VENEZIA 2005
IN CONCORSO

 

IN CONCORSO:
  
- Pupi AVATI - La seconda notte di nozze
- João BOTELHO - O Fatalista
- Laurent CANTET - Vers le sud
- Patrice CHÉREAU - Gabrielle
- George CLOONEY - Good Night, and Good Luck
- Cristina COMENCINI - La bestia nel cuore
- Roberto FAENZA - I giorni dell’abbandono
- Abel FERRARA - Mary 
- Philippe GARREL - Les Amants réguliers
- Aleksey GERMAN JR - Garpastum
- Terry GILLIAM - The Brothers Grimm 
- Takeshi KITANO - Takeshi's 
- Stanley KWAN - Changhen ge
- Ang LEE - Brokeback Mountain
- John MADDEN - Proof 
- Fernando MEIRELLES - The Constant Gardener 
- Manoel de OLIVEIRA - Espelho magico
- PARK Chan-wook - Chin-jeol-han Geum-ja-ssi (Sympathy for Lady Vengeance)
- John TURTURRO - Romance & Cigarettes 
- Krzysztof ZANUSSI - Persona non grata 

 

 

- IN CONCORSO

 

La Seconda Notte di Nozze
(Pupi AVATI)

(Italia   -   103')


Secondo dopoguerra. Rimasta vedova e in difficoltà economiche, Liliana è costretta ad abbandonare Bologna insieme al figlio Nino, che scopre per caso l’esistenza di un ricco zio in Puglia e convince la madre a traslocare da lui. Accolta nella masseria del  fragile Giordano, cognato un tempo innamorato di lei, finirà per risvegliare antiche passioni e odi sopiti

Pupi Avati torna al cinema che conosce meglio, quello che ritaglia figure da un periodo storico particolare e da un contesto sociale, la provincia italiana, che assume i contorni ingialliti del ricordo ma non necessariamente della nostalgia. Un cinema illustrativo che mescola languori ed amarezze, rimanendo debitore a un certo romanzo popolare, alla memoria di un tempo nemmeno tanto lontano, a certe realtà ancora riconoscibili; un cinema che per anni ha proposto con continuità disarmante ed esiti discontinui, croce e delizia di critici e spettatori.
Anche in questo caso ci si appoggia alla storia minima che diviene sintomo di un’epoca (la pellicola è tratta dall’omonimo romanzo del regista) ma senza evitare certe esagerazioni, scivolate di tono (il personaggio di Neri Marcorè, tutto fuori fuoco), alcuni  patetismi (Albanese interpreta con misura un carattere cui una maggiore asciuttezza di scrittura avrebbe solo giovato), riprendendosi grazie a degli standard senz’altro azzeccati (le zie: Merlini e Luce se la spassano) e soprattutto con Liliana (una corretta Katia Ricciarelli), il personaggio più ambiguo, la cui mitezza apparente presenta più di un’ombra di perfidia e opportunismo travestiti. Per il resto il regista/sceneggiatore va di pilota automatico nel narrare una storia familiare all’epoca dell’Italia affamata, lasciando a livello di abbozzo gli aspetti più interessanti dell’intreccio e inseguendo il colore di certi percorsi più facili ma decisamente vacui (il sogno del cinema di Nino, lo sminare campi di Giordano – con dedica ai bambini vittime delle bombe alla fine: no comment -, il solito corollario di figure secondarie, tutte prevedibili quando non sbagliate – l’attore e la sua donna -).

Voto:  5                                          Luca Pacilio


Troppo facile

Limitandosi a ciò che conosce (la provicia emiliana prostrata dalla guerra), Pupi Avati è una vera scheggia d’onestà del cinema italiano corrente: non pretende affatto di sviscerare una realtà cosmica, non si affanna sul messaggio a tutti i costi (a confronto un’operazione come LA BESTIA NEL CUORE si copre ulteriormente di ridicolo), riproduce una piccola realtà da intendersi forse come unica forma possibile di cinema “nazionale”. Il regista frena il caratteristico buonismo, imbriglia la sua tendenza retorica applicandola solo a tratti (l’incontro con le monache e gli orfanelli) e condisce la minestra con goccioline di tenera ironia: una trama esile al limite dell’evanescente è assecondata da un convincente cast di ottimi caratteristi (Marcorè ed Albanese sono migliori di quanto sembra), dove zoppicca solo un’imballata Ricciarelli. LA SECONDA NOTTE risulta un film talmente fuori tempo, ostinatamente ingenuo e retrò che stroncarlo sarebbe troppo facile; come per sottrarre i dolciumi ad un infante, occorre essere perfidi nel cuore. Ci troviamo ad elogiare il “meno peggio” della nostra cinematografia: un timido applauso velato appena di tristezza.

Voto:  6                                 Emanuele Di Nicola


Voto:  7                                          Luca Baroncini


Voto:  7                                                Manuel Billi

 

O Fatalista
(Joao BOTELHO)

(Portogallo/Francia   -   99')

Tiago, autista, accompagna il suo padrone attraverso un allucinato Portogallo raccontandogli le proprie imprese erotiche: finirà col dare libero sfogo alla propria visione del mondo, ricambiato dal passeggero in un inseguirsi di racconti e impressioni fatto di sottili corrispondenze e distanze incolmabili, tra filosofia, fatalismo e lotta di classe.

Fatale Elite

Botelho afferma che quando si adatta un libro si adotta un luogo ed è uno strano Portogallo quello attraverso il quale l’autista, protagonista del film, conduce il suo padrone. Nel girovagare quasi bunealiano di questi due bizzarri personaggi si inseriscono le narrazioni multiple delle storie amorose di Tiago immerse in un mondo in cui le classi vengono a confliggere, si filosofeggia allegramente o tristemente, la vita scorre sui binari di un destino che è gabbia ed alibi, comunque ritornello rassicurante (Tutto il bene o il male che succede quaggiù è scritto lassù). Il film è tratto da Diderot, (scrittore e filosofo che voleva “illuminare” il potere, visto come nemico irriducibile del progresso, così come nel film il servitore vuole “illuminare” il padrone - chi è povero può non avere ma sapere, e il sapere è potere -)  nella cui opera il regista ritrova la rivoluzionaria invenzione di processi narrativi che ben si sposano al suo cinema: la voce del narratore onnisciente indica anche percorsi tramici alternativi, destabilizzando lo spettatore e coinvolgendolo in una  narrazione che si biforca, si apre a situazioni e personaggi sempre nuovi, senza rigide coordinate spazio-temporali per giungere al finale autoreferenziale in cui il regista sceglie di mostrare il (destino al) lavoro sul testo e il suo divenire cinematografico.
Così Botelho: “Jacques, Le Fataliste” è un’opera vertiginosa e radicale, con una struttura ed una scrittura che riescono a trasmettere la sensazione euforica che tutto è possibile.
Prodotto da Paulo Branco, O FATALISTA è in effetti un film libero come il romanzo cui si ispira, che alterna serietà e divertimento, sempre nel segno di uno stile austero (si guardi la severa messinscena, la cura pittorica delle luci, la studiata recitazione) e che incanta soprattutto nella seconda parte (cfr. PERFIDIA di Bresson), un’opera che proclama a gran voce la propria indipendenza  (in molti casi la povertà, nel cinema, è la vera ricchezza, poiché – lo dimostra proprio l’irriducibilità della cinematografia portoghese – consente all’autore di godere del lusso più grande, quello della libertà creativa) e il suo inevitabile destino elitario.

Voto:  7                                                    Luca Pacilio


L’Amore Fatale

Da un testo di Diderot, il film di Bothelo si getta a capofitto nella ragnatela del Destino: tutto quello che accade quaggiù è scritto lassù, suole ripetere il servo Tiago dinanzi alla catena di eventi che i personaggi affrontano, ricordano, narrano. La prima parte, sullo stilema dell’on the road, è disseminata di sapida ironia velata da un alone di sovradeterminazione cosmica: costringendo il film in un impianto teatrale Bothelo è un De Oliveira meno rigoroso e più frivolo, tratteggiando con maggiore dinamismo del maestro graziose deviazioni nel territorio del nonsense (l’incidente automobilistico… voluto o fatale?) e delineando le sue figure attraverso una parlantina lievemente ripetuta. Nonostante la tenuta impressionante della coppia (Samura e Gomes si trovano a memoria) il canovaccio tramico rischia ripetutamente lo schematismo, all’insegna del solito ritornello filosofico, l’uomo e il Fato, che rischia di diventare facile tormentone; straordinaria invece la seconda ed ultima parte, in cui la storia si trasforma e segue le vicende di una donna disperata che mette in trappola il marito. Qui emerge l’estro visionario del regista, capace di estrarre da un passo in controluce sul pavimento un quadro d’ineffabile bellezza, che disserta liberamente sulla crudeltà dell’essere umano, la mendace apparenza del rapporto tra sessi, la linea invisibile tra errore e rettitudine. Rilettura di raro acume del classico francese (l’incrocio tra sfondo attuale e gergo settecentesco provoca un gustoso contrasto), e conferma di una cinematografia che scoppia di salute, O FATALISTA azzecca la metafora universale recuperando a tratti la dialettica stessa della vita quotidiana.

Voto:  6,5                                    Emanuele Di Nicola


Voto:  7,5                                                 Manuel Billi

 

Vers le Sud
(Laurent CANTET)

(Francia/Canada   -   105')


Haiti, anni Ottanta. Brenda (Charlotte Rampling), Ellen (Karen Young) e Sue (Louise Portal) tre donne americane in vacanza, sono a caccia di avventure per dimenticare il grigiore delle loro vite. Si invaghiscono del giovane Legba (Menothy Cesar), bellezza locale che offre loro particolari servigi. L’ambiguo legame che si stabilisce, farà scoprire alle ignare turiste americane l’altra faccia di Haiti, fatta di sfruttamento povertà e violenza, sul finire della terribile dittatura di Jean Claude “Baby Doc” Duvalier (1971-1986).


Argomento delicato quello affrontato da Cantet ma, miracolo, ecco un film che (ogni riferimento a certo cinema italiano è voluto) non se ne compiace (quasi) per niente perché ne fa uno sfondo e non la sua ragione d’essere: l’attenzione è per queste donne, le loro storie e passioni, i loro tormenti. Il turismo sessuale (terminologia scorretta prima ancora che semplicistica, in questo caso), il confronto-scontro tra due culture, il problema haitiano ci sono, non sono marginali ma sono elementi che vivono naturalmente all’interno delle situazioni rappresentate: queste rimangono il fulcro dell’opera e non il pretesto per trattare il tema scottante di turno (caratteristica che si riscontrava anche nei due precedenti “impegnati” RISORSE UMANE e A TEMPO PIENO). Le confessioni in camera delle tre turiste scandiscono la narrazione mettendo in luce motivazioni, dubbi, impulsi, alibi, ma anche umanità, voglia di vita, e tre caratteri sostanzialmente differenti che vedono i loro rapporti modificarsi col progressivo svelarsi dei propri sentimenti dissimulati e alfine proclamati (poiché queste donne amano, prima ancora di fare sesso). Cantet parla con disinvoltura del desiderio femminile e lascia, soprattutto, che a farlo sia la donna; e la donna, in modo del tutto inconsueto per il mondo della celluloide, lo fa, si svela senza inibizioni, rivendica il proprio diritto a godere senza essere giudicata. Il quarto intervento in macchina è di Albert, l’albergatore, che esamina la  questione dal punto di vista interno di un paese politicamente e socialmente martoriato (anche il duetto tra Legba e la madre ha questa funzione vagamente didascalica: Haiti come paradiso infernale - o inferno paradisiaco se si preferisce -). 
Parlato in tre lingue (chissà il doppiaggio italiano…) VERS LE SUD se a tratti appare fin troppo controllato, peccando Cantet di eccesso di prudenza, il suo trattenersi apparendo a volte più una strategia accorta che una scelta efficace (il film patisce qualche rigidità di troppo), dall’altro riesce a rendere in maniera convincente la profonda complessità dei rapporti tra i protagonisti: se il loro incontrarsi è l’incrocio tra una povertà sociale e una povertà affettiva, entrambe da comprendere nelle loro articolate motivazioni, l’hotel è non solo il posto in cui queste donne trovano la soddisfazione dei sensi ma anche quello in cui il ragazzo haitiano può rifugiarsi, dove viene considerato, ascoltato e soccorso; la realtà insomma, è molto più complicata di quanto appaia.

Attrici perfette, si citi la sola Rampling per mera devozione.

Voto:  7                                                          Luca Pacilio


L’uomo della mia vita

Quando Legba compare per la prima volta, quasi a proteggersi dalla sua condizione (umana ed anagrafica), è rannicchiato in posizione fetale; da qui la drammatica vicenda di tre ingannatrici, tre creature che negano le proprie sensazioni, tre gusci svuotati dal peso di vivere specialisti della sola menzogna (agli altri, a sé stessi). Ognuna delle donne sbrodola la propria vita davanti a un video, camera fissa, senza pudore di sorta (sarebbe fuori luogo): l’algida Ellen si scioglierà al fuoco della passione, Brenda urla il suo amore ma prenderà un’altra rotta (…verso Sud), un modello di convivenza retribuita è il paradiso terrestre di Sue. Cantet, riponendo il voto del “film educativo” e prosciugandone l’inevitabile schematismo, si presenta al bivio del suo percorso artistico: cambiando rotta il regista gioca apertamente sulla chimica dei sentimenti. E vince. Servendosi di un’arte della caratterizzazione particolare ed avvincente, cui tutto contribuisce (dialoghi, sguardi, costumi, sfondi), l’intero film è una semplice gamma di sfumature modellata sul volto dei personaggi (su tutti Legba: il suo lavoro è gabbia o sottile fonte di piacere? Enigma, questo, senza soluzione), un rimando di acquerelli e mezzetinte che creano una continua e vorticosa ambiguità sentimentale disorientante verso lo spettatore. La regia non conosce il virtuosismo grazie ad una cinepresa ostinatamente incollata alla squadra attoriale (la Rampling è la solita regina), intenta a sfiorare una catena di gesti minimali non meno devastanti di una scena madre.
Scegliendo la sterminata spiaggia haitiana per spargere le ceneri dell’amore, l’autore firma qui la sua prova migliore: seppur intensissimo ed intimamente commovente VERS LE SUD rimane magistralmente equilibrato nell’impiegare il sociale come lieve colore di sfondo, il canto del disagio si intravede solo in controluce per chi osserverà con cura. Oltre questo, una dimostrazione di cinema maiuscolo, capace di parlare di turismo sessuale senza esprimere (/imprimere) la solita noiosa condanna morale; cinema che sfida con disprezzo la trovata ardita (la danza di Brenda con il bambino è una sequenza di disagio insostenibile), abbraccia naturalmente la tragedia e poi torna sulla terra, intagliando un finale di sommessa crudeltà.

Voto:  7,5                                      Emanuele Di Nicola


Voto:  7                                                   Luca Baroncini


Voto:  8                                                        Manuel Billi

 

Gabrielle
(Patrice CHEREAU)

(Francia/Italia   -   90')

Una casa dove si va volentieri. Lunghe serate durante le quali si ascolta, si guarda, si ride, si afferma una cosa e il suo contrario. Ai padroni di quella casa arride il successo e la loro esistenza è di quelle che si invidiano. Ma un giorno qualcuno esce e tarda a tornare. E quando il campanello suona il mondo ha uno scossone. Un giorno, un uomo e una donna si ritrovano in questa casa e per la prima volta si vedono davvero. Una l’ha voluto, l’altro no. Uno vuole parlare, l’altra non vuole. Difficile stare nella stessa casa quando non si vogliono le stesse cose.

Il Giorno dell'Abbandono

La buona società spia le camere da letto, il tradimento va giustificato prima di fronte a quello sguardo e poi dinnanzi alla propria coscienza: nel gioco al massacro tra due coniugi agisce da un lato la rimozione e il pervicace rifiuto del marito a capire, accettare il vuoto che ha sempre contraddistinto l’unione, dall’altro la lucidità spietata della moglie che torna al cimitero coniugale solo perché conscia che l’amore da lui dichiarato non può imbrigliarla: è un falso gioiello che splende solo per ingannare il bel mondo di cui l’ipocrisia è motore (Se avessi pensato che mi amavate mai sarei tornata). La lettera di addio che Gabrielle gli lascia, frutto non di impulso ma di scelta ragionata e sofferta, spacca la cortina plumbea della finzione, mette in crisi un legame che è prima di tutto un patto sociale, e obbliga la coppia muta al dialogo, quello vero, al confronto senza filtri: dalla schermaglia dolorosa non emergono ragioni o torti, semplicemente un velo si squarcia, qualcosa, sotto la pellicola vellutata del loro menage borghese, viene finalmente messo a nudo. Lui è dapprima evasivo, nega l’evidenza, tenta ancora una replica della farsa; Gabrielle, che non vuole spiegare il motivo del ritorno a casa, è brutale nel voler fare di Jean il testimone della novità interiore che sente maturare in lei; entrambi, dimentichi per troppo tempo del desiderio, della passione, dei loro stessi corpi, di fronte alla nudità inerme del loro stare insieme si tormentano a vicenda, ognuno a suo modo. La storia ruota intorno ai due, la servitù fa da coro, gli habitué della casa sono pubblico occasionale, a tratti chiamato in causa, cadaveri pietrificati nei salotti, impassibili spettatori di drammi umani, pronti a divorare cene e loro stessi: Jean vaga tra loro, la luce densa delle candele, come tra statue incomprensibili.
Le vicende, tratte da un racconto di Conrad (Il ritorno), sono tutte concentrate tra le mura dell’elegante dimora della coppia ma Chéreau, uomo di teatro e regista di film tutti diversi, nonostante l’unità spaziale, la suddivisione dell’opera in lunghi capitoli, i toni letterari dei dialoghi, la recitazione ricercatissima (Greggory e Huppert, interpreti superbi), fa (grande) cinema dall’inizio alla fine ricorrendo, con un’insistenza quasi ingenua, ai mezzi che la settima arte gli offre, senza mai scadere nel banale effettismo: dal colore, al bianco e nero, dal ralenti, al fermo immagine, dalla voce over alle didascalie (usate a tratti in luogo di intere frasi). GABRIELLE, mirabilmente fotografato da Eric Gautier (che si ispira alla luce dei quadri dell’epoca, Fantin-Latour in primis), forte di un montaggio che non si appiattisce su un’unica prospettiva, è dunque magnifico film di artifici in cui la macchina da presa si muove categorica, conducendo lo sguardo dove vuole, enfatizzando un dettaglio, planando su corpi e oggetti, radiografando stati d’animo, infine affogando trionfante in un mare di chiacchiere, in un fiume di lacrime. 

La verità sì, bisogna cercarla, trovarla; non per forza bisogna fare lo stesso con la naturalezza.
Patrice Chéreau

Voto:  8                                               Luca Pacilio


Nell'Intimità

Convivono, sposati, da dieci anni, ma non si amano o, almeno, concepiscono l'amore in maniera differente. Lui la vuole accanto per quieto vivere e si rende conto della profondità del loro legame, ma anche dell'esteriorità, solo quando sta per perderla. Lei sembra esigere passionalità, ma della Bovary di Flaubert ha solo l'apparenza. Ancora amori contrastati nei salotti francesi, dove a sontuosi ricevimenti in cui le chiacchiere evaporano insieme alle bollicine dei vini più pregiati, si alternano rese dei conti affettive in cui si parla di grandissime passioni a denti stretti, non tradendo la minima emozione. E dove chi sembra gelido e calcolatore, attento a non infrangere le regole della vita in società, si rivela inaspettatamente capace di gesti estremi. A parte la ben delineata e raffinata inversione di ruoli, il film di Patrice Chéreau illumina poco sulle dinamiche della coppia protagonista, chiudendo in interni austeri l'ennesima consapevolezza di un amore finito, forse mai nato, comunque non nutrito dalla capacità di comunicare. I lunghi monologhi alla base della sceneggiatura hanno più a che fare con il teatro che con il cinema e per ricordare allo spettatore che è seduto davanti a uno schermo, Chéreau azzarda didascalie stridenti, una ridondante musica (di Fabio Vacchi) da noir anni '40 e repentini, quanto criptici, passaggi dal bianco e nero al colore. Bravi gli interpreti, in particolare Isabelle Huppert ancora una volta perfetta nell'incarnare antipatia e freddezza, ma poco accessibile, a causa di un evidente intellettualismo di fondo, il disagio dei personaggi.

Voto:  5                                           Luca Baroncini


Voto:                               Emanuele Di Nicola


Voto:                                            Manuel Billi

 

Good Night, and Good Luck
(George CLOONEY)

(U.S.A.   -   90')

Il film si basa sulla storia vera del giornalista Edward R. Murrow che, nel 1953, mentre la televisione sta iniziando a imporsi all'attenzione del pubblico, conduce il notiziario "See It Now" sulla CBS e il talk-show "Person to Person" di grande successo. Edward si sente però più a suo agio nei panni del cronista e si appassiona al caso di un pilota della marina militare cacciato dall’esercito perché considerato un “rischio per la sicurezza nazionale” e poi dichiarato colpevole senza alcun processo. Murrow divulga la notizia durante il programma facendo entrare in scena il senatore del Wisconsin Joseph McCarthy.


La lezione di George

Con la prima regia ("Confessioni di una mente pericolosa") ha unito il talento della narrazione tutta cerebrale di Charlie Kaufman con lo stile dell'amico Steven Soderbergh. Alla seconda prova dietro la macchina da presa, George Clooney si dimostra ancora una volta molto attento all'aspetto visivo. L'argomento scelto è di quelli delicati e spesso dibattuti: le prime battaglie del giornalismo televisivo, agli inizi degli anni Cinquanta, durante l'epoca del maccartismo. La forma è molto sofisticata, con un bianco e nero di grande effetto perfettamente in linea con la trovata alla base del film di fare interagire la finzione con la realtà. Il senatore Joseph McCarthy, presidente della "Commissione per le attività antiamericane" e responsabile delle cosiddette "liste nere" contenenti i nomi di simpatizzanti comunisti, è infatti interpretato dal vero Joseph McCarthy, attraverso spezzoni di filmati dell'epoca. Il film, girato tutto in interni, è giocato prevalentemente sul contrasto tra lui e il giornalista Edward R. Murrow (David Strathairn, giustamente premiato a Venezia per il suo carisma), portatore di un punto di vista coraggioso sul ruolo del cronista, attuale allora come oggi, cioè colui che dovrebbe informare il pubblico senza i vincoli di condizionamenti politici ed economici. Tuttavia, il tema forte abbinato alla forma accattivante produce un risultato non del tutto convincente, a causa del tono predicatorio della pellicola. Il problema è quello classico dei film a tesi, dove il messaggio finisce per prevaricare il racconto. Così, nella descrizione della sala stampa della CBS, nei dialoghi di lavoro come negli scambi informali tra colleghi, prevale la rappresentazione sulla verità. A dominare è soprattutto l'esteriorità, sia nei personaggi (a partire dalla posa efficace del protagonista con la sigaretta sempre in mano) che nelle loro dinamiche, con alcuni passaggi particolarmente didascalici (la vittima sacrificale, che per suffragare la tesi non può mancare, e i dialoghi della coppia segretamente sposata). Apparentemente secco e senza fronzoli, il film è in realtà un esercizio di stile con finalità educative. Ad inficiarne la forza è la scarsa fiducia sulle capacità di discernimento del pubblico, che si trova a dover scegliere tra un uomo sgradevole e arrogante e un gruppo di impavidi giornalisti, pronti a collaborare con entusiasmo e motivati da un trasporto disinteressato verso il prossimo. La scelta di escludere totalmente la vita privata del protagonista lo priva di un'umanità che avrebbe contribuito a creare un personaggio a tutto tondo in cui poter davvero credere. Invece il "messaggio prima di tutto" pare uno slogan urlato senza il supporto di solide fondamenta, lasciando la sensazione di una seducente pennellata d'epoca, perlopiù superficiale.

Voto:  6                                              Luca Baroncini


Clooney, dopo il pregevole CONFESSIONI DI UNA MENTE PERICOLOSA – che, se aveva un difetto, era forse in un certo eccesso di zelo stilistico –  raggiunge un prosciugato traguardo con un’opera corale (le lodi sono per tutto il cast) di rara sobrietà, in cui, andando oltre il biopic e la vicenda in primo piano (quella del giornalista Edward R. Murrow), disegna il minuzioso ritratto di un periodo tra i più controversi della recente storia americana. La fotografia in bianco e nero non è semplice vezzo formale ma scelta obbligata per conferire all’opera il carattere di verosimigliante documento cui aspira (non è un caso che McCarthy appaia sempre e solo in immagini di repertorio). In questo senso è piuttosto intelligente il modo in cui l’autore fa cinema partendo dalla televisione e usandone il linguaggio: pubblicità, programmi, filmati d’epoca, intermezzi musicali, interviste sono tessere che ricompongono coerentemente un evento mediatico, in cui le vicende private dei personaggi, per quanto rilevanti, si stagliano come significativo sfondo. Un film che, nulla concedendo alla facile spettacolarità, si rivela non solo rigoroso contributo ad una causa (la disamina dell’operato del famigerato senatore, delle sue tecniche manipolatorie e dei suoi metodi antidemocratici che irridevano le regole si riflette sinistramente sul nostro presente) ma soprattutto convincente prova di regia.

Voto:  7                                                Luca Pacilio


Lezione di vero

George Clooney si affida ai documenti e ai materiali di repertorio, primi fra tutti le trasmissioni della CBS, ivi compresa quella condotta da Morrow (See it now) e alle registrazioni filmate degli interrogatori della commissione presieduta dal senatore McCarthy per costruire il suo amaro apologo sulla fine della libertà di stampa, un’elegia della televisione come mezzo di trasmissione della verità e non di manipolazione e falsificazione. L’autore tematizza l’annoso problema della manipolazione delle coscienze operata dai mezzi di comunicazione di massa imbastendo una sapiente docu-fiction nella quale il reale dialoga con la finzione. Se “reale” è lo statuto del “di fuori” dello studio di registrazione della CBS, un “esterno” non ricostruito perché “non ricostruibile”, in quanto popolato di personaggi stranger than fiction e vittime/capri espiatori la cui sofferenza è stata immortalata su pellicola (McCarthy e gli imputati del processo per attività anti-americane), l’“interno”, il “dentro” nel quale viene maturata la strategia di lotta per la verità è reso drammaticamente secondo gli stilemi del film da camera. In linea con lo spirito ed il modus operandi del cinema militante e liberal anni Settanta, al fine di coinvolgere lo spettatore conducendolo per mano nelle stanze segrete del potere, il regista opta per la ricostruzione “finzionale” non per piegare il “vero” alle esigenze del racconto ma per colmare, immaginificamente ed allo stesso tempo verosimilmente, il vuoto del non visto, del non o poco documentato, ampliando l’orizzonte della visione e del sapere attraverso il ricorso al possibilmente veridico, al “più che” ipotetico. Lo studio televisivo diventa allegoria di uno spazio mentale, ipostasi di una coscienza critica che non accetta l’inaccettabile, che lancia una sfida al sistema non dando per scontata la sconfitta con il Golia di turno; è lo spazio in cui si barricano i resistenti e da cui vengono lanciati messaggi inconsueti, che contraddicono le “verità” imposte dall’alto. Il vero Murrow, che si intravede sugli schermi televisivi dello studio della CBS, può convivere col suo alter ego cinematografico, il notevolissimo David Strathairn; gli occhi di ghiaccio del vero, viscido, psicotico “cacciatore di comunisti” trasudano un’abiezione morale che si scontra con lo sguardo fermo ed impenetrabile del “finto” Murrow e dei suoi complici, sguardo eloquente quanto le parole cariche di indignazione pronunciate dagli uomini che costituisco il nocciolo duro di quell’America sana ed autenticamente democratica che, ieri come oggi, si sente tradita, ingannata. 
Quella di Clooney, oltre che un’opera matura e di stringente attualità – basterebbe sostituite i “nemici” del passato con i “nemici” del presente ed i discorsi del senatore repubblicano verrebbero terribilmente a coincidere con quelli di chi, oggi, tiene in mano le redini del mondo nella lotta contro il Male che minaccia la libertà – è una straordinaria “lezione di vero” in cui, dall’incontro tra fiction e non fiction, si palesa lo splendore della verità. Alla sua opera seconda, abbandonati gli eccessi ed i leziosismi del film d’esordio, il regista ci regala un film sobrio e rigoroso, quasi giansenista nel suo rifiuto della spettacolarizzazione, tanto cristallino nella sua geometrica scansione degli eventi (la seguente successione degli episodi si ripete con pochissime varianti nell’arco dei 90 densissimi minuti, quasi a voler conferire al mestiere del “vero” giornalista una sacra e laica ritualità: riunione mattutina dei redattori del programma, preparativi per la messa in onda, diretta della trasmissione, commenti e riflessioni del “dopo diretta”, canzone jazz che fa da chiosa alla giornata) quanto accorato e sincero nella minuziosa, lucida ed implacabile disamina delle falle del sistema democratico americano, dei “buchi neri” rimossi della coscienza troppe volte ottenebrata di un popolo che si (ri)scopre debole e a cui non basta sentirsi augurare la buona notte prima di coricarsi.

Voto:  8                                                 Manuel Billi


Voto:  7                                   Emanuele Di Nicola

 

La Bestia nel Cuore
(Cristina COMENCINI)

(Italia   -   112')

Coppia numero 1: lei, doppiatrice, attraversa l’Oceano per far luce sul suo passato; lui, attore, accetta di partecipare ad una ridicola fiction televisiva e tradisce la moglie. Coppia numero 2: donna di mezza età abbandonata dal marito si consola con lesbica non vedente.


Tratto dal suo romanzo omonimo pubblicato qualche anno fa, La bestia nel cuore di Cristina Comencini ambisce ad illuminare i “rimossi” oscuri della coscienza di ognuno, le intime “bestialità” che hanno nidificato nel subconscio, ad indagare sul “non detto” del vissuto, sulla cancellazione delle ferite del passato non rimarginate e più in generale ad elaborare un discorso universale sulla riacquisizione di sé attraverso un viaggio fisico (nel caso specifico la protagonista vola negli Stati Uniti dal fratello docente universitario) ed interiore. Purtroppo, la regista non ha il coraggio di andare fino in fondo, di oltrepassare la superficie degli eventi e le maschere degli agenti, forse per non turbare il pubblico televisivo: per questo, arrischia il delicatissimo mélange comico/tragico, compromettendo l’equilibrio e l’unità di tono del racconto. Sebbene gli intermezzi “leggeri” mal si amalghino e risultino quasi sempre appiccicaticci ed ammiccanti, sono, di fatto, i più riusciti, in particolare quelli che hanno per protagonista l’efficacissima Angela Finocchiaro, l’unica credibile del cast assieme a Lo Cascio (la Mezzogiorno è inadeguata al ruolo, la Rocca sfida sprezzantemente il ridicolo uscendone sconfitta, Boni pare adeguarsi agli standard recitativi della tanto sbeffeggiata fiction che interpreta nel film). I rari momenti drammatici realmente efficaci (in primis, la festa di capodanno) non riescono a compensare le numerosissime cadute di stile (dalla “rottura delle acque su treno in movimento” ai tremendi frammenti onirici). Il tutto sembra irrimediabilmente figlio (un figlio smemorato che non riconosce il padre…) di un’estetica paratelevisiva che l’autrice cerca vanamente di occultare dietro una patina da prodotto “radical chic” da esportazione, medio-borghese e moderatamente cultivé: bella fotografia, elaborati movimenti di macchina, effetti di quadro nel quadro, fastidiosa ostentazione di “prodotti della cultura” (quadri, libri, musica classica). La carrellata sui “maestri” del cinema italiano che precede ed introduce l’implicito riferimento al “cosa siamo diventati”, mediato dal personaggio del regista divoratore di sushi sceso a compromessi dopo una brillante carriera teatrale, che pontifica sulla morte del cinema fagocitato dall’“estetica del mondezzaio” di matrice televisiva, produce un inevitabile “effetto boomerang”, ritorcendosi contro una regista intelligente ed ambiziosa che, forse inconsapevolmente, “parla” la stessa “lingua” e segue la stessa logica che vorrebbe combattere.

Voto:  5                                                      Manuel Billi


Riprenditi l’anima

La cinepresa plana sulla Mezzogiorno, foglia tremante tra le lenzuola, poi inquadra la patta del pigiama del suo uomo ed affonda nel buco nero del pene: i genitali maschili sono il tunnel dell’orrore in cui si perde Sabina, viaggio pelvico e ritorno, ma nella maternità troverà sé stessa. La sua migliore amica sogna di baciarla teneramente ma poi si accaserà con un’allegra cornuta stagionata; il suo uomo da solo proprio non ci sa stare, quindi conoscerà carnalmente una fulva attricetta approcciata in una sorta di E.R.. Il babau è dietro l’angolo, dietro ancora c’è la riconciliazione; ancora non basta? Questo ed altro è LA BESTIA NEL CUORE, tipico prodotto medio italiano: crisi di coscienza di personaggio normale, lotta contro il rimosso e riesumazione di scabrose verità, inciampo nel nobile tema (che sia l’incesto o i bambini africani o un etto di mortadella a metà prezzo, poco importa), crisi ed infine sollievo. Una tendenza (colpisce ancora la 01, mefistofelico pseudonimo per RaiCinema, con il suo “film di interesse nazionale”) da considerare inaccettabile tantopiù che viene sventolata ad un Festival internazionale, a confronto con autori mondiali: la Comencini, adattando un suo stesso romanzo, scopre ogni carta nei primi cinque minuti (compreso un grottesco omaggio al suo vecchio, volgarmente prigioniero di un poster) e, dopo aver abbozzato un accento onirico abusato ma di discreta inquietudine, confeziona una schiocchezzuola da boato a scena aperta. C’è tanta tivvù nelle nostre case; perché, allora, rifarla al cinema? Il film è una qualsiasi puntata televisiva da consumarsi intorno a mezzogiorno, dilatata sciaguratamente molto oltre la mezzora di prammatica; in un bombardamento di buchi narrativi e snodi inverosimili si innestano scene madri urlate sguaiatamente (la piazzata di Capodanno), psicologismi da Freud febbricitante (il fratellino, molestato dal padre, evita a sua volta il contatto fisico con la prole), losche rivelazioni intuite dai titoli di testa. Al momento di tirare le fila il racconto fa harakiri, il trash trionfa: il calvario di Sabina, che rompe le acque in un vagone ferroviario, si sovrappone nel montaggio alternato all’immagine di lei bambina, un pulcino nel corridoio oscuro, pronta ad essere violata da quell’amore di papà.
Cast da roulette russa: Giovanna Mezzogiorno, tutta una boccaccia, guadagna la Coppa Volpi con il suo ininterrotto piagnucolio; il solitamente dignitoso Lo Cascio viene imboccato di un cumulo di fesserie (tra cui una spolverata di borotalco sulla chioma) e cade rovinosamente; Stefania Rocca, la migliore del mazzo, si irrigidisce appena più del dovuto, la Finocchiaro si ricicla lesbica, Alessio Boni non è mai esistito.

LA BESTIA NEL CUORE sembra girato su misura per chi lamenta la cronica assenza italiana dinanzi al Leone d’Oro: un film nato morto, più aborto che incesto, che ha già tessuto parecchi consensi in virtù del suo sfondo sociale “virtuoso” e “commovente”. Sarà, ma lontano dai circoli frigido/femministi e dalle associazioni per la tutela dei minori il cinema è già evaporato.

Voto:  4                                           Emanuele Di Nicola


Hic et Nunc

Qui e ora cos’è un film italiano. Quasi mai un film di qualcuno, spesso un film con qualcuno, quasi sempre un film su qualcosa. Il cinema italiano procede per temi: LA BESTIA NEL CUORE è  lo sceneggiatone in due puntate con Giovanna Mezzogiorno (domenica sera su RAIUNO, lunedì la seconda parte, così reciterebbe il TG – è un film italiano? E’ un film RAI? Allora il TG ne parla -) sulla violenza familiare, segue dibattito (in salotto, in cucina, in ufficio, online). Qui e ora cos’è un film italiano. Uno schemino da rimpolpare, un paradigma da spacciare attraverso la narrazione di una storia che spieghi la questione in ballo, la magagna, il benedetto problema (“Le molestie sessuali in famiglia: cause, possibili rimedi” . Svolgimento: Uno dei nodi gordiani del nostro vivere in società oggigiorno è costituito…). Qui e ora cos’è un film italiano. La propagazione dell’inchiesta giornalistica condita da psicoanalismi d’accatto, dialoghi improbabili, belli da teleromanzo. Qui e ora cos’è il cinema italiano. Un assemblaggio di elementi: non c’è mai organicità nelle opere di questi autorelli miracolati, i film non hanno compattezza, sono sempre costituiti da filoni messi insieme alla meno peggio, una storia esilissima a fare da fil rouge e siparietti a condire: il dramma (quello della protagonista e del fratello), il tasto dolente (l’handicap dell’amica), l’elemento liberal (la relazione lesbica), una spruzzatina di comicità (l’amica abbandonata dal marito), la macchietta (il personaggio del regista), amore&scappatelle, un pizzico  di onirismo (una scena, magari due), un pugnetto di flashback (non l’avete capita? Vi faccio un disegnino),  l’ autoriflessione (fare cinema, fare televisione oggi: è difficile sa, signora mia, il pubblico è taaaaaanto ignorante); frulliamo tutto, diluiamo alquanto la miscela (gli ultimi 20 minuti: un disastro nel disastro) ed ecco il film importante, l’opera che squarcia il velo su una realtà che c’è ma sulla quale tutti tacciono. LA BESTIA NEL CUORE è un film mal diretto (anche il bravo Cianchetti, direttore della fotografia esagera – una mdp fin troppo mobile -), recitato così così (si stendano pietosi veli sulla Mezzogiorno e Boni, la Finocchiaro è brava ma interpreta un altro film, Luigi Lo Cascio è oggi il miglior attore italiano), scritto peggio (la quantità di registri – letterario, verista, grottesco, farsesco –  acuisce l’impressione di generale mediocrità). Il film italiano rifugge dal concetto, è vittima del tema (liceale) e quel che è peggio non riesce neanche a svolgerlo, riducendolo a un mucchietto di righe scritte frettolosamente, sottolineate tre volte e alla fine evidenziate in giallo. Il film italiano lamenta pochezza e didascalismo, è preda del terrore del pubblico, della paura che questo non capisca, che sia più stupido di chi lo sta facendo. Il film italiano narrativo non parte mai dalla storia o da un personaggio, appiccica semplicisticamente storia e personaggi a una struttura già data (di lì spiegazioni a non finire e mai un elemento diegetico che emerga con naturalezza). Tutto calcolato, tutto studiato, tutto preconfezionato. E mai il coraggio di chiudere in tempo la faccenda, prima che l’imbarazzo dilaghi. 
Se un film italiano può essere brutto lo sarà.

Voto:  4                                                Luca Pacilio


Voto:  5                                           Luca Baroncini

 

I Giorni dell'Abbandono 
(Roberto FAENZA)

(Italia   -   96')

Olga, abbandonata all’improvviso dal marito, precipita in una grave crisi.


L'Abbandono

Faenza si è lamentato dell’accoglienza riservata a Venezia dalla stampa italiana a questo suo ultimo film, denunciando pregiudizi e parlando della presenza in sala di tiratori scelti anti-italiani. Se è facile rispondergli che quando anche i critici nostrani fossero poco sereni nell’attaccare il suo film, il regista non si trova in una situazione più favorevole nel difenderlo (anzi), più facile ancora è stato chiedere a qualche giornalista straniero (cosa che ho fatto) il suo pensiero sull’opera in questione e accorgermi che la reazione, cambiata la geografia, non mutava di un millimetro. 
Non serve leggere l’incensato romanzo dell’inafferrabile Ferrante (Fofi?) per rendersi conto che la rilettura faenziana è disastrosa. Anzi il non averlo letto ci rende ancora più distaccati e sereni nell’approcciare un film di rara sciattezza in cui il trauma dell’abbandono, che intuiamo devastante per la protagonista, viene banalizzato oltremisura: il progressivo abbrutimento di Olga, la spirale autodistruttiva nella quale viene risucchiata, sono resi  in maniera contratta e del tutto inefficace, la scrittura dei dialoghi è sotto il livello di guardia, passaggi di sceneggiatura sposano con amore il ridicolo (il tentativo di amplesso sul divano tra Buy e Bregovic è caduta rovinosa, l’apparizione del cane sul palcoscenico è puro scult), i caratteri sono tratteggiati a dir poco grossolanamente, la confezione è paratelevisiva, la regia allo sbando. Personaggi appaiono senza un vero perché (la barbona) e vengono abbandonati (appunto), bambini - tra i più molesti visti di recente sullo schermo - dicono scempiaggini in libertà, il delirio ossessivo della protagonista suona come ritornello stanco e poco convincente.
Parola chiave: inadeguatezza.

La Buy si affanna ma palesa carenze piuttosto consuete per l’attore cinematografico italiano (lo dicevo per Accorsi in UN VIAGGIO CHIAMATO AMORE) ovvero la capacità a modulare solo su toni esasperati ed estremi (grida, pianti, malesseri vari) e la totale sprovvedutezza di fronte alla necessità di  reggere toni medi e da normale conversazione: è su questi che si valuta la buona recitazione ed è su questi che puntualmente l’asino\a casca. Ahi.

Voto:  3                                              Luca Pacilio


Voto:  5                                         Luca Baroncini


Voto:  4                                            Manuel Billi

 

Mary
(Abel FERRARA)

(Italia/U.S.A.   -   83')

Si gira THIS IS MY BLOOD sulla vita di Cristo: il regista affronta guai con i suoi contestatori, l’attrice, ossessionata da Maria Maddalena, si rifugia in Terra Santa. Il conduttore televisivo di uno show sulla vita del Messia sprofonda in una crisi coniugale.

Gerusalemme in fiamme

Una pellicola stratificata che moltiplica il livello di lettura, una sonda dell’angoscia contemporanea: l’attore rimane per sempre nel suo personaggio, il conduttore scopre che le sue menzogne forse erano vere, il regista non vede proiettato il suo film. Sullo sfondo il fondamentalismo religioso sfiora appena la strada del terrorismo, si incontrano ma non si salutano per poi lasciarsi di nuovo.
Subito Ferrara moltiplica i piani, contamina la realtà nella finzione con il caratteristico “film nel film” (THE PASSION di Gibson è chiaramente citato), segue in parallelo l’evoluzione dei suoi personaggi calandoli in un misticismo di riporto: chi fu la Maddalena? Una puttana, la moglie di Cristo o il suo primo discepolo? Dubbio, questo, di relativo interesse dato che MARY si tuffa nella reazione mentale, la molla psicologica, la percezione religiosa e le sue derive nella sfaccettatura quotidiana: ma il simbolo non è genuino (la vergine Heather Graham che resta incinta), ogni corrispondenza troppo facile (una panoramica della Palestina oggi), gli incroci dei personaggi spesso inverosimili (la telefonata tra Marie e Ted) così come la loro evoluzione (la conversione di quest’ultimo). La negligenza di scrittura cala su tutto: il film imbocca molteplici strade per subito tralasciarle complice un minutaggio al minimo, confeziona innesti alieni e posticci (Marie a Gerusalemme), mostra l’enorme potenziale ma lo rende una bomba inesplosa. MARY è anche un film girato da dio, ritrovando negli squarci desolati di New York (invero una riconoscibilissima Roma) finalmente l’aria di casa del regista, fautore di una rabbia antica quasi evangelica; così come l’ammodernamento delle Sacre Scritture (tratto dall’Apocalisse) interviene nella memorabile sequenza finale, richiamando la chiusura di TERRA PROMESSA di Gitai, dove un sanguinoso Yom Kippur corrisponde in Occidente all’irrazionale e fagocitante timore dell’attentato. Nella sala svuotata dal terrore un regista pazzo proietta il film solo per sé stesso.

In una prova assolutamente variegata Modine si colloca sopra le righe, Whitaker ci sa fare (mi piace ricordarlo in GHOST DOG) ma sconfina fuori ruolo nel lagnoso intimismo del suo personaggio, la Graham è consueta delizia mentre una Binoche al minimo resta in filigrana. Il film sbagliato di un grande regista.

Voto:                                   Emanuele Di Nicola


Voto:  5                                            Luca Baroncini


Voto:                                                 Luca Pacilio


Voto:  5                                                   Manuel Billi

 

Les Amants reguliers
(Philippe GARREL)

(Francia/Italia  -   178')

Un gruppo di giovani boheme parigini durante i movimenti del 1968/1969. Tra loro François e Lille.

Les Innocents

1968: i giovani divisi tra anarchia e lotta organizzata, i giovani e l’amore libero,  i giovani risucchiati dalla tentazione artistica, i giovani e la poesia, i giovani e la droga, i giovani borghesi e i giovani proletari tra i fulgori dell’inamarezza (inamertume, neologismo inventato dallo stesso Garrel e che va a designare uno stato d’animo opposto all’amarezza). E’ una descrizione disincantata e fascinosa quella che il regista dà del periodo della contestazione, fatta di episodi minimi, dialoghi ingenui, affermazioni di principio, squarci di quotidianità, piani, complotti, utopie, in cui si restituisce l’atmosfera di quel tempo, non essendo estranea a questa descrizione una certa tentazione mitologica ma rigorosamente tenuta a bada, il regista non paventando mai l’urgenza di narrare storie rimanendo più attento a sondare stati d’animo e ambienti. Siamo lontani da THE DREAMERS, in cui il 68 era semplice sfondo chiamato in causa all’occorrenza, anche se a Bertolucci è inevitabile pensare stante l’esplicita citazione del presagio in celluloide PRIMA DELLA RIVOLUZIONE e la presenza di Louis Garrel che anche qui, come in THE DREAMERS, figura da protagonista su consiglio dello stesso regista emiliano (dal set del film di Bertolucci provengono anche  alcuni arredi e costumi, scelta dettata dal risicatissimo budget: un milione e mezzo di euro).
Il risultato è una cronaca intima e pubblica, un film generazionale nel senso più squisito dell’espressione, in cui, alla vecchia maniera, Garrel non rinuncia al bianco e nero (la fotografia è di William Lubtchansky), a lunghe inquadrature fisse che scrutano questi ragazzi in rivolta, gioventù anarchica sì ma che non rinuncia mai a guardarsi narcisisticamente allo specchio. In cui l’amore regolare ma fou di François e Lille è salvifico e mortifero a un tempo. LES AMANTS REGULIER è una pellicola sorprendentemente fuori dai tempi (Garrel cita nella prima sequenza LA MAMAN ET LA PUTAINE di Jean Eustache, dichiarazione d’appartenenza a un certo cinema), divisa in quattro capitoli (struttura che rende  lampante l’ascendenza letteraria dell’opera e il riferimento ai ribelli stendhaliani), che si pregia di alcune sequenze memorabili (la prima scena degli scontri, la formidabile ripresa del ballo sulle note di This Time Tomorrow), un bizzarro detour storico (1789, ovviamente) e che con ammirevole precisione, prescindendo dal discorso ideologico, ci restituisce, senza traccia di nostalgia, l’immagine pudica e tenera, e per questo inedita, di un periodo, della sua umanità in subbuglio, del suo sogno “concreto”.

Voto: 7,5                                                     Luca Pacilio


Voto: 8                                          Emanuele Di Nicola

 

Garpastum 
(Aleksej GERMAN Jr.)

(Russia   -   114')

San Pietroburgo, 1914. La Russia Imperiale è al collasso. La Prima Guerra Mondiale è all’apice e di lì a tre anni la rivoluzione porrà fine all’epoca degli zar. Quattro ragazzi decidono di fondare una squadra di calcio. Due di loro, Andrey e Nikolay, sono fratelli. Orfani di madre e con il padre gravemente malato, vivono con lo zio. Andrey ha una relazione con una donna ricca, ma presto la guerra e la rivoluzione porranno fine ai loro sogni, così come ai sogni di gloria della squadra di calcio.


La Rivoluzione russa, e il pubblico pure

Nella San Pietroburgo del 1914 si racconta l'amicizia di quattro ragazzi e la passione comune per il gioco del calcio (da qui il titolo criptico che è la traslitterazione russa dal latino harpastum, cioè palla da gioco). Due di loro sono fratelli e coltivano il sogno di costruire un campo da gioco e di dare vita a una vera squadra di calcio, ma per l'acquisto del terreno si immischiano con la persona sbagliata. A porre fine ai loro sogni ci penserà comunque la storia, con l'avvento della rivoluzione nel 1917. Al suo secondo film il russo Aleksey German Jr. dimostra padronanza della macchina filmica, ma costruisce un film che pare concepito a tavolino per compiacere la sonnecchiante platea di un festival. È la forma l'aspetto più rilevante della pellicola, con immagini virate in seppia che danno costantemente l'idea di scorrere tra le mani vecchie fotografie d'epoca; così come è altamente evocativa la scia polverosa lasciata dalla nebbia, che riempie spesso le inquadrature e si rivela determinante nella creazione di un'atmosfera d'altri tempi, tra il malinconico e l'ineluttabile. Se la cornice ha un suo arcano fascino, e sottintende un lavoro molto accurato, il quadro convince meno. La sensazione costante è di non riuscire ad appropriarsi dei protagonisti del racconto che amano, corrono, sognano, muoiono, senza lasciare alcuna traccia nelle emozioni. Colpa di una piattezza d'insieme che deriva sia dalla scansione poco incisiva degli eventi che dalle caratterizzazioni incolori. Anche i dialoghi non funzionano e risultano spesso più maturi dei personaggi, con frasi artificiose che cercano l'effetto ma incappano nell'inadeguatezza. Così come è la noia ad accompagnare le lunghe sequenze del gioco a calcio e le mortifere, quanto insistite, scene di sesso (lui la prende da dietro, lei intanto si accende una sigaretta).

Voto:  5                                                    Luca Baroncini


Garpastum è la denominazione dell’antico gioco spartano che si ritiene antenato del nostro calcio e proprio il calcio è ciò che consente ai due fratelli protagonisti di scampare alle follie  dell’epoca che stanno vivendo, consegnandosi anima e corpo alla passione agonistica. Anche da soldati (il bel finale) il loro incontro verrà segnato dal pallone, dalla ripresa istantanea di un sogno che pone di nuovo in primo piano giovinezza e voglia di vivere e relega l’orrore bellico sullo sfondo: gli ideali non muoiono anche quando il mondo va a picco.
Oggetto strano questo film: indubbiamente ben girato, con una fotografia virata che tende a conferire alle immagini un’aura quasi mitologica, décor sopraffino, cura maniacale del dettaglio, un racconto ellittico frammezzato dalle lunghe sequenze dedicate alle partite di pallone, personaggi ben caratterizzati, situazioni colte in media res, sviluppi mai sottolineati per mantenere costante il senso oppressivo del presagio di un nero futuro, nessuna forzatura sullo sguardo che rimane attaccato a un quotidiano che viene ritratto in modo veristico; eppure l’impressione di essere di fronte a un quadro che si bea della sua eleganza e se ne accontenta non ci abbandona mai. E alla fine l’impatto con l’assurdità della guerra, un fantasma che aleggia lungo tutta la pellicola, arriva dopo un paio di orette di ibernante noia.

Voto:  6                                                       Luca Pacilio


Noi Russia(mo)

Affresco storico di corto respiro che pretende di sollevare attenzione per il solo fatto, in sé, di essere “russo”, appartenente ad una cinematografia negli ultimi anni inspiegabilmente alla ribalta (non occorre citare il controverso IL RITORNO). In questo film non accade nulla (di nuovo): figure si muovono su sfondo approssimativo, tutto è stereotipo (un padre malato, due fratelli: uno parte per il fronte, l’altro preferisce copulare con un’attrice fallita), la narrazione lenta ed incartata su sé stessa imprime un ritmo da ninnananna che rende interminabili queste due ore di tortura. Neanche orribile in sé (tranne la clamorosa scena scult di lei che, placidamente scopata da dietro, succhia una sigaretta davanti allo specchio) GARPASTUM è un film invisibile decente solo nella premessa, piuttosto malgirato soprattutto nelle parentesi calcistiche (pura confusione in cui non si distinguono i personaggi), che evoca involontariamente la situazione della Russia di quegli anni: un film (un Paese) scolorito allo sbando.

Voto:  4,5                                       Emanuele Di Nicola


Voto:  5                                                          Manuel Billi

 

The Brothers Grimm  
(Terry GILLIAM)

(Gran Bretagna   -   120')

C’erano una volta due truffatori, figli della superstizione popolare. C’era una volta un villaggio in cui i bambini scomparivano misteriosamente. C’era una volta una foresta incantata, dove viveva una bellissima strega…


I know this tale

Pinocchio non potendo rispondere con le parole, a motivo delle monete che aveva in bocca, fece mille salamelecchi e mille pantomime per dare ad intendere a quei due incappati, di cui si vedevano soltanto gli occhi attraverso i buchi dei sacchi, che lui era un povero burattino, e che non aveva in tasca nemmeno un centesimo falso.

- Via, via! Meno ciarle e fuori i denari! - gridavano minacciosamente i due briganti.

Carlo Collodi

Davvero curioso che qualcuno voglia leggere in THE BROTHERS GRIMM il rilancio artistico del suo creatore, assente dalla scena per sette lunghi anni: occorre essere davvero gilliamisti nell’anima per riconoscere in questo patchwork maldestro, agglomerato piuttosto casuale di personaggi luoghi e situazioni, la mano inconfondibile dell’autore. Un film che piace e piacerà, ma raschiato l’intonaco delle intenzioni si risolve in un innegabile fiasco per una pergamena di ragioni: per primo il suicidio di Terry Gilliam, ex rivoluzionario in doppiopetto, che per l’occasione “è diventato un bambino perbene” pronto ad adeguarsi al target sovraimpostogli da una produzione che conosce il suo pubblico. Mescolando realtà e fantasia (la storia scrive sé stessa, come dimostra la raccolta di fiabe in fieri che fa capolino nel racconto), l’opera cala una coppia di personaggi storici nell’ambiente magico e mitizzato, intavolando una riflessione sulla pratica dello storytelling: al contrario del Burton di BIG FISH, la cui sfrenata immaginazione toccava realmente la meraviglia, qui si ha un riciclo impunito ed omogeneizzante, che castra ogni minima figur(in)a della propria identità scivolando presto nel superfluo. Come luminoso esempio uno svolgimento che, tanto è pretestuoso, avrei voglia di tralasciare: i fratellini Grimm, coppia di arguti truffatori, si imbattono stavolta in una vera strega e saranno cavoli amari. Nel frattempo la storia ci mostra i personaggi delle loro fiabe (Cappuccetto Rosso, Biancaneve, l’Omino di Marzapane) spuntare nel racconto senza soluzione di continuità: ovviamente le novelle non sono anonimamente traslate sullo schermo ma riadattate e reimpostate da Gilliam per rendersi riconoscibile (il marzapane non nasconde un omino, il lupo non è esattamente tale). Fin dall’inizio il meccanismo si adagia alla luce del sole, è talmente evidente da apparire puro ghirigori narciso e risultare intimamente odioso: Dato che IO sono Terry Gilliam, ci informa il regista, riscrivo le fiabe come mi pare e piace. Subito plana il disinteresse: nessuno spettatore, a ragion veduta, vuole sapere come Gilliam scrive una storia ma gradirebbe soltanto godere di quest’ultima. Nella fattispecie, tutto è piuttosto debole: alla stregua di un qualunque VAN HELSING gli acchiappamostri gironzolano spaesati più volte nella stessa foresta, sullo stesso sentiero, dentro lo stesso racconto; la consumata iterazione di date situazioni (la ricerca, l’antagonista, il pericolo, il superamento), la manifesta incapacità di procedere nella narrazione (quando viene al dunque il film si arena e non si riprenderà più) simboleggiano oggi l’inquietante impotenza di questo cineasta. Non regge, peraltro, l’alibi del “racconto nel racconto”: se ricalcando il modello della fiaba tradizionale l’autore in questo film deve riproporre situazioni ataviche, lavorando sull’archetipo e la tradizione, è questa una scelta stilistica che nasconde maldestramente la sindrome da pagina bianca, non infondendo alcuna impronta personale alla materia ma lasciandola distrattamente a pascolare. Infine neanche l’estro visivo, di cui non mi pare Gilliam abbia mai difettato (basti rivedere il tunnel allucinatorio di PAURA E DELIRIO), offre stavolta alcuna peculiarità: tra effettacci a profusione e soluzioni di scontata noncuranza, impostoci addirittura l’ennesimo specchio magico, la città dell’autore non è affatto incantata dato che la sua indole sanamente bastarda emerge in un’unica sequenza (il gattino maciullato) nell’arco di due ore; poi si nuota nel prolisso, neanche il calco più sfacciato può contenere lo sbuffo di noia. Contrariamente al consueto standard l’americano sbaglia anche il cast: Ledger si incatena alla macchietta dell’imbranato dal cuore d’oro, Damon quasi il suo contrario, la Bellucci è un gingillo da quattro minuti.
Un ritorno, quello di Gilliam, subito afflitto dal morbo della leggenda: lasciatoci con l’impasticcato PAURA E DELIRIO A LAS VEGAS – chi ha visto il documentario LOST IN LA MANCHA conosce la catena di sventure che si abbatté sull’incompiuto Don Chisciotte -, venerato dalla mandria cinefila appena per una manciata di film (questo è l’ottavo), spesso sopravvalutatissimo (BRAZIL, davvero bruttino), stavolta il risultato dell’autore è tanto misero da lasciare sconcertati. Seppur disconnessa dallo specifico filmico questa la mia spiegazione: il “maledetto” Gilliam, puntualmente vessato da ogni peripezia realizzativa data l’indole eversiva o la semplice sfortuna, “a motivo delle monete che aveva in bocca” (produce la Miramax) non se la sente (più) di rischiare e finisce inevitabilmente (consapevolmente?) per pagare pegno narrativo. Una sorta di svolta buona per il regista, come detto sopra, che si risolve in un globale ignavo e mediamente rassicurante: cavalcando un budget notevole THE BROTHERS GRIMM si appresta dunque a conquistare la platea mondiale. La conosco questa storia.

Voto:  4                               Emanuele Di Nicola


Voto:                                         Luca Pacilio


Voto:  6                                       Luca Baroncini


Voto:  7,5                                        Manuel Billi

 

Takeshi's 
(Takeshi KITANO)

(Giappone   -   108')

Beta Takeshi, uomo di spettacolo di successo, vive una vita surreale e piena di contraddizioni come ogni uomo schiavo della celebrità. Nello stesso tempo Kitano, un suo sosia biondo, è un attore timido e sconosciuto che per sopravvivere fa il cassiere in un negozio sperando di essere scoperto e divenire popolare.

La Caduta

Il maestro ha fatto un brutto film? Ebbene sì. Scorrendo in rassegna le sue piccole manie ed ossessioni (la percezione stereotipata che il pubblico porta di lui, ci tiene a specificare) Kitano, che azzarda il suo 8½ solo per la critica, le piega in chiave caricaturale ed (auto)omaggia la sua stessa carriera, chiari risultando i richiami a MAI DIRE BANZAI (la coppia di obesi) e alla filmografia precedente (la sequenza sulla spiaggia è puro HANA-BI). Parlando smaccatamente di sé il regista rischia, si muove su una linea sottile: occorre mantenere accortezza e rigore per non sconfinare presto nel disinteresse, nell’innocua donazione al proprio Io. Non risultando tagliato per questo tipo di film (che ha già fatto vittime illustri) subito scivola nell’ironia grossolana, nella galleria ben riconoscibile (gli archetipi dei suoi film qui diventano stereotipi), nel diffuso ed inutile nonsense che vaga spaesato fuori pista (lo slalom tra cadaveri). Quando è chiamato a scrivere una conclusione Takeshi sceglie dal mazzo la peggiore: la svolta finale introduce all’ennesimo “film nel film” proprio quando si sperava in una direttiva, un segno, un barlume per infondere senso a questo delirio. Bisogna essere oltremodo riverenti ed acriticamente disposti all’applauso verso quel fottuto giapponese per avvallare un’uscita del genere, in cui Kitano sembra dire: 
Io sono il regista orientale più famoso in Occidente, io ho esordito facendo i versacci in televisione e, cavoli, ne ho fatta di strada… Io ho fatto sognare una generazione di cinefili sfornando maestosi capolavori come IL SILENZIO SUL MARE e HANA-BI, ci tengo a ribadire il fatto che ho anche esplorato l’America, riflettuto sulla tradizione del mio grande Paese, resuscitato un personaggio mitico dal folklore popolare. Oggi ho tutto, giro i festival europei (perché in patria ancora non mi  vogliono) venerato come un dio, circondato da uno stuolo di fans cui regalo ghigni da psicopatico, scatenando il mio caratteristico tic all’occhio destro. Ebbene sì, sono il migliore, zero discussioni: ma adesso, dopo tutto questo, sono anche capace di prendermi in giro da solo, di dipingermi in chiave autoironica, di saper scherzare amabilmente su me  stesso… visto che bravo?
Tump!

Voto:  5                                  Emanuele Di Nicola


Il primo brutto film di Kitano è la sintomatica espressione di una crisi artistica annunciata dallo stesso autore. Noioso, ripetitivo e narcisistico, risaputo nel descrivere il mondo del cinema passando attraverso il tema del “doppio”, filmico (il “Beat” che abbiamo conosciuto ed amato nei precedenti film) ed esistenziale (l’altro da sé, “in sé”, nel quale si condensano le frustrazioni ed insofferenze represse, attraverso il quale dar libero sfogo alle pulsioni inconsce), il film “sorpresa” della 62 mostra d’arte cinematografica di Venezia è la delirante ed onanistica “messa in scena” di un suicidio simbolico e di una trasfigurazione, che dovrebbe chiudere una fase nella filmografia del suo autore ed aprirne una nuova. I kitaniani integralisti hanno gridato al capolavoro “malato”, all’8 e mezzo, autoconvincendosi del valore dell’opera in nome della difesa ad oltranza di colui che ha meritatamente, col tempo, acquisito lo status di autore. Dunque, intoccabile, inattaccabile. Spesso è l’autorialità a fungere da ombrello e a salvare gli “autori” dagli strali della critica. Il plurale del titolo, più che alla doppiezza dell’artista, pare alludere alla deleteria e, ci auguriamo, provvisoria svolta “mikiana” del regista del Silenzio sul mare: follia senza metodo, abolizione delle categorie spazio-temporali rispondente ad una poetica autistica e non comunicativa. In attesa di una tanto annunciata futura palingenesi, prendiamo atto della fine di un personaggio, lo yakuza, di un alter ego attoriale (“Beat” Takeshi). Era necessario realizzare un film per celebrarne il funerale?

Voto:  4                                         Manuel Billi

 

Changhen ge (Everlasting Regret)
(Stanley KWAN)

(Cina/Hong Kong   -   120')

Shangai. 1947-1981: trentaquattro anni nella vita della splendida Qiyao. 

I cari “addetti ai lavori” che durante la proiezione per la stampa hanno sbuffato, storto il naso e poi, al termine della séance, accusato il regista di “wongkarwaismo”, forse non sanno che Stanley Kwan, misconosciuto ai più, ha mantenuto fede ad uno stile oggi “confondibile” con quello del regista di In The Mood for Love, in verità maturato e perfezionato anni prima dell’affermazione internazionale del più famoso concittadino. Film come Rouge del 1987, Actress del 1991 con Maggie Cheung e To Hold You Tight del 1997, premiati in vari festival e mai usciti in sala, contengono alcune soluzioni di stile, stratagemmi narrativi già perfezionati ed altre invenzioni proposte in nuce, affinate poi negli anni successivi. Questo Everlasting Regret è un capolavoro straziante benché/perché rarefatto nel racconto e sovraccarico, pittorico nello stile. La protagonista attraversa come un fantasma dannato cinquant’anni di storia cinese alla disperata ricerca di un amore perduto, travolto dai sommovimenti della Storia. I “sostituti” collezionati nel tempo la abbandonano dopo averle confessato il loro (dis)amore, distesi sul letto ed accarezzati da una tenue luce che colora di pastello i volti. Una donna che più non crede, la cui “dissoluzione” viene soltanto suggerita, metonimicamente, dal bottone strappato, segno dell’impossibilità di mostrare il rigor mortis di una fragile vittima già uccisa dal tempo della Storia. Privato e pubblico, storie e Storia non interagiscono, non “dialogo” ma colluttano: le rivoluzioni dell’esterno, non viste o vissute direttamente ma annunciate dalla radio, “violentano” il nidus, separano gli uomini che cercano vanamente di ribellarsi e di continuare a comunicare. Per questo, il fotografo, il “vero” amore della protagonista, può solo esprimersi attraverso un bozzetto, un piccolo disegno che “dice” quanto e più le parole non possono più dire. I repentini salti temporali suggeriscono, allontanando il sospetto della maniera, l’incalzante e discontinuo incedere della storia: volti invecchiati, spazi della memoria riconoscibili, amanti che ritornano e che si dissolvono nel nulla. L’idea di “liquidare” i personaggi con delle laconiche didascalie (es: X visse a Honk Kong. Morì nel 2001) ha del sublime, così come la carezza che la protagonista dona al marito malaticcio sposato per “coprire” un vero, “falso” amore. Il miglior film del concorso.

Voto:  9                                             Manuel Billi


 Il cigno che muore

Eterno come il rimorso di una donna bacchettata dal fato, eterno come il riflusso degli amanti nel suo letto, eterno come il Tempo che uccide la sua pupilla, si riavvita su sé stesso, concede un attimo ancora soltanto per guardarsi indietro. EVERLASTING REGRET è una lieve sinfonia che ingoia occhi, labbra, gesti ma soprattutto corpi: corpi inconsapevoli che amano, piangono e ridono, incrociandosi dolcemente e perdendosi per sempre come iscritti nell’ordine naturale delle cose. Travestito da racconto evolutivo di maturazione di un Paese, sul parallelo gemello Shangai/Hong Kong, modellato su uno splendido corpo di donna puntualmente lacerato, ferito, abbandonato dai suoi uomini, il prodigio orientale è invece un sano decalogo di regia: scansando educatamente il contesto, il mero elemento tramico ed ogni sua implicazione il film è capace di estrarre una sequenza memorabile dal solo movimento di una mano a sfiorare una spalla, un intenso sguardo femminile, capelli sciolti nel vento. Inchinando il racconto ad una cinepresa mai lineare, ostinatamente obliqua con personaggi inquadrati di sbieco, da angoli opposti attraverso ricamati intarsi di luce (la fotografia di Huang Lian è qualcosa che non si vedeva da anni), Stanley Kwan firma un’opera suprema priva d’imperfezioni, resuscitando l’avvicente tradizione del melò ma piegandola alla ragione di un personalissimo stile. Tra lacrima e risata, attraversando le stagioni della vita senza finirne preda l’autore manovra magnificamente la tecnica del racconto ellittico; le varie tessere narratologiche sono reciprocamente accostate da didascalie letterarie – una sorta di epitaffio ricorrente -  per muoversi su unico tessuto dall’adolescenza alla scomparsa di Qiyao, in contrapposizione con Shangai come autentico luogo con l’anima (Una città non invecchia mai). Il cinema secondo il regista è un viaggio nel tempo conosciuto solo per repentine istantanee, un’esperienza forsennata che uccide sé stessa nel finale di abbagliante splendore, giocato sull’emozionante successione (nuovamente antilineare) morte – dolore – ricordo. Lecito piangere un fiume di singhiozzi.
Kwan, scattato automaticamente il paragone con Wong Kar-Wai, prosciuga in realtà l’ultima maniera e la deriva pleonastica di questi, rimanendo sempre essenziale, facendo del suo film una continua fontana di spunti inesauribile alla prima visione. Sottovalutato dalla critica (prevedibile) ed ignorato dalla giuria (scandaloso), brilla dalla Cina il gioiello del Festival.

Voto:  8                                Emanuele Di Nicola


Voto:  7                                              Luca Pacilio

 

Brokeback Mountain
(Ang LEE)

(U.S.A.   -   134')

1963. Signal, Wyoming: due giovani , Ennis Del Mar e Jack Twist, vengono assunti come pastori dal rancher locale e mandati a pascolare le pecore sulla grande montagna di Brokeback. I due stringono presto una leale amicizia che si trasforma in qualcosa di più intimo.


All you need is Love

Innanzitutto una precisazione: il battage sostiene che è questo il primo western gay (lascerei stare LONESOME COWBOYS, opera – mi si consenta il giochino – della Factory sì, ma lontana dall’Industria) ma ci sarebbe da discutere su una tale definizione visto che BM è pellicola ambientata in epoca recente, alla fine degli anni 60 (il Devoto Oli precisa che western è il film che narra storie legate alla conquista del West americano da parte della popolazione di razza bianca nel secolo XIX). I due protagonisti non sono poi dei cowboy, come scritto da più parti, in quanto conducono pecore al pascolo, dato non trascurabile ed invero interessante: il pecoraio è infatti, dall’epoca de LA LEGGE DEL PIU’ FORTE (The Sheepman di George Marshall, 1958) vilipeso dal cowboy, è un uomo stravagante, lontano dalla rudezza virile del bovaro e bollato dunque come diverso.
Precisato questo, posto che quello omoerotico è da sempre elemento latente al succitato genere (ULTIMA NOTTE A WARLOCK è forse il film nel quale la tematica veniva trattata più esplicitamente) è innegabile che ad Hollywood sia la prima volta che il nodo viene affrontato in modo così diretto e spudoratamente sentimentale. Forse proprio nel ricorso a una convenzionalità etero per la descrizione di un amore omo è da rinvenirsi l’inedito aspetto di un film imperfetto che ha il pregio di non scadere quasi mai nel patetismo, di pattinare sulla superficie finissima del melodramma senza mai spaccarla e sprofondarci, di restare mediamente sobrio; BM è un film girato correttamente con un’attenzione particolare ai paesaggi, con abbondanza di campi lunghi, panoramiche quasi sempre efficaci e mai meramente estetizzanti (ed è  proprio nell’immersione dell’uomo nel paesaggio che va ravvisato il vero omaggio al genere e la ragione dell’etichettatura della pellicola). Non conosco il racconto da cui prende le mosse ma la scrittura di BM ha momenti anche raffinati, riuscendo in molti casi a ben equilibrare non solo il dato generale di un ambiente e di un’epoca con quello particolare della storia d’amore dei due protagonisti ma anche il contrasto tra due immaginari, quello geografico (si parla anche di geografia dell’anima) e quello sessuale, in aperto conflitto. Le incertezze, invece, riguardano innanzi tutto il cast: se la scelta di due star in ascesa può essere coerente con la strategia  di sdoganamento dell’argomento nella grossa distribuzione, restano dei dubbi sull’effettiva efficacia degli interpreti scelti: Heath Ledger ha la faccia giusta ma borbotta per l’intero film, scimmiottando l’accento locale (siamo in Wyoming) con risultati – ad orecchie anche esperte – piuttosto discutibili; Jake Gyllenhaal appare spaesato non poco, soprattutto nella seconda parte , quella in cui, da uomo cresciuto, sembra non gestire al meglio il mutamento di condizione, anche psicologica, del personaggio.
Il film, poi, se all’inizio riesce a calibrare il registro intimista, descrivendo con discreta progressione la conoscenza tra i due, la crescente confidenza, le modalità del loro approcciarsi e di gestire poi il menage clandestino, risulta molto meno equilibrato nella seconda parte, in cui si alternano lungaggini e passaggi a vuoto, e con un rischio, evitato in extremis, di una deriva gialla del tutto fuori luogo. 

Resta curioso che quello che è stato il vero leit motiv della mostra veneziana 2005 (la crisi della coppia) si palesi in questo film come privo di barricate: non solo i matrimoni falliscono (la famiglia – sia essa borghese o proletaria – è culla suprema di frustrazioni, le più varie), anche nei legami tra persone dello stesso sesso le cose non vanno meglio, la sola prospettiva dell’abitudine diventa sinistro angelo sterminatore che, sbattendo le sue ali, rende nero il pensiero del futuro.

Voto:  6                                                   Luca Pacilio


Una Storia d'Amore

Da sempre il cowboy virile, forse proprio per l'aspetto macho dall'apparenza imperturbabile, è un'icona gay. Se il cinema pornografico di genere e qualche indipendente lo ricordano sovente ai diretti interessati, mancava una conferma mainstream. Ang Lee non ha quindi inventato nulla, ma ha il pregio di avere osato ufficializzare, con il contributo di due quasi star, ciò che era solo per pochi. Note di costume a parte, "Brokeback Mountain" è anche un bel film. Ang Lee si è sempre distinto per la sensibilità della sua visione (anche nell'affrontare un super-eroe come nel poco convincente "Hulk"), proprio per l'attenzione ai personaggi e ai risvolti psicologici. Quella che mette sullo schermo è una grande storia d'amore che contiene tutti i cliché del melodramma: l'impossibilità di un futuro, la passione rubata alla grigia quotidianità, i tentativi di andare avanti nonostante tutto e la tragedia improvvisa. L'aspetto sociale resta ai margini della vicenda, incentrata perlopiù sul profondo legame affettivo che si instaura tra i due protagonisti. L'andamento è lento ma conturbante e la prima parte (la più riuscita), scandisce la nascita di un sentimento forte con i ritmi della natura. Pochi dialoghi e una selvaggia spontaneità sullo sfondo di un Wyoming immenso e spettacolare, incapace però di racchiudere un amore così fuori dalle convenzioni. La seconda parte, invece, mantiene lo stesso rigore ma ha una resa più discontinua a causa della dilatazione temporale della vicenda, anche se la ripetitività non è dovuta al languire della materia narrativa (la sceneggiatura è in crescendo e tutt'altro che piatta), ma diventa contrappunto emotivo alla progressione affettiva dei due protagonisti. Per mettere la parola fine il copione osa poco, ma anche in questo caso Ang Lee si mantiene fedele al taglio asciutto adottato e non indulge alle lacrime. Decisivo l'apporto pacato delle note country della colonna sonora e l'abbraccio luminoso della fotografia. Perfetto il cast, soprattutto nei comprimari. Con i due interpreti principali, invece, non è sempre complicità: a volte Heath Ledger e Jake Gyllenhaal sembrano fuori parte e stridenti, in altri momenti si crede totalmente in loro. Nel complesso creano comunque due personaggi sfumati e a loro modo memorabili per quella che si caratterizza soprattutto come una grande storia d'amore, atipica nei protagonisti, ma classica nei palpiti del cuore.

Voto:  7                                          Luca Baroncini


Voto:  7,5                                            Manuel Billi

 

Proof
(John MADDEN)

(Gran Bretagna/U.S.A.   -   100')


Il giorno del suo ventisettesimo compleanno, Catherine, che ha speso i suoi anni prendendosi cura del padre Robert, genio matematico ai limiti della follia, conosce Hal, ex-allievo di Robert convinto che tra i 103 diari del matematico si celino nuove importanti scoperte. Catherine comincia a chiedersi se dal padre erediterà più il genio o più la follia.


Morte di un matematico americano

John Madden e Gwyneth Paltrow tornano a collaborare. Dopo "Shakespeare in love" è la volta di "Proof", testo che i due hanno già portato con successo a teatro a Londra. Lo spunto è dei più classici, con un funerale che riunisce due sorelle caratterialmente agli antipodi. Il defunto è il padre, genio della matematica incapace di convivere con il proprio talento e vittima di una pazzia senza riscatto. "Un grande uomo privato della sua grandezza", come ricorda la figlia, che per accudirlo negli ultimi anni di vita ha rinunciato a una promettente carriera universitaria. Il film è tutto giocato sui conflitti familiari e sullo scontro tra le diverse psicologie dei personaggi: la razionalità della sorella maggiore, la vulnerabilità emotiva della protagonista, più l'affetto, all'apparenza non completamente disinteressato, di un giovane studente che spulciando tra gli appunti del matematico spera di trovare qualche formula innovativa e preziosa. La sceneggiatura, scritta con acume e furbizia, contrappone con efficacia il rigore dei calcoli matematici con il disordine e l'irrazionalità della vita, e il film si può definire un solido intrattenimento. Nonostante l'attenzione verso il percorso di ricerca personale della protagonista, lo sviluppo è corale, con un particolare riguardo all’approfondimento dei comprimari. La sorella maggiore, ad esempio, potrebbe essere facilmente liquidata come superficiale e antipatica, mentre è un personaggio non a senso unico: vuole bene alla sorella minore e cerca davvero di fare ciò che per lei ritiene giusto, ma è prevaricatrice e sulla base dei fatti sceglie ciò che ragionevolmente le sembra più adatto; non sempre, però,  la via razionale è quella che si rivela poi la migliore. Peccato per il finale all'americana, ottimista con sfumature, in cui, comunque, la parola "fallimento" deve ancora una volta tramutarsi in "successo". Ottimi gli interpreti: Gwyneth Paltrow, su cui si regge il film, mette a frutto la sensibilità interpretativa per cui è stata fin troppo celebrata; Anthony Hopkins, nelle poche sequenze in cui appare, mostra il suo carisma senza gigioneggiare; Hope Davis è misurata in un ruolo a rischio caricatura, e il sempre più in ascesa Jake Gyllenhaal conferma di essere l'icona americana del bravo ragazzo della porta accanto in fuga dall'etichetta di nerd.

Voto:  7                                                  Luca Baroncini


Il minimo dei voti

Dal discutibile John Madden PROOF si presenta come un tentativo interessante soprattutto per quello che non fa: non si perde in inutili svolazzi centrando subito il punto della questione, non ricalca le urla scomposte di un qualunque A BEAUTIFUL MIND - nonostante l’ovvia affinità - ma anzi quando innesca la comparsa spettrale lo fa al contagocce, quasi morigerato. Non si appoggia ad interpreti di grido ma trova una coppia d’attori che entra nel cuore (Hopkins-Paltrow), non si colloca sopra le righe ma infila un discorso coerente, molto parlato ed antispettacolare, che non vuole il colpo ad effetto ma solo la quadratura del cerchio (la sequenza finale). Non tutto funziona, ovvio: il ruolo di Gyllenhaal, piuttosto malscritto, è una fragile macchietta allo sbando (salvatelo: l’attore dal “faccione dolce e sofferente” assume ufficialmente una pessima piega), alcuni snodi narrativi (la conflittuale sorellanza) pigiano il tasto dello stereotipo, la dialogistica talvolta forza la mano. Malgrado questo l’opera si impernia sull’annosa concezione della follia: un’aureola di infermità gironzola costantemente sulla protagonista, collocandola nell’indefinibile terra di mezzo (sana o schizzata?) sino a seminare il dubbio in comprimari e spettatore. Se si tira la gamba al cinque che diventa sei, allora PROOF risulta promosso senza eccessivi patemi.

Voto:  6                                         Emanuele Di Nicola


Voto:  6                                                    Manuel Billi

 

The Constant Gardener
(Fernando MEIRELLES)

(Gran Bretagna/Kenya/Germania   -   128')

In una zona sperduta del Kenya settentrionale, la brillante attivista Tessa viene trovata brutalmente assassinata. Il suo accompagnatore, un medico locale, è certo si tratti di un delitto passionale. Rimasto vedovo, Justin Quayle, di norma compassato e accondiscendente, non intende lasciare il caso nelle mani della Commissione inglese. Tormentato dai rimorsi e dall’oltraggioso sospetto del tradimento della moglie, comincia le indagini per suo conto e scopre che …

Tra la denuncia e il thriller

"City of God" ha portato il brasiliano Fernando Meirelles alla ribalta internazionale, suscitando una netta e inconciliabile divisione tra sostenitori e detrattori. C'è chi lo accusa di sfruttare a fini puramente estetici la povertà del mondo e chi si lascia rapire dalla bellezza delle immagini che produce, uscendo dalla pericolosa questione sul senso morale della rappresentazione (attenendosi unicamente a questo punto, buona parte del cinema iraniano sarebbe da considerare immorale). Nel nuovo lungometraggio, tratto dall'omonimo romanzo di John le Carré, Meirelles prova a coniugare il cinema di genere (è pur sempre un thriller) con la denuncia sociale, mettendo in scena l'assenza di scrupoli delle multinazionali farmaceutiche che utilizzano le popolazioni africane come cavie per le nuove medicine in fase di studio. La storia è condotta con mano solida, dando ai personaggi il giusto spazio e alla vicenda adeguato mordente, e se l'impianto della sceneggiatura è tradizionale (l'indagine compiuta dal protagonista lo porterà a una nuova consapevolezza), la regia esce dai canoni per imprimere dinamica e personalità alla narrazione: camera a mano, utilizzo di filtri per l'accentuazione dei colori, desaturazione della pellicola, frammentazione delle sequenze a stretto confine con il videoclip, sonorità tribali ad effetto. La tecnica, non sempre originale ma efficace, non appare gratuita perché è al servizio del racconto, che resta comunque l'obiettivo primario di Meirelles, e le tante digressioni pseudo documentaristiche concorrono alla formazione di un punto di vista. Il risultato è un ibrido che rischia di scontentare sia chi vuole solo ritmo e azione, sia chi si aspetta un approfondimento della realtà locale (la vicenda è ambientata anche nelle favelas del Kenya), ma sarebbe limitativo, e ingiusto, ridurlo a mero esercizio di stile.

Voto:  7                                             Luca Baroncini


Aiuto umanitario

Solito (ma non solido) thriller a sfondo sociale sulla scia di THE MANCHURIAN CANDIDATE: stavolta l’indice è puntato sugli abusi delle case farmaceutiche, in cabina c’è un Meirelles in versione industriale dopo l’esplosione di CITY OF GOD. Non basta uno svolgimento di discreto mestiere per rendere la materia interessante: dalla prima scena (l’incontro tra Justin e Tessa) il film uccide la sottigliezza dichiarando il suo intento in una lunga filippica antiamericana. Alternando indignate parole di condanna a un’indagine di pura routine, meccanica e ripetutamente banale (il solito potere che agisce nell’ombra), disegnando con matita spuntata il carattere di Tessa il cui fascino ammaliatore si può solo intuire, il film è altamente nobile ed educativo (come direbbe certa critica) oppure, più semplicemente, didattico al limite del fastidioso. Non sarà un’adeguata scena finale, che cala l’omissione sul destino del protagonista, a risollevare le sorti di una pellicola troppo spiegazionista, dimentica del cinema per parlare d’altro, non fida del discernimento del singolo spettatore; d’altronde Meirelles impugna una cinepresa piuttosto maldestra, convinto che basti una virata cromatica per suggerire il cambio di paesaggio (dagli States al Kenya) o che girare una sequenza d’azione equivalga ad agitare freneticamente il mezzo, con l’effetto di una letale emicrania. Rachel Weisz è una grazia che mieterà parecchie vittime, Ralph Fiennes meno espressivo di un armadio a muro.

Voto:  5                                         Emanuele Di Nicola


Voto:  5                                                       Manuel Billi

 

Espelho Magico
(Manoel DE OLIVEIRA)

(Portogallo   -   137')

Luciano, appena uscito di prigione, presta servizio alla ricca Donna Alfreda: questa è ossessionata dall’idea di vedere la Vergine Maria.


Il conto in banca della Vergine

La nascita è più drammatica della morte, si afferma nell’ultimo film di Manoel De Oliveira. In virtù di questo principio dell’incertezza, che corrisponde poi all’arco dell’umana esistenza, una catena di eventi naturali presentano chiavi di lettura molteplici e stratificate: eventi ordinari, forse, possono dirsi meravigliosi oppure semplice proiezione della nostra meraviglia. Dalle origini dell’uomo (E se Caino avesse ucciso Abele soltanto per  malinconia?) ai giorni nostri, per poi recuperare il dato atavico e superstizioso, il film è una straordinaria matassa dialogica da sbrogliare con cura: servito da divini, fluviali pianisequenza che richiedono una particolare recitazione agli attori (sconcertante la tenuta iniziale di Ricardo Trepa, nel dialogo con il direttore del penitenziario), è imperniato sulla stigmatizzazione del falso idolo (quale idolo non è falso?), sulla travisazione di realtà costituite, sul soffio del dubbio insolubile salvo poi discutere addirittura sé stesso (Donna Alfreda è costantemente appellata per le sue fisime ossessive, come per sottrarle credibilità: ma improvvisamente un filamento azzurro si posa sul suo abito… pulviscolo naturale oppure un brandello della veste della Vergine?). Non è un’opera sulla religione in sé stessa ma sulla sua influenza nella condizione umana: la ricca signora (un incanto chiamato Leonor Silvera), persa nella grotta del fondamentalismo, non intrattiene alcun rapporto con il marito, applicato soltanto all’arte della musica. Due rispettive gabbie, che tendono ad esplicitare la loro condizione e si incontrano in un’unica occasione: quando la donna scivola nel coma il marito decide di accompagnarla nei luoghi amati, è convinto che non possa vedere ma la sua mente (ancora lei) registra tutto, ogni minimo dettaglio per poi proiettarlo sullo schermo dello specchio in una delle sequenze in assoluto più dolci e struggenti del maestro portoghese.
De Oliveira, prendendosi il tempo che vuole (alla sua età, con la sua carriera se lo può permettere), dimostra nuovamente un fantastico disinteresse verso ogni regola filmica consolidata: basti ricordare la lunga preparazione di una svolta narrativa, la finta apparizione della Vergine, che poi non avverrà perché gli eventi acquistano semplicemente un’altra piega. ESPELHO MAGICO è un film nudo consuetamente teatrale (di quel “teatrale” che per l’autore da anni corrisponde a “cinematografico”, una fusione completa tra i due elementi), puntualmente disadorno in costumi e scenografie per concentrarsi sul potere insostituibile della parola: dinanzi all’egotismo della nostra razza (evidente in Alfreda e Luciano, ognuno avviluppato alla propria convenienza) si insinuano squarci di delicatissima ironia (la sequenza impagabile della serva che si specchia dissertando sulla centralità dell’Io) e spiccioli di visione allo stato puro. A chi accusa il regista di perdersi in una stanza chiusa dall’interno, ignorando l’aspetto esteriore della costruzione visiva bastino alcuni quadri di sibillina delicatezza: i ralenti “miracolosi” che costellano il narrato, Luciano al tramonto in controluce (un vero confronto uomo/natura), tutta l’inarrivabile sequenza finale, che offre una veloce successione di immagini significanti concludendosi sul volto giocoso di un bambino. L’instabilità, l’oscillazione, il mistero della vita ricomincia.

Un sublime capolavoro da uno dei maggiori registi viventi.

Voto:  9                                    Emanuele Di Nicola


infelix, quod non alter et altera eras (Ovidio, I Fasti)

Di lievità e profondità straordinarie, l’ultima fatica del regista portoghese è una sorta di scherzo rococò in tre tempi ruotante attorno alla fulgida musa Leonor Silveira, ricca aspirante veggente, e ad un gruppuscolo di ambigui figuri dostoevskjiani che prima di essere personaggi sono portatori di “filosofie morali”, poi forze agenti di un racconto piano e dilatato, infine mesti cantori di un lamento funebre che accompagna, forse, il tramonto del sacro e, insieme, la riaffermazione forte dell’uomo (lo sguardo in macchina, il sorriso del bambino nella penultima inquadratura sembra fare il paio con l’“occhio eterno” che chiude il cinema di Monteiro). Tutto ambientato nella villa/mangiatoia, il film si configura, inizialmente, come una sorta di saggio polifonico attorno ai “misteri della fede”, alla colpa e alla redenzione, alla rabbia ed al perdono; gradualmente, si trasforma in un abbozzo di commedia morale dell’inganno, dai toni addirittura buñueliani; l’ultima parte, concentrandosi sul dolore rappreso e sublimato causato dalla maternità impossibile della giovane protagonista, ripropone il tema centrale della “riflessione”, della visione, della veggenza, collegando l’ossessione dell’apparizione ultraterrena all’occhio cinematografico e alla sua capacità di conferire materia a sogni incorporei: il vedere vedersi, il ri-conoscersi, il cogliersi parte del tutto e sentirsi piccola cosa in rapporto al tutto, pare suggerire il regista, è il miracolo più grande, che il cinema/specchio magico soltanto può realizzare. Nello specchio/cinema, la sofferente protagonista ri-vede il passato (il vedere è un ri-percorrersi) e ritrova, prima della morte, se stessa, scoprendo di aver ricercato vanamente nel soprannaturale un senso che aveva racchiuso nel profondo e che chiedeva soltanto di essere “liberato” nella visione.

Voto:  9                                          Manuel Billi

 

Chin-jeol-han Geum-ja-ssi (Sympathy for Lady Vengeance) 
(PARK Chan-Wook)

(Corea   -   112')

Geum-ja (Lee Young-ae), talmente bella da non poter fare a meno di attirare l’attenzione di tutti gli uomini, è accusata di aver ucciso un ragazzo di vent’anni. Dipinta dai media come un mostro, viene arrestata e imprigionata. In prigione per 13 lunghi anni, mantiene una condotta esemplare, tanto da guadagnarsi il soprannome “Sweet”. Dentro di sé ha però pianificato una vendetta atroce, tessendo una rete di amicizie e alleanze. Una volta fuori di prigione, Geum-ja darà la caccia al suo vecchio insegnante, che forse ha a che fare con il suo arresto…

L’ultima volta che mi sono vendicato

Che il regista sia geniale dietro la macchina da presa, lo avevamo ampiamente appurato in OLD BOY senza bisogno di conferma; la sua abilità figurativa, già indiscutibile, è qui ribadita in una costruzione accuratamente perversa (splendidi i titoli di testa, che scorrono per metafora su una mano insanguinata) che ogni medio regista sognerebbe soltanto. A latitare, stavolta, è l’ispirazione: una signorina bella e spietata chiude il conto con la vendetta applicandola al femminile ma il globale è già stato espresso, il costrutto sfiora la maniera, il colpo di genio talvolta cade nel nulla. Un’opera dunque irrisolta ed altalenante, sostanzialmente non comunicativa, che pesca i suoi momenti migliori (questi sì davvero memorabili) nella descrizione del singolo quadretto (il carcere femminile), nel paradosso di luoghi e situazioni (la carneficina del parentado) e nell’ardito accostamento cromatico (il finale innevato). La scrittura, vero tallone d’achille anche nelle precedenti uscite di Park Chan-Wook, qui non supera mai il livello di guardia incollando sterilmente uno sfondo etico, facile e manicheista, alla vicenda narrata; allo stesso modo il coreano conferma e sottoscrive un talento fuori dalle righe, a tratti maledettamente divertente, che necessiterebbe di ben altro calamaio per esaltarsi davvero.

Voto:  6                                 Emanuele Di Nicola


Triangolo spuntato

Parte conclusiva della "trilogia della vendetta" di Park Chan-wook, "Lady Vendetta" vira al femminile ciò che "Old Boy" aveva declinato al maschile. Il punto di partenza è simile: un'ingiustizia che priva la protagonista di anni di vita, la ricostruzione degli eventi e la terribile resa dei conti. La prima parte ricalca "Old Boy" soprattutto nella costruzione del racconto, con la scansione degli eventi che procede per associazione di idee, prima spiazzando (lo spettatore non ha modo di capire chi sono i personaggi e quello che stanno facendo), poi chiarendo e infine affascinando per l'ardire della narrazione. L'andamento, tutt'altro che lineare, regala le medesime sensazioni di piacevole stordimento, grazie soprattutto al talento visivo del regista coreano, ancora una volta capace di creare sequenze folgoranti per composizione dell'inquadratura e impaginazione. Una volta messa in chiaro la motivazione della protagonista (la brava Lee Young-ae), però, non resta spazio che per l'esecuzione della vendetta (debitrice di "Assassinio sull'Orient Express" di Agatha Christie). L'ironia si assottiglia, le invenzioni visive si placano, le tentazioni gore restano tali e il greve, con tanto di esplicitazione di un senso del peccato, prende il sopravvento. Il cambio di registro non toglie nulla all'abilità registica di Park Chan-wook, ma toglie mordente alla sua visione. Se "Old Boy" giocava con gli archetipi della tragedia classica costruendo un racconto forte e coinvolgente, con "Lady Vendetta" il regolamento di conti si fa meno stratificato, pone meno interrogativi e, di conseguenza, offre meno spunti di interesse. 
Da applauso i titoli di testa.

Voto:  6,5                                  Luca Baroncini


Voto:  8                                            Manuel Billi


Voto:  7                                            Luca Pacilio

 

Romance & Cigarettes 
(John TURTURRO)

(U.S.A.   -   115')

Nick, operaio, costruisce e ripara ponti. È sposato con Kitty Kane, sarta, donna forte e gentile che gli ha dato tre figlie. Il buon Nick, schiavo delle sue passioni, ha preso una sbandata per la giovane Tula.

La leggerezza di un elefante in caduta libera dal nono piano

Chi non ha mai sognato di uscire da una situazione pesante, di quelle che la vita ogni tanto impone, con la leggerezza di un passo di danza? Di colpo la realtà sfuma, la musica invade la scena e non si può fare altro che cedere alle note che gravitano nell'aria. 
È quello che deve aver pensato John Turturro per la sua terza regia. Peccato che il suo "Romance & Cigarettes" sia davvero un brutto film. Cerca la comicità ma si affida al turpiloquio e a doppi sensi che fanno rimpiangere i cine-panettoni di Boldi e De Sica. Il massimo della citazione è "Gola profonda", con l'aereo in volo nel momento dell'orgasmo. Ma tutto il film è un susseguirsi di gag che, oltre a non far ridere, trovano ispirazione in una volgarità mai davvero liberatoria. Il punto di partenza è l'ironia, ma si arriva sempre al pecoreccio. Poco male se almeno ci si divertisse, invece i tempi comici non funzionano, le battute cadono nel vuoto e lo squallore invade la scena. Quanto al musical, canzoni famose irrompono sì nella realtà filmica, ma la rendono un kitchissimo baraccone tutto lustrini e coreografie da sabato sera televisivo. Nemmeno i personaggi riescono a supportare il pretenzioso pasticcio, con una banale lei tradita che brama vendetta e vuole farla pagare all'amante. Stupisce poi che tanta "coraggiosa" verve nei dialoghi sporcaccioni si risolva in un moralismo bacchettone che vede il nido familiare ricostituito e l'amante ninfomane buttata a mare senza tanti ripensamenti. Ancora più stridente il finale mortifero. Il cast è l'unica forza del film: James Gandolfini è una presenza forte dalla simpatia contagiosa; Susan Sarandon ha sempre classe e carisma nonostante le forzature del copione; Christopher Walken ha un breve ruolo, scritto malissimo, ma a lui basta esserci per attirare gli sguardi e Kate Winslet continua a mettercela tutta per scrollarsi di dosso l'immagine di eroina romantica a cui deve il successo e pare, ormai, avercela fatta.
Una sequenza per tutte ad esempio della povertà di idee: le roboanti flatulenze del protagonista dopo aver mangiato due chili di liquirizie. 

Da morire dal ridere! E che leggerezza!

Voto:  3                                            Luca Baroncini


Voto:  7                                                Manuel Billi

 

Persona non grata 
(Krzysztof ZANUSSI)

(Polonia/Russia/Italia   -   110')


Wiktor, un diplomatico polacco, è addolorato per la morte dell’amata consorte. Da vedovo l’uomo non è più lo stesso: non riesce più a farsi carico degli impegni internazionali, non si fida degli amici ed è convinto che sua moglie lo abbia tradito.

PERSONA NON GRATA è un film che segna il ritorno al cinema e a Venezia di Zanussi ma non sembra dettato da una particolare urgenza, non aggiungendo o togliendo niente alla filmografia del regista: nella crisi di quest’uomo di potere (l’ambasciatore polacco in Uruguay), diviso tra i sospetti sulla moglie defunta (il possibile tradimento con un vecchio amico del diplomatico, Oleg) e quelli sui suoi diretti collaboratori (entrambe si dimostreranno delle paranoie), e le speranze vanificate dal nuovo corso politico della Polonia postcomunista, il regista innesta il discorso sull’ipocrisia delle istituzioni e una lettura sul presente di una nazione, figlio degli ideali delusi del passato.
Visivamente piatto, interessante soprattutto per il cast (che allinea accanto al protagonista Zapasiewic, due cineasti come Stuhr e Mikhalcov), straparlato come da tradizione, PERSONA NON GRATA è un film vecchio stampo, macchinoso e velleitario, per il quale, dunque, una vecchia definizione (“mattone”) casca a fagiolo.

Voto:  5                                                Luca Pacilio


L’Amore sapore del Potere

Il protagonista del film di Krzysztof Zanussi è un uomo politico, l'ambasciatore polacco in Uruguay, in crisi profonda dopo la morte della moglie, che si ritrova a fare i conti con una crescente delusione nei confronti di ciò che lo circonda. Sospetta dell'amico Oleg, vice ministro degli Affari Esteri russo; sospetta l'impiegato polacco Waldemar con la moglie russa Oksana; sospetta pure della segretaria e anche la fedeltà della moglie defunta gli pone non pochi dubbi. Il mondo messo in scena dal regista polacco è privo di ideali, corrotto, ipocrita, fondato esclusivamente sul denaro e il protagonista rappresenta un appiglio alla correttezza. Tutto già visto e già sentito, anche con tempi e impaginazione meno televisiva, ma portato avanti con un'onestà di intenti che si fa voce fuori dal coro non sempre banale. Alcuni quadretti hanno l'evidenza della didascalia (l'elemosina alcolica al barbone, il salvataggio della prostituta ucraina) e ci si domanda come il protagonista sia riuscito a barcamenarsi e a mantenersi puro in un universo così avido e cinico, ma altri trasmettono un dolore sincero e comunicativo, come il bel confronto tra Victor e Oleg, la cui forza è dovuta anche, ma non solo, al forte carisma dei due attori (il regista Nikita Mikhalkov, una vera scoperta, e il bravissimo protagonista Zbigniew Zapasiewicz). Ma tutto il cast è centrato e sono soprattutto le sequenze dialogate a funzionare, in cui il confronto tra i personaggi ha modo di evidenziare caratteri ben scritti e approfonditi a dovere. Meno efficaci gli intrighi del potere, ma non sono il fulcro della visione profondamente pessimista, a tratti mortifera, comunque intima del regista.

Voto:  6                                             Luca Baroncini


Voto:  4,5                                               Manuel Billi

 

 

 

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