VENEZIA 2003
di 
LUCA PACILIO

 

Un tour de force chiamato Mostra

Divettimentu? No mamma, nun mi divettia penniente. Sulu film viddia.
Un accreditato, al cellulare, in attesa di una proiezione per la stampa

Venezia 60, forte dei forfait cannensi, si presentava sulla carta con un programma di tutto rispetto (pur mancando all'appello gli annunciati Bergman, Tarantino, Kar-Wai, Altman, Campion): un bel po' di autori, molte opere attese e tante sorprese paventate; stando anche alle accoglienze della critica, la selezione sembra essere stata piuttosto apprezzata ma se è vero che rispetto alla disastrosa edizione dello scorso anno il salto è stato grande a ben guardare, pur offrendo cinema di buon livello, sulla Mostra di quest'anno qualche riserva va infine espressa (senza che ciò suoni come un'accusa ai selezionatori che hanno comunque raccolto le cose più appetibili in circolazione). Come era successo nel 2002, ancora una volta, delle due sezioni maggiori, era CONTROCORRENTE la più interessante: Ruiz, Ciprì e Maresco, Coppola, Kumakiri, Ratanaruang, Shorr etc. meritavano tutt'altra attenzione (e poi che senso ha questa distinzione? Perché due sezioni competitive? Perché LOST IN TRANSLATION è un titolo controcorrente e il film di Dumont, estremo, difficile, davvero fuori dagli schemi, era invece da concorso ufficiale? Qual'è la logica?). Sarà bene, per il prossimo anno, operare una seria rimeditazione della kermesse perché è inutile limitarsi ad affermare che le due selezioni hanno pari dignità quando di fatto non è così (alla fine tutti sanno a chi va il Leone mentre il premio Controcorrente non se lo fila nessuno). La sezione Venezia 60 ha avuto qualche bel momento (Tsai, Dumont, Bellocchio e - per chi lo ha gradito - Kitano) ma per il resto ha vivacchiato su film semplicemente dignitosi, per niente folgoranti. Il Lido ha avuto i suoi divi, quelli che i noti dissapori Francia-USA avevano negato a Cannes, ma i film che hanno presentato non hanno certo brillato: il solito mestissimo Allen, un Rodriguez di prammatica, un Benton disastroso, i Coen con una cosetta, un blando Ivory, un Jarmush remix. Certo, fuori concorso c'era anche un buon Bertolucci e una carineria a firma Ridley Scott: un po' pochino. E poi perché accettare questa assurda condizione per la quale se si vogliono pellicole americane in laguna queste devono essere proiettate fuori concorso? Perché questi prodotti, il più delle volte di qualità trascurabile, devono avere un trattamento speciale a priori? Non c'è da rispondere, sono domande retoriche. Lo sappiamo tutti perché, non vale neanche la pena parlarne.
Sugli esiti del concorso poco da dire: scelta ovvia quella de IL RITORNO, un film che puzzava di leone lontano un miglio. Bellocchio è rimasto a bocca asciutta ma pur con qualche recriminazione ha accettato il verdetto (se si va in concorso si deve stare al gioco e ammettere anche le umoralità giurate più irritanti, anche gli umilianti contentini). Del tutto inaccettabile invece l'atteggiamento di RAI Cinema che ha annunciato che non presenterà più in concorso le sue opere (della serie mai più sgarri: o ci garantite, come ogni anno, un premio o le nostre opere non le mandiamo più), atteggiamento ricattatorio e arrogante che non sorprende affatto e che dona chiarezza di lettura a tanti riconoscimenti ottenuti dalle pellicole RAI nelle edizioni passate. Forse la scelta più giusta sarebbe stata quella di premiare BU SAN di Tsai, ma ce lo vedete Monicelli a dare il benestare per un premio al taiwanese? Naaaaaaa.
Passerei allora a dire dell'organizzazione che quest'anno sembra abbia scientemente deciso di ostacolare la fame di celluloide dei poveri cinefili: letteralmente impossibile vedere tutto il concorso e la sezione Controcorrente a meno che non si fosse deciso di rinunciare a pasti e servizi, un sacrificio che, almeno il sottoscritto, non si è sentito di fare (il cinema non è la mia vita e dunque non sarà la mia morte). In considerazione di tale balzana programmazione, perdonate fin da ora i numerosi buchi che troverete nelle schede a seguire, noi ce l'abbiamo messa tutta.

 

 

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