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ARRUZA
(Budd
BOETTICHER) |
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L'edizione
dell'anno 2000 del TFF aveva dedicato una delle sezioni Americana ai
Western di Boetticher con Randolph Scott, quest'anno, in occasione della
pubblicazione dell'autobiografia del regista, "When In Disgrace"
(ed UTET per conto TFF, eur. 14,46), l'evento speciale è "Arruza"
(1972), purtroppo nella sola versione video, non essendone stata
ritrovata altra copia.
"A volte nasce un uomo la cui vita
è così diversa, così pericolosa, così onorevole e piena di coraggio
da poterla raccontare solo una frammento per volta. Questa è la storia
di un frammento della vita di un uomo di quel genere. E' la storia di
Carlos Arruza"
Per
otto anni Boetticher si affanna, attraversando crisi personali, due
matrimoni, finanziatori che appaiono e scompaiono, colleghi ed attori
che attorno a lui si affannano per farlo tornare ad Hollywood o per
relegarlo definitivamente in Messico. Carlos Arruza, Charlie, "El
Ciclòn", amico di Budd fin dagli anni in cui non era che un novillero
(un giovane torero), è il protagonista di questo strano miscuglio di
documentario, breve biopic e
fiammeggiante fiction: il più
grande torero della "seconda età dell'oro delle corride",
concorrente per lunghi anni di Manolete nel cuore degli aficionados
messicani, indiscusso uomo di fegato (BB fa subito notare nell'
autobiografia che non è cosa da poco tener los
huevos, le palle, con un toro che
ci passa ad un paio di centimetri) e tempra - bizze comprese -
della grande star.
Ritiratosi dalle corride Carlos promette di non indossare mai più il traje
de luces, l'abito del torero,
acquista una tenuta, Pasteje,
d'allevamento di tori ed incomincia a pensare come svicolare dalla
parola data; acquista tre cavalli portoghesi, i migliori, è ovvio,
addestrati a rejonar e inizia
ad allenarsi.
Boetticher, torero in prima persona, assistente alla regia ed addetto
tecnico per "Sangue e Arena" di Mamoulian, regista di "Bullfighter
and the Lady" insegue il sogno di un film sulla corrida in cui
oltre al fascino del movimento, della folla, sia impresso anche il gusto
della fatica, la polvere dell'arena. "Avevo pensato Arruza
come al Red Shoes dei film
sulla corrida, un balletto a contrappunti[…]", e ancora "Non
sarebbe stato meraviglioso se il regista di The Agony and The
Ecstasy" avesse avuto a disposizione Michelangelo invece di
Charlton Heston?", a lungo combattuto sul protagonista tra Luis
Miguel Dominguin e Carlos Arruza, il ritorno sulle scene di quest'ultimo
in una veste nuova - il traje dei rejonadores è corto e nero, perfetto per svicolare la
promessa - fa decidere il regista.
Lentamente la macchina da presa avvolge Plaza Mexico, l'arena più
grande d'America, un catino di cemento armato circondato dalle statue
bronzee dei più grandi bullfighters. I tori si agitano nel piccolo
recinto interno, vengono smistati con corridoi ciechi, il sole segna
ogni superficie scandendo la percezione dello spazio: Arruza ed i suoi
aiutanti entrano nella sabbia per il paseo
d'apertura, a cavallo saluta la folla, dal 1953 (nella realtà
questa non è la prima corrida ma non importa) non aveva più tagliato
orecchie e code (i premi del torero), a quarantasei anni ora, a cavallo,
come nessuno l'aveva mai visto torna e, sugli spalti, "gli aficionados
si alzarono in piedi, tutt'uno, per acclamare il ritorno del loro idolo.
Erano tutti lì: gli anziani, che avevano zoppicato fino a Plaza Mexico,
nel ricordo di Carlos ragazzo, gli uomini dell'età di Arruza, che non
accettavano nessun altro "Numero Uno", i giovani accorsi a
sincerarsi che la leggenda fosse vera, e i bambini portati dai genitori
a provare che lo era". Carlos sfodera tutti i pezzi di bravura,
Gavilàn, l'enorme bovino da matàr,
segue i movimenti del suo nemico, quasi docile: i passi del torero, lo
sventolio della muleta (il
drappo rosa/giallo) sono le armi con cui Arruza
incide nella memoria e commuove tanta bellezza esplosiva.
A Pasteje, Mari Arruza aspetta la notizia della vittoria portatale dai
figlioletti, in altre sequenze l'abbiamo vista a cavallo con Carlos in
una drammatizzazione della scoperta dell'arte del rejonar,
al tramonto; i figli giocare col padre alla corrida, col matador nelle
vesti del toro, tutti lavorare nella tenuta. Tramonti di fuoco spengono
il furore della polvere, con il suo montaggio calibrato e netto, con la
rilassatezza della pace.
La voce narrante di Antony Queen accompagna le immagini, la fotografia
carica ed emotiva è di Lucien Ballard.
"Non vedremo mai più Carlos
Arruza. E' morto poche settimane dopo, per un insensato capriccio del
destino, quando la sua automobile ha sbandato sull'asfalto bagnato di
pioggia della strada per Rancho Dolores. Non guidava nemmeno lui.
Dormiva, quel 20 di maggio del 1966. Ma un uomo non muore finché non
muore l'ultimo degli uomini che lo ricorda. Quindi, Carlos Arruza vivrà
per sempre"
La
m.d.p. scopre a Plaza Mexico la statua di Carlos Arruza.
Voto:
8
Luigi Garella
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COULD BE THIS LOVE?
(Abel FERRARA) |
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Una
pittrice con la modella -amante- rimorchiano in un pomeriggio di noia
una puttana per farla posare, la portano ad una cena d'affari la sera
con il marito della prima.
Il
primissimo film di Ferrara. Con attenzione al dettaglio si segue la
giornata delle tre donne ma, nel tessuto fenomenico, si spalancano
improvvise immagini d'esplorazione onirica in cui affiorano i sensi di
colpa della ragazza che si trova in un ambiente estraneo, il suo
disorientamento. Con ottima padronanza Ferrara traccia un primo quadro
d'ambiente emotivo, pur in povertà di mezzi riesce a far emergere
l'impronta del suo sguardo: la memoria, la difficoltà del rapporto
umano, l'ambiente come oppressione.
Voto: 6,5
Luigi Garella |
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DONNIE DARKO
(Richard
KELLY) |
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1988. Donnie Darko è un ragazzo americano di
famiglia agiata. Un giorno un coniglio gigantesco, che soltanto Donnie
riesce a vedere, gli salva la vita attirandolo fuori di casa poco prima
dell'impatto di un motore di aereo con la sua abitazione.
La sorpresa del Festival arriva all'ultimo momento e
copre nel programma la dicitura "Titolo da definire". Nel
catalogo il film appare in un foglio fotocopiato aggiunto e alla
proiezione serale si era davvero in pochi a vederlo, colpa di un
riassunto tramico che, per quanto ineccepibile, non appariva granchè
incoraggiante. Il passaparola ha funzionato, alla seconda proiezione il
pubblico era decisamente più folto ma sfortuna ha voluto che questo
fosse uno dei titoli in programma mentre l'incendio del Reposi
divampava: la sua seconda programmazione è stata interrotta e non credo
sia stata recuperata.
Richard Kelly ha solo 26 anni ma dimostra una maturità di scrittura e
di sguardo che lascia ammirati. Il suo è stato un film sudato, trovare
i soldi per produrlo non è stato facile ma l'intervento
di Drew Barrymore (tra le interpreti) ha aperto delle porte e ha fatto
aggiungere alla squadra altri attori di nome (Patrick Swayze, Mary Mc
Donnell). L'opera non ha un attimo di cedimento, sempre spigliata e
intelligente, mai sopra le righe, mai facilona, anzi: lo spaccato della
provincia americana che ne esce è davvero azzeccato, la descrizione di
un'adolescenza consapevole e sensibile ha toni delicati, a volte
amari. L'anima nera (...dark) del protagonista, la sua schizofrenia
forse sono solo il riflesso di un sistema sovraordinato nel quale il
giovane si accorge di muoversi e di cui si sforza di comprendere le
regole: è proprio questo elemento irreale, via via più inquietante, a
fare la differenza con le tante produzioni teenageriali cui siamo
abituati; non siamo, peraltro, dalle parti di HARVEY, anche se
l'apparizione del coniglio lo fa pensare inevitabilmente, nè tantomeno
ci muoviamo nella semplice commedia di costume o nel fantasy di consumo:
Kelly gioca con grande finezza nel più spinoso campo di realtà
parallele che si incrociano per un attimo e si distanziano di nuovo,
dimensioni temporali alternative, possibilità (anche narratologiche)
che si propongono senza svelarsi come tali se non nell'enigmatico
finale. L'agnizione sul significato del fantomatico coniglio ci colpisce
all'improvviso e fa decisamente centro. Quando alcuni nodi vengono al
pettine (altri, sottilissimi, passano attraverso i suoi denti e si
perdono per sempre) si ha la sensazione di essere di fronte a un film
coraggioso e originale, che mischia le carte e i generi con grande
disinvoltura, che non cerca di lanciarti addosso la sua particolarità e
ti sorprende per la sua sottigliezza. Il film ha un sito molto bello che
consiglio di visitare. Ci auguriamo che la distribuzione italiana non si
dimentichi di DONNIE DARKO: potrebbe divenire un piccolo cult.
www.donniedarko.com
Voto: 8
Luca Pacilio
Salvato
da morte certa, Donnie, ha sentito una voce roca e sussurrante, la
stessa che lo sveglierà ancora e lo farà agire. Pare un'allucinazione,
uno sfasamento prenevrotico ma in realtà c'è molto più in questo
delirio adolescenziale: il tempo si sta avvitando su sé stesso. Un muro
di trasparente gelatina separa dimensioni dello spazio-tempo, gommosi
vettori vermiformi tracciano le traiettorie di movimento degli esseri
umani, scritti parascientifici di vecchie pazze avvertono della vera
fine dell'universo. Un morbido dolly inserisce in un mondo americano
fino al sarcasmo ma in cui, invece di innestare l'usuale satira dei
comportamenti (presente e deliziosa col padre di Donnie che guardando la
tv sbotta "Diglielo tu, George!" parlando con Bush jr.)
stringe un giro di vite dei più inattesi: l'inspiegabile, il
soprannaturale. Con più d'un debito rispetto a Lynch Kelly sprofonda
una struttura nota e vieta (college movie, satira famigliare, etc) in un
improvviso vortice di spalancamento, Donnie (Jake Gyllenhaal, perfetto)
diventa uomo nel modo più delirante possibile, tuffandosi in una trama
che ha qualcosa della vite senza fine d'Archimede: trova l'amore e la
coscienza di sé fino all'annullamento che si verifica, colpo
preziosissimo nella tessitura, nella ratificazione dell'impossibile che
si è mostrato. Accettare il mondo come lo si coglie come primo passo
(ultimo) all'adulthood.
Il
regista, esordiente, maneggia i virtuosismi temporali ed i paradossi con
l'unica arma possibile, una studiata non-curanza che permette la
sospensione dell'incredulità a favore di un gioioso e -soprattutto -
continuo godimento di rara intelligenza.
Voto: 7,5
Luigi Garella
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DOWN FROM THE MOUNTAIN
(Nick
DOOB, Chris HEDEGUS,
D. A. PENNEBAKER) |
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Il
concerto che raccoglie i musicisti bluegrass che hanno partecipato alla
colonna sonora di "O, Brother Where art thou?" dei Coen
Il
concerto, voluto dai fratello Coen per l'interesse rinato verso questa
forma di musica popolare americana, viene presentato da Holly Hunter -
la Penelope del film. Quanto alla forma documentaria poco di
interessante da notare, alcuni backstage divertenti vengono inseriti in
un flusso che, giustamente, si centra sulla musica e sui musicisti,
quasi un gruppo d'amici che si ritrova di fronte ad un pubblico cui non
è abituato.
Voto: 6,5
Luigi Garella |
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FAUST - LOVE OF THE
DAMNED
(Brian YUZNA) |
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John Jasper, pittore, assiste all'orribile
omicidio della sua donna ad opera di un gruppo di criminali. Disperato,
sul punto di lanciarsi da un ponte, viene fermato da M, un uomo
misterioso che gli promette la vendetta e poteri illimitati in cambio
della sua anima.
Dal
fumetto al sincretismo cinematografico: Yuzna non si risparmia in nulla,
con un budget risicato confeziona e si prende il tempo di ricamare un
inatteso gioiello.
Faust è una gran bella scusa culturale per permettersi ogni ghignante
sbruffoneria, non poi così lontano dall'intoccabile Murnau,
tralasciando tappeti volanti e decadence orientaleggiante,
l'eponimo eroe si fa mascherato incrocio di Wolverine (X-Men) e Batman,
ambiguo e tormentato, schiavo
di M, assetato di sangue, pronto alla redenzione. Ettolitri di denso
liquido rosso-rubino, arti mozzati cuori smagiucchiati, tette al
silicone, bondage, luci e prospettive obliquamente deliranti, sesso
senz'amore, lame, satanismi, homunculi, pochi effetti digitali,
inquadrature di folgorante nitore (improvvisamente, dopo Murnau, viene
in mente Ruiz). Sembra che il nostro regista filippino preferito abbia
voluto divertirsi parecchio ed effettivamente punta all'annullamento di
ogni aspettativa accumulando in forsennato ritmo, in continua alternanza
di registri visivi e narrativi, una sequela inarrestabile - ma chi mai
vorrebbe fermare tutto questo?! - di divertimenti assortiti, digeribili
perché già digeriti e masticati ma ricomposti con postmoderno amor,
con contorno di musica sparatissima (Sepultura molto riconoscibili).
Nasce
come puro divertimento eppure riesce a trovare una strada verso la
densità: non solo ogni personaggio viene caricato di dubbi e
spaesamenti ma la stessa abnormità (su scala umana) del trattato assume
caratteri d'astrazione brucianti nel loro essere inaspettati - destino,
relazione umana, il potere - e, ciò nonostante, integrati con
naturalezza in un mero pretesto.
Voto: 8
Luigi Garella
Che Brian Yuzna continui ad essere ignorato dalla
distribuzione italiana è scandalo che si perpetua nella più colpevole
e generale indifferenza. E' vero, i suoi titoli si recuperano in VHS o
nelle notti ghezziane, ma provate a guardarvi questo FAUST in
televisione e poi ditemi... Il regista trita generi in
questo incredibile pastiche che sembra un kolossal ma non lo è: c'è
l'horror piu' orrorifico e il fantasy piu' fantasioso, lo splatter e il
thriller, le consuete concessioni softcore, e le sanguinolente trovate
del gore più strabordante. Inventivo, citazionista (c'e' dentro Batman,
Freddy Kreuger ma anche i freaks di Browning), senza limiti, tra effetti
e effettacci l'autore gioca dall'inizio a una fine che lascia il segno
(messa nera + orgia, memorabile), infilando un'idea al secondo senza
sprezzo del ridicolo, osando tutto l'osabile (la scena della donna i cui
seni e glutei si gonfiano a dismisura per poi farsi pappa che si
squaglia lentamente è già cult), non ponendo freni al proprio estro,
stupendo e divertendo senza pause. Yuzna - ricordiamo, per tutti,
l'esordio fulminante con lo splendido SOCIETY - THE HORROR (un must) -
senza dar sfogo alle pulsioni metaforiche e alle sottili allusioni
politiche del debutto, rimesta tutto in un film (tratto da un fumetto di
David Quinn, autore anche della sceneggiatura) di un trash sublime ma
straordinariamente elegante (volo a planare su una tavola imbandita che
Greenaway invidierebbe), visivamente abbagliante, con montaggio al
cardiopalma, grande azione, sangue a litri. La sagra del grand guignol.
Ci sto dentro, Brian. Stratosferico.
http://movies.fantasticfactory.com/faust/
Voto: 8,5
Luca Pacilio
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HARVARD MAN
(James TOBACK) |
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L’università
di Harvard ha una studentessa molto speciale: Cindy Bandolini, il sogno
proibito della grande maggioranza dei ragazzi del campus. Cindy fa la
cheerleader, è carina e molto ricca. Suo padre è un boss della
malavita e Cindy sa come manipolare un uomo. Alan Jensen, studente di
filosofia, è il capitano della squadra di basket. Cindy lo convince a
truccare gli incontri. L’F.B.I., però, comincia ad indagare.
Paura
e delirio a Harvard (con brio)
James
Toback, nome più noto agli addetti ai lavori che al grosso pubblico
(sua, ad esempio, la sceneggiatura di "Bugsy"), dopo il
folgorante debutto con "Fingers", del 1978, ha proseguito una
carriera altalenante senza nessun grosso successo commerciale. Dopo
"Black and white", apparso fugacemente sui
nostri schermi, eccolo di nuovo dietro la macchina da presa con
"Harvard man". Un film piacevole, ironico, con una prima parte
dal ritmo vertiginoso che conferma le doti di Toback come
abile e non comune narratore. Una storia già vista di scommesse
clandestine, sesso, droga e tanti soldi, viene raccontata in modo molto
fluido e coinvolgente. In particolare colpisce la continua
sovrapposizione di piani narrativi diversi, temporalmente non allineati.
Ecco quindi due personaggi che elaborano un piano inframmezzati dal
risultato della loro discussione, a sua volta spezzato da un incontro
successivo, conseguente al primo accordo. Molto più complesso da
descrivere (e sicuramente da sceneggiare) che da seguire sullo schermo,
dove le immagini e le situazioni si susseguono in modo frenetico ma
complice. Nella seconda parte il protagonista subisce i contraccolpi di
una LSD casalinga dagli effetti devastanti. Le trovate visive che ne
conseguono sono divertenti, ma debitrici delle distorsioni degli
strafatti protagonisti di "Paura e delirio a Las vegas", per
cui colpiscono senza stupire.
Riuscita
la caratterizzazione dei personaggi, sempre in qualche modo
imprevedibili e sfuggenti, e l'interpretazione degli attori: Sarah
Michelle Gellar si conferma "lolita dark" con l'arma
dell'ironia, mentre il giovane Adrian Grenier si segnala come un nome da
tenere d'occhio.
Dopo
un po' il gioco narrativo, intellettualmente solleticante ma non certo
distensivo, rischia di incepparsi. Ma James Toback riesce sempre a
controllare personaggi, situazioni e storia, confermandosi un regista da
rivalutare e, sicuramente, riscoprire.
Voto: 7,5
Luca Baroncini
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HEDWIG AND THE ANGRY INCH
(John
Cameron MITCHELL) |
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Hansel, tedesco occidentale, segue negli States un
soldato americano di cui si è innamorato e, cambiato sesso, divenuto
Hedwig, comincia a cantare. Finita la relazione incontra un
ragazzo che segnerà, nel bene e nel male, il suo destino.
Basta
Diva
Comincia bene il film che Cameron Mitchell ha tratto
dal suo musical, grande successo nei teatri off di Broadway: narrazione
segmentata, salti temporali, aneddoti, tanta musica e colori, persino un
gradevole inserto animato, un bel patchwork di frammenti differenziati,
molto calibrato e godibile, con alcune trovate argute e molto (amaro)
divertimento. Ma, come spesso accade, l'esigenza narrativa diventa
prepotente e la necessità di
annodare le fila del racconto sopravanza tutto il resto: lentamente ma
inesorabilmente, il film si qualunquizza divenendo via via convenzionale
e meno interessante. Peccato per il lungo giro a vuoto della seconda
parte, perché alcune sequenze (pensiamo al geniale momento di Hansel
bambino che ascolta la radio con la testa nel forno), certe coreografie,
un uso intelligente del videoclip erano di freschezza e carattere
indubbi, soprattutto mettevano in luce una disinvoltura registica
ragguardevole per un esordiente. Definito molto frettolosamente il nuovo
ROCKY HORROR PICTURE SHOW (col cult del '75 condivide solo e
esclusivamente la tematica del travestitismo perchè per il resto
trattasi di film radicalmente diversi) HEDWIG è piuttosto un omaggio
esplicito agli eroi del glam rock (citati letteralmente e musicalmente)
che non si dimentica di PRISCILLA, LA REGINA DEL DESERTO, riverberando
le malie di VELVET GOLDMINE. Dubitiamo che tutto l'entusiasmo che si è
scatenato intorno a questo film si tradurrà in un ricordo durevole
dello stesso ma sarebbe ingiusto trascurare la prova attoriale di
Cameron Mitchell, l'unica che merita l'applauso incondizionato.
Voto:
6
Luca Pacilio
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MULHOLLAND DRIVE
(David LYNCH) |
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Un incidente sulla Mulholland Drive a Hollywood. La
donna superstite (Rita?) ha perso la memoria: si rifugia in un bosco e
poi, penetrata in un appartamento, conosciuta Betty, un'aspirante
attrice appena giunta nella città delle star, cercherà, insieme a lei,
di risalire alla sua identità e alla provenienza del denaro che ha con
sé.
Silencio...
Benvenuti negli anni 2000. Ad aprirci le loro porte
è lo stesso Lynch che aveva spalancato gli anni 90 con WILD AT HEART,
paradigma imprescindibile per seguire correttamente l'evoluzione filmica
del passato decennio. Dopo un capolavoro come LOST HIGHWAY, dopo
una prova di maturità, delicatezza e spessore come THE STRAIGHT STORY,
dopo questo MULHOLLAND DRIVE, si può dire con serenità che il regista
americano ha pochi rivali. Uno stile inarrivabile, di rara originalità,
un
senso della messinscena come nessuno, un uso della macchina da presa di
suprema espressività che esalta il cinema nelle sue peculiari
caratteristiche (finalmente qualcuno...). Lynch, rilanciatosi a corpo
morto nel mistero, piega il pilot di una serie televisiva a capolavoro
di necessità. Reticolo di spunti, indizi, filoni accennati, pronti a
evolversi e a proliferare ma anche ad avvilupparsi inestricabilmente,
MULHOLLAND DRIVE, coi suoi semplici archetipi (una bionda, una bruna, un
incidente d'auto, una borsetta piena di soldi, un'amnesia) diventa
dramma di avvincente sospensione, gabbia di fascino che lascia storditi
e estaticamente attoniti. Chi sia Rita importa al regista più o meno
quanto gli interessava conoscere l'assassino di Laura Palmer: poco o
nulla; nella serie televisiva abortita, quando fosse sorta la necessità,
l'avrebbe spiegato (se proprio doveva...): fondamentale è percorrere
una strada (diciamo vicino a Hollywood), non importa la destinazione (la
fine sarebbe comunque uguale: silencio). La deriva di una sinossi:
personaggi che raccontano e rivivono strani sogni premonitori, una
riunione che culmina nell'incubo del cineasta ("questo non è più
il tuo film"), un killer maldestro (siparietto di consueta,
lynchana brillantezza), identità che si sovrappongono (this is the
girl?), sesso oscuro (lesbico: ma non doveva andare in tv?). Spunta
persino una scatoletta blu che sembra conservare la soluzione dei
misteri e che non può non ricordarci quella che il cliente orientale
mostra alla prostituta Deneuve in BELLE DE JOUR (e come Bunuel,
che non ne aveva la minima idea, anche Lynch alla domanda "cosa
contiene quella scatoletta?" potrebbe rispondere "quello che
vuoi"). Senza il fulgore visivo di LOST HIGHWAY (ma non
dimentichiamoci la sua destinazione) M.D. è comunque un mosaico di
tessere contraddittorie di disarmante perfezione in cui il regista,
esulando dall'urgenza della spiegazione ad ogni costo (la madre tignosa
di tutti i flagelli), è compreso nelle sue attività preferite:
cesellare atmosfere, disseminare segni e dubbi, metterne in crisi
qualsiasi tentativo decifrativo, lanciare sguardi obliqui e inquietanti,
delineare complicati labirinti nei quali dolce è il perdersi, siano
essi figure in ombra su un letto, tendaggi che delimitano la soffocante
stanza dell'inconscio o movimenti di ballerini in uno strepitoso
inizio anni 50. Disprezzo (Mépris...) per lo spettatore? No,
massimo rispetto per il proprio essere Artista, innanzi tutto, in base
all'assunto per il quale le immagini non devono necessariamente sevire a
costruire un significato altro da sé ma devono essere significative di
per sé. Solo le menti più lucide del cinema moderno si ricordano che
con la celluloide ci si esprime in tal guisa, i pochi che lo f(s)anno
(li contiamo sulle dita di una sola mano) sono gli unici che rendono
l'esperienza cinematografica degna di essere vissuta, gli unici che mi
spingono ancora a varcare la soglia di una sala cinematografica. Lynch
è uno di questi. In realtà M.D. è quasi lineare, per buoni tre quarti
avvince, diverte, intriga. Nell'ultimo quarto il costrutto si annulla,
la trama deraglia e esplode, si frammenta, si sminuzza finemente,
diviene polvere di puro delirio visivo: impasse razionale, interrogativi
a mille all'ora, stream of consciounsness nel quale ci gettiamo a pesce.
L'ultima scena è tempesta sensoriale che fa accapponare la pelle, in
cui il terrore del personaggio diviene dello spettatore. Ma siamo già
nell'irraccontabile, ciascuno guardi coi propri occhi.
David Lynch: l'ultimo surrealista.
Se cinque anni fa la strada era perduta ora si la ritrova
all'improvviso: Mulholland Drive...
Un attimo...
E' persa di nuovo...
Un urlo...
Silencio...
I'm deranged... again.
http://www.mulholland-drive.com
Voto: 10
Luca Pacilio
Lo sviamento è
nelle strade della metropoli, quello stesso grumo che produce e si ciba di
cinema è il plesso da cui si diffondo, compresse, le sminuzzate
esperienze ed i puntuti riflessi esistenziali delle protagoniste, Betty e
Rita.
I fatti si avvinghiano gli uni agli altri, in vertigine d'abisso, parole,
chiavi (mutanti e ricorrenti) e spunti che si svelano per quello che sono:
accenni nell'impossibilità di direttrici percorribili in retta, tutto
s'avvolge, annoda, sfuma.
Lynch costruisce un nucleo, toccante, intimamente connesso con la vita, e
su questo pare lavorare con vigore lontano dalla sistematicità quanto,
piuttosto, vicino alla possibilità che è il (succo del) cinema di produrre
e riprodursi contemporaneamente e, nel fare ciò, fornire brandelli
dimensionali che spaziano quanto a statuto concettuale/visivo/narrativo
nelle possibilità del mondo, della sua duplicazione nel fatto
cinematografico (latamente audiovisivo), nell'annullamento che questo
subisce nel meccanismo di riproduzione storicizzato. Il cosiddetto "metacinema"
non è una possibile attualizzazione ma, semmai, una lontana premessa:
l'autocoscienza della struttura agente /cinema/ è assodata, scontata
quando non vetusta ma solo comoda casella cui ascrivere questo o quel
particolare accadimento, superata è, pure, la fase di teorizzazione del
postmoderno: l'attuazione è uno scavalcamento silenzioso.
Lynch come Greenaway, DePalma, Zemeckis, M. Mann, hanno maturato e messo
in atto la prassi di un OltreCinema che nell'autocoscienza del fare
(meditare, costruire, far vedere, nascondere) ha le strutture per la sua
stessa esistenza.
"Mulholland Drive" è un cesello, un giocattolo di
autoreferenzialità in cui non è solo l'autore ad esaurire le
possibilità delle istanze di creazione (non certo la stantia nozione
d'autore post baziniana) ma è il fatto filmico a plasmarsi in un unico
esistente, unitario nella scomposizione vertiginosa dei piani e nel loro
mescolamento: doveva essere un pilot per una serie televisiva rifiutata
ma, improvviso, assume i connotati della chiave - assente quanto
necessariamente evidente in questa logica che si giustifica in sé - per
la storia della vita, del cinema e delle sue potenze. Su questo il
silenzio, ultima parola del film, silenzio ché qui c'è il mistero del
fascino.
Voto: 9,5
Luigi Garella |
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PUBLIC HOUSING
(Frederick WISEMAN) |
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Nel
centro Ida B. Wells di Chicago si tenta di organizzare e migliorare le
condizioni di vita all'interno dei quartieri e degli stabili popolari.
La
vita degli uomini e delle donne all' Ida Wells è un continuo affanno:
precaria è ogni frazione della quotidianità, tra disinfestazioni e
riunioni mai decisive. Una costante incertezza segue il mondo nella
macchina di Wiseman, così dentro al dettaglio eppure chiaramente
rappresentativa disgiunge poli sentimentali e prospettive d'indagine per
produrre un documento, non un documentario, pulsante non dei toni
d'inchiesta ma della vita. Totale è la concentrazione che richiede
"Public Housing", totale è la presenza del regista e della
popolazione del quartiere, nella continua soggettiva dello straniero -
ignorato fino al disagio nell'onnipresenza del dato meccanico
riproduttivo: i piccoli gesti di una giornata di affanno, di fuga e
paura, di indolenza ritraggono un universo in cui la possibilità del
distacco dall'accadimento si annulla alla radice. I gesti della
sofferenza sono quelli che l'occhio etico che regista riporta, i soprusi
(in particolare quelli subdoli della polizia), le minime difficoltà ed
un amore infinito, anche leggermente ironico per un universo di
immersione profonda e toccante.
Voto: 8,5
Luigi Garella
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R-XMAS
(Abel FERRARA) |
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Il Natale di una giovane coppia di spacciatori.
Il
natale, il suo controcanto dello smercio di droga, uomini mescolano
polvere ad un tavolo, quotidiano come la festività, come la recita dei
bambini e del racconto dickensiano, uno scivolamento d'altalena tra
dimensioni che non si attendono contigue, eppure una continuità viene
dalle vite di una coppia e dei loro affari.
Nell'ammasso
cittadino azione ed inazione, i connettori interpersonali, si propongono
per Ferrara come gli unici dati di emotività; come in una favola ma con
i toni e gli scostamenti brucianti del noir:
fattualità e sua percezione si scollano. Il rapitore (Ice T) può
mostrare molto più della maschera, la sua umanità, una ricerca
reciproca di corpi e sforzi strenui per mantenere la parvenza d'unità,
sentimentale e spaziale: continue, lente, cupe dissolvenze connettono
griglie metalliche e riflessi, sguardi a gesti, frammentazioni estetiche
rari campioni di compostezza formale. NYC, molto più d'un set, latente
ed oppressiva grava sul mondo e costringe gli spostamenti a gabbie di
ricorrenza iterata. Parole, gesti, strade si chiudono su un breve
strappo nel tessuto dell'esistenza, il trauma riassorbito, un equilibrio
stabile.
Come
un lento adagio, il nostro natale, accosta situazioni e persone in una
composizione che assume le più svariate tinte: dall'ambito sociale, al
crime movie, alla politica, mantenendo equilibrio e lucidità in uno
sguardo che, si fa fatica a dirlo con Ferrara, ha molto della dolcezza.
Voto:
7,5
Luigi Garella
White Xmas
Dopo due film lontani dagli sche(r)mi, estremi e
provocatori, Ferrara torna classico e lucido in questa sommessa favola
alternativa, in cui marito e moglie, spacciatori di professione, cercano
la bambola da donare per Natale alla loro figlioletta - perchè tenero
è il cuore di mamma e papà, non conta il mestiere che si fa - e si
trovano coinvolti in un'avventura allucinante. L'intervento di un
gangsta dal cuore d'oro (non sfiora la donna, che bella lo è, neanche
con un dito), risolve la questione: basta vendere morte, però, certe
attività a lungo andare diventano pericolose; i due sembrano starci, di
strizza ne hanno avuta tanta, ma la roba, anche verghiana, avrà ancora
ragione di loro: non si sfugge al proprio destino. Perfetta è la resa
di questo Natale canonico ma non troppo: la recita scolastica, lo
shopping al negozio di giocattoli, i familiari, i manicaretti,
l'alberello sotto il quale viene depositato, accanto ai pacchi
infiocchettati, estraneo eppure perfettamente coerente, lo spaccato
livido di un'umanità malavitosa che conduce un'esistenza tragicamente
normale, che dispensa baci e carezze a casa e bustine di polvere in
strada; la neve, dunque, non fiocca in queste feste newyorkesi, si
taglia. Nonostante il carattere piuttosto lineare, molto freddo e
rigoroso, restano tutti riconoscibili i caratteri del Ferrara che
conosciamo, soprattutto nella rappresentazione di questi personaggi vivi
e neri, sfaccettati e umbratili, nel girovagare metropolitano del film
nel quale si inserisce una successione di eventi narrati con fluente
naturalezza, una descrizione minimale di momenti e gesti che sanno di
"anomala normalità" e che costituisce forse il dato più
sorprendente e riuscito dell'opera. Meno dannazione, più (apparente,
solo apparente) redenzione per una favola "R"ated e, dunque,
non proprio per tutti. Un (bianco...) Natale in casa del pusher.
Voto: 7,5
Luca Pacilio
Droga,
Redenzione,
New York e flashback:
in poche parole Abel Ferrara
Ci
sono tutte gli elementi del cinema di Abel Ferrara in "R-XMAS":
l'ambientazione in una New York tanto immersa nello sfavillio di luci e
colori quanto crepuscolare; l'impossibilità di una redenzione; il fuori
scena di alcuni momenti chiave che vengono lasciati all'intuizione dello
spettatore; l'uso inconsueto del flashback che pare non aggiungere molto
alla narrazione.
A
metà strada tra la favola e il dramma urbano, il film lascia un po’
spiazzati. Colpiscono, sia l'ennesimo tentativo di fondere bene e male e
di renderne difficoltosa la distinzione, che la straniante visione di un
Natale dove le luci e i festoni colorati sembrano proteggere il continuo
pulsare di una città sempre in movimento, che non dorme mai. Una
metropoli in cui l'illusione di felicità è figlia del lusso e comunque
sottintende unicamente beni materiali e status-symbol. La parabola dei due
protagonisti, amorevoli genitori di giorno e spacciatori di notte, non
convince però appieno. E il loro tentativo di regalare una costosa
bambola alla viziata figlioletta, vero motore della storia, risulta poco
credibile e una trovata un poco pretenziosa. Come risultano forzati i
presupposti narrativi della redenzione ipotizzata dal protagonista.
Come
al solito, Abel Ferrara costruisce un'atmosfera di inquietudine in cui i
personaggi si trovano a dover fare scelte difficili, ma rende il loro
destino impermeabile allo spettatore, che ha la sensazione di essere
volutamente escluso da quello che lo schermo racconta. Bravi gli
interpreti, in particolare Drea De Matteo, donna fedele e innamorata, vera
mente della coppia.
Voto: 6,5
Luca Baroncini |
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STARTUP.COM
(Chris
HEGEDUS, Jehane NOUJAIM) |
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Il documentario segue l'ascesa e la caduta di una
dotcom, un'azienda online, la govworks.com
E'
interessante l'azzardo messo in atto dalle due registe: puntare, in un
periodo in cui siti internet sorgevano come funghi, sul sorgere di
un'impresa di servizi online, documentando, momento per momento, il
dietro le quinte della sua nascita. Due amici vedono crescere la loro
creatura, aumentare i profitti, raggiungere la fama in uno spaccato
veriterio e deprimente allo stesso tempo: filosofia del soldo a tutti i
costi, vite consacrate al dio dollaro, al profitto, al successo; non
manca nemmeno il ritiro meditativo nei boschi dello staff aziendale. Ma
la fortuna è una ruota e, dopo la rottura tra i due, che fanno a pezzi
un legame fraterno, l'azienda piano piano vede diminuire dipendenti e
ricavi per chiudere mestamente i battenti.
Il docudramma è molto ben fatto, rende adeguatamente lo sviluppo delle
dinamiche relazionali e aziendali, gli entusiasmi e i successi dei due,
ma colleziona anche momenti molto noiosi (due anni di girato:
inevitabile lasciarsi tentare dalla lungaggine): un minimo di sintesi in
più e avremmo avuto un ritratto pressochè perfetto dello yuppismo anni
90.
Voto: 6,5
Luca Pacilio
Reality Cinema?
Prendete
"Il Grande Fratello" e ai vari Lorenzo e Lalla, sostituite due
amici d’infanzia che decidono di fondare una "DotCom", una
delle tante micro-aziende che, prima in America e poi nel resto del
mondo, hanno sfruttato il boom economico legato ad Internet. I due,
grazie alla possibilità offerta agli utenti di pagare qualsiasi tipo di
imposta governativa comodamente seduti davanti al computer, divengono in
poco tempo miliardari e la piccola società inizia a farsi strada nel
competitivo mercato azionario di Wall Street. La storia economica degli
ultimi mesi, però, ci ha insegnato che i sogni muoiono all'alba e la
bolla speculativa, creata dalle promesse di guadagni poi mai
verificatisi, si è presto sgonfiata. Dalle stelle alle stalle il passo
è breve e il fallimento coinvolge anche i due giovani e intraprendenti
protagonisti di questo atipico esperimento.
L'applicazione
della formula del "Reality show" al mondo economico è
interessante è ha dell'incredibile. Non ci sono infatti attori nel
film, ma i protagonisti sono i reali studenti, amici della co-regista,
che hanno accettato di farsi filmare durante la loro avventura
economica. Sembra pazzesco che i due registi abbiano avuto libero
accesso a vere riunioni private, a sfoghi personali, a dati aziendali.
Eppure la macchina da presa non pare interferire minimamente sulla realtà
e i protagonisti risultano perfettamente a loro agio sotto l'occhio
indiscreto della telecamera.
Interessante come specchio dell'attuale mondo economico, "Startup.com"
soffre però dei limiti di ogni "Reality show": l’incapacità
di mantenere desta l'attenzione. Tutto appare vero, ma incredibilmente
piatto. Non a caso una puntata de "Il Grande Fratello" dura al
massimo venti, venticinque minuti.
Potrebbe
essere rivalutato in televisione, suddiviso in puntate all'interno di
una trasmissione di carattere economico.
Voto: 6,5
Luca Baroncini
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STORYTELLING
(Todd SOLONDZ) |
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Fiction: una studentessa bianca, il suo ragazzo, paralitico cerebrale, il loro professore nero. Non fiction: un liceale, la sua famiglia, una domestica, un documentarista.
Mette i brividi questo nuovo film di
Solondz, mette i brividi una visione così sconsolata eppure l'avvertiamo come tale) precisa delle cose della vita. Dopo il terrificante (non è un giudizio di valore sia chiaro, è un dato di fatto)
HAPPINESS, Solondz, sul consueto registro acerimmo, divide il nuovo film in due episodi (ne esisteva un terzo, ma è stato eliminato all'ultimo momento). Il primo (Fiction) è un breve e perfetto apologo di crudeltà mentale, asciutto e stordente: il regista non fa niente per rendere più guardabile il mondo che rappresenta, avanza con toni da commedia acida e ci fa vergognare del nostro ridere. Quel
"Fuck me nigger, fuck me hard", che il professore di scrittura creativa richiede alla sua alunna mentre la sodomizza contro una parete, risuona ironico e terribile nelle nostre orecchie. Il gioco della realtà che si fa finzione e' finissimo: l'esperienza sessuale sara' oggetto del racconto che la ragazza presenterà in classe al professore stesso che, imperturbabile, giudicherà il componimento mediocre. Questo primo segmento, scorretto come tutto il cinema dell'autore (ma l'intero film si propone come un saggio sulle possibilità e i risultati del narrar scorretto), è un piccolo, avvilente capolavoro in cui, genialmente, Solondz mette in scena testo e critica dello stesso. Il secondo episodio
(Nonfiction) ripropone un tranquillo inferno familiare, di quelli che il Nostro ha dimostrato di saper descrivere come nessun altro (e la parodia di AMERICAN BEAUTY è dichiarata e massimamente critica), nel quale si introduce un documentarista che ne farà un indiretto ritratto (il soggetto principale è il figlio sul punto di entrare al college). Ancora una volta l'autore predilige l'affresco corale, evitando saggiamente l'immedesimazione dello spettatore, piuttosto conducendolo a un atteggiamento di egualitario fastidio nei confronti di ciò che viene rappresentato. Meno incisiva della prima, e forse, conoscendo la poetica del regista, un po' piu prevedibile e manierata, questa parte reca in sé elementi e toni che ormai possiamo definire a giusto titolo
"solondziani": basti per tutte la figura del figlio più piccolo, fiero rompipalle, che si sente trascurato dai genitori, interroga la domestica sulla sua felicità (ma la considera poco più di una schiava) e ipnotizza il padre onde indurlo a dedicargli quell'attenzione che sente negatagli. E non tratteniamo il raccapriccio quando, in quella che sarà una notte fatale, il piccolo chiede di dormire nel lettone dei genitori. Il padre (un sempre splendido John
Goodman) lo salva dai mostri degli incubi, accogliendolo nel rifugio più mostruoso di tutti, il nido più intimo della Famiglia. Un film di scrittura sullo scrivere storie (e in ciò inevitabilmente autoriflessivo) questo
STORYTELLING, in cui Solondz, confermando una grande abilità nello sceneggiare, risulta molto meno interessato all'organizzazione della messinscena che sembra risolversi in una semplice illustrazione dei suoi cinici
(rectius: realistici) giochi letterari. Ma questa scarna scelta stilistica si può ricollegare all'intento dell'autore di assumere uno sguardo neutro, distaccato, di rassegnazione che oserei definire universale nei confronti delle vicende narrate. Colore, vividezza e invenzione visiva le si riservano soltanto alla splendida semplicità dei titoli di testa che rendono ancora più cupo il quadro che va a seguire. Domina in ogni fotogramma, dunque, l'umido lividore della sconfitta esistenziale: non c'è accusa o raccapriccio nei confronti di questi personaggi, essi sembrano non avere colpa del loro esser meschini, vittime di una vita che li rende tali. La conclusione che si trae dalla visione di questo come dei precedenti, scomodissimi film dell'americano è sempre la stessa: la vita è una
merda. Ma stavolta l'atto conclusivo, terroristico e vendicativo, reca in sé qualche germe di speranza; una prospettiva di giustizia finale, per quanto sommaria, che ci concede il lusso di un respiro piu leggero.
Voto: 8
Luca Pacilio
Finzione e non finzione è solo una traduzione parziale di
Fiction e Non Fiction, le didascalie che scindono il film di Solondz: raccontare e non raccontare, raccontare storie di finzione e raccontare storie di non finzione. Il limite, ci viene mostrato, è tutto dentro lo spettatore: dove arriva la realtà, la credibilità in base alle griglie di progettazione personale, dove la stilizzazione si maschera o spavalda si concentra in parametri riconoscibili?
Se pure Solondz ha fatto di meglio con i suoi precedenti lavori, qui lo sguardo, la sua puntigliosa rappresentazione e velato affetto - se non per i personaggi di certo per il raccontare come fatto in sé - si manifesta perfettamente. Il grottesco è categoria critica non del fenomeno in quanto tale: come dice il professore, il
nigger, di Fiction la mediocrità è nel racconto realistico, la "non fiction" lungamente rinfacciata a Solondz non funziona, non è l'arte che si insegna a fare.
Un libello di difesa e contrattacco "Storytelling" che allinea e dispiega la summa del cinema del regista newyorkese seppure non sempre vada a segno e la tenuta ritmica non sia costante: un punto di non ritorno per il suo autore ed un notevole affronto all'autorevolezza dello spettatore.
Voto: 7,5
Luigi Garella |
| - AMERICANA -
Anthony Mann & Jimmy Stewart |
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L'anno
scorso Boetticher, ora Anthony Mann (1906-1967) ed i suoi western con
James Stewart sono interessati da una breve retrospettiva. Se
Boetticher imprime alla stessa forma
del genere delle traiettorie (statiche) in netto rifiuto delle
tradizione, Mann, d'altro canto, pare molto vicino alla classicità,
al "cinema americano per eccellenza" (Rondolino).
Winchester '73 (1950), Bend Of the River (1951),
The Naked Spur (1952), The
Far Country(1953), The Man
From Laramie (1954).
I
film pieni di stile, formale e dinamico, di Mann con Stewart (ma
interessanti sono pure "Cimarron" con Glenn Ford e
"Dove la Terra Scotta" con Gary Cooper) nascono per il
cinemascope: la cura inesausta dei movimenti e del paesaggio intorno
agli uomini, in particolare all'eroe dell'understatement
Steward - uomo che "pare" comune ma sprizza princìpi e
desolazione - stagliano questi lavori di vero western maggiorenne.
Rispetto a Boetticher per Mann il dilemma esistenziale del
protagonista, la sua scelta etica, sono il centro su cui incardinare
le dinamiche d'azione, giungere al duello finale significa ripulire,
trovare nuova forza per un futuro che, nel corso dell'azione, è
incominciato ad apparire nell'orizzonte delle possibilità. Le forze
vengono spremute in estenuanti cavalcate, inseguimenti come alla volta
d'un traguardo a lungo non raggiunto. Amicizia ed amore sostengono un
eroe stanco ma inesorabilmente cocciuto spinto com'è da un passato
bruciante.
Luigi
Garella |
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