VENEZIA 2005
di 
LUCA PACILIO

 

Il Lido delle sicurezze

E’ stato il Festival blindato & sicuro, quello dei metal detector e delle perquisizioni (ne ho contate 10 in un solo giorno, non particolarmente movimentato per il sottoscritto). La Mostra è dimagrita, giustamente, dopo quella smisurata del 2004, molte pecche non sono state eliminate ma, stante anche l’ostacolo della cortina di ferro creata attorno alle strutture (sempre più insufficienti e obsolete – il progetto del nuovo Palazzo del Cinema intanto procede -), poteva andare peggio (se non altro le proiezioni sono sempre iniziate in perfetto orario, e questo conta). La Sicurezza a Venezia 2005 è la prima cosa, ma anche di altre sicurezze c’è da render conto: per il terzo anno consecutivo, abbiamo avuto un concorso decoroso anche se, tirate le somme e viste tutte le sezioni, con meno picchi e innamoramenti folli dell’edizione passata; solita confusione, soliti assembramenti caotici (e l’amico francese esasperato che ricorda che a Parigi unà filà è unà filà), solite rincorse e gridolini per la star di turno, solito becero provincialismo nella gestione degli eventi paralleli, solite futili conferenze stampa (per quelle con i divi inutile aspettarsi discorsi sul cinema, qualche speranza in più per le altre; la domanda più idiota a Kitano: Secondo lei perché tanti giapponesi tingono i capelli di biondo quando hanno bellissime chiome nere? Non ho ascoltato la risposta, le cuffiette mi sono letteralmente schizzate dalle orecchie), solita informazione stereotipata, vero e proprio ostaggio degli uffici stampa che decidono d’autorità di cosa debbano scrivere le testate (di cazzate per lo più).
La selezione di VENEZIA 62 va poi letta come si conviene alle circostanze: c’erano in concorso due film portoghesi, tre francesi, uno giapponese, tre film statunitensi, un film Medusa, due film 01 etc. No, non si può più parlare di film italiani quando le produzioni indipendenti vengono puntualmente sacrificate per dare spazio ai presunti pezzi da novanta (il film di Scimeca era l’unico che meritasse davvero la competizione). E non si può neanche parlare di informazione televisiva: se ci atteniamo rigorosamente ai notiziari RAI, quello di Venezia appare un festival messo su solo per presentare pellicole nostrane (“molto bello”, “grande successo”, “applausi a scena aperta”: i ritornelli invariabili) e in cui tutti gli altri film costituiscono un’appendice rinunciabile (la battuta più vera e divertente che ho sentito: un ragazzo chiede a una ragazza se le è piaciuto LA BESTIA NEL CUORE e lei risponde sì, che le è piaciuto. Il ragazzo la guarda e chiede serio: “Ma hai visto il film o il telegiornale?”). Del resto quando da anni è prassi consolidata che alle proiezioni stampa possano entrare anche gli altri accreditati, qualora vi sia disponibilità di posti (praticamente sempre), e questa consuetudine si interrompe solo per due film (quelli targati RAI) perché si ha paura dei fischi dopo la disastrosa accoglienza al film di Faenza, si capisce subito chi comanda da certe parti (“Richiesta specifica di 01 e Cattleya” ha affermato Muller). La verità è che soprattutto per certi autori italiani il Festival è una vetrina per la vita, un’occasione unica, una zattera alla quale aggrapparsi. E allora ammettiamo che è così, che è soltanto questo ma che almeno si dicano contenti questi pezzi grossi, che tacciano per il resto, ché un tam tam mediatico come quello che ha accompagnato la presentazione al Lido delle opere di  Avati, Comencini & Faenza nell’annata corrente altri autori nazionali se lo sognano. Invece, come se non bastasse, pure le lamentazioni dei protagonisti e delle prefiche al seguito ci dobbiamo sorbire. E a proposito di Faenza, ha poco da recriminare il regista torinese: che lo presenti ai selezionatori di Cannes un film come I GIORNI DELL’ABBANDONO, la Croisette la vedrebbe solo col cannocchiale, garantito al limone.
Per quel che concerne i premi il verdetto è stato tutto sommato equilibrato: Ang Lee è piaciuto, Garrel ha avuto solo sostenitori, Clooney ha presentato un film impeccabile, Ferrara ha diviso e in questo senso il riconoscimento all’americano fa anche più piacere (è una scelta di coraggio, realmente indipendente da parte della giuria, che la si condivida o meno). Il premio alla Mezzogiorno è il solito pizzo da pagare: di questa coppa Volpi si mormorava al Lido già dal primo giorno, quando il film (e il resto del concorso) non l’aveva ancora visto nessuno; il rispolvero di un premio alla carriera alla Huppert, non preventivato, dice tutto (dei dissensi in giuria di coloro che non volevano piegarsi al diktat imposto dall’alto, Ferretti si arrampichi pure sugli specchi in conferenza stampa - nessuno gli attribuisce colpe eccessive, immaginiamo le pressioni –: i problemi risiedono a monte). Del resto si sa che quando i film sono palesemente deboli i premi coatti vanno agli attori: anche certi giochini sono delle sicurezze.

Insomma, it’s always the same old story
Miglioreranno le cose in futuro? L’organizzazione non ha dubbi: è sicuro, risponde.

 

 

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