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a cura di
Stefano Coccia |
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Sguardi sull’Est
Fare
un bilancio critico del diciassettesimo Trieste Film Festival,
la manifestazione organizzata come ogni anno nel capoluogo giuliano,
significa anche fare i conti con una piacevole anomalia. L’evento
promosso da Alpe Adria Cinema coincide infatti con una
delle rare occasioni in cui diventa possibile confrontarsi
sistematicamente con quelle cinematografie che, almeno qui in Italia,
rimangono poco note, anche per il crescente disinteresse di una
distribuzione orientata a rischiare il minimo possibile, sul fronte del
cinema europeo. E qui si parla più specificamente di scuole importanti
come quella russa, quella polacca, quella ungherese, quella rumena, o
altre ancora riconducibili indicativamente all’area geografica dell’Europa
centro/orientale, i cui prodotti sono diventati nel corso degli anni
sempre più invisibili nelle nostre sale. In compenso, la qualità di
una parte consistente dei film realizzati di recente in tali paesi
(valga su tutti l’esempio dell’Ungheria) dà ulteriore valore al
ruolo di ponte naturale del festival organizzato a Trieste, votato
costituzionalmente a riempire un tale vuoto culturale.
L’edizione svoltasi nel gennaio 2006 non è stata certo da meno, anzi,
sia sotto il profilo delle opere selezionate nei vari concorsi
(lungometraggi, documentari, cortometraggi) che guardando alle altre
sezioni e agli eventi collaterali, si sono registrate un’abbondanza e
una qualità media degne di grande considerazione. Anche in virtù di
questo, addentriamoci subito nello specifico delle singole sezioni e
degli eventi che meglio hanno caratterizzato l’ormai tradizionale
appuntamento triestino.
Film in concorso
La nostra attenzione si è
focalizzata tanto sul Concorso Lungometraggi che sugli altri concorsi
dedicati a corti e documentari, uno sforzo premiato da visioni spesso
assai stimolanti, con un numero tutto sommato modesto di note stonate da
porre sull’altro piatto della bilancia. Pescando a titolo puramente
esemplificativo tra quelle che a nostro avviso sono parse le stonature,
si è fatto pesantemente notare Schläfer, lungometraggio
oltremodo statico e inconcludente del tedesco Benjiamin Heisenberg,
mentre ha in parte deluso l’ungherese Attila Mispàl, autore di una
pellicola enigmatica come A fény ösvényei (I percorsi della
luce), brillante sul piano della ricerca formale ma eccessivamente
criptica e oscura quanto a struttura narrativa. Peccato per questo mezzo
passo falso, visto che in compenso dall’Ungheria continuano ad
arrivare cose egregie, a testimonianza del periodo di grande fermento
che tale cinematografia sta attraversando, con alcuni nomi illustri (qui
era presente la Mészáros, fuori concorso) che continuano a sfornare
opere di un certo impatto, ed una miriade di esordi quasi sempre
interessanti. Tra i casi che testimoniano la vitalità del cinema
ungherese possiamo anche citare un cortometraggio, Before Dawn di
Bálint Kenyeres, meritatamente segnalato dalla giuria ”per la
rigorosa costruzione di un piano sequenza che in pochi minuti è capace
di creare un’atmosfera”. Abbandonando per un attimo l’ottica del
concorso, almeno due parole vanno spese per il talento giovane ma già
piuttosto affermato di Kornél Mundruczó, che con Johanna ha
regalato un’esperienza visiva sconcertante ed emotivamente intensa. Il
film, concepito come moderna opera lirica ispirata alla figura di
Giovanna d’Arco e ambientata tra le corsie di un fatiscente ospedale,
ha trovato per il suo stesso tono sperimentale e provocatorio una giusta
collocazione nella sezione “Immagini”.
Tornando al Concorso lungometraggi, più che meritato è parso il premio
come miglior film per Moartea
domnului Lāzārescu (La morte del
signor Lazarescu), del rumeno Cristi Puiu, coadiuvato come sempre in
fase di sceneggiatura dal sodale Rāzvan Rādulescu.
I due, che quasi sempre lavorano insieme, con un registro farsesco ma al
tempo stesso tragico hanno sfornato un altro di quei ritratti lividi,
angoscianti, attraverso i quali maestri del cinema rumeno come Lucian
Pintilie e Mircea Danelic, o figure emergenti come Corneliu Porumboiu,
sono soliti radiografare gli stati d’animo del proprio paese.
Scendendo più a sud, si può senz’altro dire che tra le rivelazioni
di quest’annata vi sia da annoverare la Bulgaria, ancora poco
esplorata a livello cinematografico dalle nostre parti. Molto
trascinante si è rivelato, ad esempio, il film di Georgi Djulgerov
inserito nel Concorso Lungometraggi, Leidi Zi, con protagonista
un’eroina sui generis, le cui peripezie hanno saputo coinvolgere il
pubblico dall’inizio alla fine; e come rincorrendo tra la fiction e il
documentario lo sfascio delle istituzioni, dall’orfanotrofio di Leidi
Zi si può tranquillamente staccare sull’improbabile ma fantasiosa
gestione dell’istituto di igiene mentale, il cui direttore è la
figura cardine dell’estroso documentario diretto da Andrej Paounov: Georgi
i peperudite (Georgi e le farfalle). Il film è stato anche
premiato dal pubblico nella sezione riservata ai documentari, mentre lo
stesso Leidi Zi ha ricevuto il premio CEI “per aver
rappresentato la realtà contemporanea in Bulgaria, in maniera
realistica ma al tempo stesso poetica”.
Restando in tema documentari, il livello è parso mediamente buono,
anche se forse non ai livelli degli anni passati. Assolutamente di
rilievo, per concludere, è parsa la partecipazione del documentario di
Pavel Lungin, La maison haute. Il regista russo, molto apprezzato
in passato per la carica esplosiva dei suoi lungometraggi di fiction (Taxi
Blues e Luna Park su tutti), si è qui appoggiato ad una
co-produzione franco-britannica per raccontare il volto di un paese in
rapida trasformazione, attraverso le micro-storie degli abitanti di uno
storico grattacielo edificato a Mosca durante il periodo stalinista.
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A fény
ösvényei (I percorsi della luce)
di Attila Mispál
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PAESE: Ungheria,
2005
REGIA: Attila
Mispál
SCENEGGIATURA: Sándor
Tar, Attila Mispál,
CON: Anna
Mária Cseh, György Cserhalmi, Sándor Csányi
DURATA: 89
minuti |
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L’esistenza
di Csilla, una modella di successo rimasta sfigurata in seguito ad un
misterioso incidente, scorre parallelamente alle vicende di un altro
reietto, almeno fino a quando le rispettive vite, che fino ad allora si
sono appena sfiorate, convergono inaspettatamente.
Confusa
e (in)felice
La
complessa costruzione temporale del film di Attila Mispàl non è certo
di aiuto, si rischia anzi di rimanervi impantanati. E per quanto una
notevole eleganza formale faccia posare volentieri lo sguardo sulle
singole inquadrature, riuscendo anche in certi frangenti a stimolare
sentimenti di empatia per i personaggi, le sofferenze dei due
protagonisti continuano a filtrare attraverso quadri eccessivamente
staccati tra loro; situazioni, queste, di cui risulta spesso arduo
rintracciare la consequenzialità logica. Insomma, nonostante Mispàl,
già autore di apprezzati cortometraggi e assistente alla regia della
brava Ildikó Enyedi, dimostri al primo lungometraggio (premiato
peraltro come miglior opera prima all’ultima edizione della Settimana
del Cinema Ungherese di Budapest) di poter sviluppare una interessante
ricerca stilistica, c’è qualcosa che non funziona sul piano
strettamente narrativo. E così A fény ösvényei finisce per
comunicare un certo disagio, lasciando al contempo impressioni confuse,
distorte. L’atmosfera acquista di tanto in tanto un diverso spessore,
grazie anche alla bravura degli attori. Oltre alla fascinosa Anna Mária
Cseh, che ha realmente trascorsi da top-model e può infatti vantare
gambe da capogiro, si impongono all’attenzione György Cserhalmi e
Sándor Csányi, due tra i volti più intensi e gettonati, nel panorama
attuale del cinema ungherese. Il giovane Sándor Csányi, tanto per
dirne una, ha qui un ruolo minore ma qualche tempo prima era stato
protagonista dell’ottimo Kontroll, per la regia di Nimród
Antal.
Voto: 5 |
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Kukumi
di Isa Qosja
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PAESE: Kosovo,
2005
REGIA: Isa
Qosja
SCENEGGIATURA: Isa
Qosja, Mehmet Kraja
CON: Luan
Jaha, Anisa Ismaili, Donat Qosja
DURATA: 107
minuti |
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In
Kosovo, al cessare delle ostilità, i serbi che compongono lo staff
medico di una clinica psichiatrica si danno rapidamente alla fuga,
lasciando liberi i pazienti di organizzarsi da soli. Tre di questi
malati di mente, due uomini e una donna, si avventurano per un lungo
viaggio…
Elogio
della follia
Inutile
nasconderlo, c’era una curiosità particolare per questo film
finanziato dal Ministero della Cultura kosovaro, ed espressione quindi
di una nazione in fieri, dal passato recente particolarmente
travagliato. A conti fatti Kukumi ha lasciato un segno non
superficiale, anche sotto il profilo emotivo.
Il regista Isa Qoja, perfettamente a suo agio nell’aggiungere un tocco
straniante ai desolati paesaggi post-bellici, si è mosso da un
paradossale accostamento tra guerra e follia che può vantare precedenti
illustri, da Il grande uno rosso di Samuel Fuller a La casa
dei matti di Andrei Konchalovsky. Pur partendo da simili
presupposti, Qoja si è dimostrato capace di spostare l’asse del
discorso verso una visione personale, anche piuttosto sentita, di una
società ancora adesso lacerata, conflittuale, dove l’amarezza e il
rifiuto continuano ad essere il pane quotidiano. Presa, quindi, come
assunto di base una concezione metaforica del disturbo mentale, il
regista kosovaro ha immerso i personaggi esuli dall’istituto
psichiatrico in un paesaggio mutevole, dalle velate aspirazioni
metafisiche. Quasi un western in salsa balcanica, dove il peregrinare
dei protagonisti si appropria di spazi dilatati ed è spesso ripreso in
campo lungo, ad enfatizzare le distanze. Isolamento fisico e solitudini
interiori. A questo stato di cose sembra ribellarsi l’ispirato e
profetico vaneggiare di Kukumi, quasi lo sciamano della compagnia, che
con Hasan e la graziosa Mara va a completare un singolare terzetto di
viandanti. Una specie di grottesco triangolo amoroso regola l’accidentato
tragitto dei tre malati di mente, fino all’approdo in quel villaggio
povero e semi-abbandonato dove altri strani incontri si sovrappongono al
fluire dei ricordi. Lì è decisamente surreale, in un contesto da luogo
“fuori dal mondo e fuori dal tempo”, la presenza di un ambulante che
vende occhiali da sole alla moda, registrando un incredibile volume di
affari tra i paesani inizialmente scettici! Altre situazioni si
risolvono in modo ugualmente beffardo; sono cenni di crudele ironia, che
saltuariamente si affacciano in una narrazione scarna, forse anche
troppo, che riesce però a regalare passioni anomale e autentiche gemme
di inquietudine.
Voto: 6,5 |
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Leidi
Zi (La signora Zi)
di Georgi Djulgerov
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PAESE:
Bulgaria, 2005
REGIA: Georgi
Djulgerov
SCENEGGIATURA: Georgi
Djulgerov, Marin Damyanov
CON: Anelia
Garbova, Ivan Barnev, Pavel Paskalev.
DURATA: 96
minuti |
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Zlatina,
la “Lady Zee” del titolo, è una ragazza difficile cresciuta in
orfanotrofio. La sua grande passione è il tiro a segno. Dal luna park
al poligono la strada si accorcia, allorché un campioncino come Nayden
si accorge del suo talento. L’incontro con Nayden, cresciuto nello
stesso orfanotrofio, scuote la ragazza, creando anche i presupposti di
un rapporto sentimentale squilibrato e pieno di contraddizioni. Già,
perché anche la strada dal poligono di tiro al crimine si rivelerà
più corta del previsto…
Un’orfanella
con le palle!
Dolcezza
e cinismo, disperato bisogno di affetto e puro istinto di sopravvivenza,
tutto mescolato insieme nella personalità non facilmente
addomesticabile di “Lady Zee”, ovvero Zlatina. Appena dodici anni, e
già la vediamo sparare al luna park da autentica cecchina. Questo
talento le sarà utile in seguito a mollare l’orfanotrofio, seguendo
così le orme di Nayden, giovane campione di tiro che anni prima se ne
andò da quello stesso orfanotrofio; un posto da cui la ragazza, però,
si separa lasciandosi alle spalle il fedele amico d’infanzia Lechko,
che farà di tutto per restarle accanto; questo, mentre lei se ne va
incontro a un futuro pieno di incognite, movimentato come il suo
rapporto con Nayden…
Quasi una Lady Vendetta animata da fatalismo balcanico, l’eroina
borderline del film di Geori Djulgerov ha conquistato immediatamente il
pubblico di Alpe Adria, segnalando il film bulgaro tra le rivelazioni
del festival. Folgorante è stata anche l’apparizione di Anelia
Garbova, ragazza grintosa che con piglio quasi marziale, non privo però
di grazia femminile, interpreta Zlatina; lei, la Garbova, è tra i tanti
attori non professionisti che Georgi Djulgerov ha chiamato ad
interpretare il suo Leidi Zi, privilegiando proprio quei giovani
che hanno trascorso anni in orfanotrofio. Si ha perciò l’impressione
che il regista abbia rielaborato con grande sensibilità il loro
vissuto, trasfigurandolo in una specie di parabola cinica, ancorata alla
realtà, ma non immune da fughe verso territori altri dell’immaginario.
Tutto ciò confluisce nella visione del mondo di Zlatina, avversa per
principio ai buoni sentimenti. Di certo la ragazza si sente più vicina
agli animali, al loro agire diretto, istintivo, che agli ipocriti
sentimentalismi esibiti dai personaggi delle soap opera. Eppure,
quella stessa amoralità, sbandierata più volte di fronte a scelte di
vita difficili, si manifesta in lei prima di tutto come strategia
difensiva; dando, così, nerbo e sincerità a un plot estremamente
coinvolgente, leggibile anche come fiaba dark animata da una vena
corrosiva e da amare riflessioni, che comunque sanno prefigurare, al
momento opportuno, una possibile riscossa della coriacea protagonista.
Voto: 7 |
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Moartea
domnului Lāzārescu (La morte del signor
Lazarescu)
di Cristi Puiu
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PAESE: Romania,
2005
REGIA: Cristi
Puiu
SCENEGGIATURA: Cristi
Puiu, R āzvan
Rādulescu
CON: Ion
Fiscuteanu, Luminita Gheorghiu, Gabriel Spahiu.
DURATA: 153
minuti |
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Il
signor Lazarescu, 63 anni sul groppone, vive solo con i suoi gatti.
Spesso gli fa compagnia la bottiglia. Il suo stato di salute è comunque
precario, così la sera in cui accusa un malore improvviso gli viene
rimproverato proprio questo, di aver bevuto. Guardato con sufficienza
mista a disgusto tanto dai vicini di casa accorsi nel suo appartamento,
che dal personale dell’ambulanza giunta a prelevarlo, non riuscirà a
farsi ascoltare nemmeno dai medici del pronto soccorso, distratti da
altre emergenze. Inizia così per il signor Lazarescu un allucinante ed
assurdo calvario, che lo porterà di ospedale in ospedale, con la sola
infermiera Mioara ad accompagnarlo ovunque e ad interessarsi seriamente
di quanto gli sta accadendo. Tra i tempi della burocrazia ospedaliera e
il cinismo di certi dottori, le condizioni del signor Lazarescu
peggiorano di ora in ora…
Mala
sanità in Kafka style
Non
sorprende affatto che Moartea domnului Lāzārescu
sia stato premiato come miglior lungometraggio
tanto ad Alpe Adria che nella sezione “Un Certain Regard” del
Festival di Cannes. Il film del rumeno Cristi Puiu, nonostante la durata
di 153 possa obiettivamente mettere in allarme, possiede una
drammaturgia compatta e incalzante, perfettamente in grado di aggredire
un tema scomodo e i tanti risvolti di un assurdo, quotidiano squallore.
Quella cui va incontro il signor Lazarescu (nei cui panni si impone, con
impressionante fisicità, Ion Fiscuteanu) è infatti una tragicommedia
dai contorni kafkiani, a margine della quale si afferma un panorama
umano desolante, ritratto con quello spirito caustico che tante volte
abbiamo elogiato nelle giovani leve del cinema rumeno. Medici,
paramedici, vicini di casa, vengono qui a formare un bestiario molto
credibile dove dominano ignoranza e insensibilità, indifferenza e
cinismo, con l’aggravante di un moralismo protervo e superficiale:
accade così che in ogni pronto soccorso dove l’anziano signor
Lazarescu viene trasportato, perchè colpito di notte da improvviso
malore, gli venga rinfacciato di essersi ridotto in quello stato per
colpa dell’alcool e di aver bevuto la sera stessa, mentre di
soccorrerlo non se ne parla nemmeno; o in ospedale mancano i posti,
perché sfortuna vuole che un tragico incidente stradale sia accaduto
poche ore prima, o si vede il personale medico trattare la questione con
ostentato distacco e sbattersene altamente, con qualche rara eccezione.
A restare vicina all’anziano sofferente c’è infatti un’infermiera,
Mioara (una delle più brave ed esperte attrici rumene, Luminita
Gheorghiu), la stessa che giungendo in ambulanza aveva prestato le prime
cure al Signor Lazarescu; e nonostante tra i due, in un primo momento,
si fossero manifestati attriti e scarsa simpatia, anche a causa dell’ostinazione
di entrambi e della diffidenza reciproca, Mioara sarà praticamente l’unica
a dimostrare una certa pietas nei confronti di Lazarescu,
combattendo una battaglia solitaria contro la burocrazia ospedaliera.
Interessante, a questo punto, annotare come Cristi Puiu abbia dichiarato
di voler portare avanti attraverso questo film e i successivi una
possibile risposta ai cosiddetti “Racconti morali” di Eric Rohmer,
regista da lui molto amato. Il nodo centrali delle sei storie,
ambientate alla periferia di Bucarest, sarà di volta in volta l’amore
verso gli altri (traccia seguita, per l’appunto, in Moartea
domnului Lāzārescu), l’amore tra
uomo e donna, l’amore per i figli, l’amore per il successo, l’amore
per gli amici, l’amore carnale.
Intanto, per quel che riguarda Moartea domnului
Lāzārescu
si può aggiungere questo, che nella descrizione estremamente realistica
degli ambienti, nella verosimiglianza non accomodante dei dialoghi come
anche nella scelta di ambientare il film in una unità di tempo ben
definita (l’interminabile notte, tra ambulanze e ricoveri), vi è un
riflesso di quella rigorosa ricerca formale e delle scelte
contenutistiche dal gusto dichiaratamente polemico di cui Puiu ed altri
cineasti rumeni, in questi anni, hanno saputo farsi carico.
Voto: 8 |
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Schläfer
(Il Dormiente)
di Benjamin
Heisenberg
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PAESE: Austria
- Germania, 2004
REGIA: Benjamin
Heisenberg
SCENEGGIATURA: Benjamin
Heisenberg
CON: Bastian
Trost, Mehdi Nebbou, Loretta Pflaum, Gundi Ellert, Wolfgang Pregler.
DURATA: 100
minuti |
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In
un istituto di ricerche bavarese il rapporto tra colleghi continua a
seguire una certa routine, sul posto di lavoro ed anche fuori,
nonostante ad un giovane assistente, Johannes, sia stata fatta una
singolare proposta, subito rifiutata; la richiesta consisteva nel
seguire con particolare attenzione i movimenti del collega algerino
Farid, sospettato di avere contatti col mondo del fondamentalismo
islamico.
L’orizzonte
senza eventi
Il
titolo scelto dal tedesco Benjamin Heisenberg può avere molteplici
valenze metaforiche. Può sì fare riferimento ad uno dei personaggi,
ribattezzato “il dormiente” perché sospettato di avere contatti con
una ipotetica cellula di terroristi islamici. Può sì alludere a una
condizione esistenziale diffusa, per cui molte vite nell’opulenta
società occidentale sembrano avvolte da una condizione letargica. Ma a
nostro avviso può persino essere riferito ad un altro genere di
catalessi, quella cui va incontro quasi inevitabilmente lo spettatore!
Così, al termine dei 100 minuti di Schläfer troppo forte è la
tentazione di placcare il vicino “dormiente”, o sonnambulo, fino all’uscita
del cinema per avere ragguagli sulla trama, e non necessariamente
perché ci si è addormentati durante la proiezione. Pur restando
svegli, la trama continua ad offrire un’impressione di staticità che
la regia para-televisiva, l’impassibile inespressività degli
interpreti, i continui campo e controcampo posti a sancire dialoghi di
irritante banalità, portano presto a livello di saturazione. I rapporti
che si intrecciano all’interno dell’istituto di ricerca, tra
rivalità accademiche e simpatie personali di varia natura, può
ricordare alla lontana il ritmo piano e il senso di attesa del film di
Daniele Vicari, L’orizzonte degli eventi. Ma ogni cenno di
critica sociale, ogni lampo di crisi esistenziale nel film di Heisenberg
è destinato a naufragare nel vuoto di uno stile piatto, impresso
meccanicamente su una trama in cui la minaccia terroristica si affaccia,
stancamente, verso la fine: quasi uno stentoreo deus ex machina,
chiamato vanamente a sostanziare un’opera di clamorosa prolissità.
Voto: 4 |
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Lost
and Found - Six Glances at a Generation
(Persi e ritrovati. Sei sguardi su una generazione)
di Autori Vari
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PAESE:
Estonia, Bulgaria, Romania, Bosnia, Ungheria, Serbia & Montenegro -
2006
REGIA: Mait Laas,
Nadejda Koseva, Cristian Mungiu, Jasmila Žbanić,
Kornél Mundruczó, Stefan Arsenijević
DURATA: 99
minuti |
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Il
tema del confronto generazione sviluppato attraverso sei cortometraggi,
per la regia di alcuni tra i più promettenti cineasti dell’Europa
Orientale, scelti per un particolare progetto cinematografico: i corti
sono stati girati nei rispettivi paesi, mentre la post-produzione ha
avuto luogo in Germania, dove i vari artisti coinvolti avevano avuto
modo di incontrarsi, per stabilire le coordinate essenziali del loro
lavoro.
Transeuropa
Express, previste sei fermate!
Sei
gemme sei! Nella storia non sempre esaltante dei film a episodi, questo
assemblaggio di sei cortometraggi, che ben rappresentano la vitalità
dei giovani autori dislocati nei paesi dell’Europa Orientale, appare
fondamentalmente riuscito. Chi più chi meno, ogni film-maker coinvolto
nell’impresa è stato in grado di dare il suo apporto ad una
operazione interessante, focalizzata su una generazione che ha visto
intorno a sé cambiamenti epocali. Per apprezzare meglio le varie
sfaccettature offerte da Lost and Found, facciamo pure una rapida
carrellata dei singoli cortometraggi.
Gene+Ratio - Si
tratta del corto di animazione, realizzato dall’estone Mait Laas, che
lega tra loro tutti gli altri episodi. Con l’elemento acquatico quale
comune denominatore, una serie di scene a tema introduce la nascita di
un bambino, il cui papà lavora alacremente in uno studio di
architettura. Lo stile è fantasioso, non mancano poi spunti originali e
divertenti.
The Ritual - La
cerimonia cui allude il titolo è un matrimonio festeggiato… a
distanza! La bulgara Nadejda Koseva ci racconta di una festa molto
particolare, con lo sposo e la sposa che si fanno inspiegabilmente
attendere. L’allegra tavolata in un paesino della Bulgaria, gli
sposini che rispondono assonnati al telefono: tutto diventerà più
chiaro quando sullo sfondo appaiono le cascate del Niagara… Ciò su
cui si ironizza, delicatamente, è diretta conseguenza dell’emigrazione.
Note malinconiche impreziosiscono così un plot semplice, ma spiritoso.
Turkey Girl - Protagonista
una ragazza, campagnola graziosa e sprovveduta, che per la prima volta
si trova a Bucarest in compagnia del suo migliore amico: un
tacchino! Purtroppo gli è stato chiesto di sacrificarlo, perché il
padre è convinto che il volatile, arrostito, sia un ottimo regalo per i
medici che stanno curando la madre in ospedale. Peccato doppio, perché
la ragazzotta è addirittura convinta di aver istruito il suo tacchino,
rendendolo così capace di comunicare con gli altri. Quando tutto sembra
perduto, un tocco di magia (e di sottile ironia, da parte del regista
Cristian Mungiu) si fa largo tra i palazzoni squadrati e le piazze
enormi della capitale rumena.
The Birthday - Ci
si confronta, in parallelo, con le vite separate e le esigenze spesso
simili di due bambine di etnia diversa, nate lo stesso giorno a Mostar,
durante la guerra nei Balcani. Ora che la guerra è finita, le divisioni
sembrano essere rimaste… Emerge già in questo corto, di taglio
semi-documentaristico, la sensibilità della regista bosniaca Jasmila Žbanić,
premiata poi a Berlino per Il segreto di Esma.
Shortlasting Silence - Kornél
Mundruczó rappresenta una delle voci più significative e penetranti
del cinema ungherese, qui a Trieste lo ha già dimostrato con lo
splendido lungometraggio Johanna. Il suo contributo a Lost and
Found finisce ugualmente per accumulare note disturbanti,
rivelandosi forse il cortometraggio più cupo, disperato, dei sei
proposti. Al centro vi è un oscuro dramma familiare, che sul capezzale
della madre morta vede riunirsi due fratelli, lui specializzato nella
prevenzione dei suicidi e lei visibilmente minata dalla depressione. Dal
passato riaffiora presto un torbido legame…
Fabolous Vera - Esuberanza
balcanica: il regista serbo Stefan Arsenijević
ritaglia intorno ad una grandissima attrice come Milena Dravic (La
quinta offensiva di Stipe Delic, W.R. - Misterije Organizza di
Dusan Makavejev, La polveriera di Goran Paskaljevic) un apologo
surreale, dal ritmo indiavolato. La protagonista è un’autista di tram
che, stressata da mille problemi familiari, perde la testa e si
impadronisce del mezzo che sta guidando. Il “dirottamento” del tram
da parte di Vera è destinato ad una conclusione assai buffa… finale
pirotecnico, di conseguenza, per il brillante Lost ans Found.
Voto: 7,5 |
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The
Angelmakers (Creatrici di angeli)
di Astrid Bussink
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PAESE: Ungheria – Regno
unito – Paesi Bassi, 2005
REGIA: Astrid Bussink
SCENEGGIATURA: Astrid Bussink
DURATA: 34 minuti
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Per diversi decenni, all’inizio del novecento, si susseguirono morti
misteriose, tra gli abitanti di un paesino della campagna ungherese.
Soltanto nel 1929 si venne a sapere che a Nagyrev circa 140 uomini erano
stati avvelenati, con l’arsenico nel caffè, dalle loro mogli. Quale
ricordo è rimasto oggi, in quella cittadina, di tali eventi?
Arsenico
e vecchi merletti
La film-maker olandese Astrid Bussink torna sulla scena del delitto, a
distanza di parecchi decenni da quando una cinquantina di donne, nel
paesino ungherese di Nagyrev, vennero accusate di aver fatto fuori con
l’arsenico un lista ancora più lunga di uomini, in primo luogo i
mariti. Sei di queste donne, nel ’29, vennero condannate a morte,
altre tre si suicidarono. Accostandosi con un certo tatto a questa
storia, decisamente a tinte fosche, la regista ha impostato la sua
ricerca in modo piuttosto brillante, riuscendo a svilupparla su piani
differenti: da un lato c’è il ricordo di quei fatti lontani, ancora
presenti nel paese ma con pochissimi testimoni diretti ancora in vita.
Ed anche questi, ora, sembrano pensare ad altro, con la noia che incombe
da sempre in una piccola realtà apparentemente tagliata fuori da tutto.
Dal disagio di oggi, avvertito anche da quei giovani che poco o nulla
sanno degli avvelenamenti di primo novecento, al disagio di ieri. Ed è
su quest’altro piano, quello della ricostruzione di un determinato
quadro sociale, che il lavoro della Bussink si rivela particolarmente
approfondito e sagace, portando alla luce microstorie di un mondo
scomparso. Un mondo agricolo dove la tradizionale sottomissione della
donna al volere maschile, non sempre accettata, produsse in quel
particolare contesto una reazione estrema. E accadde così che in alcune
tazzine, insieme al caffè, cominciarono a scivolare gocce di arsenico.
Voto: 7 |
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Georgi i
peperudite (Georgi e le farfalle)
di Andrej Paounov
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PAESE: Bulgaria, 2004
REGIA: Andrej Paounov
SCENEGGIATURA: Andrei Paounov
DURATA: 60 minuti |
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Colpito dalla tragica situazione che tutte le strutture ospedaliere
attraversano attualmente nel suo paese, la Bulgaria, l’immaginifico
direttore di un istituto psichiatrico, tale Georgi Borissov Lulchev, ha
cominciato ad affidarsi nel corso degli anni a soluzioni sempre più
avventurose e improbabili per fa quadrare i conti. La domanda sorge
spontanea: chi è più folle, i pazienti, il dottore o… l’economia?
The
Genius
Perché “Georgi e le farfalle”? Incredibile
dictu, ma tra le svariate attività commerciali a cui Georgi
Borissov Lulchev, eccentrico direttore di un istituto psichiatrico in
Bulgaria, sì è dedicato per sostenere la difficile gestione di una
delle tante strutture progressivamente abbandonate dallo stato, c’è
anche l’allevamento dei bachi da seta. Per non parlare di quello degli
struzzi, o delle lumache, o del tentativo di trasformare parte della
residenza in attrazione turistica. Fino all’ultima speranza, riposta
addirittura nei biglietti della lotteria! Il lodevole spirito
filantropico del protagonista di Georgi i peperudite, associato
ad una “naiveté” incantevole e dagli esiti imprevedibili, pare
divertirsi a trasformare la vecchissima arte di arrangiarsi in progetti
economici sempre più avventati, per non dire visionari. Davvero tante
le stramberie, romanticamente architettate allo scopo di tenere in piedi
un istituto dove pazienti, dottori e infermieri ormai da tempo vivono
insieme come una grande famiglia, accomunati dal più che legittimo
desiderio di non fare bancarotta.
Lo sguardo del regista bulgaro Andrej Paounov si posa su questa piccola,
singolare realtà, con aria divertita e ovviamente un po’ preoccupata.
Il documentario ha giusto il demerito di farsi trascinare un po’
troppo dalla personalità esuberante del protagonista, pittoresco ma a
modo suo anche geniale, rinunciando in parte a contestualizzazioni più
ampie e approfondite. La visione quasi contemporanea di un altro film
bulgaro inserito però nel Concorso Lungometraggi, Leidi Zi, che
dal punto di vista della fiction si confronta trasversalmente con la
complessa situazione degli orfanotrofi, getta comunque un’ombra
sinistra sullo stato di salute delle varie istituzioni pubbliche nella
piccola nazione balcanica.
Voto: 6,5 |
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La maison
haute (La casa alta)
di Pavel Lungin
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PAESE: Francia- Regno Unito, 2004
REGIA: Pavel Lungin
BASATO SUL LIBRO OMONIMO DI: Anne Nivat
DURATA: 86 minuti |
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I cambiamenti avvenuti in Russia nel periodo dal dopoguerra ad oggi,
visti attraverso un filtro particolare: la storia quanto mai emblematica
di uno dei più famosi grattacieli di Mosca, conosciuto come “la casa
alta”, e dei suoi abitanti.
La
casa Russia
Toc toc! Pavel Lungin, regista che fino ad ora
avevamo apprezzato soprattutto per la carica dirompente dei
lungometraggi di fiction, in questo documentario è andato a bussare
alle porte dei moscoviti, o per meglio dire di una sottospecie
particolare di moscoviti: gli abitanti della cosiddetta
“casa alta”. “La casa alta” è uno degli enormi
grattacieli fatti costruire a Mosca da Stalin negli anni successivi alla
Seconda Guerra Mondiale, più in particolare quello che venne completato
solo pochi mesi prima che “baffone” tirasse le cuoia, nel 1953. E
sono tanti gli aneddoti semi-leggendari che circolano ancora oggi sul
gigantesco palazzo, costruito grazie al lavoro coatto dei prigionieri di
guerra e di quelli provenienti dai famigerati Gulag. Si dice ad esempio
che il detenuto al quale fosse spettato l’onore e soprattutto
l’onere di completare l’opera, fissando la stella rossa sulla cima
dell’edificio, avrebbe ottenuto la grazia. Secondo alcuni, che
ricordano ancora quegli anni, andò esattamente così… Ma la cosa
realmente importante da sottolineare è il significato sociale assunto
prestissimo dal grattacielo, nel quale andarono ad abitare i pezzi
grossi della nomenklatura sovietica, in primo luogo i militari, gli
uomini di partito e i vertici del KGB, poi anche gli scienziati, gli
artisti e altre personalità di primo piano. Nel corso del tempo la
composizione di questo singolare condominio è mutata più volte, e a
partire dal crollo dell’Unione Sovietica sempre più spazio è stato
occupato dai “nuovi ricchi”, imprenditori arricchitisi con affari più
o meno leciti in cerca di un appartamento degno del loro status, anche
sotto il profilo simbolico.
Pavel Lungin, che ormai a livello produttivo sa districarsi molto bene
tra Francia, Inghilterra e Russia, ha dimostrato con l’accortezza e
l’intelligenza che da sempre gli competono di avere ben chiaro il
valore del luogo, esplorato in lungo e in largo alla ricerca di quelle
testimonianze che ne potessero chiarire l’importanza anche presso il
pubblico occidentale, a cui il documentario sembra rivolgersi con
maggiore insistenza. Fortunatamente la lezione di storia del regista
russo non è mai noiosa. La ricognizione di ambienti provvisti di un
fascino sui generis, volendo anche un po’ sinistro, si associa a
interviste e contatti umani di vario tipo, da cui esce uno spaccato
multiforme della nazione russa e dei suoi trascorsi sovietici. Con una
sensibilità al solito molto acuta, specialmente nei confronti delle
trasformazioni sociali in atto nella Russia moderna, Pavel Lungin riesce
a comunicare qualcosa di più dell’anima di un luogo, rendendo la
visita non solo istruttiva, ma anche divertente e movimentata.
Voto: 7,5 |
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Unter uns
ist Japan (Là sotto sta il Giappone)
di Heiko Aufdermauer
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PAESE: Germania, 2004
REGIA: Heiko Afdermauer
CON: Martin Lehnigk, Max Fielo.
DURATA: 13 minuti |
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Le peregrinazioni in un villaggio semi-abbandonato della Germania
Orientale di Martin e Max, due ragazzini le cui fantasie si mescolano
con l’impatto di uno scenario desolato, che però ai loro occhi
conserva un fascino tutto particolare.
DDR
in saldo
Per quanto la breve durata del film giustifichi in
parte l’impressione di incompiutezza trasmessa da Unter uns ist
Japan, e nonostante si intuisca che quel girare a vuoto dei
protagonisti sia volutamente cercato dalla cinepresa di Heiko
Aufdermauer, troppo forte è il sospetto che simili location potessero
essere sfruttate decisamente meglio. Invece è uno sguardo distratto,
all’apparenza poco complice, quello che si posa sulle rovine di un
paesaggio industriale della vecchia DDR, per il quale valeva forse la
pena di costruire una riflessione cinematografica più approfondita, da
rapportare all’insolito magnetismo sprigionato dai luoghi.
Voto: 5,5 |
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Oyun (La
rappresentazione teatrale)
di Pelin Esmer
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PAESE: Austria - Germania, 2004
REGIA: Pelin Esmer
SCENEGGIATURA, FOTOGRAFIA, MONTAGGIO: Pelin Esmer
CON: Behiye Yanik, Cennet Gunes, Fatma Fatih,
Fatma Kahraman
DURATA: 70 minuti
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Aiutate nella stesura del testo dal preside di una scuola locale, nove
donne di un paesino della Turchia meridionale decidono di mettere in
scena le loro vite, alternando i lavori nei campi e le faccende
domestiche alle prove di una rappresentazione teatrale, che per le
protagoniste di questo vivace documentario assume un’importanza sempre
maggiore.
Il
grido di protesta delle donne
Volevo girare un documentario con i toni della
fiction e non il contrario, cioè una fiction che sembrasse un
documentario. Non volevo cercare a tutti i costi di essere invisibile,
quanto di integrarmi nelle loro vite, entrando davvero nel villaggio, in
quel momento e fra le persone reali che stavano vivendo
quell’esperienza.
Pelin Esmer
Il testo elaborato dalle nove aspiranti
attrici di Arslankoy, in collaborazione con il preside della scuola, si
intitola proprio così: “Il grido di protesta delle donne!” Da
questo già si deduce quanto il radicale mutamento di vita, attuato
tramite il teatro, sottenda un desiderio a lungo represso di ribaltare i
ruoli prestabiliti, di rimettersi in gioco. Quella grande energia, che
le protagoniste della suddetta rappresentazione teatrale sono in grado
di sprigionare, emerge bene dal documentario di Pelin Esmer. Vi è qui
la giusta attenzione per ogni singola storia, per le relazioni profonde
che si stabiliscono tra la carica emotiva rivelata sul palcoscenico e il
vissuto personale di ognuna. Passare in rassegna le motivazioni di
queste donne, osservarle nella quotidianità del lavoro come anche nei
rapporti familiari impronti ai valori di una società marcatamente
tradizionalista, ha buon gioco nell’introdurre e commentare gli spazi
di libertà che l’esibirsi con un testo del genere, senza dubbio
esemplificativo di un modo altro di guardare alla realtà, regala loro.
Voto: 7 |
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Johanna
di Kornél Mundruczó
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PAESE: Ungheria, 2005
REGIA: Kornél Mundruczó
SCENEGGIATURA: Kornél Mundruczó, Viktória Petrányi,
Yvette Biro
LIBRETTO: János Térey
MUSICA: Zsófia Tallér
CON: Orsolya Tóth, László Boldog, Hermina Fátyol,
István Gantner, József Hormai
DURATA: 83 minuti |
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La vicenda di Giovanna d’Arco riproposta in chiave ospedaliera, come
opera lirica moderna che trova nella novella Johanna un’eroina sui
generis, con un passato da tossica e un presente di infermiera
contestato dai benpensanti. Tra le corsie di una clinica che i baroni
della medicina vorrebbero riportare all’ordine, si prepara forse un
nuovo rogo…
Giovanna
d'Arco brucia in corsia
Presentato
ad Alpe Adria come evento inaugurale della sezione “Immagini”, Johanna
è un concentrato di visionarietà e anti-conformismo che
difficilmente poteva passare inosservato. E infatti così non è stato:
dopo essere passato a Cannes l’anno prima, nella sezione “Un Certain
Regard”, dopo aver raccolto in Ungheria diversi premi e il plauso di
gran parte della critica, anche a Trieste la sconcertante pellicola di
Kornél Mundruczó si è fatta notare, trascinando il pubblico in
un’atmosfera melodrammatica dalle coordinate decisamente stranianti.
Già, perché Johanna è un film concepito come opera lirica
contemporanea, la cui vicenda straziante si imbeve di coloriture acide,
di immagini sgranate, che hanno per oggetto le corsie di un fatiscente
ospedale, spesso percorse da interminabili carrelli e avvolgenti piani
sequenza. Verrebbe quasi da pensare a The Kingdom di Von Trier,
ma il giovanissimo Kornél Mundruczó è un talento che cerca sempre e
comunque un sentiero personale, da riempire con ritratti lividi e
sofferti di personaggi che vivono ai margini della società. In questo
lo ha assistito, nella circostanza, il volto intenso, seducente, di
Orsolya Tóth, novella Giovanna d’Arco. La sua Johanna è una ragazza
dal vissuto problematico che quasi per caso finisce, dopo la
tossicodipendenza, nell’ospedale dove un giovane medico si innamora di
lei e le offre un lavoro da infermiera. Ma Johanna concepisce il suo
ruolo differentemente dal senso comune, offre con generosità il suo
corpo alle più sofferenti tra le persone ricoverate in clinica, mentre
il sentimento del medico è di natura prettamente possessiva. La gelosia
lo porta quindi a schierarsi con quel personale medico che vorrebbe
sbarazzarsi di lei e dei suoi metodi poco ortodossi. Si crea quindi una
dicotomia, che i momenti di musical accentuano drammaticamente: da una
parte i potenti dell’istituzione ospedaliera con le loro oscure trame,
dall’altra i pazienti che insorgono sostenendo Johanna e la sua
generosità fuori dal comune, o la sua provocante innocenza, per dirla
in altro modo. Sicuramente per lei si sta preparando un rogo, quale
forma assumerà nella nostra “civilissima” era?
Il regista ungherese si dimostra perciò abile a infarcire la pellicola
di provocazioni formali e tematiche borderline, il tempo probabilmente
ci dirà fino a che punto la sua poetica sia sincera. Intanto, quasi a
certificare la validità del suo operato, si può rilevare che il film
è stato prodotto dal grande Bela Tarr, nato venti anni prima
dell’emergente Kornél Mundruczó, classe ’75 e tanti progetti
cinematografici già all’attivo. Senza esagerare, ma a livello
generazionale non è poi così azzardato intravedere nella realizzazione
di Johanna un simbolico passaggio del testimone, all’insegna di
quella sperimentazione linguistica che il cinema ungherese continua
stoicamente a proporre.
Voto: 7,5 |
|
A
Temetetlen halott (Imre Nagy - L'uomo senza sepoltura)
di Márta Mészáros
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PAESE: Ungheria,
2004
REGIA: Márta Mészáros
SCENEGGIATURA: Márta Mészáros
CON: Ian Nowicki, György Cserrhalmi, Marianna Moor.
DURATA: 127 minuti |
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I moti ungheresi del 1956 e la dura repressione sovietica, osservati dal
punto di vista di Imre Nagy, lo statista ungherese di cui vengono qui
raccontati i lunghi mesi di prigionia e la tragica morte. L’obiettivo
è costantemente puntato sulla coerenza dell’uomo, che nonostante le
intimidazioni rimase fedele ai suoi ideali politici fino alla condanna,
formalizzata nel corso di un processo farsa.
I
fantasmi del '56
Sono trascorsi ormai cinquant’anni dagli
eventi, e le discussioni storico-politiche intorno alla rivolta
ungherese del 1956 continuano a tenere banco, come dimostra il peso che
la ricorrenza ha assunto in primo luogo nella nazione magiara, ma anche
in altre parti d’Europa. Il cinema stesso ha offerto il suo contributo
al dibattito. Tra gli eventi più attesi spicca il film realizzato nel
2004 da Márta Mészáros,
personalità di punta del cinema ungherese;
A Temetetlen halott è stato mostrato
anche da noi, prima in occasione di Alpe Adria, e successivamente al
Saturno Film Festival, destando in entrambi i casi un discreto
interesse.
A livello di sensibilità personale, la scelta di impostare il ricordo
del ’56 ungherese sulle sue tragiche conseguenze, focalizzando
l’attenzione sull’amaro epilogo cui andò incontro, coerentemente
agli ideali che l’avevano portato a sfidare il volere di Mosca, il
primo ministro Imre Nagy, ci ha lasciato qualche perplessità. Un po’
perché le dinamiche profonde di una rivolta che coinvolse ampi strati
della popolazione, con in testa operai e studenti, vengono toccate
troppo marginalmente. Ma anche perché la Mészáros, in quella ricerca
di senso che trae spunto da una figura di grande spessore e dignità
come lo statista ungherese, non sembra ottenere gli stessi risultati
della precedente biografia cinematografica da lei dedicata a Edith Stein:
ovvero un’altra eccezionale figura del novecento, cui si fa
riferimento nell’intensissimo La settima stanza. Se non si
arriva a tale profondità, è forse per via di una produzione concepita
in direzione di quei tratti esteriori, che in A
Temetetlen halott possono
assumere contorni fastidiosi, a partire dagli effetti digitali
utilizzati per ricreare una Budapest invasa dai carri sovietici; segni
di un’ipertrofia produttiva, che per certi versi dà l’impressione
di condizionare la regista nel suo approccio al soggetto, un approccio
apparentemente molto sentito, spinto però in taluni frangenti verso una
retorica fioca e stantia; nulla di paragonabile, volendo restare in
territori tematicamente affini, a quello che seppe esprimere Costa
Gavras attraverso La confessione. Difatti, quando si comincia a
parlare della detenzione di Nagy e dei suoi collaboratori, delle
vessazioni fisiche e psicologiche, delle pressioni politiche, del
processo farsa, A Temetetlen
halott finisce per incanalarsi in un sentiero ovvio, prestabilito,
con l’attesa del martirio, il crollo delle ultime speranze e il
confluire di altre istanze apologetiche sul capo del disilluso ma ancora
combattivo protagonista, interpretato peraltro da un ottimo Jan Nowicki.
L’attore polacco, quasi una presenza fissa nei film della Mészáros,
conferma intanto la sua bravura e riesce in parte a rivitalizzare
un’opera imbalsamata, che sa tanto di atto dovuto.
Voto: 5,5 |
Festival
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