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Unico nel suo genere in Italia,
anche quest’anno il Festival di Trieste ha offerto agli appassionati
la possibilità di apprezzare un vasto campione della produzione
cinematografica Latino Americana, il cui livello qualitativo non è
ormai più in discussione, sebbene produttori e distributori italiani
tardino ad accorgersene. Video documentari e di finzione, cortometraggi
e soprattutto lungometraggi che meriterebbero, per il livello formale e
per le tematiche affrontate, di essere conosciuti da un più vasto
pubblico, il quale, a sua volta, meriterebbe senz’altro maggiori
occasioni e possibilità di scelta nella fruizione audiovisiva. Non ci
si stancherà di ripeterlo.
Oltre alla proposta di circa venti lungometraggi da quasi tutti i paesi
del continente, ed un’ampia rassegna di cortometraggi brasiliani,
argentini e messicani, quest’anno il festival ha proposto una vera e
propria chicca cinematografica e musicale: un film di 35 minuti che
raccoglie dieci videoclips “ante litteram” degli anni ‘20, in cui
il grande Carlos Gardel, leggenda del Tango argentino, canta i suoi più
celebri successi, conservatisi e giunti fino a noi grazie all’amore e
alla cura di un collezionista italo argentino.
Il cinema argentino è stato forse
quello più rappresentato in quest’edizione, e sicuramente il più
premiato. Il premio al miglior film è andato infatti alla pellicola del
regista Javier Torre, Un amor de
Borges (Argentina, 2000), mentre Nueve
Reinas di Fabián Belinsky (Argentina, 2000) ha vinto il premio alla
miglior sceneggiatura.
Basato sul libro biografico di Estela Canto, Borges
a contraluz, il “Miglior film” del festival racconta l’amore
tra la scrittrice e Jorge Luis Borges, negli anni del primo governo del
generale Perón, a cavallo tra gli anni ’40 e ’50. Con una
narrazione sobria ed elegante, ci presenta la parabola del rapporto tra
i due protagonisti, dal primo incontro all’abbandono finale, facendo
emergere poco a poco le problematiche e contraddizioni dell’uomo
Borges. Il fascino della pellicola risiede infatti proprio nella
centralità del personaggio dello scrittore, sia perché ne analizza le
difficoltà interiori e relazionali, sia perché in questo modo offre
un’ampia rassegna del suo pensiero, attraverso i dialoghi che
riprendono ed espongono il suo modo di sentire il mondo. I discorsi di
Borges sulle traduzioni, sulla famiglia, la concezione che aveva sulla
sua opera, il processo creativo di un celebre racconto, El
Aleph, le sue riflessioni sull’amore e sulla passione, sul dolore,
il disinteresse per il denaro, sono i temi che vengono toccati nei
dialoghi, e la finzione cinematografica, nella sua modalità di
ricostruzione storica e biografica, offre l’esperienza di vedere e
ascoltare Borges nell’intimità più profonda del suo sentire, nella
vita quotidiana. Da questo punto di vista è un appassionato omaggio
allo scrittore più universalmente celebre della letteratura argentina.
Ma al contempo, il film ne analizza debolezze e contraddizioni. Incapace
di vivere e sentire l’amore come esperienza fisica e sensuale, succube
della figura della madre come un eterno bambino, rinchiuso nel suo mondo
letterario e totalmente inadatto alla vita pratica, vittima di una
timidezza disarmante, l’uomo Borges pagava così il prezzo di una
sensibilità intellettuale e di una genialità che in definitiva lo
allontanava dal mondo. Non a caso molte delle sue riflessioni vertevano
proprio sul tema dell’incomunicabilità, e non a caso, l’Aleph,
quella “sfera di due o tre centimetri di diametro in cui sono presenti
tutti i luoghi del mondo”, era l’espressione letteraria, la
trasfigurazione fantastica del suo amore assoluto per Estela, la donna
che rinchiude in sé l’universo, e che per ciò stesso, è anche
praticamente e fisicamente inesperibile, se non nella forma della pura
contemplazione. Per questo Estela decide alla fine di lasciarlo, perché
come dice “una donna ha anche bisogno di sentire amato il suo
corpo”, ma non prima di avergli almeno dato la forza, con la sua
presenza, di affrontare l’arduo compito di parlare al pubblico in una
conferenza.
Il premio alla sceneggiatura per Nueve
Reinas, ricorda il percorso di produzione del film di Belinsky, nato
proprio da un premio alla miglior sceneggiatura in un concorso bandito
dalla casa di produzione Patagonik Film Group in Argentina, nel 1998.
La storia costruisce uno strabiliante intrigo giocato sul tema
del trucco e dell’inganno. Due incalliti truffatori si incontrano a
Buenos Aires, si fanno soci per un giorno, e avviano una girandola di
raggiri ed imbrogli sempre più sofisticati. Ad un certo punto si
presenta l’occasione della vita, la possibilità di vendere ad un
miliardario spagnolo una contraffazione di una serie di francobolli
rarissimi, le Nueve Reinas (Nove Regine) della Repubblica di Weimer.
Attraverso una serie di peripezie ai limiti dell’incredibile e
ostacoli superati con superba genialità l’affare va in porto, ma al
più giovane della coppia sorge il dubbio sull’irrealtà di tutto
quanto è accaduto…
Sembra d’obbligo il riferimento a La
casa dei giochi di David Mamet, e i richiami possono essere molti
per un film che si basa anche su regole di genere e su una tematica già
quasi classica: Il bidone, di Fellini, La
stangata di George Roy Hill, oppure il più recente Pacco doppiopacco e contropaccotto di Nanni Loy. A proposito di
quest’ultimo c’è una coincidenza suggestiva in Nueve Reinas, nascosta nel reiterato riferimento alla canzone di
Rita Pavone Il ballo del mattone,
che funge anche da sigla di chiusura. “Il mattone” è infatti la
popolare truffa napoletana, descritta nel film di Loy, che consiste nel
sostituire all’ultimo momento la merce venduta al malcapitato cliente
con un mattone, appunto. Un ponte tra Napoli e Buenos Aires, una
parentela tra micro-mondi della truffa che il titolo della canzone evoca
segretamente. Infine, a concludere con i riferimenti, per la perizia
narrativa mostrata dall’esordiente Belinsky, che si è fatto le ossa
in più di un decennio di lavoro nella pubblicità, la critica argentina
lo ha paragonato all’Aristarain degli anni ’70, maestro nell’arte
del racconto filmico.
Nueve Reinas riprende il gioco di specchi del teatro nel teatro,
della messa in scena interna alla diegesi, con il suo caratteristico e
affascinante effetto di confusione tra realtà e finzione, e lo fa in un
modo talmente efficace (corroborato anche dall’ambientazione in un
albergo extra-lusso della seconda parte del film), che il dubbio di
irrealtà suggerito da uno dei personaggi trasporta lo spettatore in una
dimensione quasi metafisica, che ci ricorda la profondità del gioco nel
gioco (di virtuale nel virtuale) di un film per altro così diverso come
Existenze di David Cronemberg.
Ma, parallelamente, lo sguardo sulla Buenos Aires contemporanea mantiene
un tono realistico che fa emergere, pur nell’artificiosità ed
eccezionalità della storia, la vita quotidiana del sotto mondo di
truffatori e picari moderni che la popolano. Sono figure di un certo
fascino per lo spettatore, perché la loro attività si basa
sull’ingegno e non sulla violenza, il repertorio dei trucchi
costituisce una vera e propria tradizione, e inoltre perché hanno anche
un codice etico (infatti il truffatore truffato è anche quello che
trasgredisce ogni regola morale). Tuttavia, la loro massiccia
presenza nella realtà urbana può anche fungere da indicatore
del livello di crisi economica in cui versa attualmente il paese.
Per il premio speciale della giuria
ci spostiamo in Uruguay, con En la
puta vida, della giovane regista Beatriz Flores Silva. Il film,
basato su fatti realmente accaduti, tratta il problema della
prostituzione in Uruguay e soprattutto la condizione delle prostitute
portate in Europa e tenute in ostaggio dalle organizzazioni criminali.
Il tono iniziale del film è piuttosto quello di una commedia, ed il
personaggio principale, Elisa, esercita la prostituzione senza alcun
tipo di costrizione o problematica morale, come dice “yo no soy puta,
trabajo de puta” (“non sono una puttana, lavoro come puttana”). Il
suo sogno è quello di mettere insieme il capitale sufficiente ad aprire
un negozio di parrucchiera insieme all’amica Lulú, e la prostituzione
sembra il modo più rapido ed efficace. Ma nell’esercizio del suo
lavoro Elisa conosce “El cara”, un uomo ricco e affascinante che le
parla dell’Europa, dove le ragazze possono guadagnare fino a tremila
dollari al giorno. Elisa non sa resistere, ed innamorata dell’uomo,
gli chiede di portarla a Barcellona. Ma qui, dall’altro lato
dell’oceano, scopre che la realtà è diversa dalle sue fantasie. Le
cose si complicano anche per “El cara” che, in seguito ad una rissa
in cui uccide un travestito brasiliano, è arrestato dalla polizia. Alla
sua uscita di galera, grazie ad un accordo di Elisa con la polizia cui
offre informazioni sul giro dei brasiliani (rivali di “El cara”),
l’uomo decide di far capire alla ragazza come stanno veramente le
cose. Per toglierle dalla testa l’assurda idea di sposarsi con lui,
“El cara” picchia brutalmente la donna, in una scena che segna un
radicale capovolgimento del tono narrativo, facendole anche capire che
non le spetta un soldo di quelli da lei guadagnati e rifiutandosi di
restituirle il passaporto. Elisa comprende di colpo la sua reale
condizione di schiava. Più avanti scoprirà anche che i figli, lasciati
a pensione da una signora in Uruguay, sono finiti all’orfanotrofio,
dato che l’uomo non ha mai spedito i soldi della retta. Per questo, e
per la precedente morte dell’amica Lulú, Elisa decide di collaborare
con la polizia e di incastrare “El cara” e tutti i soci
dell’organizzazione, in un processo che li condanna a diversi anni di
galera.
I fatti raccontati, seppure con numerose licenze, sono realmente
accaduti tra Montevideo e Milano nel 1992, e sono esposti nel libro del
giornalista Mario Urruzola El huevo y la serpiente. Se nel film sono stati trasferiti a
Barcellona è perché nessun produttore italiano si è voluto
interessare al progetto della pellicola, che in pochi mesi di proiezioni
in Uruguay ha polverizzato i record di incasso nazionali, e superato
anche film americani di successo. Oltre all’importanza tematica, che
denuncia una condizione troppo spesso ipocritamente ignorata e
dimenticata, è da mettere in evidenza la modalità del racconto, che
assume uno sguardo fortemente focalizzato sulla protagonista femminile
(uno sguardo di genere, un film sulle donne girato da una donna),
basandosi soprattutto sui suoi sogni, sulla sua genuinità e freschezza
di carattere, capace non solo di resistere e rovesciare la drammatica
situazione in cui si trova, ma anche di illuminare con la sua presenza
lo squallore della realtà; di rendere piacevole, con la sua innata
vitalità, una storia così sordida. Ma purtroppo il lieto fine del film
non corrisponde del tutto alla realtà, in quanto la vera
Elisa riuscì sì a tornare a casa, grazie anche all’interessamento al
suo caso del giornalista e delle autorità, ma oggi la donna è “desaparecida”,
e si ignora se si sia nascosta o se abbia subìto la rappresaglia delle
organizzazioni criminali, secondo quanto ha dichiarato la regista alla
proiezione del film al Festival.
Interamente in Europa si svolge la
storia raccontata dal cileno Luis Vera, Bastardos
en el paraíso, premio alla miglior regia. Il regista ha vissuto e
lavorato a lungo in Svezia, nel suo esilio dal Cile di Pinochet, dopo
avere trascorso alcuni anni in Perù e Romania. La tecnica di ripresa,
messa in scena e recitazione, è molto simile al Dogma (Lars Von Trier),
anche per l’uso del digitale: camera a spalla, mossa, effetto verità
documentaria, dialoghi spesso concitati, situazioni collettive riprese
“dal vero”. Un cinema, come afferma l’autore, che “si libera
dalla spettacolarità degli effetti speciali” per proporre riflessioni
ed emozioni profonde, che rielabora
e aggiorna, secondo chi scrive, la poetica del realismo.
Produzione (Latinordisk Films), attori, dialoghi sono per la gran parte
svedesi e l’ambientazione è Stoccolma, principalmente i quartieri
periferici dove risiedono gli immigrati, tra cui le “teste nere”, i
sudamericani, spesso rifugiati politici. Un mondo che il regista conosce
sicuramente bene.
La storia narra la parabola di Manuel, figlio di rifugiati cileni, che
vive la schizofrenia di una doppia identità, costruita sull’eterna
promessa del “ritorno” verso una patria che non ha mai realmente
conosciuto. Al contempo, mostra l’esistenza di sottili meccanismi di
esclusione nei confronti degli immigrati, che se migliorano la loro
situazione materiale rispetto al paese di provenienza, vivono
un’emarginazione da cittadini di seconda categoria. In questa
situazione, l’unica via che Manuel riesce ad individuare per farsi
rispettare nella società che lo discrimina è quella criminale,
l’illusione e il miraggio di denaro e potere facile. I valori del
padre, l’onestà, la dignità, la lotta, non hanno alcun senso per il
giovane, in una società in cui anche i giovani svedesi vivono ormai
solo per i soldi ed il successo.
La narrazione si struttura in due tempi intorno ad un fatto violento
tratto dalla cronaca nera del 1994: una rissa con arma da fuoco
all’esterno di un locale notturno nel quale non era stato consentito
l’ingresso a dei giovani immigrati. La stampa locale diede risalto
alla notizia, come sintomo del “problema immigrazione”, delle
difficoltà del modello scandinavo di accoglienza e benessere
generalizzato, e motivo di una crescente xenofobia. Per Vera
l’episodio costituisce il momento culminante del percorso di Manuel e
dei suoi amici, che dalle bravate tipiche dell’adolescenza slittano
progressivamente verso la delinquenza vera e propria. Al delitto segue
il procedimento giudiziario con cui i giovani sono condannati a diversi
anni di galera, ma che rappresenta anche l’occasione per un esplicito
contro-processo alla società scandinava, rea di non avere mai offerto
reali occasioni di integrazione, colpevole di un’ipocrita accoglienza
parziale degli immigrati, accuse realizzate in aula dall’ormai anziano
ex professore di liceo dei ragazzi.
In questo senso il film è in grado di mettere a fuoco problematiche
inerenti ai due mondi messi in contatto. Se infatti in Cile è stato
visto principalmente come denuncia della xenofobia europea e riflessione
sulla problematica identità degli esiliati, per gli europei può essere
uno specchio nel quale approfondire il tema del vuoto di valori, del
preoccupante affermarsi di una cultura individualista e violentemente
consumista, frutto della fine delle utopie di cambiamento. Emblematica
è infatti la scelta finale di una delle protagoniste, Lena, che decide
di riprendere l’eredità del vecchio professore dedicandosi ai
bambini, per proporre almeno la speranza in un futuro diverso.
Concludiamo con Bicho
de sete cabeças, di Laíz Bodansky, film brasiliano sull’inferno
delle istituzioni psichiatriche, cui è stato elargito il premio alla
miglior opera prima e il premio della giuria degli studenti della città.
La storia si basa sulla tragica esperienza di Austregésilo Carrano, da
lui narrata nel libro Rincón de los malditos (nella traduzione spagnola). Attualmente
Carrano è attivista del movimento anti-manicomiale in Brasile, dove,
secondo le sue denunce, ancora settantamila uomini e donne subiscono la
violenza delle istituzioni psichiatriche autoritarie. Una nuova legge,
votata il passato Aprile, si propone di chiudere questi centri, che
spesso ritengono i “pazienti” molto più del dovuto per poter
usufruire dei fondi pubblici, come mostrato dal film e come confermato
dal ministro della sanità brasiliano José Serra in un articolo del
quotidiano del Costa Rica “La Nación”, ma il processo può
richiedere ancora degli anni.
La storia di Neto, protagonista del film, mostra come dai suoi
atteggiamenti appena un po’ ribelli (vuole viaggiare da solo e senza
molti soldi, si dedica a “graffitare” i muri della città ed infine
fuma occasionalmente degli spinelli) il padre concluda la necessità di
internarlo e sottoporlo ad una cura psichiatrica. Medici ed infermieri
della clinica agiscono in base ad una routine repressiva che mira
soltanto al mantenimento dei pazienti nella struttura, e che è
responsabile del loro peggioramento. La chiusura forzata, l’eccesso di
farmaci, e infine l’elettroschock punitivo per un tentativo di fuga,
provocano in Neto un effettivo squilibrio mentale dal quale non riuscirà
a riprendersi. Quando finalmente esce dalla clinica, è in uno stato
fortemente depresso, e cade poi in un’ulteriore crisi che lo porta ad
un secondo internamento, ancora peggiore del primo. Qui ha l’ostilità
diretta di un infermiere piuttosto brutale, che alla fine cerca anche di
lasciarlo morire nel suo tentativo di suicidio, senza soccorrerlo.
Alla violenza delle “cure” psichiatriche si aggiunge la problematica
dell’incomprensione generazionale tra genitori e figli. È infatti il
padre che costringe Neto nella clinica, convinto che sia l’unico modo
per curarlo da quella che crede sia tossicodipendenza. Soltanto alla
fine, in seguito ad una lettera che Neto gli scrive prima di tentare il
suicidio, sembra rendersi conto del suo errore, e decide di liberare il
figlio dai tentacoli del “mostro psichiatrico”.
Il film ha fatto suscitato molto interesse in Brasile, soprattutto negli
ambienti legati alla medicina e alla psichiatria. Infatti non solo ha il
merito di denunciare apertamente una situazione per molti sconosciuta,
ma la modalità di rappresentazione evita attentamente di proporre
un’immagine stereotipata o caricaturale della follia. La parte
iniziale del film mostra il personaggio di Neto nella sua vita
quotidiana: è un ragazzo normale che aspira alla libertà, e non c’è
nulla nel suo carattere che faccia presagire il tragico destino che lo
attende. In questo modo il tema viene avvicinato nella percezione: non
si tratta di fatti lontani che riguardano “i pazzi”, come se si
trattasse di una categoria separata, ma di una realtà che ci tocca
direttamente, e così lo hanno sentito gli studenti che hanno premiato
il film. Hanno partecipato alla co-produzione del progetto Fabbrica
Cinema (dell’azienda Benetton) e la RAI.
Film premiati:
miglior
film: Un amor de Borges, di
Javier Torre, Argentina, 2000.
miglior sceneggiatura: Nueve
Reinas, di Fabián Belinsky, Argentina, 2000.
premio speciale della giuria: En
la puta vida, di Beatriz Flores Silva, Uruguay, 2001.
miglior regia: Bastardos en el
paraíso, di Luis Vera, Cile, 2000.
miglior opera prima e premio della giuria studentesca: Bicho
de sete cabeças, di Laíz Bodansky, Brasile, 2001.
miglior fotografia: La fiebre del
loco, di Andrés Wood, fotografia di Joan Littín, Cile, 2001.
premio del pubblico: História do
Olhar, di Isa Albuquerque, Brasile, 2001. |