VENEZIA 2005
di 
MANUEL BILLI

 

 

SI! NO! MAH…?

 

SI!

- al macabro ed irresistibile encomium mortis di Burton e alla sua dannata sposa cadavere;

- al fiammeggiante e malinconico mélo cinese di Stanley Kwan, al suo sublime “formalismo umanista”, alla sua splendida protagonista;

- al soave e denso Specchio magico di De Oliveira, nel quale non vorremmo mai smettere di rifletterci;

- alla poesia fantascientifica di un ritrovato Herzog, che ci ammalia infondendo calore al freddo documento scientifico attraverso una manipolazione/falsificazione “a fin di bene”;

- alla forma paraoperistica ed alla compattezza di Gabrielle di Chereau;

- al gioco bianco/rosso, purezza/vendetta (e catarsi impossibile nella vendetta…) di Sympathy for Lady Vengeance e alla lezione di vero di Clooney;

- all’indagine rigorosa sui paradossi della nostra “civiltà” condotta da Cantet seguendo tre donne alienate vers le Sud;

- all’ostico ed ipnotico Die Grosse Stille, poco amato e, soprattutto, poco visto;

- al miglior film italiano della Mostra: La passione di Giosuè l’ebreo di Scimeca, che un festival indipendente dalle pressioni delle majors avrebbe sicuramente piazzato in concorso;

- al Soderbergh che vorremmo vedere sempre, quello secco e lucido di Bubble;

- alla sceneggiatura di Brokeback Mountain, che nonostante qualche lungaggine riesce a trasformare un brutto racconto sensazionalistico in un robusto dramma sulla repressione dei sentimenti;

- alla ricchezza visiva e alla vitalità dei Fratelli Grimm di Gilliam, che rimescola fabule e topoi della tradizione conferendo ad una minacciosa foresta, metaforicamente, lo status di “luogo” dell’irrazionale e del pensiero simmetrico;

- all’intelligente rilettura di Jacques le fataliste fatta dal portoghese Botelho, con un epilogo “filologico” assolutamente geniale;

- all’esordiente Liev Schreiber e al suo Ogni cosa è illuminata, che riesce a rendere partecipe lo spettatore della poetica degli oggetti della memoria elaborata dal protagonista e a commuovere;

- a Fausto Paravidino, che sa come si scrivono i dialoghi e costruiscono i caratteri, dirige con professionalità gli attori, evita di “procacciare” (nel senso di Procacci) il favore del pubblico “gggiovane”, ha il coraggio di affermare che ogni tentativo di fuga dal torpore di provincia è forse solo una grande illusion;

- all’asciuttezza di Hongyan e al suo piccolo protagonista;

- al lavoro sincero e ragionato della Guzzanti di Viva Zapatero;

- alla festa d’addio degli Amanti regolari Garrell;

- ai documentari di Solanas sulle conseguenze della crisi argentina sulla popolazione “che non ha niente” e a Belzec;

- ai primi cinquanta minuti di East of Paradise, una lunga testimonianza difficile da dimenticare;

- al cast di bellezze orientali di ambo i sessi di Perhaps Love, al montaggio frenetico di Initial D, al dramma della crudeltà Wuqiongdong, all’esordiente Ramin Bahrani;

- all’High school noir Brick, al piccolo tenente di un Beauvois finalmente sottotono, al musical proletario ed orgogliosamente volgare di Turturro, all’horror uterino e metaforico The Descent, al neoneorealismo rosa di Avati e al Buena Vista Social Club pugliese Craj-Domani, al dramma sussurrato La vita segreta delle parole, al concerto ad alta quota Paralleli vocali;

- a tutti gli animali domestici e non sacrificati alla settima arte: il pastore tedesco di Persona non grata a cui, come dice il protagonista, “è riservato un posto nel paradiso dei cani” (sic!); il Labrador dei Giorni dell’abbandono, che ridiscende sulla terra, forse disturbato dalla poco celestiale musica di Goran Bregovic; i mici e micetti annegati; mentre gridiamo in coro No! agli attori/cani che si ostinano ad ammorbarci con la loro cinematografica inettitudine: in primis, il “re dei cani”, quell’Orlando Bloom negazione assoluta dell’arte recitativa, che sta a Stanislavskij come Baget Bozzo a Sant’Agostino. Dovrebbe imparare dal suo collega “a quattro zampe” Affleck e darsi alla politica.

 

NO!

- all’incredibile film firmato Colagrande/Defoe Before it had a name, ovvero prima che la demenza abbia un nome, exploit riconducibile, in psicanalisi, al “narcisismo di coppia problematico”, da non confondere con il più innocuo “narcisismo di coppia ostensivo”, di cui il famoso filmino di famiglia di P. Anderson e Tommy Lee costituisce il paradigma “filmico”;

- allo stile finto-sciatto e patinato di Mereilles, al suo operatore ed al suo direttore della fotografia;

- all’ennesima “riflessione” intorno alla sofferenza e al masochismo della star di Backstage, ma Si! alla coraggiosa Seigner che, con caschetto bianco, sguazza nel latte come una divina regnante egiziana;

- all’estetismo compiaciuto e programmaticamente “da festival”, ai dialoghi pesanti e ai simbolismi dell’inutile Garpastum;

- all’irrisolto, superficiale e schematico Mary di (ciò che resta di) Abel Ferrara;

- alla zoofilia latente del tremendo Carmen di Limousin;

- al mesto e senile “cosasiamodiventati” di Zanussi;

- all’interminabile Elizabethtown, ai suoi dieci finali, a Orlando Bloom, al “Jukebox touch” di Cameron Crowe;

- al fallimentare Musikanten di Battiato, confusa e presuntuosa “sgalambrata” con vette scult ineguagliabili, ma Si! al cameo di uno strepitoso Rezza;

- all’insostenibile, tristissimo Allegro in “Dogma minore” di Christoffer Boe;

- all’esorcismo di Emily Rose, un ibrido malriuscito, un legal film con venature horror che finisce con lo scontentare tanto gli studiosi di soprannaturale e di legge che i patiti del gore;

- alla seconda parte ed alle conclusioni storico-sociologiche di East of Paradise;

- al finto trasgressivo Mater Natura, che osa poco ma quel poco sembra già molto nell’Italia di Ruini; un dato è certo: Massimo Andrei non sa cosa significhi dirigere un film; tuttavia, diciamo Si! al cast di caratteristi, ai costumi di Vladimir Luxuria e alla “Bubbazza”…;

- all’inutile funerale simbolico inscenato da Kitano nel suo Takeshi(s);

- al mélange comico/tragico de La bestia nel cuore e al personaggio del regista sceso a compromessi, ma Si! alla straordinaria Angela Finocchiaro;

- al televisivo I giorni dell’abbandono e ai sui ridicoli vuoti di senso.

 

MAH…?

- i risaputi e leziosi Falling in Love e Kuihua Duoduo, opere prime non disprezzabili di giovani registi che rifanno i modelli studiati a scuola;

- l’interessante ma eccessivamente lungo C.R.A.Z.Y., che nel descrivere la presa di coscienza della propria omosessualità del protagonista tira in ballo la metafora del “dono” ultraterreno e ci gioca per quasi due ore;

- il dignitoso ma piatto esordio di Caravaca e l’artigianale Profumo della donna in nero;

- il brasiliano Arido Movie, di cui non si riesce a cogliere il senso;

- il dilettantistico ma sincero Attente;

- il teatrale Proof, dal buon cast (a parte la Paltrow) ma dalla regia anonima;

- il deludente Veruschka, tradizionale documentario (auto)biografico leggermente autocelebrativo.  

 

 

 

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