VENEZIA 2002
FUORI CONCORSO

 

FUORI CONCORSO:
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 Ridha BEHI - La boîte magique
 Kathryn BIGELOW - K-19: The Widowmaker
 Liliana CAVANI - Ripley's Game
 Giulio CINGOLI - Johan Padan -A la descoverta de le Americhe
 Clint EASTWOOD - Blood Work
 John MALKOVICH - Dancer Upstairs
 Edoardo PONTI - Between Strangers
 Godfrey REGGIO - Naqoyqatsi
 Paolo VIRZÌ - My name is Tanino
 Bernardo BERTOLUCCI, Claire DENIS, Mike FIGGIS, Jean-Luc GODARD, Jirí MENZEL, Michael RADFORD, Volker SCHLÖNDORFF, István SZABÒ - Ten Minutes Older: The Cello

 

 

- FUORI CONCORSO

 

La boîte magique
(Ridha BEHI)

Int. : Marianne Basler, Abdelatif Kechiche, Hichem Rostom, Medhi Rebii, Lotfi Bouchnak
(Tun/Fra  -  90')

Raouf è cineasta, ha passato i quaranta, è sposato e padre di due figli. Ha già scritto e realizzato diversi film, ma al successo professionale corrisponde un periodo di crisi con la moglie, con cui non ha più dialogo. Un lavoro che gli viene commissionato gli permette di rielaborare la sua infanzia e la nascita della passione per il cinema.

Nuovo cinema tunisino

Un bell'inizio e un pessimo finale racchiudono una sorta di "Nuovo Cinema Paradiso" versione tunisina che vorrebbe essere un atto d'amore nei confronti della "decima arte", ma diventa una piatta autobiografia in cui il cinema viene utilizzato come strumento per riversare sullo spettatore frustrazioni e insoddisfazioni personali. Il cinema rivolto al proprio ombelico non è certo una novità, ma capita che alcuni registi riescano a tradurre il proprio vissuto in forma e contenuti universalmente riconoscibili e comunicativi. Rihda Behi, invece, non va al di là delle buone intenzioni. L'unica cosa originale è l'ambientazione in Tunisia, che regala qualche momento intenso nella descrizione delle abitudini locali (la circoncisione, il cinematografo all'aperto). Il bambino co-protagonista, alter-ego del regista e interprete dell'ennesimo (basta!!!) film nel film, è sempre perfettino e davvero poco espressivo. Sarebbe più adatto in una pubblicità di merendine che per esprimere la veracità richiesta dal personaggio.

Voto:  5                              Luca Baroncini

 

K-19: The Widowmaker
(Kathryn BIGELOW)

Int. : Harrison Ford, Liam Neeson, Peter Sarsgaard, Christian Camargo, Joss Ackland, John Shrapnel, Donald Sumpter, Tim Woodward
(U.S.A.  -  138')

1961. Già prima che venga varato, il sommergibile K-19, il sottomarino che l'URSS ha approntato per la guerra fredda, subisce una serie di problemi che gli valgono il soprannome di "fabbricavedove". Un nuovo capitano ne prende il comando ma in mezzo all'Oceano si consuma una tragedia e se ne evita un'altra di dimensioni davvero apocalittiche.

Se gli Americani si travestono da russi

In Italia siamo abituati a guardare film ambientati in ogni angolo del mondo in cui i personaggi, magia o follia del doppiaggio, parlano perfettamente in italiano. Ma vedere Harrison Ford, icona americana per eccellenza, parlare inglese mentre interpreta la parte di un ufficiale dell'esercito russo, provoca la stessa sensazione di un gesso sulla lavagna. L'idea del cambio di prospettive, alla base del kolossal di Kathryn Bigelow, resta comunque l'aspetto più interessante del film. Per una volta, infatti, i protagonisti non sono i soliti americani, ma l'equipaggio di un sottomarino russo alla prima uscita in mare per testare l'efficacia del nuovo ordigno bellico provvisto di testate nucleari. A parte questa variante, apprezzabile negli intenti, ci troviamo però davanti al classico filmone hollywoodiano che ripropone tutti i luoghi comuni del genere: la claustrofobia del sottomarino, gli inconvenienti tecnici, i conflitti tra ufficiali, e tra ufficiali e truppa, fino alla debolezza del codardo che può trovare riscatto solo nel sacrificio. In questo senso l'adrenalinica regista di "Strange Days" e "Point Break" delude parecchio le aspettative. Non tanto dal punto di vista tecnico e della costruzione del racconto, riesce infatti a conferire dinamismo alle sequenze d'azione e mantiene in crescendo la tensione nonostante non succeda poi granché, quanto per la traslazione in terra russa dell'immancabile patriottismo ed eroismo americani. Retorica di approccio che si esaspera in un finale eterno e ridondante (e anche un po' ridicolo nel trucco posticcio con cui invecchia gli attori). Lo spettacolo, se ci si accontenta, è comunque garantito.

Voto:  6                               Luca Baroncini


Il peso dell'acqua

Ma insomma chi è questa Bigelow? Si giustifica il clamore critico che accompagna ogni uscita di un suo nuovo film? Dopo una prova controversa ma affascinante (IL MISTERO DELL'ACQUA) la nostra mette da parte psicologismi ed ellissi narrative per firmare un solido e professionale "film di sommergibile" (un filone a sé, si diceva nelle code veneziane) in cui, facendo un uso indiavolato della handycam, scorrazza bellamente da un punto all'altro del sottomarino regalandoci l'ulteriore roboante riprova di un talento tutto speciale per questo tipo di funambolismi. Il film, se da un lato paga tutti, ma proprio tutti, i debiti al (sotto)genere - compresa la disputa tra il comandante in prima (un Ford sorprendentemente in parte) e quello in seconda (un anodino Neeson), con concitate minacce di ammutinamento secondo copione - dall'altro ha, soprattutto nella parte centrale, con l'avaria al reattore e gli effetti devastanti che le radiazioni hanno sulle squadre che tentano di ripararlo, una drammaticità rimarchevole: in questo, che è senz'altro il passaggio più memorabile della pellicola, dramma e tensione raggiungono il parossismo, l'attenzione al lato umano dei personaggi, solo accennato all'inizio, diventa risvolto ben dettagliato e il film da semplice e convenzionale, quasi banale catalogo di stereotipi, acquista una marcia in più e un vero motivo di interesse. Peccato per la fallimentare parte finale, tutta meccanica e retorica (sorvolo volentieri sul discorso "regista americana parla dell'eroismo dei soldati sovietici"), che mal si concilia col resto del film e nel quale la Bigelow abdica totalmente alla sobrietà.

Voto:  5½                                Luca Pacilio

 

Ripley's Game
(
Liliana CAVANI)

Int. : John Malkovich, Dougray Scott, Ray Winstonen, Lena Headey, Chiara Caselli, Sam Blitz, Evelina Meghnagi
(Ita/GB  -  110')

Tom Ripley, ieri criminale oggi mercante d'arte ritiratosi in una villa italiana, per vendicarsi dell'offesa subita da un corniciaio, lo trascina in una spirale di violenza e omicidi.

Roipnol's Game

Sciatta prova della Cavani che trae il suo film dal romanzo della Highsmith che ispirò il bel film di Wenders L'AMICO AMERICANO. Non c'è molto da dire su un'opera che ha uno standard visivo alla ispettore Derrick, che vede quello che sta diventando un vero caso umano (non più "essere" John Malcovich ma semplicemente farlo) cercare di dare spessore alla sua figurina di dandy crudele e manipolatore. Qualche cartolina ingiallita, un po' di scorci della splendida villa palladiana nella quale si ambienta gran parte della vicenda, una sequenza finale (quella dell'assalto alla magione) che è puro polizottesco di terz'ordine, un motivo morriconiano inutilmente decorativo. Evidentemente il rapporto tra carnefice e vittima di cui la Cavani parlava a proposito di questo suo RIPLEY'S GAME è quello tra il suo film e l'improvvido spettatore che se lo ritroverà tra capo e collo. Vero e innegabile prodotto di serie B che lotta per la retrocessione.

Voto:  4                                Luca Pacilio


A volte ritornano

Tom Ripley, personaggio culto della scrittrice Patricia Highsmith, ha già ispirato Wim Wenders con "L'amico americano" e Anthony Minghella con "Il talento di Mr. Ripley". Rispetto al film di Wenders, Liliana Cavani sposta l'azione in Italia e sostituisce la mafia italiana con quella russa. Ma ciò che sembra interessare maggiormente la regista sono le dinamiche psicologiche che si creano tra i personaggi. Un sottile gioco al massacro, nato per capriccio e destinato a concludersi tragicamente.  Il protagonista, colto, pacato, elegante, raffinato, ma privo di qualsiasi coscienza in grado di rielaborare le azioni compiute, è quella faccia da magnifico bastardo di John Malkovich. Un attore cui basta muovere un sopracciglio per trasmettere ambiguità e fascino. Scelta che si rivela fin troppo facile, ma perfetta per trasmettere la calamitante fascinazione di un lato oscuro in cui male e bene convivono senza rassicuranti distinzioni. Oltre all'approccio attento alla psicologia dei personaggi, funziona però anche il livello puramente narrativo della storia thriller, in cui un uomo qualunque si trova per caso (o necessità?), comunque inaspettatamente, a diventare un assassino. Suggestiva l'ambientazione italiana, che sceglie la provincia veneta generalmente poco sfruttata al cinema, serrata la sceneggiatura e morbidi i movimenti della macchina da presa, con una regia non invasiva ma mai casuale. Puramente decorativa la presenza di Chiara Caselli.

Voto:  7½                              Luca Baroncini


Se il commissario Rex in persona, in carne ossa e pelo, dirigesse un film, questo potrebbe essere proprio questo "Ripley's Game", secondo adattamento dall'omonimo romanzo di Patricia Highsmith dopo "L'Amico Americano" di Wenders (1978). Il fascino della morale amorale del protagonista è indubbio, parzialmente reso dal decoroso lavoro di Minghella con Matt Damon eponimo eroe, affidare a Malkovich la parte rasenta l'ovvietà della produzione "colta" europea: dalla prima apparizione, in apertura, ripreso dal basso, di spalle con le mani giunte dietro la schiena, con lungo cappotto, Malcovich è impunemente la fotocopia di Malcovich, ormai impantanato nel rimacinare sempre la stessa parte/espressione/tonodivoce (sempre sussurri, che palle). Ci si può anche fare il callo, si ripensi al "Tempo ritrovato" di Ruiz, ma quando questo diviene solo un granello di polvere nell'immenso cumulo di sporcizia che Liliana Cavani cerca di smeciare almeno in Italia, inevitabilmente, si aprono le cataratte della coprolalia. Ville palladiane riprese con prospettive flaccide (e temiamo anche obiettivi inadeguati), fotografia degna di uno spot di un ristorante per matrimoni (pardon) su una rete privata bulgara, attori che più che diretti sono mandati allo sbando a pascolare davanti alla machina da presa, un sonoro che (mio dio! sentite una portiera d'automobile che si chiude che rumorino flatulenziale produce!) fa pietà, infine, anzi, dopo 42 (quarantadue) soffertissimi minuti, allora, proprio allora si gira sui tacchi verso l'oblio. Pietoso. Vergognoso.

Voto:  1                                 Luigi Garella

 

Blood Work
(Clint EASTWOOD)

Int. : Clint Eastwood, Jeff Daniels, Wanda De Jesus, Anjelica Huston, Tina Lifford, Paul Rodriguez
(U.S.A.  -  110')

McCaleb è un ex-agente FBI, ora pensionato cui è stato trapiantato un cuore nuovo. Era sulle tracce del "Code Killer", ora viene ingaggiato per scoprire chi ha ucciso la donna che gli ha fornito la nuova pompa cardiaca.

Quello che si vede è quello che si sa: Eastwood 72enne, senescente forse, consapevole - certo - d'essere il classico del futuro. Fuor di ambiguità, è l'invecchiamento del simbolo quello che maneggia da qualche anno, almeno da "Potere Assoluto" (1997) per esplodere coi cavalieri dello spazio: Blood Work è il completamento di questo percorso, un tragitto, effettivamente, verso la fine. Il prossimo capitolo ci potrebbe riservare la messa in scena della sua morte.
Un ex-poliziotto, alle prese con un serial killer particolarmente "affettuoso" nei suoi confronti, con i problemi dell'età e sentimenti che possono rinascere: una somma che ci porta da Dirty Harry (Ispettore Callahan, il caso Scorpio è tuo) ai ponti di Madison County in meno di due ore.
"E' un lavoro impegnativo, sia fisicamente che mentalmente, ma non vorrei che fosse altrimenti. Non deve necessariamente essere facile; dev'essere divertente". A partire dal primo comparire di Terry McCaleb si finisce in una rete di rimandi ed ammiccamenti che però, ed inizia qui la difesa d'ufficio, si innestano pienamente in una struttura accurata - anche se non certo innovativa - e solida che poggia su uno script prevedibile quanto composito e calibrato (il peso dei personaggi vs. quello degli attori).
Breve carrello a stringere sul protagonista, battuta fulminante, circoscrizione del suo ambito d'azione: C.E. sta al poliziesco (se cosi' lo si vuole chiamare) come John Wayne al western. Si faccia un paragone con la presentazione del personaggio di Ringo in "Ombre Rosse" e poi, spingendo lo sguardo più in qua, "Il Pistolero" (Don Siegel (!!), 1976).
Sul filo del rasoio si muovono queste operazioni in cui autoreferenzialità, la "consapevolezza", rischia di annichilire la struttura proprio perché puntate sull'equilibrio: l'eccesso parodico viene accennato solo come possibilità cinephile con un conseguente spostamento di target quanto del divertimento ad ampio raggio che il regista presuppone a dato fondante.
Blood Work si regge sulla memoria e sul passato, rasenta la one man band non fosse per i buoni attori di contorno (Anjelica Huston e Jeff Daniels), ma i meccanismi funzionano, sono orchestrati con malizia professionale ed il divertimento, ottima meta, non si nega.

Voto:  7                               Luigi Garella


Sangue per Sangue

Solido come la faccia di Clint, Blood Work è un giallo di fattura tradizionale, dallo svolgimento classico e dal finale altrettanto scontato. Eppure, nonostante la prevedibilità del meccanismo, gli indizi disseminati sono interessanti e ben congeniati, al punto che si arriva perfino a dubitare della propria prima intuizione (che malgrado i tentativi di depistaggio, si rivela ineluttabilmente esatta). Il cavaliere solitario è tornato, in decadenza – come ama celebrarsi già da qualche anno, cambiando personaggio ma non corpo e soprattutto espressione – la voce monotona e rotta, ostinato come al solito anche se sempre più irrigidito nelle giunture e nella regia. La visione che guida la mano di Eastwood è quella del contemporaneo occhio per occhio statunitense, riportandoci indietro ai tempi di Rambo: è lui stesso a confessarsi attraverso il suo laconico personaggio, che giustamente conclude la frase dicendo che non può spiegarsi a parole. Saranno i fatti a parlare, la sua indagine, la tenacia irresponsabile con cui seguirà le tracce fino all’inevitabile ok corral; ma sarà la donna che ha subito il torto a chiudere definitivamente la partita, con un gesto che cancella automaticamente il concetto di pietà cristiano, sostituendolo con l’emissione di una sentenza di morte e amministrandola personalmente.

Voto:  6½                           Alberto Zambenedetti


Voto:  6                                    Luca Pacilio

 

Dancer Upstairs
(John MALKOVICH)

Int. : Javier Bardem, Laura Morante, Juan Diego Botto, Elvira Minguez, Abel Folk, Oliver Cotton, Alexandra Lencastre, Luis Miguel Cintra
(Spagna  -  135')

In un Paese sud americano si accavallano minacce ed attentati per opera del fantomatico Ezequiel: cani impiccati, ministri uccisi, blackout e fuochi d'artificio. Un poliziotto riuscirà a scoprire il nascondiglio del manigoldo, non senza soffrire.


Provaci ancora John 

"Accontentando tutti esaurisci il tuo talento" dice una cantante alla radio all'inizio del film, e questo sembra essere lo spirito che alimenta il progetto di John Malkovich, ma il rischio è di deludere invece un po' tutti. Mira in alto, infatti, il suo debutto alla regia, ma le velleità del progetto restano tali e si scontrano con la piattezza del risultato. Non facile narrare addirittura la nascita e il declino di un eroe rivoluzionario sudamericano, partendo dai conflitti personali di un agente di polizia alla utopica ricerca di una giustizia priva di compromessi. Peccato che gli sforzi per rendere l'interiorità del protagonista, e parallelamente la complicata situazione politica del Sudamerica, si scontrino con una fallimentare ricerca di autorialità. La narrazione si frammenta in tanti personaggi disperdendo l'interesse (i quattro che affiancano il protagonista nelle indagini sono poco più che ombre) e alla lentezza del ritmo non corrisponde una crescita della tensione. Anche la direzione degli attori lascia alquanto a desiderare. Javier Bardem è molto bravo ed ha il carisma e la sensibilità interpretativa che gli consentono di aderire al personaggio. Dopo un po', però, il suo aggirarsi per il film con gli occhi da cagnone buono, finisce con il suscitare più compassione che partecipazione. Anche Laura Morante, in parte come donna matura e passionale, sembra presa di forza da un altro film e costretta in un personaggio scritto male e senza le necessarie motivazioni per renderlo credibile. Ed infatti la sua recitazione pare casuale e si affida a gesti ed espressioni che risultano affettati e innaturali. Ma ciò che nuoce maggiormente alla non riuscita del progetto è la sceneggiatura (scritta dallo stesso Nicholas Shakespeare autore del romanzo da cui è tratto il film): confusa, disequilibrata e con dialoghi che raggiungono vette parodistiche. Basta pensare alla cena tra Bardem e la Morante, che alterna silenzi a botta e risposta imbarazzanti, scadendo in un ridicolo melò senza creare le premesse perché ciò accada. L'unico aspetto interessante risulta l'ambientazione sudamericana, che rende l'atmosfera esotica senza ricorrere ad un facile folclore da cartolina.
Curiosità: nel film il luogo dell'azione è un imprecisato paese sudamericano; in realtà sono molti i riferimenti al rivoluzionario peruviano Abiamel Guzman, leader del movimento guerrigliero Sendero Luminoso.

Voto:  4½                             Luca Baroncini


John Malkovich, narra la leggenda, si innamora del romanzo "The Dancer Upstairs" di Nicholas Shakespeare e ne acquista i diritti per la trasposizione senza aver nemmeno finito di leggerlo.
Javier Bardem è Agustin Rejas che ha abbandonato l'avvocatura per trovare un modo più onorevole per servire la legge. E' sposato con una donna vanesia e rompiballe ed ha una figlia la cui unica occupazione pare essere quella delle lezioni di danza, tenute da Yolanda (Laura Morante). Incaricato di indagare con una forza speciale sugli strani avvenimenti Rejas si troverà a fronteggiare il suo passato - avvocati corrotti, lo stesso Ezequiel che ha già incontrato, la difficoltà nel costruire i rapporti con le donne - ma riuscirà a mettere una fine alla vicenda ma non alle disgrazie di uno stato e di un ambiente culturale marcio e moribondo.
L'intreccio è scarso, punteggiato da situazioni ricorrenti, false piste e stasi radicali, se il regista, alla sua prima opera, mostra per una buona mezz'ora una cura interessante nella composizione dell'immagine ciò in funzione della costruzione di personaggi ed ambiente, con il prevalere della necessità di sciogliere la trama, si limita poi al semplice inanellamento professionale delle sequenze. Senza fremiti particolari si arriva ad una conclusione che, se non ovvia, non era certo imprevedibile. Un costrutto farraginoso, dunque, che pur frutto di diffusa professionalità mai si discosta dal "compitino", mai uno scatto od un'impennata, non si parli poi di guizzi: macchinoso e con tracce di passione "The Dancer Upstairs" si conclude senza lasciare alcun segno.
Ridicoli i dialoghi originali in cui Bardem, Morante e Luis Miguel Cintra (e tutti gli altri) si parlano in inglese con evidenti accenti romanzi.
Seconda produzione, dopo "Ghost World", della casa di Malkovich la Mr. Mudd.

Voto:  5½                              Luigi Garella

 

Between Strangers
(Edoardo PONTI)

Int. : Sophia Loren, Mira Sorvino, Deborah Kara Unger, Gérard Depardieu, Klaus Maria Brandauer, Pete Postlethwaite, Malcolm McDowell, Wendy Crewson
(Can/Ita  -  97')

Olivia, Natalia e Catherine, tre donne e tre storie drammatiche: si incontreranno al tavolino di un aeroporto ciascuna in attesa di partire per un viaggio decisivo.

Between Strangers 

Personaggi:
Zamb, spietato
Lu, spietato

ATTO I

All'uscita del PalaBNL, una città lagunare.
Zamb cammina lentamente mentre cerca invano l'accendino. Lu glielo porge con malcelata rassegnazione.

ZAMB (accende la sigaretta)  - Lu, ti prego schiaffeggiami. (con sguardo vacuo fissa il terreno) Sto rasentando la crisi isterica. Sono sensorialmente sovraccarico di stereotipi e luoghi comuni. Ho bisogno di una strage di massa o di una birra gelata per liberarmene...

LU - (con tono piatto) Zamb, non basterebbe la bomba atomica... (improvvisamente veemente) Ti sei accorto che il Ponti ha scritto il film sapendo di avere delle star a disposizione? In questo senso può essere interessante: un debuttante che scrive senza dover sognare di lavorare con la Loren, Mc Dowell e Depardieu ma semplicemente sapendolo e adattando lo script alle star. E' un caso unico al mondo... (fissa Zamb speranzoso ma l'altro continua a guardarsi i piedi) Tutti i pivelli scrivono la storia e poi faticano per scegliere gli interpreti senza nemmeno osare sperare di avere un attore di nome e questo che se la fa da subito con quel monumento al sesso cinematografico che è la Kara Deborah Unger (Zamb si scuote)... Ah cosa fanno i soldi di papà...

ZAMB - (aria truce)  Io saprei cosa fare al figlio, con una bottiglia di acido e un saldatore... (espira furiosamente il fumo dalle narici poi improvvisamente mite) Nota che sono tutti attori potenzialmente molto bravi, ma penalizzati da uno script che probabilmente Pontino ha trovato in un ovetto Kinder quando era bimbo.

LU - (lo guarda, poi con tono disinvolto)  Il problema è che Dudù pensa di essere Altman quando invece anche l'Antonello Grimaldi de IL CIELO E' SEMPRE PIU' BLU gli dà dei punti... E poi questo ritratto di gente che soffre tutto basato sul sentito dire...  A uno così lo farei soffrire sul serio! (vivace) Un'altra cosa che mi pare notevole è il trucco della Loren: si fa ridisegnare artificialmente le rughe che erano state cancellate dal lifting. Questa è metavecchiaia!

ZAMB - (di nuovo torvo) Andiamo, la metavecchiaia e' niente al confronto del cagnolino che scava fra i fiori di Depardieu giardiniere-ubriacone. Per non parlare della bambina cantante... Aridatece Shirley Temple! (ride ma vorrebbe piangere)

LU - (si ferma) A proposito di musica, tanto per rimanere fedele ai suoi modelli conclamati il signorino si fa scrivere le musiche dal grande Preisner di kieslowskiana memoria.

ZAMB - (continuando a camminare) Effettivamente c'è un'altra cosa che mi ha infastidito: il playback. Non sopporto che un attore che intrerpreta un musicista non si curi almeno di imparare i rudimenti dello strumento. Non pretendo che siano tutti come Holly Hunter o Gary Oldman, ma andiamo, un po' di dignità! (Lu lo guarda ma non fa un passo, Zamb continua) Mi rendo conto che è chiedere troppo a una chiavica di film come questo, ma almeno poteva evitare quei penosi dettagli sul violoncello.

LU - (sognante) Il violoncello: come Lori Singer in AMERICA OGGI...

ZAMB - (come se non avesse sentito) Infine, il braccialetto rubato! Certo che a ripensarci ce n'è per tutti i gusti, eh? (gira l'angolo)

LU - (ancora fermo) Braccialetto? C'era un braccialetto?
(vuole accendersi la sigaretta ma non ha l'accendino rincorre lo Zamb ma svoltato l'angolo non lo scorge più).

ATTO II

Al tavolino di un aeroporto.
LU e Zamb guardano una scimmia fare le capriole. Non c'è un'anima. Tutto è silenzio.

LU - Mi fai accendere?
ZAMB - L'accendino ce l'hai tu.

Lu guarda Zamb, Zamb guarda gli aerei.

Sipario

Voto:  1½                      Alberto Zambenedetti

Voto:  3                                   Luca Pacilio

 

Naqoyqatsi
(Godfrey REGGIO)

(U.S.A.  -  69')

"Na-qoy-qatsi" sostantivo della lingua hopi che sta per "l'un l'altro uccidere molti vita" ovvero "vita in cui ci si uccide l'un l'altro" 2. Guerra come stile di vita. 3. (Interpretazione) violenza civilizzata.

"Civile" violenza per musica e immagini

Dopo l'ormai mitico KOYANISQAATSI (un vero archetipo: un cult saccheggiato e straimitato, un perfetto ritratto degli scenari urbani e naturali del Nord America) e il seguito terzomondista POWAQQATSI, molto ci si attendeva da questo ultimo capitolo della trilogia concepita da Reggio e musicata da Philip Glass, ma ben poco ne giustifica l'attesa. Il tema di NAYOAQATSI è stavolta la globalizzazione, la rappresentazione del mondo ormai dominato dalla comunicazione: la prima parte, tutta un trionfo di codici numerici e realtà virtuale, è la metafora della metamorfosi, del corpo che si trasforma; la seconda presenta immagini di atleti in azione e punta sulla rappresentazione, in chiave pessimista, della competizione; la terza, centrata su una navicella spaziale, conduce al nocciolo del film: il parossismo tecnologico, la guerra, la violenza civilizzata. Ma se la grande forza di KOYANISQAATSI, la sua potenza, stava nella nudità delle immagini e nella perfetta resa dei cicli e dei ricorsi della vita della metropoli e della natura attraverso la pura e semplice velocizzazione del materiale visivo che, in perfetta sintonia con i fiumi di note di Glass, diveniva un trip di fascino ipnagogico, in questo caso, in linea con i concetti espressi peraltro, le immagini (quasi tutte di repertorio) sono state trattate, solarizzate, virate in negativo, decolorate, in ogni caso camuffate pervenendo a un effetto finale che, sorprendentemente, non sorprende affatto. E' tutto ordinariamente televisivo, nulla che non si veda nelle sigle di un qualsiasi programma scientifico, una serie di quadri molto prevedibili, a tratti di un déjà-vu quasi imbarazzante.  E' in questo modo che nel cuore (ma davvero) ci restano solo i primi minuti, il lento scrutare in un enorme edificio in rovina sulle note minimaliste di Glass , suonate dal violoncellista Yo Yo Ma, il  maestoso passare della mdp da una finestra all'altra e il suo reclinarsi improvviso in una deformante prospettiva da brivido. Tutto il resto, a parte qualche sprazzo (penso ai quadri che si liquefanno e si trasformano in figure sempre cangianti), è tremendamente scontato (non mancano le immagini pubblicitarie, le sequenze di volti e altri standard in linea), nonostante le sofisticherie tecnologiche, e dà all'opera astratta di Reggio il sapore di una minestra scaldata al microonde.

Voto:  4                                Luca Pacilio


Viaggio nelle sensazioni (purtroppo, non solo)

Nel 1983 Godfrey Reggio sperimenta con successo un cinema irraccontabile, basato sulla potente combinazione di musica ed immagini per trasmettere i ritmi della natura e i pericoli del progresso. Il film è "Koyaanisqatsi", che ottiene un discreto successo anche in Italia. La tappa successiva è "Powaqqatsi" nel 1988, mai distribuito invece in Italia, ed ora la trilogia si conclude con "Naqoyqatsi" (prodotto dal sempre più presente Steven Soderbergh) che si conferma un viaggio di grande fascino.
Più efficace dove sono originalità e bellezza ad avere il sopravvento (gli anelli di fumo, le tante immagini che sfumano in cangianti acquerelli, i viaggi nei frattali), perde in intensità quando cerca a tutti i costi di lanciare un messaggio contro i rischi di una disumanizzazione tecnologica. Oppure quando ricorre all'ennesimo campionario di varia umanità, soffermandosi sull'espressività di singoli volti. Addirittura kitsch il collage di miti del millennio, attraverso i primi piani di sosia di personaggi famosi. L'inizio è bellissimo e potente, con una Torre di Babele che racchiude simbolicamente l'umanità di cui Godfrey Reggio si accinge a parlare. Poi, però, il regista non riesce a mantenere lo stesso livello di fascinazione, cercando per forza di dire qualche cosa che vada al di là di un viaggio nelle sensazioni.
Di diverso, rispetto al precursore "Koyaanisqatsi", c'è un cospicuo utilizzo della computer-grafica. Scelta che ha sicuramente facilitato la realizzazione, garantendo una pressoché totale libertà espressiva, ma ha un po' raffreddato il risultato. In ogni caso, davvero belle e coinvolgenti, proprio perché svincolate dall'esposizione di una tesi e libere di dare sfogo ad una ricezione irrazionale, le musiche di Philip Glass, arricchite dalla presenza della violoncellista Yo Yo Ma.

Voto:  7                                Luca Baroncini


Voto:  4                                  Luigi Garella

 

My name is Tanino
(Paolo VIRZÌ)

Int. : Corrado Fortuna, Rachel McAdams, Frank Crudele, Jessica De Marco, Mary Long, Beau Starr, Licinia Lentini
(Italia  -  100')

Tanino vive a Castelluzzo ma, complice un amore estivo, decide di raggiungere gli Stati Uniti per conoscere il suo mito: il regista indipendente Chinawsky. Il viaggio riserverà sorprese, equivoci ed imprevisti. 

Tu vo’ fà lamericano

Tanino vive nel piccolo paese siciliano di Castelluzzo, ma ha grandi ambizioni. Sogna la regia cinematografica e approfitta di un flirt estivo con una ragazza americana per compiere il grande passo e sbarcare negli Stati Uniti alla ricerca del suo mito, il famoso regista indipendente (in realtà immaginario) Chinawsky. Caratterialmente Tanino è una specie di angelo, uno di quei personaggi puri costruiti con abilità per coniugare in modo credibile ingenuità, spontaneità, fervore giovanile e soprattutto una grande carica di contagiosa simpatia. Nella prima parte il taglio scelto da Virzì, per questa sorta di racconto di formazione, conquista proprio per la verve dei dialoghi e del giovane protagonista, il debuttante Corrado Fortuna. Anche l'arrivo negli Stati Uniti diverte per il modo di evidenziare e sdrammatizzare i luoghi comuni americani. Poi, però, le coincidenze si infittiscono, come anche i colpi di fortuna e sfortuna da cui Tanino esce sempre con un candore che finisce con lo stancare. È proprio l'ingenuità di Tanino a diventare progressivamente sempre più stucchevole, anche se si tenta di giustificarla con i pensieri fuori campo dello stesso protagonista. O semplicemente diventa ripetitivo il modello narrativo con cui Tanino capita casualmente tra macchiette caricaturali, per poi uscirne indenne. L'America viene un po' smitizzata e un po' derisa, cogliendo contraddizioni e sfumature grottesche che non raggiungono, ma forse non ricercano nemmeno, alcun approfondimento. Dopo la leggerezza comunicativa di "Ovosodo" e il riuscito ritratto di provincia di "Baci e abbracci", ci si aspettava da Paolo Virzì qualche cosa di più di una commedia simpatica ma un po' superficiale. Probabilmente sul risultato, tutt'altro che disprezzabile ma appesantito da una seconda parte che gira un po' su se stessa, hanno inciso i problemi produttivi con il Gruppo Cecchi Gori, in pieno deficit finanziario proprio nel bel mezzo della lavorazione del film.

Voto:  6½                              Luca Baroncini


Tanino da morire

Confesso la mia totale avversione per questo tipo di cinema che, mi pare, di delicatezza tutta finta nella sua assillante volontà di descrizione degli umori di una generazione, con queste facce prese dalla strada, con queste pretese realistiche e le studiate punte grottesche: OVOSODO era una simpatica commediola, molto sopravvalutata, FERIE D'AGOSTO una vanzinata appena più curata e con attori più impegnati, BACI E ABBRACCI non l'ho visto (mi dicono sia carino, ci credo sulla parola, non chiedetemi di verificarlo). TANINO è un film che strappa il sorriso nel primo quarto d'ora e che ti fa guardare l'orologio proprio quando dovrebbe entrare nel suo clou (le peripezie americane del protagonista): in quel momento a decollare è solo l'aereo, il film resta a terra e non si rialza più.

Voto:  4                                Luca Pacilio

 

Ten Minutes Older: The Cello
(Bernardo BERTOLUCCI, Claire DENIS, Mike FIGGIS, Jean-Luc GODARD, Jirí MENZEL, Michael RADFORD, Volker SCHLÖNDORFF, István SZABÒ)

Int. : Danny Cohen, Daniel Craig, Valeria Bruni Tedeschi, Rudolf Hrusínsky, Ildikó Bánsági, Bibiana Beglau, Jean-Luc Nancy
(Germania  -  106')

Otto registi e i loro otto film di dieci minuti per rappresentare la propria visione del tempo.

Dieci minuti possono essere tanti

Dopo TEN MINUTES OLDER- THE TRUMPET la seconda parte del progetto collettivo sulla rappresentazione del concetto del tempo vede impegnati otto registi. Siamo sempre molto scettici di fronte a queste operazioni che nascono da idee produttive prima che artistiche anche se, data la caratura di alcuni degli autori impegnati, ci si aspettava un esito più felice. Nulla di tutto ciò, risultati discontinui e mediamente mediocri quando non pessimi. L'episodio di Bertolucci, STORIA D'ACQUA, basato su una parabola indiana è poco più di un esercizietto; quello di Claire Denis (VERS NANCY), piuttosto godardiano, in cui una studentessa intervista in un treno il filosofo Nancy, si risolve in una pallosa disquisizione sui temi dell'integrazione e della tolleranza; in ABOUT TIME 2 Figgis ricicla svogliatamente l'idea dello schermo suddiviso in 4 riquadri (cfr. TIMECODE) che man mano si richiamano l'uno all'altro andando a parare da nessuna parte; in ONE MOMENT Jiri Menzel ripercorre la carriera di un famoso attore dell'Est attraverso scene dei suoi film, un lavoro di montaggio abbastanza delicato; semplicemente ributtante DIECI MINUTI DOPO di un assurdo (ma non nel senso buono) Szabò; più interessante (ma non mi spingerei troppo lontano) L'ILLUMINAZIONE di Schlondorff, con testi tratti da Sant'Agostino; inutilmente dispendioso il fantascientifico (si parla del genere omaggiato -?-) ADDICTED TO THE STARS di Radford. Da tutt'altro pianeta giunge invece DANS LE NOIR DU TEMPS di Godard, dieci minuti sontuosi in cui, con la consueta tecnica di montaggio di materiale video e cinematografico di repertorio, il regista ci consegna un piccolo gioiello che mette in scena gli ultimi minuti della giovinezza, del coraggio, del pensiero, dell'amore etc. per concludere con "Gli ultimi minuti del cinema" e uno schermo bianco tormentato da raffiche di vento che lo deformano: un'immagine folgorante che costituisce, di gran lunga, il momento più alto di tutta la Mostra di quest'anno.

Voto complessivo:  s.v.                        Luca Pacilio


Riflessioni sul tempo (perso!)

Viene istintivo criticare ciò che non si capisce ed è vero che l'arte non ha e non deve avere limiti. Però il gusto personale è un arbitro implacabile a cui non si può e non si deve fuggire. Sta di fatto che questo interessante (sulla carta) progetto, che riunisce otto famosi registi impegnati a riflettere sul tempo, delude qualsiasi aspettativa. Anzi, la prima spicciola considerazione che stimola è di avere irrimediabilmente perduto centosei minuti del proprio tempo.
Ma andiamo per ordine.
Bernardo Bertolucci firma "Histoire d'eau", ambientando nella provincia di Latina l'incontro casuale tra un immigrato indiano e una ragazza (Valeria Bruna tedeschi). Nasce l'amore, la famiglia cresce, acquista un auto nuova e poi non si capisce bene cosa accada. Forse una sorta di richiamo alle origini da parte del protagonista, ma l'episodio si conclude come potrebbe essere cominciato e Bertolucci tradisce, nella rappresentazione poco incisiva, la leggenda indiana da cui trae ispirazione.
Con Mike Figgis, in "About time 2", entriamo in quattro storie parallele in split-screen che forse sono la stessa storia. Al di là del fascino visivo (che non aggiunge nulla a quanto già ampiamente sperimentato in materia) il gelo accompagna la visione.
Jiri Menzel in "One moment" (l'episodio più riuscito) riassume, sul filo della nostalgia e accorpando materiale di repertorio, tappe della vita di un uomo. Tra il sogno e la malinconia, amplificata dalla musica di Leos Janacek, per ricordare l'inesorabile scorrere del tempo e l'incapacità di viverlo appieno.
L'ungherese Istvan Szabo, in "Ten minutes after", propone una storia di ordinaria degenerazione in cui una donna si prepara per festeggiare l'anniversario insieme al marito, ma finisce accidentalmente con l'ucciderlo. Un orologio scandisce il passare dei minuti e segna l'impossibilità di un "rewind" salvifico. Più interessante raccontato che visto.
Con Claire Denis in "Vers Nancy" entriamo nella verbosità non comunicativa, seguendo il dialogo in treno tra un studentessa e il filosofo Jean-Luc Nancy. L'eterno colloquio tra i due prevede la spiegazione di alti concetti filosofici sull'integrazione, ma si rivela un pour-parler privo di passione che stordisce lo spettatore a forza di parole con la desinenza "zione". Tra le altre: "identificazione", "accettazione", "immunizzazione", "assimilazione", "omogeneizzazione", "civilizzazione", "immigrazione"; unica eccezione il frequente ricorso al vocabolo "intrusione".
Volker Schlondorff, in "The enlightenment", si ispira al pensiero  di Sant'Agostino che spiega l'impossibilità di definire il tempo. Peccato che le immagini, a parte l'ironica conclusione, si rivelino superflue.
Con Michael Radford, in "Addicted to the stars", entriamo nella fantascienza; vediamo, infatti, il sempre più protagonista Daniel Craig risvegliarsi da un sonno temporale che lo trasporta nel futuro ad incontrare suo figlio, ormai vecchio e in punto di morte. Visivamente interessante (con poco crea un'atmosfera), non riesce a sfruttare le potenzialità del soggetto.
A concludere la veglia è Jean-Luc Godard che con "Dans le noir du temps" rielabora materiale video e cinematografico suddividendo l'episodio in brevi capitoli intitolati "Gli ultimi minuti di ...". Si parte dalla "gioventù" per arrivare al "cinema". L'impronta intellettuale alla base del citazionismo ben si allinea alla banalità del messaggio.

Voto complessivo:  4                        Luca Baroncini


Più vecchi(o/a/e) di dieci minuti, quindici registi 8 per questo "The Cello", altri sette per "The Trumpet", costruiscono un cortometraggio sul trascorrere del tempo. L'impressione generale non è delle migliori. Bertolucci Bernardo (ep. "Histoire d'eausx") punta alla trasposizione in ambiente d'immigrazione clandestina di una parabola indiana, senza infamia e senza lode (voto: 6). Jiri Menzel, "one Moment" ripercorre per spezzoni la vita cinematografica di una star ceca, a tratti commovente l'episodio soffre di una certa mancanza di respiro (voto: 6).Claire Denis riprende un dialogo in treno tra il filosofo Jean-Luc Nancy con la sua studentessa Ana Smardzija sull'unificazione europea. "Vers Nancy" è stucchevole ed involuto godardianesimo dei poveri (voto: 4). Michael Radford con "Addicted to the Stars", fantascienza ricostruita negli studi kubrikiani, è interessato ad un paradosso spaziale per cui un astronauta torna sulla terra dopo un viaggio d'ottant'anni invecchiato di soli dieci minuti ed incontra suo figlio morente, interessante ma macchinoso (voto: 5 1/2).
Volker Schlondorff in "The Enlightment" costruisce dieci minuti di una mosca in un campeggio che svolazza verso la morte con un flusso di coscienza tra Agostino e l'esistenzialismo (voto: 6).
Istvàn Szabò ("Ten Minutes After) fa collassare una situazione che da festa di compleanno per un uomo di mezz'età si trasforma in scena d'omicidio. Puerile miniepisodio soap, insostenibile (voto: 4).
Ultimo episodio per Jean-Luc Godard, "Dans le noir du temps" è un viaggio nella storia del cinema e nella memoria personale, nulla di nuovo ma un breve tassello di grandezza in un'opera che nasce solo come progetto produttivo e non ha alcun respiro, almeno fino all'ultimo frammento visivo e mnemonico (voto: 7).

Voto complessivo:  5                          Luigi Garella

 

 

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