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VENEZIA 2002 FUORI CONCORSO |
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La boîte magique (Ridha BEHI)
Int. : Marianne Basler, Abdelatif Kechiche, Hichem Rostom, Medhi Rebii, Lotfi Bouchnak
(Tun/Fra -
90') |
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Raouf è cineasta, ha passato i quaranta, è sposato e padre di due figli. Ha già scritto e realizzato diversi film, ma al successo professionale corrisponde un periodo di crisi con la moglie, con cui non ha più dialogo. Un lavoro che gli viene commissionato gli permette di rielaborare la sua infanzia e la nascita della passione per il cinema.
Nuovo
cinema tunisino
Un bell'inizio e un pessimo finale racchiudono una
sorta di "Nuovo Cinema Paradiso" versione tunisina che
vorrebbe essere un atto d'amore nei confronti della "decima
arte", ma diventa una piatta autobiografia in cui il cinema
viene utilizzato come strumento per riversare sullo spettatore
frustrazioni e insoddisfazioni personali. Il cinema rivolto al
proprio ombelico non è certo una novità, ma capita che alcuni
registi riescano a tradurre il proprio vissuto in forma e contenuti
universalmente riconoscibili e comunicativi. Rihda Behi, invece, non
va al di là delle buone intenzioni. L'unica cosa originale è
l'ambientazione in Tunisia, che regala qualche momento intenso nella
descrizione delle abitudini locali (la circoncisione, il
cinematografo all'aperto). Il bambino co-protagonista, alter-ego del
regista e interprete dell'ennesimo (basta!!!) film nel film, è
sempre perfettino e davvero poco espressivo. Sarebbe più adatto in
una pubblicità di merendine che per esprimere la veracità
richiesta dal personaggio.
Voto: 5
Luca Baroncini
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K-19: The Widowmaker (Kathryn
BIGELOW)
Int. : Harrison Ford, Liam Neeson, Peter Sarsgaard, Christian Camargo, Joss Ackland, John Shrapnel, Donald Sumpter, Tim Woodward
(U.S.A. -
138') |
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1961. Già prima che venga varato, il
sommergibile K-19, il sottomarino che l'URSS ha approntato per la
guerra fredda, subisce una serie di problemi che gli valgono il
soprannome di "fabbricavedove". Un nuovo capitano ne
prende il comando ma in mezzo all'Oceano si consuma una tragedia e
se ne evita un'altra di dimensioni davvero apocalittiche.
Se
gli Americani si travestono da russi
In Italia siamo abituati a guardare film ambientati
in ogni angolo del mondo in cui i personaggi, magia o follia del
doppiaggio, parlano perfettamente in italiano. Ma vedere Harrison Ford,
icona americana per eccellenza, parlare inglese mentre interpreta la
parte di un ufficiale dell'esercito russo, provoca la stessa
sensazione di un gesso sulla lavagna. L'idea del cambio di
prospettive, alla base del kolossal di Kathryn Bigelow, resta comunque
l'aspetto più interessante del film. Per una volta, infatti, i
protagonisti non sono i soliti americani, ma l'equipaggio di un
sottomarino russo alla prima uscita in mare per testare l'efficacia
del nuovo ordigno bellico provvisto di testate nucleari. A parte
questa variante, apprezzabile negli intenti, ci troviamo però davanti
al classico filmone hollywoodiano che ripropone tutti i luoghi comuni
del genere: la claustrofobia del sottomarino, gli inconvenienti
tecnici, i conflitti tra ufficiali, e tra ufficiali e truppa, fino
alla debolezza del codardo che può trovare riscatto solo nel
sacrificio. In questo senso l'adrenalinica regista di "Strange
Days" e "Point Break" delude parecchio le aspettative.
Non tanto dal punto di vista tecnico e della costruzione del racconto,
riesce infatti a conferire dinamismo alle sequenze d'azione e mantiene
in crescendo la tensione nonostante non succeda poi granché, quanto
per la traslazione in terra russa dell'immancabile patriottismo ed
eroismo americani. Retorica di approccio che si esaspera in un finale
eterno e ridondante (e anche un po' ridicolo nel trucco posticcio con
cui invecchia gli attori). Lo spettacolo, se ci si accontenta, è
comunque garantito.
Voto: 6
Luca Baroncini
Il
peso dell'acqua
Ma insomma chi è questa Bigelow? Si giustifica il
clamore critico che accompagna ogni uscita di un suo nuovo film?
Dopo una prova controversa ma affascinante (IL MISTERO DELL'ACQUA)
la nostra mette da parte psicologismi ed ellissi narrative per
firmare un solido e professionale "film di sommergibile"
(un filone a sé, si diceva nelle code veneziane) in cui, facendo un
uso indiavolato della handycam, scorrazza bellamente da un punto
all'altro del sottomarino regalandoci l'ulteriore roboante riprova
di un talento tutto speciale per questo tipo di funambolismi. Il
film, se da un lato paga tutti, ma proprio tutti, i debiti al
(sotto)genere - compresa la disputa tra il comandante in prima (un
Ford sorprendentemente in parte) e quello in seconda (un anodino
Neeson), con concitate minacce di ammutinamento secondo copione -
dall'altro ha, soprattutto nella parte centrale, con l'avaria al
reattore e gli effetti devastanti che le radiazioni hanno sulle
squadre che tentano di ripararlo, una drammaticità rimarchevole: in
questo, che è senz'altro il passaggio più memorabile della
pellicola, dramma e tensione raggiungono il parossismo, l'attenzione
al lato umano dei personaggi, solo accennato all'inizio, diventa
risvolto ben dettagliato e il film da semplice e convenzionale,
quasi banale catalogo di stereotipi, acquista una marcia in più e
un vero motivo di interesse. Peccato per la fallimentare parte
finale, tutta meccanica e retorica (sorvolo volentieri sul discorso
"regista americana parla dell'eroismo dei soldati
sovietici"), che mal si concilia col resto del film e nel quale
la Bigelow abdica totalmente alla sobrietà.
Voto: 5½
Luca
Pacilio
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Ripley's Game (Liliana
CAVANI) Int.
: John Malkovich, Dougray Scott, Ray Winstonen, Lena Headey, Chiara Caselli, Sam Blitz, Evelina Meghnagi
(Ita/GB -
110') |
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Tom Ripley, ieri criminale oggi mercante d'arte
ritiratosi in una villa italiana, per vendicarsi dell'offesa subita
da un corniciaio, lo trascina in una spirale di violenza e omicidi.
Roipnol's
Game
Sciatta prova della Cavani che trae il suo film dal
romanzo della Highsmith che ispirò il bel film di Wenders L'AMICO
AMERICANO. Non c'è molto da dire su un'opera che ha uno standard
visivo alla ispettore Derrick, che vede quello che sta diventando un
vero caso umano (non più "essere" John Malcovich ma
semplicemente farlo) cercare di dare spessore alla sua figurina di
dandy crudele e manipolatore. Qualche cartolina ingiallita, un po'
di scorci della splendida villa palladiana nella quale si ambienta
gran parte della vicenda, una sequenza finale (quella dell'assalto
alla magione) che è puro polizottesco di terz'ordine, un motivo
morriconiano inutilmente decorativo. Evidentemente il rapporto tra
carnefice e vittima di cui la Cavani parlava a proposito di questo
suo RIPLEY'S GAME è quello tra il suo film e l'improvvido
spettatore che se lo ritroverà tra capo e collo. Vero e innegabile
prodotto di serie B che lotta per la retrocessione.
Voto: 4
Luca Pacilio
A volte ritornano
Tom Ripley, personaggio culto della scrittrice
Patricia Highsmith, ha già ispirato Wim Wenders con "L'amico
americano" e Anthony Minghella con "Il talento di Mr. Ripley".
Rispetto al film di Wenders, Liliana Cavani sposta l'azione in Italia
e sostituisce la mafia italiana con quella russa. Ma ciò che sembra
interessare maggiormente la regista sono le dinamiche psicologiche che
si creano tra i personaggi. Un sottile gioco al massacro, nato per
capriccio e destinato a concludersi tragicamente.
Il protagonista, colto, pacato, elegante, raffinato, ma privo
di qualsiasi coscienza in grado di rielaborare le azioni compiute, è
quella faccia da magnifico bastardo di John Malkovich. Un attore cui
basta muovere un sopracciglio per trasmettere ambiguità e fascino.
Scelta che si rivela fin troppo facile, ma perfetta per trasmettere la
calamitante fascinazione di un lato oscuro in cui male e bene
convivono senza rassicuranti distinzioni. Oltre all'approccio attento
alla psicologia dei personaggi, funziona però anche il livello
puramente narrativo della storia thriller, in cui un uomo qualunque si
trova per caso (o necessità?), comunque inaspettatamente, a diventare
un assassino. Suggestiva l'ambientazione italiana, che sceglie la
provincia veneta generalmente poco sfruttata al cinema, serrata la
sceneggiatura e morbidi i movimenti della macchina da presa, con una
regia non invasiva ma mai casuale. Puramente decorativa la presenza di
Chiara Caselli.
Voto: 7½
Luca Baroncini
Se il
commissario Rex in persona, in carne ossa e pelo, dirigesse un film,
questo potrebbe essere proprio questo "Ripley's Game",
secondo adattamento dall'omonimo romanzo di Patricia Highsmith dopo
"L'Amico Americano" di Wenders (1978). Il fascino della
morale amorale del protagonista è indubbio, parzialmente reso dal
decoroso lavoro di Minghella con Matt Damon eponimo eroe, affidare a
Malkovich la parte rasenta l'ovvietà della produzione
"colta" europea: dalla prima apparizione, in apertura,
ripreso dal basso, di spalle con le mani giunte dietro la schiena, con
lungo cappotto, Malcovich è impunemente la fotocopia di Malcovich,
ormai impantanato nel rimacinare sempre la stessa parte/espressione/tonodivoce
(sempre sussurri, che palle). Ci si può anche fare il callo, si
ripensi al "Tempo ritrovato" di Ruiz, ma quando questo
diviene solo un granello di polvere nell'immenso cumulo di sporcizia
che Liliana Cavani cerca di smeciare almeno in Italia,
inevitabilmente, si aprono le cataratte della coprolalia. Ville
palladiane riprese con prospettive flaccide (e temiamo anche obiettivi
inadeguati), fotografia degna di uno spot di un ristorante per
matrimoni (pardon) su una rete privata bulgara, attori che più che
diretti sono mandati allo sbando a pascolare davanti alla machina da
presa, un sonoro che (mio dio! sentite una portiera d'automobile che
si chiude che rumorino flatulenziale produce!) fa pietà, infine,
anzi, dopo 42 (quarantadue) soffertissimi minuti, allora, proprio
allora si gira sui tacchi verso l'oblio. Pietoso. Vergognoso.
Voto: 1
Luigi Garella
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Blood Work
(Clint EASTWOOD)
Int. : Clint Eastwood, Jeff Daniels, Wanda De Jesus, Anjelica Huston, Tina Lifford, Paul Rodriguez
(U.S.A. -
110') |
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McCaleb è un
ex-agente FBI, ora pensionato cui è stato trapiantato un cuore
nuovo. Era sulle tracce del "Code Killer", ora viene
ingaggiato per scoprire chi ha ucciso la donna che gli ha fornito la
nuova pompa cardiaca.
Quello che si vede è quello
che si sa: Eastwood 72enne, senescente forse, consapevole - certo -
d'essere il classico del futuro. Fuor di ambiguità, è
l'invecchiamento del simbolo quello che maneggia da qualche anno,
almeno da "Potere Assoluto" (1997) per esplodere coi
cavalieri dello spazio: Blood Work è il completamento di questo
percorso, un tragitto, effettivamente, verso la fine. Il prossimo
capitolo ci potrebbe riservare la messa in scena della sua morte.
Un ex-poliziotto, alle prese con un serial killer particolarmente
"affettuoso" nei suoi confronti, con i problemi dell'età
e sentimenti che possono rinascere: una somma che ci porta da Dirty
Harry (Ispettore Callahan, il caso Scorpio è tuo) ai ponti di
Madison County in meno di due ore.
"E' un lavoro impegnativo, sia fisicamente che mentalmente, ma
non vorrei che fosse altrimenti. Non deve necessariamente essere
facile; dev'essere divertente". A partire dal primo comparire
di Terry McCaleb si finisce in una rete di rimandi ed ammiccamenti
che però, ed inizia qui la difesa d'ufficio, si innestano
pienamente in una struttura accurata - anche se non certo innovativa
- e solida che poggia su uno script
prevedibile quanto composito e calibrato (il peso dei personaggi vs.
quello degli attori).
Breve carrello a stringere sul protagonista, battuta fulminante,
circoscrizione del suo ambito d'azione: C.E. sta al poliziesco (se
cosi' lo si vuole chiamare) come John Wayne al western. Si faccia un
paragone con la presentazione del personaggio di Ringo in
"Ombre Rosse" e poi, spingendo lo sguardo più in qua,
"Il Pistolero" (Don Siegel (!!), 1976).
Sul filo del rasoio si muovono queste operazioni in cui
autoreferenzialità, la "consapevolezza", rischia di
annichilire la struttura proprio perché puntate sull'equilibrio:
l'eccesso parodico viene accennato solo come possibilità cinephile con un conseguente spostamento di target quanto del
divertimento ad ampio raggio che il regista presuppone a dato
fondante.
Blood Work si regge sulla memoria e sul passato,
rasenta la one man band
non fosse per i buoni attori di contorno (Anjelica Huston e Jeff
Daniels), ma i meccanismi funzionano, sono orchestrati con malizia
professionale ed il divertimento, ottima meta, non si nega.
Voto: 7
Luigi Garella
Sangue per Sangue
Solido come la faccia di Clint, Blood Work è
un giallo di fattura tradizionale, dallo svolgimento classico e dal
finale altrettanto scontato. Eppure, nonostante la prevedibilità del
meccanismo, gli indizi disseminati sono interessanti e ben congeniati,
al punto che si arriva perfino a dubitare della propria prima
intuizione (che malgrado i tentativi di depistaggio, si rivela
ineluttabilmente esatta). Il cavaliere solitario è tornato, in
decadenza – come ama celebrarsi già da qualche anno, cambiando
personaggio ma non corpo e soprattutto espressione – la voce
monotona e rotta, ostinato come al solito anche se sempre più
irrigidito nelle giunture e nella regia. La visione che guida la mano
di Eastwood è quella del contemporaneo occhio per occhio
statunitense, riportandoci indietro ai tempi di Rambo: è lui stesso a
confessarsi attraverso il suo laconico personaggio, che giustamente
conclude la frase dicendo che non può spiegarsi a parole. Saranno i
fatti a parlare, la sua indagine, la tenacia irresponsabile con cui
seguirà le tracce fino all’inevitabile ok corral; ma sarà la donna
che ha subito il torto a chiudere definitivamente la partita, con un
gesto che cancella automaticamente il concetto di pietà cristiano,
sostituendolo con l’emissione di una sentenza di morte e
amministrandola personalmente.
Voto: 6½
Alberto Zambenedetti
Voto: 6
Luca Pacilio |
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Dancer Upstairs (John MALKOVICH)
Int. : Javier Bardem, Laura Morante, Juan Diego Botto, Elvira Minguez, Abel Folk, Oliver Cotton, Alexandra Lencastre, Luis Miguel Cintra
(Spagna -
135') |
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In un
Paese sud americano si accavallano minacce ed attentati per opera
del fantomatico Ezequiel: cani impiccati, ministri uccisi, blackout
e fuochi d'artificio. Un poliziotto riuscirà a scoprire il
nascondiglio del manigoldo, non senza soffrire.
Provaci
ancora John
"Accontentando
tutti esaurisci il tuo talento" dice una cantante alla radio
all'inizio del film, e questo sembra essere lo spirito che alimenta
il progetto di John Malkovich, ma il rischio è di deludere invece
un po' tutti. Mira in alto, infatti, il suo debutto alla regia, ma
le velleità del progetto restano tali e si scontrano con la
piattezza del risultato. Non facile narrare addirittura la nascita e
il declino di un eroe rivoluzionario sudamericano, partendo dai
conflitti personali di un agente di polizia alla utopica ricerca di
una giustizia priva di compromessi. Peccato che gli sforzi per
rendere l'interiorità del protagonista, e parallelamente la
complicata situazione politica del Sudamerica, si scontrino con una
fallimentare ricerca di autorialità. La narrazione si frammenta in
tanti personaggi disperdendo l'interesse (i quattro che affiancano
il protagonista nelle indagini sono poco più che ombre) e alla
lentezza del ritmo non corrisponde una crescita della tensione.
Anche la direzione degli attori lascia alquanto a desiderare. Javier
Bardem è molto bravo ed ha il carisma e la sensibilità
interpretativa che gli consentono di aderire al personaggio. Dopo un
po', però, il suo aggirarsi per il film con gli occhi da cagnone
buono, finisce con il suscitare più compassione che partecipazione.
Anche Laura Morante, in parte come donna matura e passionale, sembra
presa di forza da un altro film e costretta in un personaggio
scritto male e senza le necessarie motivazioni per renderlo
credibile. Ed infatti la sua recitazione pare casuale e si affida a
gesti ed espressioni che risultano affettati e innaturali. Ma ciò
che nuoce maggiormente alla non riuscita del progetto è la
sceneggiatura (scritta dallo stesso Nicholas Shakespeare autore del
romanzo da cui è tratto il film): confusa, disequilibrata e con
dialoghi che raggiungono vette parodistiche. Basta pensare alla cena
tra Bardem e la Morante, che alterna silenzi a botta e risposta
imbarazzanti, scadendo in un ridicolo melò senza creare le premesse
perché ciò accada. L'unico aspetto interessante risulta
l'ambientazione sudamericana, che rende l'atmosfera esotica senza
ricorrere ad un facile folclore da cartolina.
Curiosità:
nel film il luogo dell'azione è un imprecisato paese sudamericano;
in realtà sono molti i riferimenti al rivoluzionario peruviano
Abiamel Guzman, leader del movimento guerrigliero Sendero Luminoso.
Voto: 4½
Luca Baroncini
John Malkovich, narra la
leggenda, si innamora del romanzo "The Dancer Upstairs" di
Nicholas Shakespeare e ne acquista i diritti per la trasposizione
senza aver nemmeno finito di leggerlo.
Javier Bardem è Agustin Rejas che ha abbandonato l'avvocatura per
trovare un modo più onorevole per servire la legge. E' sposato con
una donna vanesia e rompiballe ed ha una figlia la cui unica
occupazione pare essere quella delle lezioni di danza, tenute da
Yolanda (Laura Morante). Incaricato di indagare con una forza speciale
sugli strani avvenimenti Rejas si troverà a fronteggiare il suo
passato - avvocati corrotti, lo stesso Ezequiel che ha già
incontrato, la difficoltà nel costruire i rapporti con le donne - ma
riuscirà a mettere una fine alla vicenda ma non alle disgrazie di uno
stato e di un ambiente culturale marcio e moribondo.
L'intreccio è scarso, punteggiato da situazioni ricorrenti, false
piste e stasi radicali, se il regista, alla sua prima opera, mostra
per una buona mezz'ora una cura interessante nella composizione
dell'immagine ciò in funzione della costruzione di personaggi ed
ambiente, con il prevalere della necessità di sciogliere la trama, si
limita poi al semplice inanellamento professionale delle sequenze.
Senza fremiti particolari si arriva ad una conclusione che, se non
ovvia, non era certo imprevedibile. Un costrutto farraginoso, dunque,
che pur frutto di diffusa professionalità mai si discosta dal
"compitino", mai uno scatto od un'impennata, non si parli
poi di guizzi: macchinoso e con tracce di passione "The Dancer
Upstairs" si conclude senza lasciare alcun segno.
Ridicoli i dialoghi originali in cui Bardem, Morante e Luis Miguel
Cintra (e tutti gli altri) si parlano in inglese con evidenti accenti
romanzi.
Seconda produzione, dopo "Ghost World", della
casa di Malkovich la Mr. Mudd.
Voto:
5½
Luigi Garella
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Between Strangers (Edoardo PONTI)
Int. : Sophia
Loren, Mira Sorvino, Deborah Kara Unger, Gérard Depardieu, Klaus Maria
Brandauer, Pete Postlethwaite, Malcolm McDowell, Wendy Crewson
(Can/Ita -
97') |
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Olivia, Natalia e Catherine,
tre donne e tre storie drammatiche: si incontreranno al tavolino di
un aeroporto ciascuna in attesa di partire per un viaggio decisivo.
Between
Strangers
Personaggi:
Zamb, spietato
Lu, spietato
ATTO I
All'uscita del PalaBNL, una città lagunare.
Zamb cammina lentamente mentre cerca invano l'accendino. Lu glielo
porge con malcelata rassegnazione.
ZAMB (accende la sigaretta) - Lu, ti prego
schiaffeggiami. (con sguardo vacuo fissa il terreno) Sto
rasentando la crisi isterica. Sono sensorialmente sovraccarico di
stereotipi e luoghi comuni. Ho bisogno di una strage di massa o di
una birra gelata per liberarmene...
LU - (con tono piatto) Zamb, non basterebbe la bomba
atomica... (improvvisamente veemente) Ti sei accorto che il
Ponti ha scritto il film sapendo di avere delle star a disposizione?
In questo senso può essere interessante: un debuttante che scrive
senza dover sognare di lavorare con la Loren, Mc Dowell e Depardieu
ma semplicemente sapendolo e adattando lo script alle star. E' un
caso unico al mondo... (fissa Zamb speranzoso ma l'altro continua
a guardarsi i piedi) Tutti i pivelli scrivono la storia e poi
faticano per scegliere gli interpreti senza nemmeno osare sperare di
avere un attore di nome e questo che se la fa da subito con quel
monumento al sesso cinematografico che è la Kara Deborah Unger (Zamb
si scuote)... Ah cosa fanno i soldi di papà...
ZAMB - (aria truce) Io saprei cosa fare al figlio, con
una bottiglia di acido e un saldatore... (espira furiosamente il
fumo dalle narici poi improvvisamente mite) Nota che sono tutti
attori potenzialmente molto bravi, ma penalizzati da uno script che
probabilmente Pontino ha trovato in un ovetto Kinder quando era
bimbo.
LU - (lo guarda, poi con tono disinvolto) Il problema
è che Dudù pensa di essere Altman quando invece anche l'Antonello
Grimaldi de IL CIELO E' SEMPRE PIU' BLU gli dà dei punti... E poi
questo ritratto di gente che soffre tutto basato sul sentito dire...
A uno così lo farei soffrire sul serio! (vivace) Un'altra
cosa che mi pare notevole è il trucco della Loren: si fa
ridisegnare artificialmente le rughe che erano state cancellate dal
lifting. Questa è metavecchiaia!
ZAMB - (di nuovo torvo) Andiamo, la metavecchiaia e' niente
al confronto del cagnolino che scava fra i fiori di Depardieu
giardiniere-ubriacone. Per non parlare della bambina cantante...
Aridatece Shirley Temple! (ride ma vorrebbe piangere)
LU - (si ferma) A proposito di musica, tanto per rimanere
fedele ai suoi modelli conclamati il signorino si fa scrivere le
musiche dal grande Preisner di kieslowskiana memoria.
ZAMB - (continuando a camminare) Effettivamente c'è un'altra
cosa che mi ha infastidito: il playback. Non sopporto che un attore
che intrerpreta un musicista non si curi almeno di imparare i
rudimenti dello strumento. Non pretendo che siano tutti come Holly
Hunter o Gary Oldman, ma andiamo, un po' di dignità! (Lu lo
guarda ma non fa un passo, Zamb continua) Mi rendo conto che è
chiedere troppo a una chiavica di film come questo, ma almeno poteva
evitare quei penosi dettagli sul violoncello.
LU - (sognante) Il violoncello: come Lori Singer in AMERICA
OGGI...
ZAMB - (come se non avesse sentito) Infine, il braccialetto
rubato! Certo che a ripensarci ce n'è per tutti i gusti, eh? (gira
l'angolo)
LU - (ancora fermo) Braccialetto? C'era un braccialetto?
(vuole accendersi la sigaretta ma non ha l'accendino rincorre lo
Zamb ma svoltato l'angolo non lo scorge più).
ATTO II
Al tavolino di un aeroporto.
LU e Zamb guardano una scimmia fare le capriole. Non c'è un'anima.
Tutto è silenzio.
LU - Mi fai accendere?
ZAMB - L'accendino ce l'hai tu.
Lu guarda Zamb, Zamb guarda gli aerei.
Sipario
Voto: 1½
Alberto Zambenedetti Voto:
3
Luca Pacilio
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Naqoyqatsi (Godfrey REGGIO) (U.S.A.
- 69') |
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"Na-qoy-qatsi" sostantivo della lingua
hopi che sta per "l'un l'altro uccidere molti vita" ovvero
"vita in cui ci si uccide l'un l'altro" 2. Guerra come
stile di vita. 3. (Interpretazione) violenza civilizzata.
"Civile"
violenza per
musica e
immagini
Dopo l'ormai mitico KOYANISQAATSI (un vero
archetipo: un cult saccheggiato e straimitato, un perfetto ritratto
degli scenari urbani e naturali del Nord America) e il seguito
terzomondista POWAQQATSI, molto ci si attendeva da questo ultimo
capitolo della trilogia concepita da Reggio e musicata da Philip
Glass, ma ben poco ne giustifica l'attesa. Il tema di NAYOAQATSI è
stavolta la globalizzazione, la rappresentazione del mondo ormai
dominato dalla comunicazione: la prima parte, tutta un trionfo di
codici numerici e realtà virtuale, è la metafora della
metamorfosi, del corpo che si trasforma; la seconda presenta
immagini di atleti in azione e punta sulla rappresentazione, in
chiave pessimista, della competizione; la terza, centrata su una
navicella spaziale, conduce al nocciolo del film: il parossismo
tecnologico, la guerra, la violenza civilizzata. Ma se la grande
forza di KOYANISQAATSI, la sua potenza, stava nella nudità delle
immagini e nella perfetta resa dei cicli e dei ricorsi della vita
della metropoli e della natura attraverso la pura e semplice
velocizzazione del materiale visivo che, in perfetta sintonia con i
fiumi di note di Glass, diveniva un trip di fascino ipnagogico, in
questo caso, in linea con i concetti espressi peraltro, le immagini
(quasi tutte di repertorio) sono state trattate, solarizzate, virate
in negativo, decolorate, in ogni caso camuffate pervenendo a un
effetto finale che, sorprendentemente, non sorprende affatto. E'
tutto ordinariamente televisivo, nulla che non si veda nelle sigle
di un qualsiasi programma scientifico, una serie di quadri molto
prevedibili, a tratti di un déjà-vu quasi imbarazzante. E'
in questo modo che nel cuore (ma davvero) ci restano solo i primi
minuti, il lento scrutare in un enorme edificio in rovina sulle note
minimaliste di Glass , suonate dal violoncellista Yo Yo Ma, il
maestoso passare della mdp da una finestra all'altra e il suo
reclinarsi improvviso in una deformante prospettiva da brivido.
Tutto il resto, a parte qualche sprazzo (penso ai quadri che si
liquefanno e si trasformano in figure sempre cangianti), è
tremendamente scontato (non mancano le immagini pubblicitarie, le
sequenze di volti e altri standard in linea), nonostante le
sofisticherie tecnologiche, e dà all'opera astratta di Reggio il
sapore di una minestra scaldata al microonde.
Voto: 4
Luca Pacilio
Viaggio
nelle sensazioni (purtroppo, non solo)
Nel
1983 Godfrey Reggio sperimenta con successo un cinema irraccontabile,
basato sulla potente combinazione di musica ed immagini per
trasmettere i ritmi della natura e i pericoli del progresso. Il film
è "Koyaanisqatsi", che ottiene un discreto successo anche
in Italia. La tappa successiva è "Powaqqatsi" nel 1988, mai
distribuito invece in Italia, ed ora la trilogia si conclude con
"Naqoyqatsi" (prodotto dal sempre più presente Steven
Soderbergh) che si conferma un viaggio di grande fascino.
Più efficace dove sono originalità e bellezza ad avere il
sopravvento (gli anelli di fumo, le tante immagini che sfumano in
cangianti acquerelli, i viaggi nei frattali), perde in intensità
quando cerca a tutti i costi di lanciare un messaggio contro i rischi
di una disumanizzazione tecnologica. Oppure quando ricorre
all'ennesimo campionario di varia umanità, soffermandosi
sull'espressività di singoli volti. Addirittura kitsch il collage di
miti del millennio, attraverso i primi piani di sosia di personaggi
famosi. L'inizio è bellissimo e potente, con una Torre di Babele che
racchiude simbolicamente l'umanità di cui Godfrey Reggio si accinge a
parlare. Poi, però, il regista non riesce a mantenere lo stesso
livello di fascinazione, cercando per forza di dire qualche cosa che
vada al di là di un viaggio nelle sensazioni.
Di
diverso, rispetto al precursore "Koyaanisqatsi", c'è un
cospicuo utilizzo della computer-grafica. Scelta che ha sicuramente
facilitato la realizzazione, garantendo una pressoché totale libertà
espressiva, ma ha un po' raffreddato il risultato. In ogni caso,
davvero belle e coinvolgenti, proprio perché svincolate
dall'esposizione di una tesi e libere di dare sfogo ad una ricezione
irrazionale, le musiche di Philip Glass, arricchite dalla presenza
della violoncellista Yo Yo Ma.
Voto:
7
Luca Baroncini
Voto:
4
Luigi Garella |
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My name is Tanino (Paolo VIRZÌ)
Int. : Corrado Fortuna, Rachel McAdams, Frank Crudele, Jessica De Marco, Mary Long, Beau Starr, Licinia Lentini
(Italia -
100') |
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Tanino vive a Castelluzzo ma, complice un amore estivo, decide di raggiungere gli Stati Uniti per conoscere il suo mito: il regista indipendente Chinawsky. Il viaggio riserverà sorprese, equivoci ed imprevisti.
Tu
vo’ fà lamericano
Tanino vive nel piccolo paese siciliano di
Castelluzzo, ma ha grandi ambizioni. Sogna la regia cinematografica
e approfitta di un flirt estivo con una ragazza americana per
compiere il grande passo e sbarcare negli Stati Uniti alla ricerca
del suo mito, il famoso regista indipendente (in realtà
immaginario) Chinawsky. Caratterialmente Tanino è una specie di
angelo, uno di quei personaggi puri costruiti con abilità per
coniugare in modo credibile ingenuità, spontaneità, fervore
giovanile e soprattutto una grande carica di contagiosa simpatia.
Nella prima parte il taglio scelto da Virzì, per questa sorta di
racconto di formazione, conquista proprio per la verve dei dialoghi
e del giovane protagonista, il debuttante Corrado Fortuna. Anche
l'arrivo negli Stati Uniti diverte per il modo di evidenziare e
sdrammatizzare i luoghi comuni americani. Poi, però, le coincidenze
si infittiscono, come anche i colpi di fortuna e sfortuna da cui
Tanino esce sempre con un candore che finisce con lo stancare. È
proprio l'ingenuità di Tanino a diventare progressivamente sempre
più stucchevole, anche se si tenta di giustificarla con i pensieri
fuori campo dello stesso protagonista. O semplicemente diventa
ripetitivo il modello narrativo con cui Tanino capita casualmente
tra macchiette caricaturali, per poi uscirne indenne. L'America
viene un po' smitizzata e un po' derisa, cogliendo contraddizioni e
sfumature grottesche che non raggiungono, ma forse non ricercano
nemmeno, alcun approfondimento. Dopo la leggerezza comunicativa di
"Ovosodo" e il riuscito ritratto di provincia di
"Baci e abbracci", ci si aspettava da Paolo Virzì qualche
cosa di più di una commedia simpatica ma un po' superficiale.
Probabilmente sul risultato, tutt'altro che disprezzabile ma
appesantito da una seconda parte che gira un po' su se stessa, hanno
inciso i problemi produttivi con il Gruppo Cecchi Gori, in pieno
deficit finanziario proprio nel bel mezzo della lavorazione del
film.
Voto:
6½
Luca Baroncini
Tanino da morire
Confesso la mia totale avversione per questo tipo di
cinema che, mi pare, di delicatezza tutta finta nella sua assillante
volontà di descrizione degli umori di una generazione, con queste
facce prese dalla strada, con queste pretese realistiche e le studiate
punte grottesche: OVOSODO era una simpatica commediola, molto
sopravvalutata, FERIE D'AGOSTO una vanzinata appena più curata e con
attori più impegnati, BACI E ABBRACCI non l'ho visto (mi dicono sia
carino, ci credo sulla parola, non chiedetemi di verificarlo). TANINO
è un film che strappa il sorriso nel primo quarto d'ora e che ti fa
guardare l'orologio proprio quando dovrebbe entrare nel suo clou (le
peripezie americane del protagonista): in quel momento a decollare è
solo l'aereo, il film resta a terra e non si rialza più.
Voto:
4
Luca Pacilio
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Ten Minutes Older: The Cello (Bernardo BERTOLUCCI, Claire
DENIS, Mike FIGGIS, Jean-Luc GODARD, Jirí MENZEL, Michael RADFORD,
Volker SCHLÖNDORFF, István SZABÒ) Int.
: Danny Cohen, Daniel Craig, Valeria Bruni Tedeschi, Rudolf Hrusínsky,
Ildikó Bánsági, Bibiana Beglau, Jean-Luc Nancy
(Germania -
106') |
|
Otto registi e i loro otto film di dieci minuti
per rappresentare la propria visione del tempo.
Dieci minuti possono essere tanti
Dopo TEN MINUTES OLDER- THE TRUMPET la seconda parte
del progetto collettivo sulla rappresentazione del concetto del
tempo vede impegnati otto registi. Siamo sempre molto scettici di
fronte a queste operazioni che nascono da idee produttive prima che
artistiche anche se, data la caratura di alcuni degli autori
impegnati, ci si aspettava un esito più felice. Nulla di tutto ciò,
risultati discontinui e mediamente mediocri quando non pessimi.
L'episodio di Bertolucci, STORIA D'ACQUA, basato su una parabola
indiana è poco più di un esercizietto; quello di Claire Denis (VERS
NANCY), piuttosto godardiano, in cui una studentessa intervista in
un treno il filosofo Nancy, si risolve in una pallosa disquisizione
sui temi dell'integrazione e della tolleranza; in ABOUT TIME 2
Figgis ricicla svogliatamente l'idea dello schermo suddiviso in 4
riquadri (cfr. TIMECODE) che man mano si richiamano l'uno all'altro
andando a parare da nessuna parte; in ONE MOMENT Jiri Menzel
ripercorre la carriera di un famoso attore dell'Est attraverso scene
dei suoi film, un lavoro di montaggio abbastanza delicato;
semplicemente ributtante DIECI MINUTI DOPO di un assurdo (ma non nel
senso buono) Szabò; più interessante (ma non mi spingerei troppo
lontano) L'ILLUMINAZIONE di Schlondorff, con testi tratti da
Sant'Agostino; inutilmente dispendioso il fantascientifico (si parla
del genere omaggiato -?-) ADDICTED TO THE STARS di Radford. Da
tutt'altro pianeta giunge invece DANS LE NOIR DU TEMPS di Godard,
dieci minuti sontuosi in cui, con la consueta tecnica di montaggio
di materiale video e cinematografico di repertorio, il regista ci
consegna un piccolo gioiello che mette in scena gli ultimi minuti
della giovinezza, del coraggio, del pensiero, dell'amore etc. per
concludere con "Gli ultimi minuti del cinema" e uno
schermo bianco tormentato da raffiche di vento che lo deformano:
un'immagine folgorante che costituisce, di gran lunga, il momento più
alto di tutta la Mostra di quest'anno.
Voto complessivo: s.v.
Luca Pacilio
Riflessioni
sul tempo (perso!)
Viene istintivo
criticare ciò che non si capisce ed è vero che l'arte non ha e non
deve avere limiti. Però il gusto personale è un arbitro implacabile
a cui non si può e non si deve fuggire. Sta di fatto che questo
interessante (sulla carta) progetto, che riunisce otto famosi registi
impegnati a riflettere sul tempo, delude qualsiasi aspettativa. Anzi,
la prima spicciola considerazione che stimola è di avere
irrimediabilmente perduto centosei minuti del proprio tempo.
Ma andiamo per ordine.
Bernardo
Bertolucci firma "Histoire d'eau", ambientando nella
provincia di Latina l'incontro casuale tra un immigrato indiano e una
ragazza (Valeria Bruna tedeschi). Nasce l'amore, la famiglia cresce,
acquista un auto nuova e poi non si capisce bene cosa accada. Forse
una sorta di richiamo alle origini da parte del protagonista, ma
l'episodio si conclude come potrebbe essere cominciato e Bertolucci
tradisce, nella rappresentazione poco incisiva, la leggenda indiana da
cui trae ispirazione.
Con Mike Figgis, in "About time 2", entriamo in
quattro storie parallele in split-screen che forse sono la stessa
storia. Al di là del fascino visivo (che non aggiunge nulla a quanto
già ampiamente sperimentato in materia) il gelo accompagna la
visione.
Jiri
Menzel in "One moment" (l'episodio più riuscito)
riassume, sul filo della nostalgia e accorpando materiale di
repertorio, tappe della vita di un uomo. Tra il sogno e la malinconia,
amplificata dalla musica di Leos Janacek, per ricordare l'inesorabile
scorrere del tempo e l'incapacità di viverlo appieno.
L'ungherese Istvan Szabo, in "Ten minutes after",
propone una storia di ordinaria degenerazione in cui una donna si
prepara per festeggiare l'anniversario insieme al marito, ma finisce
accidentalmente con l'ucciderlo. Un orologio scandisce il passare dei
minuti e segna l'impossibilità di un "rewind" salvifico. Più
interessante raccontato che visto.
Con Claire Denis in "Vers Nancy" entriamo nella
verbosità non comunicativa, seguendo il dialogo in treno tra un
studentessa e il filosofo Jean-Luc Nancy. L'eterno colloquio tra i due
prevede la spiegazione di alti concetti filosofici sull'integrazione,
ma si rivela un pour-parler privo di passione che stordisce lo
spettatore a forza di parole con la desinenza "zione". Tra
le altre: "identificazione", "accettazione",
"immunizzazione", "assimilazione",
"omogeneizzazione", "civilizzazione",
"immigrazione"; unica eccezione il frequente ricorso al
vocabolo "intrusione".
Volker
Schlondorff, in "The enlightenment", si ispira al
pensiero di Sant'Agostino
che spiega l'impossibilità di definire il tempo. Peccato che le
immagini, a parte l'ironica conclusione, si rivelino superflue.
Con Michael Radford, in "Addicted to the stars",
entriamo nella fantascienza; vediamo, infatti, il sempre più
protagonista Daniel Craig risvegliarsi da un sonno temporale che lo
trasporta nel futuro ad incontrare suo figlio, ormai vecchio e in
punto di morte. Visivamente interessante (con poco crea un'atmosfera),
non riesce a sfruttare le potenzialità del soggetto.
A
concludere la veglia è Jean-Luc Godard che con "Dans le noir
du temps" rielabora materiale video e cinematografico
suddividendo l'episodio in brevi capitoli intitolati "Gli ultimi
minuti di ...". Si parte dalla "gioventù" per arrivare
al "cinema". L'impronta intellettuale alla base del
citazionismo ben si allinea alla banalità del messaggio.
Voto
complessivo:
4
Luca Baroncini
Più vecchi(o/a/e) di dieci
minuti, quindici registi 8 per questo "The Cello", altri
sette per "The Trumpet", costruiscono un cortometraggio sul
trascorrere del tempo. L'impressione generale non è delle migliori.
Bertolucci Bernardo (ep. "Histoire d'eausx") punta alla
trasposizione in ambiente d'immigrazione clandestina di una parabola
indiana, senza infamia e senza lode (voto: 6). Jiri Menzel, "one
Moment" ripercorre per spezzoni la vita cinematografica di una
star ceca, a tratti commovente l'episodio soffre di una certa mancanza
di respiro (voto: 6).Claire Denis riprende un dialogo in treno tra il
filosofo Jean-Luc Nancy con la sua studentessa Ana Smardzija
sull'unificazione europea. "Vers Nancy" è stucchevole ed
involuto godardianesimo dei poveri (voto: 4). Michael Radford con
"Addicted to the Stars", fantascienza ricostruita negli
studi kubrikiani, è interessato ad un paradosso spaziale per cui un
astronauta torna sulla terra dopo un viaggio d'ottant'anni invecchiato
di soli dieci minuti ed incontra suo figlio morente, interessante ma
macchinoso (voto: 5 1/2).
Volker Schlondorff in "The Enlightment" costruisce dieci
minuti di una mosca in un campeggio che svolazza verso la morte con un
flusso di coscienza tra Agostino e l'esistenzialismo (voto: 6).
Istvàn Szabò ("Ten Minutes After) fa collassare una situazione
che da festa di compleanno per un uomo di mezz'età si trasforma in
scena d'omicidio. Puerile miniepisodio soap, insostenibile (voto: 4).
Ultimo episodio per Jean-Luc Godard, "Dans le noir
du temps" è un viaggio nella storia del cinema e nella memoria
personale, nulla di nuovo ma un breve tassello di grandezza in
un'opera che nasce solo come progetto produttivo e non ha alcun
respiro, almeno fino all'ultimo frammento visivo e mnemonico (voto: 7).
Voto
complessivo: 5
Luigi Garella
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