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Di
Claude Chabrol, il più eclettico e imprevedibile tra i registi della
Nouvelle Vague, il TFF 2005 ha presentato la prima parte della
retrospettiva (ci si è fermati al 1982), occasione più unica che
rara per riscoprire l’opera del maestro nella sua integrità.
Impossibilitato a seguire tutto l’omaggio, che di fatto costituiva
un festival parallelo, ho puntato ad alcuni dei film più celebrati
e/o meno facilmente reperibili che il programma consentiva di
visionare con agio nel giro frenetico che mi obbligava a scappare da
una sala all’altra: da LE
BEAU SERGE, 1957 (voto 8 1\2), debutto al lungometraggio (una
fortuita eredità ne consente al giovane CC la realizzazione), da
molti considerato il primo film della Nouvelle Vague e che già
presenta molti degli elementi che caratterizzeranno la futura
produzione dell’autore (l’atmosfera mortifera, l’esasperazione
dei conflitti sociali ed etici, la provincia come ambiente che alleva
mostri e nasconde tresche, inganni, incesti), all’esemplare A
DOPPIA MANDATA, 1959 (voto 8), in cui l’intrigo si snoda
attraverso due flashback di cui il secondo racconta quello che è
avvenuto nel primo: già da questo film la borghesia viene
rappresentata come classe che copre le proprie malefatte, dimostrando,
in quei frangenti, spirito di corpo e istinti autoprotettivi; in
questo senso il delitto viene considerato più come chiave per sondare
le relazioni tra i personaggi che come elemento giallo. Dal quasi
capolavoro LE SCANDALE,
1966 (voto 8 1/2), mystery deviante con derive allucinatorie e quasi
astratte, sdoppiamenti hitchcockiani ed eventi a molteplici letture
(mentre cerchiamo la soluzione dell’intrigo un fulminante colpo di
scena ci svela che lo spettatore l’ha avuta sotto il naso per
l’intera durata del film) a LES BICHES- LE CERBIATTE, 1967 (voto 7 1\2), fosco dramma in cui
l’avvento di un uomo nel legame tra due donne di diversa estrazione
sociale (les biches = lesbisches) sfocia nell’omicidio e che - altra caratteristica
della produzione chabroliana - non rinuncia a sprazzi brillanti e
quasi demenziali. Ancora: STEPHANE,
UNA MOGLIE INFEDELE, 1968 (voto 8), soffocante spaccato
sull’ipocrisia borghese che si macchia di sangue, impelagata in una
fitta trama di vere finzioni e/o false verità; IL
TAGLIAGOLE, 1969 (voto 8), splendido lavoro che, sotto la patina
gialla, presenta un ritratto psicologico dei personaggi di rara
sottigliezza; il mediocre DIECI INCREDIBILI GIORNI, 1971 (voto 5), in cui il complicato gioco
relazionale dei personaggi (Welles, Perkins, Piccoli, Jobert nel cast)
appare appannato e indeciso; GLI
INNOCENTI DALLE MANI SPORCHE, 1974 (voto 7), sagra
dell’artificio narrativo in cui viene incastonato un sapido ritratto
della protagonista femminile (una splendente Romy Schneider), mentre
uomini vivono due volte e i finali non sono mai tali.
Ipse
dixit:
Se
tentassi di esprimere la mia evoluzione in quanto cineasta da LE BEAU
SERGE fino a LA DAMIGELLA D’ONORE
direi che a farmi sognare è sempre stata la grande trinità
Murnau, Fritz Lang, Renoir con un dito di Lubitsch e una salsa alla
Hitchcock. Non ho mai cercato di scoprire le loro ricette. E’ una
cosa senza interesse. La lezione che ho potuto trarre dai loro film è
quella di essere sempre più leggero e sempre più ricco nel gusto.
Mi
piace molto costruire i miei film come polizieschi, con un mistero da
risolvere, un enigma da decifrare. Perché ci si abitui e si scopra
poco a poco la forma originale, è necessaria una serie di
collegamenti, di chiavi.
La
borghesia è una classe ma anche una condizione dello spirito e la
classe durerà meno della condizione dello spirito. La mentalità
borghese sopravviverà in tutti i regimi sociali.
Si
potrebbe dire che la differenza tra cinema commerciale e cinema non
commerciale sta nel fatto che il primo è un cinema di apparenze e il
secondo cerca di andare al di là delle apparenze.
I miei
film hanno come soggetto i personaggi e la forma. Non l’intreccio,
che mi disturba più di ogni altra cosa. Sfortunatamente, non è
possibile fare un film senza intreccio. La cosa noiosa è che bisogna
farlo procedere e, frattanto, si perde tempo. Invece, la costruzione
mi attrae e mi interessa. Preferisco gli intrecci semplici con
personaggi complicati.
Luca
Pacilio
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