VENEZIA 2005
FUORI CONCORSO

 

FUORI CONCORSO:
 
- Jaume BALAGUERÒ - Fragile 
- Emmanuelle BERCOT - Backstage
- Peter Ho-sun CHAN - Ru guo ai (Perhaps Love) 
- Mehdi CHAREF, Emir KUSTURICA, Spike LEE, Kátia LUND, Jordan SCOTT, Ridley SCOTT, Stefano VENERUSO, John WOO - All the Invisible Children
- Cameron CROWE - Elizabethtown 
- Scott DERRICKSON - The Exorcism of Emily Rose 
- Stuart GORDON - Edmond 
- Lasse HALLSTRÖM - Casanova
- Ron HOWARD - Cinderella Man
- John IRVIN - The Fine Art of Love - Mine Ha-Ha
- Mike JOHNSON, Tim BURTON - Tim Burton's Corpse Bride 
- Andrew LAU, Alan MAK - Initial D 
- Neil MARSHALL - The Descent 
- MIIKE Takashi - Yokai Daisenso 
- NOMURA Tetsuya - Final Fantasy VII: Advent Children 
- Bruno PODALYDÈS - Le parfum de la dame en noir
- John SINGLETON - Four Brothers
- Steven SODERBERGH - Bubble 
- TSUI Hark - Seven Swords 
   EVENTO SPECIALE
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Hayao MIYAZAKI - Kaze no tani no Naushika (Nausicaä della valle del vento, 1984)

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Hayao MIYAZAKI - Kurenai no buta (Porco Rosso, 1992)

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Hayao MIYAZAKI - On Your Mark (1995)

 

 

- FUORI CONCORSO

 

Fragile
(Jaume BALAGUERO')

(Spagna   -   100')

Amy, la nuova infermiera di un vecchio ospedale si scontra con alcuni strani avvenimenti: le ossa di alcuni dei bimbi ricoverati si spezzano senza motivi apparenti…


Fragilissimo

Se le precedenti prove di Balguerò, con tutti i loro difetti, partivano sempre da idee abbastanza originali FRAGILE  smentisce anche questo dato, risultando il figlio scemo di un repertorio vecchio come il cucco e che ha avuto ben altre applicazioni di recente (il KINGDOM vontrieriano in primis). La storia del nosocomio isolato, delle maledizioni, del piano superiore svuotato (cosa mai accadde in passato perché ciò avvenisse? Il dubbio ci tormenta…) e dal quale provengono sinistri rumori, delle presenze spiritiche, di una pioggia che non smette mai, degli omicidi a catena è la solita zuppa a cui il regista si dimostra incapace di aggiungere motivi di interesse di qualsivoglia foggia. Il lieto fine poi (una novità – si fa per dire -: né NAMELESS, né DARKNESS lo avevano) arriva nel peggiore dei modi e chiude il film - che spaventa solo per la sua prevedibilità - con una sana, liberatoria risata. 
Fischi in sala, sacrosanti.

Voto:  4                                                       Luca Pacilio


Fantasmi in corsia

Nome di punta della cinematografia spagnola di genere (si parla di horror) Jaume Balaguerò continua la sua parabola discendente. Con "Nameless" ha illuso di poter ancora spaventare e si è distinto per la vena cattiva, ma il film non regge alla seconda visione; con "Darkness", oltre ad avere ottenuto un rilevante successo internazionale, ha dimostrato come la capacità di creare un'atmosfera malsana non sia sempre sufficiente per sostenere un intero lungometraggio. Con il nuovo "Fragile" conferma come i suoi più grandi alleati siano il Dolby-Surround e gli stacchi di montaggio. Bisogna riconoscergli il merito di riuscire a condurre una storia di ordinari fantasmi con un certo polso, ma l'estetica della sua visione scimmiotta (per non dire copia) "The Ring" di Gore Verbinski. La sceneggiatura (dello stesso Balaguerò con Jordi Galceran) pone basi banali ma solide e procede con una certa grezza efficacia nell'aggiungere dettagli e capovolgimenti, ma finisce per incartarsi e si risolve perdendo coerenza con le premesse (tanti i buchi logici che emergono a posteriori). Sempre più internazionale la produzione, che assolda la star televisiva Calista Flockhart, ambienta la vicenda in Inghilterra e gira direttamente in inglese. Tutto molto strategico per la successiva distribuzione, ma i brividi stanno altrove.

Voto:  5                                                 Luca Baroncini


Voto:  4                                         Emanuele Di Nicola 

 

Backstage
(Emmanuelle BERCOT)

(Francia   -   115')

La diciassettenne Lucie coltiva un vero e proprio culto per una cantante di successo. Il caso provocherà il loro incontro consentendo a Lucie di entrare nella vita del suo idolo.

Dietro le quinte di un'ossessione

Cosa succederebbe se una fan sedicenne incontrasse il suo idolo musicale? Si sa, nell'adolescenza la morbosità è dietro l'angolo, ma per buona parte del suo film la parigina Emmanuelle Bercot, anche co-sceneggiatrice, riesce a non farsi prendere la mano. Pur con qualche concessione allo stereotipo, infatti, (la ragazzina con zero autostima e la star tutta capricci e sregolatezza) costruisce un rapporto in credibile progressione, con la diva che trova un punto di equilibrio nella sincerità della fan e la ragazzina, sostenuta anche dall'ignoranza dell'ambiente familiare da cui proviene, che vede coronato il proprio sogno. Poi, però, il racconto prende la piega del melodramma schizoide, perdendo plausibilità e affondando nel ridicolo involontario. Peccato, perché Isild Le Besco ha una grande espressività ed è molto spontanea nel ritrarre le emozioni disturbate della protagonista e Emmanuelle Seigner è una star eccessiva perfetta. Anche i personaggi secondari godono di una certa cura nella caratterizzazione (la cameriera, il manager, la guardia del corpo, l'assistente, la fan assidua), ad esclusione dell'ex fidanzato della cantante, ruolo chiave negli sviluppi balzani della vicenda privo, però, di qualsiasi aggancio logico. Tra i luoghi comuni disseminati nel racconto, anche il look datato della diva e i caricaturali festini a base di droga e trasgressione. Le canzoni, cantate a fil di voce dalla stessa Seigner, hanno testi e sonorità che possono risultare di rara bruttezza per i più, ma ben si adattano al target adolescenziale previsto dal copione. Molto più destabilizzante il brusco passaggio tra "Love is blindness", degli U2, e gli accordi zuccherosi di una delle tante canzoni easy della colonna sonora.

Voto:  5                                                    Luca Baroncini


Voto:  4                                                         Manuel Billi

 

Ru guo ai - Perhaps Love
(
Peter Ho-Sun CHAN)

(Cina/Hong Kong   -   107')

Uno studente di una scuola di cinema si innamora di una sua compagna di corso, troppo impegnata però a sfondare come attrice. A distanza di dieci anni, ormai affermati nel mondo dello spettacolo, i due si ricongiungeranno recitando in un musical di ambientazione circense, sviluppato attorno ad un triangolo amoroso.

Non ha certo paura di esagerare Peter Ho-Sun Chan: PEHARPS LOVE, ricca produzione cinese,  film di chiusura del Festival, è un carosello visivamente sfavillante, strutturalmente ambizioso, concepito nel segno di Lelouch (non manca una citazione letterale): l’autore gira un melodramma sfrontato, non temendo di incrociare il musical e di buttarci dentro il discorso metacinematografico (il making of di un film che si confonde col film che si sta girando che si confonde con la reale vicenda dei protagonisti, il cineasta e i due attori) mentre diversi livelli temporali scorrono in parallelo; il tutto in un’orgia di coscienti stereotipi, di ralenti kitsch, di canzoni zuccherose con la laccata fotografia di Christopher Doyle e Peter Pau che avvolge la messinscena in un tourbillon di patinatissimi effetti flou. Ci sarebbe di che nausearsi se da parte del regista l’insistenza su questo registro non fosse così spudorata e convinta: anche se non tutto funziona, anche se a tratti è la confusione a regnare sovrana, anche se certi passaggi non sono assolvibili neanche come eccessi studiati, più di un momento lascia ammirati e lo sfolgorio delle immagini finisce con l’abbagliare anche l’occhio più refrattario.

Voto:  7                                                         Luca Pacilio


Musical à la Moulin Rouge senza gli eccessi post-modernisti del film di Luhrmann, il nuovo film del regista dei mediocri Love Letter (prodotto Dreamworks con la signora Spielberg) e dell’horror soporifero The Eye è un ingenuo, divertente e pirotecnico melodramma metacinematografico, in cui il film del film racchiude il senso, e la genesi, di un amore combattuto e ri-vissuto nel presente. Per niente originale nella sua stratificazione metalinguistica e decisamente risaputo nei numeri musicali, si fa apprezzare per l’abile messa in scena, l’orgoglioso ed ironico sfoggio di un sentimentalismo zuccheroso da festival di Sanremo (con tutte le “figure” più abusate e stucchevoli del repertorio musicale amoroso), il sapiente montaggio dei pezzi musicali. Certo, come per buona parte del cinema orientale mainstream – e questo è il limite di questa cinematografia – si diffonde il sospetto di vacuo esercizio di stile, di puro esibizionismo tecnico da baracconata paracircense.   Le tre star del cinema cinese Jacky Cheung, Takeshi Kaneshiro e Jin-hee Ji sono di disarmante bellezza.

Voto:  7                                                         Manuel Billi

 

All the Invisible Children
(Mehdi CHAREF, Emir KUSTURICA, Spike LEE, Kátia LUND, Jordan SCOTT, Ridley SCOTT, Stefano VENERUSO, John WOO )

(Italia   -   108')

Sette episodi dedicati all’infanzia invisibile e dimenticata.

Mani Tese e Varicose

Presentato fuori concorso alla 62. Mostra di Venezia, con l’intento di devolvere il ricavato in un fondo gestito dall’UNICEF, dal World Food Programme (WFP) e dalla Direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo, il film collettivo ALL INVISIBLE CHILDREN è quanto di più nobile e necessario si sia visto negli ultimi anni. Partendo da una citazione di Saint-Exupéry (Tutti gli adulti sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano), nei sette cortometraggi realizzati da otto registi si analizza la deriva dell’infanzia nelle sue varie forme: dietro alla purezza ufficiale da rotocalco, dietro il luogo comune della prima fanciullezza come età dell’innocenza si celano ben altre creature, dimenticate ed asfittiche, che infestano il recesso della nostra coscienza. Tutte le buone intenzioni di questo mondo, però, non bastano a fare un film: dal punto di vista cinematografico, con le dovute precisazioni, il risultato è risibile quando non deprimente. Il primo episodio, Tanza di Medhi Charef (3), racconta del bimbo del titolo, 12 anni, guerrigliero che si appresta a distruggere un villaggio africano: verrà incaricato di far esplodere una scuola nella quale, esaminando gli oggetti caratteristici dell’infanzia “normale” (gessi, banchi, lavagna) realizza un’altra possibilità di vita appena prima della fine. Il peggio del populismo e della retorica: il regista sventola una fastidiosa tendenza all’esplicito, mettendo in bocca ai suoi (trasparenti) personaggi parole, parole, parole sino alla spiegazione pleonastica, non richiesta, ricattatoria. L’ultima sequenza, sospesa tra lo spot umanitario ed il cocktail di lacrime ad ogni costo, è una delle peggiori scene che si ricordino a memoria d’uomo; Blue Gypsy di Emir Kusturica (6½), pur senza strapparsi i capelli (ma con una bottigliata in testa), è lungamente la prova migliore del film. Sul solito Kusturica non c’è niente da aggiungere: lo zingarello Uros deve lasciare il carcere minorile, zeppo di freaks e mattacchioni, ma si trova di nuovo invischiato nel crimine a causa del perfido padre. Spiazzanti e divertenti (l’incontro matrimonio/funerale), freschi e genuini come dal suo creatore, questi 17 minuti svettano nella mediocrità generale perché possiedono il dono di non prendersi sul serio, lanciando il proprio messaggio senza affrontare di petto l’argomento (e quindi generare un frontale), sguinzagliando la levità dell’ironia. Seppur già visto l’entusiasmo è travolgente, indispensabile dimenarsi apertamente di fronte a questo grazioso ritmo gitano.
Spike Lee con Jesus Children of America (4) firma la parentesi più retorica della sua carriera: Blanca, ragazzina di Brooklyn e figlia di una coppia di drogati, deve convivere con la sua sieropositivà. L’abilità dell’afroamericano nel manovrare la cinepresa (la lite scolastica, insieme di frammenti stilizzati) non salva certo la baracca dal predicozzo morale, che stride metallico sulle nostre orecchie, sino a risolversi nell’ennesima, inutile pubblicità progresso per una sorta di centro sieropositivi (neanche troppo) anonimi. Bilu & Joao della brasiliana Katia Lund () perlomeno evita queste trappole, concentrandosi sui due bimbi del titolo che lottano per la sopravvivenza in quel di San Paolo: le giornate sempre uguali, la raccolta forsennata di rifiuti, la minima difficoltà (lo scoppio di una gomma) trasformata in tragedia, il sorriso sempre stampato malgrado la sofferenza non convincono però sino in fondo, risolvendosi nell’innocua storiella impersonale che troppo sfrutta gli amabili protagonisti per ingraziarsi la platea. Jonathan (5) di Ridley e Jordan Scott (padre e figlia, non è chiaro dove finiscano i ‘meriti’ dell’uno ed inizino quelli dell’altro) è l’episodio meglio girato: un fotoreporter di guerra, ossessionato dal suo lavoro, farà uno strano incontro onirico (sogno? Ritorno al passato?) con un gruppo di bambini. Il padre di BLADE RUNNER, questo lo sappiamo, con la cinepresa fa ciò che vuole (pianisequenza, carrelli, ralenti…): qui a latitare è però la trama, affossata da citazioni apertamente didattiche, che nonostante l’appoggio irreale – che poteva essere meglio sfruttato – si riduce ad un percorso di tappe scontate, né carne né pesce, per cadere definitivamente sull’apologia astratta dell’infanzia castrata, lungi dall’offrire qualcosa di personale o memorabile. Ciro di Stefano Veneruso (6) sfrutta troppo la sua napoletanità districandosi sul filo della macchietta (compare la Cucinotta, tra i produttori dell’operazione, e il Mahieux de L’IMBALSAMATORE) a partire dal furto del Rolex d’oro, ma in generale gioca sapientemente sul senso d’iperbole (il ladruncolo è inseguito da un enorme cagnaccio) e restituisce, sparse qua e là, qualche traccia di puro cinema (il gioco delle ombre cinesi in controluce). Infine John Woo: il suo Song Song & Little Cat (4), gioco di specchi tra due ragazzine – una povera e l’altra benestante – riferendosi al singolare percorso della bambola di quest’ultima, è stato comunemente definito l’episodio migliore. Non per il sottoscritto: Woo riporta alla memoria quel vecchio rimprovero impartitoci dai nostri nonni, secondo il quale “non si spreca niente, con quello che lasci ci mangerebbero tanti bambini poveri”. Ritagliando le parti su misura di una bambola, simbolo evidente sino alla volgarità, si facciano le dovute proporzioni: ne scaturiscono venti minuti di moralismo strisciante quindi insopportabile, con alcune punte di sublime bruttezza (il suo vecchio tira le cuoia con una matita in mano, la piccola non solo è zoppa ma anche maltrattata da un avido fioraio ambulante, la ricca famiglia è in crisi ma nella semplicità è il vero benessere… e posso continuare) che confermano il misterioso equivoco della popolarità di questo cineasta.

Questo CHILDREN è in definitiva un film dalla struttura affine a 11/9; ma quello, rimanendo un collage non eccelso, riusciva a superare lo steccato del film a tesi attraversi alcuni sontuosi interventi (Penn e Loach su tutti), affidandosi al taglio trasversale dell’argomento e all’irriducibile potere della divagazione. Qui l’elefante dell’infanzia, patata tra le più infuocate, viene generalmente incornato ad occhi chiusi senza alcuna sottigliezza; si rimane presto ustionati, il film si risolve in un suicidio.

Voto:  4                                                         Eanuele Di Nicola


Detesto parlare dei film collettivi, sono sempre operazioni in cui si richiede ai registi di svendersi cucinando alla loro maniera una pizza surgelata; questo ALL THE INVISIBLE CHILDRENS non fa eccezione.
L’episodio di Charef (i bimbi giocano alla vera guerra) poggia su metafore sempliciotte; quello di Kusturica (un ragazzino, riavviato al furto dal padre, torna spontaneamente nell’istituto correzionale dal quale proviene) è un esercizio di calcolata sgangheratezza; Spike Lee si limita a della Pubblicità Progresso sul tema della sieropositività; Katia Lund azzecca più di qualcosa nel ritratto di un’infanzia rifiuto tra rifiuti; l’esile favoletta  di Ridley Scott e sua figlia Jordan fa un bel buco nell’acqua; ritratto bellavistiano della Napoli degli scugnizzi per Veneruso che, pur cominciando bene, si perde praticamente subito; John Woo filma l’episodio più interessante in cui il caso mette in moto una girandola nefasta di cause ed effetti: il sentimentalismo è spudorato e l’immagine stilosa, ma in certi casi la sfacciataggine può diventare un pregio.

Voto:  s.v.                                                            Luca Pacilio


Voto:  5                                                                Manuel Billi

 

Elizabethtown
(Cameron CROWE)

(U.S.A.   -   133')

La storia di amore inaspettato sullo sfondo di un divertente e complicato funerale che si svolge nel Kentucky. Un viaggio del cuore che dimostra come le cose più incredibili possano accadere quando meno ci si aspetta.


Urlando buu

Il cinema piacione e superficiale di Cameron Crowe  trova in ELIZABETHTOWN la sua quintessenza. Spacciato da Muller come una delle commedie americane più divertenti degli ultimi tempi, il film fa scempio  delle sue evidenti ascendenze (Cukor, Wilder, Edwards – non si sprecano neanche citazioni spudorate – Moon river compresa -) alle quali non sono estranei echi di PRIMA DELL’ALBA di Linklater (un altro genio), rivelandosi insopportabile riciclo di topoi e personaggi (Kirsten Dunst – bravina – ricalca la Susanna hepburniana; Orlando Bloom non si sa chi/cosa –ci- faccia) immersi in una colonna sonora invasiva (Crowe ha evidentemente sbagliato mestiere - era redattore di Rolling Stone -: non c’è scena che non sia preceduta da un “vai con la base!”) e fastidiosa, in una messinscena vacua e impersonale.
Cameron Crowe (ovvero: “dei danni permanenti degli anni 70”) dirige un film di rara prolissità (133 minuti) per il quale sono previsti tagli in vista dell’uscita in sala [l’ultimissima parte, quando tutto – dopo il monologo della Sarandon, balzano e trashissimo oggetto a parte – sembra giustamente chiudersi, suona come una lunga, impietosa co(n)da(nna) che non ci meritiamo] e spessore nullo, falso come Giuda, melenso e retorico, zeppo di bizzarrie calcolate, di uno humour nero come il nostro (l’umore, dico) una volta usciti dalla sala, privo di qualsivoglia sottigliezza nella descrizione della provincia americana, in cui senza misura tenta di conciliare toni brillanti e drammatici e che se ha un merito è di decretare indiscutibilmente la totale mancanza di talento-appeal di Orlando Bloom, cui ogni doppiatore, in qualsivoglia lingua, farà domani un grosso favore.

Mi auguro che uscendo dal cinema, qualcuno si fermi a riflettere per un attimo, pensando: “Mi mancheranno quelle persone…” -
Cameron Crowe
Come no.

Voto:  2                                              Luca Pacilio


Voto:  5                                         Luca Baroncini


Voto:  5                                              Manuel Billi

 

The Exorcism of Emily Rose
(Scott DERRICKSON)

(U.S.A.   -   119')

L’avvocata Erin Bruner, viene assunta per difendere padre Moore, il sacerdote accusato della morte di Emily Rose, una studentessa che, considerata posseduta dal demonio, sarebbe morta a causa di un esorcismo fallito.


Tratto da una storia vera, L’ESORCISMO DI EMILY ROSE (grosso successo ai botteghini americani) ha una base molto interessante: l’avvocato agnostico, per far assolvere il sacerdote che difende dall’accusa di omicidio, deve sostenere la tesi della possessione e lo farà servendosi di motivazioni - non religiose o spirituali ma - antropologiche. L’opera mantenendosi sul crinale realistico e tendendo alla ricostruzione delle vicende attraverso il dibattito in tribunale e le relative testimonianze, da cui poi dipartono i flashback, è pertanto un’inedita via di mezzo tra il film processuale e l’horror (fuori luogo i paralleli con L’ESORCISTA di Friedkin), non rinunciando Derrickson alle convenzioni su cui si fondano l’uno e l’altro filone.  Se la fotografia di Tom Stern (gli ultimi Eastwood, ROMANCE & CIGARETTES di Turturro) è apprezzabile e così l’interpretazione degli attori, purtroppo la rozza regia, sbilanciandosi, casca sui canoni più vieti del film de paura: l’autore punta infatti sulla macelleria e l’effettaccio (oltre che su un utilizzo smodato degli effetti sonori, abuso di moda a quanto pare, avendolo riscontrato anche negli altri film del genere che questa edizione della Mostra ha ospitato con generosità) e, cancellando qualsiasi chiaroscuro e ambiguità, annulla le indubbie potenzialità del soggetto, relegando il film  spesso e volentieri nella gabbia dello stereotipo che avrebbe potuto e dovuto evitare. Peccato.

Voto:  5                                               Luca Pacilio


Voto:  5                                                Manuel Billi

 

Edmond
(Stuart GORDON)

(U.S.A.   -   90')

Edmond Burke potrebbe essere un uomo felice: un buon lavoro, una bella moglie, una vita agiata. Una sera la lettura dei tarocchi di un indovino lo turba. Tornato a casa, lasciata la moglie, comincia un viaggio notturno nelle strade della città.

Every fear hides a wish

Tratto da una piece del 1982 di David Mamet (portata sulla scena anche da Branagh) e da questi adattata per lo schermo, EDMOND è un film sulle paure e l’alienazione dell’uomo medio e sulla loro sfaccettata valenza. E’ la paura che spinge Edmond a perdersi, fuori orario, nella metropoli, ad acquistare un coltello che sarà la causa prima dei suoi guai e della caduta in un abisso di crescente abiezione. Maschilista, razzista, omofobo, il protagonista, un uomo insicuro perché insoddisfatto, dopo aver sempre dissimulato queste fobie, molla i freni inibitori e  lascia che queste si esprimano dando vita a una escalation disastrosa. EDMOND è a tratti un vero e proprio horror, un viaggio a tappe nell’inferno, che ha nel testo il suo punto di forza (Mamet è il più grande scrittore di dialoghi americano, altro che Elmore Leonard): il fiume di parole, come sempre nei lavori dello scrittore, tende a confondere o a velare, mai a chiarire; la verbalità di Edmond rispecchia il terrore e copre la bramosia (come il finale dirà in un attimo, quello sufficiente a rappresentare un bacio). L’intelligente regia di Stuart Gordon  (noto regista di film dell’orrore, RE-ANIMATOR tra gli altri) aderisce seccamente al tema e fa parlare la sceneggiatura, la macchina da presa sta addosso agli attori (il giro mametiano: William H. Macy –superbo -, Joe Mantengna, Rebecca Pidgeon, moglie del drammaturgo) e le immagini di una città claustrofobica sono cupa cornice ai temi basilari della storia (ognuno coltiva una forma di razzismo, nascondiamo dietro il timore un’attrazione, la vita borghese è una pentola a pressione: il tutto espresso con la consueta brutalità, bando agli accenti predicatori o retorici).
In un mondo violento e minaccioso, il viaggio nella notte di Edmond si rivelerà, nei fatti, una tormentata e quasi catartica ricerca dell’amore. Dunque non sorprende che il protagonista trovi conforto e sicurezza nella peggiore delle condizioni, la prigione, dove alla fine il nostro vivrà, sereno, una relazione con il suo compagno di cella, nero.
Every fear hides a wish – David Mamet.

Voto:  7,5                                                    Luca Pacilio


Voto:  6                                                  Luca Baroncini

 

Cinderella Man
(Ron HOWARD)

(U.S.A.   -   144')

New York. Anni Trenta. La storia vera del pugile Jim Braddock.

Agiografia di un boxeur

Dal regista più americano del mondo (Ron Howard) un filmone vecchio stampo che applica con estrema professionalità l'arte della retorica. Il regista fonde con mano solida i più gettonati cliché narrativi d'oltreoceano: l'uomo che si è fatto da solo, la seconda opportunità, solo chi cade può risorgere, non c'è vittoria senza sofferenza. Ad estremizzare caratteri e situazioni ci pensa l'ambientazione nella New York degli anni Trenta, quando, a causa della crisi del '29, quasi la metà della popolazione americana viveva sotto la soglia di povertà. La "Grande Depressione" è una cornice perfetta per santificare l'eroe del film, il pugile Jim Braddock, realmente esistito e romanzato a dovere per celebrare il mito. Eccolo quindi bravo a combattere ma sfortunato (un infortunio gli compromette in modo irreparabile la mano destra), buon padre di famiglia (si toglie il cibo di bocca per darlo ai figli), virtuoso (non c'è nulla da mangiare, il figlio ruba un salame e lui lo riporta al negoziante), esempio per tutta la nazione (ai primi successi economici restituisce il sussidio statale). Del resto la mogliettina non è da meno, sgura pentole e pavimenti tutto il giorno senza lamentarsi mai, cresce i figli con amore, è più che devota al marito e fa pure lavori extra di cucito. Naturalmente i due vivono in armonia in una sudicia topaia con i tre figlioletti che sono pargoli deliziosi, capiscono i limiti e non li superano. Ecco, basterebbe questa presentazione dei personaggi per rendere il film detestabile, con la mania tutta americana di mostrare come vero un ideale totalmente privo delle pulsioni più umane. Eppure, l'abilità di Ron Howard è nel fare digerire il polpettone creando un affresco d'epoca tanto pervaso da buoni sentimenti, e sostanzialmente fasullo, quanto sontuoso e spettacolare, a cominciare dall'accurata ricostruzione storica. Se si accetta con coscienza di vedere un solo lato della medaglia, quindi se si decide di stare al gioco, il film è di quelli che coinvolgono, in cui si arriva alla fine facendo il tifo per il protagonista. Con tutta la retorica, perfettamente applicata, dei combattimenti di boxe al cinema (il pubblico in delirio, la mogliettina con i figli a casa ad ascoltare l'incontro alla radio, gli sganassoni distribuiti con equità, il cattivo così cattivo che quasi urla "ti spiezzo in due"), e della storia vera, per di più lacrimevole. Chi, però, incuriosito dal tema vorrebbe dare un'occhiata anche all'altro lato della medaglia, quello che non ha paura di appannare il mito mettendo in scena le umanissime sfumature non per forza edificanti, deve rivolgersi altrove. Tra le sequenze imperdonabili, quella in cui, durante uno degli incontri, lui cade, si rialza, ricade, sta per non rialzarsi più, quando gli appare in aiuto, e gli dà la forza per capovolgere la situazione, un fotogramma sgranato della moglie con i figli nell'amorevole topaia. 
Nel cast si distingue Russell Crowe, con il suo volto dolente e il fisico asciutto vera anima del film, e Paul Giamatti, sempre più caratterista di lusso. Renée Zellweger, data la mestizia del ruolo, limita le moine e si dedica alla sua seconda specialità: piangere a profusione.

Voto:  6,5                                                      Luca Baroncini

 

The Fine Art of Love - Mine Ha-ha
(John IRVIN)

(Italia/Rep.Ceca/Gran Bretagna   -   107')

Turingia, fine Ottocento. Un collegio femminile sottopone le ragazze a regole ferree e le inizia all’arte della danza.

Dirty Dancers

Tratto da Frank Wedekind (sulla sceneggiatura la mano di Lattuada), dopo gli splendidi titoli di testa che evocano THE COMPANY di Altman il film di Irvin semina generica inquietudine (la masquerade della servitù) ma sembra ricalcare pedissequamente lo stereotipo della vita collegiale: la purezza delle creature cozza con la brutalità delle loro educatrici, le ninfe sognano la libertà in riva al torrente (da cui il posticcio sottotitolo), sulla camerata aleggia l’ombra di Saffo. Quando, con la scoperta della vetusta stanza segreta, il plot sembra toccare il fondo allora si verifica l’inversione di marcia: nella seconda parte THE FINE ART cambia radicalmente, diviene thriller scabroso a venatura horror, mostra l’indicibile con spietata naturalezza. Discostandosi dal placido buonismo di molta produzione corrente Irvin non teme la visione: eccoci dunque la prima ballerina a letto con l’istruttrice di danza, una ragazza sbranata dai cani ed altri piccoli omicidi a piacere. Da qui una deviazione in zona d’ombra che culmina con la scena, bella e terribile, della stupenda danza di Hidalla che risveglia l’appetito deviato del Principe. Ci vuole un coraggio da leone a firmare un film così: lamento gotico di walpoliana memoria, imperfetto ma infinitamente stimolante, questo sfodera la scomoda impudenza di un finale lancinante senza speranza. In un cast di medio livello (tra cui la nostra Grimaldi, essendo il film cofinanziato da RaiCinema) si distingue la piccata alterigia della solita Bisset e la tenera, prepotente bellezza di Mary Nighy (Hidalla), vipera incantatrice che danza tuttora nei nostri cuori.

Voto:  6,5                                          Emanuele Di Nicola

 

Tim Burton's Corpse Bride
(Mike JOHNSON - Tim BURTON)

(Gran Bretagna   -   75')

Victor, promesso sposo, si ritrova improvvisamente nella regno dei morti, dove si unisce in matrimonio con una misteriosa sposa cadavere mentre la sua sposa vivente, Victoria, lo aspetta nel regno dei vivi.


Victor, Victoria

Dopo "Nightmare Before Christmas" Tim Burton (co-regista insieme a Mike Johnson) torna all'animazione a passo-uno, aggiornata alla moderna computer grafica, adattando per il grande schermo un'antica fiaba ebraico-russa. Il risultato è un gioiello di rara leggerezza tutto giocato sul contrasto tra il mondo dei vivi, cupo e formale, e quello dei morti, allegro, coloratissimo e spensierato. Il punto di incontro è un simpatico equivoco che fa maritare, per errore, il protagonista Victor ad una sposa zombie, mentre la predestinata Victoria lo attende con trepidazione. La scoppiettante storia scivola con grande senso del ritmo grazie a una sceneggiatura che non perde un colpo, la tecnica si dimostra perfetta alleata nel far muovere con fluidità i personaggi e nel farli interagire con le suggestive scenografie e un'ironia contagiosa permette a Burton di giocare con un argomento tabù come la morte. Anzi, è proprio in un aldilà totalmente laico e dai colori impazziti che il divertimento è garantito, quasi a voler sottolineare la necessità di una fuga dal presente, comunque grigio, mortifero e in rigida dipendenza dalle pulsioni umane. Per la costruzione di un universo credibile il dettaglio è ovviamente fondamentale e sono tante le invenzioni che arricchiscono senza tregua la narrazione: l'occhio semovente con verme incorporato della sposa cadavere, il reparto sartoria di competenza dei ragni tessitori e della loro tela, il cagnolino zombie e le numerose citazioni, puro spasso che non diventa mai invadente (la danza degli scheletri in omaggio a quella costruita da Ray Harryhausen per "Gli argonauti", lo scheletro con tanto di baffetti che "francamente, se ne infischia" sulla scia di "Via col vento"). Determinante, per la creazione della magia, il contributo musicale del fido Danny Elfman. 
Forse il miglior Tim Burton di sempre, con una creatività a briglia sciolta in cui tecnica, estro e poesia trovano un prezioso punto di equilibrio.

Voto:  8,5                                                 Luca Baroncini


Voto:  10                                                      Manuel Billi


Voto:  7,5                                         Emanuele Di Nicola

 

Initial D
(Andrew LAU - Alan MAK)

(Hong Kong   -   108')

Nella Hong Kong dei giorni nostri, un tranquillo ragazzo di bottega (il divo in ascesa di Taiwan Jay Chou) si trasforma improvvisamente in campione di corse in auto. Il giovane, figlio di un ex pilota sportivo, dalle consegne di tofu a domicilio passa al mondo dell’alta velocità. Abbondano le scene di corse mozzafiato stile Fast and Furious, con ritmi convulsi tipici da videogame. Initial D è il primo film tratto da una fortunatissima serie di fumetti manga che dagli anni ’90 spopolano a Hong Kong.


A rotta di collo come un videogame di elevata caratura, Initial D diverte a patto di restare al gioco e non cedere alla tentazione di lasciare la sala dopo i primi urticanti minuti – per chi ancora deve entrare nel mood, per chi, come il sottoscritto, ignora(va) i manga ai quali si ispira il film. Abbandonandosi al profluvio di immagini accelerate, di split screen, di andirivieni mai noiosi, perché sempre rappresentati con sapienti variazioni sul tema, simpatizzando con i giovani fessacchiotti che vivono il loro modesto romanzo di formazione sulla strada a serpentina di collina divenuta pista per gare automobilistiche, regredendo ad uno stadio preadolescenziale qualora ce ne fosse bisogno, i novanta minuti possono risultare un piacevole passatempo, i registi si dimostrano abili “coreografi” e buoni conoscitori della meccanica filmica. Montaggio da urlo, la cui perfezione ed il cui ritmo fanno apparire operazioni americane similari (da Fast and Furious in giù) scialbe e piatte, giochetti da ragazzoni ipervitaminizzati ma dal basso icq. I registi Andrei Lau e Alan Mak sono gli stessi della tanto osannata trilogia Infernal Affairs, di cui Martin Scorsere sta realizzando il remake.

Voto:  7                                               Manuel Billi

 

The Descent
(Neil MARSHALL)

(Gran Bretagna   -   103')

Sei amiche si ritrovano per la consueta avventura annuale: un viaggio nelle viscere della terra. Juno, leader del gruppo, è una donna forte e aggressiva. Rebecca e Sam sono due sorelle scandinave, insieme a loro: Holly, una paracadutista e Beth, insegnante con l’incarico di sorvegliare Sarah, in preda a un esaurimento nervoso dopo la morte del marito e del figlio.

Preceduto da un battage che lo segnalava come l’horror inglese più bello degli ultimi anni (non vuol dire niente, lo so) THE DESCENT presenta più di un aspetto interessante. Innanzi tutto prima di entrare nel cuore della situazione orrorifica si pregia di un lungo prologo che approfondisce il profilo dei personaggi, che sono tutti femminili, e le loro reciproche relazioni. L’ampia premessa ha poi una precisa connotazione realistica e l’irrompere del sovrannaturale è dunque improvviso e abbastanza inquietante (le misteriose creature che abitano il fondo della grotta). Da quel momento in poi però il film, abbandonando il coté atmosferico, diviene del tutto succube del genere e dei suoi codici: il lento decimarsi della compagnia, le alterne fortune dei superstiti, le tensioni interne al gruppo (con tradimenti di ieri e di oggi e relative, repentine rese dei conti). Nel buio claustrofobico della grotta - le scene si tingono di espressivi cromatismi (il rosso dei razzi, il verde delle barre luminose) -  si poteva osare qualcosa in più  dell’ennesima apparizione improvvisa o del dispiego ordinario del corredo splatter (per quanto più truculento e violento del solito). Il finale è peraltro originale, facendo prima presumere la salvezza dell’eroina ma disilludendo subitamente lo spettatore e riconsegnandolo allo sgomento sospeso dei titoli di coda.

Voto:  6                                               Luca Pacilio


Voto:  7                                                Manuel Billi

 

Yokai Daisenso
(MIIKE Takashi)

(Giappone   -   124')

Il piccolo Tadashi, dieci anni, si appresta a trascorrere singolari vancanze estive: casualmente investito Cavaliere Kirin durante un rito religioso non può sottrarsi al suo dovere e, secondo la leggenda, conquisterà la spada del Grande Coboldo per sconfiggere l’esercito del male dello Yomotsumono. Suo alleato sarà lo spirito Sunekosuri (accarezzatore di caviglie), una gradevole bestiola in forma di gatto.

Il Matto

Questo psicopatico di Takashi Miike (finora solo THE CALL nelle sale italiane, altre perle in DVD) è un habitué del Lido che sembra ogni volta divertirsi pazzamente (solo lui, secondo i detrattori); se a Venezia 61 ci aveva lasciato con il folleggiante IZO oggi non è cambiato nulla per il regista giapponese, dalla media di 3/4 film all’anno, vero idolo della folla per il pubblico mandorlato (e tra le ovazioni maggiori del Festival). La trama è inutile, pura follia: pescando dal folklore nipponico Miike mescola generi, liquidi, paradossi e mostriciattoli nel corso del suo film, ponendo il paravento del fantasy come semplice pretesto per andare dove vuole, incrociando LA STORIA INFINITA alla novella (non troppo) edificante per bambocci. Se proprio vogliamo indagare (un vezzo inutile, in fin dei conti), il fil rouge verte stavolta sullo spirito degli oggetti, suggestione fortemente orientale: oggetti trascurati, maltrattati, abbandonati che liberano la loro anima per vendicarsi dei seviziatori.
Confermati appieno pregi e difetti del suo stile: una tendenza incondizionata all’invenzione, non di rado plasmando deliziose sortite di fighissimo nonsense (il tormentone dei fagioli), una sceneggiatura ai limiti della sanità mentale, una costruzione visiva spesso accumulativa ma che non ti fa smettere di ridere (il dialogo tra il muro e l’ombrello è già cult). Data la sua prolissità il gioco di Miike presto stanca: tende a ripetere scherzi e situazioni, aderisce grigiamente alla meccanica della guerra (compreso un grottesco scontro finale) e, già che ci siamo, nella conclusiva parata “mostruosa” ci infila un demenziale appello pacifista. Amabile o detestabile a seconda del caso e dello stato d’animo Takashi, che dedica il suo film – meno geniale di altri - a tutti gli ingenui e creduloni (Vi amo per ciò che veramente siete), continua a portare l’esempio di un cinema genuino, frichettone ma libero dalla gabbia dell’industry, che ci fa puntualmente aspettare col sorriso la prossima esplosione di follia.

Voto:  6                                 Emanuele Di Nicola

 

Le Parfum de la Dame en Noir
(Bruno PODALYDES)

(Francia   -   115')

Una coppia di sposi, Mathilde e Robert, sono in vacanza nel suggestivo Château d’Hercule. Il castello riserverà molte sorprese, animando la loro tranquilla permanenza nel segno del mistero e del noir gotico, disturbati dalla presenza del “genio del male” Larsan. A risolvere l’intreccio verrà chiamato il giovane reporter Joseph Rouletabille.

E’ un peccato che il precedente film di Podalydès (LE MYSTERE DE LA CHAMBRE JAUNE) non si sia visto in Italia perché la sua conoscenza molto avrebbe contribuito all’apprezzamento di questo film: anche quel lavoro era infatti tratto da un’opera di Gaston Leroux, LE PARFUM riprendendone parte dei personaggi e presentando una serie di rimandi e allusioni al precedente. Una disdetta davvero, anche tenendo conto della godibilità di questa pellicola che, partendo dai codici propri del feuilleton cui si ispira, mescola giallo popolare e assurdo, melodramma e aperture burlesche, sorretti dalle peculiari immagini a tinte vivaci che Podalydès costruisce per ricreare il mondo romanzesco di partenza. Invenzioni costanti, scambi di identità, amori impossibili, rivelazioni a catena per un’opera assai fantasiosa che, a parte qualche sporadica lungaggine, inanella situazioni su situazioni, arrivando persino a confondere lo spettatore, stante la quantità di rocamboleschi colpi di scena che si susseguono. Gratuito come poche cose, LE PARFUM procede dalle parti del lezioso, riuscendo (quasi) sempre a dominarlo. Gli attori intanto, immersi in uno scenario naturalistico mozzafiato, hanno l’aria di divertirsi un mondo.
Un lavoro d’antan di una fatuità graziosa impensabile dalle nostre seriosissime parti.

Voto:  6                                              Luca Pacilio


Tratto dal romanzo di Gaston Leroux (quello del Fantasma dell’opera), Il profumo della dama in nero è il seguito ideale del Mystère de la chambre jaune, di cui ripropone il personaggio del reporter Rouletabille e parte del cast (Pierre Arditi e Sabine Azema). Dignitoso e ben confezionato prodotto medio con due o tre trovate esilaranti, conferma l’attitudine francese alla diversificazione dell’offerta cinematografica nazionale, ben lontana dall’incapacità tutta italiana di valorizzare un cinema di genere oramai fagocitato dalla televisione. Per chi ignora il precedente film di Bruno Podalydès risulta arduo riuscire a cogliere tutti i rimandi, soprattutto rimangono fin troppo sfumate le motivazioni che spingono il misterioso mago Larsan alla vendetta e la sua liaison con la splendente Mathilde/Azema.

Voto:  6                                              Manuel Billi

 

Four Brothers
(John SINGLETON)

(U.S.A.   -   104')

I fratelli Mercer si riuniscono per trovare l’assassino della loro madre adottiva, uccisa durante una rapina al supermercato. Decisi a vendicarne la morte, cominciano una lotta senza quartiere che li porterà a comprendere la profondità del loro legame.

Quei "bravi" ragazzi

Da un film di John Singleton ambientato a Detroit ci si aspetta una panoramica dei bassifondi a ritmo di hip-pop e, per una volta, nonostante le trite aspettative siano più che rispettate, il film appassiona e coinvolge. Merito di una sceneggiatura ben strutturata e di una regia graffiante che dosando i momenti dialogati, gli snodi della narrazione e le sequenze d'azione, riesce a infondere un ritmo non solo derivante dall'accumulo. L'inizio è subito col botto, poi la riunione dei quattro fratelli adottivi al funerale della madre combina con efficacia commedia e svolte drammatiche. Finalmente i personaggi, portatori di un punto di vista di dubbia condivisibilità incentrato su violenza e vendetta, non cedono al buonismo, ma si attengono alle premesse, tutt'altro che edificanti, date dall'ambientazione e dal grado sociale e culturale dei personaggi. Il film, pur facendo parteggiare gli spettatori per i protagonisti, non li trasforma in eroi, ma li mostra come vittime, tutt'altro che incolpevoli, di una società a cui non riescono e forse non possono aderire. Se i flashback con Fionnula Flanagan suonano un po' grotteschi e il finale arriva sbrigativo e poco plausibile, altri momenti di distinguono per il vigore della regia (l'attacco in massa alla casa dei quattro fratelli) e per l'originalità di alcune trovate (la resa dei conti sul lago ghiacciato). Nonostante l'improbabilità negli esiti degli scontri a fuoco regni sovrana, non tutto va secondo le aspettative e il copione mantiene un certo equilibrio nelle perdite tra le fazioni contrapposte in cui divide il racconto. Protagonista trasversale è la città di Detroit, non solo suggestione invernale ma determinante nell'ammantare di realismo la storia, oltre che simbolo di un'America che pare sempre di più sull'orlo del collasso. Nel cast di attori, perfettamente a proprio agio, si distingue, inaspettatamente, Mark Walhberg, per una volta in parte e non legnoso.

Voto:  7                                            Luca Baroncini

 

Bubble
(Steven SODERBERGH)

(U.S.A.   -   73')

Martha e Kyle lavorano in una fabbrica di bambole e sono amici. Il loro rapporto è turbato dall’arrivo di una nuova operaia, Rose, una ragazza madre.


Scelta antihollywoodiana per Soderbergh che con BUBBLE - si pensi anche agli ultimi lavori di Van Sant - opta per un’opera a basso costo che negli USA vedrà la contemporanea uscita in sala, sul satellite e in DVD (sono previsti altri cinque film con medesime caratteristiche distributive). Lontano dalle major il regista trova la strada di un racconto minimale assai preciso in cui caratteri ben disegnati affogano nello statico tran tran della squallida provincia industriale; nessuno dei rapporti umani descritti nel film è sano: Martha nutre un’amicizia morbosa per Kyle, Rose avvicina Kyle ma alla prima occasione lo deruba, Kyle usa Martha per poter uscire con Rose, Martha guarda Rose con sospetto ritenendola una persona ambigua e pericolosa; i personaggi non hanno nulla a parte le loro abitudini e, narcotizzati dalla coazione a ripetere che li imprigiona, arrivano a concepire o accettare l’orrore, fino alla tragedia finale.
Interpretato da attori non professionisti residenti nella provincia dell’Ohio in cui il film è ambientato, girato in tempo record, BUBBLE è un’opera semplice e priva di fronzoli: lo sguardo nudo di Soderbergh, lontano dal dollaro e dalle teorie, centra l’obiettivo.

Voto:  6,5                                                       Luca Pacilio


Storia di Ordinaria Follia

Regista discontinuo ma dall'apprezzabile spirito sperimentatore, Steven Soderbergh, con "Bubble", sfida l'industria del cinema con grande coraggio. Prima di tutto perché aggira le più che assodate logiche distributive facendo uscire il suo film in contemporanea nelle sale, in dvd e sulle pay-tv. In secondo luogo perché compie questo passo con una piccola opera tutt'altro che commerciale e priva di qualsiasi appeal. La sfida, almeno dal punto di vista stilistico, è vinta (e probabilmente anche il piano economico non languirà, visti i costi contenuti). Alla base dell'esperimento c'è una storia tanto semplice quanto disturbante. In una piccola cittadina dell'Ohio, all'interno di una fabbrica di bambole, l'equilibrio tra due colleghi di lavoro, un giovane e una signora, viene turbato dall'arrivo di una ragazza madre. A coinvolgere non è tanto la struttura "gialla" del racconto, quanto la sottile capacità del regista di connotare alla perfezione l'ambiente teatro della vicenda e la deriva dei personaggi. Nessuna star alla catena di montaggio, ma facce comuni alle prese con una quotidianità dall'andamento lento devastante. Una placida routine in cui sonnecchia la tragedia di un vuoto interiore incolmabile. In questo senso la provincia americana ne esce a pezzi ed è proprio nei silenzi, riempiti perlopiù da rumori di ambiente, negli scambi monosillabici durante la pausa pranzo o in una serata al pub davanti a una birra, diciamo nell'assenza di eventi significativi, che Soderbergh riesce a esplicitare con forza l'alienazione di una vita priva di stimoli, in cui le giornate si succedono per inerzia e davvero nulla sembra in grado di scalfire l'emotività. Un mondo senza punti di riferimento, con variabili impazzite, in cui uccidere può diventare una scelta tanto semplice quanto obbligata. Finalmente il supporto digitale esce dal vezzo della sgranatura a tutti i costi dimostrando che un'alternativa alla pellicola, senza eccessive differenze qualitative, è possibile. La sceneggiatura è ben strutturata e gli interpreti, tutti attori non professionisti reclutati sul posto, hanno le facce giuste per rendere credibile la destabilizzante vicenda.

Voto:  7                                                 Luca Baroncini


Sguardo fisso  

Quando ormai, lo ammettiamo, la speranza era perduta ecco il ritorno di Soderbergh in ottima forma: il regista, che ormai pareva consacrato all’industry, gira un film a basso costo con stupendi volti dalla strada, rimesta nel fango della provincia americana evocando lo straniamento di TWIN PEAKS, sceglie una storia scabrosa portandola sino in fondo senza timore di inorridire. BUBBLE è uno gnomo per lo standard del regista: durata minima, spettacolarità zero, trovate semplici ma efficaci nella loro infinita inquietudine (la fabbrica delle bambole). La devianza, il tunnel dell’infermità mentale non fa paura all’autore, che dimostra di saper (ancora) fare cinema servendosi di una messinscena ghiaccia e disadorna; seppur l’appoggio è il solito scabroso triangolo sentimentale l’opera spalanca gli occhi come lo sguardo fisso di Martha (Debbie Doebereiner, uno splendido mostro) e li punta dritti nell’abisso. Sullo sfondo: uno straordinario rigore formale racconta l’America dell’incomunicabilità, attraverso piani fissi quasi interminabili, in bilico tra Gus Van Sant e l’accelerazione rock decadente. Come folle film sulla follia BUBBLE, scomodo vicino della porta accanto, si rivela in assoluto la prova migliore dell’americano.

Voto:  7,5                                     Emanuele Di Nicola 


Voto:  7,5                                                  Manuel Billi

 

 

 

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