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ADÁS - TRANSMISSION
Roland Vranik
(Ungheria,
2009, 95’) |
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Da quando gli schermi si sono spenti, l’umanità convive in un apparente e algida calma. La crisi è un’esistenza asettica, priva di stimoli, ossessivamente relegata al nostalgico vuoto che la tecnologia, ora assente, ha creato. Qualcosa però spezza del tutto,ciò che è rimasto della fragile coesistenza sociale. Quasi avvenisse per caso (l’accidentale morte di una donna dopo un litigio con il marito), il primo sistema, quello famigliare, inizia a disgregarsi.
Transmission segue il filone (post)apocalittico. Viene a galla una tremolante componente ballardiana nell’ambientazione post-urbana, nella psicopatologia collettiva e nel gelido taglio clinico dal quale emerge lentamente una tensione violenta, antitetica (più che giustificato rimandare a High-Rise); questa si sposa con un accuratissima e teorematica costruzione visiva, di chiara influenza hopperiana. Su quest’ultimo punto bisogna dare atto del grande lavoro di messa in scena dell’autore, spesso così maniacale ed esplicito di fronte alla propria fonte di ispirazione che ripropone un susseguirsi, minuzioso, di effetti-dipinto. La ricerca estetica ha la sua buona giustificazione (c’è una progressiva ri-configurazione dell’esterno in interno, come a voler ripristinare i valori spaziali pre-apocalittici).
Dopo aver reso i meriti ad una sperimentazione visiva coraggiosa (anche se fin troppo propagandistica, riferendosi alla presa di distanza dai “classici film action” da parte dell’autore alla presentazione del film in sala. C’è pure un’inquadratura che rincara la dose….). ci discostiamo da un risultato complessivo un po’ troppo rigido. Lasciando stare uno script che manca di spessore, l’esperienza di Transmission cade, dopo le premesse, nel baratro di un’aridità emotiva tipica del più sordo manierismo: un compiacimento cerebrale che trova la sua coronazione nel giochino finale (telecomandato) con l’Enunciazione filmica.
E se tutto fosse, in realtà, una Transmission?
Voto: 6
Marco Compiani
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CHI L’HA VISTO
Claudia Rorarius
(Germania,
2009, 88’) |
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Gianni è un attore alle prime armi, metà italiano e metà tedesco, che decide di partire per l’Italia per rintracciare, grazie alla trasmissione
'Chi L’Ha Visto?', il padre.
Road movie che appiccica la mdp al personaggio: dalla sua partenza dalla Germania (i locali gay, la droga, lo sballo) all’esperimento di ritrovare il padre, che l’ha abbandonato venticinque anni prima, attraverso il mezzo televisivo; dunque il suo viaggio attraverso l’Italia, gli incontri e i tentativi di prendere parte alla trasmissione Chi l’ha visto?. La ricerca si rivela inutile, ma è un percorso che il protagonista si ostina a portare avanti per chiudere i conti con la figura paterna (la foto del genitore viene lasciata alla fine su una tomba anonima).
Film vagamente autobiografico (l’attore protagonista ha il medesimo nome e cognome del personaggio che interpreta, ha origini italo tedesche e non ha più avuto notizie del padre) che si muove su un sottile confine che separa banalmente realtà e finzione. La partecipazione alla trasmissione televisiva non avverrà, ma Gianni, da attore quale è (nel film e fuori) ne metterà in scena una simulazione in cui chiamerà in causa se stesso e il fantasma genitoriale, in una sorta di funambolico assolo psicodrammatico.
Mosso da buone intenzioni, il lavoro inanella vicende secondo dinamiche prevedibili e risulta di concezione e scrittura a dir poco elementari. Voto: 4,5
Luca Pacilio
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GUY AND MADELINE ON A PARK BENCH
Damien Chazelle
(U.S.A., 2009, 82’) |
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Guy and Madeleine sono fidanzati da tre mesi. Lui è un trombettista emergente di Boston, lei una ragazza introversa alla ricerca di un lavoro. Quando Guy conosce Elena su un vagone affollato della metropolitana, la storia tra lui e Madeleine sembra giunta al capolinea. Madeleine si trova così a dover rimettere ordine nella sua vita: si trasferisce in un nuovo appartamento, cerca un impiego ed esce con altre persone. Tutto cambia quando, nel corso di un viaggio a New York, conosce un ragazzo francese di nome Paul. (dal catalogo del festival)
Damien Chazelle è giovanissimo, classe 1985. Damien Chazelle si è laureato a Harvard dopo aver vissuto tra Parigi e il New Jersey. Damien Chazelle ha studiato jazz e ha vinto premi come batterista. Damien Chazelle ha iniziato Guy and Madeleine on a park bench come cortometraggio di fine corso, ma dopo tre anni di lavorazione si è trovato tra le mani un lungometraggio. Damien Chazelle ha vinto, con questo lungometraggio, il premio della giuria al Festival di Torino. Tutto ciò per ingrassare quanto sto per scrivere: Guy and Madeleine on a park bench è, semplicemente, un esercizio di stile altrui, Cassavetes malinteso, nessun abisso, ma opacità dei volti, matrice nouvelle vague condita da numeri musical: non c’è scavo, la vita è in superficie, ottusa emotivamente, sincopata al montaggio e senza scene madri. Cinema d’autore facile facile, pronto per le bocche spalancate della critica: operina destrutturata e leggera, omaggia nella forma il cinema moderno che fu, annullandone l’afflato in una sterile commistione di referenti ricercata, in una ricetta i cui ingredienti sono stereotipi stilistici male assortiti, il jazz come alibi a giustificare il disegno sfilacciato, la noia a regnare sovrana. Damien Chazelle è giovanissimo, classe 1985. Damien Chazelle si è laureato a Harvard dopo aver vissuto tra Parigi e il New Jersey. Damien Chazelle ha studiato jazz e ha vinto premi come batterista. Damien Chazelle ha iniziato Guy and Madeleine on a park bench come cortometraggio di fine corso, ma dopo tre anni di lavorazione si è trovato tra le mani un lungometraggio. Damien Chazelle ha vinto, con questo lungometraggio, il premio della giuria al Festival di Torino.
Voto: 4,5
Giulio Sangiorgio
[Altri voti: LP(4,5)]
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MEDALIA DE ONOARE - MEDAL OF HONOR
Calin Netzer
(Romania, 2009, 105’) |
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Ion ha settantacinque anni, il suo rapporto con la moglie Nina è ormai compromesso dal silenzio e dall’indifferenza di lei, e il figlio Cornel gli serba rancore da quando, molti anni prima, lo denunciò alla polizia per impedirgli di lasciare la Romania comunista. Un giorno però Ion riceve dal ministero della difesa una medaglia al valore per le imprese eroiche compiute durante la seconda guerra mondiale e questo sembra poter ridare senso a tutta la sua esistenza, convincendolo di poter riconquistare anche la stima della sua famiglia.
(dal catalogo del festival)
Opera seconda di Calin Peter Netzer, Medalia de onoare è il ritratto di un individuo e la fotografia di una nazione: il passato è una traccia impossibile da eradicare, il modello di confronto primario, la campana entro cui il presente soffoca, mai sufficiente a se stesso. La stanca deriva verso la fine di Ion si ravviva quando questo passato, sotto forma di simbolo, si riaffaccia alla porta, scatenando una serie di equivoci su base identitaria, il protagonista credendosi ciò che mai è stato, ridefinendo sulla base di questa illusione quanto gli sta intorno, la famiglia, i vicini, i soldati che con lui hanno condiviso la guerra. Il film segue il passo lento del protagonista, ne coglie le complesse sfaccettature, mentre sposa l’umorismo dolente di chi è sopravvissuto e cerca il surreale quotidiano, la tragedia di uomini ridicoli, riassumendo così le caratteristiche della nuova ondata rumena: il periodo di Ceasuscu come fantasma fondante, il dispiegamento della manipolazione del potere, qui tramite i labirinti meccanici e prossimi al nonsense della burocrazia, le necessità dell’apparire, la consistenza della distanza generazionale e, sul piano stilistico, una predilezione per il long-take, per il farsi della scena, l’arte di dare concretezza al simbolico, la consapevolezza di un neo-realismo d’epoca post-moderna, che nel pedinare i suoi personaggi instaura con lo spettatore un dialogo che gioca su attese, convenzioni, prassi di produzione di senso consolidate, in uno specchio formale di quella coscienza della propria condizione che trova consistenza nell’ironia che pervade questi film, l’ironia di chi conosce la propria essenza e sa di non potere sfuggire, comunque, ai propri limiti, ai propri vizi, all’evidenza del fatto che una l’anima di una persona è anche il precipitato di dimensioni sociali, culturali, storiche, politiche. Premio Holden per la miglior sceneggiatura.
Voto: 7,5
Giulio Sangiorgio
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NORD
Rune Denstad Langlo
(Norvegia, 2009, 78’) |
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Dopo un esaurimento nervoso lo sciatore professionista Jomar decide di ritirarsi in un’esistenza solitaria come guardia di un parco sciistico.
Quando scopre che potrebbe essere il padre di un bambino nato nell’estremo Nord del paese, inizia un viaggio attraverso la Norvegia con una
motoslitta.
In un film di poche parole, lunghi silenzi, paesaggi completamente innevati (è stato girato durante i mesi più rigidi dell’inverno scandinavo, in situazioni climatiche proibitive, in una sorta di sfida herzoghiana) emerge con prepotenza il ritratto della nevrosi del protagonista, i suoi attacchi di panico, le sue fobie: la sua condizione diventa una sorta di specchio privilegiato nel quale si riflettono i bisogni e le carenze di quei personaggi le cui solitudini s’incrociano con quella di Jomar, fino al suo arrivo a destinazione (lo splendido finale muto che vede l’incontro del protagonista col suo figlioletto).
Nel dato costante di un’ironia demenziale, questa storia dritta descrive, con la semplicità ammirevole delle sue immagini, senza forzature simboliche, un complesso di figure cristallizzate in un deserto esistenziale in cui le distanze fisiche non sono inferiori a quelle umane, tutte alla tacita ricerca di un contatto vivificante. Le cose accadono, non vengono narrate; i personaggi agiscono, non si rappresentano. Mica poco.
Voto: 6,5
Luca Pacilio
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LE ROI DE L’ÉVASION
Alain Guiraudie
(Francia, 2009, 97’) |
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La vita del quarantatreenne Armand è rivoluzionata dall’incontro con Curly, un’adolescente che distoglie l’uomo dalle sue consuete frequentazioni
omosessuali.
Fortemente voluto da Amelio e Martini, il film di Guiraudie, già presentato alla Quinzaine cannense e forte di un grande consenso critico oltralpe, è un oggetto assai strano non solo perché batte sentieri non molto frequentati in un cinema che anche quando gioca con la commedia, come in questo caso, lo fa nel rispetto di consolidati presupposti estetici (qui si vedono consumare amplessi, omosessuali e non, persone tutt’altro che attraenti, individui normali che abiterebbero la provincia che viene rappresentata), ma anche perché scandaglia la tematica insolita dell’avventura etero di un gay di un paesino francese che, probabilmente perché stanco di una routine erotica che lo lascia depresso e solo, sperimenta l’amore con una donna. Caso vuole che l’incontro riguardi una minorenne e che Armand, rotto alla clandestinità, debba viversi la sua parentesi di “normalità” in maniera tutt’altro che serena, inseguito dal padre della ragazza e da un commissario sornione e, in fondo, molto comprensivo.
Il film ha i toni della pochade, fa della bruttezza del contesto, delle situazioni farsesche (l’obeso protagonista che corre in slip), della generale sciattezza della messinscena, dello straniato registro attoriale e della strampalata successione di eventi (in cui spudoratamente si incastra anche una sequenza onirica) la sua caratteristica, ma la coscienza del registro praticato non basta a riscattarlo dalla sua dozzinalità di fondo; il tono è scanzonato, ma l’opera, per quanto richiami riflessioni serie (si pensi al liberatorio finale, al discorso tra Armand e l’ottuagenario col quale ha un soddisfacente rapporto sessuale) rimane vincolata ai diktat del modesto cinema scollacciato al quale le stesse figure che lo popolano e le situazioni comiche di grana grossa (il lettone che alla fine ospita i quattro personaggi maschili) sembrano richiamarsi.
Voto: 5
Luca Pacilio
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SANTINA
Gioberto Pignatelli
(Italia,
2009, 78’) |
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Roma, dopoguerra. Nello è il protettore di Santina, prostituta di mezza età, e ha con lei un rapporto controverso che contempla amore e follia.
Tratto da un microepisodio de La Storia di Elsa Morante (poche pagine) l’ adattamento della vicenda di Santina viene inteso dal regista come ambientato in alcun luogo, ma ancora e letteralmente rinchiuso nelle parole stampate di quel romanzo che quindi si spalmano sulla sostanza della rappresentazione, scritte sui corpi dei suoi protagonisti, riportate su elementi di arredo, porte, muri. Questo è sicuramente l’aspetto più interessante del film: in un cinema come quello italiano, legato a filo doppio alla scrittura a cui soggiogare le immagini, il film di Pignatelli sembra partire da un presupposto uguale e contrario, ponendo l’aspetto figurativo come prioritario e degno di attenzione. Dunque sono indiscutibili la cura e l’inventiva che il regista dimostra per le immagini di un film che ricorda molto il Tulse Luper greenawayano (il lavoro sul visivo in post produzione, le sovrapposizioni, l’uso dell’animazione, i diversi formati, il registro teatrale, l’attenzione per il corpo, persino il look del protagonista e il fare di questa narrazione il frammento di una Storia più ampia) e senz’altro degna di nota, perché particolarmente riuscita, la parte iniziale ambientata nell’istituto religioso. D’ altra parte, riconosciuto il valore dell’approccio e della resa formale, più che interessanti, così come la lodevole mancanza di urgenza nel fornire chiavi e spiegazioni allo spettatore, il film risulta sostanzialmente debole e i suoi ghirigori formali troppo spesso slegati dalla sostanza di sequenze vuotamente compiaciute e dilatate in eccesso.
Voto: 5
Luca Pacilio
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VAN DIEMEN’S LAND
(Australia,
2009, 104’) |
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Nel 1822 Van Diemen's Land, l'attuale Tasmania, è una colonia penale britannica. Otto prigionieri riescono a fuggire, ma si ritrovano in una
foresta sconosciuta. La lotta per la sopravvivenza sarà spietata.
La storia (vera) di questi uomini abbrutiti dalla fame, che arrivano a mangiarsi l'un l'altro, si snoda nel percorso faticoso verso un miraggio di fuga in cui la foresta diventa teatro di conflitti personali sempre più violenti ed efferati. Ma la natura maestosa, raggelata nella fotografia livida di Ellery Ryan, non è solo sfondo significativo, ma protagonista tacita, testimone silenziosa delle spaccature del gruppo, segnato senza scampo dal primo episodio di antropofagia che dà la stura alla successiva, inesorabile carneficina. Il regista suggerisce fin dalla prima, impressionante inquadratura del film (la bocca vorace di una guardia che ingurgita il suo pasto con voluttà) la deriva verso la quale l'aspirazione di libertà porterà questi uomini. Ma, a parte il corretto registro visivo, a tratti fin troppo stilizzato, che restituisce una vegetazione pietrificata e cimiteriale, il film si ripiega tutto su un'azione prevedibile e meccanica, mentre la voce fuori campo circostanzia ad hoc e il processo di decimazione procede senza particolari approfondimenti, nella piatta constatazione della strana intimità di questi compagni di sventura divorati, innanzi tutto, dal reciproco sospetto, solo rimanendo salda la fiducia tra la guida ispiratrice Grenhill e il suo amico/amante.
L'inevitabile faccia a faccia finale tra i due ultimi superstiti si consuma dopo aver appreso che questi uomini oramai ferini erano stati imprigionati per reati di infimo rilievo (Alex Pearce, unico sopravvissuto, poi condannato a morte, personaggio che ha già ispirato scrittori e registi, era stato arrestato per un furto di sei paia di scarpe) innescando la riflessione sulla brutalità primaria del sistema che li costrinse nelle condizioni di compiere l'insano gesto. Voto:
5½
Luca Pacilio
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YOU WONT MISS ME
Ry Russo-Young
(U.S.A., 2009, 81’) |
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Shelly ha ventitre anni ed è uscita da poco da un ospedale psichiatrico. Decisa a intraprendere la carriera di attrice, partecipa a numerose audizioni, ma con scarsi risutati a causa dell’eccessiva emotività con cui vive questi esami. L’amicizia, specialmente con le altre donne, è teatro di profondi conflitti e gli incontri occasionali con gli uomini non hanno la minima speranza di trasformarsi in vere storie d’amore. Solo parlare con il suo psichiatra aiuta Shelly a trovare un senso alla propria esistenza
(dal catalogo del festival)
I dolori della giovane Stella Schnabel (protagonista, co-sceneggiatrice, ovviamente figlia di cotanto padre) si dispiegano nel ritratto di una persona disturbata - dalla scala dei bisogni appagata quasi sino al vertice, tanto da poter fare delle relazioni con gli altri, del proprio difficile rapporto con la madre e delle proprie vane ambizioni il fulcro di un’esistenza -, in frammenti che cristallizzano l’ essenza intima del personaggio nell’alternarsi di differenti formati, nel susseguirsi di momenti esistenzialmente rilevanti, nell’impero della digressione drammaturgica introspettiva: fighettismo underground, più che indie, sperimentazione trita e sincera, un’opera ingenua, adolescenziale e autoassolutoria, sterile come un gesto onanistico, fastidiosa nello scialo consapevole e insistito della corporalità, della carne vera della protagonista, nel ricorso ad un eloquio vivo, mai ripulito, che alterna frasi da Smemoranda a dialoghi inaspettatamente acuminati, il dolore costruito a quello pulsante. Un’opera totalmente aderente al personaggio principale: ne rigurgita i pregi e i difetti in forma cinematografica; al termine della proiezione si è conosciuta, davvero, una persona in più. (Il fatto che sia insopportabile è una verità priva di spessore e non può essere considerata un demerito della pellicola.)
Voto: 5,5
Giulio Sangiorgio
[Altri voti: LP(5,5)]
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