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Il
Lido delle sicurezze
E’
stato il Festival blindato & sicuro, quello dei metal detector e
delle perquisizioni (ne ho contate 10 in un solo giorno, non
particolarmente movimentato per il sottoscritto). La Mostra è
dimagrita, giustamente, dopo quella smisurata del 2004, molte pecche
non sono state eliminate ma, stante anche l’ostacolo della cortina
di ferro creata attorno alle strutture (sempre più insufficienti e
obsolete – il progetto del nuovo Palazzo del Cinema intanto
procede -), poteva andare peggio (se non altro le proiezioni sono
sempre iniziate in perfetto orario, e questo conta). La Sicurezza a
Venezia 2005 è la prima cosa, ma anche di altre sicurezze c’è da
render conto: per il terzo anno consecutivo, abbiamo avuto un
concorso decoroso anche se, tirate le somme e viste tutte le
sezioni, con meno picchi e innamoramenti folli dell’edizione
passata; solita confusione, soliti assembramenti caotici (e
l’amico francese esasperato che ricorda che a Parigi unà
filà è unà filà), solite rincorse e gridolini per la star di
turno, solito becero provincialismo nella gestione degli eventi
paralleli, solite futili conferenze stampa (per quelle con i divi
inutile aspettarsi discorsi sul cinema, qualche speranza in più per
le altre; la domanda più idiota a Kitano: Secondo
lei perché tanti giapponesi tingono i capelli di biondo quando
hanno bellissime chiome nere? Non ho ascoltato la risposta, le
cuffiette mi sono letteralmente schizzate dalle orecchie), solita
informazione stereotipata, vero e proprio ostaggio degli uffici
stampa che decidono d’autorità di cosa debbano scrivere le
testate (di cazzate per lo più).
La selezione di VENEZIA 62 va poi letta come si conviene alle
circostanze: c’erano in concorso due film portoghesi, tre
francesi, uno giapponese, tre film statunitensi, un film Medusa, due
film 01 etc. No, non si può più parlare di film italiani quando le
produzioni indipendenti vengono puntualmente sacrificate per dare
spazio ai presunti pezzi da novanta (il film di Scimeca era
l’unico che meritasse davvero la competizione). E non si può
neanche parlare di informazione televisiva: se ci atteniamo
rigorosamente ai notiziari RAI, quello di Venezia appare un festival
messo su solo per presentare pellicole nostrane (“molto bello”,
“grande successo”, “applausi a scena aperta”: i ritornelli
invariabili) e in cui tutti gli altri film costituiscono
un’appendice rinunciabile (la battuta più vera e divertente che
ho sentito: un ragazzo chiede a una ragazza se le è piaciuto LA
BESTIA NEL CUORE e lei risponde sì, che le è piaciuto. Il ragazzo
la guarda e chiede serio: “Ma hai visto il film o il
telegiornale?”). Del resto quando da anni è prassi consolidata
che alle proiezioni stampa possano entrare anche gli altri
accreditati, qualora vi sia disponibilità di posti (praticamente
sempre), e questa consuetudine si interrompe solo per due film
(quelli targati RAI) perché si ha paura dei fischi dopo la
disastrosa accoglienza al film di Faenza, si capisce subito chi
comanda da certe parti (“Richiesta specifica di 01 e Cattleya”
ha affermato Muller). La verità è che soprattutto per certi autori
italiani il Festival è una vetrina per la vita, un’occasione
unica, una zattera alla quale aggrapparsi. E allora ammettiamo che
è così, che è soltanto questo ma che almeno si dicano contenti
questi pezzi grossi, che tacciano per il resto, ché un tam tam
mediatico come quello che ha accompagnato la presentazione al Lido
delle opere di Avati,
Comencini & Faenza nell’annata corrente altri autori nazionali
se lo sognano. Invece, come se non bastasse, pure le lamentazioni
dei protagonisti e delle prefiche al seguito ci dobbiamo sorbire.
E a proposito di Faenza, ha poco da recriminare il regista
torinese: che lo presenti ai selezionatori di Cannes un film come I
GIORNI DELL’ABBANDONO, la Croisette la vedrebbe solo col
cannocchiale, garantito al limone.
Per quel che concerne i premi il verdetto è stato tutto sommato
equilibrato: Ang Lee è piaciuto, Garrel ha avuto solo sostenitori,
Clooney ha presentato un film impeccabile, Ferrara ha diviso e in
questo senso il riconoscimento all’americano fa anche più piacere
(è una scelta di coraggio, realmente indipendente da parte della
giuria, che la si condivida o meno). Il premio alla Mezzogiorno è
il solito pizzo da pagare: di questa coppa Volpi si mormorava al
Lido già dal primo giorno, quando il film (e il resto del concorso)
non l’aveva ancora visto nessuno; il rispolvero di un premio alla
carriera alla Huppert, non preventivato, dice tutto (dei dissensi in
giuria di coloro che non volevano piegarsi al diktat imposto
dall’alto, Ferretti si arrampichi pure sugli specchi in conferenza
stampa - nessuno gli attribuisce colpe eccessive, immaginiamo le
pressioni –: i problemi risiedono a monte). Del resto si sa che
quando i film sono palesemente deboli i premi coatti vanno agli
attori: anche certi giochini sono delle sicurezze.
Insomma, it’s always the
same old story… Miglioreranno le cose in futuro? L’organizzazione
non ha dubbi: è sicuro, risponde.
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