VENEZIA 2002
EVENTI SPECIALI
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CONTROCORRENTE

 

EVENTI SPECIALI:
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Marcel SCHÜPBACH - B comme Béjart
Manuel GUTIERREZ ARAGON - El caballero Don Quijote
Aurelio GRIMALDI - Rosa Funzeca
Youssef CHAHINE, Amos GITAI, Shohei IMAMURA, Alejandro INARRITU, Claude LELOUCH, Ken LOACH, Samira MAKHMALBAF, Mira NAIR, Idrissa OUEDRAOGO, Sean PENN, Danis TANOVIC - 
11'09"01, September 11’
Enzo BALESTRIERI, Stefano MOSER - Clown in' Kabul

 

CONTROCORRENTE:
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Fruit CHAN - Renmin Gongche (Public Toilet)
Larry CLARK, Ed LACHMAN - Ken Park
Claire DENIS - Vendredi soir
Raymond DEPARDON - Un homme sans l'occident
Adoor GOPALAKRISHNAN - Nizhalkkuthu (Ombres obscures)
Chus GUTIERREZ - Poniente
Manijeh HEKMAT - Zendan-e Zanan (Women's Prison)
LU Chuan - Xun Qiang (Missing Gun)
Robert MANTHOULIS - Lilly's story
Lukas MOODYSSON - Lilja 4-Ever
Arturo RIPSTEIN - La vírgen de la lujuria
Sergio RUBINI - L'anima gemella
Valeria SARMIENTO - Rosa la China
Steven SODERBERGH - Full Frontal
Unni STRAUME - Musikk for bryllup og begravelse (Music for Weddings and Funerals)
TIAN Zhuangzhuang - Xiaocheng zhi chun (Springtime in a Small Town)
Shinya TSUKAMOTO - Rokugatsu no Hebi (A Snake of June)
Kristijonas VILDZIUNAS - Nuomos Sutartis (The Lease)

 

 

- EVENTI SPECIALI

 

B comme Béjart
(Marcel SCHÜPBACH)

(Svi/Fra/Bel  -  95')

Bolero Ecstasy

Documentario in cui, durante l'allestimento dello spettacolo-balletto Lumière, dedicato al cinema, il grande coreografo Maurice Béjart parla del suo lavoro attuale e passato. Il regista preferisce il dettaglio alla visione di insieme e disegna un ritratto dell'uomo e dell'artista convenzionale ma indiscutibilmente solido.

Voto:  6                              Luca Pacilio

 

11'09"01, September 11’
(Youssef CHAHINE, Amos GITAI, Shohei IMAMURA, Alejandro INARRITU, Claude LELOUCH, Ken LOACH, Samira MAKHMALBAF, Mira NAIR, Idrissa OUEDRAOGO, Sean PENN, Danis TANOVIC)

Int. : Maryam Karimi, Emmanuelle Laborit, Jerome Horry, Nour El-Sherif, Ahmed Seif Eldine, Dzana Pinjo, Aleksandar Seksan, Tatjana Sojic, Lionel Zizreel Guire, Vladimir Vega, Keren Mor, Liron Levo, Tomer Russo, Tanvi Azmi, Kapil Bawa, Taleb Adlah, Ernest Borgnine, Tomoro Taguchi, Kumiko Aso, Akira Emoto
(Fra/GB  -  135')


11 cortometraggi di 11 registi internazionali per riflettere sui tragici fatti dell'11 settembre 2001.

Quello che i giornali non dicono

Undici autori di fama internazione sono chiamati dal produttore televisivo Alain Brigand per dirigere altrettanti cortometraggi (della durata di undici minuti, nove secondi e un fotogramma) ispirati ai tragici eventi dell'11 settembre 2001. Preceduto da infinite polemiche legate al presunto anti-americanismo dell'opera (sembra che tutto sia partito da un giornalista del magazine "Variety" prima ancora di vedere gli episodi), il film e' invece un interessante documento in grado di far riflettere. Ogni episodio e' preceduto da una cartina geografica che evidenzia la provenienza del regista. A tal proposito, si spera che il film non venga doppiato. Un'unica lingua rischia sicuramente di appiattire il risultato, annacquando le tante voci che hanno collaborato alla realizzazione. Ma entriamo nel dettaglio. Samira Makhmalbaf, fedele al suo stile (che rischia, come tutto il cinema iraniano visibile ai festival, la "maniera") presenta una maestra che cerca di far capire ai suoi piccoli alunni cio' che e' successo a New York. Claude Lelouch, inguaribile ottimista, costruisce una breve storia d'amore tra una guida turistica per audiolesi e una ragazza sordomuta. Sara' proprio la tragedia a salvare l'amore. L'egiziano Youssef Chahine va giu' pesante, creando un suo alter-ego che si rapporta con il fantasma di un marine americano morto a Beirut. E' sicuramente l'episodio piu' didascalico e meno riuscito, anche se alcune frasi come "Basta con il circolo vizioso di una felicita' distruttiva!" lasciano il segno. Danis Tanovic lancia un messaggio di pace universale, unendo il dolore dei morti americani a quello delle donne di Srebrenica, che l'undici di ogni mese manifestano in piazza per ricordare la strage di musulmani per mano dei serbobosniaci dell'11 luglio 1995. L'africano Idrissa Ouedraogo firma l'episodio piu' divertente (tranquilli, si ride amaro!) ipotizzando che un bambino veda Bin Laden proprio nella sua città e si dia da fare, insieme ad alcuni amici, per catturarlo e riscuotere così la taglia di venticinque milioni di dollari per guarire la madre malata. Ken Loach presenta invece l'inserto piu' doloroso, il piu' distruttivo emotivamente. Crea infatti un parallelo tra l'attentato alle Twin Towers e il colpo di stato in Cile datato 11 settembre 1973. Il regista alterna immagini di repertorio alla lettera recitata da un esule cileno a Londra, Vladimir Vega autore anche delle musiche, che chiede, con profondo rispetto, solidarieta' ai familiari delle vittime americane per gli oltre trentamila morti causati dal colpo di stato appoggiato fortemente dal governo americano. Uno sguardo lucido che spezza il cuore e apre gli occhi. Il messicano Alejandro Gonzalez Inarritu riporta lo spettatore ai giorni dell'attentato e mostra - in un crescendo sonoro formato da grida, annunci radiofonici, notiziari, preghiere - lo schermo completamente nero squarciato da piccoli flash di corpi che cadono dalle torri. Unica didascalia finale "La luce di Dio ci guida o ci acceca?". Amos Gitai sceglie il virtuosismo cinematografico con un unico ineccepibile piano sequenza, in cui un'arrivista cronista vede oscurare la notizia di un attentato a Tel Aviv dalla notizia dell'attentato americano. L'indiana Mira Nair opta per la storia vera di una famiglia pakistana, che vede scambiare il figlio scomparso per uno degli attentatori. Sean Penn, unico americano del gruppo, filma con grazia e una buona dose di cinismo, il redivivo Ernest Borgnine che vive solo pensando costantemente alla moglie morta. Nonostante quanto diffuso dai giornali, l'interpretazione dell'episodio non e' cosi' immediata e il finale, sicuramente d'effetto, manca d'incisivita'. Shohei Imamura conclude il film con l'episodio piu' criptico, in cui un soldato giapponese ritorna dal fronte dopo Hiroshima convinto di essere un serpente.
Sentire tante voci diverse e' un'ottima occasione di confronto e un esperimento costruttivo per interpretare cio' che e' accaduto, al di la' di quello che i mezzi di informazione o i documentari celebrativi sono in grado di spiegare. Non tutti gli episodi hanno la stessa intensita', anche dal punto di vista prettamente cinematografico, ma ognuno racconta un modo di sentire ed e' questa la vera forza del film. Un'occasione di guardare anche laddove non avremmo pensato. Cercare di capire significa prima di tutto ascoltare, eventualmente filtrare, ma di sicuro non chiudere gli occhi aprioristicamente.

Voto:  7½                              Luca Baroncini


Voto:  6                                  Luigi Garella

 

Clown in' Kabul
(
Enzo BALESTRIERI, Stefano MOSER)

(Italia  -  72')

Dopo un incontro con i bambini di Roma, ventuno clown dottori provenienti da tutto il mondo partono alla volta di Kabul. Sono allegri, rumorosi, colorati e cercano di portare una speranza ed un sorriso nei paesi martoriati dalla guerra. Il primo impatto con la realtà degli ospedali pediatrici afgani, pero', si rivela più duro del previsto.

Un documento necessario

Patch Adams, divenuto una star dopo il successo dell'omonimo film con un insopportabile Robin Williams, è portatore della terapia del "sorriso": "la medicina deve avere cura della persona e non solo della malattia". Un aiuto che si concretizza cercando di stimolare la risata e facendo il possibile per allietare la degenza dei malati in ospedale. La figura del clown, ma è un parere strettamente personale, è sempre stata carica di inquietudine: una smorfia che può passare, di colpo, dal sorriso tirato al ghigno malefico. È quindi con una certa diffidenza che mi avvicino al famoso medico americano, ma devo ricredermi perché il documentario, di cui è attivo sostenitore, lascia davvero impressionati e anche la figura dell'esuberante Patch Adams trova modo di mettersi da parte per lasciare parlare le immagini. Il video comincia con l'incontro a Roma tra Patch Admas e il sindaco Veltroni, a cui segue la partenza di ventuno persone, provenienti da ogni parte del mondo, per Kabul. Il documentario mostra il lavoro dei volontari, le visite negli ospedali, gli spettacoli improvvisati nelle strade di Kabul e dei villaggi nelle valli del Panshir. Gli stessi ragazzi che partecipano con entusiasmo al progetto umanitario non sono preparati a tanta sofferenza e, nelle pause tra una visita e l'altra, hanno i visi segnati dal dolore e dalle lacrime. "Clown in Kabul", girato da Enzo Balestrieri e Stefano Moser, ha lo scopo di sensibilizzare e sceglie la strada più facile, quella dello shock. In realtà nulla di ciò che viene mostrato (le disastrose condizioni in cui versano gli ospedali afghani, i bambini ustionati o storpiati dalle mine, la tristezza sui volti degli abitanti dei villaggi) risulta gratuito, ma diventa una significativa e necessaria testimonianza che raggiunge immediatamente il suo scopo: suscitare rabbia per l'indifferenza e il senso di giustizia suprema attraverso cui queste stragi sono giustificate.

Voto:  7                              Luca Baroncini

 

 

 

- CONTROCORRENTE

 

Renmin Gongche (Public Toilet)
(Fruit CHAN)

Int. : Tsuyoshi Abe, Zhe Ma, Hyuk Jang, Insung Cho, Yanghee Kim, Jo Kuk, Sam Lee
(Hong/Kor  -  102')

Un ragazzo - il dio dei gabinetti - ed un gruppo di amici girano il mondo in apparente degeneraizone alla ricerca di una cura per il cancro. Da Hong Kong a New York al Tibet unico filo conduttore  il dolore.

Fruit Chan che alla 58° mostra del cinema di Venezia aveva affascinato per lo stile fiammeggiante ed esagerato di "Hong Kong/Hollywood" dopo dodici mesi si presenta con un'opera in digitale dalla durata faticosa e dalle pretese pedagogiche francamente stucchevoli.
Dall'est del mondo, India, Cina fino all'opulento ovest di New York si intrecciano le vicende, gli incontri le mille difficoltà di un gruppo di giovani alla ricerca di una cura contro il cancro, di santoni miracolosi, acque taumaturgiche, frutti dell'eterna giovinezza, preparati galenici rarissimi: il dolore sembra essere l'evento che cuce assieme queste vite come pure quelle che di striscio si intravedono. Dai bagni pubblici hongkonghesi, dove tutti gli uomini sono uguali, luogo in cui si raccolgono gli scarti corporali ma dove pure si fanno nascere e si abbandonano bambini, fino all'estrema ed asociale solitudine della megalopoli, sono gli uomini e la conoscenza d'essi come dell'ambiente ad essere appiglio alla vita. L'esempio che si offre ad ogni evento anche atmosferico (la neve ma pure il bagno nel Gange) permette la curiosità ed il desiderio che paiono i motori propulsivi di giovani vite che tentano di sfuggire alla morte e/o di portare sollievo a chi vi è prossimo.
Fruit Chan esagera in ogni direzione, dal numero di personaggi ed incontri, alle vicende che narra per brani: esasperato e decadente ma con una morale sulla vita che traspare pure in poche fulgide inquadrature/sequenze, la neve che si alza da terra, le case a ridosso del Gange, per smania di dire troppo, di affastellare in una summa complessiva, "Public Toilet" perde inevitabilmente di vigore ma rimane, imperfetto e prostrante, crudissimo.

Voto:  5½                               Luigi Garella


Plop

Una delle funzioni più democratiche del corpo umano diventa protagonista del film di Fruit Chan, incentrato sul legame indissolubile tra il corpo e l'ambiente che lo circonda. Se siamo ciò che mangiamo, sembrerebbe suggerire il lungometraggio, non possiamo che essere anche ciò che espelliamo. Nonostante l'interesse suscitato dal tema, il riconoscimento speciale della giuria ottenuto a Venezia, (in cui il film concorreva nella sezione "Controcorrente"), risulta assai immeritato. C'è il peggio del cinema orientale che suscita clamori ai festival: qualche guizzo nell'utilizzo del digitale a rendere sopportabili le ormai logore sgranature, una fotografia brutta e abbruttita da un uso delle luci che si vorrebbe naturalistico, interminabili piani sequenza, macchina da presa a mano e una sceneggiatura sgangherata e approssimativa. In alcuni momenti sembra quasi di assistere ad un filmino girato in vacanza a cui si è pensato di dare una parvenza cinematografica. I personaggi vagano in cerca di redenzione passando per Hong Kong, Pechino, l'India, New York e Roma (davvero pessima la telefonata al cellulare all'interno del Colosseo per far capire che l'azione si svolge nella città capitolina). Divertente l'idea di trasformare un bagno pubblico in un luogo conviviale in cui l'evacuazione e le chiacchiere diventano un binomio inscindibile in grado di raccontare storie, ma insufficiente a riempire centodue lunghissimi minuti in cui è il tedio il vero protagonista. Unico colpo di scena, la lotta tra un polipo e alcuni granchi in un acquario.

Voto:  3                              Luca Baroncini

 

Ken Park
(Larry CLARK, Ed LACHMAN)

Int. : James Ransone, Tiffany Limos, Stephen Jasso, James Bullard, Mike Apaletegui, Adam Chubbuck
(U.S.A./Ola/Fra  -  96')

Quattro famiglie a Visalia, California: quattro ragazzi e la loro vita in una spirale di violenza, sesso, odio e amore.


New kids on the block

Due parole sulla genesi del film: i caratteri sono stati creati da Larry Clark e le loro storie sceneggiate da Harmony Korine (autore del bellissimo DOGMA #6 - JULIEN DONKEY-BOY). Il regista ha poi diretto il film assieme all'amico Ed Lachman, grande direttore della fotografia, variando il finale e incorrendo nelle ire dello sceneggiatore. KEN PARK vorrebbe essere una descrizione cruda e realistica della vita di quattro ragazzi che, ciascuno a suo modo, martirizzati dalle rispettive famiglie, accumulano dolori e nevrosi. Un atto d'accusa nei confronti della Sacra Istituzione, dunque, che, spesso e volentieri, per nulla curando la sensibilità e le esigenze degli adolescenti, ne fa delle vittime e dei nuovi carnefici in potenza. Il problema è che Clark (e il suo coregista) più che sondare il tema e renderlo visivamente, sembra molto più interessato a spingere ai limiti la rappresentazione con una serie di sequenze che vorrebbero shockare ma che hanno l'unico effetto di lasciare tutta la problematica in superficie senza nulla approfondire. Se il suo scopo è quello di mostrare la nudità, soprattutto quella maschile (non lo dico io, lo ha detto Clark in un incontro veneziano), che - ipse dixit - è generalmente trascurata dal cinema, si comprende come tutto l'impianto dell'opera sia un pretesto per arrivare a quell'obiettivo (e in questo senso capiamo anche la scena della masturbazione, restituita nella sua integrità). Tutto ciò non dimenticando che quello del nudo maschile al cinema è un tabù infranto da tempo (ormai il male full frontal si vede dappertutto, persino in tv, vedasi l'osteggiatissima - dal ministro Gasparri - serie inglese QUEER AS FOLK). Dunque KEN PARK si risolve in un catalogo di quadretti, il più delle volte insipidi e banali, che non acquistano certo nerbo per il solo fatto di essere accostati gli uni agli altri. Solo la sequenza finale, fatta di un sesso gioioso e gaiamente liberatorio, con i ragazzi distesi sul divano, alla fine degli amplessi, a parlare amabilmente, ha una sua autenticità e una sua forza. Larry Clark vorrebbe essere estremo ma gioca al provocatore fuori tempo massimo e il suo film si risolve in un festival di noiosa prurigine che ti colpisce non come un pugno allo stomaco ma come un mattone in testa.

Voto:  3                              Luca Pacilio


Provocazione gratuita o arguto specchio del grigiore dei tempi?

Il dubbio, quando si parla di Larry Clark (qui co-regista insieme a Ed Lachman, apprezzato direttore della fotografia per Wenders e Bertolucci) è più che lecito, visto che l'esordio del 1995, con "Kids", lasciava trasparire un compiacimento di dubbio gusto. Con "Ken Park", però, lo stile si è evoluto: niente più sgranature da film verità, ma una bella fotografia curata dallo stesso Lachman e, soprattutto, una morbosità che sfuma in indifferenza, un'assenza di rielaborazione che colpisce sia i protagonisti che lo spettatore. Lo stesso vuoto dei personaggi si trasmette così al pubblico, che finisce con il subire le tante varianti sessuali mostrate e gli eccessi di violenza, senza particolare trasporto.
Il soggetto e la sceneggiatura, elaborati da Harmony Korine (già regista del dogma "Julien Donkey Boy") permettono di entrare nella squallida quotidianità di alcuni ragazzi e delle loro famiglie che vivono a Visalia, piccolo paese californiano. Le casette a schiera racchiudono pulsioni inespresse e insoddisfazioni, ma soprattutto una rabbia feroce che impedisce a tutti i personaggi di trovare un equilibrio, o anche solo di cercarlo. Il film non offre soluzioni, ma sceglie un'estremizzazione dello sguardo lasciando allo spettatore il compito di motivare quanto esibito. Un cinismo di fondo trasforma ogni provocazione in normalità e punta il dito sull'inefficienza della famiglia, a cui viene indirettamente riconosciuto un ruolo fondamentale nella crescita dell'individuo.
L'esito del film è ovviamente contradditorio, perché utilizza gli stessi elementi (sesso e violenza) che critica, ma suggerisce alcune considerazioni. Intanto fa piacere che per una volta il cinema non nasconda la vita, ma mostri corpi e secrezioni senza occultare con una dissolvenza  quello che i personaggi vivono in prima persona. Certo, sarebbe molto più rivoluzionario abbinare il sesso esplicito ad una bella storia d'amore, senza per forza connotarlo in modo negativo e, perdipiù, a braccetto con la violenza. Inoltre è interessante che non siano tanto i ragazzini, quanto i genitori, il bersaglio del film. I giovani protagonisti, infatti, sono rappresentati come vittime di un'educazione fatta di regole, impartite da genitori che attraverso un ritornello privo di sostanza pensano di avere assolto il loro ruolo. In questo senso non stonano affatto le esagerazioni al limite del grottesco, esibite per quasi tutto il film, che diventano lo specchio di un occhio deformato, incapace di dare alle cose il giusto peso.
Nonostante tutti i tentativi razionali per interpretare il lungometraggio, resta però un atroce dubbio: "Come mai dalla visione di "Happiness" di Todd Solondz, che affrontava tematiche non troppo dissimili, si usciva distrutti, mentre "Ken Park" non lascia alcuno strascico e, anzi, viene ricordato solo per le scene forti?"

Voto:  6½                              Luca Baroncini


L'adolescenza in un qualsiasi sobborgo americano (ma non solo) è l'inevitabile momento in cui avviene il confronto con il mondo: le pulsioni individuali strette in un contesto estraneo, l'amicizia come rifugio e ricerca di una nuova comunità.
I personaggi creati da Larry Clark (così avvertono i titoli di coda) sono turbati ed emblema di questo, ignorato ma latente, è il giovane Ken Park che in apertura si è visto, attraverso la sua videocamera, farsi saltare le cervella in un parco per skaters. Peaches, Shawn e Claude sono abbandonati a loro stessi e costretti a subire meccanismi familiari e sociali che non vogliono comprendere od ammettere come possibili benché ne vedano gli effetti nei nuclei umani duc ui condividono spazi e mentalità. L'eterno sole nelle piccole case con giardino e posto auto non procura alcuna gioia, è sempre e solo un dato con cui confrontare il quotidiano schifo tra scuola droga e sesso. Chi va a letto con la madre della propria fidanzata, chi ha un padre religioso che trovatosi di fronte alla sessualità piuttosto disinibita della figlia mostra tutte le crepe della sua piccola esistenza, chi infine vive coi nonni e sbrocca alla consueta partita del sabato a scarabeo: non macchiette ma eccessi espressivi della disperazione. Se infatti i personaggi pur rasentando il filo del grottesco possono risultare interessanti per il complesso di dettagli cui sono immersi sono proprio l'assunto e la prassi registica a deludere. Larry Clark (Kids, Bully) collabora con Ed Lachmann per la realizzazione di "Ken Park", personaggi e situazioni sono tratti dai suoi diari, la sceneggiatura (in realtà solo la prima stesura) è di Harmonie Korine (Julien Donkie Boy) ma nonostante questo evidente sforzo costruttivo l'approccio con la materia, risaputa, è dei più scialbi: la facile enfasi sugli elementi potenzialmente disturbanti (la masturbazione con relativo autosoffocamento di Claude) unita a scelte registiche incapaci di scegliere (pur essendo evidente il tentativo d'univocità, che si riassume nel finale) tra una registrazione "fedele" di un'eventuale realtà, la caricatura morale, l'hardcore alla Haneke. Se la prolungata scena di sesso finale a tre vorrebbe aprire uno spiraglio per le disgraziate esistenza fino ad allora mostrate, questa costruzione di nuovo nucleo familiare da opporre a quelli parentali appare una pezza giustapposta per ricomporre quadri involontariamente disgiunti e moraleggiare continuando a voler essere sgradevoli ed inaspettati.
Rimane pur vero che, come nota Giovanni Spagnoletti, ci siano allusioni ad una satira del genere adolescenziale e che questa possa essere una chiave di lettura ma da qui a poter accettare i pronunciamenti di morale della visione di Clark, c'è di mezzo tutta la storia del cinema. Tristemente mediocre.

Voto:  4½                              Luigi Garella


Voto:  2                         Alberto Zambenedetti

 

Vendredi soir
(Claire DENIS)

Int. : Valérie Lemercier, Vincent Lindon
(Francia  -  90')

Venerdì sera. Laure sta traslocando e, lasciato l'appartamento per recarsi a cena da amici, rimane bloccata nell'ingorgo stradale causato dallo sciopero dei mezzi pubblici.

Nel traffico di Parigi

Spacca pubblico e critica questo splendido film della Denis: divide perché estremo nel portare avanti la sua idea di rappresentazione di un mondo al femminile attraverso la descrizione di un momento, di uno stato d'animo legato a una circostanza precisa (Laure sta traslocando, comincia una nuova vita col suo compagno) e nel farlo senza concessioni, puramente e semplicemente, lasciando che questo mondo emerga dai gesti, dai mugugni, dai commenti sottovoce e dai monologhi di una donna sola coi suoi pensieri. Ciò avviene nella lunga parte iniziale in cui il traffico parigino si trasforma, nelle mani della regista, in una suggestiva galleria di ritratti e in cui in primo piano è un flusso di riflessioni che intuiamo intenso per una promessa di felicità forse troppo annunciata, un trasloco, un cambiamento in atto, un momento di svolta nel quale tutto sta cambiando. Un animo, quello attuale di Laure, più mobile, meno rigido (anche se il timore iniziale per quella bussata al finestrino - Gregoire Colin, attore feticcio della regista qui solo in comparsata - dimostra che certe resistenze ci sono ancora e attendono solo di dissolversi) e che è quindi più docilmente avviabile verso il mero piacere, la scopata improvvisa con un uomo affascinante incontrato casualmente, l'uomo che ha interrotto quel torrente di pensieri e che ha aperto alla donna le porte dell'avventura sessuale alla quale associare sogni e fantasie, una vita nuova, diversa, più viva. La sinfonia dell'ingorgo stradale, una Parigi intasata (perché si sa, queste cose avvengono solo nella Ville Lumière) in cui ciascuno dà una mano a chi è in difficoltà, diventa ovattato e lontano ronzio tra le pareti dell'albergo ad ore in cui i due fanno l'amore e in cui il film, se possibile, si radicalizza ancor di più, con uno sguardo che si focalizza sui dettagli insistiti dei corpi, una serie di quadri anatomici affascinanti. L'equilibrio tra la volontà di rappresentare visivamente una situazione e la narrazione della situazione stessa (non possiamo neanche dire di una storia), con delicate divagazioni surreali, è ammirevole: la Denis non sbaglia nulla, a chi sbadiglia rimane la via della fuga, a chi resta in sala la soddisfazione di godere di una delle poche perle del festival di quest'anno.

Voto:  7½                             Luca Pacilio


Un uomo ed una donna si incontrano in un ingorgo, nell'umidità serale lui è a piedi e lei offre un passaggio, chiacchierano, con poche parole poi cambiano i piani (almeno Laure) ed in un albergo fanno l'amore, mangiano in pizzeria e tornano alla loro camera.
Quanto poco basta per fare un capolavoro quando c'è stile da vendere. Una moltitudine di dettagli, di prospettive e punti di vista forniscono alla Denis il materiale per costruire, dipingere a rapidi tratti nono solo una storia ma una condizione esistenziale tutta. La vita di Laure è ad una svolta si intuisce dalle brevi immagini mentali e dalla lentezza con cui inscatola le sue cose nell'appartamento silenzioso, nella solitudine della macchina immobile tra altre vetture ascolta la radio ed incontra un uomo che non conosce ma che la attrae fisicamente: cosa quest'incontro causerà nella sua vita rimane oscuro (forse infila un biglietto nelle giacca di lui prima di sparire) ma è la silenziosa gioia di riscoprirsi viva ad essere l'unico impulso di valore.
Vetri bagnati e penombre, un vagare senza meta, "freddo fuori, caldo dentro" è quanto dice la regista, ad una prima parte dei glaciale perfezione ne segue la seconda fatta di corpi e di silenzi che non si bada di riempire, un passaggio che conduce allo scavalcamento di un pudore tra individui che, pur privo di senso, domina ogni relazione ma che viene a cadere fronteggiando l'ignoto, la maschera di quello che si spera ed attende. La presenza dei corpi, innanzi tutto, il tempo che passa e le parole che si fanno rade e timide scacciate dalla presenza fisica, dei due protagonisti in chiara e reciproca tensione e degli oggetti: i dati di fatto, mostrati nitidamente od anche solo allusi pesano nella macina che produce un movimento che è minimamente tramico e incredibilmente emotivo.
Parlare di questi uomini o "degli uomini" alla Denis non importa, capace di astrazioni sublimi ma pure così vicina ai corpi.
Come ombre Claire Denis e Agnes Godard (l'opeatrice) si attaccano a Vincent Lindon e Valerie Lemercier, compongono brevi tasselli fisici che magicamente si fondono.

Voto:  8½                             Luigi Garella 

 

Poniente
(Chus GUTIERREZ)

Int. : Cuca Escribano, José Coronado, Mariola Fuentes, Antonio Dechent, Farid Fatmi, Alfonsa Rosso
(Spagna  -  96')

Lucía, una giovane insegnante che vive a Madrid, alla morte del padre torna nella sua regione natia con la figlia Clara. Lì, in riva al mare, ritrova la ventosa cittadina della sua infanzia, La Isla. Ma accanto a essa scopre anche un altro universo fatto di razzismo e intolleranza. Lucía decide di restare a La Isla e portare avanti l'attività di suo padre. In questa nuova vita incontra Curro, un uomo inquieto cresciuto in Svizzera e alla ricerca di un luogo dove mettere radici.


Tra cinema e tv

La regista spagnola Chus Gutierrez ambienta nelle bellissime terre dell'Andalusia una storia che tenta di coniugare i problemi legati all'immigrazione con la fiction. Una donna torna al paese natio dopo la morte del padre e deve scontrarsi con l'intolleranza degli abitanti nei confronti dei tanti immigrati marocchini, sahariani e lituani. Nonostante qualche semplificazione eccessiva, troppo schematica a volte la distinzione tra ciò che dovrebbe essere giusto e ciò che non lo è, il messaggio arriva a scuotere le coscienze. La sceneggiatura mantiene un difficile equilibrio nel dare spazio ai tanti personaggi che movimentano la narrazione e riesce a conciliare le ragioni private con quelle sociali. Finisce però con il progredire in una sorta di melodramma educativo di stampo vagamente telenovelistico. Si partecipa comunque con interesse al crescere della storia, grazie soprattutto alla luminosità della protagonista Cuca Escribano, un incrocio iberico tra Meryl Streep e Miranda Otto. La fotografia sfrutta la bellissima luce naturale e la regia cerca di non cadere nella piattezza del film inchiesta paratelevisivo, riuscendoci solo in parte. Come in tutti i lungometraggi a tesi, anche "Poniente" soffre di una sindrome dimostrativa, ancorando la validità universale di un messaggio alla situazione specifica in cui vivono i personaggi. Il rischio è che la vicenda non possa che concludersi in modo da suffragare la tesi da avvallare. Cosa che puntualmente, e con ovvia prevedibilità, accade.

Voto:  6                              Luca Baroncini

 

Xun Qiang (Missing Gun)
(LU Chuan)

Int. : Jiang Wen, Ning Jing, Wu Yujuan, Shi Liang
(Cina  -  90')

Ma Shan, poliziotto, si sveglia dopo una notte di bagordi e non trova la sua pistola: in Cina le armi da fuoco sono proibite e lui rischia fino a tre anni di carcere. Inizia una ricerca forsennata tra omicidii e sospetti.

In un paesino del distretto di Guizhou, tra colline e campagna si svolgono le vicende di "The Missing Gun" il quarantenne Ma Shan è in preda ad un tremendo timore: che la sua pistola venga usata e qualcuno muoia. Effettivamente i cadaveri non tardano a fioccare. Un conto alla rovescia sul numero di proiettili: ulteriore problema è che sono proprio i maggiori indiziati a lasciarci le penne ed il povero protagonista non sa che fare. Gli amici che erano con lui al banchetto di nozze dove si è fatta festa fino a tardi offrono versioni discordanti sull'accaduto ma alla fine il nodo viene al pettine.
Un piacevole poliziesco rurale è il primo film di Lu Chan, prodotto dalla Sony Columbia anche e soprattutto grazie alla presenza di Jiang Wen, famosissimo in patria. Se il ritratto della pacifica vita di una cittadina di campagna e della routine della squadra di poliziotti può anche risultare scontata è proprio il pretesto che innesca la trama, lo smarrimento della pistola, a far fibrillare la situazione: per strette stradine e tra i campi Ma Shan corre impazzito con la sua bicicletta, incontra amici, venditori ambulanti, interroga ed infine idea il giusto piano per salvarsi dalla gattabuia anche se non gli andrà tutto per il meglio. Il tutto dovendo tenere buona moglie e figlioletto oltre al capo della polizia che fino al giorno prima voleva insignirlo d'una medaglia. Curiosa e sincera miscellanea di senso del dovere ed egoismo da sopravvivenza con ritmi alternanti e momenti stravaganti: molto ben congegnato e diretto anche se sono evidenti i debiti verso il cinema d'azione d'Hong Kong e allo slapstick moderno stile Jackie Chan: una concessione al mercato occidentale o espressione della cinefilia di cui il regista si fa vanto?
Indubbiamente acerbo ma interessante sotto più punti di vista "The Missing Gun" coniuga con freschezza le proprie plurime anime d'action-comedy senza puntare troppo in alto ma divertendo. Peccato per il finale dolciastro che rovina il lavoro fin lì compiuto.

Voto:  6½                              Luigi Garella


Dalla Cina con (poco) furore

Un poliziotto si sveglia dopo una sbronza e non trova più la pistola. Il problema è che siamo in Cina e l'uomo rischia il carcere e soprattutto che qualcuno possa utilizzare l'arma per uccidere.
Inizia così un viaggio contro il tempo per capire cosa è successo la sera precedente. Unico vago ricordo, una festa di matrimonio.
Il soggetto è interessante perché il film comincia subito con un mistero che cattura, ed anche la prima parte è spumeggiante, grazie al ritmo dell'azione e alla simpatia dell'attore protagonista (Jiang Wen, una star del cinema cinese). Poi, però, qualche cosa si inceppa e il racconto comincia a girare a vuoto, riproponendo le stesse situazioni e i medesimi dubbi. In poche parole manca una progressione drammatica in grado di mantenere le premesse. O, meglio, una progressione c'è, ma sembra più un tentativo di stiracchiare il più possibile un soggetto da cortometraggio per portarlo alla durata di un film. Per aggiungere mordente, infatti, la storia sfocia in un banale thriller con omicidi, assassini e presunti colpi di scena. Tra l'altro, non facilita la partecipazione nemmeno il taglio scelto dalla narrazione: parte come una commedia a sfondo sociale e si evolve prendendosi sul serio e smarrendo l'ironia dei personaggi. Questa incertezza dà allo spettatore tutto il tempo di guardare l'orologio.

Voto:  5                               Luca Baroncini

 

Lilly's story
(Robert MANTHOULIS)

Int. : Bruno Putzulu, Juliette Andréa, Yorgo Vogiatzis, Minas Hatzisavas, Olia Lazaridou, Renos Mandis
(Gre/Fra/Slo  -  130')

Il regime dei colonnelli ha bandito i suoi film e un regista greco emigra a Parigi per preparare un altro sulla situazione politica del suo paese.


Storia al cubo

Ancora un film sul film, ancora una pellicola autoreferenziale basata sul lavoro di costruzione di un'opera cinematografica e in cui i vari livelli si sovrappongono (la stessa lavorazione è l'argomento del film di cui si tratta e le disavventure in cui il cineasta incorre nella scrittura della sceneggiatura vanno a costituire il contrappunto della sceneggiatura stessa alla quale sta lavorando). Niente di nuovo, ma su questo scheletro le scene si susseguono in maniera interessante e, in alcuni momenti, visivamente affascinante. Ispirato alle vere vicende dell'attrice Melina Mercouri e del regista americano Jules Dassin, il film alterna toni drammatici ad altri più divertenti e surreali a volte sbracando altre convincendo di più. In generale il giochino regge pur non mancando qualche ridondanza e a tratti alcune pesantezze. Breve apparizione di Anna Galiena.

Voto:  6                              Luca Pacilio


No Man’s Land?

Qu’est que c’est un film?
Un film c’est un évent.
Un film  c’est un témoignage sur son temps.

Il film di Manthoulis è un lungo racconto post-coito, che si dipana lentamente riportandoci le vicende del narratore alle prese con la produzione di un film politico e controverso, che mescolerebbe la fiction al documentario, la chimerica Melina (una famosa attrice greca) alle testimonianze crude e veritiere dei protagonisti reali. L’operazione di Manthoulis è proprio quella di raccontarci il suo film, che si sviluppa attraverso questa contrapposizione, facendo pervenire dal passato les témoignages e dal presente la fiction, incastonando la pietra al gioiello senza nasconderlo (come spesso invece succede), ma anzi lucidandolo per bene e illustrandone le caratteristiche attraverso le voci dei suoi attori. Così facendo, Manthoulis – da consumato artigiano del documentario – astutamente dribbla la solita annosa questione della realtà al cinema, e riesce ad essere candidamente fazioso all’interno della finzione scenica; tuttavia, è proprio il lato più strettamente cinematografico a tradirlo. I suoi personaggi sono genuinamente mediterranei e cosmopoliti, ma le situazioni in cui la mano del regista li tuffa – quando vuole mettere l’accento sulla loro apolide umanità – sono stanche e di maniera (come la sigaretta dopo l’amore, che c’è sempre, ma cinematograficamente non è più plausibile). Resta una riflessione intelligente e ben congeniata, un meccanismo dal funzionamento interessante anche se non perfettamente bilanciato. Un’operazione compiuta nella terra di nessuno che Manthoulis costantemente evoca, lasciando intravedere le sue ossimoriche caratteristiche di libertà e prigionia, le sue enormi potenzialità narrative e le restrizioni che inevitabilmente porta nella sua definizione.

Voto:  7                             Alberto Zambenedetti

 

Lilja 4-Ever
(Lukas MOODYSSON)

Int. : Oksana Akinshina, Artiom Bogucharskij, Elina Benenson, Lilia Sinkarjova, Pavel Ponomarjov, Tomas Neumann
(Svezia  -  109')

Lilya ha 16 anni e vive in una degradata periferia in una città dell'ex Unione Sovietica. Abbandonata dalla madre, costretta a sbarcare il lunario, vede la speranza di un futuro migliore nell'incontro con Andrej. Ma il trasferimento in Svezia che il ragazzo le offre è una trappola.

Fucking ex Ussr

Ragazzi allo sbando, tra sniffate di colla e pasticche a ripetizione, cercano certezze e calore che, negati dall'ostile mondo adulto che li circonda, si ritrovano nell'abbraccio reciproco, nella solidarietà di un'esistenza in fiore ma già reietta. Sembra che quello del ritratto adolescenziale sia un tema prediletto dal regista che, dopo il bel FUCKING AMAL (ma anche in TOGETHER si ritrovavano questi motivi), continua il discorso confermando, se ce ne fosse stato bisogno, un'apprezzabile capacità di individuare situazioni e cogliere umori con discreta finezza e riuscendo sempre a condire gli elementi con dialoghi convincenti e per niente artefatti. Quello che stavolta latita è l'intreccio, tutto fondato su situazioni concatenate piuttosto scontate e funestato da un tono occultamente predicatorio che appesantisce i toni e insiste sul film rendendolo troppo esplicitamente parabolico. I momenti visionari hanno una loro delicatezza ma sono troppo insistiti, così come eccessivamente dilatato risulta il finale. Una prova di pura transizione per il regista scandinavo.

Voto:  5½                              Luca Pacilio


Il crollo dell'impero d'oltre cortina, dell'Unione Sovietica e degli Stati annessi  ha portato all'improvviso deteriorarsi di strutture che fragili si reggevano già malamente, Moodysson cita a proposito il caso della Moldavia, la nazione più povera d'Europa. "Penso che il 99% dei giovani non creda alla possibilità di avere un futuro nella propria patria. C'è un percentuale altissima di donne che vendono il loro corpo. Questa è la terribile realtà e la responsabilità non è della Moldavia. Si tratta di uno stupro del comunismo, così come da parte del capitalismo." Nulla di più atroce  possibile immaginare di una generazione che non conosce altro che la disgrazia, enorme ed accerchiante, di un sistema, e solo quello. Lilia (la straordinaria Oksana Akinshina) ha solo sedici anni, il quartiere in cui vive, costituito da un gruppo di palazzoni grigi e parallelepipedi è l'intero suo mondo, non può, di conseguenza, avere memoria di un passato di decoro: non ha nulla ma sogna d'andarsene.
Moodysson tratteggia una nuova storia di adolescenti, al suo terzo lungometraggio sembra aver preso le misure per uno stile personale e accurato in cui lo sguardo sempre morale sui fatti si coniuga ad un talento poetico-emotivo innegabile. La disgrazia di Lilia, truffata prima dalla madre che l'abbandona con il suo nuovo uomo, poi dalla zia infine da Andrei, il giovane che sembra il barlume d'una nuova vita ma che non fa altro, in realtà, che allargare il dolore di lei: da occasionale prostituta per necessità a sfruttata clandestina in Svezia, a disposizione di vecchi (e meno) laidi. Una storia di crescita solo per lo sguardo spettatoriale, la protagonista è solo vittima schiacciata com'è da un mondo che non è ancora in grado di interpretare ma solo di percepire per contatto diretto, che il tirare di colla riesce ad allontanare ed angelicare. Assumendo il pdv della ragazza si è costretti ad accettare l'altalena di eventi ed emozioni di cui è vittima ma a salvare dalla consuetudine della prospettiva moraleggiante ed educativa è proprio lo stile, nulla di più raro, amorevole ad avvolgere Lilia e Volodia. Uno sprofondamento individuale riesce così a divenire un affresco ampio ed allusivo, feroce nel fornire un dettagliato percorso verso la precoce scoperta della fuga nella morte ma così colmo d'amore per i personaggi da lasciare senza fiato, e sono in questa chiave da leggere gli inserti stilisticamente marcati del sogno, della realtà "altra", frammenti di stupore a salvare dal nulla.

Voto:  8½                              Luigi Garella

 

La vírgen de la lujuria
(Arturo RIPSTEIN)

Int. : Ariadna Gil, Luis Felipe Tovar, Patricia Reyes Spindola, Juan Diego, Julian Pastor, Alberto Estrella
(Spa/Mex/Por  -  140')

Messico, anni Quaranta. Ignacio detto "il Mikado" è un cameriere taciturno che passa le sue giornate tra il caffé Ofelia dove lavora e le foto pornografiche che colleziona. L'incontro con la prostituta Lola cambierà la sua vita.

"El Mikado" ovvero Ignacio Jurado, Nacho è cameriere al caffè Ofelia, meticcio insultato dal padrone banderuola (sfruttatore poi comunista, autoctono poi spagnolo), ha una certa passione feticista per gli indumenti femminili ed è facile preda per Lola, prostituta o forse altro, spagnola o forse no: si instaura una relazione sadomasochistica che coinvolge non solo i due poveracci ma un'intera cultura. L'ultimo film di Arturo Ripstein  un inno al cinema ed al demonio: un'infilata di piani sequenza magistrali avvitano un nucleo di avvenimenti che si ripetono, si ripresentano e mutano aspetto in pochissimi ambienti. L'interno del caffè, la galleria in cui questo si trova, un paio di locali adiacenti, le strade notturne sono solo il set per il mettersi in scena di una passione smodata e priva di senso, significato e direzione sono elementi insignificanti nel costruirsi di un granitico quadro che rende conto e ceca di fronteggiare decine di temi.
Se la condizione umana ed il perenne turbamento di Nacho sono il centro di questo vorticare, proprio attorno ad esso si agitano le forze di un secolo intero, dalle rivoluzioni comuniste, alla guerra civile spagnola, al problema degli espatriati, alla fotografia, all'educazione degli indios, al rapporto tra culture al sesso come schiavitù agognata, al cinema come somma di umano e culturale. "La Virgen de la Lujuria" è letteralmente un tutto immaneggiabile in cui si confondono personaggi e ambiente il cui unico scopo è quello di presentarsi non solo, certo, come sfoggio di abilità tecnica ed attoriale ma come complesso irriducibile, apocalittico quanto claustrofobico collage di evidenze e teorie. Nacho è vittima della propria pochezza, dei sogni che lo vedono "El Mikado", lottatore senza paura, ed anche ingranaggio fondamentale di un meccanismo che non serve a nulla: la vita nella complessità che lega politica ed etica eroe vicinissimo al Joao de Deus della trilogia di Joao Cesar Monteiro, l'altra faccia dello specchio, sempre trattati plurimamente stratificati, dal vago sentore medievale ma se quest'ultimo vede la fuga gioiosa nel sapere come rifugio alla cancrena, Ripstein ritaglia la stasi come autogiustificante.
Funereo e pessimista quanto dorata cattedrale per l'occhio.

Voto:  7                                 Luigi Garella


L’incipit del film di Ripstein è un vero vortice di colori e musica, che introduce i personaggi investendo gli spettatori, mimando un trailer di cinquant’anni fa e lasciandoli con l’acquolina in bocca, pronti a pregustare le primizie che seguiranno. Inevitabilmente, il ritmo rallenta, e l’agrodolce vicenda si snoda in una successione di lunghi piano-sequenza; la macchina da presa danza fra gli attori con grande eleganza, seguendoli nei loro numerosi movimenti senza mai esagerare i propri, contenendosi entro i limiti della descrizione e senza spettacolarizzare mai. Il risultato è morbido e piacevolissimo, anche grazie ad una fotografia deliziosa come un mango maturo. I colori dominanti sono il giallo e il verde, usati in varie tonalità non solo nel décor, ma soprattutto nella bellissima illuminazione. Grande prova anche per i due bravissimi protagonisti, che si cuciono addosso due personaggi stilizzati ed essenziali, distillati come i liquori mesciti nel Caffè Ofelia, di diversa qualità a seconda della clientela. Ma l’amour fou è ovviamente destinato a grandi epiloghi, e l’uccisione di Franco sembra in questo caso adeguata. In un film in cui tutto è artificio, anche l’eccellente attentato diventa sciarada, riproduzione, finzione, come le fotografie su cui Nacho puntualmente si masturba, filtrando i suoi piaceri attraverso un guanto di pizzo nero, carezzandosi, lavorando, nutrendosi attraverso di esso. Ed eccoci arrivati all’excipit, una chiusa che riprende il folgorante inizio con una verve decisamente smorzata, in un bianco e nero brillante e fumoso, con le stesse sovrimpressioni, ma con oltre due ore di film sulle spalle. Quindi, la pur pregevolissima fattura di questa bella prova d’autore, soffre una scrittura sovrabbondante e un po’ inconsistente. La carica delle immagini a volte non è ricambiata da situazioni sufficientemente intense, e questo sbilanciamento si evidenzia nel finale, che va a chiudere un gioco non ancora/abbastanza svelato. Fermo restando che un mango dolce e sugoso non si rifiuta mai…

Voto:  7½                            Alberto Zambenedetti


Lussuria concettuale

Quello di Ripstein è soprattutto un saggio di grande maestria registica: tutti piani sequenza funambolici per raccontare una storia di solitudine e passione, cervellotica e verbosa com'è nel costume del cineasta messicano. Il film si apre con una sorta di delizioso trailer d'epoca che illustra la vicenda e presenta i personaggi, escamotage che verrà riutilizzato per chiudere i conti al termine del film. Nulla è possibile obiettare tecnicamente: fotografia satura e ambrata, con frequenti e deliziosi squarci verdi, scenografia originale, direzione d'attori impeccabile. Il film, tratto liberamente da Max Aub, girato tutto in interni, procede per siparietti di un erotismo tutto di testa, mai esplicito eppure trasudante. Purtroppo il racconto dell'ossessione del protagonista è evidentemente troppo lungo, il film ci gira intorno fino allo sfinimento pur alternandolo ad altri motivi (primo fra tutti quello politico che si esalta nel sogno metafilmico dell'assassinio di Franco, uno dei momenti più riusciti della pellicola). Il risultato alla fine, nel suo barocchismo visivo e concettuale, affascina e strema.

Voto:  6½                              Luca Pacilio

 

L'anima gemella
(Sergio RUBINI)

Int. : Valentina Cervi, Violante Placido, Michele Venitucci, Sergio Rubini, Dino Abbrescia, Alfredo Minenna
(Italia  -  104')

Teresa viene abbandonata sull’altare dal suo promesso Tonino, che confessa davanti a tutti di essere ancora innamorato di sua cugina, la bella Maddalena. Teresa, in preda alla follia vendicativa, si reca da una maga chiedendo di poter prendere le sembianze di Maddalena.

Dopo “Tutto l’amore che c’è” Sergio Rubini, torna nella sua Puglia, per dirigere “L’anima gemella”, ma cambiando completamente stile. Infatti, questa commedia ha la struttura di una favola, con tanto di scontri tra buoni e cattivi e lieto fine. Niente a che vedere con lo stile autoriale e sincero de “La stazione” né con il sentito e già citato “Tutto l’amore che c’è”. “L’anima gemella” è una pellicola pensata e costruita, che non mostra cenni della necessità di fare un film, dettata da una profonda ispirazione. Gli stessi ruoli dei protagonisti, come quelli dei personaggi di contorno, sono calcati al limite della caricatura. E mentre Rubini nel ruolo del barbiere maneggione, che ruba le formule magiche alla mamma fattucchiera per spillare un po’ di soldi all’isterica Teresa, riesce a reggere la scena e a divertire, le due protagoniste, Valentina Cervi e Violante Placido, non sembrano troppo credibili, soprattutto nel momento dello scambio dei ruoli. E questo è sicuramente il punto debole più del film, che, pur avendo una sceneggiatura “carina” (scritta insieme a Domenico Starnone) e una regia corretta, punta molto sulla caratterizzazione dei personaggi. Malgrado ciò, la pellicola scorre velocemente, senza intoppi o momenti di flessione, e la sua natura popolare lo consacra, fin da ora, ad un premeditato successo di pubblico.

Voto:  5½                             Francesca Manfroni

 

Rosa la China
(Valeria SARMIENTO)

Int. : Juan Luis Galiardo, Luisa Maria Jimenes, Abel Rodriguez, Daisi Granados, Yipsia Torres, Aurora Basnuevo
(Por/Spa  -  102')

Una soap radiofonica: "Rosa la China" riporta nella Cuba degli anni '50. Un torbido triangolo tra Rosa, suo marito Dulzura, l'amante Marcos.

Una voce vellutata ed ironica traghetta da un campo stretto d'una radio a valvole nell'atmosfera calda e colorata della notte cubana che fu, nel locale La Trompeta. Un losco giro di droga e amore, legami familiari che vanno a rotoli, disgrazie varie che culminano in un triplo suicidio/omicidio.
Quanto riesce a reggere l'idea di rivisitare la soap, non solo quella radiofonica, è evidente dalle prime immagini, con una spruzzata di ironia ma tenendo fede allo spirito d'epoca? Bisognerebbe confrontare "Rosa la China" con l'ultimo lavoro di Todd Haynes ma in effetti l'opera di Valeria Sarmiento perde miserrimamente il confronto, incapace com'è d'infondere nuova linfa in uno schema-canovaccio già ampiamente vittima di parodie e rivisitazioni. Prendere seriamente i presupposti costruttivi di un "genere" devitalizzato mette a confronto una densa varietà di stilemi e moduli ad alta codifica, senza pietà in questo caso si naufraga nella ripetitività, nel luogo comune né rivissuto né ironizzato nella "rappresentazione del luogo comune". Dolorosa sensazione di volere-e-non-potere da ascriversi totalmente alla regista e sceneggiatrice (con Josè Triana) che seppure piuttosto accurata nell'impianto visivo non riesce a combinare nulla d'altro di buono.

Voto:  4                                   Luigi Garella

 

Full Frontal
(Steven SODERBERGH)

Int. : Blair Underwood, Julia Roberts, David Hyde Pierce, Catherine Keener, Mary McCormack, David Duchovny, Nicky Katt, Enrico Colantoni, Terence Stamp, David Fincher, Brad Pitt
(U.S.A.  -  111')

Minori o maggiori, alcuni personaggi che ruotano intorno al mondo del cinema sono in cerca d’amore. Alcuni lo troveranno, altri lo perderanno, vicino o lontano, ad ogni livello della finzione, da quella cinematografica a quella umana.

When West Goes East

Soderberg ci prova, lasciando da parte i celebrati modelli hollywoodiani che lo hanno reso popolare e guardando ad oriente (ad un certo cinema europeo, come l’ultima fatica del Bertolucci-bis), consegna nelle feroci mani della critica continentale un meta-meta-film un po’ pretenzioso e scontato. Certo, la fattura è sempre ottima e il cast eccellente, ma il gioco di specchi è troppo sottolineato, troppo evidente e compiaciuto per essere veramente accattivante. Il risultato è che il cammeo di Terence Stamp (passavo di lì) e l’insistenza sullo sfruttamento dell’immagine di Brad Pitt – al quale è consegnata l’ultima, fulminante battuta del film – risultano più autocompiacimento che storytelling. Più che un film sperimentale, quale aspira essere, Full Frontal sembra un’appendice di Ocean’s Eleven, con parte del cast che continua a prestarsi a qualsiasi cosa per un vecchio amico. Se il racconto delle vite ordinarie di persone semi-stra-ordinarie sembra attraente al principio – dai bei titoli di testa, con i personaggi del meta-film presentati da schede spietatamente sintetiche – la riflessione scende leggermente nel patetico, mostrando amori e riconciliazioni, al primo o al secondo grado di finzione. Il terzo grado è invece consegnato al siparietto comico che, inutile dirlo, funziona e fa sorridere (moderatamente, ma con eleganza). Degne di nota sono invece le figure quasi invisibili, raccontate con una noncuranza snob, come Hitler attore teatrale montato e succiasangue, oppure come Dracula mitomane che porta fuori la spazzatura e controlla la posta. Se Soderberg sia capace di farci riflettere, questo è tutto da vedere; eppure, c’è sicuramente una differenza fra bere la birra dal bicchiere o dalla bottiglia. E’ come stabilire se si è anali od orali.

Voto:  5                             Alberto Zambenedetti


The Great Pretender

Soderbergh, questo strano e antipatico animale, ormai un piccolo boss del cinema (pseudo)indie, torna alle origini con un film a basso budget (ma pur sempre Miramax) che si regge sull'idea (alquanto stantia) del cinema che ritrae se stesso dicendo di stare a ritrarsi. Questa spirale truffauttiana, una sorta di giostra vorticosa di onanismo sentimentale e mentale, prima ancora che cinefilo e cinematografaro, ha il suo merito nel non limitarsi alla mera operazione e nel nutrire la struttura (auto)autoreferenziale con storie rese con drammaturgia accettabile e dialoghi non solo pretestuosi, il suo limite nel non andare al di là di questo e di compiacersene alquanto. Il meccanismo (meta)metacinematografico si esalta nel film che viene realizzato (RENDEZ VOUS, di cui vediamo i titoli all'inizio) e in cui l'attore di colore, intervistato dalla giornalista Julia Roberts, parla della sindrome che affligge gli interpreti afro nei film hollywoodiani, quella per la quale costoro non possono essere amati (il tutto in un film che vedrà lui, enunciatore dell'assunto, avere un ruolo di amatore con la giornalista stessa, bianca per giunta). Giochini si dirà, certo, e di giochini si tratta in una messa in abisso dei piani rappresentativi e finzionali (anche il piano primario della messinscena, alla fine, verrà svelato come set cinematografico) che suona risaputa per quanto non del tutto gratuita, ammettiamo. Di contorsione degna di miglior causa, FULL FRONTAL è meccanismo di scatole cinesi che si aprono, che vorrebbe essere riflessione sul film come prodotto e come oggetto artistico ma che si rivela indagine fin troppo facile sulla corruzione industriale del cinema (il produttore Gus, ritratto come una sorta di dio che segna le esistenze di tutti gli altri personaggi) laddove i risultati migliori li raggiunge nei ritratti minimi, in alcuni passaggi più secchi e disinvolti di un'intimità disincantata altrimenti sconosciuta all'autore. L'inevitabile mistura di registri visivi, con grande scialo di macchine a mano e inserti video, è banalmente e didascalicamente volta a separare i livelli sui quali il film opera. Soderbergh, the great pretender.

Voto:  5                              Luca Pacilio


Imperturbabile Soderberg. Dai tempi di Skizopolis era oramai chiaro che non si poteva prescindere dal parlare di questo autonominato autore come unico referente del suo lavoro, questa volta però, con geniale senso della moderazione invece di comparire bello bello annulla la sua presenza con un quadrato nero sulla faccia: lasciamo intendere quanto questo in realtà non sia che un passaggio di secondo livello (sapete che faccia ho - mi nascondo - vi strizzo l'occhio).
Diamo atto di una grande capacità personale di SS, un mito che si è costruito sul vuoto più inquietante, in grado di andar fiero di scelte che Melies avrebbe ritenuto© ridicole, di far il verso a quello che egli solo crede essere il cinema d'autore, di sguazzare nel sistema hollywoodiano con un qualche elmo d'Ade…
Il regista stesso afferma che Full Frontal è la continuazione tematica di Sesso Bugie e Videotapes, il film che lo lanciò anni or sono, e non gli si può certo dare torto. Ma se SBeV arrivava in un momento di empasse del cinema USA ed aveva solo in questo una giustificazione, l'ultima fatica del nostro è totalmente votata all'esteriorità: il meta(metameta)cinema, vicende umane le più disparate, inserti da artista (ci si faccia caso, non manca mai una sequenza, pur breve, virata o trattata in ognuno dei suoi lavori) ed un metodo improvvisato sul fatto che gli attori devono arrivare sul set con la propria macchina, devono preoccupasi da soli del trucco e devono essere disposti ad essere filmati in qualunque momento.
Incapace di intrattenere, come sarebbe perfettamente in grado di fare data l'interessante struttura ed i dialoghi, ma voglioso d'essere sempre e comunque un alternativo (!), privo di continuità realizzativa (qualunque regista hollywoodiano d'alto profilo se lo mangia sotto questo aspetto), Soderberg ha trovato la propria nicchia - ampia e dorata - nel fare il verso al regista indipendente, nel gonfiare situazioni, dati e stereotipi per rivenderli non come prodotti pre-masticati ma come arte (con buona dose di moralismo a calcare la mano).
Full Frontal è contorno di salsa Soderberg, con contorno di attori.

Voto:  3                              Luigi Garella

 

Musikk for bryllup og begravelse (Music for Weddings and Funerals)
(Unni STRAUME)

Int. : Lena Endre, Bjørn Floberg, Goran Bregovic, Petronella Barker, Rebecka Hemse
(Nor/Sve  -  97')

Peter, l’ex marito di Sara, decide di suicidarsi nella loro vecchia casa, dove, da dopo la morte del loro bambino, Sara vive da sola. Da quel momento, anche con l’aiuto di Bogdan, il musicista serbo a cui Sara ha affittato una stanza, lei capirà che è giusto reagire al suo dolore.

L’intento della regista norvegese Unni Straume è, a suo stesso dire, quello di comunicare, attraverso i suoi personaggi, il contrasto tra la l’ordine e l’inquietudine, tra l’armonia e le contraddizioni. In realtà “Musica per matrimoni e funerali” è un arzigogolato esercizio di stile, che nella seconda parte perde ogni rigore, per trasformarsi in un dozzinale ed esasperato dramma. Pur riprendendo un certo filone nordico, dal teatro di Ibsen a certe atmosfere Bergmaniane, questa pellicola non riesce ad esplodere, a trovare un centro e si risolve in un minestrone di lacrime pretenzioso, manierato e senza sostanza. Manca la struttura, manca uno stile definito, manca una storia: ci sono in compenso tante belle immagini (la fotografia è del bravissimo Harald Paalgard) e la musica travolgente di Goran Bregovic che, nei panni del musicista serbo che libera i sentimenti di Sara, finisce per occupare tutta la seconda parte della pellicola, regalandoci le uniche emozioni del film. 

Voto:  4                                Francesca Manfroni

 

Xiaocheng zhi chun (Springtime in a Small Town)
(TIAN Zhuangzhuang)

Int. : Hu Jingfan, Wu Jun, Xin Baiqing, Lu Sisi, Ye Xiaokeng
(Cina/Hong/Fra  -  116')

Primavera del 1946, a meno di un anno dalla ritirata delle truppe giapponesi. Una giovane donna, Yuwen, annoiata e frustrata, vaga per le macerie della sua cittadina di campagna. Suo marito Dai Liyan si è ammalato di tubercolosi dopo la guerra; lui e Yuwen hanno così preso a dormire in stanze separate, abbandonando l'idea di avere un figlio. Un giorno Zhang Zhichen, dottore ed ex compagno di scuola di Dai Liyan, fa visita alla coppia e scopre di essere molto attratto da Yuwen, che lo ricambia.

A Oriente niente di nuovo

Il rigore formale che caratterizza l'aspetto visivo di "Springtime in a small town" riflette perfettamente le rigide norme comportamentali che vincolano il trio di protagonisti ad una irreversibile infelicità. Non c'è speranza di cambiare le cose, le possibilità vengono cercate e poi evitate. C'è una sorta di black-out tra corpo e mente e le emozioni finiscono per forza con l'essere arginate dall'apparenza, vero motore e prigione dei costumi dell'epoca.
I danni dell'incomunicabilità, il soffocante peso delle tradizioni, l'immutabilità e il maschilismo della società cinese, sono già stati ampiamente approfonditi, anche dalla stessa cinematografia cinese (basta pensare a "Lanterne rosse" di Zhang Yimou) e il film non aggiunge davvero nulla di nuovo sull'argomento. Si distingue comunque per la cura delle immagini, l'elegante impaginazione e la recitazione. Alla giovane interprete Hu Jingfan bastano movimenti impercettibili del viso, o anche solo uno sguardo, per comunicare tutta la disperazione, il disagio e la passione del suo personaggio. Il rischio del teatro filmato, in fondo si tratta quasi sempre di tre personaggi all'interno di una casa, viene evitato da una regia capace di imprimere dinamismo ad ogni sequenza.

Voto:  6½                                 Luca Baroncini

 

Rokugatsu no Hebi (A Snake of June)
(Shinya TSUKAMOTO)

Int. : Asuka Kurosawa, Yuji Koutari, Shinya Tsukamoto, Tomoro Taguchi, Susume Terajima, Mansaku Fuwa, Teruko Hanahara
(Giappone  -  77')

Rinko lavora in un consultorio telefonico, è sposata con Shigechiko, uomo di mezz'età, sono ricchi, senza figli e molto poco loquaci l'un verso l'altra. Le fantasie della donna divengono realtà e poi incubo a causa di un uomo che lei ha aiutato.

L'universo di Tsukamoto rasenta sempre l'esplosione: si espande e contrae secondo ritmi imprevedibili.
E' giugno, la stagione delle piogge in Giappone, Rinko torna nella sua casa ipermoderna ogni sera, inizia a sbrigare le faccende, a pulire la vasca da bagno per esempio ma ecco che suo marito, in camicia bianca con le maniche arrotolate o è già sul luogo a strofinare con gusto oppure è pronto a rubarle il posto. Rinko è giovane e bella, il marito non dorme più con lei ma su una poltrona in salotto. Si scambiano pochissime parole. Lampante assenza di vita in un bianco/nero e blu denso di contrasti: sesso e relazione sono assenti ed innominati.
Lei viene ricattata e costretta a soddisfare le proprie fantasie sessuali come punizione dall'uomo che l'ha fotografata mentre si masturbava? Solo lavoro (il marito) e solo altruismo (Rinko) si risvegliano grazie al dolore dell'uomo con la macchina fotografica (Tsukamoto S.) che li mette a confronto, per amore e per disperazione, con fobie e desideri inconfessati: la necessità della carne di unirsi, la paura d'essere definitivamente soffocati/annegati in una visione monoculare (come nell'incubo (?) del marito).
Tsukamoto personaggio e regista innesca un percorso serpeggiante che ha i bordi taglienti della cruda realtà di cemento e della notte ma l'andamento del timore collettivo che si manifesta e nelle forme che assumono i rapporti di relazione (l'uso del telefono per minacciare ed aiutare) e nelle singole spirali di autonegazione. Non possono bastare le parole - tra uomini? nel Giappone di oggi? - a sanare un dramma cui partecipa la natura stessa con la continua e grigia pioggia, l'immagine doppia, la fotografia, la sua sequenza anzi (quella spezzata della masturbazione) fronteggia il silenzio provvedendo la pura disperazione del fatto e della sua interpretabilità. Il cinema, dunque, quanto l'immaginazione sono personali armi salvifiche, ma è solo attraverso il confronto con la propria doppiezza/duplicazione (Tetsuo I & II, Gemini) che qualcosa, di mostruoso quanto di meraviglioso, attraverso il dolore, può riemergere.

Voto:  8                                 Luigi Garella


In principio fu Tetsuo

"Non ti dico di fare sesso, ti dico di fare ciò che vuoi!"
Questo il ritornello con cui Iguchi (lo stesso Tsukamoto), un malato di cancro allo stomaco, spinge la giovane Rinko, impiegata in una sorta di "Telefono Amico" e sposata con un maniaco delle pulizie, a dare sfogo alle proprie pulsioni. Tsukamoto ci ha abituato fin dall'originale "Tetsuo" (che ha fatto proseliti, soprattutto nello stile visivo) ad una narrazione non propriamente tradizionale, basata su elementi quali il connubio uomo-macchina, la violenza e il sesso. Anche in "A snake of June" si affida ad un bianco e nero virato azzurro e ad un montaggio sincopato per raccontare l'incomunicabilità dei suoi personaggi. Solo la realizzazione delle proprie fantasie permetterà alla coppia protagonista di ritrovare la complicità perduta. Ma il cammino sarà lungo e, soprattutto, doloroso. Per nulla morboso, nonostante le numerose varianti sessuali suggerite, più che esibite, (non manca una citazione metallica del precursore "Tetsuo"), Tsukamoto sembra abbandonare, o comunque sfumare, il pessimismo che ha ispirato la sua produzione cinematografica. Lancia infatti l'esplicito appello al pubblico (e forse a se stesso) di liberarsi delle maschere dietro cui sonnecchia e si amplifica il vero io.
Affascinante nell'accuratezza visiva, suggestivo negli incastri narrativi, manca al film un po' di ironia a rendere meno estremi e più leggibili i personaggi. Ma, forse, la vera forza di Tsukamoto e del suo cinema sta proprio nella grevità e nel piglio apocalittico con cui racconta la deriva umana di un Giappone in cui non può che piovere sempre.

Voto:  6½                               Luca Baroncini


Voto:  7                                    Luca Pacilio


Voto:  7                            Alberto Zambenedetti

 

Nuomos Sutartis (The Lease)
(Kristijonas VILDZIUNAS)

Int. : Larisa Kalpokaite, Dalia Micheleviciute, Tomas Tamosaitis, Egle Mikulionyte, Laisvunas Raudonis, Asta Baurute, Gintoras Lintenevicius
(Lituania  -  78')

Una donna sulla quarantina, fallito il proprio matrimonio cerca di sopravvivere a pressioni esterne.

La Lituania della ricostruzione, della ricchezza che inizia ad invadere la città e le vite di alcuni uomini: case sventrate e cadenti, chiuse tra stretti viottoli in cui passano splendenti macchine ultimo modello. La donna cerca di stabilire dei contatti con altri uomini, lavora ma è vittima di un perpetuo timore: quando guida e crede d'essere seguita, quando entra nella casa dell'ex-marito per prendere delle carte in cassaforte. "La libertà esteriore non conduce necessariamente a quella interiore" dice il regista ma se pure il suo "L'affitto" riesce a costruire una buona atmosfera d'ambiguità e precarietà, manca l'obiettivo d'essere un ritratto del "modello esistenziale della società post-sovietica": irrisolto nodo che risulta schiacciato da un intreccio non compiuto e troppo dettagliato per tendersi alla metafora.

Voto:  5                                  Luigi Garella

 

 

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