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TORINO 2005
Fuori
Concorso |
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17-SAI NO FÛKEI – SHÔNEN WA NANI O MITA NO KA / CYCLES CHRONICLE Wakamatsu Koji
(Giappone, 2004, 35mm, 90’) |
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Un ragazzo percorre in bicicletta la strada che da
Tokyo porta a Aomori attraversando le meraviglie naturali del
paesaggio montano del nord del Giappone.
Questo
sobrio racconto dal soggetto delicatissimo (addirittura un
matricidio), ultimo lavoro del maestro Wakamatsu, sorprende per la
facilità e la naturalezza con la quale l’autore è riuscito a dar
forma ad una sofferenza rappresa: il saliscendi in bicicletta del
giovane assassino, tra la cima del monte ed il mare, tra
purificazione nell’ascesi e regressio ad uterum, al di là
dei suoi valori simbolici, diventa paradigma di una condizione di
indicibile malessere, di sospensione esistenziale, efficace anche
grazie alla buona prova del giovane protagonista. Dispiace che il
regista non rimanga sempre fedele a questo generico understatement,
che apra parentesi didascaliche (scontri generazionali, perdite di
valori delle nuove generazioni e via “sociologizzando”…) non
necessarie e soprattutto pleonastiche e ridondanti, che scada poi
nell’ovvio chiudendo con l’ennesimo stop frame “à la Truffaut”.
Voto:
6,5
Manuel
Billi
Voto:
5
Luigi Garella
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L’AVION (L'Aeroplano) Cédric Kahn
(Francia, 2004, 35mm, 100’) |
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Il piccolo Charly è deluso dal suo regalo di Natale: invece della
bicicletta suo padre gli ha comprato il prototipo di un aeroplano.
Quando l’uomo muore in un incidente, il modellino prende vita e
comincia a sviluppare poteri magici. Tra l’aeroplano e il
ragazzino nasce un legame straordinario e Charly, deciso a tenerlo
per sé a ogni costo, vivrà un’incredibile avventura che lo
porterà a rivedere il padre per un’ultima volta.
Volere
Volare
Chi ha apprezzato la capacità di mettere in scena le pulsioni di Cédric
Kahn in "La noia", "Roberto Succo" e
nell’ultimo, riuscito, "Luci nella notte", resterà
sicuramente, prima spiazzato e poi deluso. In "L’avion",
il regista francese dirige una favola edificante e sdolcinata. Il
protagonista è un bambino a cui muore prematuramente il padre,
pilota d’aereo. Il piccolo si ritrova a traslare la figura paterna
nell’ultimo regalo ricevuto, un aeroplano bianco, fatto con una
sostanza prodigiosa, che pare avere vita propria. Il bambino si
convince che l’aereo possa davvero volare. Solo la definitiva
elaborazione del lutto, con tanto di ultimo incontro baluginante con
il padre, gli permetterà di sostituire al giocattolo una nuova
consapevolezza. Il problema del film di Kahn è che la sceneggiatura
è davvero bislacca e che l’aereo vola per davvero, non solo nella
fantasia del piccolo protagonista, con tanto di madre costretta a
ricredersi dopo che il velivolo le distrugge mezza casa e
addirittura ingegneri aeronautici che vogliono studiarlo per capirne
la "magica" composizione. Non si tratta quindi di una
semplice strada del protagonista per superare la morte del padre, ma
di un vero e proprio delirio narrativo in cui l’aereo,
"posseduto" dal padre, diventa una sorta di tramite divino
che finisce per interagire con tutti i personaggi. Diciamolo, se il
film fosse una produzione americana nessuno se lo filerebbe.
Verrebbe catalogato come grottesca e innocua favoletta, trasmesso da
qualche televisione privata nel primo pomeriggio e sarebbe in fretta
dimenticato. Essendo di un autore ormai affermato, nonostante la
giovane età, come Kahn, tutti si arrovellano per capirne il
fondamento e si sforzano di apprezzarne la sensibilità, il piglio
delicato e la dolcezza. Il problema è che, pur girato con queste
qualità, il film si rivela un pasticcio poco comunicativo, con
cadute nel ridicolo (l’aereo che pulsa in rosso per rispondere
alle domande, il padre che appare in bianco scamiciato per poi
andarsene in barca e diventare un bagliore accecante) che vanificano
la magia delle intenzioni e azzerano la forzata ricerca di
commozione.
Voto:
5
Luca
Baroncini
Voto:
7
Manuel
Billi
Voto:
6
Luigi
Garella
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BAB’AZIZ / LE PRINCE QUI CONTEMPLAIT SON ÂME
(Il principe che contemplava la sua anima) Nacer Khemir
(Tunisia, 2005, 35mm, 98’) |
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Bab’Aziz, un anziano derviscio, e la nipotina
Ishtar devono attraversare il deserto del Sahra per partecipare alla
grande riunione dei dervisci che si tiene ogni trent’anni. Nel
viaggio incontreranno strani personaggi.
Racconto
piano e sincero, intriso di un misticismo soave, Il principe che
contemplava la sua anima non offre nulla di innovativo dal punto
di vista cinematografico (stilisticamente è prossimo ad un
dignitoso prodotto medio europeo), inanella paesaggi di struggente
bellezza ed accavalla flashback esplicativi al fine di rendere
immediato l’ingresso dello spettatore occidentale nell’universo
e nella storia culturale di un popolo. Se l’intento programmatico
era, come credo, meramente divulgativo (convogliare attraverso il medium
cinematografico i topoi e i miti del patrimonio arabo), intento che
pare confermato dalla scelta strategica di fare di una bimba
“ignorante” e di un anziano saggio derviscio i protagonisti
assoluti, l’obiettivo è stato centrato in pieno.
Voto:
6,5
Manuel
Billi
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LE DOMAINE PERDU (Il Dominio Perduto) Raoul Ruiz
(Francia/Romania/Spagna/Italia, 2004, 35mm, 106’) |
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Quando,
nel 1932, il piccolo Max è svegliato dall’atterraggio di un
aeroplano nel giardino della casa dei genitori non immagina che
l’incontro con Antoine, il pilota, segnerà la sua vita.
-
E’
un controsenso? Come lo spieghi?
-
E’
così e basta
Ispirato
(aggiungere liberamente
sarebbe a dir poco superfluo) a Il
Grande Meaulnes di Alain-Fournier, l’ultimo film di Ruiz è
l’ennesima originale verifica del testo letterario come miniera di
possibili percorsi visivi, di ipotesi narrative tutte da esplorare,
dentro, fuori e intorno alla parola scritta. Strutturando la storia
su tre principali livelli temporali, dalla seconda guerra mondiale
al Cile della dittatura, l’autore, entrando e uscendo dal romanzo
(maneggiato dagli stessi protagonisti, in una costante, sorniona
messa in abisso) e deformandolo con disinvoltura, gira il solito,
intransigente lavoro (ondi)vago in cui le memorie personali si
intrecciano agli eventi storici, in cui la rievocazione intima
procede a braccetto con la denuncia politica, in cui l’universalità
dei temi è sempre piegata alla naiveté dell’approccio, la realtà all’onirismo. Ruiz non si
(/ci) tradisce mai, continua, con imperterrita audacia stilistica, a
far abitare i suoi film da ricordi (l’infanzia come paradiso
perduto) e fantasmi, ad animarli con dialoghi a due a un tavolo, a
mostrare gente che racconta di gente che racconta, ad avvolgere le
trame in cerchi concentrici, a intersecare le linee narrative, a far
languire la logica e a mettere in seria crisi qualsiasi
consequenzialità; continua a
muovere la macchina da presa come nessun altro, voli di fluidità
commovente, regalandoci perle improvvise (la scena della festa)
giocate su prospettive e angoli di visione sempre inaspettati.
Non si sarà mai abbastanza grati a cineasti come Ruiz e al loro
sublime modo di interpretare l’arte cinematografica:
re-tro-spe-tti-va! re-tro-spe-tti-va!
Voto: 8
Luca Pacilio
Voto:
7
Luigi Garella
Voto:
7
Manuel
Billi
Voto:
7,5
Mauro
F. Giorgio
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ELECTION Johnnie To
(Hong Kong, 2005, 35mm, 101’) |
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Ogni due anni la triade Wo Shing si trova a dover
eleggere un nuovo capo, evento che inevitabilmente fa emergere forti
e feroci rivalità trai candidati più quotati.
Non è lecito supporre che la galassia Milky Way, la quale addensa il suo
muoversi ed evolversi intorno alla figura di Johnnie To (Kei-fung),
debba sfornare regolarmente capi d’opera, e tuttavia quando ci si
trova di fronte a pellicole come Election ci si rende subito
conto del fatto che è lo stile il principium individuationis
attraverso il quale si riesce a percepire lo sguardo di un autore
che continua a trasformare l’inanità del reale in mondo
eminentemente sensato della rappresentazione, che è poi,
probabilmente, l’essenza del cinema. In quest’ultimo lavoro di
Johnnie To non è così presente né così meravigliosamente
debordante il lavorare sulla forma (A Hero never dies, PTU,
Breaking News) per cui pertinenze semantiche come spazio e
tempo narrativi vengono messe al completo servizio di una visione
deragliata dell’universo metropolitano, con le sue geometriche
architetture, la sua urbana simmetria e l’entropia del movimento
umano che le appartiene, per la quale la violenza, tutt’altro che
estatica (come ad esempio in John Woo), è un modo come un altro per
evidenziarne le azioni che regolano la sfera dei rapporti
interpersonali al di là delle parole, meri segni verbali (Breaking
News in questo senso poteva benissimo essere letto come
passaggio dal vecchio al nuovo, come prevalere dunque del dominio
delle immagini e dei segni mediatici su quello dei pragmata, delle
azioni fisiche). Election riesce non tanto e non solo a
ricostituire, sabotandolo da par suo (con la irridente critica alla
modernità del comunicare: la sequenza dei cellulari), certo
classicismo del mafia-movie hongkonghese fondato sull’archetipo
centripeto dell’intrigo e del tradimento, ma a farlo partendo da e
plasmando una materia prima molto esile e molto grezza come lo
spunto diegetico della lotta intestina scatenatasi in seno alla
triade per la supremazia sui vari clan in seguito alla vacanza di un
capo riconosciuto dovuta a ferree regole di successione, giocando
appunto sui tempi dilatati, quasi sospensivi, delle attese che
precedono l’azione (straordinaria la prolungata scena del semaforo
in cui il climax è portato ai massimi livelli per poi sgonfiarsi in
un nulla di fatto) e la rapidità d’esecuzione nelle sequenze
deputate, grazie anche alle aritmie del montaggio sincopato di un
certo Patrick Tam.
Voto: 7
Mauro F. Giorgio
Voto: 6
Luigi
Garella
Voto:
6
Manuel
Billi
Voto:
6,5
Luca Pacilio
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LOFT Kurosawa Kiyoshi
(Giappone, 2005, 35mm, 115’) |
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La scrittrice di successo Reiko si ritira nella
quiete campestre per trovare l’ispirazione giusta per il suo nuovo
libro. Nel villaggio di campagna in cui si trova incontra un
archeologo che proprio lì ha rinvenuto una mummia millenaria.
Prendete
The Hunting, capolavoro di Wise. Aggiungete ad libitum
un episodio della Mummia (meglio Fischer), un pizzico di The
Grudge, di Le verità nascoste. Pescate un horror
giapponese a caso in cui compaiano adolescenti di sesso femminile,
vestite da scolarette, con folto e liscio crine corvino a coprire il
volto (non c’è che l’imbarazzo della scelta). Anziché operare
la somma dei fattori procedete con la sottrazione. Al sottoscritto
il compito di moltiplicate il risultato per le capacità del caro
Kurosawa di costruire la suspense e creare tensione partendo dal
tema “scheletri nell’armadio: istruzioni per l’uso”. Infine,
dividete il risultato per il valore di generica “presa per i
fondelli”, da uno a cento, che siete disposti ad accordare ad un
film al termine della proiezione ed al di sotto del quale non
accettereste di sottomettervi neanche sotto tortura. Riflettete “a
fiamma vivace”.
Conclusioni: stare alla larga da questa sciocchezzuola senza capo
né coda, sfilacciata e prolissa, che ha soltanto il poco
invidiabile merito di superare, con le sue risapute soluzioni, i
più ovvi cliché del genere; l’autore, apprezzato da
alcuni, ha probabilmente lasciato il senno nel fondo del barile che
stava raschiando.
Voto:
3
Manuel
Billi
Voto:
2,5
Luigi Garella
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OPERETTA TANUKIGOTEN / PRINCESS RACCOON (La principessa
Raccoon) Suzuki Seijun
(Giappone, 2004, 35mm, 111’) |
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Il
principe del palazzo di Grazia, ostile al figlio più bello di lui
ed all'amore che lo unisce alla principessa Racoon, fa di tutto per
continuare ad essere il più bello del reame.
Lo stile visivo di Suzuki
è difficile da dimenticare per varietà e personalità, dalla messa
in scena teatrale all'uso di effetti digitali tutto è lecito per
comporre la sua Operetta. Attraverso danza, canti (in cinese e
giapponese), tragedia e commedia si muovono i personaggi mitici di
una favola estremamente crudele. L'amore trionfa attraverso la morte
e decine sono le prove che la coppia deve sopportare in una realtà
che facilmente si trafigura con la magia. E' anche vero che lo
spettatore occidentale soffre ancora di più in un vortice di chiari
(ma insondabili per lo più) riferimenti a demoni e leggende che
affondano le radici nella cultura popolare e contadina. Ed ecco che
proprio in virtù della dedizione dell'anziano e arzillissimo
regista tutto ciò si riconfigura come un appassionante percorso
visivo e umano attraverso i sentimenti e la loro astrazione. La
configurazione coloristica, la popolazione di personaggi secondari
imprevedibili, la radicalizzazione della discontinuità temporale e
spaziale permettono un
livello di sintesi (anche culturale) che si realizza, inatteso nel
finale con la inattesa cornice esplicativa.
Voto:
8,5
Luigi
Garella
Voto:
7,5
Manuel
Billi
Voto:
7
Mauro
F. Giorgio
Voto:
8
Luca Pacilio
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SOLNZE / THE SUN
(Il Sole) Aleksandr Sokurov
(Russia/Italia/Francia, 2004, 35mm, 110’) |
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IL SOLE è ambientato nel Giappone occupato in un periodo che va dalla
fine dell'Agosto del 1945 al 1° Gennaio del 1946. Il 15 Agosto,
l'imperatore Hirohito fece un pubblico appello al suo popolo affinché
cessassero le operazioni militari. Milioni di giapponesi rimasero
scioccati nel sentire per la prima volta la voce del loro
imperatore-dio. Il film racconta i risvolti che stanno dietro le due
decisioni cruciali prese da Hirohito: la prima fu la dichiarazione
di resa durante la seconda guerra mondiale e l'altra la rinuncia al
suo stato divino. L'incontro e il rapporto che l'imperatore Hirohito
riuscì ad instaurare con il generale Douglas MacArthur fu
fondamentale per la risoluzione finale del conflitto senza mietere
ulteriori vittime.
L'Impero
del Sole
La
nuova ricognizione di Sokurov nelle stanze private del Potere trova
Hirohito, imperatore alla disfatta, a confessarsi col suo
maggiordomo: non si sente amato l’onnipotente (anche le divinità
hanno bisogno di amore), non si sente compreso dai suoi sudditi.
Come con Hitler (MOLOCH), come con Lenin, Sokurov non rinuncia a
certe note canzonatorie, dipingendo questi colossi come esseri
capricciosi o tendenzialmente infantili ma stavolta, dopo la deriva
quasi parodica dello sbilanciatissimo TAURUS, il regista, alle prese
con un personaggio ritratto come prodotto inevitabile di una
cultura, non insensibile alle nobili origini del personaggio e al
conseguente vissuto che lo hanno ingabbiato in una ritualità
ossessiva, in una formalità castrante in cui i sentimenti sono pari
a zero e gli slanci creano imbarazzo (la bellissima scena
dell’incontro con la moglie), sembra più indulgente (l’autore,
riferendosi al suo trittico, ha parlato di un finale che “apre
alla vita”): è una decisione obiettivamente difficile quella che
porta l’Imperatore a rinunciare alla propria divinità, “in nome
della pace e della prosperità”, quando è tutta una nazione che
sembra pretenderlo diverso, parendo incapace di rinunciare al suo
idolo e che trasecola addirittura di fronte a una manifestazione di
ordinaria diplomazia (Hirohito, che si piega a parlare in inglese
col generale MacArthur o che si presta a un’umiliante sessione
fotografica, viene criticato dai suoi stessi sottoposti).
L’Imperatore scrive una poesia, si interessa di idrobiologia, si
rivolge con una lettera al figlio considerando le cause del disastro
(l’orgoglio nazionale come un morbo che affligge un popolo
intero), guarda le foto di famiglia e quelle dei divi del cinema
americano, accarezza i busti di Lincoln, Darwin e Napoleone,
intrattiene una lunga conversazione col generale americano, vero
acme di questo surreale kammerspiel (1):
nelle parole, nei gesti impacciati del protagonista, Sokurov
dimostra lampi di semplicità quasi ingenua, certo, ma il tema,
fortemente stratificato, la cultura così distante di cui questo
leader è figlio divino, sublimano la prospettiva irridente,
stemperano la vena grottesca e tengono l’opera ben lontana dai
toni da vacua pochade di un TAURUS; non per questo c’è realismo:
IL SOLE non suona come ricostruzione neanche plausibile della
quotidianità di un idolo infranto, ma sembra piuttosto il teorema
immaginoso di un moralista preso a dimostrare come, a prescindere
dalle congiunture e dalle circostanze storiche, a dettare il corso
degli eventi sono sempre e comunque le persone, i loro caratteri più
o meno complessi, le loro qualità e i loro difetti.
Il film, figurativamente straordinario, si muove in ambienti che
emergono dal sogno della Storia, resi con immagini decolorate, di
una densità lattiginosa che sembra quasi trattenere i movimenti
delle figure in esse immerse; la stessa macchina da presa si muove
lenta dentro e fuori dal bunker del dio e incede solenne nella
consueta, rigorosissima messinscena teatrale, privilegiando le
inquadrature dal basso e dipingendo con sublime lirismo alcune
lancinanti intuizioni (gli aerei-pesci che bombardano la città -
unico momento di onirismo dichiarato della pellicola -, lo sguardo
dell’Imperatore sulla città devastata).
Enormi i problemi distributivi in Giappone: gli esercenti che hanno
deciso di proporre il film e Issey Ogata, l’attore che interpreta
in modo memorabile Hirohito (è in patria un celebre comico), hanno
ricevuto minacce di morte.
(1) Il generale MacArthur chiese al
Presidente USA che l’Imperatore non fosse dichiarato criminale di
guerra: ciò impedì l’inevitabile conflitto armato cui si
dicevano pronti milioni di giapponesi non rassegnati.
Così MacArthur: L’Imperatore si assunse la responsabilità di
tutte le azioni del governo giapponese e delle forze armate (…).
Rimasi colpito. Era Imperatore dalla nascita, ma in quel momento
realizzai che avevo incontrato il primo gentleman giapponese
processato per il suo straordinario coraggio.
Voto:
7,5
Luca Pacilio
Voto:
8,5
Luigi Garella
Voto:
9
Manuel
Billi
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THREE TIMES Hou Hsiao Hsien
(Taiwan, 2005, 35mm, 135’) |
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Tre storie ambientate in tre epoche diverse e
dedicate rispettivamente al tempo dell’amore, della libertà e
della giovinezza.
Lacrime
e Pioggia
Tre amori in tre tempi: gli
anni ’60 ed il racconto venato di nostalgia della nascita di un
amore in A Time for Love; gli anni ’10, con i riti e le
gabbie dorate che soffocano gli impulsi ed il desiderio di fuga di
una splendida concubina, che si strugge per un attivista politico
dalla lunga chioma in A Time for Freedom (libertà anche dal
giogo nipponico); il mondo d’oggi, una ragazza divisa tra un lui
ed una lei in A Time for Youth. Scelte stilistiche e
cromatiche differenti dietro le quali sembra soggiacere un evidente
intento espressionistico - si va dal naturalismo “neutro” del
primo episodio alle tonalità calde (quasi “soffocanti”) del
secondo, fino a quelle fredde (quasi “gelide”) del terzo.
Tre frammenti di un discorso amoroso transtorico ed iterante, il
nuovo capolavoro di Hou Hsiao-hsien si apre su un tavolo da biliardo
con la più erotica e coreografica partita della storia del cinema:
gessetti passati sulla punta delle stecche, palline rotolanti,
sguardi che si intrecciano, movimenti che suggeriscono gli atti di
una seduzione in divenire. La radio, si presume visto che la fonte
sonora rimane costantemente fuori campo, diffonde due sole melodie
“lacrimose” incentrate sul pianto, sulla sofferenza d’amore: Rain
and Tears degli Aphrodite’s Child e Smoke Gets in your Eyes
dei Platters. La transitorietà dei rapporti segnati dal caso è
resa mediante l’andirivieni del battello. E sotto una pioggia
battente, quasi una “meteoprefigurazione” delle lacrime che
saranno versate per un gioco che va necessariamente giocato (pena la
non vita, la non comunicazione intima), il contatto di due
solitudini, riparate sotto un ombrello. Dopo una lunga ricerca fatta
di sussurri e di attese ora vane ora proficue, tra una sala da gioco
e l’altra, il giovane protagonista riesce a conquistare l’oggetto
d’amore.
Nel secondo frammento, abile e non lezioso omaggio alla
cinematografia del periodo muto (con tanto di intertitoli),
paradossalmente l’episodio meno “silenzioso” del trittico (fu
Bresson a dire per primo che il cinema sonoro ha inventato il
silenzio), accompagnato da melodie al pianoforte “in stile”
e, soprattutto, da un canto d’amore “funebre” e tristissimo
che pare mutuato da Mizoguchi, la liaison viene suggerita
ancora attraverso l’iterazione di gesti surroganti un’impossibile
congiunzione sessuale: al posto del gioco del biliardo, la
condivisione ripetuta a cadenze settimanali di un tè, il rituale
dolce e straziante dello scioglimento e della cura dei capelli dell’altro.
Soverchiata dal folle potere e dalle istanze dell’etichetta, la
protagonista non riesce a dichiarare il suo amore, così come il
giovane attivista non sembra comprendere le reali aspirazioni e
desideri della concubina. A quest’ultima non resta che sublimare
la passione nel gesto materno della liberazione di una giovane
allieva, data in sposa ad un riccone del luogo. Sul finire, la donna
ode provenire dalla stanza a fianco il canto di una bimba dal
destino già segnato, si appoggia alla porta scorrevole, guarda nel
vuoto, una lacrima le riga il volto: è l’incombente ricambio
generazionale, il vago sentore del sopraggiungere della fine, la
tragica consapevolezza di non aver vissuto, se non da prigioniera, e
di non poter cedere in eredità nient’altro che la propria
dannazione.
E’ il dolore transtorico e transitorio a congiungere il secondo e
l’ultimo episodio: da quello rappreso e paralizzante della
concubina per un amore non vissuto al pianto dirotto ed alle mani
intrecciate della rock star protagonista del terzo capitolo, strette
al ventre dell’amante fotografo - è una sofferenza, questa volta,
causata dal “troppo amore”, un amore “pansessuale”, per un
uomo, per una donna. In questo caso è una fuga in moto appena
abbozzata ad essere ripetuta, segno referente dell’inanità di
ogni allontanamento deliberato.
Se il Tempo dell’amore è quello delle canzoni udite,
associate indelebilmente ad un volto, ad una situazione, ad un’emozione,
se l’antifrastico tempo della libertà è quello delle “canzoni”
che siamo costretti a cantare nascondendo il dolore dietro una
maschera sorridente, il tempo della giovinezza è forse l’unico
“produttivo”, quello della trascrizione in versi o melodie (la
cantante) e della mummificazione (il fotografo) di uno stato
mentale, di un’angoscia, di occhi stanchi o vivi incrociati per
strada e di corpi carezzati che si è cercato di amare: del
tentativo di conferire senso e di razionalizzare il tempo ed i
tempi.
Sulle invasioni di campo del passato prossimo e remoto e sull’impossibilità
oramai connaturata alla società contemporanea di sottrarre al
dominio pubblico uno spazio intimo inviolabile, Hou Hsiao-hsien
forma un trittico sublime, di cristallini rigore e purezza, di un’eleganza
e di una ricercatezza uniche e mai stucchevoli, riflessione sul
rapporto tra temporalità lineare ed intermittenze del cuore, tra
tempo come esperienza soggettiva e come categoria (tema costante
nella cinematografia dell’autore taiwanese), coadiuvato dagli
splendidi attori protagonisti, la “coppia fissa” dei tre episodi
Shu Qi (la stessa di Millennium Mambo) e Chang Chen.
Voto:
9,5
Manuel
Billi
Voto:
8,5
Luca Pacilio
Voto:
8
Luigi
Garella
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TIAN BIAN YI DUO YUN / THE WAYWARD CLOUD
(Il Gusto dell'Anguria) Tsai Ming-Liang
(Francia/Taiwan, 2004, 35mm, 112’) |
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A Tapei
non c’è acqua, in compenso il succo d’anguria costa pochissimo.
Hsiao-Kang non vende più orologi, è diventato un attore porno e
reincontra Shiang-chyi.
Abbasso
l'Anguria
Stavolta
a Taipei le tubature sono vuote, le case si riempiono di bottiglie
di plastica, insetti invadono i corpi, la siccità è ovunque:la
televisione consiglia l’uso alternativo del succo d’anguria ma
Hsiao-kang e Shiang-chyi non si arrendono e continuano a cercare
acqua. Parabola sul falso sesso celebrato dalla pornografia
(quell’anguria spaccata, come una vagina oscena tra le gambe,
all’inizio del film; quelle dita che la penetrano; il godimento di
rimando, finto tanto da parere vero, lo sanciscono senza perplessità),
IL GUSTO DELL’ANGURIA è film che, se all’inizio sembra porsi
quasi come variazione giocosa sulle consuete ossessioni del cinema
del taiwanese (la solitudine, la comunicazione impossibile, il sesso
come extrema ratio, misura ultima cui ricorrere per instaurare un
contatto di anima e
corpi, ineluttabilmente effimero), riprendendo i medesimi
protagonisti d(l’intera filmografia del regista racconta sempre
dello stesso personaggio; la valigia che in quel film galleggiava
sull’acqua rimane chiusa, tutti i tentativi di scoprirne il
contenuto sono vani; “ricorderò sempre il giorno in cui ci
siamo incontrati” si canterà: l’amore tra i due giovani non
è dunque tramontato), intervallato com’è da siparietti musicali
cui l’autore sembra delegare la decodifica degli stati d’animo
delle figure in gioco (cfr. THE HOLE), studiatamente semplici, a
tratti quasi sciatti, con alcuni sprazzi di genialità (il
protagonista-pene che balla nei cessi pubblici, un contorno di
ballerine che fanno coreografia persino con la carta igienica) e più
di un risvolto divertito, ci rendiamo invece conto procedendo, che,
anche stavolta, per quanto i toni paiano alleggeriti, il tema
portante del film ha il consueto, complesso spessore. I dieci minuti
finali, di agghiacciante chiarezza, costituiscono una sequenza tra
le più devastanti viste negli ultimi anni al cinema: è il momento
più forte dell’opera, per
quanto grottescamente ottimista (durante il lungo amplesso con la
ragazza svenuta, vertice imprevedibilmente aberrante della
lavorazione di un film porno, il protagonista, scrutato dalla donna
che ama, le offre il fallo dalla finestrella dalla quale veniva
spiato: il sesso meccanico e mercificato viene abbandonato in favore
della passione vera, un pompino disperatamente voluto seppellirà
tutto lo squallore), perfetta chiusa del teorema di partenza (meglio
l’acqua, anche sporca, che il succo d’anguria; meglio il
rapporto carnale con chi ami che la vuota meccanica dell’amplesso
offerto nudo all’obiettivo della macchina da presa; meglio un
orgasmo autentico che uno simulato).
Pur senza raggiungere l’austera perfezione di GOODBYE
DRAGON INN, penultima fatica del regista (purtroppo mai
distribuita in Italia), IL GUSTO DELL’ANGURIA (ma il titolo
originale suona come LA NUVOLA CAPRICCIOSA, verso parodiato di una
canzone che allude alla solitudine, alla casualità e caducità
degli incontri umani) è
comunque lavoro che conferma Tsai regista di rara coerenza
stilistica (la superba capacità di incorniciare gli spazi e i
movimenti dei personaggi al loro interno, la maestria nel gestire la
materia, facendo un uso solo incidentale dei dialoghi e mescolando
sapientemente i generi – commedia, dramma, musical -), che osa
senza pudori e senza provocazioni gratuite (le lacrime di una donna
con un pene in bocca costituiscono un grande momento di verità, di
un’intensità tale da cancellare tutto il romanticismo posticcio e
patinato del cinema hollywoodiano - altro che balle -), affermando
le sue verità con l’abilità di chi sa far trasparire, dietro un
ghigno sardonico, il gusto amaro della vita.
Voto:
8
Luca Pacilio
Voto:
6,5
Manuel Billi
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500 ALMAS (500 anime) Joel Pizzini
(Brasile, 2005, 35mm, 109’) |
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A
Sud del Mato Grosso pochissimi sono i superstiti tra gli Indios Guatò,
portatori di una cultura antichissima, di una lingua altamente
raffinata (che solo 20 persone ancora parlano), faide familiari,
questioni politiche e la civilizzazione che continua ad infiltrarsi
hanno distrutto una comunità che stenta ad aver memoria di sé.
Joel Pizzini intesse un percorso visivo e uditivo per abbozzare un
ritratto di luoghi e vicende difficilissime da comunicare: domina
una scelta accurata dei tempi delle inquadrature e un pudore -che
vien da definire amichevole- nell'avvicinare i volti dei narratori
le cui voci scorrono a fondersi con le terre che le hanno generate.
E' pura ammirazione quella che emana l'opera di Pizzini,
documentario solo per impossibilità di essere catalogata con
precisione e per il rifiuto -sempre più raro ma fondamentale
scelta- della narrativizzazione. Si perdona in virtù dello stupore
e dell'ammirazione che genera, la tentazione metaforica che sfasa il
finale con voice over declamante versi di goethe, una sbavatura e
nulla di più.
Voto:
8,5
Luigi Garella
Voto:
7
Manuel
Billi
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DIGITAL SHORT FILMS BY THREE FILMMAKERS 2005 Apichatpong Weerasethakul, Tsukamoto Shinya,
Song Il-gon
(Corea del Sud, 2005, DigiBeta, 108’) |
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HAZE di Shinya
Tsukamoto
Un uomo si trova inspiegabilmente intrappolato in un
sotterraneo che per le sue ristrettissime dimensioni ne imprigiona i
movimenti e ne impedisce la fuga.
Cortometraggio inserito nel
progetto Digital Short Films by Three Filmakers accanto al
trascurabile Magician[s] di Song Il-gon e a Wordly Desires
di Apichatpong Tropical Malady Weerasathakul, dal
metalinguismo ai limiti dell’irritazione cutanea.
“Con il tempo la tecnologia si
è evoluta a un punto tale che il video digitale può sostituire il
film. Credo che questo mio breve film rappresenti il modo più
semplice e più forte di esprimere la condizione di lotta
dell’uomo nell’era contemporanea”. Al di là di queste parole
tutt’altro che di circostanza da parte dell’autore rimane la
convinzione che Tsukamoto, digitale o analogico che sia, ci consegni
solo opere di grande rilievo estetico.
Haze nei suoi
ventotto intensissimi e inesorabili minuti, sorta di spietato
countdown che ci attende già dai primi secondi a una fine
disperata, misura cronenberghianamente il dolore di una metafora
viva, materica, del transito inopportuno dal linguaggio al corpo (ai
corpi, anche, e forse soprattutto,
quelli inorganici). Haze è la foschia, ma anche il
sostrato brumoso che annebbia la mente gettandola in uno stato di
confusione cerebrale (probabilmente il riconosciuto non sequitur tra
corpo e linguaggio, tra pensiero e materia, tra sogno e realtà), è
fondamentalmente il confine tracciato mediante asfittiche e
minacciose geometrie della filmabilità e dunque della
rappresentabilità di uno sprofondamento psichico negli impervi
meandri dell’inconscio per il quale riemergere può significare
riattingere una dimensione ancor più lancinata e soffocante di
quella respirata dentro l’inevadibile e fondamentalmente incubale
labirinto della psiche.
Voto:
8 (Haze)
Mauro F. Giorgio
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YUDA / SECRET JOURNEY (Yuda, viaggio segreto) Takahisa Zeze
(Giappone, 2004, DVD, 113’) |
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Un documentarista giapponese rimane affascinato
dall’incontro con Yuda, un ragazzo che dopo una breve
frequentazione sparisce con la sua videocamera.
Il veterano Zeze Takahisa (poiché un regista giapponese medio della
classe 1960 in Giappone per la sua imposta prolificità può essere
a ragione considerato un veterano) con trascorsi significativi nel pinku
eiga gira un’opera di struggente intimità. Come recita il
titolo anglizzato (The Secret Journey) Yuda è un lungo e
lacerante viaggio dal fulgore ruvido delle immagine sgranate di un
documentario al dolore di una realtà che si mostra nel suo
frantumarsi e smarrirsi nello scompaginarsi di una flebile, dolente,
ipotesi filmica. L’urgenza documentaristica del protagonista
diviene pretesto narrativo per raccontare il sentimento della
perdita che attraversa i percorsi delle tre esistenze nel loro
venire a costituire uno strano ménage, tre vite che si incontrano,
si scontrano, si sfiorano, si violentano, si accarezzano, si perdono
nel languore delle notti metropolitane e si ritrovano nella grana
delle immagini dei ricordi, di una memoria digitalizzata e
condannata a una motile fissità che imprigiona i loro sguardi e i
loro corpi desideranti nella labile forma del supporto tecnologico.
Amori e morti attorcigliati intorno alla casualità beffarda di
attimi rubati al tempo e allo spazio dell’assurda e fatale
quotidianità fatta di situazioni e individui che sanguinano
speranze esistenziali, come Yuda, bellissima ragazza, votata al
morire, fin dalla sua prima corsa furibonda verso il nulla con la
videocamera in mano, leggera e androgina come il cinema.
Voto:
7,5
Mauro F. Giorgio
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MUSHI
TACHI NO LE / HOUSE OF BUGS
(La Casa dei Bruchi) Kiyoshi
Kurosawa
(Giappone, 2005, Digibeta, 51’) |
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Koji confessa all’amante che sua moglie, credendo
di essere mutata in un bruco, se ne sta rintanata in casa chiusa
nella sua follia.
Il talento riconosciuto e conclamato di Kurosawa Kiyoshi si affida alla
flagranza normalizzante del digitale per girare un mediometraggio
horror profondamente mentale (House of Bugs – Mushi
tachi no ie) traendo ispirazione dal manga Kyoufu gekijo
(Horror Theater) del celeberrimo disegnatore di anime Umezu
Kazuo. L’opera di Kurosawa in realtà fa parte di un progetto
collettivo che coinvolge cineasti del calibro di Ito Tadashi, Iguchi
Noboru e Yamaguchi Yudai e che intende trasporre tutti e sei gli
episodi della suddetta serie a fumetti. House of Bugs oltre a
rielaborare temi e materiali della narrativa umezuiana esplorando
oscure zone di ibridazione tra dimensione reale e onirica si rifà a
elementi cari alla cultura occidentale come la metamorfosi, la sfera
domestica e familiare come luogo deputato dell’unheimlichkeit.
A ben guardare Kurosawa punta tutto sul rapporto coniugale con le
sue soggiaccenze inesplicite come rappresentazione inequivocabile di
un’inquietudine che dalla dimensione del quotidiano assurge a
tenebrosa deriva metafisica. Ed è proprio il gioco sullo
sconfinamento preternaturale a costituirsi come discorso testuale più
affascinante, per la sua eminente e anche improvvisa e inattesa
referenza simbolica: la vita matrimoniale come
progressiva/regressiva obnubilatio mentis, concentrata e
condensata nella domus-prigione (che è poi una delle metafore più
scoperte della condizione di occlusura mentale) nella quale si
insinua felicemente un principio di sottile ambiguità per cui è
impossibile attribuire lo sprofondamento nel delirio a uno solo dei
due coniugi. Ovviamente la messa in scena della catastrofe psichica
funziona molto meglio nelle sequenze prive di debordanza pacchiana
in computer graphic.
Voto:
7
Mauro F. Giorgio
Voto:
6,5
Luca Pacilio
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MY DAD IS 100 YEARS OLD
(Mio padre ha cent’anni) Guy Maddin
(Canada, 2005, 35mm, 16’) |
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Curioso
e tutt’altro che agiografico questo omaggio che Isabella
Rossellini fa a suo padre e, indirettamente, a tutta un’epoca
cinematografica. Interpretando tutti i ruoli (personaggi del calibro
di Hitchcock, Fellini, Selznick, la madre Ingrid Bergman etc.)
l’attrice (qui anche in veste di sceneggiatrice) dà forma
grottesca ai suoi fantasmi (del padre regista vediamo solo la
pancia) e fa vergare per immagini la sua sfrontata lettera d’amore
al genitore. Il resto lo fanno le alchimie di Maddin (che aveva
affidato proprio alla Rossellini il ruolo di protagonista del suo
THE SADDEST MUSIC IN THE WORLD) e il suo graffiato bianco e nero che
domina fotogrammi a un passo dalla liquefazione, intrisi
dell’umore denso della nostalgia.
Tenero, bizzarro, giocosamente irrispettoso.
Voto:
7
Luca Pacilio
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RIA FORMOSA João Botelho
(Portogallo, 2005, DigiBeta, 53’) |
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Vagabondaggio di una madre e di un figlio tra le
rovine di Milreu alla ricerca del senso del vivere.
Partendo,
come in Conversazione conclusa, da una fonte letteraria in
forma di epistola (una lettera di Seneca sull’importanza della
lettura e dello studio), Botelho segue una madre ed un figlio che
percorrono le strade, le rovine romane e la laguna della città, tra
i pescatori del luogo e gli stormi di gabbiani in volo, tra un
tramonto mozzafiato ed una pesca miracolosa. Il regista recupera il
senso intimo ed il valore autentico delle epistole filosofiche del
famoso stoico, miranti alla formazione, attraverso una pratica
quotidiana di apprendimento e condivisione come il colloquium
con l’amico Lucilio, di un rapporto di educazione spirituale, di
perfezionamento interiore, di crescita morale che è un cammino
verso la sapientia più efficace dell’insegnamento
dottrinale. Al segmento della “lettura” al figlio dei precetti
del filosofo, Bothelo affianca le “voci” di quanti hanno
acquisito saggezza non attraverso lo studio, bensì mediante il
lavoro fisico, la fatica, il rapporto diretto con la natura: una
vecchia signora che capisce tre o quattro lingue ma non sa né
leggere né scrivere, i pescatori del villaggio. I pensieri ed i
gesti provenienti dai due mondi (quello della cultura scritta e
della tradizione orale, della riflessione morale e delle vita
vissuta) sono messi in relazione in maniera non dissimile
dall’arte della tradizione diatribica classica, che tendeva
proprio, con stile pacato e tono cordiale, ad unire i vari aspetti
della vita. La differenza tra questi mondi messi in rapporto
dialettico non è solo culturale, ma anche formale e statutaria:
quella che corre e separa la fiction (il viaggio della madre
e del figlio) dalla non fiction (la documentazione della vita
dei pescatori).
Voto:
8
Manuel
Billi
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