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VENEZIA 2002
SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA
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OMAGGI E PERSONALI |
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| - SETTIMANA
INTERNAZIONALE DELLA CRITICA |
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Un honnête commerçant
(Philippe BLASBAND)
Int. : Benoît Verhaert, Philippe Noiret, Yolande Moreau, Frédéric Bodson, Serge Larivière
(Bel/Lux - 93') |
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In un commissariato di Bruxelles viene interrogato
un commerciante accusato dell'omicidio di un'intera famiglia.
Il Teatro dell'ambiguità
I SOLITI SOSPETTI è il titolo più menzionato a
proposito di questo film belga tutto imperniato sull'interrogatorio di
un uomo che si proclama estraneo ai fatti e che ingaggia con gli
investigatori un'intrigante partita in cui egli accetta di immedesimarsi
nelle vesti del criminale ricercato. La ricostruzione dei fatti, che
sappiamo reale nonostante il dicente proclami false le proprie parole,
determina una serie di flashback, variante mobile all'impostazione
statica e teatrale del resto del film. Blasband, al suo debutto alla
regia, viene dalla sceneggiatura e si sente. Nonostante le intenzioni
siano ottime e il soggetto non banale l'opera risulta piuttosto
ingessata e, malgrado gli sforzi, non decolla rimanendo nel campo della
pura e semplice curiosità.
Voto: 5½
Luca Pacilio
Un trafficante di droga è il Male
assoluto che deve essere punito dalle tonte forze di polizia od un
imprenditore astuto?
Opera prima di Blasband dal chiaro impianto teatrale, è attraverso il
dialogo che si costruisce la tensione ed in cui l'intelligenza si pone
sotto un'ambigua luce: una distinzione tra bene e male che non ha il
coraggio d'arrivare fino in fondo e si rifugia in una facile
giustificazione psicologica, il dolore per il tradimento della moglie
porta Hubert Verkamen da impiegato dell'ufficio delle tasse a braccio
destro del trafficante Chevalier (Philippe Noiret) e poi suo successore.
Chiaramente ispirato a "I Soliti Sospetti"
con cui rivaleggia in sfoggio di astuzia e soluzioni drammatiche "Un
Onesto Commerciante" soffre d'un impianto visivo e tecnico assai
ridotto e piatto: se i personaggi in ballo riescono a costruirsi con
fascino, la presentazione dell'azione rasenta la "correttezza" e
l'unico lampo, la comparsa mentale di Philippe Noiret come mentore post-mortem, è insistita fino all'usura. Un esordio di tutto
rispetto purtroppo immobilizzato in un impianto cerebrale che non trova
un'adeguata forma rappresentativa.
Voto: 6½
Luigi Garella
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Shadows (Ombre)
(John CASSAVETES) Int.
: Ben Carruthers, Lelia Coldoni, Hugh Hurd, Anthony Ray, Dennis Sallas, Tom Allen, David Pokitillow
(U.S.A. - 81') |
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Tre fratelli
di colore: Hugh, cantante in declino, Ben, fannullone turbolento e Lelia
legata ad ambienti intellettuali ma giovane e fragile.
I rapporti tra tre fratelli di
colore, conflittuali, i legami amorosi, di lavoro ed il confronto
razziale sono tutti elementi tematici perfettamente delineati nell'opera
prima di John Cassavets come regista, nel 1959, proprio quando in Europa
stavano venendo alla luce alcuni capolavori innegabili.
Nel 2001 la UCLA (University of California) provvede al restauro di una
pellicola estremamente danneggiata, Shadows fu realizzato con pochissimi
fondi e non certo badando alla qualità dei supporti, realizzando due
nuovi master, uno ricostruito con metodologie digitali, l'altro in
analogico.
Questa è una storia. Poi viene la vicenda del film: un ritratto crudo,
ampiamente improvvisato in fase realizzativa, della vita newyorkese da
una prospettiva inusitata, se si eccettuano produzioni a target
espressamente all-black, quella di nucleo famigliare atipico e dei
rapporti con una società intera oltre che tra individui dello stesso
sangue. Lelia si scontra con un ragazzo bianco che, messo di fronte alla
differenza razziale, la maltratta, viene protetta -eccessivamente- dal
fratello maggiore che sente il peso del dovere del mantenimento anche
per Ben, il fratello scapestrato.
Ambienti, volti, musica si accumulano con un decoupage frenetico e
spiazzante, il cinema classico si sbriciola, esiste, in realtà, solo
come contrasto puntuale: nessuna morale, nessuna costruzione per piani,
regia evidentissima, quanto il lavoro attoriale. "Shadows" è
un caposaldo del cinema oltre che del "nuovo cinema",
sfrontato e volitivo, fiero delle proprie imperfezioni proprio perché,
finalmente, vengono mostrate: girato per strada con un cast completato
grazie ad un annuncio sul giornale e pagato con una colletta
radiofonica. Opera del gruppo teatrale di Cassavetes, debitrice di una
volontà creatrice indipendente e magmatica come quella del regista che
continuerà imperterrito a lavorare come attore per autofinanziarsi.
C'è un'innegabile difficoltà nel parlare di
"Ombre", spiegare come dove e perché, un'opera che pare
dimenticata, ecco, questa è l'altra storia.
Voto: 9
Luigi
Garella
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Roger Dodger
(Dylan KIDD) Int.
: Campbell Scott, Jesse Eisenberg, Isabella Rossellini, Jennifer Beals, Elisabeth Berkley, Ben Shenkman
(U.S.A. - 104') |
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Roger è gran
parlatore, copywriter di buon successo, sottoposto (e amante) della
forte Joyce (Isabella Rossellini), ha una visione particolare dei
rapporti tra i sessi. Passerà una notte con il nipote cercando
d'insegnare teorie e tecniche dell'abbordaggio a fine sessuale.
Roger è soprannominato "Dodger",
svicolone, anche un po’ viscido ma con le parole è un mago ed una
schiacciasassi. Le donne si stanno evolvendo verso la completa
autonomia, l'uomo non ha che l'astuzia (i.e. la galanteria, la
prestanza, la riproduzione) per sopravvivere. Ma perché escludere da
questo il divertimento e la rivincita?
Questa in sintesi la tesi che il protagonista (un mesmerizzante Campbell
Scott) espone ai colleghi-amici (?) in apertura. Tutte le parole che
sforna a velocità impressionante possono realmente tenerlo a galla?
Come un personaggio mametiano che costruisce il mondo come vorrebbe che
questo fosse, per suo comodo, e finisce col credervi e rimanervi
invischiato, alla stessa stregua l'indagine notturna di Roger con
l'allievo e nipote Nick, porta ad un dirupo assai spiacevole. Il
confronto con la possibilità del sentimento, con la sua persistenza, ed
anche col passato.
Se non si presentano particolari difficoltà nel rimorchiare due donne (Jennifer
Beals e Elizabeth Berkley) in un bar del dopo lavoro - Nick ha
espressamente chiesto lezioni per contrastare la propria verginità - e
nel continuare la serata in chiacchiere al parco i nodi vengono al
pettine, un po’ per l'ingenuità del giovane e per l'invelenosita
astuzia diabolica di Roger il piano fallisce e bisogna ripiegare. Si fa
questione di principio, alla festa della sua ex-amante e datrice di
lavoro lo zio propone al nipote il metodo per individuare gli elementi
femminili più deboli (in quell'orario di pericolo che fa intravedere il
terrore dell'appartamento vuoto) ma poi viene sopraffatto dalla stizza
per essere stato scaricato la mattina stessa dalla matura Joyce (scriverà
nel bagno di lei, con il rossetto, indirizzando al nuovo compagno:
"She likes it in the pooper", le piace farlo nel cesso).
L'ultimo piano è quello che conduce in un locale sottoscala, tra le
puttane, ma proprio qui avviene qualcosa.
Kidd è interessato ai volti ed alle parole, si attacca
ai personaggi con una macchina a mano irrequieta ed indagatrice, alla
misteriosa ricerca di umanità: perché Roger si ravvede (?) importa ben
meno del come questo avvenga, sono i riflessi sul suo corpo
dell'accumularsi, nitido ed improvviso, della pochezza dei suoi mezzi;
può ancora però essere solo un momento di difficoltà. Tra LaBute
(soprattutto, evidentemente, "Nella Società degli uomini") e
Mamet, con un gusto tutto personale anche se non del tutto maturo il
registra trae da una sua opera teatrale uno spassoso quanto acre -
nonostante il dolciastro finale (non univoco) - ritratto dei rapporti
umani e della flessibilità delle prospettive.
Voto: 7½
Luigi
Garella
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Zmej (La coda
dell’aquilone)
(Aleksej MURADOV) Int.
: Viktor Solovjov, Nadezda Ozerova, Pavel Zolotilin, Michajl Paznikov, Jania Solochin, Dmitrij Koskin
(Russia - 75') |
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La giornata
di un poliziotto addetto alle esecuzioni in una prigione, dalla prima
mattina alla sera.
Poco più di un'ora per ritrarre la
vita familiare e lavorativa di un uomo, un poliziotto oppresso da un
mestiere, quello di boia, e da un figlio paraplegico che spera di
riuscire a far operare: per fare questo però deve continuare ad
incassare l'indennità lavorativa per altri due anni, ben oltre le
limitazioni delle regole.
Un'atmosfera oppressiva copre la prima opera di Aleksei Muradov che per
ogni ambiente attraversato dal protagonista ritaglia sequenze
dettagliate e prolisse per inquadrare il dramma dell'uomo. Non si
forniscono dati esterni, s'intuisce di trovarsi in URSS, in una
cittadina periferica fatta di palazzoni da edilizia sociale e strade
sterrate. Opprimente anche perché coperto da un velo verdastro "Zmej"
("L'Aquilone" che il figlio sogna di far volare),
claustrofobico nel perlustrare ambienti cadenti e angusti, porta un
carico di violenza repressa indicibile, l'attore protagonista è pure
energia compressa, ogni movimento crea timore ma troppo poco si fornisce
per essere realmente efficaci. L'impressione è quella che si trattasse
d'un soggetto per un cortometraggio quello che poi è divenuto "Zmej",
a partire dall'incipit con la presentazione di personaggi collaterali di
puro inquadramento per continuare con le lampanti sequenze all'interno
della prigione: i raccordi sono però deboli, privi della densità
ideativa che è evidente caratteristica di questi nuclei.
Seppure il dolore umano viene esplorato in una
molteplicità di sfumature assai efficaci e la direzione d'attori sia
encomiabile, il film rimane un ibrido che non ha né la virulenza del
corto né la densità del lungometraggio mortificando così talento ed
impegno.
Voto: 5
Luigi Garella
Voto: 5
Luca Pacilio |
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Emtehan (L’esame)
(Nasser REFAIE) Int.
: Raya Nassiri, Farzin Aghaie, Aghdas Khoshmou, Nahid Refaie, Ali Hosseini, Nahid Sarvmeyli
(Iran - 80') |
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Numerose donne di ogni età e condizione sociale si raccolgono nel cortile di un istituto scolastico di Teheran per sostenere l'esame di ammissione all'università. Dai loro discorsi affiora un complesso spaccato di una società femminile alle prese con la rarissima opportunità di raggiungere obiettivi significativi sul piano della parità con l'uomo.
Donne
in Iran
I film iraniani rischiano il ripetersi di uno stile
divenuto ormai di "maniera": lunghi piani sequenza, tema
sociale alla base del racconto, ritmo rallentato, dialoghi scarni,
silenzi evocativi. "L'esame", di Nasser Refaie al suo debutto
cinematografico, non si accontenta di rientrare in questa visione del
cinema e, pur non discostandosene troppo, aggiunge alcune varianti
significative. Intanto è bella e originale l'idea di riprendere, in
tempo pressoché reale, ciò che accade davanti all'ambita sede
universitaria di Teheran nelle due ore che precedono l'esame di
ammissione. La m.d.p. passa da una ragazza all'altra, ognuna con le sue
diverse motivazioni per cercare un riscatto sociale attraverso lo
studio. C'è chi vuole ribellarsi al marito, chi invece lo asseconda,
chi è adolescente e gode spensieratamente gli anni della giovinezza,
chi ha un bambino, chi lo aspetta. L'uomo, assente o quasi, è
perennemente evocato come padrone spesso insostenibile del potere
decisionale. La struttura del film ricorda, nel passare da una
micro-storia all'altra, "Il cerchio" di Jafar Panahi (Leone
d'Oro a Venezia nel 2000), ma per una volta non assistiamo al disagio di
una figura femminile divenuta ormai stereotipo, ma abbiamo modo di
entrare nella quotidianità e di apprendere le dinamiche comportamentali
di donne appartenenti ad ogni classe sociale. Dalla benestante che
arriva in fuoristrada, alla disperata che si presenta con un neonato che
non sa a chi affidare. Un universo vario e sfumato che con grande
coraggio si impone di lottare contro il maschilismo e la tradizione. Il
film non è schematico nel presentare i personaggi e si propone come
specchio incisivo della condizione femminile iraniana. La regia riesce a
conferire un certo ritmo alle sequenze, arginando gli ovvi limiti di un
racconto che si svolge per tutta la sua durata in unico luogo.
Voto: 7
Luca Baroncini
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Due amici
(Spiro SCIMONE - Francesco SFRAMELI) Int.
: Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Felice Andreasi, Valerio Binasco, Tano Cimarosa, Robero Citran, Nicola Di Pinto, Franco Ravera, Teresa Saponangelo
(Italia - 90') |
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Due messinesi di mezza età si trovano a dividere un
appartamento alla periferia di Torino, dove lavorano. Tra i due,
caratterialmente molto diversi, si instaura un’amicizia bellissima, in
grado di sfidare qualunque difficoltà.
“Due amici” è il primo lungometraggio di Spiro
Scimone e Francesco Sframeli, navigati attori di teatro, che non solo
interpretano i due protagonisti, ma firmano anche la regia. La storia è
una rivisitazione cinematografica della piece
“Nunzio”, scritta dallo stesso Spiro Scimone e messa in scena
per la regia di Carlo Cecchi. E sicuramente i ruoli di Nunzio e Pino,
soli e solitari emigranti ai margini della società sviluppata, sembrano
costruiti su misura per la loro recitazione, fatta di piccoli movimenti
e di espressioni contenute, che ben si addicono ai semplici dialoghi, al
limite del grottesco. “Quando Giuseppe Tornatore ha letto il copione
di “Nunzio” – spiega Scimone – “Mi ha chiesto di provare a
scrivere una sceneggiatura; ed ora eccoci qui a Venezia con il nostro
film”. E “Due amici”, con la sua atmosfera leggera e disincantata
e il suo linguaggio pulito, ha conquistato pubblico e critica,
aggiudicandosi ex aequo con
l’americano “Rogers Dodgers”, il premio opera prima Luigi De
Laurentis – Leone del futuro.
Voto: 7
Francesca Manfroni
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Mizu no onna (La
donna dell’acqua)
(SUGIMORI Hidenori) Int.
: Ua, Tadanobu Asano, Mayumi Ogawa, Hikaru
(Giappone - 115') |
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Ryo, la
"donna della pioggia" gestisce un bagno pubblico, in un
viaggio sul monte Fuji incontra Yukino, piromane ed ossessionato dal
fuoco cui affida un lavoro alle caldaie.
Ryo è la donna della pioggia per
la strana relazione che il fenomeno atmosferico ha con lei: ogni evento
determinante è bagnato da scrosci improvvisi o dolci, da acquerugiole e
piovaschi etc etc. Incontrando un uomo del fuoco può sperare in un
nuovo equilibrio?
Quanto può essere striminzito il concetto mistico di unione con la
natura, di contatto degli opposti, pure in un film dell'estremo oriente,
quel tipo di prodotto che invariabilmente si trova distribuito anche da
noi: inutile, prolisso facilmente "poetico".
Il regista viene dalla televisione e dalla regia di
molti spot pubblicitari, un certo talento visivo è da ammettere ma
messo al servizio di un immaginario così ovvio da essere ridicolo.
Voto: 4
Luigi Garella
Velleità d'Oriente
Il film di Hidenori Sugimori è il tipico prodotto
da festival internazionale. La cura formale è ineccepibile, la regia
evoca profondità incapaci di emergere dalle immagini, la narrazione
vorrebbe suggerire ma confonde, la recitazione prevede una staticità dei
personaggi che diventa immobilità espressiva. Il tema affrontato è tanto
velleitario quanto irrisolto. Attraverso una donna, soprannominata
"dell'acqua" perché una forte pioggia accompagna sempre i
momenti più importanti della sua vita, e l'incontro con un uomo
ossessionato dal "fuoco", si vorrebbe parlare dello stretto
rapporto che lega i diversi elementi della natura. La comunicazione resta
però prigioniera del ritmo lento e di una grevità che schiaccia i toni
da favola con cui si è portati ad accostarsi al racconto. I lunghi
silenzi sono poi spezzati da pochi dialoghi di una banalità sconcertante.
Restano le immagini. Belle le tantissime varianti con cui l'acqua, vera
protagonista del film, viene inseguita: mentre scende con violenza dal
cielo, nelle abluzioni del bagno pubblico, quando abbraccia come un
mantello i protagonisti, in morbida caduta dalle foglie, luminosa
nell'oscurità della notte. Partecipare all'ennesimo delirio estetizzante
di un autore richiede, però, una complicità che il film non è in grado
di stabilire. Non resta quindi che rigirarsi sulla poltrona invocando una
rapida conclusione.
Voto: 4
Luca Baroncini
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Mon huan bvo luo
(Nel paese dei sogni)
(Cheng WEN-TANG) Int.
: Yu Lao Yu Gan, Muo Tsi-yi, Wu Yi-ting
(Taiwan - 93') |
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Tre vicende
si intrecciano nella Taiwan d'oggi: il sogno della quiete di un campo di
miglio percorso dal vento le unisce. Un aborigeno della tribù Atayal,
un giovane apprendista in un ristorante giapponese, un'inserviente di
giostra.
Gli aborigeni sono l'ultima fascia
sociale a Taiwan, relegati ai lavori più umili e dispersi nel
territorio boscoso dove la città non riesce ad arrivare, il regista ha
dedicato loro alcuni documentari etnografici ed una trilogia televisiva.
Un passato che è radicalmente rimosso dalla memoria taiwanese non viene
ripreso per il valore che ciò comporta a livello sociale ma è il punto
di partenza per un'indagine sulla povertà, non solo monetaria, che
serpeggia nella popolazione: solitudini, alcool e sogni dimenticati.
Il miraggio della pace, così vicina all'oblio del
mondo, si condensa nell'immagine dell'irraggiungibile, forse inesistente
campo di miglio scosso dal vento: questo attrae promesse d'amore,
d'incontro e di ricostruzione. Un percorso che non approda ad altro che
all'acuirsi di un dolore latente. In ciò il primo episodio è
certamente il più riuscito, Watan operaio edile ora zoppo viene
richiamato in cantiere per il ritrovamento del portafoglio perso dieci
anni prima, oltre al denaro ritrova, nell'attonita sequenza dello
scalpellamento del blocco che ancora trattiene il triste malloppo, il
coraggio - ma può' benissimo essere l'ultima speranza d'un alcolizzato
- di fronteggiare una storia d'amore chiusa da lungo tempo. Il motivo
guida è la riscoperta oltre che di un valore d'appartenenza anche
dell'individuale dignità, un viaggio che (non) finisce la notte sotto
un ponte. Cheng ha il rigore e la libertà del documentarista ed infonde
a "Sogno Tribale" un andamento discontinuo affascinante e
doloroso ma arriva ad essere toccante solo nel primo degli episodi
mentre i restanti due, decisamente scontati e giocati troppo a lungo sul
non-detto, restano solo un corollario che appesantisce: i due giovani
protagonisti che vivono isolati, i cui unici contatti avvengono tramite
agenzie, sono emblemi più che figure resistenti, purtroppo.
Voto: 6
Luigi Garella
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Zabriskie Point
(Michelangelo ANTONIONI)
Int. : Mark
Frechette, Daria Halprin, Rod Taylor, G. D. Spradlin
(Ita/U.S.A. -
1970 - 110') |
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Mark
partecipa alle rivolte studentesche e, erroneamente accusato di omicidio
scappa con un aereo rubato, incontra, nel deserto, Daria con cui fa
l'amore prima di tornare all'aeroporto.
Un aereo da turismo descrive dei
cerchi sempre più stretti attorno ad un'automobile che percorre
solitaria una strada nel deserto, gioca con la paura e con il vuoto
assolato.
Antonioni procede quasi allo stesso modo iniziando con la minuziosa
descrizione di un dibattito di studenti per i diritti dei neri per poi
continuare a seguire la fasi preparatorie di una rivolta fino a giungere
al momento - magistrale falsificazione involontaria del medium - in cui
Mark, il giovane con la pistola che non ha sparato, viene frainteso come
effettivo assassino d'un poliziotto.
Inquadrare un ambiente, costruirlo per quadri nitidi, accerchiare il
personaggio in un contesto che lo stritola e poi virare improvvisamente.
La fuga, l'incontro casuale, l'amore estatico, il collasso del mondo.
Caos e Caso sono una coppia perfetta nell'America di Antonioni in cui i
giovani ribelli sono attorniati da scritte pubblicitarie ormai divenute
arte ed il deserto diventa luogo di comunione in una delle sequenze più
giustamente celebrate di Zabriskie Point.
Il rifiuto dello spazio umano emozionalmente debilitante, la metropoli
americana come l'industria italiana in Deserto Rosso, conduce ad una
riscoperta immancabilmente punita: Mark torna rinvigorito dal deserto e
dall'emozione che lì ha conosciuto, in un delirio di onnipotenza -
l'aereo ridipinto vistosissimo che dovrebbe passare inosservato- e la
sua arroganza così umana viene stroncata dall'ordine costituito. Un
doppio carrello aereo circolare a stringere sul velivolo immobile sulla
pista d'atterraggio con il giovane morto.
Daria, diretta alla mostruosa abitazione del suo uomo, aggrappata come
in uno stupro ad una roccia, decide di andarsene, dove? verso il
tramonto, non prima d'aver vittoriosamente imposto la sua fantasia ad un
mondo da cancellare: gli oggetti, la villa, esplodono al rallentatore,
decine di volte, in un sacrificio ben più che simbolico.
La
società dei consumi, la violenza, la falsità (falsificabilità) dei
media di contro alla riscoperta della solitudine dell'individuo e della
casualità come fonte di un barlume di speranza.
Voto: 9
Luigi Garella
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Il Sorpasso
(Dino RISI) Int.
: Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Catherine Spaak, Claudio Gora, Luciana Angiolillo, Luigi Zerbinati
(Italia -
1962 - 108') |
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Bruno,
quarantenne sbruffone e immaturo, si aggira con la sua Aurelia Sport per
le strade deserte di un Ferragosto romano, fino a quando non incontra
Roberto, giovane e responsabile studente di Giurisprudenza, e lo
trascina in un viaggio senza meta, che segnerà il loro destino.
Leone
d’oro alla carriera per il grande maestro Dino Risi, autore di questo
capolavoro del cinema italiano di tutti i tempi. “Il sorpasso” è
stato scritto da Risi insieme ad Ettore Scola e Ruggero Maccari e quando
uscì, nel 1962, ebbe un grande successo di pubblico, mentre la critica
lo ignorò. A vederlo oggi, sembra davvero un film incredibile, per
l’acutezza con cui vengono raccontati un mondo ed una società,
attraverso la caratterizzazione di due personaggi, così diversi e
lontani, da rappresentare in pieno tutte le contraddizioni di
quell’epoca. E il grande fascino di questa pellicola sta anche nel
gusto malinconico di certi miti falliti, di tante speranze disattese e
della incapacità di una generazione di gestire il boom economico,
piovutole addosso troppo in fretta. Lo stesso sguardo di Risi è
piuttosto inconsapevole: sembra che i suoi personaggi prendano forma
piano piano, delineando un mondo a lui sconosciuto, ma che lo diverte e
lo affascina, anche per quel tocco di mistero che racchiude; il mistero
di non sapere cosa succederà domani. Tra corse spericolate, incontri
fortuiti e tanta musica (da “Guarda come dondolo” a “Quando quando
quando” la colonna sonora è un’antologia preziosa dei motivi più
gettonati del tempo) lo spavaldo Bruno e il timido Roberto vivranno il
loro momento di gloria, trasformando la vita in un gioco spericolato e
senza speranza.
Voto: 9
Francesca Manfroni |
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