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Buongiorno, Notte
(Marco Bellocchio) Int.: Maya
Sansa, Luigi Lo Cascio, Pier Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno,
Paolo Briguglia, Roberto Herlitzka
(Italia
- 105' - Dramm.) |
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Chiara,
giovane terrorista, è coinvolta nel rapimento di Moro. Attraverso il
suo sguardo vengono rivissuti i giorni più tragici degli anni di piombo
in Italia.
Moro
"Revisited"
Bellocchio reimmagina il caso Moro:
rinvenuta una chiave, il misurato dividersi tra un approccio realistico
- alla base del film il libro Il Prigioniero della brigatista
Braghetti - e uno più libero e fantasioso(\fantasmatico), il regista si
addentra nella vicenda percorrendola a modo suo, reinterpretandola,
arricchendo il dato cronachistico di inventivi chiaroscuri. Poco
politico e più psicologico, moderatamente storico e molto immaginoso,
il film è un gesto creativo infedele che Bellocchio compie nei
confronti di una tragedia sfogliata in questi anni fino
all'estenuazione. Nelle sue mani la vicenda diventa oggetto ingiudicato
e ingiudicabile che il cineasta pone in una dimensione alternativa
impossibile, nell'intento di contraddirre la nota fatalità storica del
rapimento e dell'esecuzione dello statista, di rifiutare utopisticamente
di subirla. In questa coraggiosa scelta di una visione personale, quasi
romantica e a tratti irreale, l'autore riesce a riproblematizzare
l'esausta questione rioberandola di domande, molto più di quanto una
qualsiasi, asettica ricostruzione storica riuscirebbe a fare. Bellocchio,
partendo dalla cronaca (il film gli è stato commissionato dalla RAI)
anziché ossequiarla, la piega alla sua poetica, ne fa "suo"
cinema, imponendole il suo stile e il suo gusto per certe, cariche
atmosfere (e in realtà se una cosa può essergli rimproverata è di non
aver completamente affondato il colpo, di non aver optato radicalmente,
come ha scritto giustamente Sesti, per "una scelta
pericolosa"); costruisce a dovere un personaggio che resta - quello
della terrorista Chiara, scissa tra l'ideale della rivoluzione armata e
l'istinto umano e pietistico -; concentra claustrofobicamente gran parte
del dramma tra le mura dell'appartamento dei terroristi, restituendone i
momenti quotidiani (i pasti, il sonno, le parole) e disegnando il
ritratto di un'inquietante famiglia clandestina; spia il rapito, lo
svela pian piano, facendo di quel buco praticato sulla porta della sua
prigione, l'occhio privilegiato non solo della protagonista ma anche di
uno spettatore che più di una volta resterà attonito (le scene
oniriche in cui Moro passeggia per la casa e in cui, a detta dello
stesso cineasta, si manifesta il fantasma di suo padre, cui il film è
peraltro dedicato); si concede un sipario metafisico (l'ironico
quadretto della seduta spiritica in cui lo spirito Bernardo - Bertolucci,
ha ammesso il regista - sbeffeggia gli astanti); dissemina il film di
segni traditori e contraddittori (i terroristi che si fanno il segno
della croce). E nel finale, quando le evocatrici note
di Shine on you crazy diamond e The Great Gig in the Sky dei
Pink Floyd (Wish you were here è del 1975, The Dark Side of
the Moon del 1973) raggiungono l'acme, la sequenza di Moro libero
per le strade seguita da quella in cui si approssima la sua esecuzione
sanciscono icasticamente la commistione che ha nutrito l'intero film, ne
sintetizzano mirabilmente gli assunti, espongono con semplicità
ammirevole la scomoda convivenza delle due anime dell'opera.
Voto: 7
Luca Pacilio
Lo Sguardo Altrove
Sembra impossibile poter aggiungere ancora qualche cosa
sugli "Anni di Piombo" senza cadere nel gia' visto, detto o
sentito e, soprattutto, non dimenticando il cinema. Eppure Marco
Bellocchio riesce nel miracolo e costruisce un racconto cinematografico
intriso di bellezza e novita'. Non sceglie la strada del film inchiesta,
ma mette in scena la banalita' del crimine attraverso il rapporto tra Aldo
Moro e i suoi rapitori. Un confronto di cui viene evidenziata
principalmente la quotidianita', il succedersi di giorni in apparenza
uguali ad altri e invece determinanti per la futura storia d'Italia. Il
punto di vista adottato e' quello della giovane brigatista Chiara,
combattente rivoluzionaria in nome di un'utopia che viene gradualmente
smascherata fino a perdere spessore e credibilita'. Nei suoi occhi
troviamo smarrimento, paura, determinazione ed e' in quelli che ci
specchiamo per cercare di capire. A Bellocchio non interessa la verita'
degli accadimenti, la precisa ricostruzione dei fatti, ma
un'interpretazione personale senza tesi ideologiche da esporre, con
bastonate sia per chi il potere ce l'ha, sia per chi quel potere cerca di
distruggerlo. Un approccio piu' vicino alla psicanalasi (sempre cara al
regista) che al documento storico, piu' vicino al sogno che alla realta',
piu' vicino all'uomo che al politico e per questo anche piu' diretto. In
tutto cio' il cinema viene utilizzato con competenza e sensibilita',
grazie a un montaggio fluido, a una sceneggiatura che rischia piu' volte
di impaludarsi nel didascalico ma che riesce sempre ad evitarlo, a una
fotografia di grande intensita' e a un commento sonoro perfetto per
amplificare la resa emotiva delle immagini. Difficile non caracollare
quando le lettere di Moro vengono affiancate a quelle dei condannati a
morte della Resistenza, tra le note struggenti e potenti dei Pink Floyd
con "The great gig in the sky". Molto espressiva, nei suoi
silenzi, la giovane protagonista Maya Sansa e davvero in parte Roberto
Herlitzka, nel non facile ruolo di Moro.
E' vero, il film aveva tutte le carte in regola per vincere il Leone d'Oro
al Festival di Venezia, ma e' comprensibile il distacco di una giuria
internazionale nei confronti di una pagina cosi' prettamente italiana, con
nomi e luoghi difficilmente riconoscibili da chi quegli anni non li ha
vissuti in prima persona, seppur da spettatore. In ogni caso, inutili le
polemiche da Sagra del Cotechino di chi pretendeva ad ogni costo un
riconoscimento. Grazie al cielo la giuria, presieduta da Mario Monicelli,
ha deciso in autonomia, fuori dai condizionamenti di media, produttori e
distributori, anche se probabilmente tante chiacchiere aiuteranno il
successo commerciale del film. Ed e' comunque un bene!
Voto: 8
Luca Baroncini
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Segreti di Stato
(Paolo Benvenuti)
Int.: Antonio
Catania, David Coco, Sergio Graziani, Aldo Puglisi, Francesco Guzzo
(Italia - 85'
- Dramm.) |
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Ricostruzione
minuziosa e non ufficiale della strage di Portella della Ginestra (primo
maggio 1947) ove perirono undici contadini comunisti. La magistratura
attribuì la responsabilità alla banda di Salvatore Giuliano ma forse
le cose andarono diversamente.
Quando
la Realtà supera il Cinema
Sempre piu' spesso il cinema assume
la funzione di vendicatore mascherato, mettendo in luce cio' che la
realta' ha volutamente occultato e smentito. Si tratta sempre di
supposizioni, congetture, spesso strumentalizzate a fini politici
dall'una o dall'altra parte. E' successo, per rimanere a Venezia e al
Festival, con "I cento passi" di Marco Tullio Giordana e la
storia vera di Peppino Impastato, che ha rischiato di far ripartire le
indagini, e l'anno scorso con "Magdalene" di Peter Mullan, che
ha aperto gli occhi sulla realta' oscura degli omonimi conventi
irlandesi. Nel cinema indagatore rientra anche l'interessante
"Segreti di Stato", che getta una luce sinistra sulla strage
di Portella della Ginestra del Primo Maggio 1947, ufficialmente opera
del bandito Salvatore Giuliano. La materia e' appassionante perche'
mette in dubbio tutto il sistema politico dell'epoca con rigurgiti anche
attuali, ma il film non sempre convince. La luce flirta con gli spazi e
i personaggi (molto bella la fotografia di Giovanni Battista Marras) ma
l'indagine resta incerta tra il documentario e il teatro filmato
perdendo di vista il cinema. La sceneggiatura affronta con didascalica
chiarezza le ramificate difficolta' espositive dello spinoso tema
trattato e consente una fruizione lineare, ma i botta e risposta tra i
personaggi sanno troppo di lezioncina da impartire allo spettatore, con
domande tutt'altro che spontanee fatte appositamente per fornire
adeguata spiegazione al pubblico. Non aiuta, al riguardo,
l'interpretazione degli attori, con uno spaesato Antonio Catania che
inanella gesti di maniera ed espressioni attonite e il piglio teatrale
degli altri. L'unico che mantiene un minimo di visceralita' e' il
Gaspare Pisciotta di David Coco, che affianca, alla chiarezza di gesti e
parole, il necessario trasporto emotivo richiesto dal personaggio.
Comunque importante per le discussioni che riuscira' ad animare, il film
di Paolo Benvenuti avrebbe forse trovato nel documentario una forma piu'
adatta al taglio investigativo utilizzato. Dopo un po', infatti, gli
stupori di Catania e le immediate deduzioni degli altri diventano un
surplus che aggiunge poco e, anzi, rischia di allontanare.
Voto: 6
Luca Baroncini
Voto: 6,5
Luca Pacilio
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Le Cerf-Volant
(Randa CHAHAL SABBAG)
Int.: Flavia Bechara,
Maher Bsaibes, Ziad Rahabani
(Francia/Libano -
80' - Dramm.) |
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Lamia, sedici
anni, promessa in sposa al cugino, il giorno del matrimonio attraversa
le barriere di filo spinato che separano il suo villaggio libanese da
quello dello sposo, annesso da Israele. Ma la ragazza, costretta ad
abbandonare tutto per raggiungere la famiglia del suo consorte, non
accetta la sua nuova condizione e torna indietro.
Bombardiamo queste genti per evitare a un popolo
innocente un bagno di sangue e un regime totalitario.
Robert S. Mc Manara
Segretario della difesa USA 1961 - 1968
Siamo alle solite: basta dire cose condivisibili, basta a un autore
recriminare su una situazione insostenibile per portarci a parlare bene
del suo film? L'AQUILONE, molto gradito dal pubblico e vincitore di un
esageratissimo Leone d'argento, se da un lato, a una base drammatica,
antepone i toni ironici (i facili siparietti in cui le famiglie dei due
sposi comunicano, da un capo all'altro della barriera che li separa,
mediante megafoni, contrattando la sorte dei giovani promessi)
dall'altro mischia denuncia annacquata e lirismo d'accatto, affidando
una poeticità da riporto a metafore ingenue (quando va bene) o
scontatissime (il più delle volte). La ragazza non accetta lo sposo
impostogli, abbandona Israele, torna nella comunità libanese d'origine
dove sarà additata per la scelta compiuta: lei che, all'inizio, non ha
avuto paura, sfidando mine e fucili puntati, di disincagliare un
aquilone, che come la sua anima imprigionata, si era impigliato
nell'insensato filo spinato che separa due terre; lei che coltiva un
amore tutto di sguardi con uno dei soldati posti a guardia di un confine
che scotta. Si potrebbe discutere dei temi che la regista mette sul
tavolo ma sarebbe ingannevole, tanto varrebbe ammettere subito che di
bel cinema, con questo LE CERF-VOLANT, non se ne parla proprio: la
favoletta non ha nessuna impennata, il coinvolgimento è zero, la
scrittura mediocre, le dinamiche straviste: il film scivola via,
retorico e piatto, senza lasciare traccia alcuna.
Voto: 4,5
Luca
Pacilio
Oltre il Confine
Può succedere di addormentarsi
in Libano e svegliarsi in Israele, o viceversa. Sembra incredibile, ma
è quanto accade nel film "Le cerf-volant", in cui il confine
tra i due stati potrebbe variare anche ogni giorno a seconda degli esiti
di un lungo ed estenuante conflitto che porta quotidianamente conquiste
o perdite di territorio. Il variabile limite geografico è lo sfondo di
una classica storia di matrimoni combinati: lei, giovane e innocente;
lui, giovane e innocente; non si amano, ma per convenienza reciproca
dovrebbero farlo. La tesi è dietro l'angolo, alcuni dialoghi e scelte
di sceneggiatura scadono nel didascalico, ma il film ha una grazia
d'insieme che va oltre la facile lezione pacifista. L'assurdità
descritta si insinua sottopelle, attraverso la rappresentazione di
villaggi suddivisi da un confine imposto dall'alto che costringe gli
abitanti, a volte appartenenti a uno stesso nucleo familiare, a vivere
separati da un provvisorio ma invalicabile filo spinato e a comunicare
tramite megafono. La regia della libanese Randa Chahal Sabbag sfrutta
con abilità il folclore locale senza cadere nel folcloristico e filma
con astuta leggerezza l'assenza di ragione a cui i personaggi sono
costretti a soccombere, applicando un taglio favolistico venato di
poesia. Bellissima la giovane protagonista Flavia Bechara cui, solo a
tratti, la regista riesce a rubare sguardi di giovanile e spontanea
esuberanza. Nonostante le facili metafore (l'equazione
"aquilone" = "libertà"
è delle più sfruttate) il film arriva dritto al cuore. Bello il
tramonto velocizzato che, con democratico silenzio e ineluttabilità, fa
calare il buio sul Libano, su Israele e sul temporaneo filo spinato che
li separa.
Il
Gran premio della Giuria attribuito al Festival di Venezia pare, però,
più un riconoscimento all'importante messaggio veicolato che al
valore cinematografico dell'opera.
Voto: 6,5
Luca Baroncini
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Raja
(Jacques Doillon)
Int.: Pascal
Greggory, Najat Bessalem
(Francia - 112'
- Sentiment.) |
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Marocco: la giovane Raja, che vive in miseria col
fidanzato, viene assunta come inserviente dal ricco francese Frédéric
che si innamora di lei...
Film di chiaro impegno sociale-civile, Raja
riesce almeno in parte ad aggirare gli schematismi e le fisiologiche
semplificazioni del “genere”. Se è vero, infatti, che non mancano
parti didascaliche nelle quali l’incontro-scontro Occidente/Mondo
Arabo si fa prevedibile e risaputo, è altrettanto vero che sono più
spesso le umanissime e complesse psicologie dei personaggi a prendere il
sopravvento; ne risulta un film a tratti quasi sorprendente, che sa dare
adeguata forma al dolore e ai tormenti dei suoi protagonisti, più
profondo e problematico di quello che inizialmente lascia intuire e
foriero di niente affatto banali spunti di riflessione. Tra questi, la
triste e scomoda constatazione, derivata proprio dall’estensione
“generale” dei “particolari” comportamenti umani, che nei
confronti tra culture diverse e nei rapporti tra ricchi-poveri e
colonizzatori-colonizzati le cause delle incomprensioni, attriti e
incompatibilità vanno ricercate nell’errato atteggiamento di entrambe
le parti, senza necessariamente addossare le colpe al “più forte” o
all’”invasore”. La regia di Doillon è fin troppo asciutta ed
invisibile, totalmente al servizio della storia ma spesso quasi
paratelevisiva, mentre gli attori, complessivamente efficaci, peccano
ora di “soprarighismo” (il personaggio di Frédéric risulta a volte
un pochino forzato), ora di scarsa espressività (la protagonista Raja
non è forse caratterizzata con un’adeguata gamma di emozioni e stati
d’animo, tanto che a volte sfocia nel monocorde).
Voto:
6½
Gianluca Pelleschi
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Twentynine Palms
(Bruno Dumont)
Int.: David Wissak,
Katia Golubeva
(Fra/Ger - 109'
- Dramm.) |
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Un fotografo
effettua sopralluoghi nel deserto Joshua Tree in California. La sua
donna lo segue.
Credo che il film sia molto semplice: sono in due e si
amano. Io metto la macchina da presa e sondo il tutto. Punto e basta.
Bruno Dumont in conferenza
stampa
E' un film di brutale linearità TWENTYNINE PALMS: contro la ricerca
sconsiderata di significati, l'analisi esasperata che vuole scavare,
sviscerare, rivoltare l'immagine, Dumont, nella consapevolezza
dell'impossibilità di riprendere la profondità, preferisce essere
diretto, semplice, di una immediatezza talmente spudorata da essere
fraintesa. Spiazza un film che offre tutto in superficie, spiazza la
coscienza di un regista che sa che la profondità è dietro l'evidenza,
che si sottrae alla visione, che si percepisce (con lo stomaco e non col
cervello) agitarsi sotto lo strato dell'ovvio (mai sottovalutare
l'ovvio). TWENTYNINE PALMS dimostra quanto poco il regista sia
interessato a giudizi e ad analisi, a denunce e indagini (sociologiche,
politiche, psicologiche): il protagonista è e rimane lo sguardo e
Dumont decide di scommettere sullo spettatore azzerando la narrazione,
concentrando l'attenzione sul film stesso. Cinema puro, dunque, quello
che manda in corto circuito l'amena dietrologia di tanta critica:
vediamo una coppia attraversare il deserto, un rapporto difficoltoso
(parlano lingue diverse, spesso non si capiscono, hanno difficoltà a
comunicare), a tratti istintivo e felicemente animalesco, a tratti più
contrastato, ruvido, spigoloso. Lui e lei spesso non parlano della
stessa cosa, fraintendono, ma sanno di vivere la stessa situazione, i
sensi che non raggiungono con le parole li raggiungono col corpo.
Intorno a loro una natura selvaggia immersi nella quale fanno l'amore,
dormono, si parlano, si fermano, guardano, riprendono il viaggio.
Litigano spesso, scopano spesso. Ma qualcosa di orribile sta per
accadere, nel susseguirsi degli eventi banali di questa coppia in
viaggio si intuisce una tensione, una sospesa minaccia che porterà due
puntini nel deserto dalla beatitudine più totale all'atrocità più
raccapricciante: non abbiamo il permesso di svelare il finale ma il
film, con una virata violentissima, all'improvviso assume le tinte
dell'horror, spacca l'occhio dello spettatore, lo spiazza ancora una
volta.
Lunghe, suggestive sequenze (uno dei riferimenti chiave è Antonioni e
ZABRISKIE POINT anche se il regista nega di averlo visto - Scusate,
ho delle lacune - non si sa se per onore del vero o per vero vezzo)
che richiamano volutamente l'immaginario di tanto cinema americano,
pochi dialoghi, di didascalismo neanche a parlarne ché l'amore e
l'odio, il dolore e l'orgasmo, l'incomprensione e l'armonia sono
leggibili all'istante, senza sottolineature, senza trucchetti e
furbizie, basta avere le palle di rinunciare a questi mezzucci e le
immagini diventano quello che devono essere: tutto. Il porco coraggio di
spogliare la cinepresa e girare...
Cinema nudo, senza maschere.
Cinema
naturale, cinema candido. Virgineo.
Cinema intransigente di lacerante, violenta bellezza.
Cinema di cui si sente maledettamente bisogno.
Voto: 8,5
Luca Pacilio
Inutilmente Brutto
Afferma il
regista Bruno Dumont, in un'intervista riportata nel press-book di
presentazione del film: "Avevo notato da parecchio tempo,
soprattutto in fase di montaggio, che anche senza niente si fa sempre
qualcosa, che le inquadrature non hanno necessariamente bisogno di
sostenere un racconto. Neutralizzare il racconto è diventato quindi un
principio, a tutti i livelli del film. Non volevo appoggiarmi sul suono
o la fotografia perché, per me, l'essenziale nel cinema, è la sintesi,
il film stesso".
Può
sembrare facile distruggere un film difficile, che sperimenta il
linguaggio cinematografico per cercare altro rispetto all'omologazione
imperante, ma le apprezzabili intenzioni si concretizzano in un film
brutto e furbo (lo scandalo è tutt'altro che casuale). Per restare alle
dichiarazioni del press-book, la sintesi che ne deriva è noia allo
stato puro. Niente, infatti, dell'on-the-road abbozzato dal regista
riesce a colpire, a interessare, a giustificare la visione:
- nè l'artificiale spersonalizzazione dei personaggi, con un uomo e una
donna forzatamente vaghi che parlano di niente e non vanno da nessuna
parte, salvo cambiare repentinamente umore, con lacrime e risate
immotivate;
- nè l'aspetto visivo, con gli unici spunti dovuti alla naturale
bellezza dei paesaggi e un accostamento di nudità e roccia che fa tanto
"Zabriskie Point" dei poveri; brutto, anche se ovviamente
ricercato, il traballamento della macchina da presa sull'auto in
movimento e brutte pure tutte le sequenze di sesso che, tra l'altro,
suonano totalmente fasulle (aspetto che stride con l'insistita
esibizione genitale);
- nè l'aspetto provocatorio, con una grevità di maniera che sfocia
nella mattanza in modo assolutamente gratuito; al riguardo sarebbe
curioso capire, visto che due persone che compaiono sullo schermo sono
comunque interessanti anche se non fanno nulla (affermazione anche
condivisibile) per quale motivo il poco che fanno deve per forza
prevedere l'invincibile accoppiata sesso & violenza.
Non è tradire le premesse sperimentali?
Non è che la patina intelettualoide maschera malamente un vuoto di
idee?
Non è che l'esperimento senza il corredo di scandalo non remunera a
sufficienza?
Ai
posteri l'ardua sentenza.
Voto:
3
Luca Baroncini
Voto:
5
Gianluca Pelleschi
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Alila
(Amos Gitai)
Int.: Yaël
Abecassis, Uri Klauzner, Hanna Laslo, Ronit Elkabetz, Amos Lavie, Lupo
Berkowitch
(Israele - 120'
- Dramm.) |
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La vita di
tutti i giorni degli inquilini di un condominio situato sul confine tra
Tel-Aviv e Jaffa.
Tel-Aviv
oggi
Siamo in una fase del conflitto in cui le due
parti dominano tutto il panorama dell'informazione: il conflitto israelo
- palestinese consuma i due terzi dell'informazione internazionale: non
si permette che si parli dell'Africa, poche notizie anche dall'Asia...
Sempre israeliani e palestinesi: ci stiamo intossicando. Si sente una
specie di tristezza distante se una sera si parla di qualcosa di
diverso. Anche se ci combattiamo abbiamo creato questa lobby, questa
coalizione molto forte che prevale nel paesaggio di tutti i notiziari
serali. Ho detto molte volte che ciò non è sorprendente perché ci
troviamo di fronte a una forte soap opera dei media nella quale ci sono
i cattivi e i buoni che cambiano di posto ogni sera. E si scambiano le
posizioni. E possono continuare a riempire gli schermi mentre
nell'intermezzo di questo feuilleton continuano a vendersi le lavatrici.
Amos Gitai in conferenza stampa a Venezia 60
Amos Gitai con ALILA decide di opporsi alla crescente mitizzazione del
conflitto mediorientale, lasciandolo volutamente sullo sfondo, e di
guardare al vivere quotidiano, a fatti importanti e fatui di un gruppo
di persone: lo fa con un'ironia che non ci saremmo aspettati (in
conferenza stampa cita addirittura Lubitch) e, in una sorta di Short
cuts israeliano, raccoglie frammenti di vita a Tel-Aviv, componendo
il suo mosaico minimalista nel tentativo di fornire una disincantata
rappresentazione della modernità, mettere in scena un balletto
esistenziale molto lontano dai canoni occidentali, impregnato sì di
tragedie ma da queste mai sopraffatto. Siamo in un condominio abitato da
personaggi dai caratteri inconciliabili che intrecciano i loro rapporti
in modo diverso e in cui sembra abolirsi qualsiasi intimità (Avevo
voglia di insistere su una sensazione di promiscuità quasi
"incestuosa"), in cui tutti sanno tutto di tutti, e che
costituisce una sorta di cellula metaforica di una realtà più estesa,
quella di una città e di una nazione nelle quali le storie di ciascuno
sembrano invadere quelle degli altri, mentre le radio vomitano notizie
di nuovi massacri. La scelta di Gitai di un film sorridente non abolisce
comunque il dato da sempre presente nella sua filmografia: la convivenza
di un discorso sulla contemporaneità mischiato a quello sulla memoria,
elementi che si concentrano in questo microcosmo sul quale carrella con
scioltezza la macchina da presa di Renato Berta (il film si compone di
lunghi piani sequenza che consentono di guardare con grande omogeneità
all'interno di una realtà che, al contrario, si presenta disomogenea e
profondamente frammentata). Accanto alle storie di Gabi (travestita -
letteralmente: il disvelamento finale lo conferma - da femme fatale)
e del suo amante Hazi, della vicina poliziotta (un concentrato di
eccessi in odore di Almodovar), di Mali e Ezra alle prese con il figlio
disertore, Gitai si sofferma anche su realtà di cui, nell'Israele in
conflitto, non si parla mai (i lavoratori stranieri abusivi costretti al
rimpatrio) nello scoperto sforzo di allargare lo sguardo a una
situazione generale, uno sguardo che dunque non si risolva nell'occhiata
unilaterale sulle bombe e sulla guerra ma che vada a scovare
sfaccettature, contraddizioni, sofferenze e gioie di un popolo.
Tratto dal romanzo Returning lost love di Yehoshua Kenaz, ALILA
è un film che ci presenta un Gitai diverso e smaliziato che dietro la
scelta di un film semplice e senza aggressività mostra la volontà di
valorizzare la normalità ormai dimenticata di una terra, facendo
confluire solo nel magnifico finale le piccole storie private e le
grandi vicende pubbliche.
I titoli iniziali sono recitati dallo stesso Gitai al quale ci associamo
nell'augurare al pubblico che deciderà di vedere il suo bel film la
buona visione.
Voto:
6,5
Luca Pacilio
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21 Grams
(Alejandro Gonzales Iñarritu)
Int.: Sean Penn,
Benicio Del Toro, Naomi Watts, Charlotte Gainsbourg, Melissa Leo
(U.S.A. - 120'
- Dramm.) |
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Paul, Jack e
Christine non si conoscono ma un incidente ne segna il destino e fa
incrociare le loro esistenze.
Avanti e
indietro nel tempo, la frammentazione dei fatti per non dare allo
spettatore tutte le coordinate per orizzontarsi subito in un dramma che
dice che la vita, puntando dritto alla morte, incrocia il dolore; dopo
l'esalazione dell'ultimo respiro l'uomo perde 21 grammi: il peso
dell'anima? Inàrritu usa immagini sgranate, handycam, un montaggio
studiatissimo e un certo mestiere per buttarsi addosso a tre personaggi
addolorati di diverso dolore, pompa ogni singola linea narrativa fino
allo spasimo, fino all'eccesso, fino alla noia. Non convince
l'esasperazione tramica, il rigiramento ipertragico di una sceneggiatura
che coglie tutte le occasioni per gonfiarsi di lacrime, per arrossire
occhi, per adornarsi di lamenti e recriminazioni. 21 GRAMS - migliore la
prima parte - è troppo lungo, troppo pensato, di ispirazione posticcia:
i personaggi sono di definizione granitica, le loro reciproche relazioni
pochissimo eleborate e la loro evoluzione a tratti frettolosa (si pensi
al carattere di Christine sul quale si affanna, zelante, l'ottima Naomi
Watts); si parla di morte - vita - redenzione - vendetta - colpa - fede
ma si buttano questi temi in pentola senza poi cucinarli a dovere; la
destrutturazione cronologica à la Egoyan (il suo primo periodo, senza
averne peraltro la profondità e la perfezione) è pura trovata che non
supporta nulla se non la volontà di ingarbugliare una faccenda troppo
banalotta per arrischiarne la narrazione canonica; una pellicola che
evita il completo fallimento in virtù dei suoi innegabili meriti
formali, di dialoghi non tutti da buttare e di tre interpretazioni molto
convinte e partecipi.
Voto: 5
Luca Pacilio
Destini Incrociati
Come già nel
fulminante esordio "Amores Perros", il messicano Alejandro
Gonzalez Inarritu affida a un incidente il motore dell'azione. Sarà un
terribile incidente stradale, infatti, ad incrociare il destino di due
uomini e una donna. Dopo una prima parte ben costruita, in cui una
narrazione non lineare spazia a tutto campo sui personaggi rappresentati
alternando il presente a flashback e ad anticipazioni sul futuro, il film
arriva ad una resa dei conti in cui l'alto potenziale vira inutilmente al
greve. Come se una chiusa disperata potesse dare un surplus di valore a un
film che inanella tanti, troppi argomenti (senso di colpa, elaborazione
del dolore, droga, trapianti, redenzione, peccato, vendetta, destino,
predestinazione) senza approfondirne alcuno. Il regista conferma la sua
abilità per il racconto corale, dando ad ogni personaggio, anche minore,
adeguato spazio, ma quello che alla fine ne viene fuori è un drammone a
fosche tinte un po' ricattatorio, che indugia sullo strazio, tenta di
smuovere l'emotività e per farlo usa il piccone. Gli interpreti sono
comunque bravi e in parte: Benicio Del Toro conferma il suo carisma, Naomi
Watts non fa che piangere, ma lo fa bene, e Sean Penn continua il suo
personale percorso lontano dalle major e dai blockbuster e fedele a un
cinema indipendente nella forma e nei contenuti. Qui evita le smorfie e
gli eccessi, non di rado presenti nella sua recitazione, ed è stato
giustamente premiato a Venezia con la Coppa Volpi per la Migliore
Interpretazione Maschile.
Il
titolo è già una dichiarazione d'intenti: i 21 grammi corrispondono
infatti alla perdita di peso che il corpo subisce quando si muore.
Voto:
5,5
Luca Baroncini
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Imagining Argentina
(Christopher Hampton)
Int.: Antonio
Banderas, Emma Thompson, Rubén Blades, María Canals, Kuno Becker,
Leticia Dolera, John Wood, Claire Bloom
(U.S.A. - 107'
- Romant./Thriller) |
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Buones Aires 1976: rapita sua moglie dal regime,
Carlos Rueda, regista teatrale, ha delle visioni. Attraverso il contatto
con i cari degli altri scomparsi ottiene la precisa percezione della
sorte di quest'ultimi. Tale capacità dona speranza ai congiunti dei
desaparacidos e preoccupa il governo.
Imagine
all the People
Christopher Hampton, autore teatrale e
sceneggiatore (LE RELAZIONI PERICOLOSE di Frears, tanto per citare
qualcosa di buono), torna a collaborare con Emma Thompson dopo
l'alquanto ingessato CARRINGTON, tentando di usare gli elementi di tanta
letteratura sudamericana, il realismo magico di Marquez e compagnia, per
narrare un dramma terribilmente reale come quello dei desaparacidos (il
manifesto italiano riporta la scritta "da una storia vera",
messaggio ambiguo fino alla malafede: la storia vera è quella dei
desaparacidos, quella del film è tratta da un racconto di Lawrence
Thorton). Idea interessante quella di partenza, si diceva, ma anche
estremamente pericolosa richiedendo l'approccio trasversale a un tema
così delicato tutt'altra sottigliezza e intelligenza messinscenica,
capacità che l'Hampton cinematografaro, regista dalla mano pesante e
dall'occhio strabico, non sembra possedere in alcuna misura. Eccoci
dunque alle prese con l'imbarazzante Banderas che da scrittore e regista
teatrale impegnato si ritrova a fare il santone visionario e a indicare
ai disperati congiunti degli scomparsi che fine hanno fatto i loro cari.
Non ci vuole molto perché il film diventi ridicolo, senza la necessità
di tirare in ballo discorsi di immoralità e di sconvenienza (ché di
sconveniente c'è solo la rozzezza del prodotto): quella del
bell'Antonio, in cerca della consorte Thompson, che guidato da un branco
di fenicotteri infine giunge all'ingresso di una fazienda in cui
campeggia la scritta Esperanza è una scena che non richiede
commenti di sorta. Tutto estremamente piatto, sordidamente anonimo,
straordinariamente brutto, tanto da farci domandare come si sia potuto
selezionare questa roba per il concorso veneziano.
Non aggiungerei al conto il fatto che, pur trovandosi in Argentina e
avendo a che fare con argentini, tutti parlino in inglese: queste sono fictio
che la globalizzazione produttiva ci impone di ingurgitare a forza.
Indifendibile.
Voto:
3
Luca Pacilio
Vedo, prevedo, stravedo
Chistopher Hampton tenta di raccontare la tragedia
dei desaparecidos argentini uscendo dai cliche' dei film inchiesta ed
entrando in una zona d'ombra contaminata dal paranormale. Non facile
fare incontrare "X-Files" con una realta' cosi' devastante e
indigeribile. E infatti gli apprezzabili intenti crollano
nell'insensatezza della storia e nelle approssimazioni di regia. Antonio
Banderas e' un regista teatrale che si vede rapire prima la moglie,
giornalista di carattere, poi la figlia. In coincidenza con il rapimento
scopre di avere un prezioso "dono": a contatto con gli amici e
i parenti delle vittime, riesce a vedere cosa e' loro successo. Occhio,
perche' la capacita' cognitiva (solo saltuariamente e senza logica in
grado di vedere anche il futuro) oltre a riguardare unicamente i
desaparecidos, non funziona per la moglie, senno' il film finirebbe
subito. Ma sono tante le scemenze che affossano il lungometraggio, dalla
caratterizzazione dei personaggi, macchiettistica (l'ufficiale
governativo, i carcerieri) o priva di nerbo (gli amici e la figlia del
protagonista, i familiari degli scomparsi), alla simbologia spicciola
(fenicotteri rosa e gufi come guida), fino alla poca credibilita' della
messa in scena, a partire dalla lingua utilizzata: tutti parlano
indistintamente un inglese perfetto. Si salvano solo le interpretazioni
di Antonio Banderas, volenteroso e partecipe, e di Emma Thompson,
intensa nonostante tutto, anche se come coppia non fanno certo
scintille.
L'elogio all'immaginazione per combattere gli orrori della dittatura
finisce cosi' per perdersi in un film non riuscito, che annulla l'alto
potenziale tra luoghi comuni e ridicoli "gift".
Voto:
4
Luca Baroncini
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Baram-Nan Gajok
(Sangsoo Im)
Int.: Moon Sori,
Hwang Jungmin, Yun Yeojung, Kim Inmun, Bong Taekyu, Baek Jungrim, Jang
Junyoung
(Corea del Sud -
104' - Dramm.) |
|
Hojung, moglie di un avvocato, di successo, è frustrata dalla vita casalinga; il marito la trascura per una giovane amante e a lei non rimane che occuparsi del figlio adottivo e del suocero alcolizzato. Finisce così per cedere alle attenzioni di un giovanissimo vicino di casa. Ma la situazione non tarda a precipitare.
Disgregazione
a Oriente
Dall'Oriente uno sguardo poco rassicurante sul
nucleo familiare. La famiglia pare infatti un'istituzione prettamente
formale, svuotata di valori a cui aggrapparsi e rifugio asettico e
ingombrante. Il protagonista è un avvocato di successo che tradisce
costantemente la moglie. Questa, a sua volta, cede all'iniziazione
sessuale di un giovane vicino di casa che ogni tanto ha incontrollabili
e autolesionistiche esplosioni di rabbia. La coppia ha anche un figlio
che finirà male (in una scena sconvolgente per la leggerezza con cui è
posta) a causa di una vendetta personale. Anche i nonni non se la
passano troppo bene. Uno è alcolizzato e in fin di vita, l'altra scopre
le gioie del sesso a sessant'anni. Il desolante quadro è mostrato con
una freddezza da chirurgo, lasciando una distanza tra spettatore e
schermo che si fa via via sempre più grande. Le immagini arrivano così
sempre più piccole e lontane. La scelta di evitare qualsiasi
coinvolgimento emotivo diventa quindi un'arma a doppio taglio: se da un
lato permette al pubblico di non affezionarsi ai personaggi e di vederli
come specchio della società in cui sono immersi, dall'altro azzera
l'interesse verso il loro destino. Essendo coreano ed essendo in
concorso a un festival, il
film arriva con annesso l'immancabile carico di scandalo. Anche i
numerosi incontri sessuali, però, soffrono del gelo che permea il film
e poco aggiungono alla narrazione, solo qualche dettaglio (sputi,
rabbia) in genere assente nelle messe in scena orgasmiche occidentali.
Voto: 5
Luca Baroncini
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Sjaj U Ocima
(Srdjan Karanovic)
Int.: Senad Alihodziic,
Ivana Bolancia, Jelena Djokic, Milena Dravic, Gorica Popovic, Boris
Komnenic
(Ser - 97'
- Comm.) |
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Labud e' uno studente che arriva a Belgrado al seguito dell'ondata di profughi provocata dai conflitti etnici nella ex-Jugoslavia. Romana e' una ragazza proveniente dall'altra parte della linea etnica. Soli e lontani dai loro luoghi d'origine, si incontrano e si innamorano. Ma gli spiriti dei loro parenti interferiscono sulla loro storia d'amore.
Un'idea
non basta
Durante la guerra dei Balcani un
profugo cerca a Belgrado un lavoro e una donna. Si rivolge così a un
centro di assistenza e a una scalcagnata agenzia matrimoniale. Fa
piacere, per una volta, vedere un film che proviene dall'Ex-Jugoslavia
pieno di speranza e senza inutili grevità o vezzi d'autore. Ed è
carina l'idea che i personaggi interagiscano con i fantasmi di amici,
fidanzate e famigliari attraverso dialoghi senza soluzione di continuità.
Peccato che l'idea carina si trasformi in insostenibile tormentone e che
tutto ruoti intorno a quell'unica idea di partenza. Anche la grazia con
cui vengono presentati i personaggi passa dal tocco gentile alla
stucchevole caricatura. Sono proprio i personaggi, infatti, ad assumere
un valore simbolico finalizzato a supportare una tesi pacifista
inevitabilmente condivisibile, ma in grado di stritolare il copione, con
macchiette indigeste e risvolti prevedibili e di facile presa.
Fa
piacere, per una volta, vedere un film che proviene dall'Ex-Jugoslavia
pieno di speranza e senza inutili grevità o vezzi d'autore. Dalla
teoria alla pratica, però, a risentirne è il cinema.
Voto: 4,5
Luca Baroncini
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Zatoichi
(Takeshi Kitano)
Int.: Beat Takeshi,
Tadanobu Asano, Michiyo Oguso, Yui Natsukawa, Guadalcanal, Taka, Daigoro
Tachibana, Yuko Daike, Ittoku Kishibe, Saburo Ishikura, Akira Emoto
(Giappone - 115'
- Azione) |
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Zatoichi,
massaggiatore vagabondo e cieco, sfodera i suoi virtuosismi con la spada
per aiutare due geishe in cerca di vendetta e una cittadina sotto il
giogo di una banda.
L'esodo
del Tip-Tap
DAREDEVIL e FURIA CIECA dei samurai, Zatoichi è un
popolare antieroe (qui poco "anti" e molto sfuggente) del Sol
Levante, impersonato da Katsu Shintaro in una lunga serie di pellicole a
partire dagli anni sessanta. Kitano lo fa suo nel prezioso studio
cromatico (gialli diurni sporcati di sangue digitale, blu-kitano di
notte) e linguistico (straniamenti, miscela di generi, anomalo commento
musicale), nel look ossigenato e nei tic della sua maschera (spietato in
combattimento, super-eroico con dadi e legna, silente e amabilmente
impacciato nelle relazioni interpersonali). Fra l’enunciazione di una
tragedia (il toccante dolore delle geishe assassine), la
destrutturazione drammaturgica (poco audace: solo qualche flashback), il
racconto archetipico (o banale?) e divertenti sipari comico/demenziali
(un plauso al cabarettistico Guadalcanal Taka), la violenza, al solito,
esplode in tutta la sua brutalità, come coreografia di uno zenit
dell’assurdo, più compiaciuta/compiacente, però, che nel circolo
vizioso di nonsenso di un SONATINE. Kitano dà sempre il meglio di sé
nelle dissonanze e negli sprazzi lirici: l’anima musical degli
zappatori e dei carpentieri che esplode in un trascinante, vivido tip
tap da "esodo" del teatro classico; la bisbigliata
comparazione con il "ronin", avversario contingente che
richiama l’eroe di HANA-BI; la sovrapposizione temporale (fino al
morphing) dei due bimbi/adulti imprigionati nella ritorsione; le pause
attonite sul paesaggio; i gesti apparentemente insignificanti (Zatoichi
e lo spaventapasseri). Giunge il previsto duello fra samurai che, fra
ralenti e bizzarri sogni infranti, depone le armi nel gesto estremo
della moglie malata. Anche Zatoichi ha la sua vendetta da compiere,
smaschera ma rivela solo occhi da albino, accecando la voglia di
retroscena dello spettatore, che inciampa insieme al protagonista
nell’inquadratura finale (prima del tip-tap), perché con gli occhi
aperti non si vede niente e da ciechi si (sub)odora tutto. Felice
enigma.
Voto: 7
Niccolò
Rangoni Machiavelli
De Gustibus
Fin dal 1997, quando vinse il Leone d'Oro a Venezia con
"Hana-Bi", Takeshi Kitano gode dell'adorazione di un pubblico di
fedelissimi che va in visibilio qualunque cosa faccia: dalla trasferta
americana ("Brother") alla commedia ("L'estate di Kikujiro"),
dalla poesia ("Dolls") alla riscoperta di tutta la sua
filmografia. Ora tocca al genere "jidai geki", che sta per
"storico in costume". L'azione e' infatti ambientata nel XIX
secolo e ripercorre le gesta di un cieco, ora vagabondo, ora
massaggiatore, abile e invincibile spadaccino. Il personaggio si chiama
Zatoichi ed e' molto famoso nella cultura popolare giapponese, tanto che
gli hanno dedicato gia' film e serie televisive. Ma a Kitano non interessa
la verita' storica o la fedele riproposizione di un mito, bensi' una
personale reinvenzione secondo i propri canoni estetici. Eccolo quindi
biondo platino, con il solito carisma di una faccia che non si dimentica,
impegnato in continui duelli e battaglie, non cedendo ai cliche' del
genere ma contaminandoli con il comico, il grottesco, addirittura il
musical. I fan piu' devoti impazziranno, gli altri si annoieranno a morte
assistendo impassibili agli infiniti combattimenti (pare tecnicamente
diversi rispetto a quelli visti nei film di samurai), ai continui
regolamenti di conti, ai giochi d'azzardo, alle esibizioni ispirate al
teatro Kabuki, a una comicita' zoppicante lontanissima dai ritmi a cui
siamo abituati. Unica consolazione, i dettagli splatter (il sangue degli
smembramenti e' stato rielaborato al computer), le scelte musicali
(originale contrappunto all'azione) e lo strepitoso e divertente numero
musicale che chiude il lungometraggio, davvero entusiasmante.
Ma bastano dieci minuti per rivalutare un intero film?
Voto: 5½
Luca Baroncini
Spada di Bambola
Lame
lunari nel buio, gesti fulminei, zampilli rococò, arti bizzarramente
decomposti: Kitano colloca una figura mitica della cultura giapponese
(protagonista di una serie di film protrattasi per decenni) in una trama
“di samurai” tanto schematica e prevedibile da essere appena un
lussuoso e ironico manichino su cui allestire una messinscena dai toni
raggelati e sulfurei, millimetrica fino alla mania (l’incessante giostra
dei sinuosi movimenti di macchina, interrotta da una sola inquadratura
realizzata con un’agitata mdp a mano, a sottolineare l’imminenza dello
scontro decisivo), esteticamente divina, spinta ben oltre la calligrafia
più sfrenata. Un magnifico esercizio di stile, un affresco dai toni cupi
(rischiarati dai bagliori del fuoco e dai rubini del sangue), attraversato
da ossessioni geometriche (la definizione spaziale pare griffata Mondrian)
e musicali (le coreografie dei combattimenti, delle danze e delle partite
a dadi, punteggiate dagli interventi di un surreale coro muto e destinate
a sfociare nel frenetico balletto finale), un giocattolo di genere in cui
il talento autoriale si limita ad aggiungere abbellimenti (spesso
irresistibili, talvolta solo gradevoli) a uno spartito di medio/bassa
routine. Ma l’apparenza inganna, anche quando, come in questo caso,
incanta. Pur velato da un sontuoso mantello, ZATÔICHI si rivela il figlio
naturale di DOLLS sia nella struttura (tre storie – il massaggiatore, i
fratelli, la guardia del corpo – dapprima separate, poi lentamente e
inesorabilmente avvicinate fino alla fusione in un’unica rete di
passioni soffocate, esasperate dal passaggio del tempo, troncate dalla
morte) sia nell’aspetto [i colori disumanati, morbidi e lucenti anche
nel buio della notte eterna, gli ingranaggi teatrali – il contrappunto
dei diversi piani dell’immagine (l’arrivo del massaggiatore in città),
i corridoi di quinte laterali consacrati ad azioni parallele (la “prova
della spada”) –, i feticci dis/simula(n)ti (gli strumenti a doppio
taglio, il personaggio en travesti)]. La monocorde esattezza dei duelli è
negata, con movenze felpate, dai tratti degenera(n)ti (neanche troppo)
nascosti nelle pieghe della squisita stilizzazione: gli opposti
coincidono, gli stilemi si ribaltano (i fratelli, androgini degni di
Shakespeare), la percezione è costantemente ridefinita [l’ambigua
natura del vendicatore e quella, allo stesso modo enigmatica, degli
ambienti in cui si muove (la casa della vedova, inquadrata dall’alto,
assomiglia al ciglio di una strada fangosa, fino all’apparizione di un
ombrello colorato), i flashback imprevisti, iterati, assenti]. Al t(ri)onfo
dell’azione automatica (la pistola…) si oppongono la vittoria del
dubbio (come in un altro film “di genere” alieno e malato,
BROTHER) e l’impero dei sensi [non solo della vista (le soffuse
dissonanze della multipla colonna sonora)], prima di un finale
beffardamente edipico e reticente, superbo inchino prima dei titoli di
coda.
Voto: 8
Stefano
Selleri
Voto: 5½
Luca
Pacilio
|
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Pornografia
(Jan Jakob Kolski)
Int.: Krzysztof
Majchrzak, Adam Ferency, Krzysztof Globisz
(Polonia - 117') |
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Polonia 1947:
la nazione è occupata dai nazisti. In una tenuta due amici, Witold e
Fredrerick, cercano di orchestrare le vite di due giovani mentre tragici
eventi si consumano all'interno e all'esterno della magione.
Era un po' di
tempo che non si vedeva un'opera così spudoratamente festivaliera: una
scrittura non banale, un apparato simbolico consistente e manierato,
fotografia virata, scorci estetizzanti un po' leccati ma non privi di
fascino. Lo spirito malsano dei protagonisti perde un po' di fuoco nella
fatua pittoricità degli interni, in alcune ricercatissime soluzioni,
dettagli come quadri, nell'incanto delle nature morte che si alternano
ad inquadrature che stringono spesso su bocche, orecchie, occhi. Tra
chiaroscuri e immagini decolarate si narra dell'irruzione della gioventù
nella vita di due attempati amici, un po' decadenti, un po' stronzetti,
rifugiatisi in una campagna-oasi, lontana apparentemente dalle atrocità
del momento storico, che fa scattare il gioco e la scommessa sui destini
erotici di due ragazzi. L'atmosfera sospesa si carica di sensualità
mentre fuori si consumano orrori: il registro visivo, sollecitato dai
volti delicati degli innamorandi, affonda un po' nel patinato quando la
morbosità si stempera in tenerezza mentre la guerra vera intralcia
quella dei sensi. A quel punto il regista si compiace e si arena
riprendendo quota quando la chimica amorosa finalmente si innesca grazie
a una connivenza delittuosa.
Cinema un po' datato quello di Kolski ma di solido impianto scenico,
privo di guizzi ma non disprezzabile soprattutto perché il regista
segue con grande onestà un suo personale percorso nella lettura dei
fatti e nel modo di rappresentarli.
Voto: 6
Luca Pacilio |
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Floating
Landscape
(Carol Lai Miu Suet) Int.:
Ekin Cheng, Karena Lam, Liu Ye, Su Jin, Huang Jue
(Cin/Fra/Hong - 100') |
|
Hong Kong.
Una giovane di nome Maan ha appena perso il suo amore. Sam, anche lui
della stessa età, è distrutto da una malattia incurabile che lo porta
alla morte. Recentemente era stato ossessionato dal paesaggio in cui
aveva vissuto nella sua infanzia spesa a Qing Dao nella Cina
continentale. In suo ricordo, Maan decide di andare in quei luoghi e
trovare quel paesaggio.
Percepire i propri dolori e
dispiaceri crea dolore a sua volta. Affrontarli è il modo per
raggiungere l'accettazione di se stessi, per raggiungere la saggezza
l'unica via per trovare l'amore che cerchiamo. Ci mostra la differenza
tra una solitudine subita e una solitudine scelta. Ognuno ha nel cuore
il proprio "paessaggio fluttuante". È difficile da spiegare,
ma questo paesaggio rappresenta sempre il momento più vero della
propria vita; comunque, questi momenti sono sempre e solo parti di una
vita illusoria. Così per me, una storia d'amore semplice è la miglior
maniera per esprimere questo genere di sentimenti".
(dal
catalogo)
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Les Sentiments
(Noemie Lvovsky)
Int.: Nathalie Baye,
Jean-Pierre Bacri, Isabelle Carre, Melvil Poupaud, Agathe Bonitzer,
Virgile Grünberg
(Francia - 94'
- Sentim.) |
|
Jacques e Carole, François e Edith. Quando l'amicizia diventa amore, chi può prevedere i sentimenti altrui?
Amori
in Città… e Tradimenti in Campagna
Due
case affiancate nella campagna francese. Da una parte una coppia fresca
di matrimonio, dall'altra un menage solido, ma ingrigito dalla routine.
Le coppie si conoscono, si frequentano e finiscono con il mischiarsi: la
ragazza più giovane inizia una relazione clandestina con l'uomo più
vecchio. Comincia come la più classica commedia sofisticata in salsa
d'oltralpe e si mantiene sui ritmi della pochade per circa tre quarti,
poi la leggerezza vira in greve smorzando i sorrisi in malinconia, un
po' spiazzando, un po' dissimulando le sue intenzioni: moralista o
liberale? Forse semplicemente descrittivo, con nessuna tesi da esporre e
solo una possibile storia da raccontare.
La regista Noemie Lvovsky, anche co-sceneggiatrice, è molto attenta
alla caratterizzazione dei personaggi, scritti con brio e sensibilità e
interpretati, soprattutto quelli femminili, con straordinaria
partecipazione: Isabelle Carrè ha un sorriso disarmante e rende
perfettamente l'entusiasmo, la fiducia in se stessa e l'incapacità di
analisi introspettiva della giovane protagonista; Nathalie Baye è
sempre luminosa e trasmette con intensità la solitudine di una
casalinga con i figli già grandi, ma ancora piena di energia e voglia
di vivere; simpatico, come sempre, Jean-Pierre Bacri (già visto nella
commedia "Il gusto degli altri"), più decorativo Melvil
Poupaud.
L'azione
è commentata da un coro attraverso canzoni con parole scritte dalle
stesse autrici del film e musicate da Philippe Roueche e Jeff Cohen.
L'idea ricorda l'interazione con un coro greco nel teatro di Taormina
presente in "La dea dell'amore" di Woody Allen, ma i risultati
sono tutt'altro che simili: se là si rideva, qui l'eco canora diventa
presto insopportabile.
Voto: 6,5
Luca Baroncini
Voto: 7
Gianluca Pelleschi
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Un Filme Falado
(Manoel De Oliveira) Int.:
Leonor Silveira, John Malkovich, Catherine Deneuve, Stefania Sandrelli,
Irene Papas, Filipa de Almeida, Luis Miguel Cintra
(Fra/Ita/Por - 96'
- Dramm.) |
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Rosa Maria, giovane insegnante di storia, viaggia insieme alla figlia Maria Joana in una crociera che le porterà dal Mediterraneo fino a Bombay, dove incontrerà il marito. Durante la crociera madre e figlia attraversano la storia visitando Ceuta, Marsiglia, Pompei, Atene, Istanbul e l'Egitto. Sulla nave si uniscono al tavolo del capitano insieme a tre persone famose di differenti nazionalità. Ma una strana minaccia incombe sulla crociera e sui passeggeri.
Un
Film Fallato
Manoel de Oliveira è un maestro della cinematografia
portoghese e basta ascoltarlo in un'intervista per capire di essere
davanti ad una persona di somma cultura e profonda intelligenza. Alla
veneranda età di novantacinque anni non manca un festival, con film non
sempre entusiasmanti ma spesso illuminanti. "Um filme falado"
è però, davvero, di rara bruttezza (e si vocifera sia stato escluso
dal Festival di Cannes). Tutta la prima parte prevede lezioni di storia
impartite da una giovane insegnante (la sempre luminosa e gelida Leonor
Silveira, attrice feticcio del regista), alla figlioletta. Le capitali
si susseguono identiche: stessa inquadratura della prua della nave,
sbarco, cartolina del monumento più famoso, dissertazione accademica (a
volte con ospiti), "cos'è questo", "cos'è quello",
pronunciati dalla saputella bambina, imbarco di un nuovo personaggio.
Nella
seconda parte il capitano della nave (un John Malkovich più viscido che
mai) invita le tre "colte" e importanti personalità salite a
bordo a cenare con lui. Si crea quindi una tavolata con Catherine
Deneuve, donna d'affari francese, Stefania Sandrelli, ex-modella
italiana e Irene Papas, cantante greca. Ognuna si esprime nella sua
lingua natale e dissertano sui massimi sistemi capendosi a meraviglia.
Grandi banalità vengono spacciate per pillole di saggezza ("Le
donne dovrebbero governare il mondo", "fra Oriente e Occidente
mancano valori di convergenza") e lo spirito didattico finisce per
prevaricare sui personaggi, ridotti ad anonime marionette spara-nozioni.
Le lunghe sequenze dialogate sono quanto di più falso sia dato vedere
al cinema: Irene Papas è forse la più spumeggiante, la Deneuve appare
spaesata e la Sandrelli è semplicemente imbarazzante.
Il
finale potrebbe dare un senso al tutto ma è inficiato da
un'inquadratura conclusiva che scade nel trash: l'espressione attonita
di Malkovich che accompagna tutti i titoli di coda e che potrebbe
assicurarsi la primissima posizione nella "Yeeeuuuch! Parade".
Voto: 3
Luca Baroncini
La cosa stupefacente, dell’ultimo film di De
Oliveira, è sicuramente il coraggio e la voglia di stupire del Maestro
portoghese: un uomo di 95 (novantacinque) anni che non ha paura di
deludere il suo spettatore, di “rovinare” in extremis il suo film per
dotarlo di un messaggio misterioso e sfuggente. Dopo 90’ colti, educati
e quasi didascalici in cui Un filme falado passeggia meditabondo
lungo i viali della Storia delle civiltà occidentale, De Oliveira fa
un’impressionante inversione a U e confeziona un finale incredibile che
costringe a una rilettura fulminea e destabilizzante di tutti i fotogrammi
visti prima dell’ultimo, immobile, su cui scorrono i titoli di coda...
basta dunque un attimo di “terrore” a rovinare la Storia e la
storia?...
Voto: 8
Gianluca Pelleschi |
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Rosenstrasse
(Margarethe Von Trotta)
Int.: Katjia Riemann,
Maria Schrader, Jürgen Vogel, Martin Feifel, Jutta Lampe
(Germania - 136'
- Dramm.) |
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Ruth Weinstein, una signora newyorkese, ha appena
sepolto il marito. Nel dolore riflette sulla religione ebraica ortodossa
e organizza un lutto di trenta giorni per tutta la famiglia. Inoltre,
disapprova il matrimonio della figlia Hannah con il sudamericano Luis.
Per capire come mai la madre si comporti così stranamente, Hannah, alla
ricerca di indizi, si reca a Berlino.
"Una delle ragioni per cui ho realizzato questo
film è la memoria. Ho sempre nutrito una certa curiosità su come essa
lavori: e qui sono riuscita a dimostrare che ci sono due tipi differenti
di memoria. C'è Ruth, che ha speso tutta la sua esistenza cercando di
annullarla. Per lei, la memoria è collegata a una profonda ferita. E
poi c'è Lena, i cui ricordi sono di vittoria e di successo, e dunque
non vi è nessuna ragione per scordare ciò che si ha provato".
(dal
catalogo)
|
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Bu San (Good Bye
Dragon Inn)
(Tsai Ming-Liang)
Int.: Lee Kang Sheng,
Chen Shiang Chyi, Shi Jun, Kyonobu Midamura
(Taiwan - 82'
- Dramm.) |
|
Un giovane
giapponese, in cerca di compagnia maschile, si reca in un cinema
semivuoto: sullo schermo un film di successo di 36 anni prima intitolato
DRAGON INN. Entrando in sala, il giovane si imbatte anche in due
spettatori che hanno le sembianze dei personaggi sullo schermo. Uno di
loro, mentre guarda il film, piange. Sono persone reali o spiriti che
non vogliono andarsene?
Le sequenze
di Tsai Ming Liang, lunghe fino all'estenuazione, fino ad esaurimento
della pellicola nella macchina da presa ("non riuscivo a
fermarmi" ha detto il regista in conferenza stampa), sono alla base
dello straniamento che prova chi guarda i suoi film: pochissimi cineasti
fanno delle proprie opere una vera esperienza per lo spettatore, Tsai ci
riesce. Difficile dunque ricorrere ai soliti parametri e alle consuete
categorie: quello del taiwanese è un sistema filmico a sé stante, un
trip ipnotico in cui si spendono pochissime parole e che, nei suoi
lunghi piani, di minuti che sembrano dilatarsi a dismisura, ospita
sempre un risvolto ironico, un dato paradossale, una chiave beffarda. Se
per compiere un gesto un personaggio impiega cinque minuti, il regista
pensa bene di non farcene perdere neanche un secondo: se questo appare
assurdo, allora un montaggio frenetico cos'è? Le scelte del regista non
sono provocazione ma cifra stilistica, e se un pericolo c'è è che
questa scelta passi per pura maniera, cosa dalla quale è lontanissima.
In GOODBYE DRAGON INN l'ossessione dell'autore per l'acqua che scorre è
ancora presente: si sente all'interno dei tubi di questo cinema che è
esclusiva location della
pellicola, la si avverte nelle lunghe pisciate degli avventori nella
scena degli orinatoi, negli scarichi delle toilette, nella torrenziale
pioggia finale: l'ambiente partecipa del film come sempre, vi si penetra
dentro, lo si vive, si interrogano i visi imperscrutabili dei personaggi
che lo abitano, vicini nello spazio mentre distanze siderali ne separano
le anime. L'ambientazione - una sala cinematografica semivuota in cui si
proietta DRAGON INN, oramai diventata ritrovo gay, ricettacolo di varie
solitudini - ha una staticità cui fa riscontro la cineticità del film
che viene proiettato: vive di contrasti l'opera di Tsai, di nuovo chiusa
e crepuscolare, composta di percorsi in lungo e in largo, di vagabondare
vacuo in un luogo infestato dai fantasmi di un cinema moribondo, di
nuovo terminale e apocalittica dopo gli spifferi di CHE ORA E' LAGGIU'?.
BU SAN è soprattutto, infatti, una riflessione sul tramonto di un'era:
la sala è all'ultima proiezione, un mondo sta sparendo, lo sguardo
della camera fisso sulla platea completamente vuota lo testimonia
freddamente, due degli spettatori della pellicola in proiezione sono
proprio gli attori di DRAGON INN (uno di loro aveva pianto rivedendosi
sullo schermo) che si scambiano un paio di malinconiche battute
("Di noi oramai non si ricorda più nessuno") nel bellissimo
finale. La saracinesca viene abbassata. La sala chiude per sempre.
Voto:
8
Luca Pacilio
Quel che resta del Cinema
Il
regista malese naturalizzato taiwanese Tsai Ming-Liang ci ha ormai
abituato alla sua visione, attraverso un cinema che si può definire
dell'assenza. Assenza di ritmo, di avvenimenti, di dialoghi, spesso anche
di musica. Eppure nei suoi lungometraggi appare con forza l'interiorità
dei personaggi rappresentati, in genere vittime di incomunicabilità,
pulsioni represse e devastante solitudine. Temi che attraversano tutta la
filmografia del regista, dal Leone d'Oro "Vive l'Amour" al più
ottimista "The hole - Il Buco". In "Bu San" il fulcro
dell'azione è un decadente cinema, in cui viene proiettato un vecchio
film intitolato "Dragon Inn". Negli ottanta minuti di proiezione
assistiamo alla cronaca dell'ultima giornata di funzionamento della sala
prima della chiusura definitiva: lo zoppicare della cassiera che pulisce i
bagni, mangia, porta il cibo al proiezionista e il via vai del pubblico,
quasi esclusivamente maschile, che sfrutta l'oscurità per improvvisare
approcci sessuali. Il primo dialogo, oltre a quelli di sottofondo del film
in programmazione, arriva dopo un'ora di film ("È infestato dagli
spiriti!", "Il cinema è ...", "... gli
spiriti!") e dice anche troppo. Più evocative, nel loro lento
reiterarsi, le immagini in successione, quasi tutte inquadrature fisse o
lunghi piani sequenza. A tratti insostenibile, comunque estenuante
nonostante il breve minutaggio, il film riesce con forza ad essere
comunicativo e a rendere vivo e pulsante il tormento dei personaggi. I
tempi morti al cubo escono dal vezzo autoriale e imprimono personalità a
uno stile coraggioso e inaspettatamente potente. Peccato per l'aria
nostalgica che si respira. Da un linguaggio così estremo ci si aspetta
uno sguardo sul futuro, se non di speranza perlomeno di lucido pessimismo,
al limite una riflessione sul presente, ma non un rifugio nel passato e
nella nostalgia del bel tempo che fu.
Voto:
7
Luca Baroncini
Un (non) film quasi immobile e
immutabile, solcato da impercettibili appigli tramici, letteralmente
popolato da ombre e fantasmi; lo scorrere del tempo filmato nel suo
semplice farsi, senza “divenire”, e il primo e ultimo esempio di
post-cinema fossile. E’ questo, forse, “l’ultimo” film di Tsai
Ming-Liang: la morte del cinema celebrata epurando il (sottraendo dal)
Cinema che fu per lasciare solo morte al lavoro e pallidi ricordi,
un cadavere sul viale del tramonto che racconta, contempla, celebra
e piange il proprio addio.
Bellissimo e/o inguardabile.
Voto:
(1)0
Gianluca Pelleschi
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Il Miracolo
(Edoardo Winspeare)
Int.: Carlo
Bruni, Anna Ferruzzo, Stefania Casciaro, Angelo Gamarro, Rosario Sambito
(Italia - 92'
- Dramm.) |
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Tonio,
12 anni, investito da un'auto, prima di perdere i sensi ha una visione.
Risvegliatosi dal coma, nell'ospedale, viene a contatto con un paziente
in fin di vita: toccatolo, il cuore dell'uomo riprende il normale
battito. Miracolo?
Sangue
tiepido
Bambini sempre più saggi e adulti sempre più
fragili in una Taranto insolita, valorizzata dalla suggestiva fotografia
di Paolo Carnera. Edoardo Winspeare, tedesco di origini ma salentino di
adozione, racconta, al ritmo di una pizzica contaminata da sonorità
orientali, l'incontro di due solitudini: Tonio, un bambino che dopo un
incidente sente di avere acquisito il dono di guarire chi sta male e
Cinzia, la problematica ragazza che lo ha investito con l'automobile. Il
regista adotta uno stile asciutto, non si perde in fronzoli, evita
facili leziosità e costruisce personaggi in cui è facile credere. Ad
alcuni momenti riusciti (il rapporto tra il giovane protagonista e il
suo buffo compagno di scuola, la caratterizzazione dei genitori) se ne
alternano altri meno efficaci (il determinante primo incontro tra Tonio
e Cinzia, che finisce per suonare un po' falso, la critica scontata alla
televisione spazzatura) e dopo una prima parte compatta e coinvolgente
il film sembra incartarsi, fino a un finale che non convince. Aperto a
possibili sbocchi, ma forzato e poco comunicativo. Bravi gli attori (in
particolare Carlo Bruni che interpreta il padre), interessante il
tentativo di affrontare un misticismo laico, un po' sfilacciato il punto
di arrivo. Bello lo spunto di regia di non mostrare l'incidente alla
base del soggetto, ma poco credibili le premesse di un frontale su un
rettilineo.
Voto: 6
Luca Baroncini
All'opera terza, dopo PIZZICATA e l'acclamato SANGUE
VIVO, Winspeare tenta la carta di un film d'autore ma popolare, gettando
lo sguardo sull'infanzia (tema che pare riscoperto di recente dai registi
nostrani), sulla distanza siderale che separa le varie generazioni,
l'indifferenza e la vacuità genitoriale, su un mondo acerbo che gli
adulti si ostinano a ignorare o a non comprendere. La prima parte, che
conferma le doti del regista, la sua attenzione per il dettaglio, un
occhio particolare nella descrizione, in toni anche pittorici, di una
realtà urbana peculiare (il film è ambientato a Taranto) ha una certa
misura e non eccede in letterarietà (il grande peccato di tanto nostro
cinema) e, senza entusiasmare, ha un incedere più che dignitoso. I
disastri vengono nella seconda parte che testimonia tristemente di una
certa normalizzazione "archibugiana" per un autore che, dopo il
sorprendente debutto, sembrava promettere tutt'altro: la critica alla
televisione, al pubblico oppurtunista che se ne vuole rendere protagonista
per potersi applaudire, è molto lontana dall'essere una trovata
originale, si fonda su meccanismi triti, personaggi fuori registro (il
cronista della tv locale) e colpisce al cuore uno script che fino a quel
momento aveva lavorato bene sui toni minori, descrivendo adeguatamente
un'umanità variegata senza banalizzarla e lo stritolamento dell'anima di
un bambino da parte del calcolo dei grandi. Tutto abbarbicato al soggetto,
dando meno spazio all'istinto sanguigno delle sue prime opere, Winspeare
fa inciampare IL MIRACOLO in un'ordinaria e purtroppo familiare atmosfera
da cinemino italiano, quello vittima del neoneorealismo coatto, del tema
sociale ad ogni costo, figlio della cronaca e dell'indagine da rotocalco.
Qualche virata c'è, il finale ha una discreta forza, ma non basta a
riscattare le cadute, a scacciare l'impressione di un film ibrido e
indeciso, prova transitoria che pone Winspeare di fronte a decisioni
cruciali per il suo futuro artistico.
Voto: 5,5
Luca Pacilio
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Code 46
(Michael Winterbottom) Int.:
Tim Robbins, Samantha Morton, Om Puri, Jeanne Balibar, Togo Igawa
(GB - 96'
- Fantasc.) |
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In un non
individuato futuro, a Shangai, William investiga su una frode ai danni
di una compagnia assicuratrice, la Sphinx. Ha contratto l'empathy virus che gli consente di leggere nella mente degli
indagati. William scopre che un'impiegata, Maria, è la truffatrice che
sta cercando ma decide di non denunciarla. I due si innamorano.
Winterbottom
non si capisce bene che bestia sia - camoleontica, imprevedibile, molto
prolifica -: lo abbiamo da poco lasciato fresco e immeritevole vincitore
a Berlino col brutto COSE DI QUESTO MONDO - tutto un nobile protendersi
verso la realtà -, lo ritroviamo a Venezia con questo CODE 46,
ripiegato in una science fiction
pauperistica, tra P.K. Dick e Gibson (soggetto e sceneggiatura sono di
un abituale collaboratore del regista, Frank Cottrell Boyce). Si
immagini dunque il futuro non così differente dal presente: le
metropoli grosso modo come quelle odierne, la disperazione e la povertà
ricalcheranno quelle che conosciamo, alienazione e informatizzazione
all'ordine del giorno, costante monitoraggio, le città come piccoli
mondi chiusi, inaccessibili e non abbandonabili senza passare attraverso
le maglie di un'immanente burocrazia à la Grande Fratello. Così
lontani così vicini. La metafora legata alle papelles, le coperture assicurative che condannano le persone che ne
siano sprovviste a sopravvivere in vere e proprie sotto-culture e alle
quali non è permesso di abbandonare le zone autorizzate, è piuttosto
chiara (e nemmeno troppo distante da alcuni dei temi toccati dal
precedente film). A dare colore ci pensano delle pennellate di sfatta
furbizia volte a rendere novità e decadenza dei tempi: ma basta mettere
in bocca ai protagonisti un linguaggio global
che mischi idiomi diversi (già rido al pensiero del doppiaggio delle
parole italiane) su una base sostanzialmente inglese, per dare
un'impressione di altra dimensione\ altro tempo\ altra alienazione? O
questa e altre scelte non sono piuttosto il trito escamotage teso a
insaporire e a dissimulare la confusione che sovrana regna in questa
polpetta artificiale? Allo stesso modo i temi in ballo [1) omnia (non) vincit amor;
2) il ricordare vs il
dimenticare; 3) il "dentro" vs
il " fuori"; 4) il benessere è bello e caro ma guarda dove ci
porterà: autorizzazioni per compiere azioni che esulano dall'ordinario
ché altrimenti non si è coperti dalla obbligatoria assicurazione sulla
vita firmata Sphinx; 5) il sistema ci controlla, cazzarola; 6) cambiano
i tempi ma i problemi sono sempre gli stessi] tanto grandi quanto vacui
sono trattati con una profondità degna degli avventori di uno
scompartimento di un intercity a vostra scelta.
Film a basso budget e indipendente, CODE 46 nasce vecchio, tenta varie
strade tutte fallendole, non riesce a dare un minimo di sostanza ai suoi
personaggi, cincischia sugli stessi deboli elementi per tutta la sua
durata, cerca di rattoppare inutilmente le falle del pessimo script,
vanta un Tim Robbins investigatore imbambolato che legge nel pensiero
dei suoi indagati e ripete la formuletta di rito (uffa) e una Morton che
rispolvera la pelata e qualcosa in più del suo recente personaggio
spielberghiano. Winterbottom opta per una mdp mobile, una fotografia
virata sul giallo, inserendo spesso le immagini delle telecamere a
circuito chiuso tanto per buttare fumo negli occhi e non dare
l'impressione che tanta sciatteria non sia voluta.
Non banale, ma già vista, l'ambientazione "realistica".
Sfiancante e inutile la voce fuori campo.
E poi, parliamoci chiaro, chi preferirebbe la Morton alla Balibar?
Un film sbagliato a confronto col quale NIRVANA di Salvatores sembra
addirittura interessante (non lo è per niente) e MINORITY REPORT un
film da rivedere (neanche se mi pagano).
Voto:
4
Luca Pacilio
Virus "Letale"
In un futuro imprecisato, in una
Shangai mutuata (anche nei suoni) da "Blade Runner", si aggira
l'investigatore Tim Robbins alla ricerca di chi falsifica le coperture
assicurative che permettono di entrare e/o uscire dalle città protette. E
sì, perche il Grande Fratello conosce ogni cosa, non siamo altro che
numeri, codici di accesso, qualsiasi azione compiuta viene memorizzata in
file, non esiste la privacy e bla bla bla. Il tema è dei più usurati, ma
il film parte comunque bene: costruisce un'atmosfera credibile e riesce a
rendere interessanti i personaggi. Poi lo script cede sotto i colpi
vigorosi dell'insensatezza e il lato sentimentale prevale su quello
fantascientifico fino all'imbarazzante finale (Samantha Morton in versione
Tuareg si prenota un posto d'onore nella "Yeeeuuuch! Parade").
Ultimamente le capacità precognitive trovano ampio risalto al cinema
("Immagini", "Final Destination 2"). Qui assumono la
forma del virus "empathy" (Sic!) che consente di leggere il
pensiero, ma la sostanza non cambia e i copioni si ostinano a utilizzare
queste "visioni" senza alcuna razionalità narrativa,
saccheggiandole quando ormai lo script non sa più che direzione
prendere. Non scatta neanche l'alchimia tra i due protagonisti: una
Samantha Morton direttamente prelevata dai Pre-cogs di "Minority
Report" e un Tim Robbins volonteroso ma spaesato. Del resto, con una
sceneggiatura così, impossibile dargli torto.
Michael
Winterbottom conferma la discontinuità del suo curriculum
cinematografico. Gira un film dopo l'altro, è inserito nel cartellone dei
festival più prestigiosi, ma fatica a trovare un centro di gravità,
perlomeno artistico.
Voto:
4,5
Luca Baroncini
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Vosvrascenie - Il
Ritorno
(Andrej Zvyagintsev)
Int.: Vladimir
Garin, Ivan Dobronravov, Konstantin Lavronenko, Natalia Vdovina
(Russia - 105'
- Dramm.) |
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La
vita di due ragazzi cambierà radicalmente col ritorno a casa di loro
padre dopo un'assenza di molti anni.
Il Leone della Discordia
Non e' un film, ma sono pennellate di luce disposte
con armonia per dare forma a un racconto. E' un bel debutto quello del
russo Andrey Zvyagintsev che dimostra grande padronanza del mezzo
cinematografico attraverso una messa in scena essenziale, rigorosa e
potente, con una direzione degli attori strepitosa. Il piccolo Ivan
Dobronravov, co-protagonista insieme allo scomparso Vladimir Garin, e'
impressionante per come si cala nel ruolo del provocatorio fratello
minore, alla ricerca di un affetto paterno che non riconosce nell'uomo
piombato improvvisamente a casa e che dice di essere suo padre. La
storia prevede il viaggio dei due fratelli verso un'isola misteriosa,
accompagnati da questa ruvida presenza insinuatasi nella quotidianita'
senza alcun preavviso. Chi e'? Cosa vuole da loro? E' davvero il loro
genitore naturale o magari vuole ucciderli? E' pericoloso? Perche' si e'
ostinato a compiere quel non facile tragitto verso un'isola deserta?
L'atmosfera e' carica fin dall'inizio di grande suggestione e gli
interrogativi si amplificano di pari passo alla tensione emotiva che
accompagna lo schiudersi dei personaggi. L'assenza di comunicazione
ingigantisce il divario tra l'adulto e i due bambini e crea paure e
rivalita'. Il bisogno di affetto e' la molla scatenante dei personaggi,
ma l'incapacita' di concretizzare le intenzioni si traduce in un rifiuto
che prende la forma dell'aggressivita'. La tragedia non accade
inaspettata, era nell'aria fin dall'inizio, ma giunge ineluttabile.
Perfetta l'ambientazione, volutamente non connotata a livello temporale,
forte l'incidenza del paesaggio e la cura con cui ogni inquadratura e'
composta, quasi a dare l'idea di una successione di quadri in movimento.
I valori estetici sono però al servizio della narrazione, arricchita
dalle immagini che riflettono con intensita' lo stato d'animo dei
personaggi. Si dira' che il film e' costruito a tavolino per piacere a
un festival (non a caso Venezia e Locarno se lo sono contesi ed ha poi
vinto il Leone d'Oro). Ma se fosse cosi' semplice progettare la riuscita
di un film, sarebbe piu' frequente uscire soddisfatti da una sala
cinematografica.
Voto: 8,5
Luca Baroncini
In
Viaggio con papà
Soffiato da De Hadeln al Festival di Locarno (la
Bignardi non gliel'ha ancora perdonata) IL RITORNO vince la kermesse
veneziana mettendo, pare, tutti d'accordo (il film piace e piacerà, altri
allori lo attendono). Cosa si vuole di più da un debuttante? Zvyagintsev
gira bene, si concede un inizio molto bello (la contesa tra gli
adolescenti), gioca di rimandi inserendo presagicamente, dopo 8 minuti,
sull'inquadratura del padre dormiente, una citazione letterale del Cristo
morto del Mantegna che, come la torretta dell'inizio, tornerà nel finale
in effettiva chiave mortuaria. Poi il rosario delle questioni: il padre
per tanto tempo atteso e che si materializza all'improvviso dov'è stato
in tutti questi anni? E dove sta andando? E perché si porta dietro i
figli? Ed è, alla fine, effettivamente il genitore dei due ragazzi? Uno
solo - il più importante - di questi interrogativi troverà risposta, il
regista operando sapientemente con le omissioni e su una sospensione che
se da un lato è massimo merito della pellicola dal'altro risulta trappola
riduttiva nella quale il film si impantana: troppo il regista ci si
affida, rimbalzando gli interrogativi per una mezz'oretta di troppo,
marcendo il dubbio, inacidendosi il sospetto.
Nulla da eccepire sulla rigorosa confezione, sull'uso sapiente di luci e
paesaggi, sulla livida, frigida fotografia ma l'opera si risolve in un
esercizio a tratti sterile che punta su elementi tematici cristallizzati:
il confronto tra il padre e i figli, il diverso atteggiamento di questi
ultimi nei confronti del genitore (il soggetto forte e un po' cocciuto del
trio che dovrà scontrarsi con altre, impreviste testardaggini), il loro
viaggio faticoso e denso di aspettative, le misteriose attività paterne;
tali elementi si innestano in una trama che si snoda uguale a se stessa,
cambiando solo i luoghi e i tempi, ma in nessun modo evolvendosi e
risolvendosi in un dramma che, unico, garantisce il perpetuarsi degli
interrogativi iniziali, la preservazione della perplessità dello
spettatore che si scioglie infine nella tenerezza un po' patetica della
serie di belle fotografie che scorrono prima dei titoli di coda. Il
regista è intelligente e cerca di gestire al meglio la sostanza a
disposizione, rinviando ai tragici greci e alla Bibbia (singoli momenti
iconici che non enumererò), ma la pellicola, per quanto interessante per
gli aspetti sopra detti, è ben lontana dal paventato capolavoro potendosi
vedere in essa semplicemente un buon punto di partenza per la carriera del
suo autore.
Voto: 6
Luca Pacilio
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