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La programmazione, che ha creato molti accavallamenti e non
ha sfruttato al meglio le sale a disposizione. Perché eliminare la
proiezione in Sala Grande delle 8.30 e gli spettacoli notturni
(ripristinati solo in un secondo tempo)? Perché riservare
esclusivamente al pubblico e alla Stampa le proiezioni serali con
solo la piccola Multisala Astra
per la folla degli Accrediti Cinema?
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La Multisala Astra: piccola e decentrata; il festival non è
solo film in rapida successione, ma anche un’atmosfera che si
respira nei luoghi intorno ai quali gravitano le proiezioni
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L’assenza di un self-service funzionante: quello davanti al
palazzo del cinema e quello al terzo piano del Casinò sono
diventati ristoranti austeri e inadatti a tutte le tasche
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La passerella a onda, tanto futuribile quanto distante dal
pubblico; a meno di non essere tra le prime file o alti due metri,
la visibilità era nulla
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La pagina stampa delle maggiori testate nazionali: tutte
concentrate su divi, glamour e film già conosciuti, con pochi
commenti sugli altri lungometraggi, anche in concorso; siamo certi
che sia proprio questo ciò che la gente vuole leggere? Perché non
abbinare al gossip anche il cinema? In altre parole, perché
non fare informazione?
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I presenzialisti della TV che sfruttano l’importante
vetrina per motivi non certo legati al cinema
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Chi pretendeva un premio italiano e ha polemizzato
aspramente con l’esclusione di “Buongiorno, notte” dalla rosa
dei vincitori
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L’oriente da Festival, sempre più standardizzato e
ripetitivo
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I film legati a premonizioni e visioni (“Immagini”,
“Code 46”, “Loving Glances”) che sprecano gli spunti
paranormali in sceneggiature insulse
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I documentari ungheresi; perché abbinarli a “Il
miracolo” e, soprattutto, perché?
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L’intolleranza del pubblico accreditato (sia Cinema, ma
soprattutto Stampa), con urla strazianti al trillo di un telefonino
(Ok! È maleducazione, ma può statisticamente capitare!) o al
rumore di crackers addentati; perché aspettare proprio Venezia per
sfogare le frustrazioni di un anno intero?
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Il preconcetto cinematografico, morbo che assilla quasi
esclusivamente l’accreditato: vedere un film sapendo già com’è
prima di accedere in sala; caso lampante Kitano, con risatissime e
applausi fin dai titoli di testa
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la
sigla del Festival: da un anonimo leone sonnecchiante su sfondo
bianco a una brevissima carrellata (30 secondi) su volti e
fotogrammi accompagnata da un Morricone (“Malena”) meno ispirato
del solito.
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