TORINO 2005
Fuori Concorso

 

FUORI CONCORSO:
- 17-SAI NO FÛKEI – SHÔNEN WA NANI O MITA NO KA / CYCLES CHRONICLE di Wakamatsu Koji 
- L’AVION (L'Aeroplano) di Cédric Kahn 
- BAB’AZIZ / LE PRINCE QUI CONTEMPLAIT SON ÂME (Il principe che contemplava la sua anima) di Nacer Khemir
- LE DOMAINE PERDU (Il Dominio Perduto) di Raoul Ruiz 
- ELECTION di Johnnie To 
- UM LOBISOMEM NA AMAZÔNIA / A WEREWOLF IN AMAZONIA (Un lupo mannaro in Amazzonia) di Ivan Cardoso 
- LOFT di Kurosawa Kiyoshi 
- OPERETTA TANUKIGOTEN / PRINCESS RACCOON (La principessa Raccoon) di Suzuki Seijun
- SOLNZE / THE SUN (Il Sole) di Aleksandr Sokurov
- THREE TIMES di Hou Hsiao Hsien
- TIAN BIAN YI DUO YUN / THE WAYWARD CLOUD (Il Gusto dell'Anguria) di Tsai Ming-Liang

   Detours (lungometraggi)

- 500 ALMAS (500 anime) di Joel Pizzini
- ANAK NG TINAPA / SOMETHING FISHY (Qualcosa di losco) di Jon Red 
- DIGITAL SHORT FILMS BY THREE FILMMAKERS 2005 di Apichatpong Weerasethakul, Tsukamoto Shinya e Song Il-gon
- A MARCA DO TERRIR (Il marchio del Terrir) di Ivan Cardoso 
- PASSATO PRESENTE di Tonino De Bernardi 
- QUE NE SUIS-JE FOUGÈRE? (Che sarebbe se io fossi una felce?) di Nicolas Azalbert
- SYNITHIES / HABITS (Abitudini) di Gerasimos Rigas
- YUDA / SECRET JOURNEY (Yuda, viaggio segreto) di Takahisa Zeze 

   Detours (cortometraggi e mediometraggi)

- A CONQUISTA DE FARO (La conquista di Faro) di Rita Azevedo Gomes
- LES FENÊTRES SONT OUVERTES (Le finestre sono aperte) di Arnaud e Jean-Marie Larrieu 
- HELIORAMA di Ivan Cardoso
- KAGE / SHADOW (Ombra) di Kawase Naomi 
- MUSHI TACHI NO LE / HOUSE OF BUGS (La casa dei bruchi) di Kurosawa Kiyoshi 
- MY DAD IS 100 YEARS OLD (Mio padre ha cent’anni) di Guy Maddin
- REINVENÇÃO DA RUA – UMA REFLEXÃO (Rinvenzione della strada – Una riflessione) di Helena Ignez 
- RIA FORMOSA di João Botelho 
- RIO DE JANEIRO di Mauro Santini

 

 

 

- FUORI CONCORSO

 

17-SAI NO FÛKEI – SHÔNEN WA NANI O MITA NO KA / CYCLES CHRONICLE
Wakamatsu Koji
(Giappone, 2004, 35mm, 90’)


Un ragazzo percorre in bicicletta la strada che da Tokyo porta a Aomori attraversando le meraviglie naturali del paesaggio montano del nord del Giappone.

Questo sobrio racconto dal soggetto delicatissimo (addirittura un matricidio), ultimo lavoro del maestro Wakamatsu, sorprende per la facilità e la naturalezza con la quale l’autore è riuscito a dar forma ad una sofferenza rappresa: il saliscendi in bicicletta del giovane assassino, tra la cima del monte ed il mare, tra purificazione nell’ascesi e regressio ad uterum, al di là dei suoi valori simbolici, diventa paradigma di una condizione di indicibile malessere, di sospensione esistenziale, efficace anche grazie alla buona prova del giovane protagonista. Dispiace che il regista non rimanga sempre fedele a questo generico understatement, che apra parentesi didascaliche (scontri generazionali, perdite di valori delle nuove generazioni e via “sociologizzando”…) non necessarie e soprattutto pleonastiche e ridondanti, che scada poi nell’ovvio chiudendo con l’ennesimo stop frame “à la Truffaut”.

Voto:  6,5                                Manuel Billi


Voto:  5                                                                     Luigi Garella

 

L’AVION (L'Aeroplano)
Cédric Kahn
(Francia, 2004, 35mm, 100’)


Il piccolo Charly è deluso dal suo regalo di Natale: invece della bicicletta suo padre gli ha comprato il prototipo di un aeroplano. Quando l’uomo muore in un incidente, il modellino prende vita e comincia a sviluppare poteri magici. Tra l’aeroplano e il ragazzino nasce un legame straordinario e Charly, deciso a tenerlo per sé a ogni costo, vivrà un’incredibile avventura che lo porterà a rivedere il padre per un’ultima volta. 

Volere Volare

Chi ha apprezzato la capacità di mettere in scena le pulsioni di Cédric Kahn in "La noia", "Roberto Succo" e nell’ultimo, riuscito, "Luci nella notte", resterà sicuramente, prima spiazzato e poi deluso. In "L’avion", il regista francese dirige una favola edificante e sdolcinata. Il protagonista è un bambino a cui muore prematuramente il padre, pilota d’aereo. Il piccolo si ritrova a traslare la figura paterna nell’ultimo regalo ricevuto, un aeroplano bianco, fatto con una sostanza prodigiosa, che pare avere vita propria. Il bambino si convince che l’aereo possa davvero volare. Solo la definitiva elaborazione del lutto, con tanto di ultimo incontro baluginante con il padre, gli permetterà di sostituire al giocattolo una nuova consapevolezza. Il problema del film di Kahn è che la sceneggiatura è davvero bislacca e che l’aereo vola per davvero, non solo nella fantasia del piccolo protagonista, con tanto di madre costretta a ricredersi dopo che il velivolo le distrugge mezza casa e addirittura ingegneri aeronautici che vogliono studiarlo per capirne la "magica" composizione. Non si tratta quindi di una semplice strada del protagonista per superare la morte del padre, ma di un vero e proprio delirio narrativo in cui l’aereo, "posseduto" dal padre, diventa una sorta di tramite divino che finisce per interagire con tutti i personaggi. Diciamolo, se il film fosse una produzione americana nessuno se lo filerebbe. Verrebbe catalogato come grottesca e innocua favoletta, trasmesso da qualche televisione privata nel primo pomeriggio e sarebbe in fretta dimenticato. Essendo di un autore ormai affermato, nonostante la giovane età, come Kahn, tutti si arrovellano per capirne il fondamento e si sforzano di apprezzarne la sensibilità, il piglio delicato e la dolcezza. Il problema è che, pur girato con queste qualità, il film si rivela un pasticcio poco comunicativo, con cadute nel ridicolo (l’aereo che pulsa in rosso per rispondere alle domande, il padre che appare in bianco scamiciato per poi andarsene in barca e diventare un bagliore accecante) che vanificano la magia delle intenzioni e azzerano la forzata ricerca di commozione.

Voto:  5                                Luca Baroncini


Voto:  7                                   Manuel Billi


Voto:  6                                  Luigi Garella

 

BAB’AZIZ / LE PRINCE QUI CONTEMPLAIT SON ÂME 
(Il principe che contemplava la sua anima)

Nacer Khemir
(Tunisia, 2005, 35mm, 98’)


Bab’Aziz, un anziano derviscio, e la nipotina Ishtar devono attraversare il deserto del Sahra per partecipare alla grande riunione dei dervisci che si tiene ogni trent’anni. Nel viaggio incontreranno strani personaggi.

Racconto piano e sincero, intriso di un misticismo soave, Il principe che contemplava la sua anima non offre nulla di innovativo dal punto di vista cinematografico (stilisticamente è prossimo ad un dignitoso prodotto medio europeo), inanella paesaggi di struggente bellezza ed accavalla flashback esplicativi al fine di rendere immediato l’ingresso dello spettatore occidentale nell’universo e nella storia culturale di un popolo. Se l’intento programmatico era, come credo, meramente divulgativo (convogliare attraverso il medium cinematografico i topoi e i miti del patrimonio arabo), intento che pare confermato dalla scelta strategica di fare di una bimba “ignorante” e di un anziano saggio derviscio i protagonisti assoluti, l’obiettivo è stato centrato in pieno.

Voto:  6,5                                Manuel Billi

 

LE DOMAINE PERDU (Il Dominio Perduto)
Raoul Ruiz
(Francia/Romania/Spagna/Italia, 2004, 35mm, 106’)


Quando, nel 1932, il piccolo Max è svegliato dall’atterraggio di un aeroplano nel giardino della casa dei genitori non immagina che l’incontro con Antoine, il pilota, segnerà la sua vita.

-         E’ un controsenso? Come lo spieghi?
-        
E’ così e basta

Ispirato (aggiungere liberamente sarebbe a dir poco superfluo) a Il Grande Meaulnes di Alain-Fournier, l’ultimo film di Ruiz è l’ennesima originale verifica del testo letterario come miniera di possibili percorsi visivi, di ipotesi narrative tutte da esplorare, dentro, fuori e intorno alla parola scritta. Strutturando la storia su tre principali livelli temporali, dalla seconda guerra mondiale al Cile della dittatura, l’autore, entrando e uscendo dal romanzo (maneggiato dagli stessi protagonisti, in una costante, sorniona messa in abisso) e deformandolo con disinvoltura, gira il solito, intransigente lavoro (ondi)vago in cui le memorie personali si intrecciano agli eventi storici, in cui la rievocazione intima procede a braccetto con la denuncia politica, in cui l’universalità dei temi è sempre piegata alla naiveté dell’approccio, la realtà all’onirismo. Ruiz non si (/ci) tradisce mai, continua, con imperterrita audacia stilistica, a far abitare i suoi film da ricordi (l’infanzia come paradiso perduto) e fantasmi, ad animarli con dialoghi a due a un tavolo, a mostrare gente che racconta di gente che racconta, ad avvolgere le trame in cerchi concentrici, a intersecare le linee narrative, a far languire la logica e a mettere in seria crisi qualsiasi consequenzialità; continua  a muovere la macchina da presa come nessun altro, voli di fluidità commovente, regalandoci perle improvvise (la scena della festa) giocate su prospettive e angoli di visione sempre inaspettati.
Non si sarà mai abbastanza grati a cineasti come Ruiz e al loro sublime modo di interpretare l’arte cinematografica: re-tro-spe-tti-va! re-tro-spe-tti-va!

Voto:  8                                                                      Luca Pacilio


Voto:  7                                                                     Luigi Garella


Voto:  7                                   Manuel Billi


Voto:  7,5                            Mauro F. Giorgio

 

ELECTION
Johnnie To
(Hong Kong, 2005, 35mm, 101’)


Ogni due anni la triade Wo Shing si trova a dover eleggere un nuovo capo, evento che inevitabilmente fa emergere forti e feroci rivalità trai candidati più quotati.


Non è lecito supporre che la galassia Milky Way, la quale addensa il suo muoversi ed evolversi intorno alla figura di Johnnie To (Kei-fung), debba sfornare regolarmente capi d’opera, e tuttavia quando ci si trova di fronte a pellicole come Election ci si rende subito conto del fatto che è lo stile il principium individuationis attraverso il quale si riesce a percepire lo sguardo di un autore che continua a trasformare l’inanità del reale in mondo eminentemente sensato della rappresentazione, che è poi, probabilmente, l’essenza del cinema. In quest’ultimo lavoro di Johnnie To non è così presente né così meravigliosamente debordante il lavorare sulla forma (A Hero never dies, PTU, Breaking News) per cui pertinenze semantiche come spazio e tempo narrativi vengono messe al completo servizio di una visione deragliata dell’universo metropolitano, con le sue geometriche architetture, la sua urbana simmetria e l’entropia del movimento umano che le appartiene, per la quale la violenza, tutt’altro che estatica (come ad esempio in John Woo), è un modo come un altro per evidenziarne le azioni che regolano la sfera dei rapporti interpersonali al di là delle parole, meri segni verbali (Breaking News in questo senso poteva benissimo essere letto come passaggio dal vecchio al nuovo, come prevalere dunque del dominio delle immagini e dei segni mediatici su quello dei pragmata, delle azioni fisiche). Election riesce non tanto e non solo a ricostituire, sabotandolo da par suo (con la irridente critica alla modernità del comunicare: la sequenza dei cellulari), certo classicismo del mafia-movie hongkonghese fondato sull’archetipo centripeto dell’intrigo e del tradimento, ma a farlo partendo da e plasmando una materia prima molto esile e molto grezza come lo spunto diegetico della lotta intestina scatenatasi in seno alla triade per la supremazia sui vari clan in seguito alla vacanza di un capo riconosciuto dovuta a ferree regole di successione, giocando appunto sui tempi dilatati, quasi sospensivi, delle attese che precedono l’azione (straordinaria la prolungata scena del semaforo in cui il climax è portato ai massimi livelli per poi sgonfiarsi in un nulla di fatto) e la rapidità d’esecuzione nelle sequenze deputate, grazie anche alle aritmie del montaggio sincopato di un certo Patrick Tam. 

Voto:  7                                                                   Mauro F. Giorgio


Voto:  6                                                                          Luigi Garella


Voto:  6                                      Manuel Billi


Voto:  6,5                                   Luca Pacilio

 

LOFT
Kurosawa Kiyoshi
(Giappone, 2005, 35mm, 115’)


La scrittrice di successo Reiko si ritira nella quiete campestre per trovare l’ispirazione giusta per il suo nuovo libro. Nel villaggio di campagna in cui si trova incontra un archeologo che proprio lì ha rinvenuto una mummia millenaria.

Prendete The Hunting, capolavoro di Wise. Aggiungete ad libitum un episodio della Mummia (meglio Fischer), un pizzico di The Grudge, di Le verità nascoste. Pescate un horror giapponese a caso in cui compaiano adolescenti di sesso femminile, vestite da scolarette, con folto e liscio crine corvino a coprire il volto (non c’è che l’imbarazzo della scelta). Anziché operare la somma dei fattori procedete con la sottrazione. Al sottoscritto il compito di moltiplicate il risultato per le capacità del caro Kurosawa di costruire la suspense e creare tensione partendo dal tema “scheletri nell’armadio: istruzioni per l’uso”. Infine, dividete il risultato per il valore di generica “presa per i fondelli”, da uno a cento, che siete disposti ad accordare ad un film al termine della proiezione ed al di sotto del quale non accettereste di sottomettervi neanche sotto tortura. Riflettete “a fiamma vivace”.
Conclusioni: stare alla larga da questa sciocchezzuola senza capo né coda, sfilacciata e prolissa, che ha soltanto il poco invidiabile merito di superare, con le sue risapute soluzioni, i più ovvi cliché del genere; l’autore, apprezzato da alcuni, ha probabilmente lasciato il senno nel fondo del barile che stava raschiando.

Voto:  3                                  Manuel Billi


Voto:  2,5                                                              Luigi Garella

 

OPERETTA TANUKIGOTEN / PRINCESS RACCOON (La principessa Raccoon)
Suzuki Seijun
(Giappone, 2004, 35mm, 111’)


Il principe del palazzo di Grazia, ostile al figlio più bello di lui ed all'amore che lo unisce alla principessa Racoon, fa di tutto per continuare ad essere il più bello del reame.

Lo stile visivo di Suzuki è difficile da dimenticare per varietà e personalità, dalla messa in scena teatrale all'uso di effetti digitali tutto è lecito per comporre la sua Operetta. Attraverso danza, canti (in cinese e giapponese), tragedia e commedia si muovono i personaggi mitici di una favola estremamente crudele. L'amore trionfa attraverso la morte e decine sono le prove che la coppia deve sopportare in una realtà che facilmente si trafigura con la magia. E' anche vero che lo spettatore occidentale soffre ancora di più in un vortice di chiari (ma insondabili per lo più) riferimenti a demoni e leggende che affondano le radici nella cultura popolare e contadina. Ed ecco che proprio in virtù della dedizione dell'anziano e arzillissimo regista tutto ciò si riconfigura come un appassionante percorso visivo e umano attraverso i sentimenti e la loro astrazione. La configurazione coloristica, la popolazione di personaggi secondari imprevedibili, la radicalizzazione della discontinuità temporale e spaziale  permettono un livello di sintesi (anche culturale) che si realizza, inatteso nel finale con la inattesa cornice esplicativa.

Voto:  8,5                                Luigi Garella


Voto:  7,5                                 Manuel Billi


Voto:  7                                Mauro F. Giorgio


Voto:  8                                    Luca Pacilio

 

SOLNZE / THE SUN 
(Il Sole)

Aleksandr Sokurov
(Russia/Italia/Francia, 2004, 35mm, 110’)


IL SOLE è ambientato nel Giappone occupato in un periodo che va dalla fine dell'Agosto del 1945 al 1° Gennaio del 1946. Il 15 Agosto, l'imperatore Hirohito fece un pubblico appello al suo popolo affinché cessassero le operazioni militari. Milioni di giapponesi rimasero scioccati nel sentire per la prima volta la voce del loro imperatore-dio. Il film racconta i risvolti che stanno dietro le due decisioni cruciali prese da Hirohito: la prima fu la dichiarazione di resa durante la seconda guerra mondiale e l'altra la rinuncia al suo stato divino. L'incontro e il rapporto che l'imperatore Hirohito riuscì ad instaurare con il generale Douglas MacArthur fu fondamentale per la risoluzione finale del conflitto senza mietere ulteriori vittime.

L'Impero del Sole

La nuova ricognizione di Sokurov nelle stanze private del Potere trova Hirohito, imperatore alla disfatta, a confessarsi col suo maggiordomo: non si sente amato l’onnipotente (anche le divinità hanno bisogno di amore), non si sente compreso dai suoi sudditi. Come con Hitler (MOLOCH), come con Lenin, Sokurov non rinuncia a certe note canzonatorie, dipingendo questi colossi come esseri capricciosi o tendenzialmente infantili ma stavolta, dopo la deriva quasi parodica dello sbilanciatissimo TAURUS, il regista, alle prese con un personaggio ritratto come prodotto inevitabile di una cultura, non insensibile alle nobili origini del personaggio e al conseguente vissuto che lo hanno ingabbiato in una ritualità ossessiva, in una formalità castrante in cui i sentimenti sono pari a zero e gli slanci creano imbarazzo (la bellissima scena dell’incontro con la moglie), sembra più indulgente (l’autore, riferendosi al suo trittico, ha parlato di un finale che “apre alla vita”): è una decisione obiettivamente difficile quella che porta l’Imperatore a rinunciare alla propria divinità, “in nome della pace e della prosperità”, quando è tutta una nazione che sembra pretenderlo diverso, parendo incapace di rinunciare al suo idolo e che trasecola addirittura di fronte a una manifestazione di ordinaria diplomazia (Hirohito, che si piega a parlare in inglese col generale MacArthur o che si presta a un’umiliante sessione fotografica, viene criticato dai suoi stessi sottoposti).
L’Imperatore scrive una poesia, si interessa di idrobiologia, si rivolge con una lettera al figlio considerando le cause del disastro (l’orgoglio nazionale come un morbo che affligge un popolo intero), guarda le foto di famiglia e quelle dei divi del cinema americano, accarezza i busti di Lincoln, Darwin e Napoleone, intrattiene una lunga conversazione col generale americano, vero acme di questo surreale kammerspiel (1): nelle parole, nei gesti impacciati del protagonista, Sokurov dimostra lampi di semplicità quasi ingenua, certo, ma il tema, fortemente stratificato, la cultura così distante di cui questo leader è figlio divino, sublimano la prospettiva irridente, stemperano la vena grottesca e tengono l’opera ben lontana dai toni da vacua pochade di un TAURUS; non per questo c’è realismo: IL SOLE non suona come ricostruzione neanche plausibile della quotidianità di un idolo infranto, ma sembra piuttosto il teorema immaginoso di un moralista preso a dimostrare come, a prescindere dalle congiunture e dalle circostanze storiche, a dettare il corso degli eventi sono sempre e comunque le persone, i loro caratteri più o meno complessi, le loro qualità e i loro difetti.
Il film, figurativamente straordinario, si muove in ambienti che emergono dal sogno della Storia, resi con immagini decolorate, di una densità lattiginosa che sembra quasi trattenere i movimenti delle figure in esse immerse; la stessa macchina da presa si muove lenta dentro e fuori dal bunker del dio e incede solenne nella consueta, rigorosissima messinscena teatrale, privilegiando le inquadrature dal basso e dipingendo con sublime lirismo alcune lancinanti intuizioni (gli aerei-pesci che bombardano la città - unico momento di onirismo dichiarato della pellicola -, lo sguardo dell’Imperatore sulla città devastata).

Enormi i problemi distributivi in Giappone: gli esercenti che hanno deciso di proporre il film e Issey Ogata, l’attore che interpreta in modo memorabile Hirohito (è in patria un celebre comico), hanno ricevuto minacce di morte.

(1) Il generale MacArthur chiese al Presidente USA che l’Imperatore non fosse dichiarato criminale di guerra: ciò impedì l’inevitabile conflitto armato cui si dicevano pronti milioni di giapponesi non rassegnati.
Così MacArthur: L’Imperatore si assunse la responsabilità di tutte le azioni del governo giapponese e delle forze armate (…). Rimasi colpito. Era Imperatore dalla nascita, ma in quel momento realizzai che avevo incontrato il primo gentleman giapponese processato per il suo straordinario coraggio.

Voto:  7,5                                                             Luca Pacilio


Voto:  8,5                                                            Luigi Garella


Voto:  9                                                                   Manuel Billi

 

THREE TIMES
Hou Hsiao Hsien
(Taiwan, 2005, 35mm, 135’)


Tre storie ambientate in tre epoche diverse e dedicate rispettivamente al tempo dell’amore, della libertà e della giovinezza.

Lacrime e Pioggia

Tre amori in tre tempi: gli anni ’60 ed il racconto venato di nostalgia della nascita di un amore in A Time for Love; gli anni ’10, con i riti e le gabbie dorate che soffocano gli impulsi ed il desiderio di fuga di una splendida concubina, che si strugge per un attivista politico dalla lunga chioma in A Time for Freedom (libertà anche dal giogo nipponico); il mondo d’oggi, una ragazza divisa tra un lui ed una lei in A Time for Youth. Scelte stilistiche e cromatiche differenti dietro le quali sembra soggiacere un evidente intento espressionistico - si va dal naturalismo “neutro” del primo episodio alle tonalità calde (quasi “soffocanti”) del secondo, fino a quelle fredde (quasi “gelide”) del terzo.
Tre frammenti di un discorso amoroso transtorico ed iterante, il nuovo capolavoro di Hou Hsiao-hsien si apre su un tavolo da biliardo con la più erotica e coreografica partita della storia del cinema: gessetti passati sulla punta delle stecche, palline rotolanti, sguardi che si intrecciano, movimenti che suggeriscono gli atti di una seduzione in divenire. La radio, si presume visto che la fonte sonora rimane costantemente fuori campo, diffonde due sole melodie “lacrimose” incentrate sul pianto, sulla sofferenza d’amore: Rain and Tears degli Aphrodite’s Child e Smoke Gets in your Eyes dei Platters. La transitorietà dei rapporti segnati dal caso è resa mediante l’andirivieni del battello. E sotto una pioggia battente, quasi una “meteoprefigurazione” delle lacrime che saranno versate per un gioco che va necessariamente giocato (pena la non vita, la non comunicazione intima), il contatto di due solitudini, riparate sotto un ombrello. Dopo una lunga ricerca fatta di sussurri e di attese ora vane ora proficue, tra una sala da gioco e l’altra, il giovane protagonista riesce a conquistare l’oggetto d’amore.
Nel secondo frammento, abile e non lezioso omaggio alla cinematografia del periodo muto (con tanto di intertitoli), paradossalmente l’episodio meno “silenzioso” del trittico (fu Bresson a dire per primo che il cinema sonoro ha inventato il silenzio), accompagnato da melodie al pianoforte “in stile” e, soprattutto, da un canto d’amore “funebre” e tristissimo che pare mutuato da Mizoguchi, la liaison viene suggerita ancora attraverso l’iterazione di gesti surroganti un’impossibile congiunzione sessuale: al posto del gioco del biliardo, la condivisione ripetuta a cadenze settimanali di un tè, il rituale dolce e straziante dello scioglimento e della cura dei capelli dell’altro. Soverchiata dal folle potere e dalle istanze dell’etichetta, la protagonista non riesce a dichiarare il suo amore, così come il giovane attivista non sembra comprendere le reali aspirazioni e desideri della concubina. A quest’ultima non resta che sublimare la passione nel gesto materno della liberazione di una giovane allieva, data in sposa ad un riccone del luogo. Sul finire, la donna ode provenire dalla stanza a fianco il canto di una bimba dal destino già segnato, si appoggia alla porta scorrevole, guarda nel vuoto, una lacrima le riga il volto: è l’incombente ricambio generazionale, il vago sentore del sopraggiungere della fine, la tragica consapevolezza di non aver vissuto, se non da prigioniera, e di non poter cedere in eredità nient’altro che la propria dannazione.
E’ il dolore transtorico e transitorio a congiungere il secondo e l’ultimo episodio: da quello rappreso e paralizzante della concubina per un amore non vissuto al pianto dirotto ed alle mani intrecciate della rock star protagonista del terzo capitolo, strette al ventre dell’amante fotografo - è una sofferenza, questa volta, causata dal “troppo amore”, un amore “pansessuale”, per un uomo, per una donna. In questo caso è una fuga in moto appena abbozzata ad essere ripetuta, segno referente dell’inanità di ogni allontanamento deliberato.
Se il Tempo dell’amore è quello delle canzoni udite, associate indelebilmente ad un volto, ad una situazione, ad un’emozione, se l’antifrastico tempo della libertà è quello delle “canzoni” che siamo costretti a cantare nascondendo il dolore dietro una maschera sorridente, il tempo della giovinezza è forse l’unico “produttivo”, quello della trascrizione in versi o melodie (la cantante) e della mummificazione (il fotografo) di uno stato mentale, di un’angoscia, di occhi stanchi o vivi incrociati per strada e di corpi carezzati che si è cercato di amare: del tentativo di conferire senso e di razionalizzare il tempo ed i tempi.

Sulle invasioni di campo del passato prossimo e remoto e sull’impossibilità oramai connaturata alla società contemporanea di sottrarre al dominio pubblico uno spazio intimo inviolabile, Hou Hsiao-hsien forma un trittico sublime, di cristallini rigore e purezza, di un’eleganza e di una ricercatezza uniche e mai stucchevoli, riflessione sul rapporto tra temporalità lineare ed intermittenze del cuore, tra tempo come esperienza soggettiva e come categoria (tema costante nella cinematografia dell’autore taiwanese), coadiuvato dagli splendidi attori protagonisti, la “coppia fissa” dei tre episodi Shu Qi (la stessa di Millennium Mambo) e Chang Chen.

Voto:  9,5                                   Manuel Billi


Voto:  8,5                                   Luca Pacilio


Voto:  8                                     Luigi Garella

 

TIAN BIAN YI DUO YUN / THE WAYWARD CLOUD
(Il Gusto dell'Anguria)

Tsai Ming-Liang
(Francia/Taiwan, 2004, 35mm, 112’)


A Tapei non c’è acqua, in compenso il succo d’anguria costa pochissimo. Hsiao-Kang non vende più orologi, è diventato un attore porno e reincontra Shiang-chyi.

Abbasso l'Anguria

Stavolta a Taipei le tubature sono vuote, le case si riempiono di bottiglie di plastica, insetti invadono i corpi, la siccità è ovunque:la televisione consiglia l’uso alternativo del succo d’anguria ma Hsiao-kang e Shiang-chyi non si arrendono e continuano a cercare acqua. Parabola sul falso sesso celebrato dalla pornografia (quell’anguria spaccata, come una vagina oscena tra le gambe, all’inizio del film; quelle dita che la penetrano; il godimento di rimando, finto tanto da parere vero, lo sanciscono senza perplessità), IL GUSTO DELL’ANGURIA è film che, se all’inizio sembra porsi quasi come variazione giocosa sulle consuete ossessioni del cinema del taiwanese (la solitudine, la comunicazione impossibile, il sesso come extrema ratio, misura ultima cui ricorrere per instaurare un contatto  di anima e corpi, ineluttabilmente effimero), riprendendo i medesimi protagonisti d(l’intera filmografia del regista racconta sempre dello stesso personaggio; la valigia che in quel film galleggiava sull’acqua rimane chiusa, tutti i tentativi di scoprirne il contenuto sono vani; “ricorderò sempre il giorno in cui ci siamo incontrati” si canterà: l’amore tra i due giovani non è dunque tramontato), intervallato com’è da siparietti musicali cui l’autore sembra delegare la decodifica degli stati d’animo delle figure in gioco (cfr. THE HOLE), studiatamente semplici, a tratti quasi sciatti, con alcuni sprazzi di genialità (il protagonista-pene che balla nei cessi pubblici, un contorno di ballerine che fanno coreografia persino con la carta igienica) e più di un risvolto divertito, ci rendiamo invece conto procedendo, che, anche stavolta, per quanto i toni paiano alleggeriti, il tema portante del film ha il consueto, complesso spessore. I dieci minuti finali, di agghiacciante chiarezza, costituiscono una sequenza tra le più devastanti viste negli ultimi anni al cinema: è il momento più forte dell’opera,  per quanto grottescamente ottimista (durante il lungo amplesso con la ragazza svenuta, vertice imprevedibilmente aberrante della lavorazione di un film porno, il protagonista, scrutato dalla donna che ama, le offre il fallo dalla finestrella dalla quale veniva spiato: il sesso meccanico e mercificato viene abbandonato in favore della passione vera, un pompino disperatamente voluto seppellirà tutto lo squallore), perfetta chiusa del teorema di partenza (meglio l’acqua, anche sporca, che il succo d’anguria; meglio il rapporto carnale con chi ami che la vuota meccanica dell’amplesso offerto nudo all’obiettivo della macchina da presa; meglio un orgasmo autentico che uno simulato).
Pur senza raggiungere l’austera perfezione di GOODBYE DRAGON INN, penultima fatica del regista (purtroppo mai distribuita in Italia), IL GUSTO DELL’ANGURIA (ma il titolo originale suona come LA NUVOLA CAPRICCIOSA, verso parodiato di una canzone che allude alla solitudine, alla casualità e caducità degli incontri umani) è comunque lavoro che conferma Tsai regista di rara coerenza stilistica (la superba capacità di incorniciare gli spazi e i movimenti dei personaggi al loro interno, la maestria nel gestire la materia, facendo un uso solo incidentale dei dialoghi e mescolando sapientemente i generi – commedia, dramma, musical -), che osa senza pudori e senza provocazioni gratuite (le lacrime di una donna con un pene in bocca costituiscono un grande momento di verità, di un’intensità tale da cancellare tutto il romanticismo posticcio e patinato del cinema hollywoodiano - altro che balle -), affermando le sue verità con l’abilità di chi sa far trasparire, dietro un ghigno sardonico, il gusto amaro della vita.

Voto:  8                                                                 Luca Pacilio


Voto:  6,5                                                           

Manuel Billi

 

 

- Detours

 

500 ALMAS (500 anime)
Joel Pizzini
(Brasile, 2005, 35mm, 109’)


A Sud del Mato Grosso pochissimi sono i superstiti tra gli Indios Guatò, portatori di una cultura antichissima, di una lingua altamente raffinata (che solo 20 persone ancora parlano), faide familiari, questioni politiche e la civilizzazione che continua ad infiltrarsi hanno distrutto una comunità che stenta ad aver memoria di sé.
Joel Pizzini intesse un percorso visivo e uditivo per abbozzare un ritratto di luoghi e vicende difficilissime da comunicare: domina una scelta accurata dei tempi delle inquadrature e un pudore -che vien da definire amichevole- nell'avvicinare i volti dei narratori le cui voci scorrono a fondersi con le terre che le hanno generate. E' pura ammirazione quella che emana l'opera di Pizzini, documentario solo per impossibilità di essere catalogata con precisione e per il rifiuto -sempre più raro ma fondamentale scelta- della narrativizzazione. Si perdona in virtù dello stupore e dell'ammirazione che genera, la tentazione metaforica che sfasa il finale con voice over declamante versi di goethe, una sbavatura e nulla di più.

Voto:  8,5                                                           Luigi Garella


Voto:                                  Manuel Billi

 

DIGITAL SHORT FILMS BY THREE FILMMAKERS 2005
Apichatpong Weerasethakul, Tsukamoto Shinya, Song Il-gon
(Corea del Sud, 2005, DigiBeta, 108’)

 

HAZE di Shinya Tsukamoto


Un uomo si trova inspiegabilmente intrappolato in un sotterraneo che per le sue ristrettissime dimensioni ne imprigiona i movimenti e ne impedisce la fuga.

Cortometraggio inserito nel progetto Digital Short Films by Three Filmakers accanto al trascurabile Magician[s] di Song Il-gon e a Wordly Desires di Apichatpong Tropical Malady Weerasathakul, dal metalinguismo ai limiti dell’irritazione cutanea.

“Con il tempo la tecnologia si è evoluta a un punto tale che il video digitale può sostituire il film. Credo che questo mio breve film rappresenti il modo più semplice e più forte di esprimere la condizione di lotta dell’uomo nell’era contemporanea”. Al di là di queste parole tutt’altro che di circostanza da parte dell’autore rimane la convinzione che Tsukamoto, digitale o analogico che sia, ci consegni solo opere di grande rilievo estetico.
Haze
nei suoi ventotto intensissimi e inesorabili minuti, sorta di spietato countdown che ci attende già dai primi secondi a una fine disperata, misura cronenberghianamente il dolore di una metafora viva, materica, del transito inopportuno dal linguaggio al corpo (ai corpi, anche, e forse soprattutto,  quelli inorganici). Haze è la foschia, ma anche il sostrato brumoso che annebbia la mente gettandola in uno stato di confusione cerebrale (probabilmente il riconosciuto non sequitur tra corpo e linguaggio, tra pensiero e materia, tra sogno e realtà), è fondamentalmente il confine tracciato mediante asfittiche e minacciose geometrie della filmabilità e dunque della rappresentabilità di uno sprofondamento psichico negli impervi meandri dell’inconscio per il quale riemergere può significare riattingere una dimensione ancor più lancinata e soffocante di quella respirata dentro l’inevadibile e fondamentalmente incubale labirinto della psiche.

Voto:  8 (Haze)                                                       Mauro F. Giorgio

 

YUDA / SECRET JOURNEY (Yuda, viaggio segreto)
Takahisa Zeze
(Giappone, 2004, DVD, 113’)


Un documentarista giapponese rimane affascinato dall’incontro con Yuda, un ragazzo che dopo una breve frequentazione sparisce con la sua videocamera.

Il veterano Zeze Takahisa (poiché un regista giapponese medio della classe 1960 in Giappone per la sua imposta prolificità può essere a ragione considerato un veterano) con trascorsi significativi nel pinku eiga gira un’opera di struggente intimità. Come recita il titolo anglizzato (The Secret Journey) Yuda è un lungo e lacerante viaggio dal fulgore ruvido delle immagine sgranate di un documentario al dolore di una realtà che si mostra nel suo frantumarsi e smarrirsi nello scompaginarsi di una flebile, dolente, ipotesi filmica. L’urgenza documentaristica del protagonista diviene pretesto narrativo per raccontare il sentimento della perdita che attraversa i percorsi delle tre esistenze nel loro venire a costituire uno strano ménage, tre vite che si incontrano, si scontrano, si sfiorano, si violentano, si accarezzano, si perdono nel languore delle notti metropolitane e si ritrovano nella grana delle immagini dei ricordi, di una memoria digitalizzata e condannata a una motile fissità che imprigiona i loro sguardi e i loro corpi desideranti nella labile forma del supporto tecnologico. Amori e morti attorcigliati intorno alla casualità beffarda di attimi rubati al tempo e allo spazio dell’assurda e fatale quotidianità fatta di situazioni e individui che sanguinano speranze esistenziali, come Yuda, bellissima ragazza, votata al morire, fin dalla sua prima corsa furibonda verso il nulla con la videocamera in mano, leggera e androgina come il cinema.

Voto:  7,5                                                               Mauro F. Giorgio

 

MUSHI TACHI NO LE / HOUSE OF BUGS 
(La Casa dei Bruchi)

Kiyoshi Kurosawa
(Giappone, 2005, Digibeta, 51’)


Koji confessa all’amante che sua moglie, credendo di essere mutata in un bruco, se ne sta rintanata in casa chiusa nella sua follia.

Il talento riconosciuto e conclamato di Kurosawa Kiyoshi si affida alla flagranza normalizzante del digitale per girare un mediometraggio horror profondamente mentale (House of BugsMushi tachi no ie) traendo ispirazione dal manga Kyoufu gekijo (Horror Theater) del celeberrimo disegnatore di anime Umezu Kazuo. L’opera di Kurosawa in realtà fa parte di un progetto collettivo che coinvolge cineasti del calibro di Ito Tadashi, Iguchi Noboru e Yamaguchi Yudai e che intende trasporre tutti e sei gli episodi della suddetta serie a fumetti. House of Bugs oltre a rielaborare temi e materiali della narrativa umezuiana esplorando oscure zone di ibridazione tra dimensione reale e onirica si rifà a elementi cari alla cultura occidentale come la metamorfosi, la sfera domestica e familiare come luogo deputato dell’unheimlichkeit. A ben guardare Kurosawa punta tutto sul rapporto coniugale con le sue soggiaccenze inesplicite come rappresentazione inequivocabile di un’inquietudine che dalla dimensione del quotidiano assurge a tenebrosa deriva metafisica. Ed è proprio il gioco sullo sconfinamento preternaturale a costituirsi come discorso testuale più affascinante, per la sua eminente e anche improvvisa e inattesa referenza simbolica: la vita matrimoniale come progressiva/regressiva obnubilatio mentis, concentrata e condensata nella domus-prigione (che è poi una delle metafore più scoperte della condizione di occlusura mentale) nella quale si insinua felicemente un principio di sottile ambiguità per cui è impossibile attribuire lo sprofondamento nel delirio a uno solo dei due coniugi. Ovviamente la messa in scena della catastrofe psichica funziona molto meglio nelle sequenze prive di debordanza pacchiana in computer graphic.

Voto:  7                                                                  Mauro F. Giorgio


Voto:  6,5                                   Luca Pacilio

 

MY DAD IS 100 YEARS OLD 
(Mio padre ha cent’anni)

Guy Maddin
(Canada, 2005, 35mm, 16’)


Curioso e tutt’altro che agiografico questo omaggio che Isabella Rossellini fa a suo padre e, indirettamente, a tutta un’epoca cinematografica. Interpretando tutti i ruoli (personaggi del calibro di Hitchcock, Fellini, Selznick, la madre Ingrid Bergman etc.) l’attrice (qui anche in veste di sceneggiatrice) dà forma grottesca ai suoi fantasmi (del padre regista vediamo solo la pancia) e fa vergare per immagini la sua sfrontata lettera d’amore al genitore. Il resto lo fanno le alchimie di Maddin (che aveva affidato proprio alla Rossellini il ruolo di protagonista del suo THE SADDEST MUSIC IN THE WORLD) e il suo graffiato bianco e nero che domina fotogrammi a un passo dalla liquefazione, intrisi dell’umore denso della nostalgia.
Tenero, bizzarro, giocosamente irrispettoso.

Voto:  7                                                                  Luca Pacilio

 

RIA FORMOSA
João Botelho
(Portogallo, 2005, DigiBeta, 53’)


Vagabondaggio di una madre e di un figlio tra le rovine di Milreu alla ricerca del senso del vivere.

Partendo, come in Conversazione conclusa, da una fonte letteraria in forma di epistola (una lettera di Seneca sull’importanza della lettura e dello studio), Botelho segue una madre ed un figlio che percorrono le strade, le rovine romane e la laguna della città, tra i pescatori del luogo e gli stormi di gabbiani in volo, tra un tramonto mozzafiato ed una pesca miracolosa. Il regista recupera il senso intimo ed il valore autentico delle epistole filosofiche del famoso stoico, miranti alla formazione, attraverso una pratica quotidiana di apprendimento e condivisione come il colloquium con l’amico Lucilio, di un rapporto di educazione spirituale, di perfezionamento interiore, di crescita morale che è un cammino verso la sapientia più efficace dell’insegnamento dottrinale. Al segmento della “lettura” al figlio dei precetti del filosofo, Bothelo affianca le “voci” di quanti hanno acquisito saggezza non attraverso lo studio, bensì mediante il lavoro fisico, la fatica, il rapporto diretto con la natura: una vecchia signora che capisce tre o quattro lingue ma non sa né leggere né scrivere, i pescatori del villaggio. I pensieri ed i gesti provenienti dai due mondi (quello della cultura scritta e della tradizione orale, della riflessione morale e delle vita vissuta) sono messi in relazione in maniera non dissimile dall’arte della tradizione diatribica classica, che tendeva proprio, con stile pacato e tono cordiale, ad unire i vari aspetti della vita. La differenza tra questi mondi messi in rapporto dialettico non è solo culturale, ma anche formale e statutaria: quella che corre e separa la fiction (il viaggio della madre e del figlio) dalla non fiction (la documentazione della vita dei pescatori).

Voto:  8                                      Manuel Billi

 

 

 

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