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Bear's Kiss
(Sergej BODROV) Int.: Rebecka Liljeberg, Sergej Bodrov jr., Joachim Król, Maurizio Donadoni, Keith Allen, Anne-Marie Pisani, Marcela Musso, Ariadna Gil, Silvio Orlando
(Ger/Fra/Spa/Ita/Sve
- 92') |
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Un cucciolo
d'orso orfano viene accudito da Lola giovane acrobata in un circo
itinerante. Una serie di disavventure familiari conduce i due in giro
per l'Europa: nasce un amore, possibile grazie alla possibilità
dell'amico peloso di diventare un ragazzo ma quando, per difendere
l'amata, uccide un uomo rimane bestia e comincia un nuovo viaggio per i
due verso la Siberia dove correranno insieme nelle pinete.
Il sottotitolo dell'ultimo lavoro
di Sergei Bodrov sr ("Il Prigioniero del Caucaso") è "Don't
be afraid to believe!".
Diciamolo subito, risulta effettivamente difficile credere ai propri
occhi, messi a dura prova da un pasticciaccio di tale portata. La prima
stesura della sceneggiatura (o del soggetto, non è chiaro) porta la
firma di Terrence Malick, non è dato sapere per reticenza dello stesso
Bodrov quale ne sia stato l'apporto; comunque si voglia dipanare la
faccenda, certo è che l'intruglio finale, condito di clowneries e
fellinerie (facendo i debiti rapporti), di lavoratori precari girovaghi
e zingari, con buona dose di magia come agglutinante, è scombiccherato
fino all'ultimo fotogramma.
Le peripezie per mezza Europa, con un cast di mezza Europa disgregano
Bear's Kiss in quadretti e microsequenze che sono altarini alle
coproduzioni continentali: se alcune singole caratterizzazioni, in
particolare Donadoni nella parte del padre adottivo di Lola, sono
piuttosto ben cucite per il resto non si può far altro che contare i
buchi cui mancano le pezze. A partire dall'assunto magico sulla
trasformazione uomo-animale e ritorno, con tanto di morale antiviolenta,
tutto appare raffazzonato ed anche se il regista reclama ricordi
personali di una zingara andalusa che "aveva amato un uomo che era
anche una scimmia" e di uno sciamano che gli avrebbe detto
"Apriti. Non avere paura di credere", questo non basta a far
sorreggere un'opera che si dice on the road, anzi che sventola questa bandiera per farne nobiltà.
Senza presunzione, è vero, ma pure con un pressappochismo cosi'
patinato da non riuscire nemmeno affascinante.
Rebecka Liljberg (Lola) era una delle protagoniste di
Fucking Amal. Compaiono Silvio Orlando ed Ariadna Gil; Sergei Bodrov jr,
con geniale scelta di casting è "l'orso".
Voto: 4
Luigi Garella
Pasticcio
al bacio (dell’orso)
Sergej
Bodrov, regista dell'apprezzato "Il prigioniero del Caucaso",
firma un pasticcio dalle ottime potenzialità che contiene tutti i difetti
delle coproduzioni: belle location sfruttate con superficialità (ma
davvero c'è ancora chi pensa che in Spagna dietro ad ogni angolo ci sia
un gitano che balla?), attori di diversa provenienza difficilmente
amalgamabili (anche se per un po' l'ambientazione circense funge da ottimo
collante), ma soprattutto un'impersonalità di fondo che non riesce ad
imprimere al film alcuna direzione. Potrebbe essere una favola ma, a parte
l'inizio, il taglio realistico priva di magia gli sviluppi narrativi,
collocandoli in un limbo incerto tra il grottesco e il trash. Colpa
soprattutto di una sceneggiatura piatta e insensata che procede per
inerzia, affiancando tragedie e difficoltà che non hanno e non lasciano
alcuno strascico emotivo, nè nello spettatore, ma nemmeno nei personaggi.
A tal proposito, la recitazione è un vero strazio. La protagonista
Rebecka Liljeberg (convincente nel riuscito "Fucking Amal") è
prigioniera di una staticità (in)espressiva che la rende monocorde in
ogni sequenza. Ha il viso adatto, ma affronta tragedie, passioni,
abbandoni, decisioni cruciali, senza alcun slancio e con la medesima
apatia, privando il personaggio (e di conseguenza lo spettatore) di
qualsiasi coinvolgimento.
Non
si capisce bene per chi sia stato pensato un progetto, anche ambizioso, di
questo tipo. Tolto il fascino del percorso itinerante, anche giustificato
a livello narrativo, sono la noia e le risate involontarie a regnare
sovrane.
Voto: 3
Luca Baroncini
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Führer Ex
(Winfried BONENGEL)
Int.: Christian Blümel, Aaron Hildebrand, Jule Flierl, Luci van Org, Harry Baer
(Germania - 105') |
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Il rapporto
tra i due adolescenti Eiko e Tommy dal 1986 al 1990: l'unificazione
della Germania attraverso le vicende che portano i due in prigione e poi
divisi per il fanatismo politico di Eiko.
Prima
e Dopo
La Germania dell'Est prima, durante e dopo la caduta
del muro di Berlino, attraverso il forte legame di amicizia tra due
ragazzi, Tommy e Eiko. Il film comincia nel 1986 come una commedia a
sfondo sociale e si conclude nel 2000 in modo prevedibilmente tragico.
In mezzo una lunga parte che ripropone tutti i luoghi comuni del genere
carcerario. È interessante il continuo cambio di prospettive dei due
protagonisti, che a seconda delle esigenze personali appoggiano sia il
comunismo che il nazismo. E il film ha il pregio di non appoggiare
nessuna delle due fazioni. Racconta l'evoluzione e la continua
caduta agli inferi di due personaggi contradditori, vittime e carnefici
di un mondo che non capiscono e non si sforzano di capire. Dalla piega
che prende la storia si evince un totale fallimento: del regime
comunista e della presunta libertà conquistata. Il lungometraggio,
debutto alla regia del tedesco Winfried Bonengel, non propone soluzioni,
a parte un invito implicito alla presa di coscienza, ma mostra
l'inefficacia di qualsiasi ideologia che fa leva sulla prevaricazione,
la paura e l'ignoranza. Come in ogni film a tesi, il messaggio da
inviare al pubblico rischia di prevaricare i personaggi (il dramma
finale diventa inevitabile) privandoli di una vita propria al di là
dello scopo per cui sono stati creati. Il continuo ricorso alla
violenza, elemento predominante della narrazione, è un'opinabile ma
efficace modo per scuotere lo spettatore e aumentare la sua
partecipazione. Molto bravi Christian Blumel e Aaron Hildebrand, i due
ragazzi protagonisti.
Voto: 6½
Luca Baroncini
Essere un punk nella Berlino Est
degli anni '80. I due amici bevono birra su un terrazzo, si rendono
invalidi per evitare il servizio sociale, Tommy brucia una bandiera e
viene arrestato. Eiko, il protagonista scrive all'amico in carcere,
incontra una donna, se ne innamora ingenuamente ma al ritorno del compare,
a causa di un piano mal riuscito per far defezione finiscono entrambi in
gattabuia. di qui in poi la genesi maligna del biondino Eiko che per
sopravvivere dopo che l'altro è riuscito ad evadere ed espatriare entra
in un gruppo neonazista. Il sogno di scappare in Australia viene
dimenticato finchè Tommy, per uno sgarro viene ucciso dai camerati.
La morale piccola piccola di un episodio di fine serie
dell'ispettore Derrik è un monumento all'animo umano se confrontato alla
pochezza di Führer Ex, opera prima di Winfried Bonegel, tagliato con
l'accetta (da un cieco, evidentemente). Se la coesione è un optional e la
consequenzialità latita - ci
vuole molta forza di volontà a far quadrare i ribaltamenti di fronte -
ebbene, pure la regia è nulla. Se si voleva riflettere su una generazione
scissa ed incapace di crescere, o far un ritratto realistico di una
vicenda reale (quella di Ingo Hasselbach) come vuol far credere l'immorale
didascalia iniziale, il fallimento è definitivo. Infierire oltre sarebbe
solo una personale liberazione.
Voto: 1
Luigi Garella
Nazi TV
Solita solfa sul disagio giovanile che si fa film
carcerario che si fa trattato sociologico sul neonazismo che si fa piccola
tragedia tra amici che non ce la si fa più. Poco meno che televisivo,
schematico oltre ogni dire, non si riscatta neanche con il rovesciamento
dei ruoli dei protagonisti all'uscita dal carcere, fiaccato com'è da
dialoghi piatti e inventiva al grado zero. Tutto già visto e sentito
(meglio).
Voto: 4
Luca Pacilio
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Meili Shiguang (The
Best of Times)
(CHANG Tso-Chi)
Int.: Wing Fan, Gao Meng-jie, Yu Wan-mei, Tien Mao-ying, Wu Yu-chih, Chang Shang-ting
(Taiwan - 109') |
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Taipei: due cugini poco più che adolescenti si
trascinano di giornata in giornata, arrangiandosi con qualche lavoretto
non esattamente legale. Finchè una pistola e un proiettile non
finiscono nelle loro mani…
L’universo di Wei e Jie è dominato dalla
violenza, sia essa verbale del padre del primo – animale ferito che
scalcia senza voler realmente colpire nessuno – o fisica delle varie
bande che scorrazzano in una città in cui la legalità non sembra
essere un’opzione per la sopravvivenza. Le aspettative di riscatto dei
due giovani non sono legate ne’ alla società ne’ alla religione:
Jie vive filtrando lo squallore con i suoi giochi di prestigio, reali o
immaginari, cercando di convincere se stesso e gli altri della
possibilità di vedere diversamente, di trasformare la realtà in altro.
E’ un cosmo ripiegato su se stesso, impossibile da fuggire, da
respingere; la sua chiusura è inviolabile come le leggi del corpo, che
portano l’introverso Wei a vomitare in ogni situazione di paura, e la
sorella a morire di leucemia, lentamente e passivamente fino alla crisi
finale. Crisi che coincide all’emissione della sentenza sulle vite dei
due piccoli, diversissimi, amici, che hanno giocato con un meccanismo più
grande di loro e ne sono rimasti irreparabilmente schiacciati. La loro
aggressività ormonale, la loro incoscienza giovanile, la loro
ribellione alla catena li condanna prima ancora che loro se ne rendano
conto. Una pistola ed un proiettile, ecco tutto quello che serve alla
loro distruzione; anzi, l’ironia del cinema si fa ancora più spietata
e rende superfluo il proiettile. Non c’è redenzione in questa vita
per le due fragili creature, che, in un finale bello da mozzare il
fiato, vengono beffati dal fato, che li fa ripercorrere gli ultimi
minuti delle loro brevi vite offrendo loro nuove opzioni, ma
riconducendoli irrimediabilmente allo stesso risultato. In fondo, cosa
siamo tutti se non pesci in un acquario?
Voto: 7
Alberto Zambenedetti
High Hopes
Comincia in sordina il film di Tso-Chi, ci mette
circa quaranta minuti per carburare, lasciandosi andare a una descrizione
in tono minore della quotidianità dei protagonisti: il disagio che è
alla base del teppismo di Wei, il degrado dei valori, le famiglie allo
sbando e la lealtà amicale nel rapporto tra i protagonisti sono ben
rappresentati per quadri statici ma efficaci. Quando i dati esposti
cominciano a convergere verso l'evento topico (la riscossione del credito
per conto della mala e l'omicidio non preventivato) la constatazione
diventa azione e il film prende il volo lasciando spazio anche a un finale
con (\senza) alternativa. La sequenza subacquea che chiude il film ha
poesia e disincanto notevoli. Da rivedere.
Voto: 6½
Luca Pacilio
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Un monde presque
paisible
(Michelle DEVILLE)
Int.: Simon Abkarian, Zabou Breitman, Denis Podalydès, Vincent Elbaz, Lubna Azabal, Stanislas Merhar, Clotilde Courau
(Francia - 93') |
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Ritratto di un gruppo di persone comuni, umili e fragili in una sartoria nel quartiere dei sarti ebrei nella Parigi del 1946. La guerra è finita e si cerca di ricominciare a vivere evitando di parlare del passato.
Racconto
corale a tinte pastello
Molti film hanno raccontato il dramma della
deportazione degli ebrei durante la guerra. Il lungometraggio di Michel
Deville ha il pregio di cambiare il punto di osservazione, spostando
l'azione dopo i tragici eventi. La vicenda, infatti, è ambientata a
Parigi nel 1946 e ruota attorno ad una sartoria dove più o meno
gravitano tutti i personaggi. Ognuno lotta per combattere i fantasmi del
passato, cercando di dimenticare e di tornare ad accogliere le
opportunità della vita. Nessun dramma urlato o provocazione calcolata
per indignare, ma un racconto corale che, attraverso piccoli gesti ed
eventi quotidiani, tenta di comunicare l'interiorità dei personaggi. Ci
riesce solo in parte perché la levità del tocco, unita a dialoghi di
matrice letteraria, finisce paradossalmente per appesantire la
narrazione. In particolare i personaggi, seppure ben caratterizzati e
motivati dalla sceneggiatura, non sono abbastanza interessanti e
riconoscibili da creare curiosità per il loro destino. Bravi e in parte
gli interpreti, in particolare Clotilde Courau, luminosa nel non troppo
originale e breve ruolo della prostituta dal cuore d'oro.
Voto:
5½
Luca Baroncini
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Nackt
(Doris DÖRRIE)
Int.: Heike Makatsch, Benno Fürmann, Alexandra Maria Lara, Jürgen Vogel, Nina Hoss, Mehmet Kurtulus
(Germania - 100') |
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Tre coppie di amici, una cena, una sfida:
riusciranno due delle coppie , una volta bendate, a riconoscersi
semplicemente toccando l'altrui corpo nudo?
Coppie
a nudo
Cosa
conosciamo della persona con cui condividiamo un rapporto affettivo?
Cosa rende questa persona insostituibile? È questa persona
insostituibile? Perché spesso l'amore finisce con il morire, con
l'essere dimenticato?
Doris Dorrie, regista di "Uomini"
(il più grande successo commerciale tedesco del dopoguerra), torna a
parlare di sentimenti attraverso un lungometraggio dallo schema molto
rigido. Tre quadri aprono il film e presentano i personaggi, una lunga
parte centrale li vede interagire e tre quadri chiudono la vicenda. Il
pretesto narrativo per questo ricco e spumeggiante confronto è un
invito a cena che una coppia, emblema di successo, bellezza e solidità
affettiva, rivolge a due coppie di vecchi amici. Un gioco nato per caso
avrà conseguenze importanti per tutti.
Tutto il
film è caratterizzato dalla successione di lunghi e brillanti dialoghi
in cui i personaggi riflettono sull'amore, la felicità, il sentirsi
bene, i conflitti, le paure. Tema dominante "l'intercambiabilità
dell'amore". Nonostante il prevalere della verbosità non ci si
annoia mai ed è difficile non trovare nei personaggi (unica pecca, un
po' troppo "cool") un qualche appiglio da confrontare con la
propria esperienza personale. Molti quindi gli stimoli, grazie ad un
approccio psicologico che dimostra grande sensibilità, ma nessuna vera
conclusione, se non un ottimismo velato di malinconia che permette,
grazie alla riuscita comunicazione, una maggiore chiarezza delle proprie
esigenze. L'epilogo non troppo dissimile che accomuna le tre coppie non
deve trarre in inganno. Ognuna, infatti, troverà motivazioni diverse
per continuare la propria storia d'amore, adatte al modo in cui si è
deciso di impostare la vita, e non solo a livello sentimentale. Il
rischio della regista e sceneggiatrice è quello di far parlare i sei
personaggi in suo nome, come se si trattasse di un unico protagonista
suo alter-ego (e forse ogni tanto accade) ma la sceneggiatura è molto
attenta a differenziare i protagonisti rendendoli riconoscibili senza
cadere nella facile tipizzazione.
Adatto,
per un utile confronto, sia per le coppie che per i single, anche solo
per arrivare a dire "Io non sono così!"
Voto: 7
Luca Baroncini
Nudi alla frutta
Doris Dorrie e le sue fruste considerazioni
sociologico-sessuali in salsa tragicomica sono quanto di più
insopportabile e banale potesse proporci il concorso veneziano. Seghe
mentali sul vivere in coppia, amore & sesso, soldi & libertà,
filosofismi strasentiti che frantumano il fondo di un barile arrugginito
da tempo, finti giochi al massacro in cui si parla parla parla in un
contesto di patina standardizzata. Cinema al sevizio pretestuoso di un'ideuzza
che solletica un pubblico da "dopotuttialristorante" e che ci fa
sentire nostalgia persino del peggiore dei peggiori Woody Allen. Roba che
neanche più le inchieste estive di Panorama. Vergognoso.
Voto: 2
Luca Pacilio
Giovani coppie in tre stadi
differenti: felice, infelice, finita. Tre case diverse: quella
alternativo-raffazzonata, quella Ikea, quella da nuovo ricco iper-minimal.
Una pièce della stessa regista, "Happy", un sacco di parole,
sei attori emergenti, una regista alla frutta.
Tre casi particolari che la regista - ha avuto un po'
di fama con "Uomini" (1985) - semplicemente mette in scena con
sciattezza invereconda, prendendo dal peggior teatro filmato e dal peggior
Rohmer (il paragone è comunque blasfemo, a qualunque livello). Un evento
marginalmente cinematografico di certo, ma sicuramente repellente per
saccenza distillata e tempo rubato.
Voto: 3
Luigi Garella
Giovani tedeschi Nudi alla scoperta
dell’altro
Sei
amici (tre coppie), una volta “happy” e ora non più, si rincontrano
per una cena di sabato sera a casa di due di costoro. L’incipit parte
dalla scenata tra i recentemente separati Emilia e Felix: la casa di
Emilia è tutta post-grunge, post-alternative, post-tutto in calcolato
disordine; loro due sono poveri ma belli, tendenzialmente
auto-distruttivi (cioè anime artistiche) e in più ci degnano di un
intervallo musical per uno spizzico di auto-consapevole “originalità”.
Si prosegue alla scena(ta) tra Annette e Boris, casa Ikea, giovani
motivati e ancora confortevolmente innamorati: lui si lamenta che lei
non vuole fare sesso, lei non sa cosa mettersi addosso; gossip invidioso
sulla coppia # 3; la canzone che a questo punto speravamo la regista
fosse abbastanza intelligente da risparmiarsi. La coppia # 3: Charlotte
e Dylan (badate ai nomi americaneggianti) non si parlano, rispecchiando
fedelmente e prevedibilmente la vuota chicosità della loro dimora
stylissima. In uno spasmo di isterismo Charlotte butta il boeuf
à la mode ai pesci esotici che fungono da centrale design-concept
nel giardino. Dylan canta una canzone. Charlotte non sa cosa mettersi.
Momento simbolico: contrapponendosi all’austero iperordine del reparto
ospiti, la loro camera da letto è un caos. Più tardi scopriremo che
Dylan non si è neanche reso conto della liposuzione al sedere di
Charlotte che le ha costato ben diecimila (invidiabili) marchi.
La cena va male. Charlotte e Dylan sono costretti ad ordinare l’anatra
alla pechinese, e nessuno ride. Alternarsi di insinuazioni maligne,
silenzi scomodi e l’isterismo di Charlotte, che chiede ‘Quand’è
l’ultima volta che siete stati veramente
“happy”?’ Il film si avvicina al suo climax quando Annette svela
un fatto scientificamente provato: neanche coppie che stanno insieme da
vent’anni sono in grado di riconoscere con le mani il partner. Si
propone un gioco pieno di consequenze: coppie # 2 e 3 dovranno
riconoscersi, nackt e bendati. Felix e Emilia supervisioneranno. Le
coppie si riconoscono, ma Felix gli fa credere altrimenti. Crisi e dénoument,
ma in ordine inverso: si parte da Charlotte e Dylan (“perché non
abbiamo figli?”) per finire con Emilia e Felix che, ispirati, decidono
di bendarsi per ri-diventare sconosciuti e ricominciare la loro storia
fallita.
Amalgama malformato delle banalità più stra-dette sulla vita di coppia,
pseudo-psicologismi e situazioni catalogo che vorrebbero essere
universali ma sono soltanto irreali e cliché. Basato sul testo teatrale
“Happy” della stessa Doris Doerrie, è un film parlatissimo dalla
regia anonima, il cast discreto e la fotografia scialba, che non rischia
niente e guadagna meno.
Tijana Mamula
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Dirty Pretty Things
(Stephen FREARS)
Int.: Audrey Tautou, Chjwetel Ejiofor, Sergi Lopez, Sophie Okonedo, Benedict Wong
(Gran Bretagna -
98') |
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Nella
Londra odierna le vicende di Okwe, immigrato illegale nigeriano, e di
Senay, giovane ragazza turca, si intrecciano tra vari lavori
occasionali, in un albergo dove si compiono espianti per il traffico
d'organi.
Il dolore ed il
ricordo della terra madre, l'estraneità nel mondo occidentale, lo
sforzo per accettarsi e diventare invisibili ed agire nelle pieghe cui
nessuno presta attenzione sono i motivi che si nascondo al di là della
frenetica ed acuta superficie di Dirty Pretty Things, prima
sceneggiatura di Steven Knight, uno dei creatori del format "Who
wants to be a Millionaire?" ed autore di programmi della BBC.
Okwe (lo trepitoso Chiwetel Ejifor) si barcamena tra i suoi impegni come
tassista illegale, di giorno, e di receptionist in un hotel, di notte,
per reggere la mancanza di sonno mastica erbe medicinali. I pochi attimi
di tranquillità -presto interrotta da agenti dell'immigrazione- sono
quelli trascorsi sul divano dell'appartamento di Senay, ragazza turca
che ha fatto richiesta per asilo politico e quindi non potrebbe in
teoria lavorare per sei mesi. Un turbine di movimenti in cui ogni
rapporto umano è necessariamente franto da brevi frasi, apparenze,
opinioni altrui e, come s'usa, consigli di "amici". Si fa
labile, in questo contesto, il confine tra la dignità e la morte, Okwe,
un medico in patria fuggito per pressioni del regime, si trova
invischiato, ricattato dal losco Sneaky (Sergi Lopez), in
un'organizzazione che offre agli immigrati non regolarizzati, documenti
in cambio d'organi.
Non è tanto lo scioglimento del problema morale ad importare - per
quanto ottimamente realizzato con acume - quanto il complesso
orchestrato da Frears, questioni di globalizzazione (ci tocca dirlo), di
immigrazione e malavita sono trappole per mille moralismi consolatori e
facilifacili, adottando il punto di vista di questi estranei
radicali, dotati per certo di umorismo e carisma non comuni, sono i
fatti e le azioni condizionare la visione. Nessuna questione d'assoluti.
La vita d'ogni giorno di chi c'è ma non si vuole vedere, luogo comune e
stantio, si esplicita con freschezza ed il breve monologo del
sotto-finale di Okwe ("noi siamo quelli che vi portano in taxi, che
puliscono le vostre stanze e che vi succhiano il cazzo" - gesto
d'assenso della simpatica prostituta lì a fianco) parla di individui e
personalità. non di problemi sociali. Frears ha un tocco leggero ma
pungente, scavando nei dettagli porta alla luce speranze, sottintesi ed
emozioni pronti ad essere acuminati ed umani più di qualunque lacrima.
Girato
splendidamente, Dirty Pretty Things annichilisce per la sua semplice
maestria. Unica pecca: Audrey Tatou, nella parte di Senay, sfigura
malamente.
Voto:
7½
Luigi Garella
La Bellezza dell'onestà
Come definire questo DIRTY PRETTY THINGS? E' un po'
l'interrogativo che ci si pone su Stephen Frears, autore di film
diversissimi tra loro la cui cifra stilistica, a volerla cercare con il
lanternino, sarebbe la solidità narrativa, la perfetta capacità del
regista di mettersi al servizio del copione, narrare una storia, nel senso
più classico dell'espressione. Da regista arrabbiato (i film scritti da
Kureishi nell'Inghilterra thatcheriana degli anni 80) a perfetto
cerimoniere del bell'adattamento hollywoodiano de LE RELAZIONI PERICOLOSE,
continuando a rimbalzare da un capo all'altro dell'Oceano con esiti
alterni ma mai disprezzabili e, a volte, molto lusinghieri. DIRTY PRETTY
THINGS mescola love story a thrilling a impegno sociale: si parla di
immigrazione e di traffico di organi, ma ci sono anche suspense,
sentimenti e, soprattutto, un ritratto a tutto tondo di personaggi in
lotta per affermare la propria esistenza in un (sotto)mondo corrotto che
li costringe a nascondersi, a ingoiare bocconi amari, a umiliarsi. Lo
script non ha un intoppo, il film scorre, avvince, commuove e diverte;
Frears ha momenti di bella ispirazione e non fa mai il passo più lungo
della gamba, non sbaglia un tono, non ha alcuna esitazione. Un lavoro
impeccabile che avrebbe meritato un premio, per la sua professionale onestà,
in un festival con tante opere velleitarie come quello di quest'anno.
Voto: 7½
Luca Pacilio
Un
bel film senza pretese d’autore
Si può parlare del disagio degli immigrati e del
cupo sottobosco di una metropoli, non per forza torturando lo spettatore
con gratuite grevità e insostenibili lentezze, ma semplicemente
raccontando una bella storia. Ed è proprio quello che fa Stephen Frears,
regista discontinuo (qui prodotto dalla potente Miramax), che adotta un
bellissimo script di Steven Knight ammantandolo di cinema. Niente vezzi
autoriali, di quelli che fanno impazzire la critica e sonnecchiare il
pubblico, ma una regia funzionale al racconto, priva di virtuosismi ma
perfetta nel trasportare lo spettatore dentro i personaggi, facendolo
soffrire, indignare e palpitare, come se ciò che avviene sullo schermo
accadesse qui ed ora e necessitasse di risoluzione immediata. Il
protagonista è un bravissimo Chjwetel Ejiofor (già visto in GMT-Giovani
Musicisti di Talento) che attraverso un lavoro di sottrazione comunica
costantemente la sofferenza contratta del suo personaggio. Audrey Tautou
evita di adagiarsi nella carineria di Amelie Poulan, che l'ha resa più
che popolare, e sceglie un personaggio dalla dolcezza violata, smarrito in
un mondo più grande di lei che della francesina spontaneista conserva
solo gli occhioni neri. Sempre più bravo anche Sergi Lopez, qui
cattivissimo senza cadere nella trappola della caricatura. Ma è proprio
il copione che dissemina i dettagli del racconto con grande equilibrio,
consentendo una progressione drammatica sempre più coinvolgente. E
l'indignazione e la commozione che il film riescono a suscitare, sono
molto più efficaci di tanti pistolotti edificanti, raccontati con
autorialità ma incapaci di accorciare la distanza tra schermo e
spettatore.
Voto: 8
Luca Baroncini
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La Forza del Passato
(Piergiorgio GAY)
Int.: Sergio Rubini, Bruno Ganz, Sandra Ceccarelli, Mariangela D’Abbraccio, Valeria Moriconi, Giuseppe Battiston
(Italia - 98') |
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Gianni
Orzan ha quarant'anni, è uno scrittore affermato di libri per bambini,
è sposato e ha un figlio di otto anni. Da una settimana è morto suo
padre, un generale dell'esercito con cui non è mai riuscito ad avere un
rapporto sereno e che ritiene il principale responsabile di un'infanzia
non felice. Una sera gli si avvicina Gianni Bogliasco, uno strano
personaggio che sembra conoscere molto della sua vita privata.
Segreti
e bugie, ma il mordente dov'è?
Uno
scrittore di libri per bambini scopre che il padre, che lui credeva
fascista, era in realtà una spia del KGB. Il film di Piergiorgio Gay ha
un grande difetto: cerca di affrancarsi dal minimalismo di tanto cinema
italiano recente trovando un'idea interessante (l'ispirazione è
l'omonimo romanzo di Sandro Veronesi), ma fa ruotare tutto il film
intorno a quell'unica idea. Lo stupore e l'incredulità di Sergio Rubini
(bravo e in parte) e la simpatia di Bruno Ganz non bastano a risollevare
un copione privo di sorprese in cui la storia si dilata senza evolversi.
Non c'è infatti progressione drammatica, alla luce della shoccante
rivelazione, nel tentativo da parte del protagonista di ricostruire il
conflittuale rapporto che aveva con il padre. La sceneggiatura
presupporrebbe una maturazione del protagonista e cerca di dare pepe
alla storia introducendo qualche personaggio secondario, alcuni inutili
inserti onirici con un bambino alter-ego letterario di Rubini e
ipotizzando una crisi nel rapporto con la moglie. Ma questi ruoli si
rivelano più un riempitivo che un ulteriore tassello nella crescita
psicologica del protagonista. Poco aggiungono infatti l'occasione del
tradimento con una donna conosciuta ad una conferenza letteraria (anche
se il loro secondo incontro al bar è orchestrato con sensibilità) e la
confessione dell'infedeltà della moglie attraverso un monologo recitato
da Sandra Ceccarelli nell'ennesimo ruolo di donna introversa, cupa, con
occhiaie, di cui rischia di restare prigioniera.
L'inconsueta
ambientazione in una Trieste invernale ammanta la storia della
necessaria malinconia e i Quintorigo offrono un originale commento
musicale. Peccato non si esca dalla confezione garbata e dalle buone
intenzioni.
Voto: 5½
Luca Baroncini
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Nha Fala (La mia
voce)
(Flora GOMES)
Int.: Fatou N’Diaye, Jean-Cristophe Dollé, Angelo Torres, Jorge Biague, Carlos Imbombo
(Por/Fra/Lux -
90') |
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Vita, una giovane africana, prima di andare a
studiare in Europa giura alla madre che non canterà mai: una leggenda
tramandata dagli avi vuole che ogni donna della sua famiglia cantando
sia destinata alla morte. A Parigi Vita si innamora di un musicista...
Afromusical
NHA FALA vorrebbe essere un musical giocoso e
colorato, una sgangherata baraonda in cui coreografia e canto assumano
un tono caotico e delicatamente amatoriale (il parallelo potrebbe essere
con TANO DA MORIRE della Torre). Purtroppo non si può non rimarcare
l'esilità della pellicola che, rimestando in un confuso sottofondo
ideologico no global, dimostra ad ogni istante uno sforzo ideativo
fallimentare, una piattezza di messinscena che rasenta lo squallore,
numeri musicali tutti uguali e momenti di pura telespazzatura (non manca
la scena in sala d'incisione con l'amato parigino che guarda, al di là
del vetro, la protagonista cantare: roba che neanche film tv di quarta
serie proporrebbero più). Capisco la volontà di esprimere il disagio e
le sofferenze di un popolo attraverso una rappresentazione ruspante e
pauperisticamente antintellettualistica, comprendo il tentativo di
rendere il confronto tra tradizione e progresso lasciandolo su un piano
di leggerezza e voluta grezzezza, così come l'intento di dipingere il
tutto con i toni forti del colore locale (in questo senso anche il
funerale diventa una festa) ma non basta la bontà delle intenzioni a
riscattare la pochezza del risultato finale e a dissipare il dubbio
circa l'opportunità della presenza in concorso di un'opera del genere.
Voto:
3
Luca Pacilio
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Far From Heaven
(Todd HAYNES)
Int.: Julianne Moore, Dennis Quaid, Dennis Haysbert, Viola Devis, Patricia Clarkson
(U.S.A. - 107') |
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1957. I Whitaker conducono la loro esistenza a
Hartford, Connecticut, nell'osservanza delle regole sociali che
sovrintendono alla comunità di cui fanno parte. Ma qualcosa romperà
l'equilibrio.
Lo
Specchio della Vita
Una casa con giardino curato, il lattaio, uno
scuolabus che percorre il viale, la signora Withaker che accoglie il
marito sulla porta di casa, gli abiti inamidati, la cameriera di colore:
tutti i topoi sono rispettati nella descrizione della vita borghese di
questa famiglia media americana, ma Haynes non si limita a prendere un
intero filone (il melodramma americano anni 50, quello che aveva in
Douglas Sirk il suo nume tutelare) e a ricalcarlo alla lettera: lo piega
alle sue esigenze e vi opera chirurgicamente all'interno. Con rara
intelligenza, il regista non si limita all'esercizio di stile ma
spingendo il parametro alle estreme conseguenze, lo decritta. Tutto
quello che, negli anni in cui questo genere di film spopolava, non si
poteva dire, che rimaneva studiatamente inespresso - creando un'aura di
morbosità che, in molto casi era anche parte integrante del fascino di
quelle pellicole - qui viene enunciato alla lettera e con la stessa
casta resa che ci sarebbe aspettati da un film di quell'epoca. Ecco
dunque che l'omosessualità del marito viene palesata nella scena del
bacio (e non a letto, come si farebbe oggi) con l'uomo incontrato al
bar, ecco che il problema sessuale manifestatosi viene risolto come
"malattia da curare" con tanto di psicoterapeuta, ecco che
l'infatuazione della signora Withaker per l'uomo di colore trova il suo
culmine nel ballo nel locale per soli neri. FAR FROM HEAVEN non è solo,
dunque, un film filologicamente esatto, la riproposta pedissequa di un
corpus di stilemi, ma anche, e soprattutto, il tentativo riuscito di
usare un genere, di omaggiarlo e attualizzarlo, restituendo, con
coscienza postmoderna, tutta la portata di un'idea di cinema: solo en
passant si dica, dunque, della meravigliosa fotografia di Ed Lachman,
del lavoro sopraffino dell'art direction, della regia classica, degli
attori meravigliosi (e Quaid non è da meno rispetto alla Moore che,
profetizziamo, per questo ruolo raccoglierà molti allori ancora). FAR
FROM HEAVEN è un film a suo modo perfetto, senza una sbavatura, mai
freddo e che, pur avendo tutti i caratteri dell'operazione, non li pone
mai in primo piano, funzionando magnificamente anche a livello tramico e
drammaturgico e riuscendo a far passare, dietro il suo indubbio
intellettualismo saggistico (non manca a chiudere, ovviamente, l'ormai
in disuso The End), anche una certa aura di militanza cinematografica e
sociale. Dopo il meraviglioso POISON, il rivelatorio SAFE, il
controverso e imperfetto VELVET GOLDMINE con questo film Haynes si
conferma autore di pregio indiscutibile e lucidità impressionante (il
produttore Soderbergh, che pare ossessionato dalla necessità di
riflettere sul cinema con il cinema, si può accomodare ai banchi e
seguire in silenzio la lezione). Il mio personale Leone.
Voto: 8
Luca Pacilio
Qui ed adesso cos'è il melodramma?
Prima di tutto un genere cinematografico che negli Usa ha avuto un periodo
di fulgore grazie ad un regista europeo, Douglas Sirk,
e un fenomeno che ha formato un immaginario facilmente isolabile e
di grande forza comunicativa. In seconda istanza è un modo di conoscere
il mondo e l'essere umano. Due dati strettamente intrecciati, senza
dubbio, ma che Haynes distingue e rimescola in questo lavoro, tiene il
piede in due staffe creando un certo disorientamento: se da un lato è il
genere ad essere traumatizzato d'altra parte non si sminuisce il valore
disturbante delle forze in atto. Ermeneutica era la parola.
La consapevolezza del non-più-così-giovane regista è ben differente da
quella coeniana (i fratelli) fatta di alambicchi ed ambiente sterile -loro
unicità e grandezza- in cui elementi eterogenei vengono innestati secondo
schemi e devianze tipicamente cinefili: la privilegiata casalinga Cathy,
sposata con il sig. Magnatech (TV) Frank Whitaker, vede il proprio mondo
improvvisamente fragile nonostante la cura delle apparenze. In questo è
di fondamentale apporto l'incipit con la presentazione di un ambiente che
sembra corredo un set perpetuo -un autunno sfolgorante nei colori di Ed
Lachmann- in cui i bambini sono docili quanto basta ed il bacio del
maritino di ritorno dal lavoro è il miglior premio per la perfezione
della cena.
Presto tutto ciò si mostra nella propria fittizia sostanza, le pulsioni
omosessuali di Frank, il razzismo di tutta la comunità che si manifesta
per l'amicizia di Cathy con il colto giardiniere Raymond, le amicizie di
comodo, la rottura tra la tragica bellezza autunnale e l'inverno brutale
stringono in una morsa la gioiosa famiglia dei televisori Magnatech.
Famiglia amore ed affari sono i centri attorno cui si
aggira il melodramma, dalle grandi saghe sirkiane al più intimo John
Stahl, gli elementi sono calibrati ma
è proprio nella loro azione all'interno del contesto che si dispiega
l'acume dell'operazione. Non fosse altro perché si mostra molto di più,
l'omosessualità non poteva essere messa in scena negli anni '50, e le
reazioni, attraverso il PdV di Cathy stridono e lottano per essere
moderne: se del genere storico qualcosa viene abbandonato ciò è
l'imperante simbolismo che imponeva (o meglio: a cui costringeva) il
codice Hays ma il postmoderno non vive anche, forse, dell'allusione
all'assenza? Haynes conduce i suoi personaggi dalla derisione alla
compassione, estrae da figure sterili e stereotipe scintille vitali ed
anche grazie ad un cast di gran livello lascia ogni ironia come sottaciuta
per gettarsi alla ricerca di elementi vitali negli individui perché ora
come allora il melodramma è
come lo specchio di una società che si rimira solo per sistemarsi i
capelli.
Voto: 7½
Luigi Garella
Come le foglie al vento
È un approccio molto intellettuale quello di Todd
Haynes nel nuovo lungometraggio "Far from heaven". Presenta
infatti alcuni dei più classici e saccheggiati temi cinematografici e li
ripropone facendo il verso ai film di Douglas Sirk degli anni cinquanta.
Quelli tutti emozioni contratte, foglie autunnali in Technicolor, gonne a
palloncino, cappellini impossibili, sorrisi di facciata, villette a due
piani immerse nel verde, torte di mele appena sfornate. Le apparenze
ovviamente ingannano, la vera felicità non è quella che si ostenta,
diventa quello che sei: il cinema ha sempre parteggiato per una libertà
di pensiero e di costumi, forse proprio per dare al pubblico la possibilità
di vedere realizzato, in un gioco un po' perverso e frustrante, ciò che
la quotidianità negava. E così la moglie perfetta Cathy Whitaker,
sposata al marito perfetto Frank Whitaker, deve fare i conti con l'urgenza
delle pulsioni. Il marito preferisce i giovanotti e lei si ritrova
innamorata del sensibile giardiniere nero. Due dei massimi tabù dei
perbenisti anni cinquanta, quello razziale e quello sessuale, vengono
quindi affrontati nel film di Haynes attraverso una rilettura
post-moderna. È curioso come la novità sia nel recupero, ma riciclare
con pacatezza e intelligenza permette di attualizzare il messaggio.
Julianne Moore, giustamente premiata a Venezia per la sua interpretazione,
si conferma una delle attrici più brave della sua generazione. Perfetta
nel mostrarsi perfetta e con un sorriso di disarmante tragicità. Ma
fondamentali, per la creazione dell'atmosfera old-style, si rivelano anche
costumi, scenografie e fotografia. Ovviamente tanta cura formale
rischia di cadere nel citazionismo gratuito ed infatti il film non
infiamma come i melodrammi a cui si ispira. Forse perché abbandona
l'ironia della prima parte per prendersi sul serio, finendo così per
diventare un ibrido, non così dissacrante da divertire, ma nemmeno così
doloroso da commuovere.
Voto: 7½
Luca Baroncini
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The Tracker
(Rolf DE HEER)
Int.: David Gulpilil, Gary Sweet, Damon Gameau, Grant Page, Noel Wilton
(Australia - 98') |
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1922. Tre uomini a cavallo inseguono un fuggitivo nell'outback
australiano. Li guida un aborigeno.
Variazioni
sul western
Tre bianchi e un
nero attraversano la selva australiana alla ricerca di un aborigeno,
accusato di avere violentato una donna bianca. Storia di razzismo che
ripropone atmosfere da western crepuscolare post "Soldato
Blu", "The tracker" si distingue per alcune scelte
narrative e di regia. Parti intere di sceneggiatura, infatti, sono
cantate dall'aborigeno Archie Roach, che permea il racconto di
suggestioni blues di struggente verità. Inoltre le scene di violenza,
invece di essere mostrate, sono sostituite da dipinti del pittore
australiano Peter Coad. Il sottrarre elementi visivi, scelta
controcorrente rispetto ai tanti autori che pensano che efficacia di un
messaggio ed esibizione vadano di pari passo, rafforza la carica emotiva
delle sequenze, lasciando spazio all'immaginazione dello spettatore. I
caratteri dei protagonisti sono l'elemento meno convincente perché
risultano grezzamente scolpiti per creare i necessari contrasti
drammatici. Sono, però, personaggi simbolo già nelle premesse. Non
hanno infatti un nome, ma vengono presentati come il Fanatico, il
Veterano, il Segugio, la Guida, il Fuggitivo, diventando quindi emblemi
universali di rapporti sociali basati su razzismo, sfruttamento e giochi
di potere.
Grazie
a queste interessanti varianti il film dell'olandese Rolf de Heer esce
dai confini della storia raccontata (vista e stravista) e diventa una
riflessione attuale non priva di fascino. In questo senso il regista
compie un'operazione non dissimile, come approccio puramente
intellettuale, a quella di Todd Haynes in "Far from heaven",
che rinverdisce i fasti dei melodrammi degli anni cinquanta di Douglas
Sirk raccontando ciò che allora restava sottinteso. In entrambi i casi
si gioca con il cinema e i suoi miti mediante la contaminazione di stili
diversi e la forma assume un ruolo determinante. Con la variante che in
"The tracker" il risultato è meno raffinato, ma più
sanguigno e sostanziale.
Voto: 7
Luca Baroncini
E' una sorta di western anomalo, un western
aborigeno questo THE TRACKER, un film in cui De Heer (BAD BOY BUBBY, LA
STANZA DI CLOE) fa della spedizione dei quattro uomini una sorta di tesa
partita a scacchi con continui capovolgimenti di fronte: tra personaggi
senza nome, puri archetipi, violenze evidenti e sottaciute
serpeggiano, riflettendo il complesso contrasto interazziale
dell'Australia dell'epoca, lo strapotere del colonizzatore, la
sottomissione dei nativi. Cos'è un uomo bianco e cos'è un uomo nero,
dove inizia l'abiezione dell'umano nei confronti del suo simile? Temi che
si inseriscono in una narrazione che scorre, come i meravigliosi paesaggi
attraversati dai protagonisti, tra lunghi momenti musicali (pare che le
lunghe ballate in origine fossero dei monologhi giudicati poi troppo
pesanti dall'autore e di conseguenza risolti in chiave blues). Nelle fasi
più violente l'immagine reale viene sostituita da quadri naif dipinti da
Peter Coad, che irrompono improvvisi e che fermano con drammatica intensità
le angherie subite dagli aborgeni. Strano film, più curioso a raccontarsi
che a vedersi, grezzo e immediato ma senza guizzi, decisamente appiattito
sulle elementari e scontate dinamiche dei rapporti tra i personaggi.
Voto: 5½
Luca Pacilio |
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Julie Walking Home
(Agnieszka HOLLAND)
Int.: Miranda Otto, William Fichtner, Lothaire Bluteau, Jan Novak, Rayan Smith, Bianca Crudo, Boguslova Schubert
(Ger/Can/Pol -
118') |
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Julie, rientrando a casa, dopo una vacanza con i due
figli gemelli, trova il marito a letto con un'altra. Abbandonata la
casa, si rifugia dal padre, fervente cattolico. La malattia improvvisa
di uno dei figli determinerà un convulso succedersi di avvenimenti che
porteranno i due coniugi a riavvicinarsi.
Mystic
Pizza
Inizia, prologo a
parte, come centinaia di film (la scoperta del tradimento del marito),
continua come centinaia di fiction televisive (la scoperta del male
incurabile del figlio), poi arriva ad una svolta, apre tante strade e
sceglie di seguire quella più facile, lasciando aperte (o perdendo) le
altre. Agnieszka Holland ci sa fare con i bambini (basta ricordare il
riuscito "Il giardino segreto"), ma questo, insieme alla bella
prova di Miranda Otto (inteprete di un personaggio antipatico e privo di
ironia), non salvano il film dal pasticcio pretenzioso e inconcludente.
L'idea di cambiare registro e di passare dall'ospedaliero al mistico è
interessante. La protagonista, infatti, presa dalla disperazione per il
progredire del cancro del figlio allergico alla chemioterapia, decide di
rivolgersi ad un guaritore polacco. La parte girata in Polonia è forse
la più riuscita del film, perché aumenta la curiosità verso i
personaggi ed il loro destino e mostra un fenomeno molto diffuso ma non
così frequentato dal cinema. Peccato che scada in una davvero becera,
banale e poco credibile storia d'amore. Tra l'altro l'amore descritto e
di quelli insopportabilmente noiosi, volti al possesso dell'altra
persona più che alla condivisione. La caduta libera della narrazione
procede con imbarazzanti parallelismi tra sesso e purezza, malattia e
tradimento, guarigione e amore, ennesimo specchio acritico di un sistema
sociale fondato sui sensi di colpa. Il finale si sfilaccia
ulteriormente, disorientando lo spettatore senza costruire la necessaria
empatia per credere ai personaggi, alle loro motivazioni e alle loro
scelte.
Risultato:
un azzeramento del coinvolgimento e molti dubbi, senza alcun desiderio
di risolverli.
Voto: 4½
Luca Baroncini
Julie torna a casa
Non parte male il film della Holland riuscendo,
nella primissima parte, a toccare con buona disinvoltura una serie di
tematiche intrecciate niente affatto scontate. Sembrano mescolarsi bene,
infatti, i temi del rapporto a due, dell'agnosticismo dei coniugi, della
religiosità del padre di lei, della malattia del figlio, della tentazione
di abbandonare le terapie tradizionali ormai inutili, di affidarsi a una
fede che si presenta come ultima spiaggia e come (im)possibile ancora di
salvezza: la presentazione della lotta tra Ragione e Superstizione, tra
Coerenza e Disperazione lascia davvero ben sperare; peccato che rimanga
tutto a livello di enunciazione e che, al momento di approfondire, gli
autori (Zanussi tra questi) si diano alla latitanza. Dunque un incipit che
è un fuoco di paglia: da quando Julie si reca in Polonia per condurre il
figlio dal guaritore, il film precipita in un buco nero, perde in
compattezza, diventa assurdamente mieloso, si trasforma nell'ennesimo
sceneggiato televisivo di pessima fattura. La storia d'amore tra la
protagonista e il guaritore sembra appicicata col nastro adesivo ed è
completamente sconclusionata, l'analisi del matrimonio di Julie, fino ad
allora piuttosto interessante, naufraga in un mare di déjà-vu. La
Holland, che ha un passato - remoto - piuttosto dignitoso si è
decisamente piegata alla logica della pagnotta coproduttiva. Buon per lei,
male per i frequentatori dei festival che la incroceranno regolarmente.
Una nota di merito all'interprete Miranda Otto, una bravura che scivola
via, sopraffatti, come si è, dall'intenzione di rimuovere quanto visto al
più presto.
Voto: 4½
Luca Pacilio |
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Dolls
(Takeshi KITANO)
Int.: Miko Kanno, Hidetoshi Nishijima, Tatsuya Mihashi, Chieko Matsubara, Kyoko Fukada, Tsutomu Tageshige
(Giappone - 113') |
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Tre storie
d'amore infelice si incontrano attraverso le quattro stagioni. Due
vagabondi legati da una corda rossa, erano stati una coppia felice; un
anziano capo yakuza torna nei giardini dove trent'anni prima era solito
pranzare con la fidanzata; uno sfegatato fan di una cantante pop si
acceca per incontrarla, sulla spiaggia dove lei, sfigurata, è ferma a
fissare il mare.
Il cortigiano Umegawa implora
l'amante Chubei di smettere di compiere una follia per amor suo,
decidono di scappare insieme, nella neve, a fatica, l'uno aggrappato
all'altra, si trascinano. Sono marionette, bambole del teatro del
bunraku, mosse da uomini (tre) mettono in scena, sono anzi messe sulla
sena dai manovratori e guidate dalla voce del narratore, la
disperazione, la follia, l'amore, il potere. Luogo della razionalità,
della mediazione: da fatti possibili e reali al testo poetico di, in
questo caso, Chikamatsu Monzaemon in "Meido no Hikyaku"
("I Messi dell'Inferno") alla rappresentazione plurima del
teatro nazionale di Tokyo nell'apertura di "Dolls". Una
sintesi stilistica e tematica dunque in cui l'atto, l'azione, è guidato
dalla voce sovrastante di chi il gioco lo dirige conoscendolo
dall'inizio. Astrazione contro concentrazione: le stesse marionette
guarderanno, con una delle interpellazioni più inquietanti mai viste,
sorridenti e curiose, le tre vicende che Kitano innesta sul tema
dell'amore.
La natura scorre ed appare ovvia e splendente attorniando i
protagonisti, uomini e donne il cui vettore vitale è giunto ad una
frattura: la follia dell'amata, l'approssimarsi della morte,
l'allontanamento dell'idolo. Innescato questo percorso il mondo si
distanzia, partecipe. L'evento umano, il sentimento che vuole mostrarsi
che cerca il proprio compimento viene accolto nelle braccia di una
natura benevola ed indifferente, un parco cittadino, le montagne
innevate, un viale cosparso di fiori di ciliegio, il mare. Lontane sono
le stilizzazioni kitaniane che partivano dalla carne, dalla fisicità
scomposta (vitalità-riso/morte), la prospettiva si ribalta come
suggeriscono le maschere che si abbracciano in attesa dello spettacolo,
dal concetto che è e si mostra plurimo e variegato si riconducono i
frammenti esistenziali al complesso estetico sentimentale della
rappresentazione. L'amore, dimenticato, ricordato, inseguito è il
laccio che porta i personaggi indifesi e di pezza quasi a legarsi
nuovamente alla vita, all'intimità: si abbandonano il lavoro, gli
affari, il mondo cittadino per captare il fondo della comune umanità.
Recupero ultimo ed esiziale, ulteriore "ultima impresa" del
cinema di Kitano, l'accecante visione del sentimento non lascia che
pochi istanti prima della morte od un eterno vagare accecati, fuori dal
mondo, appesi per un filo. E cosa comunica la forma di questa sparizione
dall'ambiente umano se non la natura? il viaggio perpetuo, attraverso il
tempo e le stagioni dei "vagabondi del filo rosso" isolati
nella follia e nella neve, la foglia d'acero che si posa sull'acqua come
sublime ellissi del foro di proiettile e del sangue dell'anziano capo
yakuza, il sangue sull'asfalto lavato via dall'acqua del fan cieco.
Ancora una volta lo stile del regista giapponese trova le forme in cui
sostanziarsi mutandole, ma uguale rimane lo splendore opprimente di un
mondo in cui l'uomo che improvvisamente sente è estraneo e da questo
punto di vista viene mostrato (i carrelli laterali, la panoramica non
sul mare ma dall'acqua verso la spiaggia).
Gli stupendi abiti e costumi sono di Yohji Yamamoto.
Splendore del tremendo.
Voto: 9
Luigi Garella
Voto: 8
Luca Pacilio |
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Dom Durakov -
La maison de fous (House of Fools)
(Andrei KONCHALOVSKY) Int.:
Julija Vysotskij, Sultan Islamov, Evgenij Mironov, Stanislav Varkki, Elena Fomina, Marina Politseimako, Rasmi Djabraïlov
(Rus/Fra - 104') |
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In un
ospedale psichiatrico al confine di Cecenia e Russia la guerra turba la
quotidianità? Abbandonati dai medici i malati sono in balia d'una
follia fratricida in cui le manie individuali si fondono con una
disperazione più profondamente umana. Metaforicamente.
Ispirandosi alla storia vera di un
ospedale psichiatrico in Inguscezia, coinvolto dalla prima guerra cecena
nel 1996, Konchalovsky ritrae
le reazioni di una gruppo di pazienti a contatto coi militari di ambo le
parti: ad un caos se ne aggiunge un altro, tra Kusturica e Fellini un
circo di umano delirio.
La giovane protagonista Janna (Julia Visotsky, compagna del regista) è
il punto di condensazione e d'osservazione empatica attraverso cui lo
spettacolo mostruoso di un evento bellico - di cui non si citano cause né
motivazioni - si spalanca: attraverso i suoi occhi il mondo di ferocia
si trasforma in un deliquio di colori pastello e calde luci in cui il
suo fidanzato Bryan Adams canta solo per lei. Folgorante a tal proposito
la prima sequenza in cui i pazienti attendono ad una finestra
il passaggio di un convoglio ferroviario tutto illuminato in cui
Janna immagina trovarsi il suo amato Bryan: improvvisa inserzione
grottesca, quella del cantante canadese, che stordisce per essere
un'ineffabile mistura di genio e kitsch spropositata.
Pochi giorni in un limbo d'incertezza, bombardati,
conquistati prima dai ribelli ceceni, poi dai russi, senza la
guida di infermieri e medici, sono il luogo prescelto dal regista per
orchestrare elementi da fiaba e di cruda realtà nella più classica
delle formulazioni metaforiche: la reazione dell'innocenza folle di
fronte all'orrore che si rapprende nel monologo del vecchio -immobile
per tutto il film- che di fronte ad una mela impolverata dalle
esplosioni propone la morale degli
uomini piccoli come granelli in un mondo che
sentono-ma-non-dovrebbe-essere estraneo.
Gran Premio delle giuria al 59° festival di Venezia,
l'ultimo lavoro del (tremendamente) discontinuo Andrei Konchalovsky pur
riuscendo ad evitare le facili cadute nel moralismo che pur ci si
attenderebbe, non riesce a strutturare coesivamente un materiale
difficile e prevedibile che quindi si rapprende in brevi scene e quadri
fascinosi soverchiati da un "bisogno di dire" che rimane
striminzito. Interessante di certo il lavoro con gli attori, molti dei
quali veri degenti di manicomio, e tecnicamente ineccepibile - si
ricordano i primi minuti con la ripresa raso terra delle rotaie del
treno - Dom Durakov è sì rispettabile ma nulla più. Ancora una volta
inutili gli inserti in digitale.
Voto: 5
Luigi Garella
Elogio della Follia
Cosa
c'è di più assurdo della guerra?
Il cinema prova a sottolinearlo con regolarità, tutti si commuovono,
ricordano, promettono e si resta in attesa di un nuovo film che rievochi
un passato sempre più recente da commiserare. Proprio quest'anno "No
man's land" ha gridato con forza un messaggio pacifista ed ora lo
urla anche Andrej Koncalovskij, che dirige un film bizzarro che procede
per accumulo, di immagini, sensazioni, voci. Visivamente "La maison
de fous" è bellissimo, con una fotografia che amplifica la cupezza
delle location ed una direzione degli interpreti davvero strepitosa. Si
tratta infatti di attori professionisti affiancati a veri portatori di
handicap che non vengono sfruttati, come qualcuno ha sostenuto, ma hanno
modo di esprimere la loro vitalità. Sono quindi limitati al minimo i
classici "tic" che fanno tanto demenza "made in
Hollywood". Come in tutti i casi in cui la pazzia viene accostata
alla normalità, si corre il rischio di mostrare più saggezza proprio
dove sono l'irrazionalità e la malattia ad avere il sopravvento. Rischio
che il regista fugge per tre quarti della pellicola, cadendo nella
evitabile trappola della "didascalia" nella parte finale. Ed è
un peccato, perché non c'era bisogno di nessuna spiegazione o dialogo
chiarificatore per esplicitare ciò che i personaggi avevano già
dimostrato con pienezza vivendolo, e conseguentemente trasmettendolo,
sulla propria pelle. Invece Koncalovskij azzarda metafore, mette in bocca
ai matti parole o significati poco credibili e svilisce l'intensità di un
film complesso, visionario e per il resto riuscito.
Il
personaggio di Jeanne è uno dei più dolci e commoventi visti ultimamente
al cinema e Julija Vysotskij è davvero bravissima nel tirare fuori e
rendere vitale la sua parte bambina. Anche Bryan Adams aderisce al
progetto con simpatia, interpretando i sogni della protagonista che
immagina ogni sera l'arrivo di un treno con il cantante e tutti i pazienti
del manicomio abbracciati per ballare in totale armonia. Il contrasto tra
questi grotteschi siparietti e il grigiore della realtà in cui si
avvicendano malattia, ceceni e russi è molto più eloquente di tanta
verbosità che finisce con il temperare l'impatto emotivo del film.
Voto: 7½
Luca Baroncini |
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L'homme du train
(Patrice LECONTE)
Int.: Jean Rochefort, Johnny Hallyday, Jean-François Stevenin, Charlie Nelson, Pascal Parmentier, Isabelle Petit-Jacques, Edith Scob
(Francia - 90') |
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Un uomo fascinoso e malconcio arriva in una piccola
città in tarda serata. Alla ricerca di un po’ di sollievo per il suo
mal di testa, s’imbatte in un professore di Francese in pensione. I
due, apparentemente agli antipodi, iniziano un’amicizia che li porterà,
dopo tre giorni, a desiderare di aver vissuto una vita diversa…
Autore discontinuo e a volte un po’ inconsistente,
Leconte si conferma un grande maestro nella commedia dai toni lievi ed
esilaranti. I suoi personaggi, coscientemente sempre sul filo dello
stereotipo, sono dei brillanti conversatori, dei laconici umoristi, dei
filosofi dell’assurdo, insomma, degli affascinanti paradossi. Ecco che
la faccia lunga e un po’ triste di Jean Rochefort fa da contrappunto a
quella granitica e manieristica di Johnny Hallyday; ecco che la
fanciullesca freschezza del vecchio verboso e abitudinario si
confrontano, mescolandosi, alla calma nervosa e disincantata
dell’avventuriero; ecco il cocktail sweet-n-sour, che si snoda
attraverso situazioni brillanti e confronti retti soprattutto dai
dialoghi di taglio teatrale e dall’irresistibile confronto delle due
personalità, sullo schermo e fuori da esso. Il film perde un po’ di
tono nell’ultimo quarto, quando la mano di Leconte si fa un po’ più
pesante sulla vicenda e la dirige più forzatamente verso il nucleo
tematico del film, il rimpianto. I due uomini sono infatti modello
l’uno per l’altro, anti-poli di attrazione; e l’ultimo soffio di
vita nei loro corpi compie il miracolo dello scambio, l’opportunità
per entrambi di ricominciare prendendo in prestito la vita dell’altro,
le sue abitudini, le sue manie o viceversa l’assenza di regole e di
restrizioni. L’avventuriero e il professore, la strada e la poesia, il
circo e la scuola. Due modi non solo di vivere, ma di essere, di
esistere: attraverso il grugno rock-n-roll di Hallyday, o il sorriso
beffardo (“Ve l’ho fatta un’altra volta”) di uno splendido
Rochefort.
Voto: 7
Alberto Zambenedetti
Gli ultimi treni
Leconte è davvero un cineasta originale, autore di
film molto differenti e di esito discontinuo che diventa difficile
radunare in un corpus etichettabile. Dopo l'ultima deludente prova (la
deriva estetizzante di RUE DE PLAISIRS) è comunque confortante ritrovarlo
meno vacuo e più attento allo script in questo L'HOMME DU TRAIN. Il film
si pregia di una prima parte più convincente e davvero divertente in cui
i deliziosi dialoghi e la perfetta alchimia tra i due attori (Rochefort,
sornione da premio, e un ombroso Hallyday) danno i frutti più succosi.
Poi il gioco degli specchi, che è il perno su cui ruota il film (i due
protagonisti, il vecchio professore in pensione e il ladro professionista,
entrambi giunti a un momento esistenziale decisivo, sono il rovescio di
una stessa medaglia: ognuno sogna per sé la vita dell'altro e ciascuno
comincia, anche somaticamente ad assumerne le fattezze), diventa più
prevedibile e anche il film scoppietta di meno virando, in modo più
convenzionale, su un registro amarognolo che consente però di chiudere
coerentemente il teorema osmotico.
Voto: 6½
Luca Pacilio
La
strana coppia (ancora!!!)
Un uomo misterioso arriva in un piccolo paese della
Francia, incontra casualmente in una farmacia un professore ormai in
pensione e si stabilisce da lui. Entrambi attendono la fine della
settimana per un appuntamento importante e decisivo. Patrice Leconte mette
in scena, seguendo un itinerario molto classico, l'incontro di due
personalità contrapposte che si rivoluzioneranno a vicenda. E per rendere
credibile la progressiva contaminazione dei protagonisti, gioca sul
carisma di due miti francesi: Jean Rochefort, suo attore feticcio, e
Johnny Hallyday, star della musica. L'eleganza formale, la sperimentazione
tecnica (girato in digitale e poi riversato) e la leggerezza del racconto,
però, non riescono a coprire l'artificiosità del rapporto che si
instaura tra i due protagonisti: in pochi giorni apprendono l'uno
dall'altro cose che in decine di anni non sono mai riusciti nemmeno a
mettere a fuoco. Alcune gag funzionano e divertono (il rapinatore saggio
che pronuncia un'unica frase al giorno, la cantilena della fornaia), ma i
dialoghi propongono continui botta e risposta per nulla spontanei e
forzatamente illuminanti. Il personaggio di Manesquier, interpretato da
uno scatenato Jean Rochefort, è il tipico vecchio inacidito dai
rimpianti, che parla sempre piangendosi addosso (ma soprattutto sempre),
di quelli che se li incontri in autobus ti metti a invocare aiuto al
finestrino. Invece viene spacciato per simpatico e arzillo. Molto più
sincero il Sordi di "Incontri Proibiti": film non riuscito, ma
con uno sguardo sulla vecchiaia assai più critico e non per questo meno
simpatico. L'alter-ego di Manesquier, il taciturno Milan cui presta la sua
maschera vissuta Johnny Hallyday, si rivela invece l'ormai becero duro dal
cuore d'oro, che vive di stenti ma non disdegna la poesia. Su tutto
un'aria mortifera che trova nel finale patetico adeguata glorificazione.
Voto: 5
Luca Baroncini |
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Oasis
(LEE Chang-Dong) Int.:
Sol Kyung-gu, Moon So-ri
(Corea - 132') |
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Jond-du, uscito per l'ennesima volta di prigione,
conosce la figlia della persona per la cui morte è stato arrestato,
Gong-ju, una ragazza che ha una paralisi cerebrale. Dopo aver tentato di
violentarla, il ragazzo, richiamato dalla giovane, se ne prende cura
all'insaputa dei familiari di lei.
Le
ombre sull'oasi
OASIS era annunciato come il film scandalo di questa
Mostra ed invece è molto lontano dall'essere l'opera disturbante che ci
si attendeva avendo, anzi, una sua delicatezza, poetico essendo il
disegno di questa relazione tra loser che nasce sì
da una violenza ma anche in un modo fondamentalmente non ipocrita, in un
ambiente che, al contrario, si prende ipocritamente cura della giovane:
i suoi familiari, sfruttandone l'handicap, ottengono un appartamento
confortevole nel quale si guardano bene dal portarla, lasciando Gong-ju
nello squallido caseggiato da cui provenivano e nella misera stanza
nella quale la ragazza, abbandonata a se stessa, non può far altro che
fantasticare giocando ossessivamente con i riflessi di uno specchietto
che, per incanto, divengono farfalle luminose o spaventandosi per le
ombre che si proiettano cupe, sulla parete di fronte al suo letto. La
sincerità del rapporto con Jond-du, che segue dinamiche tutto sommato
tradizionali, con passeggiate, sogni e lunghe telefonate notturne,
risulta del tutto incomprensibile all'esterno e, dopo essere stato
rifiutato dai fratelli e dalla madre di lui, assume un risvolto tragico
quando, sorpresi nell'amplesso dai familiari di lei, porterà il ragazzo
ad essere accusato di violenza carnale. Impossibile, per un mondo
ferocemente utilitarista, comprendere la purezza di quella storia, una
morale distorta non può che leggervi l'orrore: Jond-du ha avuto il
torto di aver penetrato il mondo di Gong-ju, di aver messo a nudo la
sensibilità di una ragazza trattata come un essere privo di sentimenti,
una sorta di vegetale da tenere in salute e fare annaffiare da una
vicina di casa prezzolata all'uopo. Il regista sceglie un registro
piuttosto nudo e narra i fatti con secca efficacia, lasciando spazio a
scene in cui la ragazza sogna di scaramucce e scambi di tenerezze col
partner ed è reso con bella spigliatezza l'inserimento delle sue
fantasie nello svolgersi realistico dei fatti. Il pessimismo permea
tutta la storia, il ritratto del contorno è quasi macabro (dopo
l'accusa di stupro si parla di accomodamento della cosa col pagamento di
una somma in danaro), non mancando anche alcune pressioni del regista
che esaspera i dati in gioco (si pensi alla scena del karaoke) ma
l'opera mantiene il suo equilibrio, scava nella difficoltà della
situazione descritta con dolcezza, senza mai scadere nel ricattatorio e
non abdica a quel tono tragico che si sublima nella scena finale in cui
Jond-du, sfuggito all'autorità, sale sull'albero di fronte alla casa
della ragazza abbattendone i rami: quello che agli altri sembra un gesto
folle è l'estremo tributo amoroso del giovane, lo spazzare via la paura
di Gong-ju per le ombre delle fronde sul muro della sua camera.
Voto: 7
Luca Pacilio |
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Road to Perdition
(Sam MENDES)
Int.: Tyler Hoechlin, Tom Hanks, Paul Newman, Daniel Craig, Jude Law, Stanley Tucci, Jennifer Jason Leigh
(U.S.A. - 119') |
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Illinois 1931. Michael Sullivan, gangster alle
dipendenze del boss John Rooney, sembrerebbe condurre una vita normale:
ha una moglie e due figli. Questi ultimi non conoscono il lavoro del
padre. Una notte Michael jr, il figlio maggiore, segue il gangster e
assiste a un'esecuzione.
Road
to Nowhere
Al suo secondo film, dopo l'osannatissimo e
sopravvalutato AMERICAN BEAUTY, Sam Mendes ritorna alla famiglia ma
rovescia la teoria del primo lungometraggio (il legame di sangue, tra
padre e figlio in questo caso, è forte, incontestabile, al di là del
Bene e soprattutto del Male) e narra con solida medietà una storia in
cui piove molto, soprattutto nei momenti topici, e che da tragedia quasi
coppoliana si fa movimentato road movie alla PAPER MOON (solo con
qualche schizzo di sangue in più) che deraglia in un torrente di
dolciastra enfasi. Mendes omaggia un genere e lo fa nel rispetto
sostanziale delle convenzioni, opportunamente allontanandosene quando le
pieghe della storia lo richiedono e in effetti ROAD TO PERDITION è
operazione all'inizio controllatissima, con i bambini a far da coro e a
spiegare al pubblico quel che accade, pur nella loro inconsapevolezza di
fondo. Poi lo stereotipo si fa pesante e Mendes fa una certa fatica a
mantenere la noia sotto il livello di guardia, si produce in alcune
evoluzioni che dovrebbero dire di una padronanza del mezzo ma non scuote
un film nato già agonizzante e che conosce dopo solo mezz'ora il dramma
della rianimazione (un nome e un cognome: Jude Law, uno di quegli attori
che bucano lo schermo e che da soli possono giustificare soldi spesi,
tempo perso, chiappe anchilosate) prima di farsi corpo morto. Sulla
morale dell'opera (che cade pesante come una mannaia nelle prevedibili
battute finali) è bene soprassedere - a chi importa? - soprattutto
quando l'etica imperante è quella della buona confezione, del prodotto
ben impacchettato, che conosce bene il pubblico al quale si rivolge.
Voto:
5
Luca Pacilio
Aspettando l'Oscar
Regista
teatrale di successo (la stampa ha dato ampio risalto alle nudità di
Nicole Kidman in "The blue room"), Sam Mendes è passato al
cinema ottenendo una vera e propria consacrazione: pioggia di Oscar e
folle oceaniche di spettatori per il sopravvalutato "American
Beauty". Alla non facile prova dell'opera seconda, le aspettative non
restano deluse, nonostante qualche riserva.
"Road to perdition" si prenota già
come sicuro candidato alla prossima edizione degli Oscar. Eh sì, perché
è il classico filmone hollywoodiano costruito con competenza e innegabile
talento. La storia unisce il racconto di formazione con le vendette
mafiose nella Chicago degli anni trenta, quella popolata solo da gangster
e dark lady (che qui però sono assenti). La sceneggiatura è di quelle ad
orologeria, che al ventottesimo minuto prevedono un colpo di scena e
rendono circolare il racconto. Si sfilaccia un po' nella parte finale, con
qualche ridondanza di troppo, ma è supportata da una regia davvero
strepitosa. Sam Mendes trasforma le scene più prevedibili in una gioia
per gli occhi, con punti di vista interessanti ed efficaci soluzioni
visive di ispirazione quasi pittorica. Si percepisce un'aria da primo
della classe al banco di prova, ma il regista riesce a dosare con
equilibrio il talento per la messa in scena con la forza del racconto. Ton
Hanks lavora di sottrazione e riesce comunque a comunicare lo spessore del
suo personaggio. Paul Newman trova finalmente modo di risfoderare il suo
carisma e si fa notare Daniel Craig per la maschera da clown del suo
personaggio, sempre sorridente ma lucidamente folle. Jude Law conferma le
sue doti istrioniche, anche se il suo interessante personaggio rischia di
essere un po' sopra le righe, quasi ridotto a stereotipo nel finale. Tra
le scene indimenticabili, la sparatoria muta sotto la pioggia, con il solo
commento musicale di Thomas Newman che la trasforma in una sorta di
tragico balletto. Peccato per la conclusione esageratamente hollywoodiana,
prevedibile e didascalica, che ancora una volta Sam Mendes riesce a
riscattare (ma non a salvare) con la sua abilità registica.
Cinema
di impianto tradizionale, sicuramente un po' ruffiano nelle scelte
narrative, ma solido e ben fatto. Meglio sicuramente della tutto sommato
scontata indagine sociale di "American beauty".
Voto: 7½
Luca Baroncini
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The Magdalene
Sisters
(Peter MULLAN)
Int.: Geraldine McEwan, Eileen Walsh, Nora-Jane Noone, Anne-Marie Duff, Dorothy Duffy, Mary Murray, Britta Smith
(Sco/GB - 119') |
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Dublino 1964. Tre giovani, accusate di comportamenti più o meno peccaminosi, sono rinchiuse in un “convento delle Maddalene”, un istituto gestito da suore in cui le peccatrici espiano le loro colpe lavorando come lavandaie…
Il Leone della Discordia
Il meritato
riconoscimento ottenuto a Venezia dal film di Peter Mullan è stato
l'ennesima occasione per strumentalizzare un film a livello politico
coprendolo di significati che andavano al di fuori dell'opera stessa.
L'oggetto del lungometraggio sono i conventi Magdalene, sorti in Irlanda (e sopravvissuti fino al 1996)
per redimere giovani ragazze con un passato "disonorevole". Si
trattava, ed è documentato, di lavanderie, gestite dalle Sorelle della
Misericordia per conto della Chiesa Cattolica, dove le sventurate
recluse venivano sfruttate, umiliate e maltrattate. Spesso rinchiuse per
evitare alle famiglie ulteriori bocche da sfamare o vergogne
inaccettabili per la rigida morale del tempo (rapporti prematrimoniali,
stupri, gravidanze al di fuori del matrimonio).
Il
regista e sceneggiatore Peter Mullan (anche attore in uno dei ruoli più
spregevoli del film, quello del padre che riporta indietro la figlia
fuggita) prende una posizione ben precisa di totale rifiuto nei
confronti dei conventi Magdalene e la porta avanti con coerenza e
determinazione. La tesi da dimostrare rischia di schematizzare la
narrazione in una facile suddivisione tra bene e male, ma il regista
riesce quasi sempre a rendere problematici i personaggi, cadendo nel
cliché solo nella descrizione delle suore, tutte irrimediabilmente
corrotte e malsane. Il film prende presto la piega della denuncia a
sfondo carcerario, ma Peter Mullan riesce ad evitare i luoghi comuni del
genere o, meglio, li affronta in modo inconsueto. Ci si aspetta il
classico suicidio e invece vediamo un drammatico tentativo che viene
sventato, tra l'altro con grande resa emotiva. Si attende la
preparazione di un piano per organizzare la grande fuga e invece una
delle ragazze, in una delle scene più struggenti del film, rinuncia
all'occasione che le viene regalata. Ci si prepara ad assistere alla
solita solidarietà tra detenute e invece riscontriamo comportamenti
molto umani ma tutt'altro che complici. Questi elementi, uniti ad una
regia al servizio della storia, alla bravura delle interpreti e ad
alcuni momenti di pura bellezza cinematografica (la sequenza iniziale,
in cui una danza irlandese è l'unico commento al passaparola che rovina
la reputazione della giovane ragazza violentata, o il fotogramma finale,
che carica di intensità il gesto di ribellione della protagonista),
rendono il film una denuncia forte e comunicativa. L'estensione
dell'atto di accusa a tutti i conventi e ad ogni rappresentante della
Chiesa Cattolica è una licenza che si prendono giornalisti e
spettatori, non particolarmente attenti ed inclini al qualunquismo.
Lo
stesso regista, infatti, si dichiara cattolico e critica un utilizzo
strumentale della religione, purtroppo avvallato dalla Chiesa per anni.
Voto:
7½
Luca Baroncini
Si
è presentato a ritirare il suo Leone d’oro con il kilt viola, Peter
Mullan, ed un sorriso vittorioso sulla faccia, per quel premio tanto
ambito dato a “Magdalene”, il film della polemica. E la storia delle
tre ragazze della cattolica Irlanda che, bollate di “leggerezza”,
in pieni anni ’60, vennero rinchiuse nelle lavanderie Magdalene
- una sorta di “case di espiazione”, gestite dalle Sorelle della
Misericordia - ha creato davvero tanto scompiglio, fin dalla sua prima
proiezione: da una parte il mondo cattolico, l’Osservatore Romano in
testa, che contestava i fatti riportati nel film e soprattutto il
paragone, fatto da Mullan, con la cultura talebana: Dall’altra il
regista che afferma di aver fatto un film per le donne, basandosi su
vere testimonianze. A prescindere dalle ragioni e dai torti,
“Magdalene” parte davvero benissimo, con una scena iniziale molto
rigorosa e sinceramente emotiva, che sembra promettere grandi cose.
Peccato che poi quello stile, quella classe, quella capacità evocativa
si perdano, per trasformarsi in una forzata drammatizzazione di eventi,
troppo esplicita per non risultare furba. A prescindere dalla veridicità
o meno degli accadimenti, Mullan perde di vista l’equilibrio narrativo
iniziale per cercare una facile commozione. Certe inquadrature, come
quella di Sorella Bridget che maneggia i soldi con il crocefisso in
primo piano, sono talmente poco originali da rischiare di rendere banale
l’intero messaggio. Quando però Mullan riesce a liberarsi
dall’intento di voler stupire a tutti i costi, il film arriva ad avere
dei momenti poetici - come la scena del prete che scappa urlando durante
la messa, per l’ortica che Margaret gli ha messo nei vestiti - dove
l’ironia e il dramma si fondono in modo naturale ed estremamente
raffinato, senza mediocri eccessi. Altro punto di forza è il cast di
giovanissime attrici (Nora-Jane Noone, nel ruolo di Bernadette, è alla
sua prima esperienza), che riescono a rappresentare, senza retorica,
l’assurdità di un mondo e di una società che li ha costrette, senza
motivi, ad una vita non
loro. Voto:
6
Francesca Manfroni
Voto:
6½
Luca Pacilio
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Un viaggio chiamato
amore
(Michele PLACIDO)
Int.: Laura
Morante, Stefano Accorsi, Alessandro Haber, Galatea Ranzi, Diego Ribon,
Dario Bandiera
(Italia -
96') |
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Tra il 1916 e il 1918 la scrittrice Sibilla Aleramo
e il poeta Dino Campana vivono la loro appassionata storia d'amore.
Uno
sbadiglio chiamato Amore
La
travolgente storia d'amore tra il poeta Dino Campana e la narratrice e
poetessa Sibilla Aleramo diventa, nella trasposizione cinematografica di
Michele Placido, un sontuoso sceneggiato televisivo. È proprio la
confezione a raggelare il film: la fotografia patinata di Luca Bigazzi,
la musica magniloquente di Carlo Crivelli, la cura registica per
l'insieme ma non per i dettagli (vedi le solite comparse poco
credibili). I due protagonisti aderiscono con convinzione al progetto,
ma se Laura Morante trasmette con intensità la passionalità e la forte
personalità del suo personaggio, Stefano Accorsi appare subito fuori
parte. Si agita come un ossesso per tutto il film, ma tradisce con gli
occhi un controllo che frena la sincerità di ogni slancio. Al riguardo
risulta davvero un mistero il riconoscimento ottenuto al festival di
Venezia per la sua interpretazione frutto, probabilmente, di equilibri
internazionali da rispettare nell'attribuzione dei premi. Anche la
sceneggiatura non aiuta ad esplicitare due personaggi così complessi,
riducendo la loro passione ad un'esteriorità di gesti e di azioni priva
di irrazionalità e, conseguentemente, di trasporto emotivo. Per cui le
continue liti e riappacificazioni, le crisi di pazzia, i calci, le
botte, finiscono con il diventare una noiosa routine. Non si sente il
fuoco, la violenza, l'ossessione, la malattia, il disagio, ci si limita
a contemplarli. Così come i versi del poeta che, letti fuori campo o
recitati dai protagonisti, arrivano sempre in modo prevedibile (come
preannunciati da un "Ciak! Frase profonda!") scivolando,
insieme al film, nell'indifferenza.
Voto: 5
Luca Baroncini
Il cinema italiano non decolla e non decollerà se
si affiderà ancora a operazioni marchianamente errate come questo UN
VIAGGIO CHIAMATO AMORE che, intendendo celebrare, commemorare, romanzare,
volgarizzare (in tutti i sensi) la storia d'amore tra la Aleramo e
Campana, non trova di meglio che affidarsi a toni melodrammatici da
romanzone televisivo e a un piattume registico che è la costante di tanto
cinema nostrano. Sbaglia molto Placido, che evidentemente mira alto,
regista, in altre occasioni ben più efficace ed incisivo, che non
trattiene nella rappresentazione della storia tormentata dei due
letterati, una tendenza al lamentoso e allo sdilinquito, rimanendo succube
della flagellante voce off (ci si ispira liberamente all'epistolario dei
due amanti), ricostruendo passati con flashback di vaga patina
pubblicitaria e scavando nel nulla per evidenziare motivazioni alla base
dei modi d'agire dei protagonisti. E' evidente che, più che la statura
artistica dei personaggi, al regista interessi il loro lato umano ed è
perciò chiara la scelta di Placido di ricostruzione della storia dell'amour
fou tra i due nel quadro controverso dell'epoca, una ricostruzione
affetta, però, da semplicismo e superficialità di tratto: nulla viene
approfondito, tutto resta appena abbozzato e non basta la cura del
dettaglio tecnico, un montaggio e una fotografia all'altezza, a eliminare
la sensazione di polveroso e pietoso standard "italiota". Degli
attori sarebbe salutare non parlare: la Morante non fa altro che frignare,
costretta nelle maglie di un carattere disegnato malamente, Accorsi, che
manifesta tutti i suoi limiti interpretativi, è a dir poco pietoso nei
suoi tentativi di rendere la follia del poeta Campana (il ragazzo non
conosce i mezzi toni e le sfumature, crede che per recitare con
espressione appropriata una poesia basti sussurrarla, che per fare il
pazzo sia sufficiente urlare e lanciare occhiate a destra e a manca. Il
premio per la sua interpretazione, assolutamente ridicolo, è il pedaggio
che la giuria deve annualmente - e poi ci si lamenta dello sciovinismo
cannense - pagare all'Italia organizzatrice della Mostra). Di roba così
in tv se ne vede parecchia: perché pagare 7 euro e passa per vederne
altra?
Voto: 4
Luca
Pacilio
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Frida
(Julie TAYMOR) Int.:
Salma Hayek, Alfred Molina, Geoffrey Rush, Ashley Judd, Edward Norton, Antonio Banderas
(U.S.A. - 119') |
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La vita sofferta e intensa della pittrice Frida
Kahlo.
Se
questa è Frida
Una cartolina dal Messico con l'immagine di Frida,
un'operazione calligrafica e bastarda, in cui inglese e spagnolo si
fondono con inspiegabile comicità. Risibile e pomposo, non mancando di
alcuni spunti visivi riusciti ma per lo più naufraganti nella melassa
semplicistica, e temiamo compromissoria, di una messincena sfarzosa e
ridondante, fatta di belle facce e divi in trasferta, FRIDA, film
stravoluto dalla produttrice\attrice Salma Hayek, scritto anche dal suo
compagno Edward Norton (che appare nel ruolo di Rockfeller jr.), è un
biopic che si perde mestamente nell'aneddoto, un dramma che si fa enfasi
e accozzaglia di tableau vivant (danno una mano i favolosi Brothers Quay)
altrimenti affascinanti ma che in cotal guisa diventano solo parte di
una vuota celebrazione agiografica in versione extralusso. Non mancano
alcuni tentativi della Taymor di sfuggire al rigido meccanismo del film
biografico puntando sul visivo puro (la parodia di King Kong, l'arrivo
negli USA\Gringolandia) ma questi frammenti, lungi dal riscattare
l'imperante tono da telenovela, squilibrano ulteriormente un film
chiassoso e confuso che non perde nessun appuntamento col ridicolo.
Momento di trash sublime: Trotskij mentre parla al registratore di STATO
E RIVOLUZIONE di Lenin si interrompe per pomiciare con la protagonista.
Un tonfo sonoro per Salma Fri(gi)da.
Voto:
4
Luca Pacilio
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Velocità massima
(Daniele VICARI)
Int.: Valerio
Mastandrea, Cristiano Morroni, Alessia Barela, Ivano De Matteo, Emanuela
Barilozzi, Massimiliano Dau
(Italia -
111') |
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Claudio vuole
fare il meccanico e viene "assunto" da Stefano, un trentenne
che ha appena iniziato un'attività ad Ostia. Stefano però è legato al
mondo delle corse notturne clandestine, inizia un turbine di promesse e
fregature che porta alla crescita di Claudio.
Vicari realizzò, nel 1999,
"Sesso Marmitte e videogames" documentario Betacam sulle corse
clandestine e sul feticismo automobilistico in Italia. Con "Velocità
Massima" le aspirazioni sono notevolmente più alte: tentare la via
di un cinema di genere nella penisola, un ritratto generazionale della
gioventù di periferia, il film di bildungs.
Claudio aspira ad essere come Stefano, indipendente e trafficone, non
disdegna nemmeno l'ambiente dell'obelisco (all'EUR) dove hanno inizio le
gare tra auto truccate, anzi è proprio lui a dare l'impulso affinché
si lavori, con efficacia, su un'Audi ammaccata: con questa riusciranno a
vincere la gara di "fine stagione" giusto in tempo per salvare
la ditta di Stefano dal fallimento ma pure per scoprire la falsità
della sua facciata amichevole. Claudio ha trovato l'amore ma è rimasto
scottato, l'amicizia si è dimostrata un'atroce truffa e non rimane che
andarsene.
Argomento di sicuro fascino e facile vendita, quello che albero Pezzotta
chiamerebbe "cinema da sala di periferia", almeno nelle
premesse, personaggi sbozzati ma interessanti, un ambiente periferico
poco noto, la malavita per quanto piccola (piccola) e quasi borghese,
parlato in romanesco - con qualche difficoltà per i non romani - con
indubbia qualità drammatica.
"Velocità Massima" non mantiene quanto promette, l'ambiente
dei motori truccati viene trattato perifericamente e senza acume, le
stesse tecniche di manipolazione dei motori ed i propulsori medesimi
anche quando hanno un potenziale estetico evidente (il cofano di vetro
con led luminosi dell'auto di Stefano) vengono appiattiti su un registro
di piatta presentazione, in contrasto con le forti marche che si
rilevano negli altri contesti: la macchina fissa dell'officina, la
macchina a mano (e steady) per gli incontri serali, le virature digitali
nell'enfasi della corsa (viste e straviste per altro).
Buona colpa di questo cade sulle spalle di Vicari che pecca di
presunzione artistica quando avrebbe tra le mani un interessante
prodotto di facile confezionamento e tutte le capacità di portarlo a
termine: il trio d'attori centrale ha come unico fulcro un Mastrandrea
veramente convincente ed ambiguo e pochissime altre qualità facendo così
capitolare le aspirazioni del regista.
Un peccato ma Velocità Massima potrebbe indicare la
via per un percorso interessante.
Voto: 5
Luigi Garella
Un bel film italiano
Lanciato dal marketing come un "Fast and furios"
all'amatriciana, in realtà il debutto nel lungometraggio di Daniele
Vicari è soprattutto il racconto di una bella storia, cui il sottobosco
delle corse clandestine offre adeguata e necessaria cornice. Due i
personaggi protagonisti: Stefano, proprietario di un'officina ma pieno di
debiti, e Claudio, un diciassettenne che viene assunto come praticante
meccanico non pagato. L'ombra della tragedia avvolge il film fin
dall'inizio, perché siamo abituati a pensare che la forza di un messaggio
sia direttamente proporzionale alla violenza con cui viene scagliato. Il
regista, invece, evita le facili trappole della morale spicciola e, con
grande rispetto per l'intelligenza dello spettatore, lascia al pubblico
totale libertà di trarre in autonomia considerazioni e conclusioni.
Daniele Vicari suggerisce strade, ma non giudica i personaggi ed è
sicuramente questo aspetto a renderli così empatici e lontano da
qualsiasi ideologica simbologia. Il rapporto tra Stefano e Claudio è
scritto con grande sensibilità (molto in parte Valerio Mastandrea, una
vera rivelazione Cristiano Morroni) e la regia si affranca dal minimalismo
di tanta cinematografia italiana degli ultimi anni rendendo dinamica ogni
inquadratura. Buona parte del merito va sicuramente al direttore della
fotografia Gherardo Gossi, che cura l'immagine permettendo sempre, anche
nelle lunghe sequenze notturne, una nitida ricezione. Quanto alle tanto
vociferate sequenze d'azione, la regia si preoccupa di rendere l'idea
della velocità senza spettacolarizzare le gare automobilistiche. Scelta
derivante forse da limiti di budget, ma in linea con lo spirito del film
che non vuole raccontare il mondo delle corse clandestine, ma molto più
efficacemente il disagio di una generazione. Una vera e propria sorpresa,
quindi, nel panorama asfittico del cinema italiano. Speriamo che il
pubblico, ma prima di tutto la distribuzione, riescano ad accorgersene.
Voto: 7½
Luca Baroncini |
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