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VENEZIA 2005 FUORI CONCORSO |
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FUORI CONCORSO: |
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Jaume
BALAGUERÒ - Fragile |
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Emmanuelle
BERCOT - Backstage |
| - |
Peter
Ho-sun CHAN - Ru guo ai (Perhaps
Love) |
| - |
Mehdi
CHAREF, Emir KUSTURICA, Spike LEE, Kátia LUND, Jordan SCOTT,
Ridley SCOTT, Stefano VENERUSO, John WOO - All
the Invisible Children |
| - |
Cameron
CROWE - Elizabethtown |
| - |
Scott
DERRICKSON - The Exorcism of Emily
Rose |
| - |
Stuart
GORDON - Edmond |
| - |
Lasse
HALLSTRÖM - Casanova |
| - |
Ron
HOWARD - Cinderella Man |
| - |
John
IRVIN - The Fine Art of Love -
Mine Ha-Ha |
| - |
Mike
JOHNSON, Tim BURTON - Tim
Burton's Corpse Bride |
| - |
Andrew
LAU, Alan MAK - Initial D |
| - |
Neil
MARSHALL - The Descent |
| - |
MIIKE
Takashi - Yokai Daisenso |
| - |
NOMURA
Tetsuya - Final Fantasy VII: Advent Children |
| - |
Bruno
PODALYDÈS - Le parfum de la dame en noir |
| - |
John
SINGLETON - Four Brothers |
| - |
Steven
SODERBERGH - Bubble |
| - |
TSUI
Hark - Seven Swords |
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EVENTO SPECIALE |
| - |
Hayao
MIYAZAKI - Kaze no tani no Naushika (Nausicaä della valle del
vento, 1984) |
| - |
Hayao
MIYAZAKI - Kurenai no buta (Porco Rosso, 1992) |
| - |
Hayao
MIYAZAKI - On Your Mark (1995) |
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Fragile (Jaume BALAGUERO')
(Spagna
- 100') |
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Amy, la
nuova infermiera di un vecchio ospedale si scontra con alcuni strani
avvenimenti: le ossa di alcuni dei bimbi ricoverati si spezzano
senza motivi apparenti…
Fragilissimo
Se
le precedenti prove di Balguerò, con tutti i loro difetti,
partivano sempre da idee abbastanza originali FRAGILE
smentisce anche questo dato, risultando il figlio scemo di un
repertorio vecchio come il cucco e che ha avuto ben altre
applicazioni di recente (il KINGDOM vontrieriano in primis). La
storia del nosocomio isolato, delle maledizioni, del piano superiore
svuotato (cosa mai accadde in passato perché ciò avvenisse? Il
dubbio ci tormenta…) e dal quale provengono sinistri rumori, delle
presenze spiritiche, di una pioggia che non smette mai, degli
omicidi a catena è la solita zuppa a cui il regista si dimostra
incapace di aggiungere motivi di interesse di qualsivoglia foggia.
Il lieto fine poi (una novità – si fa per dire -: né NAMELESS, né
DARKNESS lo avevano) arriva nel peggiore dei modi e chiude il film -
che spaventa solo per la sua prevedibilità - con una sana,
liberatoria risata.
Fischi in sala, sacrosanti.
Voto:
4
Luca Pacilio
Fantasmi
in corsia
Nome di
punta della cinematografia spagnola di genere (si parla di horror)
Jaume Balaguerò continua la sua parabola discendente. Con "Nameless"
ha illuso di poter ancora spaventare e si è distinto per la vena
cattiva, ma il film non regge alla seconda visione; con "Darkness",
oltre ad avere ottenuto un rilevante successo internazionale, ha
dimostrato come la capacità di creare un'atmosfera malsana non sia
sempre sufficiente per sostenere un intero lungometraggio. Con il
nuovo "Fragile" conferma come i suoi più grandi alleati
siano il Dolby-Surround e gli stacchi di montaggio. Bisogna
riconoscergli il merito di riuscire a condurre una storia di ordinari
fantasmi con un certo polso, ma l'estetica della sua visione
scimmiotta (per non dire copia) "The Ring" di Gore Verbinski.
La sceneggiatura (dello stesso Balaguerò con Jordi Galceran) pone
basi banali ma solide e procede con una certa grezza efficacia
nell'aggiungere dettagli e capovolgimenti, ma finisce per incartarsi e
si risolve perdendo coerenza con le premesse (tanti i buchi logici che
emergono a posteriori). Sempre più internazionale la produzione, che
assolda la star televisiva Calista Flockhart, ambienta la vicenda in
Inghilterra e gira direttamente in inglese. Tutto molto strategico per
la successiva distribuzione, ma i brividi stanno altrove.
Voto:
5
Luca Baroncini
Voto:
4
Emanuele
Di Nicola
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Backstage (Emmanuelle BERCOT)
(Francia
- 115') |
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La diciassettenne Lucie coltiva un vero e proprio culto per una
cantante di successo. Il caso provocherà il loro incontro
consentendo a Lucie di entrare nella vita del suo idolo.
Dietro
le quinte di un'ossessione
Cosa succederebbe se una fan
sedicenne incontrasse il suo idolo musicale? Si sa, nell'adolescenza
la morbosità è dietro l'angolo, ma per buona parte del suo film la
parigina Emmanuelle Bercot, anche co-sceneggiatrice, riesce a non
farsi prendere la mano. Pur con qualche concessione allo stereotipo,
infatti, (la ragazzina con zero autostima e la star tutta capricci e
sregolatezza) costruisce un rapporto in credibile progressione, con la
diva che trova un punto di equilibrio nella sincerità della fan e la
ragazzina, sostenuta anche dall'ignoranza dell'ambiente familiare da
cui proviene, che vede coronato il proprio sogno. Poi, però, il
racconto prende la piega del melodramma schizoide, perdendo
plausibilità e affondando nel ridicolo involontario. Peccato, perché
Isild Le Besco ha una grande espressività ed è molto spontanea nel
ritrarre le emozioni disturbate della protagonista e Emmanuelle
Seigner è una star eccessiva perfetta. Anche i personaggi secondari
godono di una certa cura nella caratterizzazione (la cameriera, il
manager, la guardia del corpo, l'assistente, la fan assidua), ad
esclusione dell'ex fidanzato della cantante, ruolo chiave negli
sviluppi balzani della vicenda privo, però, di qualsiasi aggancio
logico. Tra i luoghi comuni disseminati nel racconto, anche il look
datato della diva e i caricaturali festini a base di droga e
trasgressione. Le canzoni, cantate a fil di voce dalla stessa Seigner,
hanno testi e sonorità che possono risultare di rara bruttezza per i
più, ma ben si adattano al target adolescenziale previsto dal
copione. Molto più destabilizzante il brusco passaggio tra "Love
is blindness", degli U2, e gli accordi zuccherosi di una delle
tante canzoni easy della colonna sonora.
Voto:
5
Luca Baroncini
Voto:
4
Manuel Billi
|
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Ru guo ai -
Perhaps Love (Peter
Ho-Sun CHAN) (Cina/Hong
Kong
- 107') |
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Uno
studente di una scuola di cinema si innamora di una sua compagna di
corso, troppo impegnata però a sfondare come attrice. A distanza di
dieci anni, ormai affermati nel mondo dello spettacolo, i due si
ricongiungeranno recitando in un musical di ambientazione circense,
sviluppato attorno ad un triangolo amoroso.
Non ha
certo paura di esagerare Peter Ho-Sun Chan: PEHARPS LOVE, ricca
produzione cinese, film
di chiusura del Festival, è un carosello visivamente sfavillante,
strutturalmente ambizioso, concepito nel segno di Lelouch (non manca
una citazione letterale): l’autore gira un melodramma sfrontato,
non temendo di incrociare il musical e di buttarci dentro il
discorso metacinematografico (il making
of di un film che si confonde col film che si sta girando che si
confonde con la reale vicenda dei protagonisti, il cineasta e i due
attori) mentre diversi livelli temporali scorrono in parallelo; il
tutto in un’orgia di coscienti stereotipi, di ralenti kitsch, di
canzoni zuccherose con la laccata fotografia di Christopher Doyle e
Peter Pau che avvolge la messinscena in un tourbillon di
patinatissimi effetti flou. Ci sarebbe di che nausearsi se da parte
del regista l’insistenza su questo registro non fosse così
spudorata e convinta: anche se non tutto funziona, anche se a tratti
è la confusione a regnare sovrana, anche se certi passaggi non sono
assolvibili neanche come eccessi studiati, più di un momento lascia
ammirati e lo sfolgorio delle immagini finisce con l’abbagliare
anche l’occhio più refrattario.
Voto:
7
Luca Pacilio
Musical à la Moulin Rouge senza gli eccessi post-modernisti del film
di Luhrmann, il nuovo film del regista dei mediocri Love Letter
(prodotto Dreamworks con la signora Spielberg) e dell’horror
soporifero The Eye è un ingenuo, divertente e pirotecnico
melodramma metacinematografico, in cui il film del film racchiude il
senso, e la genesi, di un amore combattuto e ri-vissuto nel presente.
Per niente originale nella sua stratificazione metalinguistica e
decisamente risaputo nei numeri musicali, si fa apprezzare per
l’abile messa in scena, l’orgoglioso ed ironico sfoggio di un
sentimentalismo zuccheroso da festival di Sanremo (con tutte le
“figure” più abusate e stucchevoli del repertorio musicale
amoroso), il sapiente montaggio dei pezzi musicali. Certo, come per
buona parte del cinema orientale mainstream – e questo è il
limite di questa cinematografia – si diffonde il sospetto di vacuo
esercizio di stile, di puro esibizionismo tecnico da baracconata
paracircense. Le
tre star del cinema cinese Jacky Cheung, Takeshi Kaneshiro e Jin-hee Ji sono di disarmante bellezza.
Voto:
7
Manuel Billi
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All the
Invisible Children
(Mehdi CHAREF, Emir KUSTURICA, Spike LEE, Kátia LUND, Jordan SCOTT, Ridley SCOTT, Stefano VENERUSO, John WOO
)
(Italia
- 108') |
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Sette
episodi dedicati all’infanzia invisibile e dimenticata.
Mani
Tese e Varicose
Presentato
fuori concorso alla 62. Mostra di Venezia, con l’intento di
devolvere il ricavato in un fondo gestito dall’UNICEF, dal World
Food Programme (WFP) e dalla Direzione generale per la Cooperazione
allo sviluppo, il film collettivo ALL INVISIBLE CHILDREN è quanto di
più nobile e necessario si sia visto negli ultimi anni. Partendo da
una citazione di Saint-Exupéry (Tutti gli adulti sono stati
bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano), nei sette
cortometraggi realizzati da otto registi si analizza la deriva
dell’infanzia nelle sue varie forme: dietro alla purezza ufficiale
da rotocalco, dietro il luogo comune della prima fanciullezza come età
dell’innocenza si celano ben altre creature, dimenticate ed
asfittiche, che infestano il recesso della nostra coscienza. Tutte le
buone intenzioni di questo mondo, però, non bastano a fare un film:
dal punto di vista cinematografico, con le dovute precisazioni, il
risultato è risibile quando non deprimente. Il primo episodio, Tanza
di Medhi Charef (3), racconta del bimbo del titolo, 12 anni,
guerrigliero che si appresta a distruggere un villaggio africano: verrà
incaricato di far esplodere una scuola nella quale, esaminando gli
oggetti caratteristici dell’infanzia “normale” (gessi, banchi,
lavagna) realizza un’altra possibilità di vita appena prima della
fine. Il peggio del populismo e della retorica: il regista sventola
una fastidiosa tendenza all’esplicito, mettendo in bocca ai suoi
(trasparenti) personaggi parole, parole, parole sino alla spiegazione
pleonastica, non richiesta, ricattatoria. L’ultima sequenza, sospesa
tra lo spot umanitario ed il cocktail di lacrime ad ogni costo, è una
delle peggiori scene che si ricordino a memoria d’uomo; Blue
Gypsy di Emir Kusturica (6½),
pur senza strapparsi i capelli (ma con una bottigliata in testa), è
lungamente la prova migliore del film. Sul solito Kusturica non c’è
niente da aggiungere: lo zingarello Uros deve lasciare il carcere
minorile, zeppo di freaks e mattacchioni, ma si trova di nuovo
invischiato nel crimine a causa del perfido padre. Spiazzanti e
divertenti (l’incontro matrimonio/funerale), freschi e genuini come
dal suo creatore, questi 17 minuti svettano nella mediocrità generale
perché possiedono il dono di non prendersi sul serio, lanciando il
proprio messaggio senza affrontare di petto l’argomento (e quindi
generare un frontale), sguinzagliando la levità dell’ironia. Seppur
già visto l’entusiasmo è travolgente, indispensabile dimenarsi
apertamente di fronte a questo grazioso ritmo gitano.
Spike Lee con Jesus Children of America (4) firma la
parentesi più retorica della sua carriera: Blanca, ragazzina di
Brooklyn e figlia di una coppia di drogati, deve convivere con la sua
sieropositivà. L’abilità dell’afroamericano nel manovrare la
cinepresa (la lite scolastica, insieme di frammenti stilizzati) non
salva certo la baracca dal predicozzo morale, che stride metallico
sulle nostre orecchie, sino a risolversi nell’ennesima, inutile
pubblicità progresso per una sorta di centro sieropositivi (neanche
troppo) anonimi. Bilu & Joao della brasiliana Katia
Lund (5½) perlomeno evita
queste trappole, concentrandosi sui due bimbi del titolo che lottano
per la sopravvivenza in quel di San Paolo: le giornate sempre uguali,
la raccolta forsennata di rifiuti, la minima difficoltà (lo scoppio
di una gomma) trasformata in tragedia, il sorriso sempre stampato
malgrado la sofferenza non convincono però sino in fondo,
risolvendosi nell’innocua storiella impersonale che troppo sfrutta
gli amabili protagonisti per ingraziarsi la platea. Jonathan (5)
di Ridley e Jordan Scott (padre e figlia, non è chiaro dove finiscano
i ‘meriti’ dell’uno ed inizino quelli dell’altro) è
l’episodio meglio girato: un fotoreporter di guerra, ossessionato
dal suo lavoro, farà uno strano incontro onirico (sogno? Ritorno al
passato?) con un gruppo di bambini. Il padre di BLADE RUNNER, questo
lo sappiamo, con la cinepresa fa ciò che vuole (pianisequenza,
carrelli, ralenti…): qui a latitare è però la trama, affossata da
citazioni apertamente didattiche, che nonostante l’appoggio irreale
– che poteva essere meglio sfruttato – si riduce ad un percorso di
tappe scontate, né carne né pesce, per cadere definitivamente
sull’apologia astratta dell’infanzia castrata, lungi
dall’offrire qualcosa di personale o memorabile. Ciro di
Stefano Veneruso (6) sfrutta troppo la sua napoletanità
districandosi sul filo della macchietta (compare la Cucinotta, tra i
produttori dell’operazione, e il Mahieux de L’IMBALSAMATORE) a
partire dal furto del Rolex d’oro, ma in generale gioca
sapientemente sul senso d’iperbole (il ladruncolo è inseguito da un
enorme cagnaccio) e restituisce, sparse qua e là, qualche traccia di
puro cinema (il gioco delle ombre cinesi in controluce). Infine John
Woo: il suo Song Song & Little Cat (4), gioco di
specchi tra due ragazzine – una povera e l’altra benestante –
riferendosi al singolare percorso della bambola di quest’ultima, è
stato comunemente definito l’episodio migliore. Non per il
sottoscritto: Woo riporta alla memoria quel vecchio rimprovero
impartitoci dai nostri nonni, secondo il quale “non si spreca
niente, con quello che lasci ci mangerebbero tanti bambini poveri”.
Ritagliando le parti su misura di una bambola, simbolo evidente sino
alla volgarità, si facciano le dovute proporzioni: ne scaturiscono
venti minuti di moralismo strisciante quindi insopportabile, con
alcune punte di sublime bruttezza (il suo vecchio tira le cuoia con
una matita in mano, la piccola non solo è zoppa ma anche maltrattata
da un avido fioraio ambulante, la ricca famiglia è in crisi ma nella
semplicità è il vero benessere… e posso continuare) che confermano
il misterioso equivoco della popolarità di questo cineasta.
Questo CHILDREN è in definitiva un film dalla struttura affine a
11/9; ma quello, rimanendo un collage non eccelso, riusciva a superare
lo steccato del film a tesi attraversi alcuni sontuosi interventi (Penn
e Loach su tutti), affidandosi al taglio trasversale dell’argomento
e all’irriducibile potere della divagazione. Qui l’elefante
dell’infanzia, patata tra le più infuocate, viene generalmente
incornato ad occhi chiusi senza alcuna sottigliezza; si rimane presto
ustionati, il film si risolve in un suicidio.
Voto:
4
Eanuele Di Nicola
Detesto
parlare dei film collettivi, sono sempre operazioni in cui si richiede
ai registi di svendersi cucinando alla loro maniera una pizza
surgelata; questo ALL THE INVISIBLE CHILDRENS non fa eccezione.
L’episodio di Charef (i bimbi giocano alla vera guerra) poggia su
metafore sempliciotte; quello di Kusturica (un ragazzino, riavviato al
furto dal padre, torna spontaneamente nell’istituto correzionale dal
quale proviene) è un esercizio di calcolata sgangheratezza; Spike Lee
si limita a della Pubblicità Progresso sul tema della sieropositività;
Katia Lund azzecca più di qualcosa nel ritratto di un’infanzia
rifiuto tra rifiuti; l’esile favoletta
di Ridley Scott e sua figlia Jordan fa un bel buco
nell’acqua; ritratto bellavistiano della Napoli degli scugnizzi per
Veneruso che, pur cominciando bene, si perde praticamente subito; John
Woo filma l’episodio più interessante in cui il caso mette in moto
una girandola nefasta di cause ed effetti: il sentimentalismo è
spudorato e l’immagine stilosa, ma in certi casi la sfacciataggine
può diventare un pregio.
Voto:
s.v.
Luca Pacilio
Voto:
5
Manuel Billi
|
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Elizabethtown (Cameron CROWE)
(U.S.A.
- 133') |
|
La
storia di amore inaspettato sullo sfondo di un divertente e
complicato funerale che si svolge nel Kentucky. Un viaggio del cuore
che dimostra come le cose più incredibili possano accadere quando
meno ci si aspetta.
Urlando buu
Il
cinema piacione e superficiale di Cameron Crowe
trova in ELIZABETHTOWN la sua quintessenza. Spacciato da
Muller come una delle commedie americane più divertenti degli
ultimi tempi, il film fa scempio
delle sue evidenti ascendenze (Cukor, Wilder, Edwards – non
si sprecano neanche citazioni spudorate – Moon
river compresa -) alle quali non sono estranei echi di PRIMA
DELL’ALBA di Linklater (un altro genio), rivelandosi
insopportabile riciclo di topoi e personaggi (Kirsten Dunst –
bravina – ricalca la Susanna hepburniana; Orlando Bloom non si sa
chi/cosa –ci- faccia) immersi in una colonna sonora invasiva (Crowe
ha evidentemente sbagliato mestiere - era redattore di Rolling Stone
-: non c’è scena che non sia preceduta da un “vai con la
base!”) e fastidiosa, in una messinscena vacua e impersonale.
Cameron Crowe (ovvero: “dei danni permanenti degli anni 70”)
dirige un film di rara prolissità (133 minuti) per il quale sono
previsti tagli in vista dell’uscita in sala [l’ultimissima
parte, quando tutto – dopo il monologo della Sarandon, balzano e
trashissimo oggetto a parte – sembra giustamente chiudersi, suona
come una lunga, impietosa co(n)da(nna) che non ci meritiamo] e
spessore nullo, falso come Giuda, melenso e retorico, zeppo di
bizzarrie calcolate, di uno humour nero come il nostro (l’umore,
dico) una volta usciti dalla sala, privo di qualsivoglia
sottigliezza nella descrizione della provincia americana, in cui
senza misura tenta di conciliare toni brillanti e drammatici e che
se ha un merito è di decretare indiscutibilmente la totale mancanza
di talento-appeal di Orlando Bloom, cui ogni doppiatore, in
qualsivoglia lingua, farà domani un grosso favore.
Mi auguro che uscendo dal cinema, qualcuno si fermi a riflettere per
un attimo, pensando: “Mi mancheranno quelle persone…” - Cameron
Crowe
Come no.
Voto:
2
Luca Pacilio
Voto:
5
Luca
Baroncini
Voto:
5
Manuel
Billi
|
|
The Exorcism of Emily
Rose (Scott DERRICKSON)
(U.S.A.
- 119') |
|
L’avvocata
Erin Bruner, viene assunta per difendere padre Moore, il sacerdote
accusato della morte di Emily Rose, una studentessa che, considerata
posseduta dal demonio, sarebbe morta a causa di un esorcismo
fallito.
Tratto da una storia vera, L’ESORCISMO DI EMILY
ROSE (grosso successo ai botteghini americani) ha una base molto
interessante: l’avvocato agnostico, per far assolvere il sacerdote
che difende dall’accusa di omicidio, deve sostenere la tesi della
possessione e lo farà servendosi di motivazioni - non religiose o
spirituali ma - antropologiche. L’opera mantenendosi sul crinale
realistico e tendendo alla ricostruzione delle vicende attraverso il
dibattito in tribunale e le relative testimonianze, da cui poi
dipartono i flashback, è pertanto un’inedita via di mezzo tra il
film processuale e l’horror (fuori luogo i paralleli con
L’ESORCISTA di Friedkin), non rinunciando Derrickson alle
convenzioni su cui si fondano l’uno e l’altro filone.
Se la fotografia di Tom Stern (gli ultimi Eastwood, ROMANCE
& CIGARETTES di Turturro) è apprezzabile e così
l’interpretazione degli attori, purtroppo la rozza regia,
sbilanciandosi, casca sui canoni più vieti del film de
paura: l’autore punta infatti sulla macelleria e
l’effettaccio (oltre che su un utilizzo smodato degli effetti
sonori, abuso di moda a quanto pare, avendolo riscontrato anche
negli altri film del genere che questa edizione della Mostra ha
ospitato con generosità) e, cancellando qualsiasi chiaroscuro e
ambiguità, annulla le indubbie potenzialità del soggetto,
relegando il film spesso
e volentieri nella gabbia dello stereotipo che avrebbe potuto e
dovuto evitare. Peccato.
Voto:
5
Luca Pacilio
Voto:
5
Manuel
Billi
|
|
Edmond (Stuart GORDON) (U.S.A.
- 90') |
|
Edmond
Burke potrebbe essere un uomo felice: un buon lavoro, una bella
moglie, una vita agiata. Una sera la lettura dei tarocchi di un
indovino lo turba. Tornato a casa, lasciata la moglie, comincia un
viaggio notturno nelle strade della città.
Every fear
hides a wish
Tratto
da una piece del 1982 di David Mamet (portata sulla scena anche da
Branagh) e da questi adattata per lo schermo, EDMOND è un film
sulle paure e l’alienazione dell’uomo medio e sulla loro
sfaccettata valenza. E’ la paura che spinge Edmond a perdersi,
fuori orario, nella metropoli, ad acquistare un coltello che sarà
la causa prima dei suoi guai e della caduta in un abisso di
crescente abiezione. Maschilista, razzista, omofobo, il
protagonista, un uomo insicuro perché insoddisfatto, dopo aver
sempre dissimulato queste fobie, molla i freni inibitori e
lascia che queste si esprimano dando vita a una escalation
disastrosa. EDMOND è a tratti un vero e proprio horror, un viaggio
a tappe nell’inferno, che ha nel testo il suo punto di forza (Mamet
è il più grande scrittore di dialoghi americano, altro che Elmore
Leonard): il fiume di parole, come sempre nei lavori dello
scrittore, tende a confondere o a velare, mai a chiarire; la
verbalità di Edmond rispecchia il terrore e copre la bramosia (come
il finale dirà in un attimo, quello sufficiente a rappresentare un
bacio). L’intelligente regia di Stuart Gordon
(noto regista di film dell’orrore, RE-ANIMATOR tra gli
altri) aderisce seccamente al tema e fa parlare la sceneggiatura, la
macchina da presa sta addosso agli attori (il giro mametiano:
William H. Macy –superbo -, Joe Mantengna, Rebecca Pidgeon, moglie
del drammaturgo) e le immagini di una città claustrofobica sono
cupa cornice ai temi basilari della storia (ognuno coltiva una forma
di razzismo, nascondiamo dietro il timore un’attrazione, la vita
borghese è una pentola a pressione: il tutto espresso con la
consueta brutalità, bando agli accenti predicatori o retorici).
In un mondo violento e minaccioso, il viaggio nella notte di Edmond
si rivelerà, nei fatti, una tormentata e quasi catartica ricerca
dell’amore. Dunque non sorprende che il protagonista trovi
conforto e sicurezza nella peggiore delle condizioni, la prigione,
dove alla fine il nostro vivrà, sereno, una relazione con il suo
compagno di cella, nero.
Every fear hides a wish – David Mamet.
Voto:
7,5
Luca Pacilio
Voto:
6
Luca
Baroncini
|
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Cinderella Man (Ron HOWARD)
(U.S.A.
- 144') |
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New York. Anni Trenta. La storia vera del pugile Jim
Braddock.
Agiografia
di un boxeur
Dal regista più
americano del mondo (Ron Howard) un filmone vecchio stampo che
applica con estrema professionalità l'arte della retorica. Il
regista fonde con mano solida i più gettonati cliché narrativi
d'oltreoceano: l'uomo che si è fatto da solo, la seconda opportunità,
solo chi cade può risorgere, non c'è vittoria senza sofferenza. Ad
estremizzare caratteri e situazioni ci pensa l'ambientazione nella
New York degli anni Trenta, quando, a causa della crisi del '29,
quasi la metà della popolazione americana viveva sotto la soglia di
povertà. La "Grande Depressione" è una cornice perfetta
per santificare l'eroe del film, il pugile Jim Braddock, realmente
esistito e romanzato a dovere per celebrare il mito. Eccolo quindi
bravo a combattere ma sfortunato (un infortunio gli compromette in
modo irreparabile la mano destra), buon padre di famiglia (si toglie
il cibo di bocca per darlo ai figli), virtuoso (non c'è nulla da
mangiare, il figlio ruba un salame e lui lo riporta al negoziante),
esempio per tutta la nazione (ai primi successi economici
restituisce il sussidio statale). Del resto la mogliettina non è da
meno, sgura pentole e pavimenti tutto il giorno senza lamentarsi
mai, cresce i figli con amore, è più che devota al marito e fa
pure lavori extra di cucito. Naturalmente i due vivono in armonia in
una sudicia topaia con i tre figlioletti che sono pargoli deliziosi,
capiscono i limiti e non li superano. Ecco, basterebbe questa
presentazione dei personaggi per rendere il film detestabile, con la
mania tutta americana di mostrare come vero un ideale totalmente
privo delle pulsioni più umane. Eppure, l'abilità di Ron Howard è
nel fare digerire il polpettone creando un affresco d'epoca tanto
pervaso da buoni sentimenti, e sostanzialmente fasullo, quanto
sontuoso e spettacolare, a cominciare dall'accurata ricostruzione
storica. Se si accetta con coscienza di vedere un solo lato della
medaglia, quindi se si decide di stare al gioco, il film è di
quelli che coinvolgono, in cui si arriva alla fine facendo il tifo
per il protagonista. Con tutta la retorica, perfettamente applicata,
dei combattimenti di boxe al cinema (il pubblico in delirio, la
mogliettina con i figli a casa ad ascoltare l'incontro alla radio,
gli sganassoni distribuiti con equità, il cattivo così cattivo che
quasi urla "ti spiezzo in due"), e della storia vera, per
di più lacrimevole. Chi, però, incuriosito dal tema vorrebbe dare
un'occhiata anche all'altro lato della medaglia, quello che non ha
paura di appannare il mito mettendo in scena le umanissime sfumature
non per forza edificanti, deve rivolgersi altrove. Tra le sequenze
imperdonabili, quella in cui, durante uno degli incontri, lui cade,
si rialza, ricade, sta per non rialzarsi più, quando gli appare in
aiuto, e gli dà la forza per capovolgere la situazione, un
fotogramma sgranato della moglie con i figli nell'amorevole
topaia.
Nel cast si distingue Russell Crowe, con il suo volto dolente e il
fisico asciutto vera anima del film, e Paul Giamatti, sempre più
caratterista di lusso. Renée Zellweger, data la mestizia del ruolo,
limita le moine e si dedica alla sua seconda specialità: piangere a
profusione.
Voto:
6,5
Luca Baroncini
|
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The Fine Art of
Love - Mine Ha-ha (John IRVIN)
(Italia/Rep.Ceca/Gran
Bretagna
- 107') |
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Turingia, fine Ottocento. Un collegio femminile
sottopone le ragazze a regole ferree e le inizia all’arte della
danza.
Dirty Dancers
Tratto da Frank Wedekind (sulla sceneggiatura la
mano di Lattuada), dopo gli splendidi titoli di testa che evocano
THE COMPANY di Altman il film di Irvin semina generica inquietudine
(la masquerade della servitù) ma sembra ricalcare pedissequamente
lo stereotipo della vita collegiale: la purezza delle creature cozza
con la brutalità delle loro educatrici, le ninfe sognano la libertà
in riva al torrente (da cui il posticcio sottotitolo), sulla
camerata aleggia l’ombra di Saffo. Quando, con la scoperta della
vetusta stanza segreta, il plot sembra toccare il fondo allora si
verifica l’inversione di marcia: nella seconda parte THE FINE ART
cambia radicalmente, diviene thriller scabroso a venatura horror,
mostra l’indicibile con spietata naturalezza. Discostandosi dal
placido buonismo di molta produzione corrente Irvin non teme la
visione: eccoci dunque la prima ballerina a letto con
l’istruttrice di danza, una ragazza sbranata dai cani ed altri
piccoli omicidi a piacere. Da qui una deviazione in zona d’ombra
che culmina con la scena, bella e terribile, della stupenda danza di
Hidalla che risveglia l’appetito deviato del Principe. Ci vuole un
coraggio da leone a firmare un film così: lamento gotico di
walpoliana memoria, imperfetto ma infinitamente stimolante, questo
sfodera la scomoda impudenza di un finale lancinante senza speranza.
In un cast di medio livello (tra cui la nostra Grimaldi, essendo il
film cofinanziato da RaiCinema) si distingue la piccata alterigia
della solita Bisset e la tenera, prepotente bellezza di Mary Nighy (Hidalla),
vipera incantatrice che danza tuttora nei nostri cuori.
Voto:
6,5
Emanuele Di Nicola
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Tim Burton's
Corpse Bride (Mike JOHNSON - Tim BURTON)
(Gran
Bretagna - 75') |
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Victor, promesso sposo, si ritrova improvvisamente
nella regno dei morti, dove si unisce in matrimonio con una
misteriosa sposa cadavere mentre la sua sposa vivente, Victoria, lo
aspetta nel regno dei vivi.
Victor, Victoria
Dopo "Nightmare Before
Christmas" Tim Burton (co-regista insieme a Mike Johnson) torna
all'animazione a passo-uno, aggiornata alla moderna computer
grafica, adattando per il grande schermo un'antica fiaba
ebraico-russa. Il risultato è un gioiello di rara leggerezza tutto
giocato sul contrasto tra il mondo dei vivi, cupo e formale, e
quello dei morti, allegro, coloratissimo e spensierato. Il punto di
incontro è un simpatico equivoco che fa maritare, per errore, il
protagonista Victor ad una sposa zombie, mentre la predestinata
Victoria lo attende con trepidazione. La scoppiettante storia
scivola con grande senso del ritmo grazie a una sceneggiatura che
non perde un colpo, la tecnica si dimostra perfetta alleata nel far
muovere con fluidità i personaggi e nel farli interagire con le
suggestive scenografie e un'ironia contagiosa permette a Burton di
giocare con un argomento tabù come la morte. Anzi, è proprio in un
aldilà totalmente laico e dai colori impazziti che il divertimento
è garantito, quasi a voler sottolineare la necessità di una fuga
dal presente, comunque grigio, mortifero e in rigida dipendenza
dalle pulsioni umane. Per la costruzione di un universo credibile il
dettaglio è ovviamente fondamentale e sono tante le invenzioni che
arricchiscono senza tregua la narrazione: l'occhio semovente con
verme incorporato della sposa cadavere, il reparto sartoria di
competenza dei ragni tessitori e della loro tela, il cagnolino
zombie e le numerose citazioni, puro spasso che non diventa mai
invadente (la danza degli scheletri in omaggio a quella costruita da
Ray Harryhausen per "Gli argonauti", lo scheletro con
tanto di baffetti che "francamente, se ne infischia" sulla
scia di "Via col vento"). Determinante, per la creazione
della magia, il contributo musicale del fido Danny Elfman.
Forse il miglior Tim Burton di sempre, con una creatività a briglia
sciolta in cui tecnica, estro e poesia trovano un prezioso punto di
equilibrio.
Voto:
8,5
Luca Baroncini
Voto:
10
Manuel Billi
Voto:
7,5
Emanuele Di Nicola
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Initial D (Andrew LAU - Alan MAK)
(Hong
Kong
- 108') |
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Nella Hong Kong
dei giorni nostri, un tranquillo ragazzo di bottega (il divo in
ascesa di Taiwan Jay Chou) si trasforma improvvisamente in campione
di corse in auto. Il giovane, figlio di un ex pilota sportivo, dalle
consegne di tofu a domicilio passa al mondo dell’alta velocità.
Abbondano le scene di corse mozzafiato stile Fast and Furious, con
ritmi convulsi tipici da videogame. Initial D è il primo film
tratto da una fortunatissima serie di fumetti manga che dagli anni
’90 spopolano a Hong Kong.
A rotta di collo come un videogame di elevata caratura, Initial D
diverte a patto di restare al gioco e non cedere alla tentazione di
lasciare la sala dopo i primi urticanti minuti – per chi ancora
deve entrare nel mood, per chi, come il sottoscritto,
ignora(va) i manga ai quali si ispira il film. Abbandonandosi al
profluvio di immagini accelerate, di split screen, di andirivieni
mai noiosi, perché sempre rappresentati con sapienti variazioni sul
tema, simpatizzando con i giovani fessacchiotti che vivono il loro
modesto romanzo di formazione sulla strada a serpentina di collina
divenuta pista per gare automobilistiche, regredendo ad uno stadio
preadolescenziale qualora ce ne fosse bisogno, i novanta minuti
possono risultare un piacevole passatempo, i registi si dimostrano
abili “coreografi” e buoni conoscitori della meccanica filmica.
Montaggio da urlo, la cui perfezione ed il cui ritmo fanno apparire
operazioni americane similari (da Fast and Furious in giù)
scialbe e piatte, giochetti da ragazzoni ipervitaminizzati ma dal
basso icq. I registi Andrei Lau e Alan Mak sono gli stessi della
tanto osannata trilogia Infernal Affairs, di cui Martin
Scorsere sta realizzando il remake.
Voto:
7
Manuel Billi
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The Descent (Neil MARSHALL)
(Gran
Bretagna - 103') |
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Sei amiche
si ritrovano per la consueta avventura annuale: un viaggio nelle
viscere della terra. Juno, leader del gruppo, è una donna forte e
aggressiva. Rebecca e Sam sono due sorelle scandinave, insieme a
loro: Holly, una paracadutista e Beth, insegnante con l’incarico
di sorvegliare Sarah, in preda a un esaurimento nervoso dopo la
morte del marito e del figlio.
Preceduto
da un battage che lo segnalava come l’horror inglese più bello
degli ultimi anni (non vuol dire niente, lo so) THE DESCENT presenta
più di un aspetto interessante. Innanzi tutto prima di entrare nel
cuore della situazione orrorifica si pregia di un lungo prologo che
approfondisce il profilo dei personaggi, che sono tutti femminili, e
le loro reciproche relazioni. L’ampia premessa ha poi una precisa
connotazione realistica e l’irrompere del sovrannaturale è dunque
improvviso e abbastanza inquietante (le misteriose creature che
abitano il fondo della grotta). Da quel momento in poi però il
film, abbandonando il coté atmosferico, diviene del tutto succube
del genere e dei suoi codici: il lento decimarsi della compagnia, le
alterne fortune dei superstiti, le tensioni interne al gruppo (con
tradimenti di ieri e di oggi e relative, repentine rese dei conti).
Nel buio claustrofobico della grotta - le scene si tingono di
espressivi cromatismi (il rosso dei razzi, il verde delle barre
luminose) - si poteva
osare qualcosa in più dell’ennesima
apparizione improvvisa o del dispiego ordinario del corredo splatter
(per quanto più truculento e violento del solito). Il finale è
peraltro originale, facendo prima presumere la salvezza
dell’eroina ma disilludendo subitamente lo spettatore e
riconsegnandolo allo sgomento sospeso dei titoli di coda.
Voto:
6
Luca Pacilio
Voto:
7
Manuel Billi
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Yokai Daisenso (MIIKE Takashi)
(Giappone
- 124') |
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Il piccolo Tadashi, dieci anni, si appresta a
trascorrere singolari vancanze estive: casualmente investito
Cavaliere Kirin durante un rito religioso non può sottrarsi al suo
dovere e, secondo la leggenda, conquisterà la spada del Grande
Coboldo per sconfiggere l’esercito del male dello Yomotsumono. Suo
alleato sarà lo spirito Sunekosuri (accarezzatore di caviglie), una
gradevole bestiola in forma di gatto.
Il
Matto
Questo psicopatico di Takashi Miike (finora solo THE CALL
nelle sale italiane, altre perle in DVD) è un habitué del Lido che
sembra ogni volta divertirsi pazzamente (solo lui, secondo i
detrattori); se a Venezia 61 ci aveva lasciato con il folleggiante
IZO oggi non è cambiato nulla per il regista giapponese, dalla
media di 3/4 film all’anno, vero idolo della folla per il pubblico
mandorlato (e tra le ovazioni maggiori del Festival). La trama è
inutile, pura follia: pescando dal folklore nipponico Miike mescola
generi, liquidi, paradossi e mostriciattoli nel corso del suo film,
ponendo il paravento del fantasy come semplice pretesto per andare
dove vuole, incrociando LA STORIA INFINITA alla novella (non troppo)
edificante per bambocci. Se proprio vogliamo indagare (un vezzo
inutile, in fin dei conti), il fil rouge verte stavolta sullo
spirito degli oggetti, suggestione fortemente orientale: oggetti
trascurati, maltrattati, abbandonati che liberano la loro anima per
vendicarsi dei seviziatori.
Confermati appieno pregi e difetti del suo stile: una tendenza
incondizionata all’invenzione, non di rado plasmando deliziose
sortite di fighissimo nonsense (il tormentone dei fagioli), una
sceneggiatura ai limiti della sanità mentale, una costruzione
visiva spesso accumulativa ma che non ti fa smettere di ridere (il
dialogo tra il muro e l’ombrello è già cult). Data la sua
prolissità il gioco di Miike presto stanca: tende a ripetere
scherzi e situazioni, aderisce grigiamente alla meccanica della
guerra (compreso un grottesco scontro finale) e, già che ci siamo,
nella conclusiva parata “mostruosa” ci infila un demenziale
appello pacifista. Amabile o detestabile a seconda del caso e dello
stato d’animo Takashi, che dedica il suo film – meno geniale di
altri - a tutti gli ingenui e creduloni (Vi amo per ciò che
veramente siete), continua a portare l’esempio di un cinema
genuino, frichettone ma libero dalla gabbia dell’industry, che ci
fa puntualmente aspettare col sorriso la prossima esplosione di
follia.
Voto:
6
Emanuele Di Nicola
|
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Le Parfum de la
Dame en Noir (Bruno PODALYDES)
(Francia
- 115') |
|
Una coppia di sposi, Mathilde e Robert, sono in vacanza nel suggestivo Château
d’Hercule. Il castello riserverà molte sorprese, animando la loro
tranquilla permanenza nel segno del mistero e del noir gotico,
disturbati dalla presenza del “genio del male” Larsan. A
risolvere l’intreccio verrà chiamato il giovane reporter Joseph
Rouletabille.
E’ un peccato che il precedente film di Podalydès (LE
MYSTERE DE LA CHAMBRE JAUNE) non si sia visto in Italia perché la
sua conoscenza molto avrebbe contribuito all’apprezzamento di
questo film: anche quel lavoro era infatti tratto da un’opera di
Gaston Leroux, LE PARFUM riprendendone parte dei personaggi e
presentando una serie di rimandi e allusioni al precedente. Una
disdetta davvero, anche tenendo conto della godibilità di questa
pellicola che, partendo dai codici propri del feuilleton cui si
ispira, mescola giallo popolare e assurdo, melodramma e aperture
burlesche, sorretti dalle peculiari immagini a tinte vivaci che
Podalydès costruisce per ricreare il mondo romanzesco di partenza.
Invenzioni costanti, scambi di identità, amori impossibili,
rivelazioni a catena per un’opera assai fantasiosa che, a parte
qualche sporadica lungaggine, inanella situazioni su situazioni,
arrivando persino a confondere lo spettatore, stante la quantità di
rocamboleschi colpi di scena che si susseguono. Gratuito come poche
cose, LE PARFUM procede dalle parti del lezioso, riuscendo (quasi)
sempre a dominarlo. Gli attori intanto, immersi in uno scenario
naturalistico mozzafiato, hanno l’aria di divertirsi un mondo.
Un lavoro d’antan di una fatuità graziosa impensabile
dalle nostre seriosissime parti.
Voto:
6
Luca Pacilio
Tratto dal romanzo di Gaston Leroux (quello del Fantasma dell’opera),
Il profumo della dama in nero è il seguito ideale del Mystère
de la chambre jaune, di cui ripropone il personaggio del
reporter Rouletabille e parte del cast (Pierre Arditi e Sabine Azema).
Dignitoso e ben confezionato prodotto medio con due o tre trovate
esilaranti, conferma l’attitudine francese alla diversificazione
dell’offerta cinematografica nazionale, ben lontana
dall’incapacità tutta italiana di valorizzare un cinema di genere
oramai fagocitato dalla televisione. Per chi ignora il precedente
film di Bruno Podalydès risulta arduo riuscire a cogliere tutti i
rimandi, soprattutto rimangono fin troppo sfumate le motivazioni che
spingono il misterioso mago Larsan alla vendetta e la sua liaison
con la splendente Mathilde/Azema.
Voto:
6
Manuel Billi
|
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Four Brothers (John SINGLETON)
(U.S.A.
- 104') |
|
I fratelli Mercer si riuniscono per trovare
l’assassino della loro madre adottiva, uccisa durante una rapina
al supermercato. Decisi a vendicarne la morte, cominciano una lotta
senza quartiere che li porterà a comprendere la profondità del
loro legame.
Quei
"bravi" ragazzi
Da un film di John Singleton ambientato a Detroit ci si aspetta una
panoramica dei bassifondi a ritmo di hip-pop e, per una volta,
nonostante le trite aspettative siano più che rispettate, il film
appassiona e coinvolge. Merito di una sceneggiatura ben strutturata
e di una regia graffiante che dosando i momenti dialogati, gli snodi
della narrazione e le sequenze d'azione, riesce a infondere un ritmo
non solo derivante dall'accumulo. L'inizio è subito col botto, poi
la riunione dei quattro fratelli adottivi al funerale della madre
combina con efficacia commedia e svolte drammatiche. Finalmente i
personaggi, portatori di un punto di vista di dubbia condivisibilità
incentrato su violenza e vendetta, non cedono al buonismo, ma si
attengono alle premesse, tutt'altro che edificanti, date
dall'ambientazione e dal grado sociale e culturale dei personaggi.
Il film, pur facendo parteggiare gli spettatori per i protagonisti,
non li trasforma in eroi, ma li mostra come vittime, tutt'altro che
incolpevoli, di una società a cui non riescono e forse non possono
aderire. Se i flashback con Fionnula Flanagan suonano un po'
grotteschi e il finale arriva sbrigativo e poco plausibile, altri
momenti di distinguono per il vigore della regia (l'attacco in massa
alla casa dei quattro fratelli) e per l'originalità di alcune
trovate (la resa dei conti sul lago ghiacciato). Nonostante
l'improbabilità negli esiti degli scontri a fuoco regni sovrana,
non tutto va secondo le aspettative e il copione mantiene un certo
equilibrio nelle perdite tra le fazioni contrapposte in cui divide
il racconto. Protagonista trasversale è la città di Detroit, non
solo suggestione invernale ma determinante nell'ammantare di
realismo la storia, oltre che simbolo di un'America che pare sempre
di più sull'orlo del collasso. Nel cast di attori, perfettamente a
proprio agio, si distingue, inaspettatamente, Mark Walhberg, per una
volta in parte e non legnoso.
Voto:
7
Luca
Baroncini
|
|
Bubble (Steven SODERBERGH)
(U.S.A.
- 73') |
|
Martha e
Kyle lavorano in una fabbrica di bambole e sono amici. Il loro
rapporto è turbato dall’arrivo di una nuova operaia, Rose, una
ragazza madre.
Scelta
antihollywoodiana per Soderbergh che con BUBBLE - si pensi anche
agli ultimi lavori di Van Sant - opta per un’opera a basso costo
che negli USA vedrà la contemporanea uscita in sala, sul satellite
e in DVD (sono previsti altri cinque film con medesime
caratteristiche distributive). Lontano dalle major il regista trova
la strada di un racconto minimale assai preciso in cui caratteri ben
disegnati affogano nello statico tran tran della squallida provincia
industriale; nessuno dei rapporti umani descritti nel film è sano:
Martha nutre un’amicizia morbosa per Kyle, Rose avvicina Kyle ma
alla prima occasione lo deruba, Kyle usa Martha per poter uscire con
Rose, Martha guarda Rose con sospetto ritenendola una persona
ambigua e pericolosa; i personaggi non hanno nulla a parte le loro
abitudini e, narcotizzati dalla coazione a ripetere che li
imprigiona, arrivano a concepire o accettare l’orrore, fino alla
tragedia finale.
Interpretato da attori non professionisti residenti nella provincia
dell’Ohio in cui il film è ambientato, girato in tempo record,
BUBBLE è un’opera semplice e priva di fronzoli: lo sguardo nudo
di Soderbergh, lontano dal dollaro e dalle teorie, centra
l’obiettivo.
Voto:
6,5
Luca Pacilio
Storia di Ordinaria Follia
Regista
discontinuo ma dall'apprezzabile spirito sperimentatore, Steven
Soderbergh, con "Bubble", sfida l'industria del cinema con
grande coraggio. Prima di tutto perché aggira le più che assodate
logiche distributive facendo uscire il suo film in contemporanea
nelle sale, in dvd e sulle pay-tv. In secondo luogo perché compie
questo passo con una piccola opera tutt'altro che commerciale e
priva di qualsiasi appeal. La sfida, almeno dal punto di vista
stilistico, è vinta (e probabilmente anche il piano economico non
languirà, visti i costi contenuti). Alla base dell'esperimento c'è
una storia tanto semplice quanto disturbante. In una piccola
cittadina dell'Ohio, all'interno di una fabbrica di bambole,
l'equilibrio tra due colleghi di lavoro, un giovane e una signora,
viene turbato dall'arrivo di una ragazza madre. A coinvolgere non è
tanto la struttura "gialla" del racconto, quanto la
sottile capacità del regista di connotare alla perfezione
l'ambiente teatro della vicenda e la deriva dei personaggi. Nessuna
star alla catena di montaggio, ma facce comuni alle prese con una
quotidianità dall'andamento lento devastante. Una placida routine
in cui sonnecchia la tragedia di un vuoto interiore incolmabile. In
questo senso la provincia americana ne esce a pezzi ed è proprio
nei silenzi, riempiti perlopiù da rumori di ambiente, negli scambi
monosillabici durante la pausa pranzo o in una serata al pub davanti
a una birra, diciamo nell'assenza di eventi significativi, che
Soderbergh riesce a esplicitare con forza l'alienazione di una vita
priva di stimoli, in cui le giornate si succedono per inerzia e
davvero nulla sembra in grado di scalfire l'emotività. Un mondo
senza punti di riferimento, con variabili impazzite, in cui uccidere
può diventare una scelta tanto semplice quanto obbligata.
Finalmente il supporto digitale esce dal vezzo della sgranatura a
tutti i costi dimostrando che un'alternativa alla pellicola, senza
eccessive differenze qualitative, è possibile. La sceneggiatura è
ben strutturata e gli interpreti, tutti attori non professionisti
reclutati sul posto, hanno le facce giuste per rendere credibile la
destabilizzante vicenda.
Voto:
7
Luca
Baroncini
Sguardo fisso
Quando
ormai, lo ammettiamo, la speranza era perduta ecco il ritorno di
Soderbergh in ottima forma: il regista, che ormai pareva consacrato
all’industry, gira un film a basso costo con stupendi volti dalla
strada, rimesta nel fango della provincia americana evocando lo
straniamento di TWIN PEAKS, sceglie una storia scabrosa portandola
sino in fondo senza timore di inorridire. BUBBLE è uno gnomo per lo
standard del regista: durata minima, spettacolarità zero, trovate
semplici ma efficaci nella loro infinita inquietudine (la fabbrica
delle bambole). La devianza, il tunnel dell’infermità mentale non
fa paura all’autore, che dimostra di saper (ancora) fare cinema
servendosi di una messinscena ghiaccia e disadorna; seppur
l’appoggio è il solito scabroso triangolo sentimentale l’opera
spalanca gli occhi come lo sguardo fisso di Martha (Debbie
Doebereiner, uno splendido mostro) e li punta dritti
nell’abisso. Sullo sfondo: uno straordinario rigore formale
racconta l’America dell’incomunicabilità, attraverso piani
fissi quasi interminabili, in bilico tra Gus Van Sant e
l’accelerazione rock decadente. Come folle film sulla follia
BUBBLE, scomodo vicino della porta accanto, si rivela in assoluto la
prova migliore dell’americano.
Voto:
7,5
Emanuele Di Nicola
Voto:
7,5
Manuel Billi
|
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