VENEZIA 2005
di 
LUCA BARONCINI

 

 

L’Aria tiepida dela Laguna

Un festival che riflette la contemporaneità non può che essere tendente al grigio. E così è stato Venezia 62: molta piattezza nei titoli selezionati per il concorso, con qualche scoperta solo nelle sezioni collaterali; un unico colpo di fulmine, legato al genio creativo di Tim Burton, con il gioiellino di animazione in stop-motion “The Corpse Bride”; un’organizzazione particolarmente oliata con meno film e code più razionali (ad esclusione del primo week-end di festival, come sempre affollato più che mai); la consueta vetrina di divi nostrani e internazionali con, però, parecchie defezioni dell’ultima ora (Gwyneth Paltrow, Juliette Binoche e Johnny Depp tra gli altri); e l’ombra nera del terrorismo a blindare ogni evento, con poliziotti ovunque, guardie del corpo onnipresenti, uomini della sicurezza ad ogni angolo e passaggi obbligati con tanto di metal-detector per potere accedere alle sale cinematografiche.

Il bilancio del secondo anno di Marco Muller è comunque positivo, perché il direttore ha fatto davvero il possibile per unire le esigenze del mercato con quelle della creatività. Il problema è forse nella mediocrità diffusa, ma di questo non si può certo incolpare Muller. Nonostante la città blindata è migliorato anche il rapporto tra finzione e realtà, con una passerella non più lontanissima dalla gente e a solo beneficio dei fotografi ufficiali, ma vicina, finalmente, al pubblico. La conseguenza ha portato soddisfazione sia alle delegazioni dei film (un bagno di folla fa sempre piacere) sia alle orde scalmanate di fan e curiosi.

Quanto al verdetto della giuria, sembra frutto di più di un compromesso. Non tanto per l’attribuzione del Leone d’Oro al pacato ma incisivo “Brokeback Mountain” di Ang Lee, scelta quasi obbligata, ma soprattutto per la Coppa Volpi alla Migliore Attrice, visto che al premio “ufficiale”, a Giovanna Mezzogiorno per “La bestia nel cuore”, la giuria ha ritenuto necessario affiancare un premio “ufficioso” a Isabelle Huppert, protagonista di “Gabrielle” di Patrice Chèreau. Più semplice incoronare il Migliore Attore, visto che l’interpretazione di David Strathairn in Good night, and good luck” di George Clooney, ha convinto fin da subito critica e pubblico. Reazioni discordanti alla decisione della Giuria di premiare l’ennesima incursione nel ’68 ad opera di Philippe Garrel (miglior regia e fotografia  per “Les amants réguliers”,  ) e lo sguardo profondamente morale (e un po’ confuso) di Abel Ferrara (“Premio Speciale della Giuria” per “Mary”), ma del resto è compito di un festival trovare nel dissenso l’opportunità di lanciare stimoli e riflessioni personali.

Per quello che riguarda il cinema italiano, è ufficiale: non gode ottima salute. Nella triade in concorso, deludono “La bestia nel cuore” e “I giorni dell’abbandono” e il migliore si rivela Pupi Avati con “La seconda notte di nozze”, che perlomeno si accontenta di essere piacevole. Nelle altre sezioni, supera la non facile prova del debutto Fausto Paravidino, con “Texas”, e raccoglie i maggiori consensi critici Pasquale Scimeca con “La passione di Giosuè l’ebreo”.

La sezione più stimolante si è rivelata “Giornate degli autori”, la più soporifera, a giudicare dal sottofondo di ronzii in sala, “La settimana della critica”, la più anonima “Orizzonti”, la più carica di aspettative in parte disilluse “Venezia 62” (cioè il concorso ufficiale) e la più disertata “Storia segreta del cinema asiatico”, passata decisamente sotto silenzio rispetto all’interesse mediatico (diciamolo, eccessivo!) del corrispettivo italiano patrocinato da Tarantino lo scorso anno.

Nonostante un riscontro qualitativo medio-basso (il parere è ovviamente soggettivo) l’esperienza di un festival di ampio respiro come Venezia è comunque ricca ed importante perché ha, ancora una volta, permesso di entrare e uscire da storie provenienti da ogni latitudine, andando a ritroso nel tempo o nel più lontano futuro, fremendo, pensando, annuendo, spesso dissentendo, qualche volta pisolando, comunque viaggiando per ogni dove alla ricerca di un senso o gioendo dell’ignoto. In completa libertà, quindi, abbracciando i colori, rincorrendo i battiti del cuore e godendo dei silenzi racchiusi tra le pieghe dello schermo. Anche questo, anzi, proprio questo, è cinema!

 

 

 

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