VENEZIA 2002
di 
LUCA BARONCINI

 

- INTRODUZIONE
- I "NO" DEL FESTIVAL
- I "SI" DEL FESTIVAL

 

 

 

 

 

Come tutti gli anni, ma soprattutto in questa cinquantonevesima edizione, è stato il festival delle polemiche!
Sembra davvero che senza continue discussioni non si riesca a portare avanti e a rendere interessante quello che, comunque, resta uno dei festival europei più importanti. Tormentone di quest’anno: “Ma è di destra o di sinistra?” Tutto è stato passato al vaglio di un metal-detector politico, come se un’etichetta regalasse ad un’opera cinematografica qualità di cui è priva o annullasse il valore di un film. Probabilmente l’organizzazione del Festival riflette il disagio di un governo che sta dimostrando tutta la sua arroganza, ma mai come quest’anno la politica è stata protagonista della manifestazione (non considerando ovviamente i festival tenutisi, o saltati, in tempo di guerra). A partire dal mandato interrotto a Barbera, ottimo direttore delle due passate edizioni, fino alle sterili polemiche sul Leone D’Oro, assegnato ad un film che condanna una Chiesa che non mette in pratica ciò che predica.
Basta!!!
L’utilizzo strumentale del festival a fini politici (di qualsiasi bandiera si tratti!) è stato sicuramente l’aspetto più deleterio di questa edizione. Quanto alla tanto famigerata guida del multietnico De Hadeln (nato in Inghilterra, residente in Svizzera, tedesco d’adozione), bisogna riconoscere che è riuscito a mantenere uno sguardo neutrale costruendo un buon programma, vario e in grado di coniugare il film d’autore con le esigenze del pubblico. Non mancano, come in tutte le edizioni, film brutti o inutili, ma questo fa parte del gioco, considerando che sono passati in rassegna ben 159 film.
I problemi legati all’organizzazione e alla carenza di infrastrutture sono anch’essi i medesimi che da anni si ripercuotono su spettatori e accreditati. A parte la stampa, per tutti diventa molte volte difficile, faticoso, se non impossibile, riuscire ad accedere alle sale. Tante le file da fare, spesso non premiate dai “Men in black” (le maschere) con varie motivazioni: “La sala è già piena!” “Potrebbero arrivare giornalisti in ritardo!” quando il più delle volte le proiezioni sono cominciate (e si sono concluse) con vari posti vuoti!
Gli accrediti Cinema (ma era così già nell’edizione passata) servono all’organizzazione principalmente per movimentare, creare fermento e riempire proiezioni che altrimenti verrebbero disertate: dai giornalisti (che vedono il più delle volte solo i film in uscita) e dal pubblico (che difficilmente spende soldi per un film sconosciuto, magari alle nove di mattina). Non si capisce altrimenti per quale motivo impedire nella fascia serale l’accesso agli accreditati CINEMA in tutte le sale: PalaGalileo riservato alla stampa e PalaBNL e Palazzo del Cinema al pubblico.
Quanto al gossip, edizione abbastanza tiepida, movimentata da qualche grande divo (Tom Hanks, Harrison Ford, Sophia Loren) ma infarcita da un’esagerata quantità di politici (o pseudo tali) con l’immancabile schiera di vallette (o pseudo tali) in cerca di un posto al sole o di un poco di luce riflessa.
Sarebbe interessante un incontro con autori e attori non solo riservato ai giornalisti (o pseudo tali), ma aperto a tutti, in modo da rendere il festival anche un’occasione di confronto e di scambio. Qualcosa è stato fatto, grazie all’attività di Cinemavvenire e agli incontri organizzati nel cinema Garden da cui sono passati Kitano, Bellocchio, Vicari, Mastandrea e Larry Clark, ma potrebbe essere fatto molto di più.
Quanto alla famigerata passerella, occorre fare l’ennesima precisazione. È vero, il muro eretto per permettere ai fotografi di cogliere le star all’entrata del Palazzo del Cinema era davvero brutto e il tratto percorso dalle delegazioni dei film davvero breve. C’è però da sottolineare che il più delle volte la passerella, che partiva dall’hotel Excelsior, vedeva il divo confondersi fra molte altre persone, esponendosi ai fotografi solo nell’ultimo tratto, proprio come quest’anno insomma. L’abolizione della passerella, comunque (checché ne dicano gli organizzatori per giustificare un ritorno alla sobrietà), è stata motivata dalla necessità degli sponsor (una nota casa automobilistica) di rendere visibile il più possibile il proprio prodotto  (anche un po’ ridicolo l’arrivo dei divi e dei politicanti in auto!!!)
Ma ora veniamo ai film, che vengono consumati con voracità per essere in fretta dimenticati, mentre dovrebbero essere il perno attorno a cui ruota un festival. Difficile e riduttivo sperare di tracciare linee generali o tendenze da pellicole tanto diverse. Per una volta, quindi, proviamo a gustare, amare o odiare, il singolo film, come se l’avessimo visto in una sala veneziana in cui siamo capitati per caso, in una giornata di gita poi sfumata a causa della pioggia. Immergiamoci così in ogni storia o non storia e tentiamo di abbandonarci alla combinazione di suoni e immagini con lo sguardo puro e curioso di chi addenta per la prima volta una mela.
In poche parole, bando alle polemiche e lasciamoci andare al cinema!

 

 

I "NO" DEL FESTIVAL

-         il “cinephile” con la puzza sotto al naso che quando va a vedere un film sa già come sarà; premonizione in genere abbinata a superlativi o diminutivi assoluti di dubbio significato

-         il “cinephile” con la puzza sotto al naso che dopo  aver visto un film non può che confermare il suo preconcetto

-         l’intolleranza degli spettatori, siano essi paganti o accreditati; il suono del cellulare al cinema è un atto di maleducazione, ma spesso i rimbrotti, a volte le urla prolungate, di chi è disturbato, infastidiscono molto di più del fatidico trillo

-         i prezzi, mai come quest’anno eccessivamente elevati; è vero che sapendosi muovere (quindi conoscendo dove andare e dove NON andare) si riesce a sopravvivere senza salassarsi, ma sono troppi i bar che pensano che un euro equivalga alle vecchie mille lire

-         la scomodità delle poltrone del PalaBnl e del PalaGalileo

-         gli inconvenienti tecnici durante le proiezioni; è vero, può succedere di montare il rullo 3 prima del rullo 2 o che la pellicola si rompa, ma numericamente gli errori sono stati davvero troppi, a volte anche con gli autori in sala, e in un festival che si vorrebbe di rilevanza internazionale dovrebbero essere molti meno

-         l’accavallamento, soprattutto per gli “accrediti Cinema”, di molte proiezioni

-         le guerre politiche tra giornalisti a colpi di stroncature o esaltazioni

-         la falsità con cui molta stampa riporta l’accoglienza riservata ai film durante le proiezioni

-         la Coppa Volpi a Stefano Accorsi per l’interpretazione di Dino Campana in “Un viaggio chiamato amore”

-         la sigla del Festival: dall’onirico viaggio di Asia Argento tra i miti del passato ad un anonimo leone sonnecchiante su sfondo bianco

 

 

 

I "SI" DEL FESTIVAL

 

-         lo spazio stroncature organizzato, come già da qualche anno, da Gianni Ippoliti: un punto di incontro dove smitizzare con ironia (a volte con grevità) film, autori, eventi e fatti personali; probabilmente il termometro più sincero di ciò che passa al festival e dei problemi concreti di chi vi partecipa come spettatore

-         lo spazio ristorante del Casinò: silenzioso, grande, spesso poco frequentato e non eccessivamente costoso

-         lo spazio “Chill Out” con musica e massaggi Shiatsu fino a tarda notte

-         l’ironia e la vitalità di Dino Risi

-         la coppa Volpi a Julianne Moore, luminosa e bravissima in “Far from heaven”

-         l’atmosfera “da festival”, con il cinema comune denominatore del passeggio sul Lungomare

-         il piacere di chiacchierare con chiunque tra una fila e l’altra

         

 

 

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