TORINO 2008
ALTRE SEZIONI

 

 

BRITISH RENAISSANCE

JEAN-PIERRE MELVILLE

LA ZONA
ARUITEMO ARUITEMO / STILL WALKING di Hirokazu Kore-Eda
EL CANT DELS OCELLS di Albert Serra
    Programma Stephen Dwoskin
ASCOLTA!
MOM
THE SUN AND THE MOON

ITALIANA.DOC

- IL GRANDE PROGETTO di Vincenzo Marra
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ITALIANA.CORTI

- LA NONNA di Massimo Alì Mohammad
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 British Renaissance

Negli anni 80, per caso più che per un progetto preciso, il cinema britannico, complice anche la difficile situazione politico-sociale (è l'era Thatcher) e la reattiva vitalità produttiva di Channel 4, si scopre incredibilmente fervido e prolifico. Fu uno sfornare continuo di opere rimarchevoli che narravano il loro tempo, ma non solo, e che trovarono, fortunatamente, molto ricettiva la distribuzione italiana (Vieri Razzini, illuminato programmatore dei film di RAI 3, prima della sua epurazione, dedicherà, poi a queste pellicole due cicli televisivi intitolati Scacco alla Regina): British Reinessance è l’espressione che designa dunque un periodo preciso della cinematografia inglese che attraversa un decennio e che è il secondo più importante della sua storia dopo quello del free cinema. Sono gli anni che vedono Frears uscire dalle pastoie televisive e firmare uno dei manifesti di questo Rinascimento, quel My beautiful laundrette (1985) che, scritto da Kureishi, parla di pakistani a Londra e presenta una storia omosessuale e interrazziale ambientata negli anni della lady di Ferro. Il film, che vede tra i suoi protagonisti un giovanissimo Daniel Day-Lewis, è stato naturalmente uno dei titoli di punta della rassegna torinese. Accanto ad esso l'acida commedia sociale che lancia fuori dai confini britannici il talento di Mike Leigh, Belle speranze (1988) o il lucido delirio punk di Derek Jarman (Jubilee, 1978). Non è mancato il Neil Jordan puramente irlandese di Angel (1982) che contiene già tutto il mondo del regista (percorsi a tappe d'ispirazione favolistica, figure ambigue e multisignificanti, agnizioni finali), esattamente come Mona Lisa (1985), scritto con David Leland; per la regia di quest'ultimo si è rivista la deliziosa (e amara) commedia Vorrei che tu fossi qui! con una strepitosa Emily Lloyd (che all'epoca si pensava potesse divenire una star: che fine avrà mai fatto?) giovane ribelle nell'Inghilterra bacchettona degli anni 50. Lo spaccato di un decennio e una ricognizione profonda dell'antro della gioventù sradicata, tutta vuoto e alcool di Remembrances (1982) di Colin Gregg mette in luce il talento di un ragazzo di nome Gary Oldman, mentre il Terence Davies più sconsolato debutta con la sua Trilogy (1983, che raccoglie tre corti autobiografici di dolore annichilente) e continua con il capolavoro Distant voices, still lives (1988 – e uscito in Italia col titolo Voci lontane... sempre presenti che annullava l'ambiguità di quel “still lives”). Tra gli altri titoli: il duetto Firth/Branagh del delicato Un mese in campagna (1987) di Pat 'O Connor e quello Firth/Everett nell'imprescindibile Another country di Marek Kanievska (la gioventù collegiale del dandy gay Guy Bennett, che si ispira alla vera storia di Guy Burgess poi divenuto famosa spia per i russi – la sua figura era stata già trattata da John Schlesinger nel misconosciuto, bellissimo An englishman abroad, 1983, con Alan Bates, film purtroppo assente dalla rassegna -); la favola ambientalista Local Hero (1983) di Bill Forsyt, con Burt Lancaster; il folgorante (ma tanto da folgorarlo) debutto di Michael Radford di Another time, another place (1983); la commedia agrodolce Laughter House (1984) di Richard Eyre; il soffocante e indelebile dramma di David Hare Wetherby (1985) col trio Redgrave – Dench – Holm, Orso d'oro a Berlino; l'esilarante Shakespeare a colazione (1987) di Bruce Robinson, con il miglior Richard E. Grant di sempre; soprattutto: il capolavoro di Malcom Mowbray, A private function (1983) gioiello inestimabile prodotto da George Harrison con Maggie Smith, Denholm Elliott e Michael Palin. Quest'ultimo, quale membro dei Monty Python, ha presenziato anche alla proiezione di The meaning of life (1983) di Gilliam/Jones, summa della genialità del gruppo, premiata a Cannes. Non va poi dimenticato, nel generale omaggio allo scrittore Dennis Potter, figura che ha letteralmente rivoluzionato la televisione britannica, le intere serie Pennies from Heaven (1978) con Bob Hoskins e The singing detective (1986) con Michael Gambon, ardite sperimentazioni che giocando su flash back e siparietti immaginari rendono testimonianza illuminante della capacità degli artisti inglesi di riconoscere con lucidità e celebrare ironicamente il loro proprio mondo, un mondo nostalgico pieno di colore, musica, humour, malinconia, rappresentato secondo un gusto anticonvenzionale e straordinariamente inventivo.
A questi titoli vanno aggiunti due film animati: il gioiello in passo uno Streets of crocodiles (1986) dei fratelli Quay e il geniale Creature comforts di Nick Park, inventore di Wallace & Gromit.
La rassegna ha poi presentato Drowning by numbers (1987), unico film premiato da un grande festival per Peter Greenaway, che se rappresenta bene il suo mondo non testimonia adeguatamente del movimento. In questo senso ben più pregnante sarebbe stata la presentazione di The draughtsman's contract (1982) che fu uno dei titoli simbolo della Reinessance, forte anche del grande consenso di pubblico che ottenne (sbancò i botteghini inglesi).
Molti di quei registi verranno sedotti (e quasi sempre abbandonati) da Hollywood: se a Frears e Jordan disse bene, è bello tacere delle scorribande americane di Malcom Mowbray, Pat 'O Connor, David Leland, Marek Kanievska e altri autori, in molti casi tornati con la coda tra le gambe alla televisione. Anche Peter Greenaway fu avvicinato dai produttori americani: “Avevano visto che sapevo lavorare, che avevo un certo senso della visione e della narrazione. Mi avranno spedito 50 o 60 soggetti, ma di fronte al mio scarso interesse hanno smesso di contattarmi”.

Luca Pacilio

 

Retrospettiva Jean-Pierre Melville

Penalizzata dall’assenza della pellicola più celebre e celebrata di Melville (Le samouraï), la retrospettiva dedicata al maestro di Rue Jenner ha visto sfilare sullo schermo gli altri dodici lungometraggi più il suo cortometraggio d’esordio (Vingt-quatre heures de la vie d’un clown). All’opera melvilliana si è aggiunto, omaggio e ricerca appassionata, il documentario di Olivier Bohler Sous le nom de Melville. Non ho avuto l’opportunità di seguire l’intera retrospettiva, ma, relativamente ai film visionati (11 su 13), offro un resoconto che intreccia considerazioni tecniche a suggestioni da revisione. Non nascondo che è la prima volta che ho la fortuna di vedere le pellicole di Melville al cinema e ribadisco quanto dicevo nell’introduzione del nostro speciale: “i film di Melville, più di ogni altro film e autore, dovrebbero essere visti al cinema: hanno bisogno del massimo grado di coinvolgimento sensoriale, della stretta avvolgente delle poltroncine, del magnetismo promanante dallo schermo per attuarsi pienamente. Detto altrimenti, hanno bisogno della situazione cinematografica. Per Melville – stare attenti! – il cinema è un rito, non un passatempo: la comodità non va confusa con la distrazione”. Vingt-quatre heures de la vie d’un clown e Le silence de la mer: la proiezione del cortometraggio segreto di JPM, a lungo rimasto invisibile, e del lungometraggio d’esordio è avvenuta contestualmente. Pellicole in condizioni decorose ma non perfette proiettate nel formato originale, i due lavori aurorali di Melville (del 1946 il primo e del 1947 il secondo) testimoniano uno sguardo straordinariamente personale e altrettanto straordinariamente capace di piegare il linguaggio filmico ad esigenze espressive aliene dai moduli cinematografici vigenti. Se Vingt-quatre heures de la vie d’un clown si tuffa nella fascinazione notturna e circense con malinconica esattezza e si apre all’osservazione en plein air con ruzzolante giocosità, Le silence de la mer invera i principi della caméra-stylo ancor prima che essi vengano enunciati. La Nouvelle Vague e il Cinema della Soggettività sono già tutti qui dentro. Les enfants terribles: pellicola piuttosto malandata. L’adattamento dell’omonimo testo di Cocteau pone spinosi problemi di attribuzione: chi ha deciso cosa? Se l’ingerenza del poeta è innegabile (sue le parole, la voce, il cuore), l’inventiva visiva è inconfondibilmente melvilliana: tenuto al laccio letterario da Cocteau, Melville si sbizzarrisce in soluzioni visive mai tanto estrose (giochi coi fondali mobili, movimenti di macchina bizzarramente ascensionali, dolly stravaganti). Un film eccentricamente eversivo. Bob le flambeur: pellicola in buone condizioni. Visto sul grande schermo, il primo pseudonoir melvilliano (in realtà più una “commedia di costume”, secondo la definizione dello stesso Melville, che un noir) risulta molto più suggestivo e trasfigurante di quanto appaia in dvd. L’intensità seduttiva e maliosa che avvolge Parigi (alla fotografia opera un certo Henri Decaë) evoca un passato irrecuperabilmente leggendario. Montmartre sta a Bob come la Casbah stava a Pépé le Moko, solo che qui il ritratto del truand segregato in un luogo che gli assicura impunità e venerazione è alleggerito e desublimato a colpi di slot machine e roulette. Attenzione: ancora una volta l’originalità di Melville fa da apripista ai noir destrutturanti della Nouvelle Vague (Fino all’ultimo respiro, Tirate sul pianista), ma con una sintesi da capogiro tra trasfigurazione e autenticità: astrazione e realismo in perfetto, vertiginoso equilibrio. Deux hommes dans Manhattan: pellicola in condizioni ottime. Un altro film, quello visto a Torino è semplicemente un altro film rispetto alle copie che circolano in rete: la ricchezza dei dettagli, delle sfumature e dei chiaroscuri visti su grande schermo (con una pellicola non impastata) eleva all’ennesima potenza l’amore melvilliano per New York che impregna ogni fotogramma. Le scorribande notturne per Manhattan di Moreau e Delmas escono da un’oscurità pressoché illeggibile e si arricchiscono di tonalità luminescenti, impreziosite dalle sonorità jazz di Christian Chevalier e Martial Solal. Léon Morin, prêtre: pellicola in perfette condizioni. Film diabolicamente astuto di Melville, in cui il suo desiderio di consacrarsi definitivamente al cinema spettacolare (produzione sfarzosa, grandi budget e star) si coniuga con una sotterranea, irrinunciabile vena dissacrante: l’apparente spiritualità dei tormenti di Emmanuelle Riva nasconde carnalissimi pruriti erotici per Jean-Paul Belmondo. Anche qui, vincolato dal romanzo di Béatrix Beck, Melville si sbizzarrisce in virtuosistiche soluzioni visive (i raccordi impossibili nel confessionale) e sarcastiche impennate stilistiche (la folgorante conversione in soffitta): sotto lo Stetson Jean-Pierre se la ride. Le doulos: pellicola in perfette condizioni. Il primo autentico noir di Melville è anche uno dei suoi capolavori. Il film inizia con una panoramica laterale che prende le distanze dalla Montmartre mitica di Bob le flambeur per gettarsi nel milieu dei traditori e dei (falsi) informatori. Sceneggiatura da volute cerebrali e inesorabilità tragica a sei colpi. Chapeau bas! Le deuxième souffle: pellicola non ineccepibile (leggermente velata e scalfita da graffi e spuntinature varie). Inutile dilungarsi in commenti, si tratta di uno dei polar più belli, controllati e ossessionati dalla morale di tutti i tempi. Se non l’avete ancora visto fatelo immediatamente, con la raccomandazione di godervelo in versione originale: l’amarezza trattenuta che trapela dalla voce di Lino Ventura è semplicemente irriproducibile. L’armée des ombres: pellicola splendidamente restaurata con la consulenza del direttore della fotografia Pierre Lhomme. È uno dei capolavori della maturità di Melville, proiettato in versione integrale al pieno del suo vigore visivo. Oltre a rappresentare un monumento inevitabilmente antieroico (“L’esercito delle ombre”) alla Resistenza francese e alla memoria collettiva, L’armée des ombres ci dice che l’estetica melvilliana sta tendendo sempre di più alla cristallizzazione, ad una perfezione cinematografica che si traduce in sequenze lapidarie, blocchi filmici levigatissimi in cui tutto è essenziale e assolutamente coerente, sempre più prossimo al raggiungimento della forma ideale. Le cercle rouge: pellicola discreta ma proiettata malamente (quadro completamente sbilanciato a sinistra a causa della mascheratura di un buon 10% di fotogramma a destra). Meglio glissare sull’imbarazzante presentazione in sala e dire due parole sul capo d’opera (e maggiore successo commerciale) di Melville. Il penultimo film del patron di Rue Jenner è al tempo stesso summa del suo cinema e grammatica definitiva del noir: catalogo sistematico delle situazioni possibili “tra guardie e ladri”, Le cercle rouge antologizza, glorificandoli, i segni distintivi del noir, culminando nella rapina della gioielleria di Place Vendôme filmata con la stessa precisione e la stessa ieraticità di un rituale religioso. È in questo film, assurdamente tacciato di convenzionalità, che il sistema Melville trova supremo inveramento, proiettando nei cieli della perfezione cinematografica una materia comunemente considerata inferiore come il noir. Le orribili etichette di “cinema di genere” e “cinema d’autore” si rivelano totalmente inadeguate di fronte a un film che inanella pure idee di messa in scena e sibila dialoghi che in qualsiasi altro film precipiterebbero rovinosamente nel comico involontario. Un flic: pellicola in buone condizioni. Insieme a Deux hommes dans Manhattan è il film che ha maggiormente beneficiato della visione in sala. Puro meccanismo di captazione ambientale, l’ultimo lavoro di Melville non può fare a meno della situazione cinematografica per dispiegarsi pienamente. Quello che su piccolo schermo può sembrare isterilimento drammaturgico o gigantismo spettacolare su grande schermo cambia radicalmente di segno. Contrariamente a quello che è stato osservato da molti, Un flic ci dice che il cinema di Melville era ancora vivo e capace di muoversi autonomamente verso altri spazi espressivi. Naturalmente dopo Le cercle rouge era umanamente impossibile frequentare le stesse latitudini cinematografiche: ecco allora Melville spostare il suo sistema-cinema in un’altra dimensione, quella degli oggetti e dei tempi morti. I modellini e i fondali irrealistici cosi sfacciatamente ostentati denotano un teatro di marionette in cui gli esseri umani sono assimilati a pupazzi (donde l’esibizione dei modellini durante la sequenza della rapina sul treno) e i tempi filmici dilatati fino allo svuotamento drammatico. Non si tratta di pezzi di bravura tecnicamente non riusciti, ma della messa in scena della dinamica polar come congegno autosufficiente e autotelico: un organismo che sfrutta ogni elemento esistente (spazi, tempi, esseri umani, oggetti) per affermare la propria indipendenza e la propria indifferenza nei confronti dei materiali impiegati. Una rappresentazione di pure forme (la rapina iniziale in banca è una coreografia di movimenti e posizioni) in cui tutto è creazione integralmente cinematografica, dunque integralmente artificiosa. 

Sous le nom de Melville (2008, Digital Betacam, 77') di Olivier Bohler. Il documentario del giovane studioso Olivier Bohler (tesi di laurea su Pasolini e tesi di dottorato su Melville) muove da una domanda apparentemente extracinematografica ma in realtà profondamente radicata nel cinema del cineasta francese: quali sono le origini della sua morale? Da dove proviene questa concezione del mondo così netta e rigorosa che traspare dalle sue opere? La risposta di Bohler, suggerita dalla lettura del libro-intervista di Rui Nogueira “Il cinema secondo Melville”, è perentoria: dall’esperienza della guerra. Raccogliendo e orchestrando spezzoni di interviste originali, interviste a parenti, amici e conoscenti, Bohler compone un quadro di grande chiarezza che illustra quanto il peso della militanza nella Resistenza abbia rappresentato per il giovane Melville il momento decisivo per la fondazione della morale (esemplare in questo senso una dichiarazione dello stesso regista durante un’intervista televisiva riportata dal documentario). Il maggior merito di Sous le nom de Melville risiede dunque nella lucidità con cui l’argomento è presentato, sviluppato e corroborato da dichiarazioni di varia natura, tutte rigorosamente necessitate alla questione di fondo. Ma una volta chiarito l’interrogativo centrale si diramano corollari di non minore interesse: se è il conflitto a rivelare la vera natura degli uomini, ne consegue che il noir come teatro di scontro tra caratteri è la tela ideale per mettere in scena l’emergenza della morale. Ecco la concezione etica melvilliana tradursi cinematograficamente ed ecco profilarsi la profonda continuità tra i film noir e i film bellici di Melville: i truands come soldati in tempo di pace e i soldati come truands in tempo di guerra, individui costretti a rivelarsi moralmente dalla flagranza del conflitto. Un ulteriore arricchimento è costituito infine da interviste a cineasti (Philippe Labro, Volker Schlöndorff) che hanno collaborato con Melville in qualità di aiuto-registi e a cineasti asiatici (Masahiro Kobayashi, Johnnie To) che hanno riconosciuto l’influenza del maestro di Rue Jenner sul loro cinema. Voto: 8

Alessandro Baratti

 

- STATO DELLE COSE

JITSUROKU RENGO SEKIGUN: ASAMA SANDO ENO MICHI / UNITED RED ARMY
Koji Wakamatsu
(Giappone, 2008, 190’)

Febbraio 1972. Cinque giovani militari del gruppo paramilitare Armata Rossa Unita si barricano per 10 giorni in un rifugio sul monte Asama e ingaggiano un conflitto a fuoco con la polizia. Due poliziotti muoiono negli scontri ma le prime vittime dei militanti sono gli stessi compagni: prima dell’inizio degli scontri con la polizia, infatti, quattordici giovani cadono sotto i colpi del fanatismo del gruppo. Un evento che paralizza completamente il movimento studentesco giapponese. (dal catalogo del festival)

“Nella mia carriera ho realizzato più di cento film, anche come produttore, ma considero forse United Red Army l’opera più importante, un film che sentivo l’urgenza, come artista, di dover girare.”  

Storia dell’Armata Rossa Unita, in tre atti: una premessa folgorante che a rotta di collo affastella dati, volti ed eventi, lo scorrere dei giorni e il parto impervio del movimento; un corpo centrale - ambientato in una cascina, luogo di addestramento/concentramento del corpo rivoluzionario- che è abisso efferato; una risoluzione che s’accosta al lato più umano dei personaggi, ai loro dissidi. In più di 3 ore di film, il documentario sfocia nella finzione, la docufiction si contamina con un’estetica di genere, in una libertà disorientante, annichilente, esaltante: Wakamatsu realizza un vero e proprio film di formazione, dove i personaggi, da meri nomi dispersi nel calderone di eventi imbastito dalla premessa, assumono caratura, lievitano a vite, sfaccettate in contraddizioni, errori, limiti. Per questo il corpo centrale del film, fotografia di un rito di addestramento coatto, dove- in nome di una malintesa purezza ideologica- l’uomo è degradato, torturato, privato di sé allo sfiancante rincorrersi dell’imperativo “autocritica”, risulta ancora più insostenibile: la morte è l’aborto di personaggi in farsi. E’ in questo che United Red Army è profondamente, intimamente, politico: un gesto d’amore scomposto che guarda all’uomo e alla storia con ferocia e pudore, radiografando con enfasi iconoclasta incertezze e paradossi, senza concedersi, nemmeno per un istante, la tracotanza del giudizio. L’esatto opposto di quanto inscena. Il finale, in cui i sopravvissuti si interrogano sulla rivoluzione e le proprie vite è intriso di una pietà e di una verità lancinanti: ai dogmi dell’ideologia contrappongono domande, dubbi, ferite. I personaggi, finalmente, si sono fatti uomini.

Voto: 8                             Giulio Sangiorgio

 

HUNGER
Steve McQueen
(UK/Irlanda, 2008, 96’)


Irlanda del Nord, 1981. Raymond Lohan è un secondino nella prigione di Maze e lavora all’interno del blocco H, dove i carcerati di fede repubblicana stanno mettendo in atto una serie di proteste per riottenere lo status di prigionieri politici: non accettano di vestire le uniformi del carcere e rifiutano di lavarsi, vivendo nello squallore e nella sporcizia. Le proteste degenerano in una rivolta che viene repressa nella violenza: Raymond viene assassinato dall’IRA e Bobby Sands, il leader dei prigionieri repubblicani, decide di intraprendere un lungo sciopero della fame. (dal catalogo del festival)


Tre quadri, tre fasi di un discorso scabro e rigoroso intorno al sovvertimento del Potere. Tre momenti che segnalano, altresì, un processo di de-storicizzazione di un conflitto : da pagina storicamente data – il « fatto », un luogo (Irlanda del Nord), un tempo (primi anni ‘80) e un personaggio (Bobby Sands) determinati – a parabola sulle « fami » transtoriche. Quando il politico diviene atavico. Nella prima parte, l’autore elegge tre corpi, tre figure-simbolo a rappresentanti dei due poli dell’agone, di fatto cesella alcuni personaggi/Gruppo, fondamentalmente intercambiabili, rendendo conto del loro (re)agire e del loro essere metonicamente, per tratti e con rapide pennellate : una mano insanguinata/un volto tumefatto, delle briciole di pane/del cibo avariato etc. Un agente, l’agente ; due dissidenti, il dissidente, incarnazioni di istanze. Dal conflitto (esterno) al gesto estremo (e alla sfida a se stesso): l’annullamento di sé nella/per la lotta. I due segmenti sono separati da un (non) sintagma/cesura, l’unico momento propriamente dialettico dell’intera opera : il movimento delle idee reso con un dialogo stringente tra il ribelle e il parroco, colto in un lunghissimo piano sequenza.
Dall’azione/reazione (prima parte), dunque dal movimento dei corpi, si passerà all’annullamento di sé come atto finale (e suicida) di accusa, ad una stasi che è una « risposta » ad un interlocutore oramai assente. Il « suicida », infatti, è tragicamente solo, sempre più lontano dalle cose mondane : il dialogo c’è, ma è interiore, con i ricordi. Bobby si afferma negandosi. I volti dei genitori, dell’amata, degli altri, si confondono con lo sfondo asettico dell’ospedale : l’occhio stanco di Bobby, un incredibile Michael Fassbender, vaga nello spazio microcellulare, l’ultimo suo spazio microcellulare, attratto da oggetti o particolari (reali ?) che sembrano reificare il suo stato paradossale: leggerezza ed atarassia (una piuma volante), dolore lacerante (la « crepa » sulla parete che « conduce » al volto di una donna).
Con un rigore ed una pulizia formale invidiabili, in cui convivono coerentemente realismo estremo (una cruda e quasi insostenibile rappresentazione del « rituale » della violenza) e astrazione (la spirale di cibo avariato disegnata sulla parete di una cella),  l’esordiente Steve McQueen, autore video, non ci racconta di un martirio. Bobby, infatti, non aspira alla beatitudine, nonostante i riferimenti cristologici. Piuttosto, McQueen sfiora il miracolo riuscendo ad incorporare, nel senso di dar corpo all’idea di rivolta contro il Sistema. Forse l’unica rivolta paradossalmente non destinata allo scacco.

Voto: 9                             Manuel Billi

[Altri voti: LP(8), GS(8,5)]

 

- LA ZONA

ARUITEMO ARUITEMO / STILL WALKING
Hirokazu Kore-Eda
(Giappone, 2008, 114’)


Un giorno d’estate, Ryota e sua sorella maggiore tornano, con le rispettive famiglie, a far visita agli anziani genitori, che vedono ormai sempre più raramente. Il motivo della riunione è la commemorazione della morte di Junpei, il figlio maggiore scomparso quindici anni prima in un tragico incidente in mare. Nella vecchia casa nulla appare cambiato, ma il tempo sembra aver segnato impercettibilmente le vite di tutti. Gli antichi contrasti non si sono mai del tutto appianati e i genitori non riescono a nascondere la delusione per le scelte di vita del figlio minore Ryota. (dal catalogo del festival).

C’è, in Still walking, una scrittura in grado di infrangere - sulla linearità della narrazione, sulla civile patina di una riunione familiare- la ferocia del quotidiano: la tempesta è costantemente ammansita dalla calma piatta, le ferite dell’anima lasciate sanguinare in silenzio e, se espresse, riassorbite nell’ipocrisia tenera e spietata del rituale familiare, territorio in cui rancori e rimossi esercitano forme educate di sadismo. La mdp contempla i riverberi in cui si nasconde l’essenza della vita tramite lunghi quadri fissi, pacati sguardi reiterati dalle medesime altezze e angolazioni, in un rassegnato rondò scevro da brio, di placida serenità; Kore-eda guarda a Ozu, Still walking ha magnificamente a che fare con la comprensione: difficile trovare un film, oggi, in grado di restituire con tale, impietosa e quieta esattezza la marea che sale e scende e quelle piccole onde che increspano costantemente la superficie del mare piatto, i moti di efferatezza addomesticati nel pianissimo dell’istituzione famiglia. Kore-eda costruisce la trasparenza, contiguo alla realtà Still walking la illumina. Un’opera di dolorosa, limpida beltà. Un mare, in cui non ci si può che specchiare.

Voto: 9                             Giulio Sangiorgio

[Altri voti: LP(8), DB(8)]

 

EL CANT DELS OCELLS
Albert Serra
(Ungheria/Germania/Francia, 2007, 35mm, 135’)


Il viaggio dei Re Magi per raggiungere il Messia, appena nato, portargli doni e mostrargli devozione. I tre attraversano il deserto dei ghiacci e quello di sabbia, vivono seguendo il corso delle stagioni, in armonia con la natura, nutrendosi di cose semplici e dormendo sotto le stelle. (dal catalogo del festival)

Soffocare l’afflato epico del Mito, senza mortificarlo: dopo Honor de cavalleria, incentrato sulla figura di Don Chisciotte, inEl cant dels ocells il trattamento Serra è riservato alla ricerca dei Magi, al cammino verso il Messia. In un plumbeo b/n al Mito viene preclusa l’enfasi dell’azione, il tempo si dilata mentre la mdp contempla, straubianamente, il suo scorrere; non che l’attentato all’epos abbia vocazioni realizzanti, perché se mira al vero lo fa per oltrepassarlo: l’obiettivo è un luogo lunare, intriso di non-sense, teneramente grottesco, sur-reale. Con rigore sornione Serra si sofferma sulle goffe indecisioni dei personaggi, parsimonioso nei dialoghi, regala momenti di comicità dislocante, giocati sulla durata dell’inquadratura (mdp fissa, i Magi in lontananza si incamminano su una collina, la oltrepassano, svaniscono dietro di essa; nel cielo lo scorrere delle nubi offusca la stella cometa, i tre ricompaiono, ripercorrono disorientati il medesimo percorso), sulla banalizzazione dei gesti (Giuseppe, mentre indica i Magi: “E questi chi sono?”), raffinatamente giostrati sulla retorica religiosa (per gran parte del film lo spettatore sospetta che Gesù sia riassunto dalla figura dell’agnello) o, ludicamente, sul linguaggio dei personaggi (su tutti l’esilarante confronto tra i sogni). El cant dels ocells è pervaso da un senso religioso stralunato, ma rispettoso, nel profondo: al momento dell’incontro tra i Magi e la Sacra Famiglia, l’irrompere della musica sacra suona come monito, tono divergente che si fa reminescenza circa il terreno battuto. Qui il Cinema si inchina al Mito, mai desacralizzato, piuttosto ri-dimensionato, non degradato, ma, rispetto agli abituali lidi, collocato pudicamente altrove.

Voto: 8,5                              Giulio Sangiorgio

[Altri voti: LP(8)]

 

ASCOLTA!
MOM
THE SUN AND THE MOON
Stephen DWOSKIN
(UK, 2008-2008-2007, 7’-13'-60')


Tre opere firmate da Dwoskin, vanno a comporre un personalissimo ed ostico « film di famiglia ». In Ascolta, la videocamera accarezza il volto di un donna : gli occhi che sembrano guardare, la bocca che sembra aprirsi a pronunciare verbo. Il volto come paesaggio, il medium cinematografico come strumento atto a suggerire il mistero di un essere impenetrabile che “si limita” a piangere sulle note dell’aria « Signore, ascolta ! » dalla Turandot di Puccini. Nel secondo, Mon, l’artista rende omaggio alla madre scomparsa ricostruendone la memoria visiva. Una giustapposizione di immagini della donna fissate su pellicola che segnalano l’inesorabile trascorrere del tempo. Un commovente, e formalmente (volutamente ?) elementare, atto d’amore. Nel terzo, The Sun and the Moon, tre personaggi, un uomo malato, essere “mostruoso” (lo stesso Dwoskin, che si espone, si esibisce come corpo Freak « eccedente »), una donna di mezza età che grida il proprio dolore ed una giovane che funge da tramite tra i due, quando non contempla il fiore della giovinezza allo specchio, vanno a comporre un quadro di familiare disperazione : il rituale dell’approssimazione alla morte e della trasmigrazione generazionale del sapere, le dinamiche interpersonali « archetipizzate » (Vita, morte, pietà e annichilimento), il gesto « comune » che diviene sinistro perché iterato.

Voto: 8                              Manuel Billi

[Altri voti: DB(6,5/7,5/6,5), GS(-/-/8)]

 

- ITALIANA.DOC

IL GRANDE PROGETTO
Vincenzo Marra

(Italia, 2008, 71’)


Nel 1996, il comune di Napoli approva un progetto di riqualificazione urbana per la riconversione dell’ex sito industriale di Bagnoli, che si propone di creare un insediamento a bassa densità abitativa con un’alta qualità ambientale. Il presidente e il direttore generale della Bagnoli S.p.A., l’organo preposto alla realizzazione del progetto, supervisionano il lavoro e dialogano con le istituzioni, i sindacati e la stampa, mentre Biagio, un operaio di trent’anni, costruisce con la sua gru il futuro della città.

Capitolo ultimo di una trilogia che ha lo scopo di mettere in luce diversi aspetti della realtà del Napoletano, Il grande progetto conferma Marra documentarista di straordinaria sensibilità, che riesce a entrare nelle situazioni in punta di piedi, non facendo mai pesare la sua presenza e cercando di restituire le situazioni nella maniera più secca e limpida possibile: vediamo la realtà del progetto su Bagnoli prendere forma sotto i nostri occhi, ci appassioniamo alle vicende che si susseguono, constatiamo tutti gli accidenti che rallentano la realizzazione del disegno: burocratismi, giochi politici, scetticismi. La situazione viene ritratta attraverso due prospettive fondamentali: quella dei vertici della Bagnoli s.p.a., che giocano con volontà, ma faticosamente, la partita sulle scrivanie istituzionali, e quella delle maestranze che pagano sulla loro pelle il gioco delle gare d'appalto e subappalto che, rendendo i tempi elefantiaci e creando falle organizzative continue, non danno alcuna certezza ai lavoratori dei cantieri. La distanza tra i due livelli pare incolmabile ed è straordinaria l'affermazione di uno degli operai che, descrivendo in maniera perfetta le complicazioni e le ragioni dei ritardi, conclude: “Chi capisce soffre”.
E' esattamente la sensazione che ha lo spettatore alla fine di questo lavoro.

Voto: 7                               Luca Pacilio

[Altri voti: GS(7)]

 

- ITALIANA.CORTI

LA NONNA
Massimo Alì Mohammad
(Italia, 2008, 30’)


In una grande casa la nonna, rimasta ormai sola, compie ogni mattina la danza delle piccole manie della vecchiaia.

Lo sguardo sulla quotidianità ne La nonna è messo in quadro secondo logiche da mystery movie: ecco allora che la cronaca della giornata dell'anziana donna protagonista viene incorniciata secondo un registro sì verista, ma che accoglie, coerentemente, anche improvvise deviazioni surreali. Sempre attento al dettaglio e alla suggestione che un oggetto o un particolare modo di guardarlo può suscitare, il regista presenta i luoghi della casa in cui l'opera è ambientata come altrettanti ricettacoli di piccoli segreti, manie, ricordi, tracce: il punto di vista della protagonista non viene mai abbandonato, così il suo vivere in una dimensione di tempo sospeso e denso, in cui una pendola o il gocciolare nel lavandino, in una sinfonia di rumori che lo scandiscono, lo rendono di assordante pesantezza.
E’ una riflessione su una stagione della vita a suo modo centrata, che mostra tanto senza sottolineare nulla, preferendo vivere di particolari fulminanti (le briciole dei biscotti che cadono sul tavolo) e di una disinvoltura nella scelta dei toni che pare già matura (ecco allora il calare della notte assumere tinte horror, il finale virare, improvvisamente, con ironia demenziale, nel fantascientifico).
Un piccolo film, molto originale, che ha meritato una menzione speciale.

Voto: 6,5                              Luca Pacilio

 

 

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