VENEZIA 2003
di 
LUCA BARONCINI

 

- INTRODUZIONE
- I "NO" DEL FESTIVAL
- I "SI" DEL FESTIVAL

 

 

 

 

 

Si spegne lo schermo e si accendono le polemiche 

È appena calato il sipario sulla Sessantesima edizione del Festival di Venezia eppure non si smette di parlarne. L’attuale direttore Moritz de Hadeln sarà riconfermato? Perché il Leone d’Oro non è andato a Marco Bellocchio? È stata un’edizione sfavillante o sottotono?
Vediamo di fare un po’ di ordine e di cominciare dal principio, cioè dall’anno scorso. Immancabili le polemiche prima (il mandato interrotto al bravo Barbera), durante (la scarsa qualità dei film selezionati) e dopo (le discussioni legate a “Magdalene”, film vincitore del Leone d’Oro). Poi, è accaduto il miracolo: Cannes particolarmente scialba, un buon lavoro di selezione e una congiunzione astrale favorevole al Lido, con tanti divi, tanti autori, tanto cinema. È andata veramente così?
Una volta tanto le previsioni sono state rispettate e tra code lunghissime (non sempre premiate dall’accesso in sala), una doppia competizione (“Venezia 60” e “Controcorrente”) che rischia di confondere le idee e di non trovare adeguato risalto sulla stampa (checché ne dica il direttore, viene recepito come un concorso di serie A e uno di serie B), prezzi elevatissimi e caos organizzativo, il popolo festivaliero si è potuto tuffare in dieci giorni di cinema: una parentesi ricca di stimoli per viaggiare il mondo con lo sguardo, passando da uno schermo all’altro del Lido. L’edizione 60 del Festival di Venezia, pur con tutti i problemi logistici (le strutture sono quello che sono e non bastano per contenere la fame di cinema di pubblico e accreditati), si può quindi considerare una delle migliori degli ultimi anni. Quanto al multietnico De Hadeln, ha tacitamente ottenuto da Franco Bernabé, presidente della Biennale, il rinnovo del mandato per il prossimo anno. Ma un anno è lungo, le manovre politiche e i giochi di potere hanno parecchio tempo per rimescolare le carte in tavola. In attesa di vederci più chiaro, restiamo al 2003 ed entriamo nel dettaglio dei film che hanno movimentato le giornate dei festivalieri.
Apertura con il botto grazie a Woody allen e al suo nuovo “Anything Else”, molto apprezzato sia dalla critica che dal pubblico. È curioso notare come, da quando alla produzione c’è la DreamWorks di Steven Spielberg, il sempre acuto Woody abbandona volentieri la sua proverbiale riservatezza per presenziare ai Festival più importanti d’Europa. È successo con “Hollywood ending”, che ha aperto Cannes 2002, e succede ora con “Anything Else”, che inaugura Venezia 2003.  E gli altri 142 film? Rispetto alle ultime edizioni si è usciti dalla medietà e ci sono stati colpi di fulmine e dimenticabili brutture. Più superlativi, quindi, per un cinema che sembra essersi svegliato da un torpore del “nì”, privo di particolari entusiasmi, per smuovere gli animi e scatenare ammirati consensi o rabbiose stroncature.
Ma prima di passare all’anima al nitrato del soggiorno veneziano, ecco una breve sintesi di ciò che “SÌ” e di ciò che proprio “NO”:

 

I "NO" DEL FESTIVAL

 

-         La programmazione, che ha creato molti accavallamenti e non ha sfruttato al meglio le sale a disposizione. Perché eliminare la proiezione in Sala Grande delle 8.30 e gli spettacoli notturni (ripristinati solo in un secondo tempo)? Perché riservare esclusivamente al pubblico e alla Stampa le proiezioni serali con solo la piccola Multisala Astra  per la folla degli Accrediti Cinema?

-         La Multisala Astra: piccola e decentrata; il festival non è solo film in rapida successione, ma anche un’atmosfera che si respira nei luoghi intorno ai quali gravitano le proiezioni

-         L’assenza di un self-service funzionante: quello davanti al palazzo del cinema e quello al terzo piano del Casinò sono diventati ristoranti  austeri e inadatti a tutte le tasche

-         La passerella a onda, tanto futuribile quanto distante dal pubblico; a meno di non essere tra le prime file o alti due metri, la visibilità era nulla

-         La pagina stampa delle maggiori testate nazionali: tutte concentrate su divi, glamour e film già conosciuti, con pochi commenti sugli altri lungometraggi, anche in concorso; siamo certi che sia proprio questo ciò che la gente vuole leggere? Perché non abbinare al gossip anche il cinema? In altre parole, perché non fare informazione?

-         I presenzialisti della TV che sfruttano l’importante vetrina per motivi non certo legati al cinema

-         Chi pretendeva un premio italiano e ha polemizzato aspramente con l’esclusione di “Buongiorno, notte” dalla rosa dei vincitori

-         L’oriente da Festival, sempre più standardizzato e ripetitivo

-         I film legati a premonizioni e visioni (“Immagini”, “Code 46”, “Loving Glances”) che sprecano gli spunti paranormali in sceneggiature insulse

-         I documentari ungheresi; perché abbinarli a “Il miracolo” e, soprattutto, perché?

-         L’intolleranza del pubblico accreditato (sia Cinema, ma soprattutto Stampa), con urla strazianti al trillo di un telefonino (Ok! È maleducazione, ma può statisticamente capitare!) o al rumore di crackers addentati; perché aspettare proprio Venezia per sfogare le frustrazioni di un anno intero?

-         Il preconcetto cinematografico, morbo che assilla quasi esclusivamente l’accreditato: vedere un film sapendo già com’è prima di accedere in sala; caso lampante Kitano, con risatissime e applausi fin dai titoli di testa

-         la sigla del Festival: da un anonimo leone sonnecchiante su sfondo bianco a una brevissima carrellata (30 secondi) su volti e fotogrammi accompagnata da un Morricone (“Malena”) meno ispirato del solito.

 

 

I "SI" DEL FESTIVAL

 

-         la selezione operata dal Direttore e dai suoi collaboratori

-         lo spazio “Ridateci i soldi” di Gianni Ippoliti: un momento di relax in cui tastare il polso al Festival leggendo divertenti stroncature, proteste, richieste, preghiere, proposte, aneddoti e idiozie di ogni tipo

-         il Leone d’Oro a “The Return”

-         “Buongiorno, notte”

-         il cortometraggio “Zippo” di Stefano Sollima, ironico, folle e cronenberghiano con ironia: un uomo si sveglia al mattino e recupera, da cerniere lampo interne al suo corpo, tutto ciò di cui ha bisogno; i problemi cominciano quando un topo cade dentro una delle tasche di carne…

-         vivere per dieci giorni in un non-luogo dove la realtà resta fuori dallo schermo

-         le contraddizioni del Festival: un po’ sofisticato, un po’ trucido

-         i primi piatti nello stand vicino allo spazio “Ridateci i soldi”: una delle pochissime varianti calde al panino farcito

-         la spontaneità di Isabelle Carrè, deliziosa protagonista di “Les sentiments”

-        l’autoironia di Robert Englund attore hollywoodiano in rovina nel film di Ciprì & Maresco) e Isabella Rossellini (priva di gambe e con due “eccentriche” protesi nel film “The saddest music in the world”)

         

 

 

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