VENEZIA 2005

ORIZZONTI

 

ORIZZONTI:
- Matthew BARNEY - Drawing Restraint 9 
- Franco BATTIATO - Musikanten 
- Aleksey FEDORTCHENKO - Pervye na lune 
- Lirio FERREIRA - Arido Movie 
- Michael GLAWOGGER - Workingman's Death
- Philip GRÖNING - Die Grosse Stille 
- Werner HERZOG - The Wild Blue Yonder 
- Rustam KHAMDAMOV - Vokaldy paralelder 
- Erden KIRAL - Yolda 
- Lech KOWALSKI - East of Paradise 
- LI Yu - Hongyan (Au fil de l’eau)
- Jean-Pierre LIMOSIN - Carmen
- Paul MORRISSEY, Bernd BÖHM - Veruschka – (m)ein inszenierter Körper
- NING Ying - Wu qiong dong 
- Fausto PARAVIDINO - Texas 
- Liev SCHREIBER - Everything Is Illuminated
- Fernando E. SOLANAS - La dignidad de los nadies

   FUORI CONCORSO

- Isabel COIXET - La vida secreta de las palabras
   EVENTI SPECIALI
- Gil ROSSELLINI - Kill Gil (Vol. I) 

 

 

- ORIZZONTI

 

DRAWING RESTRAINT 9
(Matthew BARNEY)

(U.S.A.   -   150')

A bordo di una baleniera giapponese nella baia di Nagasaki, una gigantesca scultura di vaselina è contenuta da  barriere che ne preservano la forma. Due occidentali, accolti a bordo della nave, sono trattati col massimo riguardo e rivestiti con abiti propri del matrimonio della tradizione Shinto…

Cinema: La Versione di Barney

Dopo le esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki il generale Mac Arthur consente al Giappone, in ginocchio per la fame e la mancanza di lavoro, di trasformare le sue navi da guerra in baleniere. Per ringraziare il generale di questo gesto migliaia di giapponesi gli inviano lettere e regali. E’ dunque con la preparazione di un sofisticato pacchetto che comincia DR9 che nel rapporto tra Giappone e Stati Uniti ha il suo nodo tematico fondamentale.
Mentre una gigantesca scultura di vaselina (“The Field” – cfr. il ciclo CREMASTER) viene plasmata sul ponte della baleniera Nisshin Maru, due ospiti occidentali saliti a bordo, sono  stati abbigliati allo scopo di unirsi in matrimonio secondo il rito scintoista. Messi a parte della storia della nave (l’unica parte dialogata del film), mentre la vaselina della scultura tracima, l’uomo e la donna si abbracciano: nella cabina oramai inondata una trasformazione si sta attuando, un bacio amoroso consuma le loro labbra mentre i coltelli spappolano la carne…
Quello di Barney è l’ulteriore capitolo di un’opera complessa, vagamente wagneriana, che mescola diverse modalità di espressione artistica: dall’immagine in movimento, alla scultura, dalla body art alla fotografia, dall’architettura alla scrittura (ogni suo progetto si articola in differenti – rare e ricercatissime – emanazioni) fino alla musica (Bjork scrive una complessa partitura in miracolosa osmosi con le immagini). Artista troppo rigoroso e misurato per poterlo definire visionario, Barney esce per la prima volta dai musei e dà vita ad un lavoro composto di visioni simboliche superbamente controllate, a un film di complessi manufatti (persino le pietanze consumate dalla ciurma sono elaborati sofisticatissimi), sculture, corpi, a un trip composto di minerali, vegetali, animali e che è prima di tutto, come ogni opera artistica, un’esperienza che invade i sensi, un lavoro che nel cinema trova un limite e non una definizione, che racchiude in sé lo stesso svolgersi del processo creativo (tutto il ciclo DRAWING RESTRAINTS vuole essere, nelle intenzioni dell’autore, una celebrazione della pura energia creativa, prescindendo dai prodotti  in cui si sostanzia – proprio l’impatto con la creazione artistica sembra essere alla base della trasformazione alchemica degli Sposi in balene -).
E non si parli di dilatazione dei tempi ché questo DR9 si sviluppa secondo quelli naturali di un lavoro che richiede di necessità spettatori audaci e motivati, pronti a farsi inondare dalle perspicue immagini di un mondo da contemplare senza farsi domande: la sublime sfilata iniziale che accompagna il varo della baleniera vale un’intera annata in sala con buona pace di chi mastica a sproposito parole come “solipsismo” e “intellettualismo”. Come tutti coloro che coltivano ossessioni anche Barney è un artista sincero poiché, siamo costretti a ripeterlo, c’è molta più verità in un’ostica idea fissa che in un racconto che tradisca, nella sua studiata linearità, l’artificio, la subdola finzione che, proprio quando rassicura l’intelletto, attua il suo inganno.

Voto:  9                                                     Luca Pacilio


Voto:  8,5                                   Emanuele Di Nicola

 

Musikanten
(Franco BATTIATO)

(Italia   -   90')

Marta e Nicola  hanno ideato un nuovo programma televisivo: in esso vengono illustrate le vite di personaggi che rappresentano una nuova frontiera della cultura. L’incontro con uno di questi  porterà Marta a un’esperienza regressiva e a rivivere la vita di un giovane Principe molto vicino a Ludwig Van Beethoven negli ultimi anni della sua vita.


The new frontiers of the Nouvelle Vague

MUSIKANTEN riporta sul piatto l’interrogativo se Franco Battiato ci sia o ci faccia. Essendo fuori discussione l’originalità del musicista (la personalità del suo discorso musicale è a prova di bomba, piaccia o meno), molto invece si può discettare intorno ai famigerati testi, figli di disparati immaginari, densi di citazionismi alti e bassi, squarci storici, mitologie varie volutamente esasperate, divertenti nonsense ed ingenui (?) esotismi (la collaborazione con Manlio Sgalambro – la sua Yoko Ono, come l’ha definito malignamente Aldo Busi – è logica prosecuzione del percorso).
Dopo una prova cinematografica riuscita quale PERDUTO AMOR (sorta di nostalgico amarcord sull’epoca della canzonetta) con MUSIKANTEN Battiato alza il tiro e, messo da parte il discorso più sinceramente autobiografico, compone il film proprio come le sue canzoni, mescolando un po’ tutto, alterando i toni, muovendosi tra serietà vera e falsa, tra toni apocalittici e/o predicatori (la televisione come deserto morale), di fondo rimanendo una visione perfida e pessimista dei tempi attuali. Il risultato è a tratti divertente (il siparietto di Rezza è irresistibile), a tratti noioso (il cuore del film, la parte dedicata agli ultimi anni di vita di Beethoven, è un mezzo disastro), in generale di sperimentalismo poco efficace. La studiata gratuità di MUSIKANTEN se non condanna il regista (che qualche intuizione ce l’ha - si spera però che dalla snobistica mancanza di rispetto delle convenzioni filmiche possa trarre migliori ispirazioni -) dall’altro non salva un’opera zoppicante e che della sua non omologabilità non riesce a fare un pregio.  

Insomma, che Battiato sovraccarichi scientemente il discorso (il voluto straniamento attoriale ne è un chiaro segnale) e prema sul tasto dell’ironia o dell’artificio è fuor di dubbio, che la sua consapevolezza non basti a fare di questo MUSIKANTEN un bel film anche.

Voto:  4,5                                                 Luca Pacilio


Smisurata Ambizione

Imbarazzante. Non ci sono altre parole per descrivere l'opera seconda del musicista Franco Battiato. Attraverso una narrazione dalle pretese oniriche si passa dai giorni nostri all'Ottocento e si ha modo di entrare in contatto con le ultime giornate di, nientepopodimeno che, Ludvig van Beethoven. Ma veniamo ai difetti. La pretenziosità prima di tutto, subito evidente negli improvvisi inserti in digitale sporco che sembrano più derivare dal caso che da una precisa scelta stilistica; così come non si percepisce alcuna direzione degli attori, che vagano senza controllo ripetendo a pappagallo, e con falsissima convinzione, frasi di cui sembrano ignorare il significato. In particolare, davvero imbarazzanti Sonia Bergamasco in abiti maschili e boccoloni nei panni del principe Lichnowsky, amico e mecenate di Beethoven, e Fabrizio Gifuni con capello lungo e sorriso costante stampato sul viso. Per tacere del grande regista Alejandro Jodorowsky. Si butta con mimica eccessiva nel ruolo rischioso di Beethoven e non esibisce alcun carisma (certo, il doppiaggio gracchiante e fuori sincrono non lo aiuta). Ma proprio tutti gli elementi cinematografici risultano insalvabili: il montaggio sbaglia i tempi, i costumi paiono raccattati dove capita, la scenografia è di una povertà che non ha nulla di rigoroso, la fotografia appare sbiadita. Anche la musica, ricercata per evitare scelte banali, non arriva. Ma il peggio del peggio è nelle pretese intellettuali della sceneggiatura (dello stesso Battiato con il filosofo Manlio Sgalambro) che sfida, perdendo, il ridicolo, costruisce sequenze dall'imponderabile valore aggiunto e azzarda dialoghi di sublime vacuità ("esporre l'esoterico a chiunque non va bene", "prenda contatto con l'alluce destro", "le auguro la migliore delle cacate, senza difficoltà, in questo meraviglioso cesso!"). 
Ed ora passiamo ai pregi: non pervenuti.

Voto:  1                                             Luca Baroncini


Voto:  3                                                 Manuel Billi

 

Arido Movie
(Lirio FERREIRA)

(Brasile   -   115')

Ambientato nelle lande interne del Brasile del Nord Est. Un reporter-metereologo, Jonas, fa ritorno nel suo paese natio, Rocha Valley, terra afflitta dalla siccità cronica. Il suo è un viaggio tra i gravi problemi apparentemente irrisolvibili di una zona senza acqua (ma con Internet e ultime novità tecnologiche), ma finisce per essere un viaggio attraverso la sua memoria.

Alla sua opera seconda, il regista Lirio Ferreira s’inventa una storia che avrebbe potuto scrivere Glauber Rocha, somigliando ad un’indagine, molto abbozzata e giocosa, sulle origini culturali di un popolo ed insieme tentativo di recupero del passato per scovare la genesi dell’odierna aridità. Adotta però uno stile ammiccante, molto alla moda (sgranature, desaturazioni e cromatismi accentuati), smarrendosi ben presto lungo le lande desolate del nord-est del Brasile, dove vagano senza meta i protagonisti, alla ricerca di un senso che (ci) sfugge. La svolta “fantascientifica” finale non è che l’ennesimo “non-sense”, forse più irritante, perché seriamente ambizioso e pesantemente metaforico. Il regista sa muovere la macchina da presa, imbrigliato tra le regole di un genere saprebbe svolgere il suo compitino egregiamente. Qui, nel seguire il viaggio del giovane metereologo Jonas al capezzale del padre nella Rocha Valley, si compiace dell’assenza di un racconto lineare governato dal rapporto causa/effetto, gode nel perdersi nella vicenda narrata, affianca al fatto principale l’inutile scorribanda dei fumatori di marijuana Bob, Falcão e Vera. Ha del talento, qualche soluzione sorprende, ma nel complesso si ha la non gradevole sensazione di essere stati presi in giro per cento minuti.

Voto:  5,5                                            Manuel Billi

 

Workingman's Death
(Michael GLAWOGGER)

(Austria/Germania   -   122')

Esiste ancora la classe operaia? Il documentario si articola in cinque capitoli per trovare la risposta: un viaggio attraverso le miniere illegali dell’Ucraina (EROI), i lavoratori dello zolfo in Indonesia (FANTASMI), gli uomini di un mattatoio in Nigeria (LEONI), una piattaforma petrolifera in Pakistan (FRATELLI), un impianto siderurgico in Cina (FUTURO), una fonderia abbandonata in Germania (EPILOGO).

Morte al lavoro

Non puoi mangiare per otto ore al giorno, non puoi bere per otto ore al giorno e nemmeno fare l’amore per otto ore al giorno. Quello che puoi fare per otto ore al giorno è solo lavorare. E’ questa la ragione per cui gli uomini rendono se stessi e gli altri così infelici.
William Faulker

’austriaco Michael Glawogger, coniugando la mirabile tecnica filmica ad una rara lucidità intellettiva, ci regala una delle perle preziose di questo Festival: sforbiciando la sua opera da ogni risvolto spiegazionistico, la forza del documentario risiede nel potere imprescindibile del mostrare. Paradossalmente l’autore non fa altro che filmare: lavoro, sguardi, corpi, sudore, fatica. Non esiste commento, il campo è sgombro, solo le immagini parlano ed hanno molto da dire: alla scoperta della poliforme condizione lavorativa dell’uomo, immortalata in diversi angoli del pianeta, l’inquadratura insistente di una spalla deformata dal peso di una travertina insinua un intenso disagio, non servono altre parole. Se queste ci sono si affidano rigorosamente ai lavoratori, volti presi dalla strada ma mai autocompassionevoli, al contrario ansiosi di esprimersi senza forzature né pretese particolari, raccontando la loro ordinaria esperienza: Ogni giorno al mattino ringrazio Allah, sentiamo da uno sgozzatore di capre nigeriano costretto a muoversi tra sangue ed interiora, perché mi ha fornito questa abilità che mi permette di vivere. Lavoro primitivo, precario, ignobile ma soprattutto rischioso: Glawogger cattura gli ucraini che convogliano a pranzo nell’angusta cavità di una miniera (Non siamo eroi come Stakhanov, lavoriamo per sopravvivere), i pakistani che impiegano la giornata a 80 metri d’altezza, i nigeriani che inalano ininterrottamente i fumi delle braci…
Impreziosito dalla perfetta fotografia realista di Wolfgang Thaler, il film ritaglia squarci davvero paurosi (basti per tutti il minatore in tuta da lavoro, un mostro della modernità) ma d’innegabile splendore, sino a chiudersi nella vicina Germania: una fonderia dismessa è trasformata in parco giochi, incorniciato da una festa di luci e colori. Il riciclaggio dell’impianto è la fine del lavoro manuale? Nell’indicare la Cina come gigante del futuro il film accenna gentilmente altre strade senza percorrerle del tutto, ricordando che è sempre il dibattito stimolante, mai la sola risposta.

The job is death itself.
Portuale pakistano

Voto:  7                                      Emanuele Di Nicola

 

Die Grosse Stille  
(Philip GRÖNING)

(Germania/Svizzera   -   164')

Die Grösse Stille (“il grande silenzio” in italiano) è tratto dall’esperienza-progetto del regista Philip Gröning, che ha passato 6 mesi nel silenzio quasi fantastico, lontano dal modo e dalla sua confusione, del chiostro della Grande Chartreuse, nelle Alpi francesi, per documentare la vita dei Monaci Certosini e la loro regola suprema, quella del distacco più assoluto dal mondo.


Philip Gröning, autore di tre lungometraggi di fiction (Summer del 1986, The Terrorists! del 1992, L´amour, L´argent, L´amour del 2000) passò 6 mesi nel silenzio irreale del chiostro della Grande Chartreuse, nelle Alpi francesi, vicino a Grenoble, per documentare la vita dei Monaci Certosini e la loro regola suprema, quella del distacco più assoluto dal mondo. Il grande silenzio è il frutto di questa esperienza. Scandito dall’alternarsi delle stagioni, commentato da passi del vangelo che sintetizzano i precetti dei monaci, intervallato dai primi piani frontali dei confratelli, questo viaggio ipnotico sulle montagne che toccano il cielo ha il ritmo lento di un eterno ritorno dal valore mistico, in cui gli atti, i riti e le azioni ricorrenti della “regola” si sposano e si rispecchiano nella natura. Un documentario-fiume senza commento, lontano dall’estetica televisiva, estremo ed ostico, seducente sul piano formale e privo di qualsiasi finalità apologetica.

Voto:  8                                                Manuel Billi

 

The Wild Blue Yonder
(Werner HERZOG)

(Germania/Gran Bretagna/Francia   -   81')

Un alieno (Brad Dourif) proveniente da un pianeta sommerso dall’acqua, The Wild Blue Yonder (“il Selvaggio Azzurro Lassù”), è reduce dalla missione fallimentare di integrare la propria comunità con i terrestri. A nostra insaputa, per decenni questi alieni hanno visitato il pianeta per tentare di integrarsi con noi, ma senza riuscirci. L’alieno racconta di un gruppo di astronauti che sta orbitando attorno alla terra in una navicella spaziale ma non possono far ritorno, in quanto il nostro pianeta è diventato inabitabile a causa di una guerra mondiale, della diffusione di una malattia incontrollabile, delle radiazioni dovute alla scomparsa dello strato di ozono nell’atmosfera.  

The Wild Blue Yonder (“il Selvaggio Azzurro Lassù”) è il nome del pianeta sommerso dall’acqua dal quale proviene l’alieno dalle sembianze umane protagonista del film di Herzog, Brad Douriff, uno degli internati di Qualcuno volò sul nido del cuculo. Rivolgendosi direttamente allo spettatore, racconta la propria storia, il fallimento del tentativo fatto dai suoi compagni di stabilire un rapporto con i terrestri ed il viaggio suicida di questi ultimi verso il suo pianeta, alla ricerca di nuove risorse da poter sfruttare, visto l’esaurimento delle scorte sul pianeta Terra. Il regista utilizza filmati della NASA e li “rifunzionalizza” creando uno straniante corto circuito interpretativo: il pianeta misterioso che visitano gli astronauti non è altro che il fondale marino al di sotto del ghiaccio del nostro circolo polare. Splendida riflessione in forma di “poema fantascientifico” sul “bello naturale” violato dall’uomo, The Wild Blue Yonder è anche una straordinaria “prova” del potere del cinema di manipolare il reale e di modificarne il significato, piegandolo alle proprie esigenze e di come sia possibile lanciare un segnale d’allarme e dire “più del vero” passando attraverso la falsificazione e risemantizzazione, glorificare la natura minacciata mediante la “riscoperta” delle bellezze non corrotte, intatte, del nostro pianeta. Sorprendono, come sempre nell’Herzog documentarista, le azzeccatissime scelte musicali (i canti sacri del coro di Orosei).

Voto:  8,5                                     Manuel Billi

 

Vokaldy paralelder
(Rustam Khamdamov)

(Kazakhistan   -   65')

Una donna (Renata Litvinova) seduta in cima ad una montagna, scrive un libro sui  cantanti di opera e sulle loro vite. La donna discute di fede e talento e dei rapporti tra società ed arte: “le voci dei cantanti di opera non si possono comprare, sono regali di Dio”.


Viaggio nella memoria musicale ed artistica, straniante concerto operistico presentato da una donna che sta scrivendo un libro sui cantanti d’opera e le loro vite (Renata Litvinova, anche sceneggiatrice del film), I paralleli vocali del titolo sono quelli dei cantanti d’opera che non si possono comprare, che sono regali di Dio. Pur essendo stato commissionato dal teatro lirico uzbeko, e dunque rientrando nel genere “teatro musicale filmato”, il film dell’artista e regista Khamdamov Rustam, tornato alla regia dopo quindici anni di silenzio, opta per una messa in scena assolutamente inconsueta, facendo vibrare le corde dei soprani tra le montagne dell’Uzbekistan, in una stalla (memorabile il duetto con una pecora al suono del verdiano amami Alfredo tradotto in russo), rivestendo le cantanti di fogli di partiture e poi dandole fuoco, facendole giocare con il patrimonio musicale europeo come bimbe viziate consapevoli di essere fuori del mondo. Con uno stile estetizzante ed orgogliosamente kitsch, a metà strada tra Derek Jarman e certi avanguardisti newyorkesi, ciò che a tutta prima sembrerebbe un divertissement compiaciuto e stucchevole ad uso e consumo esclusivo di melomani è in realtà un’elegia funebre che celebra la fine di un’epoca, quella del “bel canto”, intonata da alcuni sopravvissuti fuggiti dalla metropoli e dalla storia (gli interpreti lirici Eric Kurmangali, Araksia Davtian, Roza Dzhamanova e Bibigul Tulegenova) giusto per ricercare di conferire un senso nuovo ad una cavativa a mille metri di altezza, tra contadine perplesse e capre belanti, statue che ricordano le vestigia dell’antichità, interni postdecadenti oramai fatiscenti.

Voto:  7                                         Manuel Billi

 

East of Paradise
(Lech KOWALSKI)

(Francia   -   100')

Maria Werla Kowalski racconta l’odissea degli ebrei polacchi sotto il regime nazista.


La signora Maria si passa la mano tra i capelli, scambia una vacua parola con il figlio, siede davanti alla cinepresa. Tutto qua. A chiusura di una trilogia sulla rievocazione della tragedia Kowalski decide di mettersi da parte, ascoltando la madre e registrandone la lunga testimonianza; un monologo brullo e sguarnito che indugia sul volto della donna per quasi 100 minuti e, prosciugato volutamente ogni orpello ingombrante (non esiste scenografia, si dissolve l’elemento di disturbo anche visivo), trasforma il film nelle pieghe stesse del suo volto, l’urgenza di raccontare, l’orgoglio irrinunciabile della sua persona e l’ostinazione a rimanere primamente, malgrado tutto, una donna. Parole che passano dal tenero della rievocazione giovanile all’orrore nazista, indelebile, mostrando i vari strati dell’emozione; ora contenuta ora trasportante e commovente. Il “film” in senso stretto ne esce volutamente barcollante dato che la vista è stavolta azzerata in favore dell’udito, dell’allusione e dell’immaginazione, dallo scabroso pernottamento nel carro bestiame al pasto arrangiato con pulci e roditori (Almeno erano proteine). L’istante visivo deraglia nel territorio della realtà: la nuda testimonianza diventa simulacro del ricordo da tramandare che, sfidando la logica tradizionale in assenza di preparazione e/o sceneggiatura (Quando inizio un film non so mai come finirà, così l’autore), raggiunge un effetto talmente umano ed anticinematografico da non potersi ingabbiare nel consueto gelo del voto.

Voto:  s.v.                                       Emanuele Di Nicola


Terzo capitolo della “trilogia della memoria” My Wild Wild East, iniziata da Kowalski con The Boot Factory (2000) e proseguita con On Hitler’s Highway (2002), viaggio sull’autostrada che attraversa la Germania, fatta costruire da Hitler per facilitare la deportazione nei campi di concentramento degli ebrei, con East of Paradise il regista sembra voler chiudere i conti con il proprio passato di immigrato polacco negli Usa, ripercorrendo il viaggio della madre deportata in Siberia durante la seconda guerra mondiale e la propria esperienza di documentarista nella New York degli anni Settanta e Ottanta, tra controcultura, punk e droghe. Mentre i primi cinquanta minuti costituiscono il lungo e commovente resoconto della madre sopravvissuta al freddo e ai lavori forzati, filmato senza mai staccare dal suo volto sofferente, la seconda parte, sintesi visiva del percorso artistico dell’autore resa mediante un collage di frammenti che documentano la vita e la morte dei suoi più cari amici, convince solo in parte. Sebbene il regista abbia sottolineato il carattere soggettivo del suo lavoro, nel momento in cui cerca di stabilire un legame tra la condizione di sopravvissuta della madre e le pulsioni autodistruttive dei giovani “ribelli” suoi coetanei, tutti vittime di un potere senza volto, fa virare il discorso da privato ed intimo a storico e socio-culturale: per questo, l’equiparazione suona arbitraria, moralmente e storicamente inaccettabile.

Voto:  5                                                         Manuel Billi

 

Hongyan (Au Fil de l'Eau)
(LI Yu)

(Cina/Francia   -   93')

Xiao Yun, incinta a sedici anni, crede che suo figlio sia nato morto; dieci anni dopo si esibisce in un locale malfamato e scopre la verità sulla prole.

Madre e Figlio

Dalla Cina una gradevole matassa intimista declinata al femminile: aderendo diligentemente ad un intreccio preistorico la regista, ex valletta della televisione, inserisce volendo una punta autobiografica e la stempera dolcemente con una leccata d’ironia. Non serve scomodare Ozu per realizzare la rimasticatura di concetti già espressi, dal confronto madre-figlio a quello con i genitori, il conflitto tra l’essere sé stessi e riscoprirsi nel nuovo ruolo di madre, lo squallore del basso spettacolo e la routine quotidiana per campare. Ma è chiaro come Li Yu ami il suo personaggio, lo adorni con metafore semplici ma efficaci (il titolo significa “viso truccato”) senza mai dire troppo né troppo poco complice una lieve durata, lo allontani da una scontata retorica per portarlo in un lodevole territorio di mezzo, a cavallo tra l’accurata costruzione visiva (la camminata nel torrente) e la girandola delle emozioni che, seppur travolgenti, non esplodono palesi ma restano suggerite. Notevole l’apporto di Xingrao Huang, bambino protagonista di simpatia travolgente che ci fa affezionare alle sue marachelle. HONGYAN è l’esempio senza pretese di come rifare onestamente un filone senza cadere nel ridicolo.

Voto:  6                                    Emanuele Di Nicola


Dramma famigliare e spietata disamina sulle ferite inflitte da una società bigotta e repressiva ad una ragazza madre costretta a crescere in fretta, sulla chiusura mentale ed il terrorismo psicologico messo in atto dal regime – il privato diviene pubblico nel momento in cui si violano le regole del vivere “civile”, per cui è possibile assistere, come accade nel film, all’annuncio all’altoparlante della tresca tra la scolaretta e del suo compagno in piena esplosione ormonale – Hongyan riesce a toccare le corde dello spettatore con un racconto semplice che affronta con sensibilità questioni “a rischio ricatto” (specie il rapporto tra la madre ed il figlio dato in adozione) ed uno stile piano, rigoroso, asciutto.

Voto:  7,5                                           Manuel Billi

 

Carmen
(Jean-Pierre LIMOSIN)

(Francia   -   100')

Carmen, una scimmia bonobo, scappa dal centro studi in cui vengono esaminate le sue facoltà intellettive e attitudini linguistiche ed entra nella vita di una coppia.

Partendo da un reale fatto di cronaca Limosin, regista del mediocre NOVO, azzarda un grottesco che non sorprende, trattando un tema, la società umana vista dal punto di vista dell’animale, già affrontato (da altri e meglio) in passato. Di scrittura alquanto rozza, formalmente scialbo, il film dispensa strampalaggini senza un disegno coerente, abbozzando i personaggi e le loro dinamiche relazionali. Carmen dà amore ma ottiene solo rifiuto e tradimento, l’essere umano è indifferente e ha paura dei sentimenti ma alla fine, di fronte al dramma della scimmia, fa il miracolo e salva l’animale dal suo comatoso rifiuto della vita.
Un po’ Ferreri dei poveri, un po’ Oshima in vacanza, CARMEN si regge su una confusione di piani scontata in cui tutto, anche il parallelo tra l’osservazione delle scimmie in gabbia e quello degli impiegati negli uffici, diventa metafora gridata.
Più che trascurabile.

Voto:  4                                               Luca Pacilio


Primate ci sarai

Il sonno più profondo o la risata più grassa del Festival (a scelta) spettano puntualmente a Limosin: questo regista (voglio esagerare), per dirla con parole sue, ha presentato un film su come si vedono le persone con gli occhi degli animali che ovviamente sono migliori degli uomini. La giovane bonobo protagonista, elemento migliore di un cast infernale, si offende quando il dottore palpa l’assistente (carenza di affetto), fugge e passa di mano in mano, trova l’amore a spese di un’adorabile coppia che prima la abbandona e poi la riprende. Regia bastarda e ricattatoria, dialoghi da crisi di pianto, una storia… quale storia?, finale che scorre sulle note della canzone L’amore è figlio di uno zingaro. Che altro? Il regista ci tiene a far notare che soltanto l’1,6% dei nostri geni è differente da quello di un bonobo, con il suo film lo dimostra pienamente.

Voto:  3                                  Emanuele Di Nicola


Voto:  3                                                 Manuel Billi

 

Veruschka - (m)ein inszenierter Körper 
(Paul MORRISSEY - Bernd BÖHM)

(Germania   -   80')

La vita di Veruschka (Vera von Lehndorff), dall’infanzia polacca (il padre, che faceva parte della resistenza antinazista, venne arrestato e giustiziato) all’adolescenza segnata dagli studi d’arte, da musa di Dalì a icona della moda (per molti è la prima top model di sempre; posò per tutti: da Avedon a Penn, da Newton a Meisel, a Bailey), fino alla decisione di diventare artista ella stessa usando il proprio corpo come oggetto da plasmare ed esporre: di qui una serie di lavori in video, l’ingresso nei musei come “statua vivente”,  installazioni e book fotografici di smagliante bellezza, geniali e straimitati (il body painting che mimetizza il corpo nell’ambiente – le serie Transfigurations, Oxydations etc. - è da allora praticatissimo; Burning city del 1997, all’indomani dell’11 settembre, suonerà come inquietante presagio). Paul Morrissey, il cui ultimo film risaliva al 1988, si mette al servizio della divina, lascia che questa racconti la sua vita, sembrando limitarsi a ordinare e selezionare un’enorme massa di materiale di repertorio e ad apporre la sua firma al lavoro. Forse proprio la tendenza autoincensoria di Veruschka è il limite di un documentario per altri versi importante alfine di inquadrare la straordinaria personalità dell’artista e la portata di un’opera pressoché unica. Oscar Wilde diceva che bisognerebbe essere un’opera d’arte o indossarla: V., in momenti diversi del proprio percorso, può dire di esserci riuscita in entrambi i casi.

Voto:  6                                                 Luca Pacilio


Voto:  6                                                  Manuel Billi

 

Wu qiong dong
(NING Ying)

(Cina   -   90')

Cina, giorni nostri. Alla vigilia della Festa di Primavera, quattro donne in carriera si riuniscono nella ricca magione di Niuniu, affermata direttrice di una rivista di moda. Per le prime sarà occasione per aprire i loro cuori pieni di incertezze sulla società in cui vivono, sulle loro vite sentimentali e lavorative. Per Niuniu invece è l’occasione per portare a compimento la sua vendetta.

Sapiente messa a punto di una strategia della vendetta, non velata metafora sulla fine degli ideali nella Cina pseudo-comunista, Perpetual Motion tratteggia con coraggio un quadro a tinte fosche del quieto vivere borghese di un gruppo di donne di Pechino, satireggiando tanto sul regime, tanto sulle apparenti libertà offerte dalle società occidentali. La regista, che aveva decantato le bellezze della sua città in una trilogia composta da Zhao Le (For Fun) del 1993, Min jing gu shi (On the Beat) del 1995 e Xiari nuanyangyang (I Love Beijing) del 2000, gioca la carta del grottesco soprattutto nella prima parte (si pensi al pasto disgustoso a base di zampe di gallina), per poi colorare di malinconica rassegnazione il tutto in un finale aperto che non interrompe l’eterno movimento della vita, seguendo il lento, ondivago peregrinare delle protagoniste disilluse verso il tramonto. Interessante.

Voto:  7,5                                                  Manuel Billi


Salotto di Pechino

Partenza non malaccio ma svolgimento che uccide ogni speranza: delle quattro donne protagoniste una è stata maltrattata dal marito, l’altra ha il consorte dietro le sbarre, l’altra… Mai si esce dallo stereotipo, nemmeno quando la regista azzarda l’affresco epocale della Cina dagli interni di un appartamento: spezzoni di telegiornali (mai mezzo fu tanto didattico) e una serie di spillette di Mao, ritrovate chissadove in soffitta, non bastano certo a calarci nel contesto. Considerando anche la ricercata sciatteria realizzativa, espressa da una camera forsennatamente mobile, la noia è mortale: l’inverosimile colpo di scena finale, una svolta da Giallo Mondadori, non allevia la pesantezza di un film molto chiacchierato, che ci gira parecchio intorno senza mai centrare alcun bersaglio. Da consumarsi in salotto, luci soffuse, cinema per casalinghe, ronfata libera. La dimostrazione che il colosso cinese, oltre alla diffusa meraviglia (lo splendido CHANGHEN GE in Concorso), talvolta partorisce dei mostri.

Voto:  4                                        Emanuele Di Nicola

 

Texas
(Fausto PARAVIDINO)

(Italia   -   100')

La vita di un gruppo di amici di un piccolo paese del Piemonte, raccontata attraverso le vicende di tre notti: un sabato di novembre, un sabato di dicembre vicino al Natale ed un sabato di febbraio.

Debutto alla regia cinematografica per Paravidino, fino a ieri autore e regista teatrale: TEXAS è un affresco in movimento della provincia italiana (vista come una sorta di periferia allargata degli USA e che vive - di rimando e in ritardo – delle stesse mitologie e nello stesso limbo fatto di agglomerati di case, ipermercati, discoteche, pub e pochissimo altro) ben orchestrato che tenta più di una strada, non sempre centrando l’obiettivo ma rifuggendo comunque da certi schematismi consueti al giovane cinema italiano (e non solo): TEXAS non ha tesi da sostenere, è un film di personaggi, tanti davvero (alcuni ben raccontati, altri solo accennati ma che contribuiscono alla completezza dello scenario, altri ancora macchiette trascurabili che puzzano un po’ di esausta letteratura giovanilistica) ritratti in un ambiente delineato con precisione e che l’autore dimostra di conoscere bene. Paravidino procede per frammentazioni temporali su un tono fondamentalmente realistico, non disdegnando siparietti grotteschi e alcune uscite surreali; nonostante non tutto funzioni a dovere - le forzature ci sono -, l’autore riesce a garantire una buona tenuta del quadro d’insieme: la sceneggiatura ha una sua solidità, gli sviluppi narrativi sono studiati e, anche quando i toni vengono caricati, il regista non fa scadere il quadro nella facile caricatura. Non c’è niente di realmente nuovo in questo film, anche certe influenze sono riconoscibili, ma va riconosciuto al giovane autore il merito di non fare mai il passo più lungo della gamba, di tenere sempre in pugno la storia, di girare con un discreto piglio.
Peccato per il finale in cui quasi tutte le situazioni in gioco declinano troppo bruscamente sul tragico: un inciampo che denuncia l’acerbità del cineasta ma che comunque non intacca la bontà del risultato finale.

Voto:  6                                                        Luca Pacilio


I Sabati del Villaggio

Per il suo debutto alla regia il giovane Fausto Paravidino sceglie la vita di provincia, con i suoi sogni, le contraddizioni e l'incombere della tradizione nell'impostazione dei rapporti sociali e dei legami affettivi. Al centro della narrazione sette ragazzi in cerca di qualcosa, ma soprattutto di un proprio posto nel mondo. Paravidino affronta le trappole del ritratto generazionale cadendo in qualche stereotipo e non riuscendo sempre a mantenere alto il respiro dell'affresco, ma bisogna riconoscergli una ruspante vitalità in grado di cogliere un sentire contemporaneo. Le storie nella storia hanno tracce di verità, e anche se non tutti gli spunti trovano adeguato sviluppo, per una volta nessuno sogna la fuga dalla provincia con destinazione i tropici, e il fine ultimo non è mai piangersi addosso. Così come droga, delinquenza ed eccessi restano perlopiù ai margini, senza diventare il banale punto di arrivo o di partenza. Il film comincia con una divertente e ritmata presentazione dei protagonisti, poi la struttura anticipa gli eventi per poi dettagliarli in un lungo flashback che porta a capire i personaggi e le loro motivazioni. Non tutto è a fuoco e soprattutto la parte finale si sfilaccia non poco (perché la Golino si veste da prostituta? Era necessario mettere una pistola in mano al marito tradito? Lo stupro finale non è una caduta di stile rispetto al taglio problematico, ma brillante, adottato fino ad allora?), ma è un tentativo di dire altro partendo dal proprio ombelico. Gli interpreti si danno con energia contagiosa, a parte comparse e figuranti che sembrano volersi soprattutto divertire. Valeria Golino continua il suo cammino di sperimentazione maturando ad ogni film, e Riccardo Scamarcio non si limita a fare il piacione.

Voto:  6                                                   Luca Baroncini


Voto:  7,5                                                    Manuel Billi

 

Everything is Illuminated
(Liev SCHREIBER)

(U.S.A.   -   102')

Un giovane ebreo americano decide di andare alla ricerca della donna che durante la Seconda Guerra Mondiale in un villaggio in Ucraina aveva salvato la vita a suo nonno, nascondendolo durante un raid dei Nazisti. Il ragazzo viene aiutato nella sua ricerca da Alex, un ragazzo del luogo.

Tratto da uno dei più eclatanti casi letterari degli ultimi anni, scritto da Jonathan Safran Foer (allievo di Joyce Carol Oates) a soli 22 anni, un romanzo a scatole cinesi sorprendente per maturità stilistica e complessità strutturale, brillante e commovente, in cui tutti i caratteri si rispecchiano tra loro, lampanti emanazioni di un unico personaggio (il narratore e dunque, in seconda battuta lo scrittore stesso – che in effetti li ha creati -), EVERYTHING IS ILLUMINATED è il film che segna l’esordio dell’attore Liev Schreiber alla regia. Di origine ucraina, Schrieber stava per realizzare un film su un immigrato della sua terra d’origine quando si è imbattuto nello straordinario libro di Foer: di fronte a un compito non facile, quello di adattare un’opera così ricca e strutturata, il regista si districa abbastanza  bene scegliendo di eliminare la storia dello shtelet ucraino, il villaggio ebreo, che costituiva un vero e proprio romanzo nel romanzo, concentrandosi solo sul viaggio di Jonathan e Alex e facendo della pellicola una sorta di road movie sui generis. Diviso in capitoli (poiché quello che ascoltiamo, in voce fuori campo, è il romanzo-diario che della vicenda scrive Alex, il cui inglese sgrammaticato è uno degli elementi più esilaranti dell’opera - il doppiaggio troverà di fronte a sé gli stessi ostacoli della traduzione, molto buona, del libro -) OGNI COSA E’ ILLUMINATA  è un film sul valore della memoria che, principiando con toni propri da commedia, man mano si drammatizza. La parte più seria è forse meno riuscita (i flashback in chiave non aiutano, anzi) ma il film, anche se nella seconda parte ha meno smalto, riesce a evolversi senza eccessive contratture fino allo struggente finale. Un po’ fiaba surreale (il personaggio di Jonathan, cui Elijah Wood presta la sua maschera), un po’ opera impegnata, il film, sul solco di Kusturica, è diretto con mano sicura dall’autore che azzarda anche aperture figurativamente interessanti.
Nota bene: anche se nel film si preferisce battere su un altro tasto nello strampalato inglese parlato da Alex “ogni cosa è illuminata” sta per “tutto è chiaro”.

Voto:  6                                                    Luca Pacilio


Memories

Il debutto nella regia dell'attore Liev Schreiber (tra le sue interpretazioni, "The Manchurian Candidate", "Al vertice della tensione" e "Hurricane") incrocia la ricerca delle sue personali radici con il famoso romanzo "Everything is illuminated" di Jonathan Safran Foer. Il risultato si può nettamente dividere in due parti. La prima è una commedia all'insegna del folclore dove a dominare la scena è l'incontro tra culture differenti, con l'americano che arriva in Ucraina per indagare sul proprio albero genealogico e ricostruire la storia del nonno partendo da una vecchia fotografia, che si trova, lui schivo ed introverso, ad incontrare personaggi dalla ruspante vitalità. La seconda, invece, vira alle lacrime, includendo la didascalia "per non dimenticare". Le due parti mal si amalgamano finendo per stridere, ma anche prese singolarmente non fanno faville. Il problema è che la commedia punta tutto su personaggi caricaturali senza azzeccare i tempi comici; la svolta drammatica, invece, parte come un "Carramba che sorpresa" e non si accontenta di crogiolarsi nei ricordi o in una lieve malinconia, ma punta diritto alla tragedia. Le conseguenze dell'invasione nazista al centro del racconto sono ovviamente devastanti ed è importante sottolineare che ciò che è accaduto non deve riaccadere, ma la resa cinematografica degli eventi è poco incisiva e finisce per perdere di vista lo spessore dei personaggi. Il cast è interamente ucraino, a parte Frodo-Elijah Wood, costantemente stranito come richiesto da un ruolo che, però, avrebbe avuto bisogno di maggiore approfondimento. Scoppiettante il commento musicale dalle sonorità etniche.

Voto:  5                                               Luca Baroncini


Voto:  6,5                                  Emanuele Di Nicola


Voto:  7,5                                                Manuel Billi

 

La Dignidad de los Nadies
(Fernando E. SOLANAS)

(Argentina   -   120')

"La dignidad de los nadies" offre un nuovo capitolo della storia dell'Argentina, iniziata da Solanas, con Memoria del saqueo (2004). Il film inizia proprio dove il precedente documentario si era fermato: la rivolta del dicembre del 2001 con le conseguenti dimissioni del presidente De La Rua. Il filmaker argentino, con questa nuova opera, mostra le conseguenze della rivolta, dal nuovo governo Kirchner fino ad arrivare ai giorni d’oggi,  con uno sguardo sulle recenti realtà di autogestione.


Dopo anni di metafore di dubbio gusto e fragorose cadute di stile, è la realtà più stringente ad aver richiamato Solanas all’ordine e al suo primo amore : il documentario. Il regista del memorabile L’ora dei forni congegna, partendo dagli effetti dalla crisi argentina del 2001, un commovente elogio dei “nessuno”, di chi non ha niente, delle vittime del malgoverno e della speculazione. Sebbene sfiori spesso la retorica (il commento poetico in rima dello stesso regista a decantare la dignità delle vittime del sistema economico fallimentare è pleonastico e stucchevole), il resoconto della rivolta popolare di chi, l’indomani della crisi, si ritrovò senza nulla (e già aveva poco), è efficace e colpisce nel profondo. Una volta liquidata la cronaca politica nei primi minuti, con uno stile da inchiesta televisiva inevitabilmente partigiana, Solanas decide saggiamente di dar voce e nome ai veri protagonisti ignorati dalla Storia: dal letterato vittima di un’aggressione durante una manifestazione contro il governo (nella quale perì uno dei manifestanti) al prete che decise di dismettere la tonaca per impegnarsi direttamente nel sociale. La denuncia è sincera, l’impianto generale del documentario (suddiviso in capitoli, ognuno dei quali dedicato ad un singolo “nadie” o ad un gruppo di “nadies”) è convincente. La documentazione della resistenza passiva delle donne e degli uomini spossessate delle loro terre, che intonano il calpestato inno nazionale alla libertà mentre il delegato del governo centrale si appresta ad aprire l’asta, entra di diritto nella storia del “genere”, imprimendosi perennemente nella nostra memoria. Con quest’opera, Solanas aggiunge un ideale quarto capitolo ai tre che andavano a comporre il succitato film del ’68 (Neocolonialismo e violenza, Atto a favore della liberazione e Violenza e liberazione, sulla situazione politica ed economica argentina dagli anni cinquanta ai sessanta).

Voto:  7,5                                              Manuel Billi

 

- FUORI CONCORSO

 

La Vida Segreta de las Palabras
(Isabel COIXET)

(Spagna   -   112')

Hanna, una donna timida e riservata, sta cercando di dimenticare il suo passato e decide di andare in vacanza, finendo in visita ad una piattaforma petrolifera in mezzo al mare. Lì incontra un campionario di personaggi “borderline”: Joseph, un uomo che ha gravi ustioni in tutto il corpo, di cui lei si prenderà cura; Dimitri, un soldato russo; Simon, un cuoco spagnolo; Martin, un ingegnere che ha una relazione con Lisa, una ragazza bellissima e stupida che Simon vorrebbe uccidere; Liam e Scott, una coppia inglese.


Non guardarmi che non ti sento

Inizia bene il film della Coixet, con una protagonista muta sul filo dell’autismo, autenticamente disperata, cullata da una voce off indefinibile (esagerando è stato citato Kaurismaki); la sua algida persona e l’insistita quotidianità in una manciata di minuti ghiacciano lo spettatore, complice la brulla interpretazione di Sarah Polley. Quando sulla piattaforma petrolifera, dopo aver azzardato il saporito nonsense (il personaggio dell’oca), Hanna incontra Joseph allora la pellicola chiarisce dove vuole andare a parare, e sono dolori. Il rapporto medico-paziente è di per sé argomento delicatissimo, una minima sbavatura di scrittura può sforare nel ridicolo: qui ne troviamo parecchie. Tra la facile metafora (lui non può vedere) ed il suo corrispettivo (lei non può sentire) si naviga nella sciatta narrazione infantile, segreti inconfessabili annegati in un mare di lacrime, certi tocchi trash da risata a crepapelle (lui che palpeggia lei, tastando un campo di battaglia). La mano della regista diventa pesantissima: inutili e banali i personaggi di contorno (indegna la macchietta culinaria di Camara, anche Ozpetek saprebbe fare meglio), il film si fa inverosimile e presto irrisorio quando azzarda l’alibi del messaggio sociale; la sequenza finale, in cui Tim Robbins promette di imparare a nuotare, sarebbe un simpatico scherzo con il difetto che non fa ridere. Affatto.

Voto:  4,5                                           Emanuele Di Nicola


Opera seconda della regista del sopravvalutato La mia vita senza me, protégée dei fratelli Almodovar, La vita segreta delle parole è, a dispetto del titolo altisonante, un onesto melodramma di denuncia, ben recitato, ben scritto, sulle verità nascoste, sulle ferite del corpo e della psiche, sulla messa a nudo di sé e sulla necessità di aprirsi all’altro. Sebbene la regista conceda troppo, specie nella prima parte, al macchiettismo, stando dietro a personaggi che si compiacciono della loro condizione di freaks isolati, riesce a rendere credibile l’evoluzione del rapporto tra la protagonista Sarah Polley (straordinaria) e Tim Robbins, in un crescendo amoroso che raggiunge l’acmé al momento della confessione notturna, un intenso, lungo resoconto crudele di una giovinezza violata che rifugge il patetismo ed il ricatto morale.

Voto:  7                                                         Manuel Billi

 

 

 

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