VENEZIA 2002
SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA
-
OMAGGI E PERSONALI

 

SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA:
   
- Philippe BLASBAND - Un honnête commerçant
    - John CASSAVETES - Shadows (Ombre)
    - Dylan KIDD - Roger Dodger
    - Aleksej MURADOV - Zmej (La coda dell’aquilone)
    - Nasser REFAIE - Emtehan (L’esame)
    - Spiro SCIMONE, Francesco SFRAMELI - Due amici
    - SUGIMORI Hidenori - Mizu no onna (La donna dell’acqua)
    - Cheng WEN-TANG - Mon huan bvo luo (Nel paese dei sogni)

PERSONALE ANTONIONI:
    - Zabriskie Point

OMAGGIO A DINO RISI
    - Il sorpasso (1962)

OMAGGIO A POSITIF
    - Nico PAPATAKIS Les Abysses (1963)

 

 

- SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA

 

Un honnête commerçant
(Philippe BLASBAND)

Int. : Benoît Verhaert, Philippe Noiret, Yolande Moreau, Frédéric Bodson, Serge Larivière
(Bel/Lux  -  93')

In un commissariato di Bruxelles viene interrogato un commerciante accusato dell'omicidio di un'intera famiglia.

Il Teatro dell'ambiguità

I SOLITI SOSPETTI è il titolo più menzionato a proposito di questo film belga tutto imperniato sull'interrogatorio di un uomo che si proclama estraneo ai fatti e che ingaggia con gli investigatori un'intrigante partita in cui egli accetta di immedesimarsi nelle vesti del criminale ricercato. La ricostruzione dei fatti, che sappiamo reale nonostante il dicente proclami false le proprie parole, determina una serie di flashback, variante mobile all'impostazione statica e teatrale del resto del film. Blasband, al suo debutto alla regia, viene dalla sceneggiatura e si sente. Nonostante le intenzioni siano ottime e il soggetto non banale l'opera risulta piuttosto ingessata e, malgrado gli sforzi, non decolla rimanendo nel campo della pura e semplice curiosità.

Voto:  5½                                Luca Pacilio


Un trafficante di droga è il Male assoluto che deve essere punito dalle tonte forze di polizia od un imprenditore astuto?
Opera prima di Blasband dal chiaro impianto teatrale, è attraverso il dialogo che si costruisce la tensione ed in cui l'intelligenza si pone sotto un'ambigua luce: una distinzione tra bene e male che non ha il coraggio d'arrivare fino in fondo e si rifugia in una facile giustificazione psicologica, il dolore per il tradimento della moglie porta Hubert Verkamen da impiegato dell'ufficio delle tasse a braccio destro del trafficante Chevalier (Philippe Noiret) e poi suo successore.
Chiaramente ispirato a "I Soliti Sospetti" con cui rivaleggia in sfoggio di astuzia e soluzioni drammatiche "Un Onesto Commerciante" soffre d'un impianto visivo e tecnico assai ridotto e piatto: se i personaggi in ballo riescono a costruirsi con fascino, la presentazione dell'azione rasenta la "correttezza" e l'unico lampo, la comparsa mentale di Philippe Noiret come mentore post-mortem, è insistita fino all'usura. Un esordio di tutto rispetto purtroppo immobilizzato in un impianto cerebrale che non trova un'adeguata forma rappresentativa.

Voto:  6½                                Luigi Garella

 

Shadows (Ombre)
(
John CASSAVETES)

Int. : Ben Carruthers, Lelia Coldoni, Hugh Hurd, Anthony Ray, Dennis Sallas, Tom Allen, David Pokitillow
(U.S.A.  -  81')

Tre fratelli di colore: Hugh, cantante in declino, Ben, fannullone turbolento e Lelia legata ad ambienti intellettuali ma giovane e fragile.

I rapporti tra tre fratelli di colore, conflittuali, i legami amorosi, di lavoro ed il confronto razziale sono tutti elementi tematici perfettamente delineati nell'opera prima di John Cassavets come regista, nel 1959, proprio quando in Europa stavano venendo alla luce alcuni capolavori innegabili.
Nel 2001 la UCLA (University of California) provvede al restauro di una pellicola estremamente danneggiata, Shadows fu realizzato con pochissimi fondi e non certo badando alla qualità dei supporti, realizzando due nuovi master, uno ricostruito con metodologie digitali, l'altro in analogico.
Questa è una storia. Poi viene la vicenda del film: un ritratto crudo, ampiamente improvvisato in fase realizzativa, della vita newyorkese da una prospettiva inusitata, se si eccettuano produzioni a target espressamente all-black, quella di nucleo famigliare atipico e dei rapporti con una società intera oltre che tra individui dello stesso sangue. Lelia si scontra con un ragazzo bianco che, messo di fronte alla differenza razziale, la maltratta, viene protetta -eccessivamente- dal fratello maggiore che sente il peso del dovere del mantenimento anche per Ben, il fratello scapestrato.
Ambienti, volti, musica si accumulano con un decoupage frenetico e spiazzante, il cinema classico si sbriciola, esiste, in realtà, solo come contrasto puntuale: nessuna morale, nessuna costruzione per piani, regia evidentissima, quanto il lavoro attoriale. "Shadows" è un caposaldo del cinema oltre che del "nuovo cinema", sfrontato e volitivo, fiero delle proprie imperfezioni proprio perché, finalmente, vengono mostrate: girato per strada con un cast completato grazie ad un annuncio sul giornale e pagato con una colletta radiofonica. Opera del gruppo teatrale di Cassavetes, debitrice di una volontà creatrice indipendente e magmatica come quella del regista che continuerà imperterrito a lavorare come attore per autofinanziarsi.
C'è un'innegabile difficoltà nel parlare di "Ombre", spiegare come dove e perché, un'opera che pare dimenticata, ecco, questa è l'altra storia.

Voto:  9                                 Luigi Garella

 

Roger Dodger
(
Dylan KIDD)

Int. : Campbell Scott, Jesse Eisenberg, Isabella Rossellini, Jennifer Beals, Elisabeth Berkley, Ben Shenkman
(U.S.A.  -  104')

Roger è gran parlatore, copywriter di buon successo, sottoposto (e amante) della forte Joyce (Isabella Rossellini), ha una visione particolare dei rapporti tra i sessi. Passerà una notte con il nipote cercando d'insegnare teorie e tecniche dell'abbordaggio a fine sessuale.

Roger è soprannominato "Dodger", svicolone, anche un po’ viscido ma con le parole è un mago ed una schiacciasassi. Le donne si stanno evolvendo verso la completa autonomia, l'uomo non ha che l'astuzia (i.e. la galanteria, la prestanza, la riproduzione) per sopravvivere. Ma perché escludere da questo il divertimento e la rivincita?
Questa in sintesi la tesi che il protagonista (un mesmerizzante Campbell Scott) espone ai colleghi-amici (?) in apertura. Tutte le parole che sforna a velocità impressionante possono realmente tenerlo a galla? Come un personaggio mametiano che costruisce il mondo come vorrebbe che questo fosse, per suo comodo, e finisce col credervi e rimanervi invischiato, alla stessa stregua l'indagine notturna di Roger con l'allievo e nipote Nick, porta ad un dirupo assai spiacevole. Il confronto con la possibilità del sentimento, con la sua persistenza, ed anche col passato.
Se non si presentano particolari difficoltà nel rimorchiare due donne (Jennifer Beals e Elizabeth Berkley) in un bar del dopo lavoro - Nick ha espressamente chiesto lezioni per contrastare la propria verginità - e nel continuare la serata in chiacchiere al parco i nodi vengono al pettine, un po’ per l'ingenuità del giovane e per l'invelenosita astuzia diabolica di Roger il piano fallisce e bisogna ripiegare. Si fa questione di principio, alla festa della sua ex-amante e datrice di lavoro lo zio propone al nipote il metodo per individuare gli elementi femminili più deboli (in quell'orario di pericolo che fa intravedere il terrore dell'appartamento vuoto) ma poi viene sopraffatto dalla stizza per essere stato scaricato la mattina stessa dalla matura Joyce (scriverà nel bagno di lei, con il rossetto, indirizzando al nuovo compagno: "She likes it in the pooper", le piace farlo nel cesso). L'ultimo piano è quello che conduce in un locale sottoscala, tra le puttane, ma proprio qui avviene qualcosa.
Kidd è interessato ai volti ed alle parole, si attacca ai personaggi con una macchina a mano irrequieta ed indagatrice, alla misteriosa ricerca di umanità: perché Roger si ravvede (?) importa ben meno del come questo avvenga, sono i riflessi sul suo corpo dell'accumularsi, nitido ed improvviso, della pochezza dei suoi mezzi; può ancora però essere solo un momento di difficoltà. Tra LaBute (soprattutto, evidentemente, "Nella Società degli uomini") e Mamet, con un gusto tutto personale anche se non del tutto maturo il registra trae da una sua opera teatrale uno spassoso quanto acre - nonostante il dolciastro finale (non univoco) - ritratto dei rapporti umani e della flessibilità delle prospettive.

Voto:  7½                                Luigi Garella

 

Zmej (La coda dell’aquilone)
(Aleksej MURADOV)

Int. : Viktor Solovjov, Nadezda Ozerova, Pavel Zolotilin, Michajl Paznikov, Jania Solochin, Dmitrij Koskin
(Russia  -  75')

La giornata di un poliziotto addetto alle esecuzioni in una prigione, dalla prima mattina alla sera.

Poco più di un'ora per ritrarre la vita familiare e lavorativa di un uomo, un poliziotto oppresso da un mestiere, quello di boia, e da un figlio paraplegico che spera di riuscire a far operare: per fare questo però deve continuare ad incassare l'indennità lavorativa per altri due anni, ben oltre le limitazioni delle regole.
Un'atmosfera oppressiva copre la prima opera di Aleksei Muradov che per ogni ambiente attraversato dal protagonista ritaglia sequenze dettagliate e prolisse per inquadrare il dramma dell'uomo. Non si forniscono dati esterni, s'intuisce di trovarsi in URSS, in una cittadina periferica fatta di palazzoni da edilizia sociale e strade sterrate. Opprimente anche perché coperto da un velo verdastro "Zmej" ("L'Aquilone" che il figlio sogna di far volare), claustrofobico nel perlustrare ambienti cadenti e angusti, porta un carico di violenza repressa indicibile, l'attore protagonista è pure energia compressa, ogni movimento crea timore ma troppo poco si fornisce per essere realmente efficaci. L'impressione è quella che si trattasse d'un soggetto per un cortometraggio quello che poi è divenuto "Zmej", a partire dall'incipit con la presentazione di personaggi collaterali di puro inquadramento per continuare con le lampanti sequenze all'interno della prigione: i raccordi sono però deboli, privi della densità ideativa che è evidente caratteristica di questi nuclei.
Seppure il dolore umano viene esplorato in una molteplicità di sfumature assai efficaci e la direzione d'attori sia encomiabile, il film rimane un ibrido che non ha né la virulenza del corto né la densità del lungometraggio mortificando così talento ed impegno.

Voto:  5                                Luigi Garella


Voto:  5                                 Luca Pacilio

 

Emtehan (L’esame)
(Nasser REFAIE)

Int. : Raya Nassiri, Farzin Aghaie, Aghdas Khoshmou, Nahid Refaie, Ali Hosseini, Nahid Sarvmeyli
(Iran  -  80')

Numerose donne di ogni età e condizione sociale si raccolgono nel cortile di un istituto scolastico di Teheran per sostenere l'esame di ammissione all'università. Dai loro discorsi affiora un complesso spaccato di una società femminile alle prese con la rarissima opportunità di raggiungere obiettivi significativi sul piano della parità con l'uomo.

Donne in Iran

I film iraniani rischiano il ripetersi di uno stile divenuto ormai di "maniera": lunghi piani sequenza, tema sociale alla base del racconto, ritmo rallentato, dialoghi scarni, silenzi evocativi. "L'esame", di Nasser Refaie al suo debutto cinematografico, non si accontenta di rientrare in questa visione del cinema e, pur non discostandosene troppo, aggiunge alcune varianti significative. Intanto è bella e originale l'idea di riprendere, in tempo pressoché reale, ciò che accade davanti all'ambita sede universitaria di Teheran nelle due ore che precedono l'esame di ammissione. La m.d.p. passa da una ragazza all'altra, ognuna con le sue diverse motivazioni per cercare un riscatto sociale attraverso lo studio. C'è chi vuole ribellarsi al marito, chi invece lo asseconda, chi è adolescente e gode spensieratamente gli anni della giovinezza, chi ha un bambino, chi lo aspetta. L'uomo, assente o quasi, è perennemente evocato come padrone spesso insostenibile del potere decisionale. La struttura del film ricorda, nel passare da una micro-storia all'altra, "Il cerchio" di Jafar Panahi (Leone d'Oro a Venezia nel 2000), ma per una volta non assistiamo al disagio di una figura femminile divenuta ormai stereotipo, ma abbiamo modo di entrare nella quotidianità e di apprendere le dinamiche comportamentali di donne appartenenti ad ogni classe sociale. Dalla benestante che arriva in fuoristrada, alla disperata che si presenta con un neonato che non sa a chi affidare. Un universo vario e sfumato che con grande coraggio si impone di lottare contro il maschilismo e la tradizione. Il film non è schematico nel presentare i personaggi e si propone come specchio incisivo della condizione femminile iraniana. La regia riesce a conferire un certo ritmo alle sequenze, arginando gli ovvi limiti di un racconto che si svolge per tutta la sua durata in unico luogo.

Voto:  7                              Luca Baroncini

 

Due amici
(Spiro SCIMONE - Francesco SFRAMELI)

Int. : Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Felice Andreasi, Valerio Binasco, Tano Cimarosa, Robero Citran, Nicola Di Pinto, Franco Ravera, Teresa Saponangelo
(Italia  -  90')

Due messinesi di mezza età si trovano a dividere un appartamento alla periferia di Torino, dove lavorano. Tra i due, caratterialmente molto diversi, si instaura un’amicizia bellissima, in grado di sfidare qualunque difficoltà.

“Due amici” è il primo lungometraggio di Spiro Scimone e Francesco Sframeli, navigati attori di teatro, che non solo interpretano i due protagonisti, ma firmano anche la regia. La storia è una rivisitazione cinematografica della piece “Nunzio”, scritta dallo stesso Spiro Scimone e messa in scena per la regia di Carlo Cecchi. E sicuramente i ruoli di Nunzio e Pino, soli e solitari emigranti ai margini della società sviluppata, sembrano costruiti su misura per la loro recitazione, fatta di piccoli movimenti e di espressioni contenute, che ben si addicono ai semplici dialoghi, al limite del grottesco. “Quando Giuseppe Tornatore ha letto il copione di “Nunzio” – spiega Scimone – “Mi ha chiesto di provare a scrivere una sceneggiatura; ed ora eccoci qui a Venezia con il nostro film”. E “Due amici”, con la sua atmosfera leggera e disincantata e il suo linguaggio pulito, ha conquistato pubblico e critica, aggiudicandosi ex aequo con l’americano “Rogers Dodgers”, il premio opera prima Luigi De Laurentis – Leone del futuro.

Voto:  7                              Francesca Manfroni

 

Mizu no onna (La donna dell’acqua)
(SUGIMORI Hidenori)

Int. : Ua, Tadanobu Asano, Mayumi Ogawa, Hikaru
(Giappone  -  115')

Ryo, la "donna della pioggia" gestisce un bagno pubblico, in un viaggio sul monte Fuji incontra Yukino, piromane ed ossessionato dal fuoco cui affida un lavoro alle caldaie.

Ryo è la donna della pioggia per la strana relazione che il fenomeno atmosferico ha con lei: ogni evento determinante è bagnato da scrosci improvvisi o dolci, da acquerugiole e piovaschi etc etc. Incontrando un uomo del fuoco può sperare in un nuovo equilibrio?
Quanto può essere striminzito il concetto mistico di unione con la natura, di contatto degli opposti, pure in un film dell'estremo oriente, quel tipo di prodotto che invariabilmente si trova distribuito anche da noi: inutile, prolisso facilmente "poetico".
Il regista viene dalla televisione e dalla regia di molti spot pubblicitari, un certo talento visivo è da ammettere ma messo al servizio di un immaginario così ovvio da essere ridicolo.

Voto:  4                                 Luigi Garella


Velleità d'Oriente

Il film di Hidenori Sugimori è il tipico prodotto da festival internazionale. La cura formale è ineccepibile, la regia evoca profondità incapaci di emergere dalle immagini, la narrazione vorrebbe suggerire ma confonde, la recitazione prevede una staticità dei personaggi che diventa immobilità espressiva. Il tema affrontato è tanto velleitario quanto irrisolto. Attraverso una donna, soprannominata "dell'acqua" perché una forte pioggia accompagna sempre i momenti più importanti della sua vita, e l'incontro con un uomo ossessionato dal "fuoco", si vorrebbe parlare dello stretto rapporto che lega i diversi elementi della natura. La comunicazione resta però prigioniera del ritmo lento e di una grevità che schiaccia i toni da favola con cui si è portati ad accostarsi al racconto. I lunghi silenzi sono poi spezzati da pochi dialoghi di una banalità sconcertante. Restano le immagini. Belle le tantissime varianti con cui l'acqua, vera protagonista del film, viene inseguita: mentre scende con violenza dal cielo, nelle abluzioni del bagno pubblico, quando abbraccia come un mantello i protagonisti, in morbida caduta dalle foglie, luminosa nell'oscurità della notte. Partecipare all'ennesimo delirio estetizzante di un autore richiede, però, una complicità che il film non è in grado di stabilire. Non resta quindi che rigirarsi sulla poltrona invocando una rapida conclusione.

Voto:  4                                 Luca Baroncini

 

Mon huan bvo luo (Nel paese dei sogni)
(Cheng WEN-TANG)

Int. : Yu Lao Yu Gan, Muo Tsi-yi, Wu Yi-ting
(Taiwan  -  93')

Tre vicende si intrecciano nella Taiwan d'oggi: il sogno della quiete di un campo di miglio percorso dal vento le unisce. Un aborigeno della tribù Atayal, un giovane apprendista in un ristorante giapponese, un'inserviente di giostra.

Gli aborigeni sono l'ultima fascia sociale a Taiwan, relegati ai lavori più umili e dispersi nel territorio boscoso dove la città non riesce ad arrivare, il regista ha dedicato loro alcuni documentari etnografici ed una trilogia televisiva. Un passato che è radicalmente rimosso dalla memoria taiwanese non viene ripreso per il valore che ciò comporta a livello sociale ma è il punto di partenza per un'indagine sulla povertà, non solo monetaria, che serpeggia nella popolazione: solitudini, alcool e sogni dimenticati.
Il miraggio della pace, così vicina all'oblio del mondo, si condensa nell'immagine dell'irraggiungibile, forse inesistente campo di miglio scosso dal vento: questo attrae promesse d'amore, d'incontro e di ricostruzione. Un percorso che non approda ad altro che all'acuirsi di un dolore latente. In ciò il primo episodio è certamente il più riuscito, Watan operaio edile ora zoppo viene richiamato in cantiere per il ritrovamento del portafoglio perso dieci anni prima, oltre al denaro ritrova, nell'attonita sequenza dello scalpellamento del blocco che ancora trattiene il triste malloppo, il coraggio - ma può' benissimo essere l'ultima speranza d'un alcolizzato - di fronteggiare una storia d'amore chiusa da lungo tempo. Il motivo guida è la riscoperta oltre che di un valore d'appartenenza anche dell'individuale dignità, un viaggio che (non) finisce la notte sotto un ponte. Cheng ha il rigore e la libertà del documentarista ed infonde a "Sogno Tribale" un andamento discontinuo affascinante e doloroso ma arriva ad essere toccante solo nel primo degli episodi mentre i restanti due, decisamente scontati e giocati troppo a lungo sul non-detto, restano solo un corollario che appesantisce: i due giovani protagonisti che vivono isolati, i cui unici contatti avvengono tramite agenzie, sono emblemi più che figure resistenti, purtroppo.

Voto:  6                                Luigi Garella

 

 

- PERSONALE ANTONIONI

 

Zabriskie Point
(Michelangelo ANTONIONI)

Int. : Mark Frechette, Daria Halprin, Rod Taylor, G. D. Spradlin
(Ita/U.S.A.  -  1970  -  110')

Mark partecipa alle rivolte studentesche e, erroneamente accusato di omicidio scappa con un aereo rubato, incontra, nel deserto, Daria con cui fa l'amore prima di tornare all'aeroporto.

Un aereo da turismo descrive dei cerchi sempre più stretti attorno ad un'automobile che percorre solitaria una strada nel deserto, gioca con la paura e con il vuoto assolato.
Antonioni procede quasi allo stesso modo iniziando con la minuziosa descrizione di un dibattito di studenti per i diritti dei neri per poi continuare a seguire la fasi preparatorie di una rivolta fino a giungere al momento - magistrale falsificazione involontaria del medium - in cui Mark, il giovane con la pistola che non ha sparato, viene frainteso come effettivo assassino d'un poliziotto.
Inquadrare un ambiente, costruirlo per quadri nitidi, accerchiare il personaggio in un contesto che lo stritola e poi virare improvvisamente. La fuga, l'incontro casuale, l'amore estatico, il collasso del mondo. Caos e Caso sono una coppia perfetta nell'America di Antonioni in cui i giovani ribelli sono attorniati da scritte pubblicitarie ormai divenute arte ed il deserto diventa luogo di comunione in una delle sequenze più giustamente celebrate di Zabriskie Point.
Il rifiuto dello spazio umano emozionalmente debilitante, la metropoli americana come l'industria italiana in Deserto Rosso, conduce ad una riscoperta immancabilmente punita: Mark torna rinvigorito dal deserto e dall'emozione che lì ha conosciuto, in un delirio di onnipotenza - l'aereo ridipinto vistosissimo che dovrebbe passare inosservato- e la sua arroganza così umana viene stroncata dall'ordine costituito. Un doppio carrello aereo circolare a stringere sul velivolo immobile sulla pista d'atterraggio con il giovane morto.
Daria, diretta alla mostruosa abitazione del suo uomo, aggrappata come in uno stupro ad una roccia, decide di andarsene, dove? verso il tramonto, non prima d'aver vittoriosamente imposto la sua fantasia ad un mondo da cancellare: gli oggetti, la villa, esplodono al rallentatore, decine di volte, in un sacrificio ben più che simbolico.
La società dei consumi, la violenza, la falsità (falsificabilità) dei media di contro alla riscoperta della solitudine dell'individuo e della casualità come fonte di un barlume di speranza.

Voto:  9                              Luigi Garella

 

 

- OMAGGIO A DINO RISI

 

Il Sorpasso
(Dino RISI)

Int. : Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Catherine Spaak, Claudio Gora, Luciana Angiolillo, Luigi Zerbinati
(Italia  -  1962  -  108')

Bruno, quarantenne sbruffone e immaturo, si aggira con la sua Aurelia Sport per le strade deserte di un Ferragosto romano, fino a quando non incontra Roberto, giovane e responsabile studente di Giurisprudenza, e lo trascina in un viaggio senza meta, che segnerà il loro destino.

Leone d’oro alla carriera per il grande maestro Dino Risi, autore di questo capolavoro del cinema italiano di tutti i tempi. “Il sorpasso” è stato scritto da Risi insieme ad Ettore Scola e Ruggero Maccari e quando uscì, nel 1962, ebbe un grande successo di pubblico, mentre la critica lo ignorò. A vederlo oggi, sembra davvero un film incredibile, per l’acutezza con cui vengono  raccontati un mondo ed una società, attraverso la caratterizzazione di due personaggi, così diversi e lontani, da rappresentare in pieno tutte le contraddizioni di quell’epoca. E il grande fascino di questa pellicola sta anche nel gusto malinconico di certi miti falliti, di tante speranze disattese e della incapacità di una generazione di gestire il boom economico, piovutole addosso troppo in fretta. Lo stesso sguardo di Risi è piuttosto inconsapevole: sembra che i suoi personaggi prendano forma piano piano, delineando un mondo a lui sconosciuto, ma che lo diverte e lo affascina, anche per quel tocco di mistero che racchiude; il mistero di non sapere cosa succederà domani. Tra corse spericolate, incontri fortuiti e tanta musica (da “Guarda come dondolo” a “Quando quando quando” la colonna sonora è un’antologia preziosa dei motivi più gettonati del tempo) lo spavaldo Bruno e il timido Roberto vivranno il loro momento di gloria, trasformando la vita in un gioco spericolato e senza speranza.

Voto:  9                               Francesca Manfroni

 

 

Torna all'indice di Venezia               Torna alla homepage