VENEZIA 2003
IN CONCORSO

 

IN CONCORSO:
    - Marco BELLOCCHIO - Buongiorno, notte 
    - Paolo BENVENUTI - Segreti di Stato
    - Randa CHAHAL SABBAG - Le cerf-volant
    - Jacques DOILLON - Raja
    - Bruno DUMONT - Twentynine Palms
    - Amos GITAI - Alila
    - Alejandro GONZÁLES IÑÁRRITU - 21 Grams
    - Christopher HAMPTON - Imagining Argentina
    - Sangsoo IM - Baram-Nan Gajok
    - Srdjan KARANOVIC - Sjaj u Ocima
    - Takeshi KITANO - Zatoichi
    - Jan Jakob KOLSKI - Pornografia
    - Carol LAI MIU SUET - Floating Landscape
    - Noémie LVOVSKY - Les sentiments
    - Manoel de OLIVEIRA - Un filme falado
    - Margarethe von TROTTA - Rosenstrasse
    - Liang TSAI MING - Bu San
    - Edoardo WINSPEARE - Il Miracolo
    - Michael WINTERBOTTOM - Code 46
    - Andrey ZVYAGINTSEV - Vosvrašcenie

 

 

- IN CONCORSO

 

Buongiorno, Notte
(Marco Bellocchio)

Int.: Maya Sansa, Luigi Lo Cascio, Pier Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno, Paolo Briguglia, Roberto Herlitzka
(Italia  -  105' - Dramm.)


Chiara, giovane terrorista, è coinvolta nel rapimento di Moro. Attraverso il suo sguardo vengono rivissuti i giorni più tragici degli anni di piombo in Italia.

Moro "Revisited"

Bellocchio reimmagina il caso Moro: rinvenuta una chiave, il misurato dividersi tra un approccio realistico - alla base del film il libro Il Prigioniero della brigatista Braghetti - e uno più libero e fantasioso(\fantasmatico), il regista si addentra nella vicenda percorrendola a modo suo, reinterpretandola, arricchendo il dato cronachistico di inventivi chiaroscuri. Poco politico e più psicologico, moderatamente storico e molto immaginoso, il film è un gesto creativo infedele che Bellocchio compie nei confronti di una tragedia sfogliata in questi anni fino all'estenuazione. Nelle sue mani la vicenda diventa oggetto ingiudicato e ingiudicabile che il cineasta pone in una dimensione alternativa impossibile, nell'intento di contraddirre la nota fatalità storica del rapimento e dell'esecuzione dello statista, di rifiutare utopisticamente di subirla. In questa coraggiosa scelta di una visione personale, quasi romantica e a tratti irreale, l'autore riesce a riproblematizzare l'esausta questione rioberandola di domande, molto più di quanto una qualsiasi, asettica ricostruzione storica riuscirebbe a fare. Bellocchio, partendo dalla cronaca (il film gli è stato commissionato dalla RAI) anziché ossequiarla, la piega alla sua poetica, ne fa "suo" cinema, imponendole il suo stile e il suo gusto per certe, cariche atmosfere (e in realtà se una cosa può essergli rimproverata è di non aver completamente affondato il colpo, di non aver optato radicalmente, come ha scritto giustamente Sesti, per "una scelta pericolosa"); costruisce a dovere un personaggio che resta - quello della terrorista Chiara, scissa tra l'ideale della rivoluzione armata e l'istinto umano e pietistico -; concentra claustrofobicamente gran parte del dramma tra le mura dell'appartamento dei terroristi, restituendone i momenti quotidiani  (i pasti, il sonno, le parole) e disegnando il ritratto di un'inquietante famiglia clandestina; spia il rapito, lo svela pian piano, facendo di quel buco praticato sulla porta della sua prigione, l'occhio privilegiato non solo della protagonista ma anche di uno spettatore che più di una volta resterà attonito (le scene oniriche in cui Moro passeggia per la casa e in cui, a detta dello stesso cineasta, si manifesta il fantasma di suo padre, cui il film è peraltro dedicato); si concede un sipario metafisico (l'ironico quadretto della seduta spiritica in cui lo spirito Bernardo - Bertolucci, ha ammesso il regista - sbeffeggia gli astanti); dissemina il film di segni traditori e contraddittori (i terroristi che si fanno il segno della croce). E nel finale, quando le evocatrici note di Shine on you crazy diamond e The Great Gig in the Sky dei Pink Floyd (Wish you were here è del 1975, The Dark Side of the Moon del 1973) raggiungono l'acme, la sequenza di Moro libero per le strade seguita da quella in cui si approssima la sua esecuzione sanciscono icasticamente la commistione che ha nutrito l'intero film, ne sintetizzano mirabilmente gli assunti, espongono con semplicità ammirevole la scomoda convivenza delle due anime dell'opera.

Voto:  7                                Luca Pacilio


Lo Sguardo Altrove

Sembra impossibile poter aggiungere ancora qualche cosa sugli "Anni di Piombo" senza cadere nel gia' visto, detto o sentito e, soprattutto, non dimenticando il cinema. Eppure Marco Bellocchio riesce nel miracolo e costruisce un racconto cinematografico intriso di bellezza e novita'. Non sceglie la strada del film inchiesta, ma mette in scena la banalita' del crimine attraverso il rapporto tra Aldo Moro e i suoi rapitori. Un confronto di cui viene evidenziata principalmente la quotidianita', il succedersi di giorni in apparenza uguali ad altri e invece determinanti per la futura storia d'Italia. Il punto di vista adottato e' quello della giovane brigatista Chiara, combattente rivoluzionaria in nome di un'utopia che viene gradualmente smascherata fino a perdere spessore e credibilita'. Nei suoi occhi troviamo smarrimento, paura, determinazione ed e' in quelli che ci specchiamo per cercare di capire. A Bellocchio non interessa la verita' degli accadimenti, la precisa ricostruzione dei fatti, ma un'interpretazione personale senza tesi ideologiche da esporre, con bastonate sia per chi il potere ce l'ha, sia per chi quel potere cerca di distruggerlo. Un approccio piu' vicino alla psicanalasi (sempre cara al regista) che al documento storico, piu' vicino al sogno che alla realta', piu' vicino all'uomo che al politico e per questo anche piu' diretto. In tutto cio' il cinema viene utilizzato con competenza e sensibilita', grazie a un montaggio fluido, a una sceneggiatura che rischia piu' volte di impaludarsi nel didascalico ma che riesce sempre ad evitarlo, a una fotografia di grande intensita' e a un commento sonoro perfetto per amplificare la resa emotiva delle immagini. Difficile non caracollare quando le lettere di Moro vengono affiancate a quelle dei condannati a morte della Resistenza, tra le note struggenti e potenti dei Pink Floyd con "The great gig in the sky". Molto espressiva, nei suoi silenzi, la giovane protagonista Maya Sansa e davvero in parte Roberto Herlitzka, nel non facile ruolo di Moro.
E' vero, il film aveva tutte le carte in regola per vincere il Leone d'Oro al Festival di Venezia, ma e' comprensibile il distacco di una giuria internazionale nei confronti di una pagina cosi' prettamente italiana, con nomi e luoghi difficilmente riconoscibili da chi quegli anni non li ha vissuti in prima persona, seppur da spettatore. In ogni caso, inutili le polemiche da Sagra del Cotechino di chi pretendeva ad ogni costo un riconoscimento. Grazie al cielo la giuria, presieduta da Mario Monicelli, ha deciso in autonomia, fuori dai condizionamenti di media, produttori e distributori, anche se probabilmente tante chiacchiere aiuteranno il 
successo commerciale del film. Ed e' comunque un bene!

Voto:  8                                Luca Baroncini

 

Segreti di Stato
(Paolo Benvenuti)

Int.: Antonio Catania, David Coco, Sergio Graziani, Aldo Puglisi, Francesco Guzzo
(Italia  -  85' -  Dramm.)

Ricostruzione minuziosa e non ufficiale della strage di Portella della Ginestra (primo maggio 1947) ove perirono undici contadini comunisti. La magistratura attribuì la responsabilità alla banda di Salvatore Giuliano ma forse le cose andarono diversamente.

Quando la Realtà supera il Cinema

Sempre piu' spesso il cinema assume la funzione di vendicatore mascherato, mettendo in luce cio' che la realta' ha volutamente occultato e smentito. Si tratta sempre di supposizioni, congetture, spesso strumentalizzate a fini politici dall'una o dall'altra parte. E' successo, per rimanere a Venezia e al Festival, con "I cento passi" di Marco Tullio Giordana e la storia vera di Peppino Impastato, che ha rischiato di far ripartire le indagini, e l'anno scorso con "Magdalene" di Peter Mullan, che ha aperto gli occhi sulla realta' oscura degli omonimi conventi irlandesi. Nel cinema indagatore rientra anche l'interessante "Segreti di Stato", che getta una luce sinistra sulla strage di Portella della Ginestra del Primo Maggio 1947, ufficialmente opera del bandito Salvatore Giuliano. La materia e' appassionante perche' mette in dubbio tutto il sistema politico dell'epoca con rigurgiti anche attuali, ma il film non sempre convince. La luce flirta con gli spazi e i personaggi (molto bella la fotografia di Giovanni Battista Marras) ma l'indagine resta incerta tra il documentario e il teatro filmato perdendo di vista il cinema. La sceneggiatura affronta con didascalica chiarezza le ramificate difficolta' espositive dello spinoso tema trattato e consente una fruizione lineare, ma i botta e risposta tra i personaggi sanno troppo di lezioncina da impartire allo spettatore, con domande tutt'altro che spontanee fatte appositamente per fornire adeguata spiegazione al pubblico. Non aiuta, al riguardo, l'interpretazione degli attori, con uno spaesato Antonio Catania che inanella gesti di maniera ed espressioni attonite e il piglio teatrale degli altri. L'unico che mantiene un minimo di visceralita' e' il Gaspare Pisciotta di David Coco, che affianca, alla chiarezza di gesti e parole, il necessario trasporto emotivo richiesto dal personaggio.
Comunque importante per le discussioni che riuscira' ad animare, il film di Paolo Benvenuti avrebbe forse trovato nel documentario una forma piu' adatta al taglio investigativo utilizzato. Dopo un po', infatti, gli stupori di Catania e le immediate deduzioni degli altri diventano un surplus che aggiunge poco e, anzi, rischia di allontanare.

Voto:  6                               Luca Baroncini


Voto:  6,5                               Luca Pacilio

 

Le Cerf-Volant
(Randa CHAHAL SABBAG)

Int.: Flavia Bechara, Maher Bsaibes, Ziad Rahabani
(Francia/Libano  -  80'  -  Dramm.)


Lamia, sedici anni, promessa in sposa al cugino, il giorno del matrimonio attraversa le barriere di filo spinato che separano il suo villaggio libanese da quello dello sposo, annesso da Israele. Ma la ragazza, costretta ad abbandonare tutto per raggiungere la famiglia del suo consorte, non accetta la sua nuova condizione e torna indietro.

Bombardiamo queste genti per evitare a un popolo innocente un bagno di sangue e un regime totalitario.
Robert S. Mc Manara
Segretario della difesa USA 1961 - 1968

Siamo alle solite: basta dire cose condivisibili, basta a un autore recriminare su una situazione insostenibile per portarci a parlare bene del suo film? L'AQUILONE, molto gradito dal pubblico e vincitore di un esageratissimo Leone d'argento, se da un lato, a una base drammatica, antepone i toni ironici (i facili siparietti in cui le famiglie dei due sposi comunicano, da un capo all'altro della barriera che li separa, mediante megafoni, contrattando la sorte dei giovani promessi) dall'altro mischia denuncia annacquata e lirismo d'accatto, affidando una poeticità da riporto a metafore ingenue (quando va bene) o scontatissime (il più delle volte). La ragazza non accetta lo sposo impostogli, abbandona Israele, torna nella comunità libanese d'origine dove sarà additata per la scelta compiuta: lei che, all'inizio, non ha avuto paura, sfidando mine e fucili puntati, di disincagliare un aquilone, che come la sua anima imprigionata, si era impigliato nell'insensato filo spinato che separa due terre; lei che coltiva un amore tutto di sguardi con uno dei soldati posti a guardia di un confine che scotta. Si potrebbe discutere dei temi che la regista mette sul tavolo ma sarebbe ingannevole, tanto varrebbe ammettere subito che di bel cinema, con questo LE CERF-VOLANT, non se ne parla proprio: la favoletta non ha nessuna impennata, il coinvolgimento è zero, la scrittura mediocre, le dinamiche straviste: il film scivola via, retorico e piatto, senza lasciare traccia alcuna.

Voto:  4,5                                Luca Pacilio


Oltre il Confine

Può succedere di addormentarsi in Libano e svegliarsi in Israele, o viceversa. Sembra incredibile, ma è quanto accade nel film "Le cerf-volant", in cui il confine tra i due stati potrebbe variare anche ogni giorno a seconda degli esiti di un lungo ed estenuante conflitto che porta quotidianamente conquiste o perdite di territorio. Il variabile limite geografico è lo sfondo di una classica storia di matrimoni combinati: lei, giovane e innocente; lui, giovane e innocente; non si amano, ma per convenienza reciproca dovrebbero farlo. La tesi è dietro l'angolo, alcuni dialoghi e scelte di sceneggiatura scadono nel didascalico, ma il film ha una grazia d'insieme che va oltre la facile lezione pacifista. L'assurdità descritta si insinua sottopelle, attraverso la rappresentazione di villaggi suddivisi da un confine imposto dall'alto che costringe gli abitanti, a volte appartenenti a uno stesso nucleo familiare, a vivere separati da un provvisorio ma invalicabile filo spinato e a comunicare tramite megafono. La regia della libanese Randa Chahal Sabbag sfrutta con abilità il folclore locale senza cadere nel folcloristico e filma con astuta leggerezza l'assenza di ragione a cui i personaggi sono costretti a soccombere, applicando un taglio favolistico venato di poesia. Bellissima la giovane protagonista Flavia Bechara cui, solo a tratti, la regista riesce a rubare sguardi di giovanile e spontanea esuberanza. Nonostante le facili metafore (l'equazione "aquilone" =  "libertà" è delle più sfruttate) il film arriva dritto al cuore. Bello il tramonto velocizzato che, con democratico silenzio e ineluttabilità, fa calare il buio sul Libano, su Israele e sul temporaneo filo spinato che li separa.
Il Gran premio della Giuria attribuito al Festival di Venezia pare, però,  più un riconoscimento all'importante messaggio veicolato che al valore cinematografico dell'opera.

Voto:  6,5                             
Luca Baroncini

 

Raja
(Jacques Doillon)

Int.: Pascal Greggory, Najat Bessalem
(Francia  -  112'  -   Sentiment.)

Marocco: la giovane Raja, che vive in miseria col fidanzato, viene assunta come inserviente dal ricco francese Frédéric che si innamora di lei...

Film di chiaro impegno sociale-civile, Raja riesce almeno in parte ad aggirare gli schematismi e le fisiologiche semplificazioni del “genere”. Se è vero, infatti, che non mancano parti didascaliche nelle quali l’incontro-scontro Occidente/Mondo Arabo si fa prevedibile e risaputo, è altrettanto vero che sono più spesso le umanissime e complesse psicologie dei personaggi a prendere il sopravvento; ne risulta un film a tratti quasi sorprendente, che sa dare adeguata forma al dolore e ai tormenti dei suoi protagonisti, più profondo e problematico di quello che inizialmente lascia intuire e foriero di niente affatto banali spunti di riflessione. Tra questi, la triste e scomoda constatazione, derivata proprio dall’estensione “generale” dei “particolari” comportamenti umani, che nei confronti tra culture diverse e nei rapporti tra ricchi-poveri e colonizzatori-colonizzati le cause delle incomprensioni, attriti e incompatibilità vanno ricercate nell’errato atteggiamento di entrambe le parti, senza necessariamente addossare le colpe al “più forte” o all’”invasore”. La regia di Doillon è fin troppo asciutta ed invisibile, totalmente al servizio della storia ma spesso quasi paratelevisiva, mentre gli attori, complessivamente efficaci, peccano ora di “soprarighismo” (il personaggio di Frédéric risulta a volte un pochino forzato), ora di scarsa espressività (la protagonista Raja non è forse caratterizzata con un’adeguata gamma di emozioni e stati d’animo, tanto che a volte sfocia nel monocorde).

Voto:  6½                              Gianluca Pelleschi

 

Twentynine Palms
(Bruno Dumont)

Int.: David Wissak, Katia Golubeva
(Fra/Ger  -  109'  -  Dramm.)

Un fotografo effettua sopralluoghi nel deserto Joshua Tree in California. La sua donna lo segue.

Credo che il film sia molto semplice: sono in due e si amano. Io metto la macchina da presa e sondo il tutto. Punto e basta.
Bruno Dumont in conferenza stampa

E' un film di brutale linearità TWENTYNINE PALMS: contro la ricerca sconsiderata di significati, l'analisi esasperata che vuole scavare, sviscerare, rivoltare l'immagine, Dumont, nella consapevolezza dell'impossibilità di riprendere la profondità, preferisce essere diretto, semplice, di una immediatezza talmente spudorata da essere fraintesa. Spiazza un film che offre tutto in superficie, spiazza la coscienza di un regista che sa che la profondità è dietro l'evidenza, che si sottrae alla visione, che si percepisce (con lo stomaco e non col cervello) agitarsi sotto lo strato dell'ovvio (mai sottovalutare l'ovvio). TWENTYNINE PALMS dimostra quanto poco il regista sia interessato a giudizi e ad analisi, a denunce e indagini (sociologiche, politiche, psicologiche): il protagonista è e rimane lo sguardo e Dumont decide di scommettere sullo spettatore azzerando la narrazione, concentrando l'attenzione sul film stesso. Cinema puro, dunque, quello che manda in corto circuito l'amena dietrologia di tanta critica: vediamo una coppia attraversare il deserto, un rapporto difficoltoso (parlano lingue diverse, spesso non si capiscono, hanno difficoltà a comunicare), a tratti istintivo e felicemente animalesco, a tratti più contrastato, ruvido, spigoloso. Lui e lei spesso non parlano della stessa cosa, fraintendono, ma sanno di vivere la stessa situazione, i sensi che non raggiungono con le parole li raggiungono col corpo. Intorno a loro una natura selvaggia immersi nella quale fanno l'amore, dormono, si parlano, si fermano, guardano, riprendono il viaggio. Litigano spesso, scopano spesso. Ma qualcosa di orribile sta per accadere, nel susseguirsi degli eventi banali di questa coppia in viaggio si intuisce una tensione, una sospesa minaccia che porterà due puntini nel deserto dalla beatitudine più totale all'atrocità più raccapricciante: non abbiamo il permesso di svelare il finale ma il film, con una virata violentissima, all'improvviso assume le tinte dell'horror, spacca l'occhio dello spettatore, lo spiazza ancora una volta.
Lunghe, suggestive sequenze (uno dei riferimenti chiave è Antonioni e ZABRISKIE POINT anche se il regista nega di averlo visto - Scusate, ho delle lacune - non si sa se per onore del vero o per vero vezzo) che richiamano volutamente l'immaginario di tanto cinema americano, pochi dialoghi, di didascalismo neanche a parlarne ché l'amore e l'odio, il dolore e l'orgasmo, l'incomprensione e l'armonia sono leggibili all'istante, senza sottolineature, senza trucchetti e furbizie, basta avere le palle di rinunciare a questi mezzucci e le immagini diventano quello che devono essere: tutto. Il porco coraggio di spogliare la cinepresa e girare...
Cinema nudo, senza maschere.
Cinema naturale, cinema candido. Virgineo.
Cinema intransigente di lacerante, violenta bellezza.
Cinema di cui si sente maledettamente bisogno.

Voto:  8,5                               Luca Pacilio


Inutilmente Brutto

Afferma il regista Bruno Dumont, in un'intervista riportata nel press-book di presentazione del film: "Avevo notato da parecchio tempo, soprattutto in fase di montaggio, che anche senza niente si fa sempre qualcosa, che le inquadrature non hanno necessariamente bisogno di sostenere un racconto. Neutralizzare il racconto è diventato quindi un principio, a tutti i livelli del film. Non volevo appoggiarmi sul suono o la fotografia perché, per me, l'essenziale nel cinema, è la sintesi, il film stesso".
Può sembrare facile distruggere un film difficile, che sperimenta il linguaggio cinematografico per cercare altro rispetto all'omologazione imperante, ma le apprezzabili intenzioni si concretizzano in un film brutto e furbo (lo scandalo è tutt'altro che casuale). Per restare alle dichiarazioni del press-book, la sintesi che ne deriva è noia allo stato puro. Niente, infatti, dell'on-the-road abbozzato dal regista riesce a colpire, a interessare, a giustificare la visione:
- nè l'artificiale spersonalizzazione dei personaggi, con un uomo e una donna forzatamente vaghi che parlano di niente e non vanno da nessuna parte, salvo cambiare repentinamente umore, con lacrime e risate immotivate;
- nè l'aspetto visivo, con gli unici spunti dovuti alla naturale bellezza dei paesaggi e un accostamento di nudità e roccia che fa tanto "Zabriskie Point" dei poveri; brutto, anche se ovviamente ricercato, il traballamento della macchina da presa sull'auto in movimento e brutte pure tutte le sequenze di sesso che, tra l'altro, suonano totalmente fasulle (aspetto che stride con l'insistita esibizione genitale);
- nè l'aspetto provocatorio, con una grevità di maniera che sfocia nella mattanza in modo assolutamente gratuito; al riguardo sarebbe curioso capire, visto che due persone che compaiono sullo schermo sono comunque interessanti anche se non fanno nulla (affermazione anche condivisibile) per quale motivo il poco che fanno deve per forza prevedere l'invincibile accoppiata sesso & violenza.
Non è tradire le premesse sperimentali?
Non è che la patina intelettualoide maschera malamente un vuoto di idee?
Non è che l'esperimento senza il corredo di scandalo non remunera a sufficienza?
Ai posteri l'ardua sentenza.

Voto:  3                               Luca Baroncini


Voto:  5                            Gianluca Pelleschi

 

Alila
(Amos Gitai)

Int.: Yaël Abecassis, Uri Klauzner, Hanna Laslo, Ronit Elkabetz, Amos Lavie, Lupo Berkowitch
(Israele  -  120'  -  Dramm.)

La vita di tutti i giorni degli inquilini di un condominio situato sul confine tra Tel-Aviv e Jaffa.

Tel-Aviv oggi

Siamo in una fase del conflitto in cui le due parti dominano tutto il panorama dell'informazione: il conflitto israelo - palestinese consuma i due terzi dell'informazione internazionale: non si permette che si parli dell'Africa, poche notizie anche dall'Asia... Sempre israeliani e palestinesi: ci stiamo intossicando. Si sente una specie di tristezza distante se una sera si parla di qualcosa di diverso. Anche se ci combattiamo abbiamo creato questa lobby, questa coalizione molto forte che prevale nel paesaggio di tutti i notiziari serali. Ho detto molte volte che ciò non è sorprendente perché ci troviamo di fronte a una forte soap opera dei media nella quale ci sono i cattivi e i buoni che cambiano di posto ogni sera. E si scambiano le posizioni. E possono continuare a riempire gli schermi mentre nell'intermezzo di questo feuilleton continuano a vendersi le lavatrici.
Amos Gitai in conferenza stampa a Venezia 60

Amos Gitai con ALILA decide di opporsi alla crescente mitizzazione del conflitto mediorientale, lasciandolo volutamente sullo sfondo, e di guardare al vivere quotidiano, a fatti importanti e fatui di un gruppo di persone: lo fa con un'ironia che non ci saremmo aspettati (in conferenza stampa cita addirittura Lubitch) e, in una sorta di Short cuts israeliano, raccoglie frammenti di vita a Tel-Aviv, componendo il suo mosaico minimalista nel tentativo di fornire una disincantata rappresentazione della modernità, mettere in scena un balletto esistenziale molto lontano dai canoni occidentali, impregnato sì di tragedie ma da queste mai sopraffatto. Siamo in un condominio abitato da personaggi dai caratteri inconciliabili che intrecciano i loro rapporti in modo diverso e in cui sembra abolirsi qualsiasi intimità (Avevo voglia di insistere su una sensazione di promiscuità quasi "incestuosa"), in cui tutti sanno tutto di tutti, e che costituisce una sorta di cellula metaforica di una realtà più estesa, quella di una città e di una nazione nelle quali le storie di ciascuno sembrano invadere quelle degli altri, mentre le radio vomitano notizie di nuovi massacri. La scelta di Gitai di un film sorridente non abolisce comunque il dato da sempre presente nella sua filmografia: la convivenza di un discorso sulla contemporaneità mischiato a quello sulla memoria, elementi che si concentrano in questo microcosmo sul quale carrella con scioltezza la macchina da presa di Renato Berta (il film si compone di lunghi piani sequenza che consentono di guardare con grande omogeneità all'interno di una realtà che, al contrario, si presenta disomogenea e profondamente frammentata). Accanto alle storie di Gabi (travestita - letteralmente: il disvelamento finale lo conferma - da femme fatale)  e del suo amante Hazi, della vicina poliziotta (un concentrato di eccessi in odore di Almodovar), di Mali e Ezra alle prese con il figlio disertore, Gitai si sofferma anche su realtà di cui, nell'Israele in conflitto, non si parla mai (i lavoratori stranieri abusivi costretti al rimpatrio) nello scoperto sforzo di allargare lo sguardo a una situazione generale, uno sguardo che dunque non si risolva nell'occhiata unilaterale sulle bombe e sulla guerra ma che vada a scovare sfaccettature, contraddizioni, sofferenze e gioie di un popolo.
Tratto dal romanzo Returning lost love di Yehoshua Kenaz, ALILA è un film che ci presenta un Gitai diverso e smaliziato che dietro la scelta di un film semplice e senza aggressività mostra la volontà di valorizzare la normalità ormai dimenticata di una terra, facendo confluire solo nel magnifico finale le piccole storie private e le grandi vicende pubbliche.
I titoli iniziali sono recitati dallo stesso Gitai al quale ci associamo nell'augurare al pubblico che deciderà di vedere il suo bel film la buona visione.

Voto:  6,5                              Luca Pacilio

 

21 Grams
(Alejandro Gonzales Iñarritu)

Int.: Sean Penn, Benicio Del Toro, Naomi Watts, Charlotte Gainsbourg, Melissa Leo
(U.S.A.  -  120'  -  Dramm.)

Paul, Jack e Christine non si conoscono ma un incidente ne segna il destino e fa incrociare le loro esistenze.

Avanti e indietro nel tempo, la frammentazione dei fatti per non dare allo spettatore tutte le coordinate per orizzontarsi subito in un dramma che dice che la vita, puntando dritto alla morte, incrocia il dolore; dopo l'esalazione dell'ultimo respiro l'uomo perde 21 grammi: il peso dell'anima? Inàrritu usa immagini sgranate, handycam, un montaggio studiatissimo e un certo mestiere per buttarsi addosso a tre personaggi addolorati di diverso dolore, pompa ogni singola linea narrativa fino allo spasimo, fino all'eccesso, fino alla noia. Non convince l'esasperazione tramica, il rigiramento ipertragico di una sceneggiatura che coglie tutte le occasioni per gonfiarsi di lacrime, per arrossire occhi, per adornarsi di lamenti e recriminazioni. 21 GRAMS - migliore la prima parte - è troppo lungo, troppo pensato, di ispirazione posticcia: i personaggi sono di definizione granitica, le loro reciproche relazioni pochissimo eleborate e la loro evoluzione a tratti frettolosa (si pensi al carattere di Christine sul quale si affanna, zelante, l'ottima Naomi Watts); si parla di morte - vita - redenzione - vendetta - colpa - fede ma si buttano questi temi in pentola senza poi cucinarli a dovere; la destrutturazione cronologica à la Egoyan (il suo primo periodo, senza averne peraltro la profondità e la perfezione) è pura trovata che non supporta nulla se non la volontà di ingarbugliare una faccenda troppo banalotta per arrischiarne la narrazione canonica; una pellicola che evita il completo fallimento in virtù dei suoi innegabili meriti formali, di dialoghi non tutti da buttare e di tre interpretazioni molto convinte e partecipi.

Voto:  5                             Luca Pacilio


Destini Incrociati

Come già nel fulminante esordio "Amores Perros", il messicano Alejandro Gonzalez Inarritu affida a un incidente il motore dell'azione. Sarà un terribile incidente stradale, infatti, ad incrociare il destino di due uomini e una donna. Dopo una prima parte ben costruita, in cui una narrazione non lineare spazia a tutto campo sui personaggi rappresentati alternando il presente a flashback e ad anticipazioni sul futuro, il film arriva ad una resa dei conti in cui l'alto potenziale vira inutilmente al greve. Come se una chiusa disperata potesse dare un surplus di valore a un film che inanella tanti, troppi argomenti (senso di colpa, elaborazione del dolore, droga, trapianti, redenzione, peccato, vendetta, destino, predestinazione) senza approfondirne alcuno. Il regista conferma la sua abilità per il racconto corale, dando ad ogni personaggio, anche minore, adeguato spazio, ma quello che alla fine ne viene fuori è un drammone a fosche tinte un po' ricattatorio, che indugia sullo strazio, tenta di smuovere l'emotività e per farlo usa il piccone. Gli interpreti sono comunque bravi e in parte: Benicio Del Toro conferma il suo carisma, Naomi Watts non fa che piangere, ma lo fa bene, e Sean Penn continua il suo personale percorso lontano dalle major e dai blockbuster e fedele a un cinema indipendente nella forma e nei contenuti. Qui evita le smorfie e gli eccessi, non di rado presenti nella sua recitazione, ed è stato giustamente premiato a Venezia con la Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Maschile.
Il titolo è già una dichiarazione d'intenti: i 21 grammi corrispondono infatti alla perdita di peso che il corpo subisce quando si muore.

Voto:  5,5                            Luca Baroncini

 

Imagining Argentina
(Christopher Hampton)

Int.: Antonio Banderas, Emma Thompson, Rubén Blades, María Canals, Kuno Becker, Leticia Dolera, John Wood, Claire Bloom
(U.S.A.  -  107'  -  Romant./Thriller)

Buones Aires 1976: rapita sua moglie dal regime, Carlos Rueda, regista teatrale, ha delle visioni. Attraverso il contatto con i cari degli altri scomparsi ottiene la precisa percezione della sorte di quest'ultimi. Tale capacità dona speranza ai congiunti dei desaparacidos e preoccupa il governo.

Imagine all the People

Christopher Hampton,  autore teatrale e sceneggiatore (LE RELAZIONI PERICOLOSE di Frears, tanto per citare qualcosa di buono), torna a collaborare con Emma Thompson dopo l'alquanto ingessato CARRINGTON, tentando di usare gli elementi di tanta letteratura sudamericana, il realismo magico di Marquez e compagnia, per narrare un dramma terribilmente reale come quello dei desaparacidos (il manifesto italiano riporta la scritta "da una storia vera", messaggio ambiguo fino alla malafede: la storia vera è quella dei desaparacidos, quella del film è tratta da un racconto di Lawrence Thorton). Idea interessante quella di partenza, si diceva, ma anche estremamente pericolosa richiedendo l'approccio trasversale a un tema così delicato tutt'altra sottigliezza e intelligenza messinscenica, capacità che l'Hampton cinematografaro, regista dalla mano pesante e dall'occhio strabico, non sembra possedere in alcuna misura. Eccoci dunque alle prese con l'imbarazzante Banderas che da scrittore e regista teatrale impegnato si ritrova a fare il santone visionario e a indicare ai disperati congiunti degli scomparsi che fine hanno fatto i loro cari. Non ci vuole molto perché il film diventi ridicolo, senza la necessità di tirare in ballo discorsi di immoralità e di sconvenienza (ché di sconveniente c'è solo la rozzezza del prodotto): quella del bell'Antonio, in cerca della consorte Thompson, che guidato da un branco di fenicotteri infine giunge all'ingresso di una fazienda in cui campeggia la scritta Esperanza è una scena che non richiede commenti di sorta. Tutto estremamente piatto, sordidamente anonimo, straordinariamente brutto, tanto da farci domandare come si sia potuto selezionare questa roba per il concorso veneziano.
Non aggiungerei al conto il fatto che, pur trovandosi in Argentina e avendo a che fare con argentini, tutti parlino in inglese: queste sono fictio che la globalizzazione produttiva ci impone di ingurgitare a forza.
Indifendibile.

Voto:  3                              Luca Pacilio


Vedo, prevedo, stravedo

Chistopher Hampton tenta di raccontare la tragedia dei desaparecidos argentini uscendo dai cliche' dei film inchiesta ed entrando in una zona d'ombra contaminata dal paranormale. Non facile fare incontrare "X-Files" con una realta' cosi' devastante e indigeribile. E infatti gli apprezzabili intenti crollano nell'insensatezza della storia e nelle approssimazioni di regia. Antonio Banderas e' un regista teatrale che si vede rapire prima la moglie, giornalista di carattere, poi la figlia. In coincidenza con il rapimento scopre di avere un prezioso "dono": a contatto con gli amici e i parenti delle vittime, riesce a vedere cosa e' loro successo. Occhio, perche' la capacita' cognitiva (solo saltuariamente e senza logica in grado di vedere anche il futuro) oltre a riguardare unicamente i desaparecidos, non funziona per la moglie, senno' il film finirebbe subito. Ma sono tante le scemenze che affossano il lungometraggio, dalla caratterizzazione dei personaggi, macchiettistica (l'ufficiale governativo, i carcerieri) o priva di nerbo (gli amici e la figlia del protagonista, i familiari degli scomparsi), alla simbologia spicciola (fenicotteri rosa e gufi come guida), fino alla poca credibilita' della messa in scena, a partire dalla lingua utilizzata: tutti parlano indistintamente un inglese perfetto. Si salvano solo le interpretazioni di Antonio Banderas, volenteroso e partecipe, e di Emma Thompson, intensa nonostante tutto, anche se come coppia non fanno certo scintille.
L'elogio all'immaginazione per combattere gli orrori della dittatura finisce cosi' per perdersi in un film non riuscito, che annulla l'alto potenziale tra luoghi comuni e ridicoli "gift".

Voto:  4                              Luca Baroncini

 

Baram-Nan Gajok
(Sangsoo Im)

Int.: Moon Sori, Hwang Jungmin, Yun Yeojung, Kim Inmun, Bong Taekyu, Baek Jungrim, Jang Junyoung

(Corea del Sud  -  104'  -  Dramm.)

Hojung, moglie di un avvocato, di successo, è frustrata dalla vita casalinga; il marito la trascura per una giovane amante e a lei non rimane che occuparsi del figlio adottivo e del suocero alcolizzato. Finisce così per cedere alle attenzioni di un giovanissimo vicino di casa. Ma la situazione non tarda a precipitare.

Disgregazione a Oriente

Dall'Oriente uno sguardo poco rassicurante sul nucleo familiare. La famiglia pare infatti un'istituzione prettamente formale, svuotata di valori a cui aggrapparsi e rifugio asettico e ingombrante. Il protagonista è un avvocato di successo che tradisce costantemente la moglie. Questa, a sua volta, cede all'iniziazione sessuale di un giovane vicino di casa che ogni tanto ha incontrollabili e autolesionistiche esplosioni di rabbia. La coppia ha anche un figlio che finirà male (in una scena sconvolgente per la leggerezza con cui è posta) a causa di una vendetta personale. Anche i nonni non se la passano troppo bene. Uno è alcolizzato e in fin di vita, l'altra scopre le gioie del sesso a sessant'anni. Il desolante quadro è mostrato con una freddezza da chirurgo, lasciando una distanza tra spettatore e schermo che si fa via via sempre più grande. Le immagini arrivano così sempre più piccole e lontane. La scelta di evitare qualsiasi coinvolgimento emotivo diventa quindi un'arma a doppio taglio: se da un lato permette al pubblico di non affezionarsi ai personaggi e di vederli come specchio della società in cui sono immersi, dall'altro azzera l'interesse verso il loro destino. Essendo coreano ed essendo in concorso a un  festival, il film arriva con annesso l'immancabile carico di scandalo. Anche i numerosi incontri sessuali, però, soffrono del gelo che permea il film e poco aggiungono alla narrazione, solo qualche dettaglio (sputi, rabbia) in genere assente nelle messe in scena orgasmiche occidentali.

Voto:  5                                 Luca Baroncini

 

Sjaj U Ocima
(Srdjan Karanovic)

Int.: Senad Alihodziic, Ivana Bolancia, Jelena Djokic, Milena Dravic, Gorica Popovic, Boris Komnenic
(Ser  -  97'  -  Comm.)

Labud e' uno studente che arriva a Belgrado al seguito dell'ondata di profughi provocata dai conflitti etnici nella ex-Jugoslavia. Romana e' una ragazza proveniente dall'altra parte della linea etnica. Soli e lontani dai loro luoghi d'origine, si incontrano e si innamorano. Ma gli spiriti dei loro parenti interferiscono sulla loro storia d'amore.

Un'idea non basta

Durante la guerra dei Balcani un profugo cerca a Belgrado un lavoro e una donna. Si rivolge così a un centro di assistenza e a una scalcagnata agenzia matrimoniale. Fa piacere, per una volta, vedere un film che proviene dall'Ex-Jugoslavia pieno di speranza e senza inutili grevità o vezzi d'autore. Ed è carina l'idea che i personaggi interagiscano con i fantasmi di amici, fidanzate e famigliari attraverso dialoghi senza soluzione di continuità. Peccato che l'idea carina si trasformi in insostenibile tormentone e che tutto ruoti intorno a quell'unica idea di partenza. Anche la grazia con cui vengono presentati i personaggi passa dal tocco gentile alla stucchevole caricatura. Sono proprio i personaggi, infatti, ad assumere un valore simbolico finalizzato a supportare una tesi pacifista inevitabilmente condivisibile, ma in grado di stritolare il copione, con macchiette indigeste e risvolti prevedibili e di facile presa.
Fa piacere, per una volta, vedere un film che proviene dall'Ex-Jugoslavia pieno di speranza e senza inutili grevità o vezzi d'autore. Dalla teoria alla pratica, però, a risentirne è il cinema.

Voto:  4,5                              Luca Baroncini

 

Zatoichi
(Takeshi Kitano)

Int.: Beat Takeshi, Tadanobu Asano, Michiyo Oguso, Yui Natsukawa, Guadalcanal, Taka, Daigoro Tachibana, Yuko Daike, Ittoku Kishibe, Saburo Ishikura, Akira Emoto
(Giappone  -  115'  -  Azione)

Zatoichi, massaggiatore vagabondo e cieco, sfodera i suoi virtuosismi con la spada per aiutare due geishe in cerca di vendetta e una cittadina sotto il giogo di una banda.

L'esodo del Tip-Tap

DAREDEVIL e FURIA CIECA dei samurai, Zatoichi è un popolare antieroe (qui poco "anti" e molto sfuggente) del Sol Levante, impersonato da Katsu Shintaro in una lunga serie di pellicole a partire dagli anni sessanta. Kitano lo fa suo nel prezioso studio cromatico (gialli diurni sporcati di sangue digitale, blu-kitano di notte) e linguistico (straniamenti, miscela di generi, anomalo commento musicale), nel look ossigenato e nei tic della sua maschera (spietato in combattimento, super-eroico con dadi e legna, silente e amabilmente impacciato nelle relazioni interpersonali). Fra l’enunciazione di una tragedia (il toccante dolore delle geishe assassine), la destrutturazione drammaturgica (poco audace: solo qualche flashback), il racconto archetipico (o banale?) e divertenti sipari comico/demenziali (un plauso al cabarettistico Guadalcanal Taka), la violenza, al solito, esplode in tutta la sua brutalità, come coreografia di uno zenit dell’assurdo, più compiaciuta/compiacente, però, che nel circolo vizioso di nonsenso di un SONATINE. Kitano dà sempre il meglio di sé nelle dissonanze e negli sprazzi lirici: l’anima musical degli zappatori e dei carpentieri che esplode in un trascinante, vivido tip tap da "esodo" del teatro classico; la bisbigliata comparazione con il "ronin", avversario contingente che richiama l’eroe di HANA-BI; la sovrapposizione temporale (fino al morphing) dei due bimbi/adulti imprigionati nella ritorsione; le pause attonite sul paesaggio; i gesti apparentemente insignificanti (Zatoichi e lo spaventapasseri). Giunge il previsto duello fra samurai che, fra ralenti e bizzarri sogni infranti, depone le armi nel gesto estremo della moglie malata. Anche Zatoichi ha la sua vendetta da compiere, smaschera ma rivela solo occhi da albino, accecando la voglia di retroscena dello spettatore, che inciampa insieme al protagonista nell’inquadratura finale (prima del tip-tap), perché con gli occhi aperti non si vede niente e da ciechi si (sub)odora tutto. Felice enigma.

Voto:  7                          Niccolò Rangoni Machiavelli


De Gustibus

Fin dal 1997, quando vinse il Leone d'Oro a Venezia con "Hana-Bi", Takeshi Kitano gode dell'adorazione di un pubblico di fedelissimi che va in visibilio qualunque cosa faccia: dalla trasferta americana ("Brother") alla commedia ("L'estate di Kikujiro"), dalla poesia ("Dolls") alla riscoperta di tutta la sua filmografia. Ora tocca al genere "jidai geki", che sta per "storico in costume". L'azione e' infatti ambientata nel XIX secolo e ripercorre le gesta di un cieco, ora vagabondo, ora massaggiatore, abile e invincibile spadaccino. Il personaggio si chiama Zatoichi ed e' molto famoso nella cultura popolare giapponese, tanto che gli hanno dedicato gia' film e serie televisive. Ma a Kitano non interessa la verita' storica o la fedele riproposizione di un mito, bensi' una personale reinvenzione secondo i propri canoni estetici. Eccolo quindi biondo platino, con il solito carisma di una faccia che non si dimentica, impegnato in continui duelli e battaglie, non cedendo ai cliche' del genere ma contaminandoli con il comico, il grottesco, addirittura il musical. I fan piu' devoti impazziranno, gli altri si annoieranno a morte assistendo impassibili agli infiniti combattimenti (pare tecnicamente diversi rispetto a quelli visti nei film di samurai), ai continui regolamenti di conti, ai giochi d'azzardo, alle esibizioni ispirate al teatro Kabuki, a una comicita' zoppicante lontanissima dai ritmi a cui siamo abituati. Unica consolazione, i dettagli splatter (il sangue degli smembramenti e' stato rielaborato al computer), le scelte musicali (originale contrappunto all'azione) e lo strepitoso e divertente numero musicale che chiude il lungometraggio, davvero entusiasmante.
Ma bastano dieci minuti per rivalutare un intero film?

Voto:  5½                         
Luca Baroncini


Spada di Bambola

Lame lunari nel buio, gesti fulminei, zampilli rococò, arti bizzarramente decomposti: Kitano colloca una figura mitica della cultura giapponese (protagonista di una serie di film protrattasi per decenni) in una trama “di samurai” tanto schematica e prevedibile da essere appena un lussuoso e ironico manichino su cui allestire una messinscena dai toni raggelati e sulfurei, millimetrica fino alla mania (l’incessante giostra dei sinuosi movimenti di macchina, interrotta da una sola inquadratura realizzata con un’agitata mdp a mano, a sottolineare l’imminenza dello scontro decisivo), esteticamente divina, spinta ben oltre la calligrafia più sfrenata. Un magnifico esercizio di stile, un affresco dai toni cupi (rischiarati dai bagliori del fuoco e dai rubini del sangue), attraversato da ossessioni geometriche (la definizione spaziale pare griffata Mondrian) e musicali (le coreografie dei combattimenti, delle danze e delle partite a dadi, punteggiate dagli interventi di un surreale coro muto e destinate a sfociare nel frenetico balletto finale), un giocattolo di genere in cui il talento autoriale si limita ad aggiungere abbellimenti (spesso irresistibili, talvolta solo gradevoli) a uno spartito di medio/bassa routine. Ma l’apparenza inganna, anche quando, come in questo caso, incanta. Pur velato da un sontuoso mantello, ZATÔICHI si rivela il figlio naturale di DOLLS sia nella struttura (tre storie – il massaggiatore, i fratelli, la guardia del corpo – dapprima separate, poi lentamente e inesorabilmente avvicinate fino alla fusione in un’unica rete di passioni soffocate, esasperate dal passaggio del tempo, troncate dalla morte) sia nell’aspetto [i colori disumanati, morbidi e lucenti anche nel buio della notte eterna, gli ingranaggi teatrali – il contrappunto dei diversi piani dell’immagine (l’arrivo del massaggiatore in città), i corridoi di quinte laterali consacrati ad azioni parallele (la “prova della spada”) –, i feticci dis/simula(n)ti (gli strumenti a doppio taglio, il personaggio en travesti)]. La monocorde esattezza dei duelli è negata, con movenze felpate, dai tratti degenera(n)ti (neanche troppo) nascosti nelle pieghe della squisita stilizzazione: gli opposti coincidono, gli stilemi si ribaltano (i fratelli, androgini degni di Shakespeare), la percezione è costantemente ridefinita [l’ambigua natura del vendicatore e quella, allo stesso modo enigmatica, degli ambienti in cui si muove (la casa della vedova, inquadrata dall’alto, assomiglia al ciglio di una strada fangosa, fino all’apparizione di un ombrello colorato), i flashback imprevisti, iterati, assenti]. Al t(ri)onfo dell’azione automatica (la pistola…) si oppongono la vittoria del dubbio (come in un altro film “di genere” alieno e malato, BROTHER) e l’impero dei sensi [non solo della vista (le soffuse dissonanze della multipla colonna sonora)], prima di un finale beffardamente edipico e reticente, superbo inchino prima dei titoli di coda.

Voto:  8                             
Stefano Selleri


Voto:  5½                            
Luca Pacilio

 

Pornografia
(Jan Jakob Kolski)

Int.: Krzysztof Majchrzak, Adam Ferency, Krzysztof Globisz
(Polonia  -  117')

Polonia 1947: la nazione è occupata dai nazisti. In una tenuta due amici, Witold e Fredrerick, cercano di orchestrare le vite di due giovani mentre tragici eventi si consumano all'interno e all'esterno della magione.

Era un po' di tempo che non si vedeva un'opera così spudoratamente festivaliera: una scrittura non banale, un apparato simbolico consistente e manierato, fotografia virata, scorci estetizzanti un po' leccati ma non privi di fascino. Lo spirito malsano dei protagonisti perde un po' di fuoco nella fatua pittoricità degli interni, in alcune ricercatissime soluzioni, dettagli come quadri, nell'incanto delle nature morte che si alternano ad inquadrature che stringono spesso su bocche, orecchie, occhi. Tra chiaroscuri e immagini decolarate si narra dell'irruzione della gioventù nella vita di due attempati amici, un po' decadenti, un po' stronzetti, rifugiatisi in una campagna-oasi, lontana apparentemente dalle atrocità del momento storico, che fa scattare il gioco e la scommessa sui destini erotici di due ragazzi. L'atmosfera sospesa si carica di sensualità mentre fuori si consumano orrori: il registro visivo, sollecitato dai volti delicati degli innamorandi, affonda un po' nel patinato quando la morbosità si stempera in tenerezza mentre la guerra vera intralcia quella dei sensi. A quel punto il regista si compiace e si arena riprendendo quota quando la chimica amorosa finalmente si innesca grazie a una connivenza delittuosa.
Cinema un po' datato quello di Kolski ma di solido impianto scenico, privo di guizzi ma non disprezzabile soprattutto perché il regista segue con grande onestà un suo personale percorso nella lettura dei fatti e nel modo di rappresentarli.

Voto:  6                                 Luca Pacilio

 

Floating Landscape
(Carol Lai Miu Suet)

Int.: Ekin Cheng, Karena Lam, Liu Ye, Su Jin, Huang Jue
(Cin/Fra/Hong  -  100')

Hong Kong. Una giovane di nome Maan ha appena perso il suo amore. Sam, anche lui della stessa età, è distrutto da una malattia incurabile che lo porta alla morte. Recentemente era stato ossessionato dal paesaggio in cui aveva vissuto nella sua infanzia spesa a Qing Dao nella Cina continentale. In suo ricordo, Maan decide di andare in quei luoghi e trovare quel paesaggio.

Percepire i propri dolori e dispiaceri crea dolore a sua volta. Affrontarli è il modo per raggiungere l'accettazione di se stessi, per raggiungere la saggezza ­ l'unica via per trovare l'amore che cerchiamo. Ci mostra la differenza tra una solitudine subita e una solitudine scelta. Ognuno ha nel cuore il proprio "paessaggio fluttuante". È difficile da spiegare, ma questo paesaggio rappresenta sempre il momento più vero della propria vita; comunque, questi momenti sono sempre e solo parti di una vita illusoria. Così per me, una storia d'amore semplice è la miglior maniera per esprimere questo genere di sentimenti".    (dal catalogo)

 

Les Sentiments
(Noemie Lvovsky)

Int.: Nathalie Baye, Jean-Pierre Bacri, Isabelle Carre, Melvil Poupaud, Agathe Bonitzer, Virgile Grünberg
(Francia  -  94'  -  Sentim.)

Jacques e Carole, François e Edith. Quando l'amicizia diventa amore, chi può prevedere i sentimenti altrui?

Amori in Città… e Tradimenti in Campagna

Due case affiancate nella campagna francese. Da una parte una coppia fresca di matrimonio, dall'altra un menage solido, ma ingrigito dalla routine. Le coppie si conoscono, si frequentano e finiscono con il mischiarsi: la ragazza più giovane inizia una relazione clandestina con l'uomo più vecchio. Comincia come la più classica commedia sofisticata in salsa d'oltralpe e si mantiene sui ritmi della pochade per circa tre quarti, poi la leggerezza vira in greve smorzando i sorrisi in malinconia, un po' spiazzando, un po' dissimulando le sue intenzioni: moralista o liberale? Forse semplicemente descrittivo, con nessuna tesi da esporre e solo una possibile storia da raccontare.
La regista Noemie Lvovsky, anche co-sceneggiatrice, è molto attenta alla caratterizzazione dei personaggi, scritti con brio e sensibilità e interpretati, soprattutto quelli femminili, con straordinaria partecipazione: Isabelle Carrè ha un sorriso disarmante e rende perfettamente l'entusiasmo, la fiducia in se stessa e l'incapacità di analisi introspettiva della giovane protagonista; Nathalie Baye è sempre luminosa e trasmette con intensità la solitudine di una casalinga con i figli già grandi, ma ancora piena di energia e voglia di vivere; simpatico, come sempre, Jean-Pierre Bacri (già visto nella commedia "Il gusto degli altri"), più decorativo Melvil Poupaud.
L'azione è commentata da un coro attraverso canzoni con parole scritte dalle stesse autrici del film e musicate da Philippe Roueche e Jeff Cohen. L'idea ricorda l'interazione con un coro greco nel teatro di Taormina presente in "La dea dell'amore" di Woody Allen, ma i risultati sono tutt'altro che simili: se là si rideva, qui l'eco canora diventa presto insopportabile.

Voto:  6,5                              Luca Baroncini


Voto:  7                             Gianluca Pelleschi

 

Un Filme Falado
(Manoel De Oliveira)

Int.: Leonor Silveira, John Malkovich, Catherine Deneuve, Stefania Sandrelli, Irene Papas, Filipa de Almeida, Luis Miguel Cintra
(Fra/Ita/Por  -  96'  -  Dramm.)


Rosa Maria, giovane insegnante di storia, viaggia insieme alla figlia Maria Joana in una crociera che le porterà dal Mediterraneo fino a Bombay, dove incontrerà il marito. Durante la crociera madre e figlia attraversano la storia visitando Ceuta, Marsiglia, Pompei, Atene, Istanbul e l'Egitto. Sulla nave si uniscono al tavolo del capitano insieme a tre persone famose di differenti nazionalità. Ma una strana minaccia incombe sulla crociera e sui passeggeri.

Un Film Fallato

Manoel de Oliveira è un maestro della cinematografia portoghese e basta ascoltarlo in un'intervista per capire di essere davanti ad una persona di somma cultura e profonda intelligenza. Alla veneranda età di novantacinque anni non manca un festival, con film non sempre entusiasmanti ma spesso illuminanti. "Um filme falado" è però, davvero, di rara bruttezza (e si vocifera sia stato escluso dal Festival di Cannes). Tutta la prima parte prevede lezioni di storia impartite da una giovane insegnante (la sempre luminosa e gelida Leonor Silveira, attrice feticcio del regista), alla figlioletta. Le capitali si susseguono identiche: stessa inquadratura della prua della nave, sbarco, cartolina del monumento più famoso, dissertazione accademica (a volte con ospiti), "cos'è questo", "cos'è quello", pronunciati dalla saputella bambina, imbarco di un nuovo personaggio.
Nella seconda parte il capitano della nave (un John Malkovich più viscido che mai) invita le tre "colte" e importanti personalità salite a bordo a cenare con lui. Si crea quindi una tavolata con Catherine Deneuve, donna d'affari francese, Stefania Sandrelli, ex-modella italiana e Irene Papas, cantante greca. Ognuna si esprime nella sua lingua natale e dissertano sui massimi sistemi capendosi a meraviglia. Grandi banalità vengono spacciate per pillole di saggezza ("Le donne dovrebbero governare il mondo", "fra Oriente e Occidente mancano valori di convergenza") e lo spirito didattico finisce per prevaricare sui personaggi, ridotti ad anonime marionette spara-nozioni.
Le lunghe sequenze dialogate sono quanto di più falso sia dato vedere al cinema: Irene Papas è forse la più spumeggiante, la Deneuve appare spaesata e la Sandrelli è semplicemente imbarazzante.
Il finale potrebbe dare un senso al tutto ma è inficiato da un'inquadratura conclusiva che scade nel trash: l'espressione attonita di Malkovich che accompagna tutti i titoli di coda e che potrebbe assicurarsi la primissima posizione nella "Yeeeuuuch! Parade".

Voto:  3                              Luca Baroncini


La cosa stupefacente, dell’ultimo film di De Oliveira, è sicuramente il coraggio e la voglia di stupire del Maestro portoghese: un uomo di 95 (novantacinque) anni che non ha paura di deludere il suo spettatore, di “rovinare” in extremis il suo film per dotarlo di un messaggio misterioso e sfuggente. Dopo 90’ colti, educati e quasi didascalici in cui Un filme falado passeggia meditabondo lungo i viali della Storia delle civiltà occidentale, De Oliveira fa un’impressionante inversione a U e confeziona un finale incredibile che costringe a una rilettura fulminea e destabilizzante di tutti i fotogrammi visti prima dell’ultimo, immobile, su cui scorrono i titoli di coda... basta dunque un attimo di “terrore” a rovinare la Storia e la storia?...

Voto:  8                            Gianluca Pelleschi

 

Rosenstrasse
(Margarethe Von Trotta)

Int.: Katjia Riemann, Maria Schrader, Jürgen Vogel, Martin Feifel, Jutta Lampe
(Germania  -  136'  -  Dramm.)

Ruth Weinstein, una signora newyorkese, ha appena sepolto il marito. Nel dolore riflette sulla religione ebraica ortodossa e organizza un lutto di trenta giorni per tutta la famiglia. Inoltre, disapprova il matrimonio della figlia Hannah con il sudamericano Luis. Per capire come mai la madre si comporti così stranamente, Hannah, alla ricerca di indizi, si reca a Berlino.

"Una delle ragioni per cui ho realizzato questo film è la memoria. Ho sempre nutrito una certa curiosità su come essa lavori: e qui sono riuscita a dimostrare che ci sono due tipi differenti di memoria. C'è Ruth, che ha speso tutta la sua esistenza cercando di annullarla. Per lei, la memoria è collegata a una profonda ferita. E poi c'è Lena, i cui ricordi sono di vittoria e di successo, e dunque non vi è nessuna ragione per scordare ciò che si ha provato".    (dal catalogo)

 

Bu San (Good Bye Dragon Inn)
(Tsai Ming-Liang)

Int.: Lee Kang Sheng, Chen Shiang Chyi, Shi Jun, Kyonobu Midamura
(Taiwan  -  82'  -  Dramm.)

Un giovane giapponese, in cerca di compagnia maschile, si reca in un cinema semivuoto: sullo schermo un film di successo di 36 anni prima intitolato DRAGON INN. Entrando in sala, il giovane si imbatte anche in due spettatori che hanno le sembianze dei personaggi sullo schermo. Uno di loro, mentre guarda il film, piange. Sono persone reali o spiriti che non vogliono andarsene?


Le sequenze di Tsai Ming Liang, lunghe fino all'estenuazione, fino ad esaurimento della pellicola nella macchina da presa ("non riuscivo a fermarmi" ha detto il regista in conferenza stampa), sono alla base dello straniamento che prova chi guarda i suoi film: pochissimi cineasti fanno delle proprie opere una vera esperienza per lo spettatore, Tsai ci riesce. Difficile dunque ricorrere ai soliti parametri e alle consuete categorie: quello del taiwanese è un sistema filmico a sé stante, un trip ipnotico in cui si spendono pochissime parole e che, nei suoi lunghi piani, di minuti che sembrano dilatarsi a dismisura, ospita sempre un risvolto ironico, un dato paradossale, una chiave beffarda. Se per compiere un gesto un personaggio impiega cinque minuti, il regista pensa bene di non farcene perdere neanche un secondo: se questo appare assurdo, allora un montaggio frenetico cos'è? Le scelte del regista non sono provocazione ma cifra stilistica, e se un pericolo c'è è che questa scelta passi per pura maniera, cosa dalla quale è lontanissima.
In GOODBYE DRAGON INN l'ossessione dell'autore per l'acqua che scorre è ancora presente: si sente all'interno dei tubi di questo cinema che è esclusiva location della pellicola, la si avverte nelle lunghe pisciate degli avventori nella scena degli orinatoi, negli scarichi delle toilette, nella torrenziale pioggia finale: l'ambiente partecipa del film come sempre, vi si penetra dentro, lo si vive, si interrogano i visi imperscrutabili dei personaggi che lo abitano, vicini nello spazio mentre distanze siderali ne separano le anime. L'ambientazione - una sala cinematografica semivuota in cui si proietta DRAGON INN, oramai diventata ritrovo gay, ricettacolo di varie solitudini - ha una staticità cui fa riscontro la cineticità del film che viene proiettato: vive di contrasti l'opera di Tsai, di nuovo chiusa e crepuscolare, composta di percorsi in lungo e in largo, di vagabondare vacuo in un luogo infestato dai fantasmi di un cinema moribondo, di nuovo terminale e apocalittica dopo gli spifferi di CHE ORA E' LAGGIU'?. BU SAN è soprattutto, infatti, una riflessione sul tramonto di un'era: la sala è all'ultima proiezione, un mondo sta sparendo, lo sguardo della camera fisso sulla platea completamente vuota lo testimonia freddamente, due degli spettatori della pellicola in proiezione sono proprio gli attori di DRAGON INN (uno di loro aveva pianto rivedendosi sullo schermo) che si scambiano un paio di malinconiche battute ("Di noi oramai non si ricorda più nessuno") nel bellissimo finale. La saracinesca viene abbassata. La sala chiude per sempre.

Voto:  8                               Luca Pacilio


Quel che resta del Cinema

Il regista malese naturalizzato taiwanese Tsai Ming-Liang ci ha ormai abituato alla sua visione, attraverso un cinema che si può definire dell'assenza. Assenza di ritmo, di avvenimenti, di dialoghi, spesso anche di musica. Eppure nei suoi lungometraggi appare con forza l'interiorità dei personaggi rappresentati, in genere vittime di incomunicabilità, pulsioni represse e devastante solitudine. Temi che attraversano tutta la filmografia del regista, dal Leone d'Oro "Vive l'Amour" al più ottimista "The hole - Il Buco". In "Bu San" il fulcro dell'azione è un decadente cinema, in cui viene proiettato un vecchio film intitolato "Dragon Inn". Negli ottanta minuti di proiezione assistiamo alla cronaca dell'ultima giornata di funzionamento della sala prima della chiusura definitiva: lo zoppicare della cassiera che pulisce i bagni, mangia, porta il cibo al proiezionista e il via vai del pubblico, quasi esclusivamente maschile, che sfrutta l'oscurità per improvvisare approcci sessuali. Il primo dialogo, oltre a quelli di sottofondo del film in programmazione, arriva dopo un'ora di film ("È infestato dagli spiriti!", "Il cinema è ...", "... gli spiriti!") e dice anche troppo. Più evocative, nel loro lento reiterarsi, le immagini in successione, quasi tutte inquadrature fisse o lunghi piani sequenza. A tratti insostenibile, comunque estenuante nonostante il breve minutaggio, il film riesce con forza ad essere comunicativo e a rendere vivo e pulsante il tormento dei personaggi. I tempi morti al cubo escono dal vezzo autoriale e imprimono personalità a uno stile coraggioso e inaspettatamente potente. Peccato per l'aria nostalgica che si respira. Da un linguaggio così estremo ci si aspetta uno sguardo sul futuro, se non di speranza perlomeno di lucido pessimismo, al limite una riflessione sul presente, ma non un rifugio nel passato e nella nostalgia del bel tempo che fu.

Voto:  7                             Luca Baroncini


Un (non) film quasi immobile e immutabile, solcato da impercettibili appigli tramici, letteralmente popolato da ombre e fantasmi; lo scorrere del tempo filmato nel suo semplice farsi, senza “divenire”, e il primo e ultimo esempio di post-cinema fossile. E’ questo, forse, “l’ultimo” film di Tsai Ming-Liang: la morte del cinema celebrata epurando il (sottraendo dal) Cinema che fu per lasciare solo morte al lavoro e pallidi ricordi, un cadavere sul viale del tramonto che racconta, contempla, celebra e piange il proprio addio.
Bellissimo e/o inguardabile.

Voto:  (1)0                           Gianluca Pelleschi

 

Il Miracolo
(Edoardo Winspeare)

Int.: Carlo Bruni, Anna Ferruzzo, Stefania Casciaro, Angelo Gamarro, Rosario Sambito
(Italia  -  92'  -  Dramm.)

Tonio, 12 anni, investito da un'auto, prima di perdere i sensi ha una visione. Risvegliatosi dal coma, nell'ospedale, viene a contatto con un paziente in fin di vita: toccatolo, il cuore dell'uomo riprende il normale battito. Miracolo?

Sangue tiepido

Bambini sempre più saggi e adulti sempre più fragili in una Taranto insolita, valorizzata dalla suggestiva fotografia di Paolo Carnera. Edoardo Winspeare, tedesco di origini ma salentino di adozione, racconta, al ritmo di una pizzica contaminata da sonorità orientali, l'incontro di due solitudini: Tonio, un bambino che dopo un incidente sente di avere acquisito il dono di guarire chi sta male e Cinzia, la problematica ragazza che lo ha investito con l'automobile. Il regista adotta uno stile asciutto, non si perde in fronzoli, evita facili leziosità e costruisce personaggi in cui è facile credere. Ad alcuni momenti riusciti (il rapporto tra il giovane protagonista e il suo buffo compagno di scuola, la caratterizzazione dei genitori) se ne alternano altri meno efficaci (il determinante primo incontro tra Tonio e Cinzia, che finisce per suonare un po' falso, la critica scontata alla televisione spazzatura) e dopo una prima parte compatta e coinvolgente il film sembra incartarsi, fino a un finale che non convince. Aperto a possibili sbocchi, ma forzato e poco comunicativo. Bravi gli attori (in particolare Carlo Bruni che interpreta il padre), interessante il tentativo di affrontare un misticismo laico, un po' sfilacciato il punto di arrivo. Bello lo spunto di regia di non mostrare l'incidente alla base del soggetto, ma poco credibili le premesse di un frontale su un rettilineo.

Voto:  6                              Luca Baroncini


All'opera terza, dopo PIZZICATA e l'acclamato SANGUE VIVO, Winspeare tenta la carta di un film d'autore ma popolare, gettando lo sguardo sull'infanzia (tema che pare riscoperto di recente dai registi nostrani), sulla distanza siderale che separa le varie generazioni, l'indifferenza e la vacuità genitoriale, su un mondo acerbo che gli adulti si ostinano a ignorare o a non comprendere. La prima parte, che conferma le doti del regista, la sua attenzione per il dettaglio, un occhio particolare nella descrizione, in toni anche pittorici, di una realtà urbana peculiare (il film è ambientato a Taranto) ha una certa misura e non eccede in letterarietà (il grande peccato di tanto nostro cinema) e, senza entusiasmare, ha un incedere più che dignitoso. I disastri vengono nella seconda parte che testimonia tristemente di una certa normalizzazione "archibugiana" per un autore che, dopo il sorprendente debutto, sembrava promettere tutt'altro: la critica alla televisione, al pubblico oppurtunista che se ne vuole rendere protagonista per potersi applaudire, è molto lontana dall'essere una trovata originale, si fonda su meccanismi triti, personaggi fuori registro (il cronista della tv locale) e colpisce al cuore uno script che fino a quel momento aveva lavorato bene sui toni minori, descrivendo adeguatamente un'umanità variegata senza banalizzarla e lo stritolamento dell'anima di un bambino da parte del calcolo dei grandi. Tutto abbarbicato al soggetto, dando meno spazio all'istinto sanguigno delle sue prime opere, Winspeare fa inciampare IL MIRACOLO in un'ordinaria e purtroppo familiare atmosfera da cinemino italiano, quello vittima del neoneorealismo coatto, del tema sociale ad ogni costo, figlio della cronaca e dell'indagine da rotocalco. Qualche virata c'è, il finale ha una discreta forza, ma non basta a riscattare le cadute, a scacciare l'impressione di un film ibrido e indeciso, prova transitoria che pone Winspeare di fronte a decisioni cruciali per il suo futuro artistico.

Voto:  5,5                              Luca Pacilio

 

Code 46
(Michael Winterbottom)

Int.: Tim Robbins, Samantha Morton, Om Puri, Jeanne Balibar, Togo Igawa
(GB  -  96'  -  Fantasc.)

In un non individuato futuro, a Shangai, William investiga su una frode ai danni di una compagnia assicuratrice, la Sphinx. Ha contratto l'empathy virus che gli consente di leggere nella mente degli indagati. William scopre che un'impiegata, Maria, è la truffatrice che sta cercando ma decide di non denunciarla. I due si innamorano.

Winterbottom non si capisce bene che bestia sia - camoleontica, imprevedibile, molto prolifica -: lo abbiamo da poco lasciato fresco e immeritevole vincitore a Berlino col brutto COSE DI QUESTO MONDO - tutto un nobile protendersi verso la realtà -, lo ritroviamo a Venezia con questo CODE 46, ripiegato in una science fiction pauperistica, tra P.K. Dick e Gibson (soggetto e sceneggiatura sono di un abituale collaboratore del regista, Frank Cottrell Boyce). Si immagini dunque il futuro non così differente dal presente: le metropoli grosso modo come quelle odierne, la disperazione e la povertà ricalcheranno quelle che conosciamo, alienazione e informatizzazione all'ordine del giorno, costante monitoraggio, le città come piccoli mondi chiusi, inaccessibili e non abbandonabili senza passare attraverso le maglie di un'immanente burocrazia à la Grande Fratello. Così lontani così vicini. La metafora legata alle papelles, le coperture assicurative che condannano le persone che ne siano sprovviste a sopravvivere in vere e proprie sotto-culture e alle quali non è permesso di abbandonare le zone autorizzate, è piuttosto chiara (e nemmeno troppo distante da alcuni dei temi toccati dal precedente film). A dare colore ci pensano delle pennellate di sfatta furbizia volte a rendere novità e decadenza dei tempi: ma basta mettere in bocca ai protagonisti un linguaggio global che mischi idiomi diversi (già rido al pensiero del doppiaggio delle parole italiane) su una base sostanzialmente inglese, per dare un'impressione di altra dimensione\ altro tempo\ altra alienazione? O questa e altre scelte non sono piuttosto il trito escamotage teso a insaporire e a dissimulare la confusione che sovrana regna in questa polpetta artificiale? Allo stesso modo i temi in ballo [1) omnia (non) vincit amor; 2) il ricordare vs il dimenticare; 3) il "dentro" vs il " fuori"; 4) il benessere è bello e caro ma guarda dove ci porterà: autorizzazioni per compiere azioni che esulano dall'ordinario ché altrimenti non si è coperti dalla obbligatoria assicurazione sulla vita firmata Sphinx; 5) il sistema ci controlla, cazzarola; 6) cambiano i tempi ma i problemi sono sempre gli stessi] tanto grandi quanto vacui sono trattati con una profondità degna degli avventori di uno scompartimento di un intercity a vostra scelta.
Film a basso budget e indipendente, CODE 46 nasce vecchio, tenta varie strade tutte fallendole, non riesce a dare un minimo di sostanza ai suoi personaggi, cincischia sugli stessi deboli elementi per tutta la sua durata, cerca di rattoppare inutilmente le falle del pessimo script, vanta un Tim Robbins investigatore imbambolato che legge nel pensiero dei suoi indagati e ripete la formuletta di rito (uffa) e una Morton che rispolvera la pelata e qualcosa in più del suo recente personaggio spielberghiano. Winterbottom opta per una mdp mobile, una fotografia virata sul giallo, inserendo spesso le immagini delle telecamere a circuito chiuso tanto per buttare fumo negli occhi e non dare l'impressione che tanta sciatteria non sia voluta.
Non banale, ma già vista, l'ambientazione "realistica".
Sfiancante e inutile la voce fuori campo.
E poi, parliamoci chiaro, chi preferirebbe la Morton alla Balibar?
Un film sbagliato a confronto col quale NIRVANA di Salvatores sembra addirittura interessante (non lo è per niente) e MINORITY REPORT un film da rivedere (neanche se mi pagano).

Voto:  4                              Luca Pacilio


Virus "Letale"

In un futuro imprecisato, in una Shangai mutuata (anche nei suoni) da "Blade Runner", si aggira l'investigatore Tim Robbins alla ricerca di chi falsifica le coperture assicurative che permettono di entrare e/o uscire dalle città protette. E sì, perche il Grande Fratello conosce ogni cosa, non siamo altro che numeri, codici di accesso, qualsiasi azione compiuta viene memorizzata in file, non esiste la privacy e bla bla bla. Il tema è dei più usurati, ma il film parte comunque bene: costruisce un'atmosfera credibile e riesce a rendere interessanti i personaggi. Poi lo script cede sotto i colpi vigorosi dell'insensatezza e il lato sentimentale prevale su quello fantascientifico fino all'imbarazzante finale (Samantha Morton in versione Tuareg si prenota un posto d'onore nella "Yeeeuuuch! Parade"). Ultimamente le capacità precognitive trovano ampio risalto al cinema ("Immagini", "Final Destination 2"). Qui assumono la forma del virus "empathy" (Sic!) che consente di leggere il pensiero, ma la sostanza non cambia e i copioni si ostinano a utilizzare queste "visioni" senza alcuna razionalità narrativa,  saccheggiandole quando ormai lo script non sa più che direzione prendere. Non scatta neanche l'alchimia tra i due protagonisti: una Samantha Morton direttamente prelevata dai Pre-cogs di "Minority Report" e un Tim Robbins volonteroso ma spaesato. Del resto, con una sceneggiatura così, impossibile dargli torto.
Michael Winterbottom conferma la discontinuità del suo curriculum cinematografico. Gira un film dopo l'altro, è inserito nel cartellone dei festival più prestigiosi, ma fatica a trovare un centro di gravità, perlomeno artistico.

Voto:  4,5                            Luca Baroncini

 

Vosvrascenie - Il Ritorno
(Andrej Zvyagintsev)

Int.: Vladimir Garin, Ivan Dobronravov, Konstantin Lavronenko, Natalia Vdovina
(Russia  -  105'  -  Dramm.)


La vita di due ragazzi cambierà radicalmente col ritorno a casa di loro padre dopo un'assenza di molti anni.

Il Leone della Discordia

Non e' un film, ma sono pennellate di luce disposte con armonia per dare forma a un racconto. E' un bel debutto quello del russo Andrey Zvyagintsev che dimostra grande padronanza del mezzo cinematografico attraverso una messa in scena essenziale, rigorosa e potente, con una direzione degli attori strepitosa. Il piccolo Ivan Dobronravov, co-protagonista insieme allo scomparso Vladimir Garin, e' impressionante per come si cala nel ruolo del provocatorio fratello minore, alla ricerca di un affetto paterno che non riconosce nell'uomo piombato improvvisamente a casa e che dice di essere suo padre. La storia prevede il viaggio dei due fratelli verso un'isola misteriosa, accompagnati da questa ruvida presenza insinuatasi nella quotidianita' senza alcun preavviso. Chi e'? Cosa vuole da loro? E' davvero il loro genitore naturale o magari vuole ucciderli? E' pericoloso? Perche' si e' ostinato a compiere quel non facile tragitto verso un'isola deserta? L'atmosfera e' carica fin dall'inizio di grande suggestione e gli interrogativi si amplificano di pari passo alla tensione emotiva che accompagna lo schiudersi dei personaggi. L'assenza di comunicazione ingigantisce il divario tra l'adulto e i due bambini e crea paure e rivalita'. Il bisogno di affetto e' la molla scatenante dei personaggi, ma l'incapacita' di concretizzare le intenzioni si traduce in un rifiuto che prende la forma dell'aggressivita'. La tragedia non accade inaspettata, era nell'aria fin dall'inizio, ma giunge ineluttabile. Perfetta l'ambientazione, volutamente non connotata a livello temporale, forte l'incidenza del paesaggio e la cura con cui ogni inquadratura e' composta, quasi a dare l'idea di una successione di quadri in movimento. I valori estetici sono però al servizio della narrazione, arricchita dalle immagini che riflettono con intensita' lo stato d'animo dei personaggi. Si dira' che il film e' costruito a tavolino per piacere a un festival (non a caso Venezia e Locarno se lo sono contesi ed ha poi vinto il Leone d'Oro). Ma se fosse cosi' semplice progettare la riuscita di un film, sarebbe piu' frequente uscire soddisfatti da una sala cinematografica.

Voto:  8,5                              Luca Baroncini


In Viaggio con papà

Soffiato da De Hadeln al Festival di Locarno (la Bignardi non gliel'ha ancora perdonata) IL RITORNO vince la kermesse veneziana mettendo, pare, tutti d'accordo (il film piace e piacerà, altri allori lo attendono). Cosa si vuole di più da un debuttante? Zvyagintsev gira bene, si concede un inizio molto bello (la contesa tra gli adolescenti), gioca di rimandi inserendo presagicamente, dopo 8 minuti, sull'inquadratura del padre dormiente, una citazione letterale del Cristo morto del Mantegna che, come la torretta dell'inizio, tornerà nel finale in effettiva chiave mortuaria. Poi il rosario delle questioni: il padre per tanto tempo atteso e che si materializza all'improvviso dov'è stato in tutti questi anni? E dove sta andando? E perché si porta dietro i figli? Ed è, alla fine, effettivamente il genitore dei due ragazzi? Uno solo - il più importante - di questi interrogativi troverà risposta, il regista operando sapientemente con le omissioni e su una sospensione che se da un lato è massimo merito della pellicola dal'altro risulta trappola riduttiva nella quale il film si impantana: troppo il regista ci si affida, rimbalzando gli interrogativi per una mezz'oretta di troppo, marcendo il dubbio, inacidendosi il sospetto.
Nulla da eccepire sulla rigorosa confezione, sull'uso sapiente di luci e paesaggi, sulla livida, frigida fotografia ma l'opera si risolve in un esercizio a tratti sterile che punta su elementi tematici cristallizzati: il confronto tra il padre e i figli, il diverso atteggiamento di questi ultimi nei confronti del genitore (il soggetto forte e un po' cocciuto del trio che dovrà scontrarsi con altre, impreviste testardaggini), il loro viaggio faticoso e denso di aspettative, le misteriose attività paterne; tali elementi si innestano in una trama che si snoda uguale a se stessa, cambiando solo i luoghi e i tempi, ma in nessun modo evolvendosi e risolvendosi in un dramma che, unico, garantisce il perpetuarsi degli interrogativi iniziali, la preservazione della perplessità dello spettatore che si scioglie infine nella tenerezza un po' patetica della serie di belle fotografie che scorrono prima dei titoli di coda. Il regista è intelligente e cerca di gestire al meglio la sostanza a disposizione, rinviando ai tragici greci e alla Bibbia (singoli momenti iconici che non enumererò), ma la pellicola, per quanto interessante per gli aspetti sopra detti, è ben lontana dal paventato capolavoro potendosi vedere in essa semplicemente un buon punto di partenza per la carriera del suo autore.

Voto:  6                                Luca Pacilio

 

 

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