a cura di
Stefano Coccia

 

INTRODUZIONE: Sguardi sull'Est

CONCORSO LUNGOMETRAGGI

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A fény ösvényei (I percorsi della luce) di Attila Mispál

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Kukumi di Isa Qosja

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Leidi Zi (La signora Zi) di Georgi Djulgerov

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Moartea domnului Lāzārescu (La morte del signor Lazarescu) di Cristi Puiu

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Schläfer (Il Dormiente) di Benjamin Heisenberg

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Lost and Found - Six Glances at a Generation (Persi e ritrovati. Sei sguardi su una generazione) di Autori Vari
CONCORSO DOCUMENTARI

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The Angelmakers (Creatrici di angeli) di Astrid Bussink

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Georgi i peperudite (Georgi e le farfalle) di Andrej Paounov

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La maison haute (La casa alta) di Pavel Lungin

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Unter uns ist Japan (Là sotto sta il Giappone) di Heiko Aufdermauer

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Oyun (La rappresentazione teatrale) di Pelin Esmer
IMMAGINI

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Johanna di Kornél Mundruczó
EVENTI SPECIALI

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A Temetetlen halott (Imre Nagy - L'uomo senza sepoltura) di Márta Mészáros

 

Sguardi sull’Est

Fare un bilancio critico del diciassettesimo Trieste Film Festival, la manifestazione organizzata come ogni anno nel capoluogo giuliano, significa anche fare i conti con una piacevole anomalia. L’evento promosso da Alpe Adria Cinema coincide infatti con una delle rare occasioni in cui diventa possibile confrontarsi sistematicamente con quelle cinematografie che, almeno qui in Italia, rimangono poco note, anche per il crescente disinteresse di una distribuzione orientata a rischiare il minimo possibile, sul fronte del cinema europeo. E qui si parla più specificamente di scuole importanti come quella russa, quella polacca, quella ungherese, quella rumena, o altre ancora riconducibili indicativamente all’area geografica dell’Europa centro/orientale, i cui prodotti sono diventati nel corso degli anni sempre più invisibili nelle nostre sale. In compenso, la qualità di una parte consistente dei film realizzati di recente in tali paesi (valga su tutti l’esempio dell’Ungheria) dà ulteriore valore al ruolo di ponte naturale del festival organizzato a Trieste, votato costituzionalmente a riempire un tale vuoto culturale.
L’edizione svoltasi nel gennaio 2006 non è stata certo da meno, anzi, sia sotto il profilo delle opere selezionate nei vari concorsi (lungometraggi, documentari, cortometraggi) che guardando alle altre sezioni e agli eventi collaterali, si sono registrate un’abbondanza e una qualità media degne di grande considerazione. Anche in virtù di questo, addentriamoci subito nello specifico delle singole sezioni e degli eventi che meglio hanno caratterizzato l’ormai tradizionale appuntamento triestino.

Film in concorso

La nostra attenzione si è focalizzata tanto sul Concorso Lungometraggi che sugli altri concorsi dedicati a corti e documentari, uno sforzo premiato da visioni spesso assai stimolanti, con un numero tutto sommato modesto di note stonate da porre sull’altro piatto della bilancia. Pescando a titolo puramente esemplificativo tra quelle che a nostro avviso sono parse le stonature, si è fatto pesantemente notare Schläfer, lungometraggio oltremodo statico e inconcludente del tedesco Benjiamin Heisenberg, mentre ha in parte deluso l’ungherese Attila Mispàl, autore di una pellicola enigmatica come A fény ösvényei (I percorsi della luce), brillante sul piano della ricerca formale ma eccessivamente criptica e oscura quanto a struttura narrativa. Peccato per questo mezzo passo falso, visto che in compenso dall’Ungheria continuano ad arrivare cose egregie, a testimonianza del periodo di grande fermento che tale cinematografia sta attraversando, con alcuni nomi illustri (qui era presente la Mészáros, fuori concorso) che continuano a sfornare opere di un certo impatto, ed una miriade di esordi quasi sempre interessanti. Tra i casi che testimoniano la vitalità del cinema ungherese possiamo anche citare un cortometraggio, Before Dawn di Bálint Kenyeres, meritatamente segnalato dalla giuria ”per la rigorosa costruzione di un piano sequenza che in pochi minuti è capace di creare un’atmosfera”. Abbandonando per un attimo l’ottica del concorso, almeno due parole vanno spese per il talento giovane ma già piuttosto affermato di Kornél Mundruczó, che con Johanna ha regalato un’esperienza visiva sconcertante ed emotivamente intensa. Il film, concepito come moderna opera lirica ispirata alla figura di Giovanna d’Arco e ambientata tra le corsie di un fatiscente ospedale, ha trovato per il suo stesso tono sperimentale e provocatorio una giusta collocazione nella sezione “Immagini”.
Tornando al Concorso lungometraggi, più che meritato è parso il premio come miglior film per
Moartea domnului Lāzārescu (La morte del signor Lazarescu), del rumeno Cristi Puiu, coadiuvato come sempre in fase di sceneggiatura dal sodale Rāzvan Rādulescu. I due, che quasi sempre lavorano insieme, con un registro farsesco ma al tempo stesso tragico hanno sfornato un altro di quei ritratti lividi, angoscianti, attraverso i quali maestri del cinema rumeno come Lucian Pintilie e Mircea Danelic, o figure emergenti come Corneliu Porumboiu, sono soliti radiografare gli stati d’animo del proprio paese. Scendendo più a sud, si può senz’altro dire che tra le rivelazioni di quest’annata vi sia da annoverare la Bulgaria, ancora poco esplorata a livello cinematografico dalle nostre parti. Molto trascinante si è rivelato, ad esempio, il film di Georgi Djulgerov inserito nel Concorso Lungometraggi, Leidi Zi, con protagonista un’eroina sui generis, le cui peripezie hanno saputo coinvolgere il pubblico dall’inizio alla fine; e come rincorrendo tra la fiction e il documentario lo sfascio delle istituzioni, dall’orfanotrofio di Leidi Zi si può tranquillamente staccare sull’improbabile ma fantasiosa gestione dell’istituto di igiene mentale, il cui direttore è la figura cardine dell’estroso documentario diretto da Andrej Paounov: Georgi i peperudite (Georgi e le farfalle). Il film è stato anche premiato dal pubblico nella sezione riservata ai documentari, mentre lo stesso Leidi Zi ha ricevuto il premio CEI “per aver rappresentato la realtà contemporanea in Bulgaria, in maniera realistica ma al tempo stesso poetica”.
Restando in tema documentari, il livello è parso mediamente buono, anche se forse non ai livelli degli anni passati. Assolutamente di rilievo, per concludere, è parsa la partecipazione del documentario di Pavel Lungin, La maison haute. Il regista russo, molto apprezzato in passato per la carica esplosiva dei suoi lungometraggi di fiction (Taxi Blues e Luna Park su tutti), si è qui appoggiato ad una co-produzione franco-britannica per raccontare il volto di un paese in rapida trasformazione, attraverso le micro-storie degli abitanti di uno storico grattacielo edificato a Mosca durante il periodo stalinista.

 

 

CONCORSO LUNGOMETRAGGI

A fény ösvényei (I percorsi della luce)
di Attila Mispál

 

PAESE: Ungheria, 2005

REGIA: Attila Mispál

SCENEGGIATURA: Sándor Tar, Attila Mispál,

CON: Anna Mária Cseh, György Cserhalmi, Sándor Csányi

DURATA: 89 minuti

 

L’esistenza di Csilla, una modella di successo rimasta sfigurata in seguito ad un misterioso incidente, scorre parallelamente alle vicende di un altro reietto, almeno fino a quando le rispettive vite, che fino ad allora si sono appena sfiorate, convergono inaspettatamente.

Confusa e (in)felice

La complessa costruzione temporale del film di Attila Mispàl non è certo di aiuto, si rischia anzi di rimanervi impantanati. E per quanto una notevole eleganza formale faccia posare volentieri lo sguardo sulle singole inquadrature, riuscendo anche in certi frangenti a stimolare sentimenti di empatia per i personaggi, le sofferenze dei due protagonisti continuano a filtrare attraverso quadri eccessivamente staccati tra loro; situazioni, queste, di cui risulta spesso arduo rintracciare la consequenzialità logica. Insomma, nonostante Mispàl, già autore di apprezzati cortometraggi e assistente alla regia della brava Ildikó Enyedi, dimostri al primo lungometraggio (premiato peraltro come miglior opera prima all’ultima edizione della Settimana del Cinema Ungherese di Budapest) di poter sviluppare una interessante ricerca stilistica, c’è qualcosa che non funziona sul piano strettamente narrativo. E così A fény ösvényei finisce per comunicare un certo disagio, lasciando al contempo impressioni confuse, distorte. L’atmosfera acquista di tanto in tanto un diverso spessore, grazie anche alla bravura degli attori. Oltre alla fascinosa Anna Mária Cseh, che ha realmente trascorsi da top-model e può infatti vantare gambe da capogiro, si impongono all’attenzione György Cserhalmi e Sándor Csányi, due tra i volti più intensi e gettonati, nel panorama attuale del cinema ungherese. Il giovane Sándor Csányi, tanto per dirne una, ha qui un ruolo minore ma qualche tempo prima era stato protagonista dell’ottimo Kontroll, per la regia di Nimród Antal.

Voto: 5

 

Kukumi
di Isa Qosja

 

PAESE: Kosovo, 2005

REGIA: Isa Qosja

SCENEGGIATURA: Isa Qosja, Mehmet Kraja

CON: Luan Jaha, Anisa Ismaili, Donat Qosja

DURATA: 107 minuti

 

In Kosovo, al cessare delle ostilità, i serbi che compongono lo staff medico di una clinica psichiatrica si danno rapidamente alla fuga, lasciando liberi i pazienti di organizzarsi da soli. Tre di questi malati di mente, due uomini e una donna, si avventurano per un lungo viaggio…

Elogio della follia

Inutile nasconderlo, c’era una curiosità particolare per questo film finanziato dal Ministero della Cultura kosovaro, ed espressione quindi di una nazione in fieri, dal passato recente particolarmente travagliato. A conti fatti Kukumi ha lasciato un segno non superficiale, anche sotto il profilo emotivo.
Il regista Isa Qoja, perfettamente a suo agio nell’aggiungere un tocco straniante ai desolati paesaggi post-bellici, si è mosso da un paradossale accostamento tra guerra e follia che può vantare precedenti illustri, da Il grande uno rosso di Samuel Fuller a La casa dei matti di Andrei Konchalovsky. Pur partendo da simili presupposti, Qoja si è dimostrato capace di spostare l’asse del discorso verso una visione personale, anche piuttosto sentita, di una società ancora adesso lacerata, conflittuale, dove l’amarezza e il rifiuto continuano ad essere il pane quotidiano. Presa, quindi, come assunto di base una concezione metaforica del disturbo mentale, il regista kosovaro ha immerso i personaggi esuli dall’istituto psichiatrico in un paesaggio mutevole, dalle velate aspirazioni metafisiche. Quasi un western in salsa balcanica, dove il peregrinare dei protagonisti si appropria di spazi dilatati ed è spesso ripreso in campo lungo, ad enfatizzare le distanze. Isolamento fisico e solitudini interiori. A questo stato di cose sembra ribellarsi l’ispirato e profetico vaneggiare di Kukumi, quasi lo sciamano della compagnia, che con Hasan e la graziosa Mara va a completare un singolare terzetto di viandanti. Una specie di grottesco triangolo amoroso regola l’accidentato tragitto dei tre malati di mente, fino all’approdo in quel villaggio povero e semi-abbandonato dove altri strani incontri si sovrappongono al fluire dei ricordi. Lì è decisamente surreale, in un contesto da luogo “fuori dal mondo e fuori dal tempo”, la presenza di un ambulante che vende occhiali da sole alla moda, registrando un incredibile volume di affari tra i paesani inizialmente scettici! Altre situazioni si risolvono in modo ugualmente beffardo; sono cenni di crudele ironia, che saltuariamente si affacciano in una narrazione scarna, forse anche troppo, che riesce però a regalare passioni anomale e autentiche gemme di inquietudine.

Voto: 6,5

 

Leidi Zi (La signora Zi)
di Georgi Djulgerov

 

PAESE: Bulgaria, 2005

REGIA: Georgi Djulgerov

SCENEGGIATURA: Georgi Djulgerov, Marin Damyanov

CON: Anelia Garbova, Ivan Barnev, Pavel Paskalev.

DURATA: 96 minuti

 

Zlatina, la “Lady Zee” del titolo, è una ragazza difficile cresciuta in orfanotrofio. La sua grande passione è il tiro a segno. Dal luna park al poligono la strada si accorcia, allorché un campioncino come Nayden si accorge del suo talento. L’incontro con Nayden, cresciuto nello stesso orfanotrofio, scuote la ragazza, creando anche i presupposti di un rapporto sentimentale squilibrato e pieno di contraddizioni. Già, perché anche la strada dal poligono di tiro al crimine si rivelerà più corta del previsto…

Un’orfanella con le palle!

Dolcezza e cinismo, disperato bisogno di affetto e puro istinto di sopravvivenza, tutto mescolato insieme nella personalità non facilmente addomesticabile di “Lady Zee”, ovvero Zlatina. Appena dodici anni, e già la vediamo sparare al luna park da autentica cecchina. Questo talento le sarà utile in seguito a mollare l’orfanotrofio, seguendo così le orme di Nayden, giovane campione di tiro che anni prima se ne andò da quello stesso orfanotrofio; un posto da cui la ragazza, però, si separa lasciandosi alle spalle il fedele amico d’infanzia Lechko, che farà di tutto per restarle accanto; questo, mentre lei se ne va incontro a un futuro pieno di incognite, movimentato come il suo rapporto con Nayden…
Quasi una Lady Vendetta animata da fatalismo balcanico, l’eroina borderline del film di Geori Djulgerov ha conquistato immediatamente il pubblico di Alpe Adria, segnalando il film bulgaro tra le rivelazioni del festival. Folgorante è stata anche l’apparizione di Anelia Garbova, ragazza grintosa che con piglio quasi marziale, non privo però di grazia femminile, interpreta Zlatina; lei, la Garbova, è tra i tanti attori non professionisti che Georgi Djulgerov ha chiamato ad interpretare il suo Leidi Zi, privilegiando proprio quei giovani che hanno trascorso anni in orfanotrofio. Si ha perciò l’impressione che il regista abbia rielaborato con grande sensibilità il loro vissuto, trasfigurandolo in una specie di parabola cinica, ancorata alla realtà, ma non immune da fughe verso territori altri dell’immaginario. Tutto ciò confluisce nella visione del mondo di Zlatina, avversa per principio ai buoni sentimenti. Di certo la ragazza si sente più vicina agli animali, al loro agire diretto, istintivo, che agli ipocriti sentimentalismi esibiti dai personaggi delle soap opera. Eppure, quella stessa amoralità, sbandierata più volte di fronte a scelte di vita difficili, si manifesta in lei prima di tutto come strategia difensiva; dando, così, nerbo e sincerità a un plot estremamente coinvolgente, leggibile anche come fiaba dark animata da una vena corrosiva e da amare riflessioni, che comunque sanno prefigurare, al momento opportuno, una possibile riscossa della coriacea protagonista.

Voto: 7

 

Moartea domnului Lāzārescu (La morte del signor Lazarescu)
di Cristi Puiu

 

PAESE: Romania, 2005

REGIA: Cristi Puiu

SCENEGGIATURA: Cristi Puiu, Rāzvan Rādulescu

CON: Ion Fiscuteanu, Luminita Gheorghiu, Gabriel Spahiu.

DURATA: 153 minuti

 

Il signor Lazarescu, 63 anni sul groppone, vive solo con i suoi gatti. Spesso gli fa compagnia la bottiglia. Il suo stato di salute è comunque precario, così la sera in cui accusa un malore improvviso gli viene rimproverato proprio questo, di aver bevuto. Guardato con sufficienza mista a disgusto tanto dai vicini di casa accorsi nel suo appartamento, che dal personale dell’ambulanza giunta a prelevarlo, non riuscirà a farsi ascoltare nemmeno dai medici del pronto soccorso, distratti da altre emergenze. Inizia così per il signor Lazarescu un allucinante ed assurdo calvario, che lo porterà di ospedale in ospedale, con la sola infermiera Mioara ad accompagnarlo ovunque e ad interessarsi seriamente di quanto gli sta accadendo. Tra i tempi della burocrazia ospedaliera e il cinismo di certi dottori, le condizioni del signor Lazarescu peggiorano di ora in ora…

Mala sanità in Kafka style

Non sorprende affatto che Moartea domnului Lāzārescu sia stato premiato come miglior lungometraggio tanto ad Alpe Adria che nella sezione “Un Certain Regard” del Festival di Cannes. Il film del rumeno Cristi Puiu, nonostante la durata di 153 possa obiettivamente mettere in allarme, possiede una drammaturgia compatta e incalzante, perfettamente in grado di aggredire un tema scomodo e i tanti risvolti di un assurdo, quotidiano squallore. Quella cui va incontro il signor Lazarescu (nei cui panni si impone, con impressionante fisicità, Ion Fiscuteanu) è infatti una tragicommedia dai contorni kafkiani, a margine della quale si afferma un panorama umano desolante, ritratto con quello spirito caustico che tante volte abbiamo elogiato nelle giovani leve del cinema rumeno. Medici, paramedici, vicini di casa, vengono qui a formare un bestiario molto credibile dove dominano ignoranza e insensibilità, indifferenza e cinismo, con l’aggravante di un moralismo protervo e superficiale: accade così che in ogni pronto soccorso dove l’anziano signor Lazarescu viene trasportato, perchè colpito di notte da improvviso malore, gli venga rinfacciato di essersi ridotto in quello stato per colpa dell’alcool e di aver bevuto la sera stessa, mentre di soccorrerlo non se ne parla nemmeno; o in ospedale mancano i posti, perché sfortuna vuole che un tragico incidente stradale sia accaduto poche ore prima, o si vede il personale medico trattare la questione con ostentato distacco e sbattersene altamente, con qualche rara eccezione. A restare vicina all’anziano sofferente c’è infatti un’infermiera, Mioara (una delle più brave ed esperte attrici rumene, Luminita Gheorghiu), la stessa che giungendo in ambulanza aveva prestato le prime cure al Signor Lazarescu; e nonostante tra i due, in un primo momento, si fossero manifestati attriti e scarsa simpatia, anche a causa dell’ostinazione di entrambi e della diffidenza reciproca, Mioara sarà praticamente l’unica a dimostrare una certa pietas nei confronti di Lazarescu, combattendo una battaglia solitaria contro la burocrazia ospedaliera. Interessante, a questo punto, annotare come Cristi Puiu abbia dichiarato di voler portare avanti attraverso questo film e i successivi una possibile risposta ai cosiddetti “Racconti morali” di Eric Rohmer, regista da lui molto amato. Il nodo centrali delle sei storie, ambientate alla periferia di Bucarest, sarà di volta in volta l’amore verso gli altri (traccia seguita, per l’appunto, in Moartea domnului Lāzārescu), l’amore tra uomo e donna, l’amore per i figli, l’amore per il successo, l’amore per gli amici, l’amore carnale.
Intanto, per quel che riguarda
Moartea domnului Lāzārescu
si può aggiungere questo, che nella descrizione estremamente realistica degli ambienti, nella verosimiglianza non accomodante dei dialoghi come anche nella scelta di ambientare il film in una unità di tempo ben definita (l’interminabile notte, tra ambulanze e ricoveri), vi è un riflesso di quella rigorosa ricerca formale e delle scelte contenutistiche dal gusto dichiaratamente polemico di cui Puiu ed altri cineasti rumeni, in questi anni, hanno saputo farsi carico.

Voto: 8

 

Schläfer (Il Dormiente)
di Benjamin Heisenberg

 

PAESE: Austria - Germania, 2004

REGIA: Benjamin Heisenberg

SCENEGGIATURA: Benjamin Heisenberg

CON: Bastian Trost, Mehdi Nebbou, Loretta Pflaum, Gundi Ellert, Wolfgang Pregler.

DURATA: 100 minuti

 

In un istituto di ricerche bavarese il rapporto tra colleghi continua a seguire una certa routine, sul posto di lavoro ed anche fuori, nonostante ad un giovane assistente, Johannes, sia stata fatta una singolare proposta, subito rifiutata; la richiesta consisteva nel seguire con particolare attenzione i movimenti del collega algerino Farid, sospettato di avere contatti col mondo del fondamentalismo islamico.

L’orizzonte senza eventi

Il titolo scelto dal tedesco Benjamin Heisenberg può avere molteplici valenze metaforiche. Può sì fare riferimento ad uno dei personaggi, ribattezzato “il dormiente” perché sospettato di avere contatti con una ipotetica cellula di terroristi islamici. Può sì alludere a una condizione esistenziale diffusa, per cui molte vite nell’opulenta società occidentale sembrano avvolte da una condizione letargica. Ma a nostro avviso può persino essere riferito ad un altro genere di catalessi, quella cui va incontro quasi inevitabilmente lo spettatore! Così, al termine dei 100 minuti di Schläfer troppo forte è la tentazione di placcare il vicino “dormiente”, o sonnambulo, fino all’uscita del cinema per avere ragguagli sulla trama, e non necessariamente perché ci si è addormentati durante la proiezione. Pur restando svegli, la trama continua ad offrire un’impressione di staticità che la regia para-televisiva, l’impassibile inespressività degli interpreti, i continui campo e controcampo posti a sancire dialoghi di irritante banalità, portano presto a livello di saturazione. I rapporti che si intrecciano all’interno dell’istituto di ricerca, tra rivalità accademiche e simpatie personali di varia natura, può ricordare alla lontana il ritmo piano e il senso di attesa del film di Daniele Vicari, L’orizzonte degli eventi. Ma ogni cenno di critica sociale, ogni lampo di crisi esistenziale nel film di Heisenberg è destinato a naufragare nel vuoto di uno stile piatto, impresso meccanicamente su una trama in cui la minaccia terroristica si affaccia, stancamente, verso la fine: quasi uno stentoreo deus ex machina, chiamato vanamente a sostanziare un’opera di clamorosa prolissità.

Voto: 4

 

Lost and Found - Six Glances at a Generation
(Persi e ritrovati. Sei sguardi su una generazione)

di Autori Vari

 

PAESE: Estonia, Bulgaria, Romania, Bosnia, Ungheria, Serbia & Montenegro - 2006

REGIA: Mait Laas, Nadejda Koseva, Cristian Mungiu, Jasmila Žbanić, Kornél Mundruczó, Stefan Arsenijević

DURATA: 99 minuti

 

Il tema del confronto generazione sviluppato attraverso sei cortometraggi, per la regia di alcuni tra i più promettenti cineasti dell’Europa Orientale, scelti per un particolare progetto cinematografico: i corti sono stati girati nei rispettivi paesi, mentre la post-produzione ha avuto luogo in Germania, dove i vari artisti coinvolti avevano avuto modo di incontrarsi, per stabilire le coordinate essenziali del loro lavoro.

Transeuropa Express, previste sei fermate!

Sei gemme sei! Nella storia non sempre esaltante dei film a episodi, questo assemblaggio di sei cortometraggi, che ben rappresentano la vitalità dei giovani autori dislocati nei paesi dell’Europa Orientale, appare fondamentalmente riuscito. Chi più chi meno, ogni film-maker coinvolto nell’impresa è stato in grado di dare il suo apporto ad una operazione interessante, focalizzata su una generazione che ha visto intorno a sé cambiamenti epocali. Per apprezzare meglio le varie sfaccettature offerte da Lost and Found, facciamo pure una rapida carrellata dei singoli cortometraggi.

Gene+Ratio - Si tratta del corto di animazione, realizzato dall’estone Mait Laas, che lega tra loro tutti gli altri episodi. Con l’elemento acquatico quale comune denominatore, una serie di scene a tema introduce la nascita di un bambino, il cui papà lavora alacremente in uno studio di architettura. Lo stile è fantasioso, non mancano poi spunti originali e divertenti.

The Ritual - La cerimonia cui allude il titolo è un matrimonio festeggiato… a distanza! La bulgara Nadejda Koseva ci racconta di una festa molto particolare, con lo sposo e la sposa che si fanno inspiegabilmente attendere. L’allegra tavolata in un paesino della Bulgaria, gli sposini che rispondono assonnati al telefono: tutto diventerà più chiaro quando sullo sfondo appaiono le cascate del Niagara… Ciò su cui si ironizza, delicatamente, è diretta conseguenza dell’emigrazione. Note malinconiche impreziosiscono così un plot semplice, ma spiritoso.

Turkey Girl - Protagonista una ragazza, campagnola graziosa e sprovveduta, che per la prima volta si trova a Bucarest in compagnia del suo migliore amico: un tacchino! Purtroppo gli è stato chiesto di sacrificarlo, perché il padre è convinto che il volatile, arrostito, sia un ottimo regalo per i medici che stanno curando la madre in ospedale. Peccato doppio, perché la ragazzotta è addirittura convinta di aver istruito il suo tacchino, rendendolo così capace di comunicare con gli altri. Quando tutto sembra perduto, un tocco di magia (e di sottile ironia, da parte del regista Cristian Mungiu) si fa largo tra i palazzoni squadrati e le piazze enormi della capitale rumena.

The Birthday - Ci si confronta, in parallelo, con le vite separate e le esigenze spesso simili di due bambine di etnia diversa, nate lo stesso giorno a Mostar, durante la guerra nei Balcani. Ora che la guerra è finita, le divisioni sembrano essere rimaste… Emerge già in questo corto, di taglio semi-documentaristico, la sensibilità della regista bosniaca Jasmila Žbanić, premiata poi a Berlino per Il segreto di Esma.

Shortlasting Silence - Kornél Mundruczó rappresenta una delle voci più significative e penetranti del cinema ungherese, qui a Trieste lo ha già dimostrato con lo splendido lungometraggio Johanna. Il suo contributo a Lost and Found finisce ugualmente per accumulare note disturbanti, rivelandosi forse il cortometraggio più cupo, disperato, dei sei proposti. Al centro vi è un oscuro dramma familiare, che sul capezzale della madre morta vede riunirsi due fratelli, lui specializzato nella prevenzione dei suicidi e lei visibilmente minata dalla depressione. Dal passato riaffiora presto un torbido legame…

Fabolous Vera - Esuberanza balcanica: il regista serbo Stefan Arsenijević ritaglia intorno ad una grandissima attrice come Milena Dravic (La quinta offensiva di Stipe Delic, W.R. - Misterije Organizza di Dusan Makavejev, La polveriera di Goran Paskaljevic) un apologo surreale, dal ritmo indiavolato. La protagonista è un’autista di tram che, stressata da mille problemi familiari, perde la testa e si impadronisce del mezzo che sta guidando. Il “dirottamento” del tram da parte di Vera è destinato ad una conclusione assai buffa… finale pirotecnico, di conseguenza, per il brillante Lost ans Found.

Voto: 7,5

 

 

CONCORSO DOCUMENTARI

The Angelmakers (Creatrici di angeli)
di Astrid Bussink

 

PAESE: Ungheria – Regno unito – Paesi Bassi, 2005
REGIA: Astrid Bussink
SCENEGGIATURA: Astrid Bussink
DURATA: 34 minuti
 

Per diversi decenni, all’inizio del novecento, si susseguirono morti misteriose, tra gli abitanti di un paesino della campagna ungherese. Soltanto nel 1929 si venne a sapere che a Nagyrev circa 140 uomini erano stati avvelenati, con l’arsenico nel caffè, dalle loro mogli. Quale ricordo è rimasto oggi, in quella cittadina, di tali eventi?

Arsenico e vecchi merletti

La film-maker olandese Astrid Bussink torna sulla scena del delitto, a distanza di parecchi decenni da quando una cinquantina di donne, nel paesino ungherese di Nagyrev, vennero accusate di aver fatto fuori con l’arsenico un lista ancora più lunga di uomini, in primo luogo i mariti. Sei di queste donne, nel ’29, vennero condannate a morte, altre tre si suicidarono. Accostandosi con un certo tatto a questa storia, decisamente a tinte fosche, la regista ha impostato la sua ricerca in modo piuttosto brillante, riuscendo a svilupparla su piani differenti: da un lato c’è il ricordo di quei fatti lontani, ancora presenti nel paese ma con pochissimi testimoni diretti ancora in vita. Ed anche questi, ora, sembrano pensare ad altro, con la noia che incombe da sempre in una piccola realtà apparentemente tagliata fuori da tutto. Dal disagio di oggi, avvertito anche da quei giovani che poco o nulla sanno degli avvelenamenti di primo novecento, al disagio di ieri. Ed è su quest’altro piano, quello della ricostruzione di un determinato quadro sociale, che il lavoro della Bussink si rivela particolarmente approfondito e sagace, portando alla luce microstorie di un mondo scomparso. Un mondo agricolo dove la tradizionale sottomissione della donna al volere maschile, non sempre accettata, produsse in quel particolare contesto una reazione estrema. E accadde così che in alcune tazzine, insieme al caffè, cominciarono a scivolare gocce di arsenico.

Voto: 7

 

Georgi i peperudite (Georgi e le farfalle)
di Andrej Paounov

 

PAESE: Bulgaria, 2004
REGIA: Andrej Paounov
SCENEGGIATURA: Andrei Paounov

DURATA: 60 minuti

 

Colpito dalla tragica situazione che tutte le strutture ospedaliere attraversano attualmente nel suo paese, la Bulgaria, l’immaginifico direttore di un istituto psichiatrico, tale Georgi Borissov Lulchev, ha cominciato ad affidarsi nel corso degli anni a soluzioni sempre più avventurose e improbabili per fa quadrare i conti. La domanda sorge spontanea: chi è più folle, i pazienti, il dottore o… l’economia?

The Genius

Perché “Georgi e le farfalle”? Incredibile dictu, ma tra le svariate attività commerciali a cui Georgi Borissov Lulchev, eccentrico direttore di un istituto psichiatrico in Bulgaria, sì è dedicato per sostenere la difficile gestione di una delle tante strutture progressivamente abbandonate dallo stato, c’è anche l’allevamento dei bachi da seta. Per non parlare di quello degli struzzi, o delle lumache, o del tentativo di trasformare parte della residenza in attrazione turistica. Fino all’ultima speranza, riposta addirittura nei biglietti della lotteria! Il lodevole spirito filantropico del protagonista di Georgi i peperudite, associato ad una “naiveté” incantevole e dagli esiti imprevedibili, pare divertirsi a trasformare la vecchissima arte di arrangiarsi in progetti economici sempre più avventati, per non dire visionari. Davvero tante le stramberie, romanticamente architettate allo scopo di tenere in piedi un istituto dove pazienti, dottori e infermieri ormai da tempo vivono insieme come una grande famiglia, accomunati dal più che legittimo desiderio di non fare bancarotta.
Lo sguardo del regista bulgaro Andrej Paounov si posa su questa piccola, singolare realtà, con aria divertita e ovviamente un po’ preoccupata. Il documentario ha giusto il demerito di farsi trascinare un po’ troppo dalla personalità esuberante del protagonista, pittoresco ma a modo suo anche geniale, rinunciando in parte a contestualizzazioni più ampie e approfondite. La visione quasi contemporanea di un altro film bulgaro inserito però nel Concorso Lungometraggi, Leidi Zi, che dal punto di vista della fiction si confronta trasversalmente con la complessa situazione degli orfanotrofi, getta comunque un’ombra sinistra sullo stato di salute delle varie istituzioni pubbliche nella piccola nazione balcanica.

Voto: 6,5

 

La maison haute (La casa alta)
di Pavel Lungin

 

PAESE: Francia- Regno Unito, 2004
REGIA: Pavel Lungin
BASATO SUL LIBRO OMONIMO DI: Anne Nivat

DURATA: 86 minuti

 

I cambiamenti avvenuti in Russia nel periodo dal dopoguerra ad oggi, visti attraverso un filtro particolare: la storia quanto mai emblematica di uno dei più famosi grattacieli di Mosca, conosciuto come “la casa alta”, e dei suoi abitanti.

La casa Russia

Toc toc! Pavel Lungin, regista che fino ad ora avevamo apprezzato soprattutto per la carica dirompente dei lungometraggi di fiction, in questo documentario è andato a bussare alle porte dei moscoviti, o per meglio dire di una sottospecie particolare di moscoviti: gli abitanti della cosiddetta  “casa alta”. “La casa alta” è uno degli enormi grattacieli fatti costruire a Mosca da Stalin negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, più in particolare quello che venne completato solo pochi mesi prima che “baffone” tirasse le cuoia, nel 1953. E sono tanti gli aneddoti semi-leggendari che circolano ancora oggi sul gigantesco palazzo, costruito grazie al lavoro coatto dei prigionieri di guerra e di quelli provenienti dai famigerati Gulag. Si dice ad esempio che il detenuto al quale fosse spettato l’onore e soprattutto l’onere di completare l’opera, fissando la stella rossa sulla cima dell’edificio, avrebbe ottenuto la grazia. Secondo alcuni, che ricordano ancora quegli anni, andò esattamente così… Ma la cosa realmente importante da sottolineare è il significato sociale assunto prestissimo dal grattacielo, nel quale andarono ad abitare i pezzi grossi della nomenklatura sovietica, in primo luogo i militari, gli uomini di partito e i vertici del KGB, poi anche gli scienziati, gli artisti e altre personalità di primo piano. Nel corso del tempo la composizione di questo singolare condominio è mutata più volte, e a partire dal crollo dell’Unione Sovietica sempre più spazio è stato occupato dai “nuovi ricchi”, imprenditori arricchitisi con affari più o meno leciti in cerca di un appartamento degno del loro status, anche sotto il profilo simbolico.
Pavel Lungin, che ormai a livello produttivo sa districarsi molto bene tra Francia, Inghilterra e Russia, ha dimostrato con l’accortezza e l’intelligenza che da sempre gli competono di avere ben chiaro il valore del luogo, esplorato in lungo e in largo alla ricerca di quelle testimonianze che ne potessero chiarire l’importanza anche presso il pubblico occidentale, a cui il documentario sembra rivolgersi con maggiore insistenza. Fortunatamente la lezione di storia del regista russo non è mai noiosa. La ricognizione di ambienti provvisti di un fascino sui generis, volendo anche un po’ sinistro, si associa a interviste e contatti umani di vario tipo, da cui esce uno spaccato multiforme della nazione russa e dei suoi trascorsi sovietici. Con una sensibilità al solito molto acuta, specialmente nei confronti delle trasformazioni sociali in atto nella Russia moderna, Pavel Lungin riesce a comunicare qualcosa di più dell’anima di un luogo, rendendo la visita non solo istruttiva, ma anche divertente e movimentata.

Voto: 7,5

 

Unter uns ist Japan (Là sotto sta il Giappone)
di Heiko Aufdermauer

 

PAESE: Germania, 2004
REGIA: Heiko Afdermauer
CON: Martin Lehnigk, Max Fielo.

DURATA: 13 minuti

 

Le peregrinazioni in un villaggio semi-abbandonato della Germania Orientale di Martin e Max, due ragazzini le cui fantasie si mescolano con l’impatto di uno scenario desolato, che però ai loro occhi conserva un fascino tutto particolare.

DDR in saldo

Per quanto la breve durata del film giustifichi in parte l’impressione di incompiutezza trasmessa da Unter uns ist Japan, e nonostante si intuisca che quel girare a vuoto dei protagonisti sia volutamente cercato dalla cinepresa di Heiko Aufdermauer, troppo forte è il sospetto che simili location potessero essere sfruttate decisamente meglio. Invece è uno sguardo distratto, all’apparenza poco complice, quello che si posa sulle rovine di un paesaggio industriale della vecchia DDR, per il quale valeva forse la pena di costruire una riflessione cinematografica più approfondita, da rapportare all’insolito magnetismo sprigionato dai luoghi.

Voto: 5,5

 

Oyun (La rappresentazione teatrale)
di Pelin Esmer

 

PAESE: Austria - Germania, 2004
REGIA: Pelin Esmer
SCENEGGIATURA, FOTOGRAFIA, MONTAGGIO: Pelin Esmer
CON: Behiye Yanik, Cennet Gunes, Fatma Fatih, 
Fatma Kahraman

DURATA: 70 minuti
 

Aiutate nella stesura del testo dal preside di una scuola locale, nove donne di un paesino della Turchia meridionale decidono di mettere in scena le loro vite, alternando i lavori nei campi e le faccende domestiche alle prove di una rappresentazione teatrale, che per le protagoniste di questo vivace documentario assume un’importanza sempre maggiore.

Il grido di protesta delle donne

Volevo girare un documentario con i toni della fiction e non il contrario, cioè una fiction che sembrasse un documentario. Non volevo cercare a tutti i costi di essere invisibile, quanto di integrarmi nelle loro vite, entrando davvero nel villaggio, in quel momento e fra le persone reali che stavano vivendo quell’esperienza.
Pelin Esmer  

Il testo elaborato dalle nove aspiranti attrici di Arslankoy, in collaborazione con il preside della scuola, si intitola proprio così: “Il grido di protesta delle donne!” Da questo già si deduce quanto il radicale mutamento di vita, attuato tramite il teatro, sottenda un desiderio a lungo represso di ribaltare i ruoli prestabiliti, di rimettersi in gioco. Quella grande energia, che le protagoniste della suddetta rappresentazione teatrale sono in grado di sprigionare, emerge bene dal documentario di Pelin Esmer. Vi è qui la giusta attenzione per ogni singola storia, per le relazioni profonde che si stabiliscono tra la carica emotiva rivelata sul palcoscenico e il vissuto personale di ognuna. Passare in rassegna le motivazioni di queste donne, osservarle nella quotidianità del lavoro come anche nei rapporti familiari impronti ai valori di una società marcatamente tradizionalista, ha buon gioco nell’introdurre e commentare gli spazi di libertà che l’esibirsi con un testo del genere, senza dubbio esemplificativo di un modo altro di guardare alla realtà, regala loro.

Voto: 7

 

IMMAGINI

Johanna
di Kornél Mundruczó

 

PAESE: Ungheria, 2005

REGIA: Kornél Mundruczó

SCENEGGIATURA: Kornél Mundruczó, Viktória Petrányi, 
Yvette Biro

LIBRETTO: János Térey

MUSICA: Zsófia Tallér   

CON: Orsolya Tóth, László Boldog, Hermina Fátyol, 
István Gantner, József Hormai
DURATA: 83 minuti
 

La vicenda di Giovanna d’Arco riproposta in chiave ospedaliera, come opera lirica moderna che trova nella novella Johanna un’eroina sui generis, con un passato da tossica e un presente di infermiera contestato dai benpensanti. Tra le corsie di una clinica che i baroni della medicina vorrebbero riportare all’ordine, si prepara forse un nuovo rogo…

Giovanna d'Arco brucia in corsia

Presentato ad Alpe Adria come evento inaugurale della sezione “Immagini”, Johanna è un concentrato di visionarietà e anti-conformismo che difficilmente poteva passare inosservato. E infatti così non è stato: dopo essere passato a Cannes l’anno prima, nella sezione “Un Certain Regard”, dopo aver raccolto in Ungheria diversi premi e il plauso di gran parte della critica, anche a Trieste la sconcertante pellicola di Kornél Mundruczó si è fatta notare, trascinando il pubblico in un’atmosfera melodrammatica dalle coordinate decisamente stranianti. Già, perché Johanna è un film concepito come opera lirica contemporanea, la cui vicenda straziante si imbeve di coloriture acide, di immagini sgranate, che hanno per oggetto le corsie di un fatiscente ospedale, spesso percorse da interminabili carrelli e avvolgenti piani sequenza. Verrebbe quasi da pensare a The Kingdom di Von Trier, ma il giovanissimo Kornél Mundruczó è un talento che cerca sempre e comunque un sentiero personale, da riempire con ritratti lividi e sofferti di personaggi che vivono ai margini della società. In questo lo ha assistito, nella circostanza, il volto intenso, seducente, di Orsolya Tóth, novella Giovanna d’Arco. La sua Johanna è una ragazza dal vissuto problematico che quasi per caso finisce, dopo la tossicodipendenza, nell’ospedale dove un giovane medico si innamora di lei e le offre un lavoro da infermiera. Ma Johanna concepisce il suo ruolo differentemente dal senso comune, offre con generosità il suo corpo alle più sofferenti tra le persone ricoverate in clinica, mentre il sentimento del medico è di natura prettamente possessiva. La gelosia lo porta quindi a schierarsi con quel personale medico che vorrebbe sbarazzarsi di lei e dei suoi metodi poco ortodossi. Si crea quindi una dicotomia, che i momenti di musical accentuano drammaticamente: da una parte i potenti dell’istituzione ospedaliera con le loro oscure trame, dall’altra i pazienti che insorgono sostenendo Johanna e la sua generosità fuori dal comune, o la sua provocante innocenza, per dirla in altro modo. Sicuramente per lei si sta preparando un rogo, quale forma assumerà nella nostra “civilissima” era?
Il regista ungherese si dimostra perciò abile a infarcire la pellicola di provocazioni formali e tematiche borderline, il tempo probabilmente ci dirà fino a che punto la sua poetica sia sincera. Intanto, quasi a certificare la validità del suo operato, si può rilevare che il film è stato prodotto dal grande Bela Tarr, nato venti anni prima dell’emergente Kornél Mundruczó, classe ’75 e tanti progetti cinematografici già all’attivo. Senza esagerare, ma a livello generazionale non è poi così azzardato intravedere nella realizzazione di Johanna un simbolico passaggio del testimone, all’insegna di quella sperimentazione linguistica che il cinema ungherese continua stoicamente a proporre.

Voto: 7,5

 

EVENTI SPECIALI

A Temetetlen halott (Imre Nagy - L'uomo senza sepoltura)
di Márta Mészáros

 

PAESE: Ungheria, 2004

REGIA: Márta Mészáros

SCENEGGIATURA: Márta Mészáros

CON: Ian Nowicki, György Cserrhalmi, Marianna Moor.

DURATA: 127 minuti
 

I moti ungheresi del 1956 e la dura repressione sovietica, osservati dal punto di vista di Imre Nagy, lo statista ungherese di cui vengono qui raccontati i lunghi mesi di prigionia e la tragica morte. L’obiettivo è costantemente puntato sulla coerenza dell’uomo, che nonostante le intimidazioni rimase fedele ai suoi ideali politici fino alla condanna, formalizzata nel corso di un processo farsa.

I fantasmi del '56

Sono trascorsi ormai cinquant’anni dagli eventi, e le discussioni storico-politiche intorno alla rivolta ungherese del 1956 continuano a tenere banco, come dimostra il peso che la ricorrenza ha assunto in primo luogo nella nazione magiara, ma anche in altre parti d’Europa. Il cinema stesso ha offerto il suo contributo al dibattito. Tra gli eventi più attesi spicca il film realizzato nel 2004 da Márta Mészáros, personalità di punta del cinema ungherese; A Temetetlen halott è stato mostrato anche da noi, prima in occasione di Alpe Adria, e successivamente al Saturno Film Festival, destando in entrambi i casi un discreto interesse.
A livello di sensibilità personale, la scelta di impostare il ricordo del ’56 ungherese sulle sue tragiche conseguenze, focalizzando l’attenzione sull’amaro epilogo cui andò incontro, coerentemente agli ideali che l’avevano portato a sfidare il volere di Mosca, il primo ministro Imre Nagy, ci ha lasciato qualche perplessità. Un po’ perché le dinamiche profonde di una rivolta che coinvolse ampi strati della popolazione, con in testa operai e studenti, vengono toccate troppo marginalmente. Ma anche perché la Mészáros, in quella ricerca di senso che trae spunto da una figura di grande spessore e dignità come lo statista ungherese, non sembra ottenere gli stessi risultati della precedente biografia cinematografica da lei dedicata a Edith Stein: ovvero un’altra eccezionale figura del novecento, cui si fa riferimento nell’intensissimo La settima stanza. Se non si arriva a tale profondità, è forse per via di una produzione concepita in direzione di quei tratti esteriori, che in A Temetetlen halott possono assumere contorni fastidiosi, a partire dagli effetti digitali utilizzati per ricreare una Budapest invasa dai carri sovietici; segni di un’ipertrofia produttiva, che per certi versi dà l’impressione di condizionare la regista nel suo approccio al soggetto, un approccio apparentemente molto sentito, spinto però in taluni frangenti verso una retorica fioca e stantia; nulla di paragonabile, volendo restare in territori tematicamente affini, a quello che seppe esprimere Costa Gavras attraverso La confessione. Difatti, quando si comincia a parlare della detenzione di Nagy e dei suoi collaboratori, delle vessazioni fisiche e psicologiche, delle pressioni politiche, del processo farsa, A Temetetlen halott finisce per incanalarsi in un sentiero ovvio, prestabilito, con l’attesa del martirio, il crollo delle ultime speranze e il confluire di altre istanze apologetiche sul capo del disilluso ma ancora combattivo protagonista, interpretato peraltro da un ottimo Jan Nowicki. L’attore polacco, quasi una presenza fissa nei film della Mészáros, conferma intanto la sua bravura e riesce in parte a rivitalizzare un’opera imbalsamata, che sa tanto di atto dovuto.

Voto: 5,5

 

 

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