TORINO 2005
OMAGGI

 

OMAGGI

   Walter Hill

      Film recensiti

- DEADWOOD: PILOT

   Claude Chabrol

Panoramica

 


 

 

- Omaggio a Walter Hill

 

DEADWOOD: PILOT
(USA, 2004, DigiBeta, 60’)


Lo sceriffo Bullock abbandona la sua professione per cercare fortuna in una paesino senza legge, Deadwood, dove farà la conoscenza di Wild Bill Hickok e di alcuni loschi figuri.

Episodio pilota di una seria prodotta dal canale via cavo HBO, diretto Walter Hill, Deadwood lascia ben poco all'immaginazione quanto a possibili intrighi, violenza e bassezze. L'apertura con l'impiccagione “aiutata” dallo sceriffo che ha già un piede sulla carrozza, è contemporaneamente brutale e amorevole.
Il produttore David Milch viene dal lunghissimo successo di NYPD blue e con i mezzi messi a disposizione dal canale via cavo la serie può permettersi di seguire il filone della rivalutazione “storica” della frontiera americana (fango pioggia schifo vario e violenza) fino alle estreme conseguenza. E' meglio dimenticarsi rapidamente di Bonanza, la fondazione del Paese sorge da un'altra parte. In uno stanziamento illegale, su terre rubate agli Indiani grazie ad intrighi di potere e denaro.
L'adesione al punto di vista dello sceriffo Bullock (con un compagno d'affari ebreo) da un lato permette di moralizzare lo sguardo complessivo sulla vicenda, da un altro la sua pragmaticità è funzionale ai percorsi principali dell'azione. Che non va tanto per il sottile.

In Italia la serie dovrebbe essere trasmessa da LA7, nel 2006.

Voto:  7,5                                  Luigi Garella

 

 

- Omaggio a Claude Chabrol

 

Di Claude Chabrol, il più eclettico e imprevedibile tra i registi della Nouvelle Vague, il TFF 2005 ha presentato la prima parte della retrospettiva (ci si è fermati al 1982), occasione più unica che rara per riscoprire l’opera del maestro nella sua integrità. Impossibilitato a seguire tutto l’omaggio, che di fatto costituiva un festival parallelo, ho puntato ad alcuni dei film più celebrati e/o meno facilmente reperibili che il programma consentiva di visionare con agio nel giro frenetico che mi obbligava a scappare da una sala all’altra: da LE BEAU SERGE, 1957 (voto 8 1\2), debutto al lungometraggio (una fortuita eredità ne consente al giovane CC la realizzazione), da molti considerato il primo film della Nouvelle Vague e che già presenta molti degli elementi che caratterizzeranno la futura produzione dell’autore (l’atmosfera mortifera, l’esasperazione dei conflitti sociali ed etici, la provincia come ambiente che alleva mostri e nasconde tresche, inganni, incesti), all’esemplare A DOPPIA MANDATA, 1959 (voto 8), in cui l’intrigo si snoda attraverso due flashback di cui il secondo racconta quello che è avvenuto nel primo: già da questo film la borghesia viene rappresentata come classe che copre le proprie malefatte, dimostrando, in quei frangenti, spirito di corpo e istinti autoprotettivi; in questo senso il delitto viene considerato più come chiave per sondare le relazioni tra i personaggi che come elemento giallo. Dal quasi capolavoro LE SCANDALE, 1966 (voto 8 1/2), mystery deviante con derive allucinatorie e quasi astratte, sdoppiamenti hitchcockiani ed eventi a molteplici letture (mentre cerchiamo la soluzione dell’intrigo un fulminante colpo di scena ci svela che lo spettatore l’ha avuta sotto il naso per l’intera durata del film) a LES BICHES- LE CERBIATTE, 1967 (voto 7 1\2), fosco dramma in cui l’avvento di un uomo nel legame tra due donne di diversa estrazione sociale (les biches = lesbisches) sfocia nell’omicidio e che - altra caratteristica della produzione chabroliana - non rinuncia a sprazzi brillanti e quasi demenziali. Ancora: STEPHANE, UNA MOGLIE INFEDELE, 1968 (voto 8), soffocante spaccato sull’ipocrisia borghese che si macchia di sangue, impelagata in una fitta trama di vere finzioni e/o false verità; IL TAGLIAGOLE, 1969 (voto 8), splendido lavoro che, sotto la patina gialla, presenta un ritratto psicologico dei personaggi di rara sottigliezza; il mediocre DIECI INCREDIBILI GIORNI, 1971 (voto 5), in cui il complicato gioco relazionale dei personaggi (Welles, Perkins, Piccoli, Jobert nel cast) appare appannato e indeciso; GLI INNOCENTI DALLE MANI SPORCHE, 1974 (voto 7), sagra dell’artificio narrativo in cui viene incastonato un sapido ritratto della protagonista femminile (una splendente Romy Schneider), mentre uomini vivono due volte e i finali non sono mai tali.

 

Ipse dixit:

Se tentassi di esprimere la mia evoluzione in quanto cineasta da LE BEAU SERGE fino a LA DAMIGELLA D’ONORE  direi che a farmi sognare è sempre stata la grande trinità Murnau, Fritz Lang, Renoir con un dito di Lubitsch e una salsa alla Hitchcock. Non ho mai cercato di scoprire le loro ricette. E’ una cosa senza interesse. La lezione che ho potuto trarre dai loro film è quella di essere sempre più leggero e sempre più ricco nel gusto.

Mi piace molto costruire i miei film come polizieschi, con un mistero da risolvere, un enigma da decifrare. Perché ci si abitui e si scopra poco a poco la forma originale, è necessaria una serie di collegamenti, di chiavi.

La borghesia è una classe ma anche una condizione dello spirito e la classe durerà meno della condizione dello spirito. La mentalità borghese sopravviverà in tutti i regimi sociali.

Si potrebbe dire che la differenza tra cinema commerciale e cinema non commerciale sta nel fatto che il primo è un cinema di apparenze e il secondo cerca di andare al di là delle apparenze.

I miei film hanno come soggetto i personaggi e la forma. Non l’intreccio, che mi disturba più di ogni altra cosa. Sfortunatamente, non è possibile fare un film senza intreccio. La cosa noiosa è che bisogna farlo procedere e, frattanto, si perde tempo. Invece, la costruzione mi attrae e mi interessa. Preferisco gli intrecci semplici con personaggi complicati.

 

Luca Pacilio

 

 

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