e ai lavori forzati, filmato
senza mai staccare dal suo volto sofferente, la seconda parte, sintesi
visiva del percorso artistico dell’autore resa mediante un collage di
frammenti che documentano la vita e la morte dei suoi più cari amici,
convince solo in parte. Sebbene il regista abbia sottolineato il carattere
soggettivo del suo lavoro, nel momento in cui cerca di stabilire un legame
tra la condizione di sopravvissuta della madre e le pulsioni
autodistruttive dei giovani “ribelli” suoi coetanei, tutti vittime di
un potere senza volto, fa virare il discorso da privato ed intimo a
storico e socio-culturale: per questo, l’equiparazione suona arbitraria,
moralmente e storicamente inaccettabile.
Voto:
5
Manuel Billi
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Hongyan
(Au Fil de l'Eau)
(LI Yu)
(Cina/Francia
- 93') |
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Xiao Yun, incinta a sedici anni, crede che suo figlio sia nato morto;
dieci anni dopo si esibisce in un locale malfamato e scopre la verità
sulla prole.
Madre e Figlio
Dalla Cina una gradevole matassa intimista declinata al femminile:
aderendo diligentemente ad un intreccio preistorico la regista, ex
valletta della televisione, inserisce volendo una punta autobiografica e
la stempera dolcemente con una leccata d’ironia. Non serve scomodare
Ozu per realizzare la rimasticatura di concetti già espressi, dal
confronto madre-figlio a quello con i genitori, il conflitto tra
l’essere sé stessi e riscoprirsi nel nuovo ruolo di madre, lo
squallore del basso spettacolo e la routine quotidiana per campare. Ma
è chiaro come Li Yu ami il suo personaggio, lo adorni con metafore
semplici ma efficaci (il titolo significa “viso truccato”) senza mai
dire troppo né troppo poco complice una lieve durata, lo allontani da
una scontata retorica per portarlo in un lodevole territorio di mezzo, a
cavallo tra l’accurata costruzione visiva (la camminata nel torrente)
e la girandola delle emozioni che, seppur travolgenti, non esplodono
palesi ma restano suggerite. Notevole l’apporto di Xingrao Huang,
bambino protagonista di simpatia travolgente che ci fa affezionare alle
sue marachelle. HONGYAN è l’esempio senza pretese di come rifare
onestamente un filone senza cadere nel ridicolo.
Voto:
6
Emanuele
Di Nicola
Dramma
famigliare e spietata disamina sulle ferite inflitte da una società
bigotta e repressiva ad una ragazza madre costretta a crescere in fretta,
sulla chiusura mentale ed il terrorismo psicologico messo in atto dal
regime – il privato diviene pubblico nel momento in cui si violano le
regole del vivere “civile”, per cui è possibile assistere, come
accade nel film, all’annuncio all’altoparlante della tresca tra la
scolaretta e del suo compagno in piena esplosione ormonale – Hongyan
riesce a toccare le corde dello spettatore con un racconto semplice che
affronta con sensibilità questioni “a rischio ricatto” (specie il
rapporto tra la madre ed il figlio dato in adozione) ed uno stile piano,
rigoroso, asciutto.
Voto:
7,5
Manuel
Billi
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Carmen
(Jean-Pierre LIMOSIN)
(Francia
- 100') |
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Carmen,
una scimmia bonobo, scappa dal centro studi in cui vengono esaminate le
sue facoltà intellettive e attitudini linguistiche ed entra nella vita
di una coppia.
Partendo
da un reale fatto di cronaca Limosin, regista del mediocre NOVO, azzarda
un grottesco che non sorprende, trattando un tema, la società umana
vista dal punto di vista dell’animale, già affrontato (da altri e
meglio) in passato. Di scrittura alquanto rozza, formalmente scialbo, il
film dispensa strampalaggini senza un disegno coerente, abbozzando i
personaggi e le loro dinamiche relazionali. Carmen dà amore ma ottiene
solo rifiuto e tradimento, l’essere umano è indifferente e ha paura
dei sentimenti ma alla fine, di fronte al dramma della scimmia, fa il
miracolo e salva l’animale dal suo comatoso rifiuto della vita.
Un po’ Ferreri dei poveri, un po’ Oshima in vacanza, CARMEN si regge
su una confusione di piani scontata in cui tutto, anche il parallelo tra
l’osservazione delle scimmie in gabbia e quello degli impiegati negli
uffici, diventa metafora gridata.
Più che trascurabile.
Voto:
4
Luca Pacilio
Primate ci sarai
Il sonno più profondo o la risata più grassa del Festival (a scelta)
spettano puntualmente a Limosin: questo regista (voglio esagerare), per
dirla con parole sue, ha presentato un film su come si vedono le
persone con gli occhi degli animali che ovviamente sono migliori
degli uomini. La giovane bonobo protagonista, elemento migliore di un
cast infernale, si offende quando il dottore palpa l’assistente
(carenza di affetto), fugge e passa di mano in mano, trova l’amore a
spese di un’adorabile coppia che prima la abbandona e poi la riprende.
Regia bastarda e ricattatoria, dialoghi da crisi di pianto, una
storia… quale storia?, finale che scorre sulle note della canzone L’amore
è figlio di uno zingaro. Che altro? Il regista ci tiene a far
notare che soltanto l’1,6% dei nostri geni è differente da quello
di un bonobo, con il suo film lo dimostra pienamente.
Voto:
3
Emanuele Di Nicola
Voto: 3
Manuel Billi
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Veruschka - (m)ein
inszenierter Körper
(Paul MORRISSEY - Bernd BÖHM)
(Germania
- 80') |
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La vita di
Veruschka (Vera von Lehndorff),
dall’infanzia polacca (il padre, che faceva parte della resistenza
antinazista, venne arrestato e giustiziato) all’adolescenza segnata
dagli studi d’arte, da musa di Dalì a icona della moda (per molti è
la prima top model di sempre; posò per tutti: da Avedon a Penn, da
Newton a Meisel, a Bailey), fino alla decisione di diventare artista
ella stessa usando il proprio corpo come oggetto da plasmare ed esporre:
di qui una serie di lavori in video, l’ingresso nei musei come
“statua vivente”, installazioni
e book fotografici di smagliante bellezza, geniali e straimitati (il
body painting che mimetizza il corpo nell’ambiente – le serie Transfigurations,
Oxydations etc. - è da allora
praticatissimo; Burning city del
1997, all’indomani dell’11 settembre, suonerà come inquietante
presagio). Paul Morrissey, il cui ultimo film risaliva al 1988, si mette
al servizio della divina, lascia che questa racconti la sua vita,
sembrando limitarsi a ordinare e selezionare un’enorme massa di
materiale di repertorio e ad apporre la sua firma al lavoro. Forse
proprio la tendenza autoincensoria di Veruschka è il limite di un
documentario per altri versi importante alfine di inquadrare la
straordinaria personalità dell’artista e la portata di un’opera
pressoché unica. Oscar Wilde diceva che bisognerebbe essere un’opera
d’arte o indossarla: V., in momenti diversi del proprio percorso, può
dire di esserci riuscita in entrambi i casi.
Voto:
6
Luca Pacilio
Voto: 6
Manuel Billi
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Wu
qiong dong
(NING Ying) (Cina
- 90') |
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Cina,
giorni nostri. Alla vigilia della Festa di Primavera, quattro donne in
carriera si riuniscono nella ricca magione di Niuniu, affermata
direttrice di una rivista di moda. Per le prime sarà occasione per
aprire i loro cuori pieni di incertezze sulla società in cui vivono,
sulle loro vite sentimentali e lavorative. Per Niuniu invece è
l’occasione per portare a compimento la sua vendetta.
Sapiente
messa a punto di una strategia della vendetta, non velata metafora sulla
fine degli ideali nella Cina pseudo-comunista, Perpetual
Motion tratteggia con coraggio un quadro a tinte fosche del quieto
vivere borghese di un gruppo di donne di Pechino, satireggiando tanto
sul regime, tanto sulle apparenti libertà offerte dalle società
occidentali. La regista, che aveva decantato le bellezze della sua città
in una trilogia composta da Zhao Le (For Fun) del 1993, Min jing gu shi
(On the Beat) del 1995 e Xiari nuanyangyang (I Love Beijing) del 2000,
gioca la carta del grottesco soprattutto nella prima parte (si pensi al
pasto disgustoso a base di zampe di gallina), per poi colorare di
malinconica rassegnazione il tutto in un finale aperto che non
interrompe l’eterno movimento della vita, seguendo il lento, ondivago
peregrinare delle protagoniste disilluse verso il tramonto.
Interessante.
Voto:
7,5
Manuel Billi
Salotto
di Pechino
Partenza non malaccio ma svolgimento che uccide ogni speranza: delle
quattro donne protagoniste una è stata maltrattata dal marito,
l’altra ha il consorte dietro le sbarre, l’altra… Mai si esce
dallo stereotipo, nemmeno quando la regista azzarda l’affresco epocale
della Cina dagli interni di un appartamento: spezzoni di telegiornali
(mai mezzo fu tanto didattico) e una serie di spillette di Mao,
ritrovate chissadove in soffitta, non bastano certo a calarci nel
contesto. Considerando anche la ricercata sciatteria realizzativa,
espressa da una camera forsennatamente mobile, la noia è mortale:
l’inverosimile colpo di scena finale, una svolta da Giallo Mondadori,
non allevia la pesantezza di un film molto chiacchierato, che ci gira
parecchio intorno senza mai centrare alcun bersaglio. Da consumarsi in
salotto, luci soffuse, cinema per casalinghe, ronfata libera. La
dimostrazione che il colosso cinese, oltre alla diffusa meraviglia (lo
splendido CHANGHEN GE in Concorso), talvolta partorisce dei mostri.
Voto:
4
Emanuele Di Nicola |
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Texas
(Fausto PARAVIDINO)
(Italia
- 100') |
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La vita
di un gruppo di amici di un piccolo paese del Piemonte, raccontata
attraverso le vicende di tre notti: un sabato di novembre, un sabato di
dicembre vicino al Natale ed un sabato di febbraio.
Debutto
alla regia cinematografica per Paravidino, fino a ieri autore e regista
teatrale: TEXAS è un affresco in movimento della provincia italiana
(vista come una sorta di periferia allargata degli USA e che vive - di
rimando e in ritardo – delle stesse mitologie e nello stesso limbo
fatto di agglomerati di case, ipermercati, discoteche, pub e pochissimo
altro) ben orchestrato che tenta più di una strada, non sempre
centrando l’obiettivo ma rifuggendo comunque da certi schematismi
consueti al giovane cinema italiano (e non solo): TEXAS non ha tesi da
sostenere, è un film di personaggi, tanti davvero (alcuni ben
raccontati, altri solo accennati ma che contribuiscono alla completezza
dello scenario, altri ancora macchiette trascurabili che puzzano un
po’ di esausta letteratura giovanilistica) ritratti in un ambiente
delineato con precisione e che l’autore dimostra di conoscere bene.
Paravidino procede per frammentazioni temporali su un tono
fondamentalmente realistico, non disdegnando siparietti grotteschi e
alcune uscite surreali; nonostante non tutto funzioni a dovere - le
forzature ci sono -, l’autore riesce a garantire una buona tenuta del
quadro d’insieme: la sceneggiatura ha una sua solidità, gli sviluppi
narrativi sono studiati e, anche quando i toni vengono caricati, il
regista non fa scadere il quadro nella facile caricatura. Non c’è
niente di realmente nuovo in questo film, anche certe influenze sono
riconoscibili, ma va riconosciuto al giovane autore il merito di non
fare mai il passo più lungo della gamba, di tenere sempre in pugno la
storia, di girare con un discreto piglio.
Peccato per il finale in cui quasi tutte le situazioni in gioco
declinano troppo bruscamente sul tragico: un inciampo che denuncia
l’acerbità del cineasta ma che comunque non intacca la bontà del
risultato finale.
Voto:
6
Luca Pacilio
I
Sabati del Villaggio
Per il suo
debutto alla regia il giovane Fausto Paravidino sceglie la vita di
provincia, con i suoi sogni, le contraddizioni e l'incombere della
tradizione nell'impostazione dei rapporti sociali e dei legami affettivi.
Al centro della narrazione sette ragazzi in cerca di qualcosa, ma
soprattutto di un proprio posto nel mondo. Paravidino affronta le trappole
del ritratto generazionale cadendo in qualche stereotipo e non riuscendo
sempre a mantenere alto il respiro dell'affresco, ma bisogna riconoscergli
una ruspante vitalità in grado di cogliere un sentire contemporaneo. Le
storie nella storia hanno tracce di verità, e anche se non tutti gli
spunti trovano adeguato sviluppo, per una volta nessuno sogna la fuga
dalla provincia con destinazione i tropici, e il fine ultimo non è mai
piangersi addosso. Così come droga, delinquenza ed eccessi restano
perlopiù ai margini, senza diventare il banale punto di arrivo o di
partenza. Il film comincia con una divertente e ritmata presentazione dei
protagonisti, poi la struttura anticipa gli eventi per poi dettagliarli in
un lungo flashback che porta a capire i personaggi e le loro motivazioni.
Non tutto è a fuoco e soprattutto la parte finale si sfilaccia non poco
(perché la Golino si veste da prostituta? Era necessario mettere una
pistola in mano al marito tradito? Lo stupro finale non è una caduta di
stile rispetto al taglio problematico, ma brillante, adottato fino ad
allora?), ma è un tentativo di dire altro partendo dal proprio ombelico.
Gli interpreti si danno con energia contagiosa, a parte comparse e
figuranti che sembrano volersi soprattutto divertire. Valeria Golino
continua il suo cammino di sperimentazione maturando ad ogni film, e
Riccardo Scamarcio non si limita a fare il piacione.
Voto:
6
Luca Baroncini
Voto:
7,5
Manuel Billi
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Everything
is Illuminated
(Liev SCHREIBER)
(U.S.A.
- 102') |
|
Un giovane
ebreo americano decide di andare alla ricerca della donna che durante la
Seconda Guerra Mondiale in un villaggio in Ucraina aveva salvato la vita
a suo nonno, nascondendolo durante un raid dei Nazisti. Il ragazzo viene
aiutato nella sua ricerca da Alex, un ragazzo del luogo.
Tratto
da uno dei più eclatanti casi letterari degli ultimi anni, scritto da
Jonathan Safran Foer (allievo di Joyce Carol Oates) a soli 22 anni, un
romanzo a scatole cinesi sorprendente per maturità stilistica e
complessità strutturale, brillante e commovente, in cui tutti i
caratteri si rispecchiano tra loro, lampanti emanazioni di un unico
personaggio (il narratore e dunque, in seconda battuta lo scrittore
stesso – che in effetti li ha creati -), EVERYTHING IS ILLUMINATED è
il film che segna l’esordio dell’attore Liev Schreiber alla regia.
Di origine ucraina, Schrieber stava per realizzare un film su un
immigrato della sua terra d’origine quando si è imbattuto nello
straordinario libro di Foer: di fronte a un compito non facile, quello
di adattare un’opera così ricca e strutturata, il regista si districa
abbastanza bene scegliendo
di eliminare la storia dello shtelet
ucraino, il villaggio ebreo, che costituiva un vero e proprio romanzo
nel romanzo, concentrandosi solo sul viaggio di Jonathan e Alex e
facendo della pellicola una sorta di road movie sui generis. Diviso in
capitoli (poiché quello che ascoltiamo, in voce fuori campo, è il
romanzo-diario che della vicenda scrive Alex, il cui inglese
sgrammaticato è uno degli elementi più esilaranti dell’opera - il
doppiaggio troverà di fronte a sé gli stessi ostacoli della
traduzione, molto buona, del libro -) OGNI COSA E’ ILLUMINATA
è un film sul valore della memoria che, principiando con toni
propri da commedia, man mano si drammatizza. La parte più seria è
forse meno riuscita (i flashback in chiave non aiutano, anzi) ma il
film, anche se nella seconda parte ha meno smalto, riesce a evolversi
senza eccessive contratture fino allo struggente finale. Un po’ fiaba
surreale (il personaggio di Jonathan, cui Elijah Wood presta la sua
maschera), un po’ opera impegnata, il film, sul solco di Kusturica, è
diretto con mano sicura dall’autore che azzarda anche aperture
figurativamente interessanti.
Nota bene: anche se nel film si preferisce battere su un altro tasto
nello strampalato inglese parlato da Alex “ogni cosa è illuminata”
sta per “tutto è chiaro”.
Voto:
6
Luca Pacilio
Memories
Il debutto nella regia dell'attore Liev Schreiber (tra le sue
interpretazioni, "The Manchurian Candidate", "Al vertice
della tensione" e "Hurricane") incrocia la ricerca delle sue
personali radici con il famoso romanzo "Everything is illuminated"
di Jonathan Safran Foer. Il risultato si può nettamente dividere in due
parti. La prima è una commedia all'insegna del folclore dove a dominare la
scena è l'incontro tra culture differenti, con l'americano che arriva in
Ucraina per indagare sul proprio albero genealogico e ricostruire la storia
del nonno partendo da una vecchia fotografia, che si trova, lui schivo ed
introverso, ad incontrare personaggi dalla ruspante vitalità. La seconda,
invece, vira alle lacrime, includendo la didascalia "per non
dimenticare". Le due parti mal si amalgamano finendo per stridere, ma
anche prese singolarmente non fanno faville. Il problema è che la commedia
punta tutto su personaggi caricaturali senza azzeccare i tempi comici; la
svolta drammatica, invece, parte come un "Carramba che sorpresa" e
non si accontenta di crogiolarsi nei ricordi o in una lieve malinconia, ma
punta diritto alla tragedia. Le conseguenze dell'invasione nazista al centro
del racconto sono ovviamente devastanti ed è importante sottolineare che ciò
che è accaduto non deve riaccadere, ma la resa cinematografica degli eventi
è poco incisiva e finisce per perdere di vista lo spessore dei personaggi.
Il cast è interamente ucraino, a parte Frodo-Elijah Wood, costantemente
stranito come richiesto da un ruolo che, però, avrebbe avuto bisogno di
maggiore approfondimento. Scoppiettante il commento musicale dalle sonorità
etniche.
Voto:
5
Luca
Baroncini
Voto:
6,5
Emanuele
Di Nicola
Voto:
7,5
Manuel
Billi
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La
Dignidad de los Nadies
(Fernando E. SOLANAS)
(Argentina
- 120') |
|
"La
dignidad de los nadies" offre un nuovo capitolo della storia
dell'Argentina, iniziata da Solanas, con Memoria del saqueo (2004). Il
film inizia proprio dove il precedente documentario si era fermato: la
rivolta del dicembre del 2001 con le conseguenti dimissioni del
presidente De
La Rua. Il
filmaker argentino, con questa nuova opera, mostra le conseguenze della
rivolta, dal nuovo governo Kirchner fino ad arrivare ai giorni d’oggi,
con uno
sguardo sulle recenti realtà di autogestione.
Dopo anni di metafore di dubbio gusto e fragorose cadute di stile, è la
realtà più stringente ad aver richiamato Solanas all’ordine e al suo
primo amore : il documentario. Il regista del memorabile L’ora
dei forni congegna, partendo dagli effetti dalla crisi argentina del
2001, un commovente elogio dei “nessuno”, di chi non ha niente,
delle vittime del malgoverno e della speculazione. Sebbene sfiori spesso
la retorica (il commento poetico in rima dello stesso regista a
decantare la dignità delle vittime del sistema economico fallimentare
è pleonastico e stucchevole), il resoconto della rivolta popolare di
chi, l’indomani della crisi, si ritrovò senza nulla (e già aveva
poco), è efficace e colpisce nel profondo. Una volta liquidata la
cronaca politica nei primi minuti, con uno stile da inchiesta televisiva
inevitabilmente partigiana, Solanas decide saggiamente di dar voce e
nome ai veri protagonisti ignorati dalla Storia: dal letterato vittima
di un’aggressione durante una manifestazione contro il governo (nella
quale perì uno dei manifestanti) al prete che decise di dismettere la
tonaca per impegnarsi direttamente nel sociale. La denuncia è sincera,
l’impianto generale del documentario (suddiviso in capitoli, ognuno
dei quali dedicato ad un singolo “nadie” o ad un gruppo di “nadies”)
è convincente. La documentazione della resistenza passiva delle donne e
degli uomini spossessate delle loro terre, che intonano il calpestato
inno nazionale alla libertà mentre il delegato del governo centrale si
appresta ad aprire l’asta, entra di diritto nella storia del
“genere”, imprimendosi perennemente nella nostra memoria. Con
quest’opera, Solanas aggiunge un ideale quarto capitolo ai tre che
andavano a comporre il succitato film del ’68 (Neocolonialismo e
violenza, Atto a favore della liberazione e Violenza e
liberazione, sulla situazione politica ed economica argentina dagli
anni cinquanta ai sessanta).
Voto:
7,5
Manuel Billi
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La
Vida Segreta de las Palabras
(Isabel COIXET)
(Spagna
- 112') |
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Hanna, una donna
timida e riservata, sta cercando di dimenticare il suo passato e decide
di andare in vacanza, finendo in visita ad una piattaforma petrolifera
in mezzo al mare. Lì incontra un campionario di personaggi “borderline”:
Joseph, un uomo che ha gravi ustioni in tutto il corpo, di cui lei si
prenderà cura; Dimitri, un soldato russo; Simon, un cuoco spagnolo;
Martin, un ingegnere che ha una relazione con Lisa, una ragazza
bellissima e stupida che Simon vorrebbe uccidere; Liam e Scott, una
coppia inglese.
Non guardarmi che non ti sento
Inizia bene il film della Coixet, con una protagonista muta sul filo
dell’autismo, autenticamente disperata, cullata da una voce off
indefinibile (esagerando è stato citato Kaurismaki); la sua algida
persona e l’insistita quotidianità in una manciata di minuti
ghiacciano lo spettatore, complice la brulla interpretazione di Sarah
Polley. Quando sulla piattaforma petrolifera, dopo aver azzardato il
saporito nonsense (il personaggio dell’oca), Hanna incontra
Joseph allora la pellicola chiarisce dove vuole andare a parare, e sono
dolori. Il rapporto medico-paziente è di per sé argomento
delicatissimo, una minima sbavatura di scrittura può sforare nel
ridicolo: qui ne troviamo parecchie. Tra la facile metafora (lui non può
vedere) ed il suo corrispettivo (lei non può sentire) si naviga nella
sciatta narrazione infantile, segreti inconfessabili annegati in un mare
di lacrime, certi tocchi trash da risata a crepapelle (lui che palpeggia
lei, tastando un campo di battaglia). La mano della regista diventa
pesantissima: inutili e banali i personaggi di contorno (indegna la
macchietta culinaria di Camara, anche Ozpetek saprebbe fare meglio), il
film si fa inverosimile e presto irrisorio quando azzarda l’alibi del
messaggio sociale; la sequenza finale, in cui Tim Robbins promette di
imparare a nuotare, sarebbe un simpatico scherzo con il difetto che non
fa ridere. Affatto.
Voto:
4,5
Emanuele Di Nicola
Opera seconda della regista del sopravvalutato La mia vita senza me, protégée
dei fratelli Almodovar, La vita segreta delle parole è, a dispetto
del titolo altisonante, un onesto melodramma di denuncia, ben recitato, ben
scritto, sulle verità nascoste, sulle ferite del corpo e della psiche,
sulla messa a nudo di sé e sulla necessità di aprirsi all’altro. Sebbene
la regista conceda troppo, specie nella prima parte, al macchiettismo,
stando dietro a personaggi che si compiacciono della loro condizione di freaks
isolati, riesce a rendere credibile l’evoluzione del rapporto tra la
protagonista Sarah Polley (straordinaria) e Tim Robbins, in un crescendo
amoroso che raggiunge l’acmé al momento della confessione notturna, un
intenso, lungo resoconto crudele di una giovinezza violata che rifugge il
patetismo ed il ricatto morale.
Voto:
7
Manuel Billi
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