TORINO 2001
AMERICANA

 

AMERICANA:
    - ARRUZA - Budd Boetticher 
    - COULD BE THIS LOVE? - Abel Ferrara
    - DONNIE DARKO - Richard Kelly
    - DOWN FROM THE MOUNTAIN - Nick Doob, Chris Hegedus, D. A. Pennebaker 
    - FAUST - Brian Yuzna 
    - HARVARD MAN - James Toback 
    - HEDWIG AND THE ANGRY INCH - John Cameron Mitchell 
    - MULHOLLAND DRIVE - David Lynch 
    - PUBLIC HOUSING - Frederick Wiseman 
    - R-XMAS - Abel Ferrara 
    - SEÑORITA EXTRAVIADA - Lourdes Portillo 
    - STARTUP.COM - Chris Hegedus, Jehane Noujaim 
    - STORYTELLING - Todd Solondz 
    - THE LAST MOVIE - Dennis Hopper 
    - THEN, A YEAR - Kelly Reichardt

AMERICANA - ANTHONY MANN & JIMMY STEWART:
    - WINCHESTER '73 - Anthony Mann 
    - BEND OF THE RIVER - LA' DOVE SCENDE IL FIUME - Anthony Mann 
    - THE NAKED SPUR - LO SPERONE NUDO - Anthony Mann 
    - THUNDER BAY - LA BAIA DEL TUONO - Anthony Mann 
    - THE FAR COUNTRY - TERRA LONTANA - Anthony Mann 
    - THE MAN FROM LARAMIE - L'UOMO DI LARAMIE - Anthony Mann

 

 

- AMERICANA

 

ARRUZA
(
Budd BOETTICHER)


L'edizione dell'anno 2000 del TFF aveva dedicato una delle sezioni Americana ai Western di Boetticher con Randolph Scott, quest'anno, in occasione della pubblicazione dell'autobiografia del regista, "When In Disgrace" (ed UTET per conto TFF, eur. 14,46), l'evento speciale è "Arruza" (1972), purtroppo nella sola versione video, non essendone stata ritrovata altra copia.

"A volte nasce un uomo la cui vita è così diversa, così pericolosa, così onorevole e piena di coraggio da poterla raccontare solo una frammento per volta. Questa è la storia di un frammento della vita di un uomo di quel genere. E' la storia di Carlos Arruza"

Per otto anni Boetticher si affanna, attraversando crisi personali, due matrimoni, finanziatori che appaiono e scompaiono, colleghi ed attori che attorno a lui si affannano per farlo tornare ad Hollywood o per relegarlo definitivamente in Messico. Carlos Arruza, Charlie, "El Ciclòn", amico di Budd fin dagli anni in cui non era che un novillero (un giovane torero), è il protagonista di questo strano miscuglio di documentario, breve biopic e fiammeggiante fiction: il più grande torero della "seconda età dell'oro delle corride", concorrente per lunghi anni di Manolete nel cuore degli aficionados messicani, indiscusso uomo di fegato (BB fa subito notare nell' autobiografia che non è cosa da poco tener los huevos, le palle, con un toro che  ci passa ad un paio di centimetri) e tempra - bizze comprese - della grande star.
Ritiratosi dalle corride Carlos promette di non indossare mai più il traje de luces, l'abito del torero, acquista una tenuta, Pasteje, d'allevamento di tori ed incomincia a pensare come svicolare dalla parola data; acquista tre cavalli portoghesi, i migliori, è ovvio, addestrati a rejonar e inizia ad allenarsi.
Boetticher, torero in prima persona, assistente alla regia ed addetto tecnico per "Sangue e Arena" di Mamoulian, regista di "Bullfighter and the Lady" insegue il sogno di un film sulla corrida in cui oltre al fascino del movimento, della folla, sia impresso anche il gusto della fatica, la polvere dell'arena. "Avevo pensato Arruza come al Red Shoes dei film sulla corrida, un balletto a contrappunti[…]", e ancora "Non sarebbe stato meraviglioso se il regista di The Agony and The Ecstasy" avesse avuto a disposizione Michelangelo invece di Charlton Heston?", a lungo combattuto sul protagonista tra Luis Miguel Dominguin e Carlos Arruza, il ritorno sulle scene di quest'ultimo in una veste nuova - il traje dei rejonadores è corto e nero, perfetto per svicolare la promessa - fa decidere il regista.
Lentamente la macchina da presa avvolge Plaza Mexico, l'arena più grande d'America, un catino di cemento armato circondato dalle statue bronzee dei più grandi bullfighters. I tori si agitano nel piccolo recinto interno, vengono smistati con corridoi ciechi, il sole segna ogni superficie scandendo la percezione dello spazio: Arruza ed i suoi aiutanti entrano nella sabbia per il paseo d'apertura, a cavallo saluta la folla, dal 1953 (nella realtà questa non è la prima corrida ma non importa) non aveva più tagliato orecchie e code (i premi del torero), a quarantasei anni ora, a cavallo, come nessuno l'aveva mai visto torna e, sugli spalti, "gli aficionados si alzarono in piedi, tutt'uno, per acclamare il ritorno del loro idolo. Erano tutti lì: gli anziani, che avevano zoppicato fino a Plaza Mexico, nel ricordo di Carlos ragazzo, gli uomini dell'età di Arruza, che non accettavano nessun altro "Numero Uno", i giovani accorsi a sincerarsi che la leggenda fosse vera, e i bambini portati dai genitori a provare che lo era". Carlos sfodera tutti i pezzi di bravura, Gavilàn, l'enorme bovino da  matàr, segue i movimenti del suo nemico, quasi docile: i passi del torero, lo sventolio della muleta (il drappo rosa/giallo) sono le armi con cui Arruza incide nella memoria e commuove tanta bellezza esplosiva.
A Pasteje, Mari Arruza aspetta la notizia della vittoria portatale dai figlioletti, in altre sequenze l'abbiamo vista a cavallo con Carlos in una drammatizzazione della scoperta dell'arte del rejonar, al tramonto; i figli giocare col padre alla corrida, col matador nelle vesti del toro, tutti lavorare nella tenuta. Tramonti di fuoco spengono il furore della polvere, con il suo montaggio calibrato e netto, con la rilassatezza della pace.
La voce narrante di Antony Queen accompagna le immagini, la fotografia carica ed emotiva è di Lucien Ballard.

"Non vedremo mai più Carlos Arruza. E' morto poche settimane dopo, per un insensato capriccio del destino, quando la sua automobile ha sbandato sull'asfalto bagnato di pioggia della strada per Rancho Dolores. Non guidava nemmeno lui. Dormiva, quel 20 di maggio del 1966. Ma un uomo non muore finché non muore l'ultimo degli uomini che lo ricorda. Quindi, Carlos Arruza vivrà per sempre"

La m.d.p. scopre a Plaza Mexico la statua di Carlos Arruza.

               Voto: 8                                          Luigi Garella

 

COULD BE THIS LOVE?
(Abel FERRARA)


Una pittrice con la modella -amante- rimorchiano in un pomeriggio di noia una puttana per farla posare, la portano ad una cena d'affari la sera con il marito della prima.

Il primissimo film di Ferrara. Con attenzione al dettaglio si segue la giornata delle tre donne ma, nel tessuto fenomenico, si spalancano improvvise immagini d'esplorazione onirica in cui affiorano i sensi di colpa della ragazza che si trova in un ambiente estraneo, il suo disorientamento. Con ottima padronanza Ferrara traccia un primo quadro d'ambiente emotivo, pur in povertà di mezzi riesce a far emergere l'impronta del suo sguardo: la memoria, la difficoltà del rapporto umano, l'ambiente come oppressione.

Voto:  6,5                              Luigi Garella

 

DONNIE DARKO
(
Richard KELLY)


1988. Donnie Darko è un ragazzo americano di famiglia agiata. Un giorno un coniglio gigantesco, che soltanto Donnie riesce a vedere, gli salva la vita attirandolo fuori di casa poco prima dell'impatto di un motore di aereo con la sua abitazione.

La sorpresa del Festival arriva all'ultimo momento e copre nel programma la dicitura "Titolo da definire". Nel catalogo il film appare in un foglio fotocopiato aggiunto e alla proiezione serale si era davvero in pochi a vederlo, colpa di un riassunto tramico che, per quanto ineccepibile, non appariva granchè incoraggiante. Il passaparola ha funzionato, alla seconda proiezione il pubblico era decisamente più folto ma sfortuna ha voluto che questo fosse uno dei titoli in programma mentre l'incendio del Reposi divampava: la sua seconda programmazione è stata interrotta e non credo sia stata recuperata.
Richard Kelly ha solo 26 anni ma dimostra una maturità di scrittura e di sguardo che lascia ammirati. Il suo è stato un film sudato, trovare i soldi per produrlo non è stato facile ma l'intervento di Drew Barrymore (tra le interpreti) ha aperto delle porte e ha fatto aggiungere alla squadra altri attori di nome (Patrick Swayze, Mary Mc Donnell). L'opera non ha un attimo di cedimento, sempre spigliata e intelligente, mai sopra le righe, mai facilona, anzi: lo spaccato della provincia americana che ne esce è davvero azzeccato, la descrizione di  un'adolescenza consapevole e sensibile ha toni delicati, a volte amari. L'anima nera (...dark) del protagonista, la sua schizofrenia forse sono solo il riflesso di un sistema sovraordinato nel quale il giovane si accorge di muoversi e di cui si sforza di comprendere le regole: è proprio questo elemento irreale, via via più inquietante, a fare la differenza con le tante produzioni teenageriali cui siamo abituati; non siamo, peraltro, dalle parti di HARVEY, anche se l'apparizione del coniglio lo fa pensare inevitabilmente, nè tantomeno ci muoviamo nella semplice commedia di costume o nel fantasy di consumo: Kelly gioca con grande finezza nel più spinoso campo di realtà parallele che si incrociano per un attimo e si distanziano di nuovo, dimensioni temporali alternative, possibilità (anche narratologiche) che si propongono senza svelarsi come tali se non nell'enigmatico finale. L'agnizione sul significato del fantomatico coniglio ci colpisce all'improvviso e fa decisamente centro. Quando alcuni nodi vengono al pettine (altri, sottilissimi, passano attraverso i suoi denti e si perdono per sempre) si ha la sensazione di essere di fronte a un film coraggioso e originale, che mischia le carte e i generi con grande disinvoltura, che non cerca di lanciarti addosso la sua particolarità e ti sorprende per la sua sottigliezza. Il film ha un sito molto bello che consiglio di visitare. Ci auguriamo che la distribuzione italiana non si dimentichi di DONNIE DARKO: potrebbe divenire un piccolo cult.

www.donniedarko.com

Voto:  8                               Luca Pacilio


Salvato da morte certa, Donnie, ha sentito una voce roca e sussurrante, la stessa che lo sveglierà ancora e lo farà agire. Pare un'allucinazione, uno sfasamento prenevrotico ma in realtà c'è molto più in questo delirio adolescenziale: il tempo si sta avvitando su sé stesso. Un muro di trasparente gelatina separa dimensioni dello spazio-tempo, gommosi vettori vermiformi tracciano le traiettorie di movimento degli esseri umani, scritti parascientifici di vecchie pazze avvertono della vera fine dell'universo. Un morbido dolly inserisce in un mondo americano fino al sarcasmo ma in cui, invece di innestare l'usuale satira dei comportamenti (presente e deliziosa col padre di Donnie che guardando la tv sbotta "Diglielo tu, George!" parlando con Bush jr.) stringe un giro di vite dei più inattesi: l'inspiegabile, il soprannaturale. Con più d'un debito rispetto a Lynch Kelly sprofonda una struttura nota e vieta (college movie, satira famigliare, etc) in un improvviso vortice di spalancamento, Donnie (Jake Gyllenhaal, perfetto) diventa uomo nel modo più delirante possibile, tuffandosi in una trama che ha qualcosa della vite senza fine d'Archimede: trova l'amore e la coscienza di sé fino all'annullamento che si verifica, colpo preziosissimo nella tessitura, nella ratificazione dell'impossibile che si è mostrato. Accettare il mondo come lo si coglie come primo passo (ultimo) all'adulthood. 
Il regista, esordiente, maneggia i virtuosismi temporali ed i paradossi con l'unica arma possibile, una studiata non-curanza che permette la sospensione dell'incredulità a favore di un gioioso e -soprattutto - continuo godimento di rara intelligenza.

Voto:  7,5                              Luigi Garella

 

DOWN FROM THE MOUNTAIN
(
Nick DOOB, Chris HEDEGUS, D. A. PENNEBAKER)


Il concerto che raccoglie i musicisti bluegrass che hanno partecipato alla colonna sonora di "O, Brother Where art thou?" dei Coen

Il concerto, voluto dai fratello Coen per l'interesse rinato verso questa forma di musica popolare americana, viene presentato da Holly Hunter - la Penelope del film. Quanto alla forma documentaria poco di interessante da notare, alcuni backstage divertenti vengono inseriti in un flusso che, giustamente, si centra sulla musica e sui musicisti, quasi un gruppo d'amici che si ritrova di fronte ad un pubblico cui non è abituato.

Voto:  6,5                              Luigi Garella

 

FAUST - LOVE OF THE DAMNED
(Brian YUZNA)


John Jasper, pittore, assiste all'orribile omicidio della sua donna ad opera di un gruppo di criminali. Disperato, sul punto di lanciarsi da un ponte, viene fermato da M, un uomo misterioso che gli promette la vendetta e poteri illimitati in cambio della sua anima.

Dal fumetto al sincretismo cinematografico: Yuzna non si risparmia in nulla, con un budget risicato confeziona e si prende il tempo di ricamare un inatteso gioiello.
Faust è una gran bella scusa culturale per permettersi ogni ghignante sbruffoneria, non poi così lontano dall'intoccabile Murnau, tralasciando tappeti volanti e decadence orientaleggiante, l'eponimo eroe si fa mascherato incrocio di Wolverine (X-Men) e Batman, ambiguo e tormentato,  schiavo di M, assetato di sangue, pronto alla redenzione. Ettolitri di denso liquido rosso-rubino, arti mozzati cuori smagiucchiati, tette al silicone, bondage, luci e prospettive obliquamente deliranti, sesso senz'amore, lame, satanismi, homunculi, pochi effetti digitali, inquadrature di folgorante nitore (improvvisamente, dopo Murnau, viene in mente Ruiz). Sembra che il nostro regista filippino preferito abbia voluto divertirsi parecchio ed effettivamente punta all'annullamento di ogni aspettativa accumulando in forsennato ritmo, in continua alternanza di registri visivi e narrativi, una sequela inarrestabile - ma chi mai vorrebbe fermare tutto questo?! - di divertimenti assortiti, digeribili perché già digeriti e masticati ma ricomposti con postmoderno amor, con contorno di musica sparatissima (Sepultura molto riconoscibili).
Nasce come puro divertimento eppure riesce a trovare una strada verso la densità: non solo ogni personaggio viene caricato di dubbi e spaesamenti ma la stessa abnormità (su scala umana) del trattato assume caratteri d'astrazione brucianti nel loro essere inaspettati - destino, relazione umana, il potere - e, ciò nonostante, integrati con naturalezza in un mero pretesto.

Voto:  8                                Luigi Garella


Che Brian Yuzna continui ad essere ignorato dalla distribuzione italiana è scandalo che si perpetua nella più colpevole e generale indifferenza. E' vero, i suoi titoli si recuperano in VHS o nelle notti ghezziane, ma provate a guardarvi questo FAUST in televisione e poi ditemi... Il regista trita generi in questo incredibile pastiche che sembra un kolossal ma non lo è: c'è l'horror piu' orrorifico e il fantasy piu' fantasioso, lo splatter e il thriller, le consuete concessioni softcore, e le sanguinolente trovate del gore più strabordante. Inventivo, citazionista (c'e' dentro Batman, Freddy Kreuger ma anche i freaks di Browning), senza limiti, tra effetti e effettacci l'autore gioca dall'inizio a una fine che lascia il segno (messa nera + orgia, memorabile), infilando un'idea al secondo senza sprezzo del ridicolo, osando tutto l'osabile (la scena della donna i cui seni e glutei si gonfiano a dismisura per poi farsi pappa che si squaglia lentamente è già cult), non ponendo freni al proprio estro, stupendo e divertendo senza pause. Yuzna - ricordiamo, per tutti, l'esordio fulminante con lo splendido SOCIETY - THE HORROR (un must) - senza dar sfogo alle pulsioni metaforiche e alle sottili allusioni politiche del debutto, rimesta tutto in un film (tratto da un fumetto di David Quinn, autore anche della sceneggiatura) di un trash sublime ma straordinariamente elegante (volo a planare su una tavola imbandita che Greenaway invidierebbe), visivamente abbagliante, con montaggio al cardiopalma, grande azione, sangue a litri. La sagra del grand guignol. Ci sto dentro, Brian. Stratosferico.
http://movies.fantasticfactory.com/faust/

Voto:  8,5                              Luca Pacilio

 

HARVARD MAN
(James TOBACK)


L’università di Harvard ha una studentessa molto speciale: Cindy Bandolini, il sogno proibito della grande maggioranza dei ragazzi del campus. Cindy fa la cheerleader, è carina e molto ricca. Suo padre è un boss della malavita e Cindy sa come manipolare un uomo. Alan Jensen, studente di filosofia, è il capitano della squadra di basket. Cindy lo convince a truccare gli incontri. L’F.B.I., però, comincia ad indagare.

Paura e delirio a Harvard (con brio)

James Toback, nome più noto agli addetti ai lavori che al grosso pubblico (sua, ad esempio, la sceneggiatura di "Bugsy"), dopo il folgorante debutto con "Fingers", del 1978, ha proseguito una carriera altalenante senza nessun grosso successo commerciale. Dopo "Black and white", apparso fugacemente sui  nostri schermi, eccolo di nuovo dietro la macchina da presa con "Harvard man". Un film piacevole, ironico, con una prima parte dal ritmo vertiginoso che conferma le doti di Toback come abile e non comune narratore. Una storia già vista di scommesse clandestine, sesso, droga e tanti soldi, viene raccontata in modo molto fluido e coinvolgente. In particolare colpisce la continua sovrapposizione di piani narrativi diversi, temporalmente non allineati. Ecco quindi due personaggi che elaborano un piano inframmezzati dal risultato della loro discussione, a sua volta spezzato da un incontro successivo, conseguente al primo accordo. Molto più complesso da descrivere (e sicuramente da sceneggiare) che da seguire sullo schermo, dove le immagini e le situazioni si susseguono in modo frenetico ma complice. Nella seconda parte il protagonista subisce i contraccolpi di una LSD casalinga dagli effetti devastanti. Le trovate visive che ne conseguono sono divertenti, ma debitrici delle distorsioni degli strafatti protagonisti di "Paura e delirio a Las vegas", per cui colpiscono senza stupire.
Riuscita la caratterizzazione dei personaggi, sempre in qualche modo imprevedibili e sfuggenti, e l'interpretazione degli attori: Sarah Michelle Gellar si conferma "lolita dark" con l'arma dell'ironia, mentre il giovane Adrian Grenier si segnala come un nome da tenere d'occhio.
Dopo un po' il gioco narrativo, intellettualmente solleticante ma non certo distensivo, rischia di incepparsi. Ma James Toback riesce sempre a controllare personaggi, situazioni e storia, confermandosi un regista da rivalutare e, sicuramente, riscoprire.

Voto:  7,5                              Luca Baroncini

 

HEDWIG AND THE ANGRY INCH
(
John Cameron MITCHELL)


Hansel, tedesco occidentale, segue negli States un soldato americano di cui si è innamorato e, cambiato sesso, divenuto Hedwig,  comincia a cantare. Finita la relazione incontra un ragazzo che segnerà, nel bene e nel male, il suo destino.

Basta Diva

Comincia bene il film che Cameron Mitchell ha tratto dal suo musical, grande successo nei teatri off di Broadway: narrazione segmentata, salti temporali, aneddoti, tanta musica e colori, persino un gradevole inserto animato, un bel patchwork di frammenti differenziati, molto calibrato e godibile, con alcune trovate argute e molto (amaro) divertimento. Ma, come spesso accade, l'esigenza narrativa diventa prepotente e la necessità di annodare le fila del racconto sopravanza tutto il resto: lentamente ma inesorabilmente, il film si qualunquizza divenendo via via convenzionale e meno interessante. Peccato per il lungo giro a vuoto della seconda parte, perché alcune sequenze (pensiamo al geniale momento di Hansel bambino che ascolta la radio con la testa nel forno), certe coreografie, un uso intelligente del videoclip erano di freschezza e carattere indubbi, soprattutto mettevano in luce una disinvoltura registica ragguardevole per un esordiente. Definito molto frettolosamente il nuovo ROCKY HORROR PICTURE SHOW (col cult del '75 condivide solo e esclusivamente la tematica del travestitismo perchè per il resto trattasi di film radicalmente diversi) HEDWIG è piuttosto un omaggio esplicito agli eroi del glam rock (citati letteralmente e musicalmente) che non si dimentica di PRISCILLA, LA REGINA DEL DESERTO, riverberando le malie di VELVET GOLDMINE. Dubitiamo che tutto l'entusiasmo che si è scatenato intorno a questo film si tradurrà in un ricordo durevole dello stesso ma sarebbe ingiusto trascurare la prova attoriale di Cameron Mitchell, l'unica che merita l'applauso incondizionato.

Voto:  6                                Luca Pacilio

 

MULHOLLAND DRIVE
(David LYNCH)


Un incidente sulla Mulholland Drive a Hollywood. La donna superstite (Rita?) ha perso la memoria: si rifugia in un bosco e poi, penetrata in un appartamento, conosciuta Betty, un'aspirante attrice appena giunta nella città delle star, cercherà, insieme a lei, di risalire alla sua identità e alla provenienza del denaro che ha con sé.

Silencio...

Benvenuti negli anni 2000. Ad aprirci le loro porte è lo stesso Lynch che aveva spalancato gli anni 90 con WILD AT HEART, paradigma imprescindibile per seguire correttamente l'evoluzione filmica del passato decennio.  Dopo un capolavoro come LOST HIGHWAY, dopo una prova di maturità, delicatezza e spessore come THE STRAIGHT STORY, dopo questo MULHOLLAND DRIVE, si può dire con serenità che il regista americano ha pochi rivali. Uno stile inarrivabile, di rara originalità, un senso della messinscena come nessuno, un uso della macchina da presa di suprema espressività che esalta il cinema nelle sue peculiari caratteristiche (finalmente qualcuno...). Lynch, rilanciatosi a corpo morto nel mistero, piega il pilot di una serie televisiva a capolavoro di necessità. Reticolo di spunti, indizi, filoni accennati, pronti a evolversi e a proliferare ma anche ad avvilupparsi inestricabilmente, MULHOLLAND DRIVE, coi suoi semplici archetipi (una bionda, una bruna, un incidente d'auto, una borsetta piena di soldi, un'amnesia) diventa dramma di avvincente sospensione, gabbia di fascino che lascia storditi e estaticamente attoniti. Chi sia Rita importa al regista più o meno quanto gli interessava conoscere l'assassino di Laura Palmer: poco o nulla; nella serie televisiva abortita, quando fosse sorta la necessità, l'avrebbe spiegato (se proprio doveva...): fondamentale è percorrere una strada (diciamo vicino a Hollywood), non importa la destinazione (la fine sarebbe comunque uguale: silencio). La deriva di una sinossi: personaggi che raccontano e rivivono strani sogni premonitori, una riunione che culmina nell'incubo del cineasta ("questo non è più il tuo film"), un killer maldestro (siparietto di consueta, lynchana brillantezza), identità che si sovrappongono (this is the girl?), sesso oscuro (lesbico: ma non doveva andare in tv?). Spunta persino una scatoletta blu che sembra conservare la soluzione dei misteri e che non può non ricordarci quella che il cliente orientale mostra alla prostituta Deneuve in BELLE DE JOUR  (e come Bunuel, che non ne aveva la minima idea, anche Lynch alla domanda "cosa contiene quella scatoletta?" potrebbe rispondere "quello che vuoi"). Senza il fulgore visivo di LOST HIGHWAY (ma non dimentichiamoci la sua destinazione) M.D. è comunque un mosaico di tessere contraddittorie di disarmante perfezione in cui il regista, esulando dall'urgenza della spiegazione ad ogni costo (la madre tignosa di tutti i flagelli), è compreso nelle sue attività preferite: cesellare atmosfere, disseminare segni e dubbi, metterne in crisi qualsiasi tentativo decifrativo, lanciare sguardi obliqui e inquietanti, delineare complicati labirinti nei quali dolce è il perdersi, siano essi figure in ombra su un letto, tendaggi che delimitano la soffocante stanza dell'inconscio o  movimenti di ballerini in uno strepitoso inizio anni 50.  Disprezzo (Mépris...) per lo spettatore? No, massimo rispetto per il proprio essere Artista, innanzi tutto, in base all'assunto per il quale le immagini non devono necessariamente sevire a costruire un significato altro da sé ma devono essere significative di per sé. Solo le menti più lucide del cinema moderno si ricordano che con la celluloide ci si esprime in tal guisa, i pochi che lo f(s)anno (li contiamo sulle dita di una sola mano) sono gli unici che rendono l'esperienza cinematografica degna di essere vissuta, gli unici che mi spingono ancora a varcare la soglia di una sala cinematografica. Lynch è uno di questi. In realtà M.D. è quasi lineare, per buoni tre quarti avvince, diverte, intriga. Nell'ultimo quarto il costrutto si annulla, la trama deraglia e esplode, si frammenta, si sminuzza finemente, diviene polvere di puro delirio visivo: impasse razionale, interrogativi a mille all'ora, stream of consciounsness nel quale ci gettiamo a pesce. L'ultima scena è tempesta sensoriale che fa accapponare la pelle, in cui il terrore del personaggio diviene dello spettatore. Ma siamo già nell'irraccontabile, ciascuno guardi coi propri occhi.
David Lynch: l'ultimo surrealista.
Se cinque anni fa la strada era perduta ora si la ritrova all'improvviso: Mulholland Drive...
Un attimo...
E' persa di nuovo...
Un urlo...
Silencio...

I'm deranged... again.

http://www.mulholland-drive.com

Voto:  10                              Luca Pacilio


Lo sviamento è nelle strade della metropoli, quello stesso grumo che produce e si ciba di cinema è il plesso da cui si diffondo, compresse, le sminuzzate esperienze ed i puntuti riflessi esistenziali delle protagoniste, Betty e Rita.
I fatti si avvinghiano gli uni agli altri, in vertigine d'abisso, parole, chiavi (mutanti e ricorrenti) e spunti che si svelano per quello che sono: accenni nell'impossibilità di direttrici percorribili in retta, tutto s'avvolge, annoda, sfuma.
Lynch costruisce un nucleo, toccante, intimamente connesso con la vita, e su questo pare lavorare con vigore lontano dalla sistematicità quanto, piuttosto, vicino alla possibilità che è il (succo del) cinema di produrre e riprodursi contemporaneamente e, nel fare ciò, fornire brandelli dimensionali che spaziano quanto a statuto concettuale/visivo/narrativo nelle possibilità del mondo, della sua duplicazione nel fatto cinematografico (latamente audiovisivo), nell'annullamento che questo subisce nel meccanismo di riproduzione storicizzato. Il cosiddetto "metacinema" non è una possibile attualizzazione ma, semmai, una lontana premessa: l'autocoscienza della struttura agente /cinema/ è assodata, scontata quando non vetusta ma solo comoda casella cui ascrivere questo o quel particolare accadimento, superata è, pure, la fase di teorizzazione del postmoderno: l'attuazione è uno scavalcamento silenzioso.
Lynch come Greenaway, DePalma, Zemeckis, M. Mann, hanno maturato e messo in atto la prassi di un OltreCinema che nell'autocoscienza del fare (meditare, costruire, far vedere, nascondere) ha le strutture per la sua stessa esistenza.
"Mulholland Drive" è un cesello, un giocattolo di autoreferenzialità in cui non è solo l'autore ad esaurire le possibilità delle istanze di creazione (non certo la stantia nozione d'autore post baziniana) ma è il fatto filmico a plasmarsi in un unico esistente, unitario nella scomposizione vertiginosa dei piani e nel loro mescolamento: doveva essere un pilot per una serie televisiva rifiutata ma, improvviso, assume i connotati della chiave - assente quanto necessariamente evidente in questa logica che si giustifica in sé - per la storia della vita, del cinema e delle sue potenze. Su questo il silenzio, ultima parola del film, silenzio ché qui c'è il mistero del fascino.

Voto:  9,5                              Luigi Garella

 

PUBLIC HOUSING
(Frederick WISEMAN)


Nel centro Ida B. Wells di Chicago si tenta di organizzare e migliorare le condizioni di vita all'interno dei quartieri e degli stabili popolari.

La vita degli uomini e delle donne all' Ida Wells è un continuo affanno: precaria è ogni frazione della quotidianità, tra disinfestazioni e riunioni mai decisive. Una costante incertezza segue il mondo nella macchina di Wiseman, così dentro al dettaglio eppure chiaramente rappresentativa disgiunge poli sentimentali e prospettive d'indagine per produrre un documento, non un documentario, pulsante non dei toni d'inchiesta ma della vita. Totale è la concentrazione che richiede "Public Housing", totale è la presenza del regista e della popolazione del quartiere, nella continua soggettiva dello straniero - ignorato fino al disagio nell'onnipresenza del dato meccanico riproduttivo: i piccoli gesti di una giornata di affanno, di fuga e paura, di indolenza ritraggono un universo in cui la possibilità del distacco dall'accadimento si annulla alla radice. I gesti della sofferenza sono quelli che l'occhio etico che regista riporta, i soprusi (in particolare quelli subdoli della polizia), le minime difficoltà ed un amore infinito, anche leggermente ironico per un universo di immersione profonda e toccante.

Voto:  8,5                              Luigi Garella

 

R-XMAS
(Abel FERRARA)


Il Natale di una giovane coppia di spacciatori.

Il natale, il suo controcanto dello smercio di droga, uomini mescolano polvere ad un tavolo, quotidiano come la festività, come la recita dei bambini e del racconto dickensiano, uno scivolamento d'altalena tra dimensioni che non si attendono contigue, eppure una continuità viene dalle vite di una coppia e dei loro affari.
Nell'ammasso cittadino azione ed inazione, i connettori interpersonali, si propongono per Ferrara come gli unici dati di emotività; come in una favola ma con i toni e gli scostamenti brucianti del noir: fattualità e sua percezione si scollano. Il rapitore (Ice T) può mostrare molto più della maschera, la sua umanità, una ricerca reciproca di corpi e sforzi strenui per mantenere la parvenza d'unità, sentimentale e spaziale: continue, lente, cupe dissolvenze connettono griglie metalliche e riflessi, sguardi a gesti, frammentazioni estetiche rari campioni di compostezza formale. NYC, molto più d'un set, latente ed oppressiva grava sul mondo e costringe gli spostamenti a gabbie di ricorrenza iterata. Parole, gesti, strade si chiudono su un breve strappo nel tessuto dell'esistenza, il trauma riassorbito, un equilibrio stabile.
Come un lento adagio, il nostro natale, accosta situazioni e persone in una composizione che assume le più svariate tinte: dall'ambito sociale, al crime movie, alla politica, mantenendo equilibrio e lucidità in uno sguardo che, si fa fatica a dirlo con Ferrara, ha molto della dolcezza.

Voto:  7,5                              Luigi Garella


White Xmas

Dopo due film lontani dagli sche(r)mi, estremi e provocatori, Ferrara torna classico e lucido in questa sommessa favola alternativa, in cui marito e moglie, spacciatori di professione, cercano la bambola da donare per Natale alla loro figlioletta - perchè tenero è il cuore di mamma e papà, non conta il mestiere che si fa - e si trovano coinvolti in un'avventura allucinante. L'intervento di un gangsta dal cuore d'oro (non sfiora la donna, che bella lo è, neanche con un dito), risolve la questione: basta vendere morte, però, certe attività a lungo andare diventano pericolose; i due sembrano starci, di strizza ne hanno avuta tanta, ma la roba, anche verghiana, avrà ancora ragione di loro: non si sfugge al proprio destino. Perfetta è la resa di questo Natale canonico ma non troppo: la recita scolastica, lo shopping al negozio di giocattoli, i familiari, i manicaretti, l'alberello sotto il quale viene depositato, accanto ai pacchi infiocchettati, estraneo eppure perfettamente coerente, lo spaccato livido di un'umanità malavitosa che conduce un'esistenza tragicamente normale, che dispensa baci e carezze a casa e bustine di polvere in strada; la neve, dunque, non fiocca in queste feste newyorkesi, si taglia. Nonostante il carattere piuttosto lineare, molto freddo e rigoroso, restano tutti riconoscibili i caratteri del Ferrara che conosciamo, soprattutto nella rappresentazione di questi personaggi vivi e neri, sfaccettati e umbratili, nel girovagare metropolitano del film nel quale si inserisce una successione di eventi narrati con fluente naturalezza, una descrizione minimale di momenti e gesti che sanno di "anomala normalità" e che costituisce forse il dato più sorprendente e riuscito dell'opera. Meno dannazione, più (apparente, solo apparente) redenzione per una favola "R"ated e, dunque, non proprio per tutti.  Un (bianco...) Natale in casa del pusher.

Voto:  7,5                              Luca Pacilio


Droga, Redenzione, New York e flashback: in poche parole Abel Ferrara

Ci sono tutte gli elementi del cinema di Abel Ferrara in "R-XMAS": l'ambientazione in una New York tanto immersa nello sfavillio di luci e colori quanto crepuscolare; l'impossibilità di una redenzione; il fuori scena di alcuni momenti chiave che vengono lasciati all'intuizione dello spettatore; l'uso inconsueto del flashback che pare non aggiungere molto alla narrazione.
A metà strada tra la favola e il dramma urbano, il film lascia un po’ spiazzati. Colpiscono, sia l'ennesimo tentativo di fondere bene e male e di renderne difficoltosa la distinzione, che la straniante visione di un Natale dove le luci e i festoni colorati sembrano proteggere il continuo pulsare di una città sempre in movimento, che non dorme mai. Una metropoli in cui l'illusione di felicità è figlia del lusso e comunque sottintende unicamente beni materiali e status-symbol. La parabola dei due protagonisti, amorevoli genitori di giorno e spacciatori di notte, non convince però appieno. E il loro tentativo di regalare una costosa bambola alla viziata figlioletta, vero motore della storia, risulta poco credibile e una trovata un poco pretenziosa. Come risultano forzati i presupposti narrativi della redenzione ipotizzata dal protagonista.
Come al solito, Abel Ferrara costruisce un'atmosfera di inquietudine in cui i personaggi si trovano a dover fare scelte difficili, ma rende il loro destino impermeabile allo spettatore, che ha la sensazione di essere volutamente escluso da quello che lo schermo racconta. Bravi gli interpreti, in particolare Drea De Matteo, donna fedele e innamorata, vera mente della coppia.

Voto:  6,5                              Luca Baroncini

 

STARTUP.COM
(
Chris HEGEDUS, Jehane NOUJAIM)


Il documentario segue l'ascesa e la caduta di una dotcom, un'azienda online, la govworks.com

E' interessante l'azzardo messo in atto dalle due registe: puntare, in un periodo in cui siti internet sorgevano come funghi, sul sorgere di un'impresa di servizi online, documentando, momento per momento, il dietro le quinte della sua nascita. Due amici vedono crescere la loro creatura, aumentare i profitti, raggiungere la fama in uno spaccato veriterio e deprimente allo stesso tempo: filosofia del soldo a tutti i costi, vite consacrate al dio dollaro, al profitto, al successo; non manca nemmeno il ritiro meditativo nei boschi dello staff aziendale. Ma la fortuna è una ruota e, dopo la rottura tra i due, che fanno a pezzi un legame fraterno, l'azienda piano piano vede diminuire dipendenti e ricavi per chiudere mestamente i battenti.
Il docudramma è molto ben fatto, rende adeguatamente lo sviluppo delle dinamiche relazionali e aziendali, gli entusiasmi e i successi dei due, ma colleziona anche momenti molto noiosi (due anni di girato: inevitabile lasciarsi tentare dalla lungaggine): un minimo di sintesi in più e avremmo avuto un ritratto pressochè perfetto dello yuppismo anni 90.

Voto:  6,5                              Luca Pacilio


Reality Cinema?

Prendete "Il Grande Fratello" e ai vari Lorenzo e Lalla, sostituite due amici d’infanzia che decidono di fondare una "DotCom", una delle tante micro-aziende che, prima in America e poi nel resto del mondo, hanno sfruttato il boom economico legato ad Internet. I due, grazie alla possibilità offerta agli utenti di pagare qualsiasi tipo di imposta governativa comodamente seduti davanti al computer, divengono in poco tempo miliardari e la piccola società inizia a farsi strada nel competitivo mercato azionario di Wall Street. La storia economica degli ultimi mesi, però, ci ha insegnato che i sogni muoiono all'alba e la bolla speculativa, creata dalle promesse di guadagni poi mai verificatisi, si è presto sgonfiata. Dalle stelle alle stalle il passo è breve e il fallimento coinvolge anche i due giovani e intraprendenti protagonisti di questo atipico esperimento.
L'applicazione della formula del "Reality show" al mondo economico è interessante è ha dell'incredibile. Non ci sono infatti attori nel film, ma i protagonisti sono i reali studenti, amici della co-regista, che hanno accettato di farsi filmare durante la loro avventura economica. Sembra pazzesco che i due registi abbiano avuto libero accesso a vere riunioni private, a sfoghi personali, a dati aziendali. Eppure la macchina da presa non pare interferire minimamente sulla realtà e i protagonisti risultano perfettamente a loro agio sotto l'occhio indiscreto della telecamera.
Interessante come specchio dell'attuale mondo economico, "Startup.com" soffre però dei limiti di ogni "Reality show": l’incapacità di mantenere desta l'attenzione. Tutto appare vero, ma incredibilmente piatto. Non a caso una puntata de "Il Grande Fratello" dura al massimo venti, venticinque minuti.
Potrebbe essere rivalutato in televisione, suddiviso in puntate all'interno di una trasmissione di carattere economico.

Voto:  6,5                              Luca Baroncini

 

STORYTELLING
(Todd SOLONDZ)


Fiction: una studentessa bianca, il suo ragazzo, paralitico cerebrale, il loro professore nero. Non fiction: un liceale, la sua famiglia, una domestica, un documentarista.

Mette i brividi questo nuovo film di Solondz, mette i brividi una visione così sconsolata eppure l'avvertiamo come tale) precisa delle cose della vita. Dopo il terrificante (non è un giudizio di valore sia chiaro, è un dato di fatto) HAPPINESS, Solondz, sul consueto registro acerimmo, divide il nuovo film in due episodi (ne esisteva un terzo, ma è stato eliminato all'ultimo momento). Il primo (Fiction) è un breve e perfetto apologo di crudeltà mentale, asciutto e stordente: il regista non fa niente per rendere più guardabile il mondo che rappresenta, avanza con toni da commedia acida e ci fa vergognare del nostro ridere. Quel "Fuck me nigger, fuck me hard", che il professore di scrittura creativa richiede alla sua alunna mentre la sodomizza contro una parete, risuona ironico e terribile nelle nostre orecchie. Il gioco della realtà che si fa finzione e' finissimo: l'esperienza sessuale sara' oggetto del racconto che la ragazza presenterà in classe al professore stesso che, imperturbabile, giudicherà il componimento mediocre. Questo primo segmento, scorretto come tutto il cinema dell'autore (ma l'intero film si propone come un saggio sulle possibilità e i risultati del narrar scorretto), è un piccolo, avvilente capolavoro in cui, genialmente, Solondz mette in scena testo e critica dello stesso. Il secondo episodio (Nonfiction) ripropone un tranquillo inferno familiare, di quelli che il Nostro ha dimostrato di saper descrivere come nessun altro (e la parodia di AMERICAN BEAUTY è dichiarata e massimamente critica), nel quale si introduce un documentarista che ne farà un indiretto ritratto (il soggetto principale è il figlio sul punto di entrare al college). Ancora una volta l'autore predilige l'affresco corale, evitando saggiamente l'immedesimazione dello spettatore, piuttosto conducendolo a un atteggiamento di egualitario fastidio nei confronti di ciò che viene rappresentato. Meno incisiva della prima, e forse, conoscendo la poetica del regista, un po' piu prevedibile e manierata, questa parte reca in sé elementi e toni che ormai possiamo definire a giusto titolo "solondziani": basti per tutte la figura del figlio più piccolo, fiero rompipalle, che si sente trascurato dai genitori, interroga la domestica sulla sua felicità (ma la considera poco più di una schiava) e ipnotizza il padre onde indurlo a dedicargli quell'attenzione che sente negatagli. E non tratteniamo il raccapriccio quando, in quella che sarà una notte fatale, il piccolo chiede di dormire nel lettone dei genitori. Il padre (un sempre splendido John Goodman) lo salva dai mostri degli incubi, accogliendolo nel rifugio più mostruoso di tutti, il nido più intimo della Famiglia. Un film di scrittura sullo scrivere storie (e in ciò inevitabilmente autoriflessivo) questo STORYTELLING, in cui Solondz, confermando una grande abilità nello sceneggiare, risulta molto meno interessato all'organizzazione della messinscena che sembra risolversi in una semplice illustrazione dei suoi cinici (rectius: realistici) giochi letterari. Ma questa scarna scelta stilistica si può ricollegare all'intento dell'autore di assumere uno sguardo neutro, distaccato, di rassegnazione che oserei definire universale nei confronti delle vicende narrate. Colore, vividezza e invenzione visiva le si riservano soltanto alla splendida semplicità dei titoli di testa che rendono ancora più cupo il quadro che va a seguire. Domina in ogni fotogramma, dunque, l'umido lividore della sconfitta esistenziale: non c'è accusa o raccapriccio nei confronti di questi personaggi, essi sembrano non avere colpa del loro esser meschini, vittime di una vita che li rende tali. La conclusione che si trae dalla visione di questo come dei precedenti, scomodissimi film dell'americano è sempre la stessa: la vita è una merda. Ma stavolta l'atto conclusivo, terroristico e vendicativo, reca in sé qualche germe di speranza; una prospettiva di giustizia finale, per quanto sommaria, che ci concede il lusso di un respiro piu leggero.

Voto:  8                                 Luca Pacilio


Finzione e non finzione è solo una traduzione parziale di Fiction e Non Fiction, le didascalie che scindono il film di Solondz: raccontare e non raccontare, raccontare storie di finzione e raccontare storie di non finzione. Il limite, ci viene mostrato, è tutto dentro lo spettatore: dove arriva la realtà, la credibilità in base alle griglie di progettazione personale, dove la stilizzazione si maschera o spavalda si concentra in parametri riconoscibili?
Se pure Solondz ha fatto di meglio con i suoi precedenti lavori, qui lo sguardo, la sua puntigliosa rappresentazione e velato affetto - se non per i personaggi di certo per il raccontare come fatto in sé - si manifesta perfettamente. Il grottesco è categoria critica non del fenomeno in quanto tale: come dice il professore, il nigger, di Fiction la mediocrità è nel racconto realistico, la "non fiction" lungamente rinfacciata a Solondz non funziona, non è l'arte che si insegna a fare. 
Un libello di difesa e contrattacco "Storytelling" che allinea e dispiega la summa del cinema del regista newyorkese seppure non sempre vada a segno e la tenuta ritmica non sia costante: un punto di non ritorno per il suo autore ed un notevole affronto all'autorevolezza dello spettatore.

Voto:  7,5                                 Luigi Garella

 

 

- AMERICANA - Anthony Mann & Jimmy Stewart

 

L'anno scorso Boetticher, ora Anthony Mann (1906-1967) ed i suoi western con James Stewart sono interessati da una breve retrospettiva. Se Boetticher imprime alla stessa forma del genere delle traiettorie (statiche) in netto rifiuto delle tradizione, Mann, d'altro canto, pare molto vicino alla classicità, al "cinema americano per eccellenza" (Rondolino).

Winchester '73 (1950), Bend Of the River (1951), The Naked Spur (1952), The Far Country(1953), The Man From Laramie (1954).

I film pieni di stile, formale e dinamico, di Mann con Stewart (ma interessanti sono pure "Cimarron" con Glenn Ford e "Dove la Terra Scotta" con Gary Cooper) nascono per il cinemascope: la cura inesausta dei movimenti e del paesaggio intorno agli uomini, in particolare all'eroe dell'understatement Steward - uomo che "pare" comune ma sprizza princìpi e desolazione - stagliano questi lavori di vero western maggiorenne. Rispetto a Boetticher per Mann il dilemma esistenziale del protagonista, la sua scelta etica, sono il centro su cui incardinare le dinamiche d'azione, giungere al duello finale significa ripulire, trovare nuova forza per un futuro che, nel corso dell'azione, è incominciato ad apparire nell'orizzonte delle possibilità. Le forze vengono spremute in estenuanti cavalcate, inseguimenti come alla volta d'un traguardo a lungo non raggiunto. Amicizia ed amore sostengono un eroe stanco ma inesorabilmente cocciuto spinto com'è da un passato bruciante.

Luigi Garella

 

 

Torna all'indice di Torino              Torna alla homepage