SI!
NO! MAH…?
SI!
-
al macabro ed irresistibile encomium mortis di Burton e alla
sua dannata sposa cadavere;
-
al fiammeggiante e malinconico mélo cinese di Stanley Kwan, al suo
sublime “formalismo umanista”, alla sua splendida protagonista;
-
al soave e denso Specchio magico di De Oliveira, nel quale
non vorremmo mai smettere di rifletterci;
- alla poesia
fantascientifica di un ritrovato Herzog, che ci ammalia infondendo
calore al freddo documento scientifico attraverso una
manipolazione/falsificazione “a fin di bene”;
- alla forma
paraoperistica ed alla compattezza di Gabrielle di Chereau;
-
al gioco bianco/rosso, purezza/vendetta (e catarsi impossibile nella
vendetta…) di Sympathy for Lady Vengeance e alla lezione di
vero di Clooney;
-
all’indagine rigorosa sui paradossi della nostra “civiltà”
condotta da Cantet seguendo tre donne alienate vers le Sud;
-
all’ostico ed ipnotico Die Grosse Stille, poco amato e,
soprattutto, poco visto;
-
al miglior film italiano della Mostra: La passione di Giosuè
l’ebreo di Scimeca, che un festival indipendente dalle
pressioni delle majors avrebbe sicuramente piazzato in
concorso;
-
al Soderbergh che vorremmo vedere sempre, quello secco e lucido di Bubble;
-
alla sceneggiatura di Brokeback Mountain, che nonostante
qualche lungaggine riesce a trasformare un brutto racconto
sensazionalistico in un robusto dramma sulla repressione dei
sentimenti;
-
alla ricchezza visiva e alla vitalità dei Fratelli Grimm di
Gilliam, che rimescola fabule e topoi della tradizione conferendo ad
una minacciosa foresta, metaforicamente, lo status di “luogo”
dell’irrazionale e del pensiero simmetrico;
-
all’intelligente rilettura di Jacques le fataliste fatta
dal portoghese Botelho, con un epilogo “filologico”
assolutamente geniale;
-
all’esordiente Liev Schreiber e al suo Ogni
cosa è illuminata, che
riesce a rendere partecipe lo spettatore della poetica degli oggetti
della memoria elaborata dal protagonista e a commuovere;
-
a Fausto Paravidino, che sa come si scrivono i dialoghi e
costruiscono i caratteri, dirige con professionalità gli attori,
evita di “procacciare” (nel senso di Procacci) il favore del
pubblico “gggiovane”, ha il coraggio di affermare che ogni
tentativo di fuga dal torpore di provincia è forse solo una grande
illusion;
-
all’asciuttezza di Hongyan e al suo piccolo
protagonista;
-
al lavoro sincero e ragionato della Guzzanti di Viva Zapatero;
-
alla festa d’addio degli Amanti regolari Garrell;
-
ai documentari di Solanas sulle conseguenze della crisi argentina
sulla popolazione “che non ha niente” e a Belzec;
-
ai primi cinquanta minuti di East
of Paradise, una lunga
testimonianza difficile da dimenticare;
-
al cast di bellezze orientali di ambo i sessi di Perhaps
Love, al montaggio
frenetico di Initial D,
al dramma della crudeltà Wuqiongdong,
all’esordiente Ramin Bahrani;
-
all’High school noir
Brick, al piccolo
tenente di un Beauvois
finalmente sottotono, al musical proletario ed orgogliosamente
volgare di Turturro, all’horror uterino e metaforico The
Descent, al
neoneorealismo rosa di Avati e al Buena
Vista Social Club pugliese
Craj-Domani,
al dramma sussurrato La
vita segreta delle parole,
al concerto ad alta quota Paralleli
vocali;
- a tutti gli animali
domestici e non sacrificati alla settima arte: il pastore tedesco di
Persona non grata
a cui, come dice il protagonista, “è riservato un posto nel
paradiso dei cani” (sic!); il Labrador dei Giorni
dell’abbandono, che
ridiscende sulla terra, forse disturbato dalla poco celestiale
musica di Goran Bregovic; i mici e micetti annegati; mentre gridiamo
in coro No! agli attori/cani che si ostinano ad ammorbarci
con la loro cinematografica inettitudine: in
primis, il “re dei
cani”, quell’Orlando Bloom negazione assoluta dell’arte
recitativa, che sta a Stanislavskij come Baget Bozzo a
Sant’Agostino. Dovrebbe imparare dal suo collega “a quattro
zampe” Affleck e darsi alla politica.
NO!
-
all’incredibile film firmato Colagrande/Defoe
Before it had a name,
ovvero prima che la demenza abbia un nome, exploit riconducibile, in
psicanalisi, al “narcisismo di coppia problematico”, da non
confondere con il più innocuo “narcisismo di coppia ostensivo”,
di cui il famoso filmino di famiglia di P. Anderson e Tommy Lee
costituisce il paradigma “filmico”;
-
allo stile finto-sciatto e patinato di Mereilles, al suo operatore
ed al suo direttore della fotografia;
-
all’ennesima “riflessione” intorno alla sofferenza e al
masochismo della star di Backstage, ma Si! alla
coraggiosa Seigner che, con caschetto bianco, sguazza nel latte come
una divina regnante egiziana;
-
all’estetismo compiaciuto e programmaticamente “da festival”,
ai dialoghi pesanti e ai simbolismi dell’inutile Garpastum;
-
all’irrisolto, superficiale e schematico Mary di (ciò che
resta di) Abel Ferrara;
-
alla zoofilia latente del tremendo Carmen di Limousin;
-
al mesto e senile “cosasiamodiventati” di Zanussi;
-
all’interminabile Elizabethtown, ai suoi dieci finali, a
Orlando Bloom, al “Jukebox touch” di Cameron Crowe;
-
al fallimentare Musikanten di Battiato, confusa e presuntuosa
“sgalambrata” con vette scult ineguagliabili, ma Si! al
cameo di uno strepitoso Rezza;
-
all’insostenibile, tristissimo Allegro
in “Dogma minore”
di Christoffer Boe;
-
all’esorcismo di
Emily Rose, un ibrido
malriuscito, un legal film con venature horror che finisce con lo
scontentare tanto gli studiosi di soprannaturale e di legge che i
patiti del gore;
-
alla seconda parte ed alle conclusioni storico-sociologiche di East
of Paradise;
-
al finto trasgressivo Mater Natura, che osa poco ma quel poco
sembra già molto nell’Italia di Ruini; un dato è certo: Massimo
Andrei non sa cosa significhi dirigere un film; tuttavia, diciamo Si!
al cast di caratteristi, ai costumi di Vladimir Luxuria e alla
“Bubbazza”…;
-
all’inutile funerale simbolico inscenato da Kitano nel suo Takeshi(s);
-
al mélange comico/tragico de La bestia nel cuore e al
personaggio del regista sceso a compromessi, ma Si! alla
straordinaria Angela Finocchiaro;
-
al televisivo I giorni dell’abbandono e ai sui ridicoli vuoti
di senso.
MAH…?
-
i risaputi e leziosi Falling in Love e Kuihua
Duoduo, opere prime non disprezzabili di giovani registi
che rifanno i modelli studiati a scuola;
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l’interessante ma eccessivamente lungo C.R.A.Z.Y., che nel
descrivere la presa di coscienza della propria omosessualità del
protagonista tira in ballo la metafora del “dono” ultraterreno e
ci gioca per quasi due ore;
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il dignitoso ma piatto esordio di Caravaca e l’artigianale Profumo
della donna in nero;
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il brasiliano Arido Movie, di cui non si riesce a cogliere il
senso;
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il dilettantistico ma sincero Attente;
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il teatrale Proof, dal buon cast (a
parte la Paltrow) ma dalla regia anonima;
-
il deludente Veruschka, tradizionale
documentario (auto)biografico leggermente autocelebrativo.
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