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WALTER HILL INCONTRA
IL PUBBLICO AL
23° TORINO FILM FESTIVAL
a
cura di Luca Baroncini
Ha
fatto sfrecciare con perfetta geometria Ryan O’Neal e Isabelle Adjani
nella cupa notte metropolitana (“Driver
l’imprendibile”), ha
messo in scena l’incapacità di contenere le pulsioni andando alle
radici della cultura americana (“I guerrieri della palude silenziosa”), ha contaminato
l’action-movie con il musical creando un’originale favola rock
capostipite dei successivi videoclip (“Strade
di fuoco”), ha conquistato il pubblico imponendo il debuttante Eddie
Murphy come futura star degli anni Ottanta (“48
ore”), ma per tutti il nome Walter Hill è associato al folgorante
western urbano “The Warriors”, noto in Italia come “I
guerrieri della notte”. La definizione di regista, però, è
insufficiente a contenere il talento di un autore che è anche
sceneggiatore (“Getaway!”
di Sam Peckinpah, “L’agente
speciale Mackintosh” di John Huston, “Detective
Harper: acqua alla gola” di Stuart Rosenberg), ma pure produttore
(“Alien”) e non disdegna il
piccolo schermo, per cui ha diretto episodi de “I
racconti della cripta”, “Perversions
of Science” e “Deadwood”
(oltre all’imminente “Broken
Trail”). La sua popolarità ha avuto il massimo negli anni Ottanta
per poi calare progressivamente insieme al successo commerciale e critico
dei film successivi, da “I
trasgressori” a “Geronimo”,
fino al recente “Supernova”,
addirittura disconosciuto e firmato con lo pseudonimo Thomas Lee.
Il Torino Film Festival ha dedicato una retrospettiva completa al regista
sessantatreenne nato a Long Beach che, ospite della manifestazione, si
dichiara grato dell’omaggio e stupito della folla presente al Director’s
cut de “I guerrieri della notte”. “Mi
fa piacere vedervi così numerosi per un film di 25 anni fa! Forse avete
visto il film solo in dvd ed è un peccato, perché le pellicole nate per
il grande schermo si perdono su quello piccolo!”. A chi gli domanda
commenti sulla sua opera risponde “Non
mi piacciono i registi che parlano e spiegano i film, li trovo noiosi. È
compito della critica trovare collegamenti e similitudini”. La
versione voluta originariamente da Hill non presenta sensibili varianti
rispetto a quella distribuita nelle sale. In aggiunta c’è
un’introduzione che rende omaggio all’Anabasi di Senofonte recitata
dallo stesso Hill (il regista avrebbe voluto Orson Welles) e cartoni
animati a raccordare la varie sequenze in modo da connotare l’avventura
metropolitana come se fosse un fumetto. “Probabilmente”,
aggiunge Hill, “i nostalgici
preferiranno la versione precedente, ma questo è il mio progetto
esattamente come lo avevo pensato ed è la versione che mi riflette”.
L’entusiasmo del pubblico è tale che l’organizzazione si trova
costretta a predisporre una proiezione straordinaria a mezzanotte.
All’incontro con il pubblico Walter Hill si presenta pacato, disponibile
a raccontarsi e un po’ intimidito dal clamore che percepisce intorno a
lui. Parla lentamente, puntualizza con chiarezza e precisione il suo punto
di vista e sembra più un sobrio compagno di bevute che un regista che con
la grande capacità di governare il mezzo cinematografico si è distinto
come uno degli innovatori formali del cinema americano della sua
generazione.
L’incontro con Walter Hill si
apre con la presentazione di alcuni spezzoni del suo ultimo lavoro, una
miniserie per la televisione intitolata provvisoriamente “Broken Trail”, con Robert Duvall, Greta Scacchi e Thomas Hayden
Church. “La storia”,
esordisce Hill, “è ambientata nel
nord-est degli Stati Uniti, quindi il paesaggio è verde e lussureggiante
e si differenzia da quello desertico tipico dei film western. Ci sono
cinque ragazze cinesi che vengono vendute dalle famiglie d’origine per
diventare prostitute e nel loro percorso incontrano due cowboy che devono
portare cinquecento cavalli in Wyoming. I due uomini diventeranno angeli
custodi delle ragazze e faranno di tutto per proteggerle. Ho finito di
girare due settimane fa ed ora mi aspetta la lunga fase della
post-produzione”.
A sciogliere il ghiaccio con le
domande è Giulia D’Agnolo Vallan, co-direttrice del festival insieme a Roberto
Turigliatto, che domanda a Hill che
cosa intendeva dire affermando che tutti i suoi film sono in fondo
western?
“Quando ero bambino ho avuto l’imprinting del western. Li guardavo
e riguardavo in continuazione e sono i miei film preferiti ancora oggi. È
la narrativa semplice ed elegante ad affascinarmi ed è proprio questa
efficace essenzialità che cerco sempre di replicare nei miei film. “Broken
Trail” mi ha attirato per gli stessi motivi, anche se non l’ho scritto
io. Non ripete il cliché degli eroi del western, ma ne ripercorre la
struttura narrativa. Un western, a parte l’aspetto puramente estetico
fondato su cowboy con cappellaccio e cavalli in corsa, è solitamente
ambientato tra la fine della guerra civile e l’inizio del secolo e si
caratterizza come dramma dall’approccio problematico. Una sorta di
rivisitazione della società organizzata. È infatti il singolo individuo
a dover prendere in mano la situazione per risolvere le difficoltà
contingenti, mentre le istituzioni sono lontane. Questo porre
l’individuo di fronte ai suoi problemi, a scelte morali non prive di
conseguenze anche devastanti, rende il western molto simile al dramma
greco. In generale, comunque, trovo difficile capire il motivo per cui una
cosa mi piace. Forse, ripeto, ad incidere è proprio l’educazione che si
riceve e ciò che le persone che incontriamo ci trasmettono. Come genere
il western è in declino, ma se hai una buona storia da raccontare lo
spazio e il pubblico si trovano.”
Da
un punto di vista formale i western hanno una connotazione storica ben
precisa, mentre i suoi film sono fortemente stilizzati. Come mai?
“Finora
ho girato tre western, tutti basati su storie vere e personaggi esistiti
realmente: Jesse James, Geronimo e Billy Hickock. Aldilà di quello che può
essere lo stile personale, nei miei western c’è una componente storica
che ha un peso determinante. Quando affronti dei miti, ovviamente devi
decidere come presentare il personaggio e la scelta dell’approccio è
una delle decisioni più difficili, capace di condizionare l’esito di
una pellicola. Jesse James ha avuto varie versioni perché nella storia
americana è un personaggio fondamentale che nella sua vita avventurosa
fonde con perfetto equilibrio tragedia e comicità. È una storia
drammatica ma anche molto divertente, quindi si presta benissimo ad essere
raccontata. Tra le varie versioni, quella che preferisco è quella di
Samuel Fuller (“Ho ucciso Jesse il
bandito”, n.d.r.), perché ha un
finale lirico e struggente.”
Qual è il suo rapporto con la Hollywood classica, in cui il suo cinema
è fortemente radicato?
“Sono stato sul set di “Rio Lobo”, l’ultimo film di Howard
Hawks, ma non ho avuto il coraggio di presentarmi. Ho visitato il set e
ricordo che era una persona molto tranquilla che prestava più attenzione
all’attrezzistica che agli attori. Invece di dire “Azione!”, per
dare il via alle riprese, urlava “Camera!”. Credo sia un retaggio dei
tempi del muto. Raoul Walsh, invece, ho avuto modo di conoscerlo. Gli ho
dedicato la sceneggiatura di “Getaway” (di
Sam Peckinpah, n.d.r.) che ha
similitudini con “Una pallottola per Roy”. Ricordo che gliela spedii e
siccome lui era quasi completamente cieco mi rispose tramite una lettera
dettata alla moglie. Quando sono andato a trovarlo, riusciva ancora a
rollarsi le sigarette da solo, come un vero cowboy!”
Sente molte affinità con Howard Hawks?
“I film di Hawks mi sono sempre piaciuti. Ho letto
che nei miei film ci sono echi di questa passione. Forse è vero che nella
mia visione ricorrono tematiche hawksiane, con la ricerca di personaggi
che sviluppano un codice di comportamento nella vita, ma probabilmente
mentre giravo non ne ero cosciente. Io tratto semplicemente argomenti e
tematiche che mi affascinano. È il vostro mestiere, non il mio, collegare
gli autori e trovare punti in comune. “Il fiume rosso” mi colpì
molto. Mia figlia, di quindici anni, dice che rientra tra gli
“essenziali” e penso che abbia ragione. La storia è bella, affronta
temi epici e ha una forte potenza narrativa, la colonna sonora è
meravigliosa, John Wayne è audace, la lotta con Montgomery Clift non è
schematica. Inoltre c’è una specie di mistero sulla fine. Nel western,
di solito, il confronto finale tra due personaggi porta uno a vincere e
l’altro a morire, invece ne “Il fiume rosso” nessuno dei due muore.
Per alcuni puristi del genere questo distrugge il film, per me invece gli
dà un valore aggiunto. In fondo un vero personaggio non deve morire mai.
Questo è il film a cui torno più spesso con la mente, ma non so se è il
mio preferito”.
Lei ama molto miscelare e aggiornare i generi
cinematografici. Come mai?
“L’amore per il periodo classico di Hollywood
non mi induce a rifare ciò che è già stato fatto. Che tu abbia o meno
il talento, devi capire che i tempi sono cambiati e che il modo di
recitare, produrre e distribuire film è stato completamente stravolto.
Miscelare i generi è un modo per raggiungere un compromesso e per
riavvicinare il pubblico ai film. Penso che i film possano essere
realizzati per tre motivi: per il pubblico, per i critici e per se stessi.
È quest’ultima la strada da percorrere. L’importante è inventare
qualche cosa di nuovo che ti interessi, seguendo i propri gusti e le idee
che si hanno in mente. Ovviamente riuscire a esprimersi a Hollywood non è
molto semplice, visto che si parla solo di soldi e l’importanza di un
progetto è strettamente legata a quanto si presume possa fruttare!”
Scorsese, Coppola e Schrader hanno sempre
dichiarato di amare “Sentieri Selvaggi”. E lei?
“Credo
che “Sentieri Selvaggi” abbia per me un significato diverso rispetto
agli altri registi della mia generazione. È sicuramente il film girato da
un maestro, ha l’aspetto di un’epopea, è coinvolgente, ma non lo
ritengo il film migliore di John Ford. Preferisco “Ombre rosse” e
“Sfida infernale”. Lo trovo, se posso osare, confuso. Ed è forse
questo l’aspetto che più affascina i miei contemporanei. È
indubbiamente ben fatto, lo ammiro, ma non è il mio preferito!”
È stato influenzato da Sam Peckinpah?
“Ho lavorato con lui e lo conoscevo. l
suoi film che preferisco sono “Sfida nell’Alta Sierra” e “Il
mucchio selvaggio”. Era un uomo molto complesso. Non sono mai entrato
nel suo entourage. Lo ricordo spiritoso, arguto e sarcastico. Gli devo
moltissimo perché il film che ho scritto
per lui, “Getaway!”, è diventato il suo più grande successo
commerciale e questo mi ha permesso di diventare regista. Mi ha
incoraggiato agli inizi e, anche se non siamo mai stati molto intimi, la
sua assenza mi è sempre presente”.
“L’eroe della strada” e
“Undisputed” sono entrambi sulla boxe. È un mondo che la affascina?
“È uno sport che amo, una passione che mi
ha trasmesso mio padre, che era un pugile dilettante. Anche in questo
caso, come per il western, ci troviamo a mettere in scena le nostre
passioni, ciò che abbiamo incontrato nella vita. In fondo, facciamo
quello che siamo”.
“Streets of fire” ha coniugato azione e
musical in modo molto innovativo per i tempi. Come è nata l’idea?
“È come sempre il risultato di una serie
di discussioni, non per forza tra addetti ai lavori, ma anche e
soprattutto tra amici, magari tra un bicchiere di vino e una portata al
ristorante. Nel cinema si può miracolosamente unire lo svago con il
lavoro. Il musical mi ha sempre affascinato, ma nessuno me lo avrebbe
prodotto senza l’azione per cui sono famoso, e così, dal compromesso è
nato “Streets of fire”.
In “Broken Trail” lavora di nuovo con
Robert Duvall, con cui ha già collaborato in “Geronimo”. Che cosa ne
pensa di Duvall come attore?
“La sua lunga carriera stupisce. Lavora da
45 anni ed ha acquistato nel tempo rilievo e importanza senza le solite
munizioni che i grandi utilizzano quando invecchiano, ma imponendosi
grazie al carisma. Ha costruito un muro aggiungendo lentamente un mattone
alla volta”
Come lo vede il futuro del cinema in sala?
“È una domanda alla persona sbagliata. Io
mi limito a mettere in scena delle storie. L’industria è cambiata
moltissimo e mi ritrovo a dire che alcune cose funzionavano meglio in
passato con poche persone che gestivano la loro società. Era un brutto
sistema che, però, produceva un buon lavoro. Ora è tutto in mano alle
multinazionali che applicano unicamente le leggi del business: ricerche di
mercato, test sul contenuto del film che viene modificato fino a quando
non soddisfa i gusti del pubblico. Un prodotto omogeneo non consente di
mettere in scena un punto di vista forte e realmente comunicativo e il
risultato di tale politica non può che essere il piattume che ci
circonda. Le cose interessanti provengono dal cinema indipendente, m si
tratta di film che in genere non hanno un’ampia portata. L’industria
preferisce film fisici e con molto mordente. Il prossimo cambiamento che
ci attende, e che sta già avvenendo, riguarda la fruizione dei film, con
la tecnologia che permette visioni casalinghe altamente sofisticate,
oppure sul pc o addirittura sul cellulare. Siamo perciò a un bivio. Forse
questo amplierà le possibilità, ma non si può non avere nostalgia per
una sala che da cento anni permette di godere insieme di una stessa cosa.
I cambiamenti ovviamente avvengono, anche per altri mestieri è successo.
Si tratta di una naturale evoluzione delle cose. Comunque sia, sono
contento di essere nato quando sono nato e di avere fatto quello che ho
fatto”.
Quali suoi film oggi la deludono?
“La
domanda è difficile. Sono più innamorato di alcuni rispetto ad altri e
la colpa non è sempre delle imposizioni degli Studios. Non mi piace, però,
soffermarmi su questo aspetto. In fondo sono tutti figli miei. Per voi un
film è un prodotto che amate o odiate. Farli è differente. È
un’esperienza collettiva e dietro ad ogni inquadratura c’è il duro
lavoro di tante persone con cui ho collaborato. Con un giudizio affrettato
rischierei di offendere il lavoro importante di queste persone”.
Il suo ultimo film, “Broken trail”, è
stato girato per la TV. Com’è girare per la televisione?
“Giro come sono capace. Ford affermava di girare i suoi film sempre
allo stesso modo, lì, direttamente negli occhi. Io lavoro come so e come
posso, cercando di restare il più possibile fedele al mio stile. Non
scendo facilmente a compromessi e ho la tendenza a enfatizzare gli spazi.
Rifiuto la logica televisiva basata sull’alternanza di primi piani. Del
resto quando la produzione mi ha chiesto di girare “Broken Trail”, mi
ha lasciato totale libertà e mi ha detto di girarlo come se fosse per il
grande schermo”.
Come vede il cinema italiano attuale?
“La mia impressione è che il grande cinema
italiano sia quello degli anni Cinquanta e Sessanta. De Sica, Monicelli,
Rossellini, Fellini, Antonioni, Fellini, Ferreri, Olmi. Li ho amati molto,
più degli autori francesi, e non lo dico perché sono in Italia. Ora
vedere i film di altre nazionalità in America è difficile. In mezzo agli
enormi multiplex nei grandi mall, che distribuiscono un prodotto
omologato, mancano le strutture per distribuire film stranieri. Tra gli
attori italiani ricordo Gassman e Sordi. Anche gli operatori di macchina
che ho conosciuto erano eccezionali. Dell’attualità non conosco nulla,
a parte Bertolucci e Leone, ma non penso si possa parlare di attualità.
Sergio Leone all’inizio in America fu molto criticato perché faceva un
cinema diverso da quello a cui eravamo abituati. Ora però è stato
rivalutato. “C’era una volta il West” ha ormai eclissato “Il
mucchio selvaggio”. In ogni caso, decretare il migliore non mi
interessa. L’importante è realizzare prodotti con personalità”.
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