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L’Aria tiepida dela Laguna
Un festival che riflette la
contemporaneità non può che essere tendente al grigio. E così è
stato Venezia 62: molta piattezza nei titoli selezionati per il
concorso, con qualche scoperta solo nelle sezioni collaterali; un
unico colpo di fulmine, legato al genio creativo di Tim Burton, con
il gioiellino di animazione in stop-motion “The Corpse Bride”;
un’organizzazione particolarmente oliata con meno film e code più
razionali (ad esclusione del primo week-end di festival, come sempre
affollato più che mai); la consueta vetrina di divi nostrani e
internazionali con, però, parecchie defezioni dell’ultima ora (Gwyneth
Paltrow, Juliette Binoche e Johnny Depp tra gli altri); e l’ombra
nera del terrorismo a blindare ogni evento, con poliziotti ovunque,
guardie del corpo onnipresenti, uomini della sicurezza ad ogni
angolo e passaggi obbligati con tanto di metal-detector per potere
accedere alle sale cinematografiche.
Il bilancio del secondo anno di Marco Muller è comunque
positivo, perché il direttore ha fatto davvero il possibile per
unire le esigenze del mercato con quelle della creatività. Il
problema è forse nella mediocrità diffusa, ma di questo non si può
certo incolpare Muller. Nonostante la città blindata è migliorato
anche il rapporto tra finzione e realtà, con una passerella non più
lontanissima dalla gente e a solo beneficio dei fotografi ufficiali,
ma vicina, finalmente, al pubblico. La conseguenza ha portato
soddisfazione sia alle delegazioni dei film (un bagno di folla fa
sempre piacere) sia alle orde scalmanate di fan e curiosi.
Quanto al verdetto della giuria,
sembra frutto di più di un compromesso. Non tanto per
l’attribuzione del Leone d’Oro al pacato ma incisivo “Brokeback
Mountain” di Ang Lee, scelta quasi obbligata, ma soprattutto
per la Coppa Volpi alla Migliore Attrice, visto che al premio
“ufficiale”, a Giovanna Mezzogiorno per “La bestia
nel cuore”, la giuria ha ritenuto necessario affiancare un
premio “ufficioso” a Isabelle Huppert, protagonista di
“Gabrielle” di Patrice Chèreau. Più semplice incoronare
il Migliore Attore, visto che l’interpretazione di David Strathairn
in “Good night, and good luck” di George
Clooney, ha convinto fin da subito critica e pubblico. Reazioni
discordanti alla decisione della Giuria di premiare l’ennesima
incursione nel ’68 ad opera di Philippe Garrel (miglior
regia e fotografia per “Les amants réguliers”,
) e lo sguardo profondamente morale (e un po’ confuso) di Abel
Ferrara (“Premio Speciale della Giuria” per “Mary”),
ma del resto è compito di un festival trovare nel dissenso
l’opportunità di lanciare stimoli e riflessioni personali.
Per quello che riguarda il cinema
italiano, è ufficiale: non gode ottima salute. Nella triade in
concorso, deludono “La bestia nel cuore” e “I giorni
dell’abbandono” e il migliore si rivela Pupi Avati con “La
seconda notte di nozze”, che perlomeno si accontenta di essere
piacevole. Nelle altre sezioni, supera la non facile prova del
debutto Fausto Paravidino, con “Texas”, e raccoglie i
maggiori consensi critici Pasquale Scimeca con “La passione di
Giosuè l’ebreo”.
La sezione più stimolante si è rivelata “Giornate
degli autori”, la più soporifera, a giudicare dal sottofondo
di ronzii in sala, “La settimana della critica”, la più
anonima “Orizzonti”, la più carica di aspettative in
parte disilluse “Venezia 62” (cioè il concorso
ufficiale) e la più disertata “Storia segreta del cinema
asiatico”, passata decisamente sotto silenzio rispetto
all’interesse mediatico (diciamolo, eccessivo!) del corrispettivo
italiano patrocinato da Tarantino lo scorso anno.
Nonostante
un riscontro qualitativo medio-basso (il parere è ovviamente
soggettivo) l’esperienza di un festival di ampio respiro come
Venezia è comunque ricca ed importante perché ha, ancora una
volta, permesso di entrare e uscire da storie provenienti da ogni
latitudine, andando a ritroso nel tempo o nel più lontano futuro,
fremendo, pensando, annuendo, spesso dissentendo, qualche volta
pisolando, comunque viaggiando per ogni dove alla ricerca di un
senso o gioendo dell’ignoto. In completa libertà, quindi,
abbracciando i colori, rincorrendo i battiti del cuore e godendo dei
silenzi racchiusi tra le pieghe dello schermo. Anche questo, anzi,
proprio questo, è cinema!
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