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AH SOU / MOB SISTER
Wong Ching-Po
(Hong Kong, 2005, 35mm,
89’) |
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L’unica possibilità di essere considerata e
rispettata per una ragazza cinese è divenire ah sou, ovvero la moglie
del bosso di un’organizzazione di stampo mafioso.
Inspiegabilmente
piazzato in concorso (forse perché hongkonghese, direbbe lo spettatore
comune), La sorella mafia non è una commedia, non è un action
movie, non è un melodramma, non è un gangster movie, non è un
thriller, ma è un film di genere. Scritto, si fa per dire, amalgamando
in maniera maldestra tutti i cliché dei generi di cui sopra, è un
esercizio di pessimo stile (e di cattivissimo gusto) che nemmeno i
fanatici di bocca buona del patchwork postmoderno sarebbero
disposti a difendere, risaputo nelle scelte stilistiche, replica
pedestre e sciatta di soluzioni alla John Woo, Tsui Hark, Takeshi Kitano
e compagnia (con immotivate inquadrature verticali da denuncia). I
dialoghi sono da recita scolastica, così come le performance degli
attori e lo sviluppo narrativo, mentre le poche scene di combattimento,
nelle quali il regista dovrebbe dar sfoggio di tutta la sua arte come
gli illustri connazionali, sono dirette con la mano sinistra (da
amputare) e montate con i piedi. Quanto al finale tra angurie e carcasse
umane e meccaniche, in cui tutti i personaggi scoprono di volersi un
po’ di bene dopo essersi scannati per novanta minuti (e dopo, tra le
altre cose, essere presumibilmente passati a miglior vita…), non siamo
disposti a concedere al caro Ching-Po Wong il beneficio di un pietoso
velo “dissimula orrori”: è uno schifo di ineguagliabile limpidezza
e nitore.
Voto:
2
Manuel
Billi
Voto:
4
Luca Pacilio
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ALEX
José Alcala
(Francia, 2005, 35mm, 100’) |
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Alex, giovane donna forte e indipendente, vuole ottenere la custodia di
Xavier, suo figlio. Per guadagnarsi da vivere si divide tra l’impiego
in un supermercato e il lavoro in un cantiere. Sta infatti faticosamente
restaurando una casa in rovina nei sobborghi di un villaggio isolato per
andarci a vivere con il figlio.
Una
donna alla finestra
Alex è una giovane donna con un passato problematico che sta cercando di
costruire a piccoli passi quell’equilibrio che, per mancanza di volontà
o per i casi della vita, non è mai riuscita a raggiungere. Ha un figlio
già adolescente che vive con il padre. Il suo sogno è recuperare il
proprio ruolo di madre andando a vivere con il figlio in una vecchia
casa da risistemare che ha affittato in montagna. La casa rappresenta il
duro percorso che Alex deve intraprendere per dare una svolta alla sua
vita. All’inizio del film è inospitale, distrutta, squallida e la
stessa Alex non è nella condizione psicologica per approntare il
cambiamento: ha un vuoto interiore che non è ancora in grado di
riempire. Nel corso del film, però, qualche cosa cambia, fino ad
arrivare a un finale, non proprio ottimistico, ma comunque carico di
speranza e con piccole tracce di colore, sia nella casa, che nella vita
della protagonista. Il film del francese Josè Alcala ha avuto una
preparazione molto lunga, con numerose sedute di confronto, tra il
regista e l’attrice, che hanno portato la protagonista a evolversi e a
mutare. Il risultato ha sicuramente beneficiato di questo cammino di
studio e documentazione, perché il personaggio di Alex è credibile e
per nulla stereotipato. Nessun cliché viene applicato nella sua
caratterizzazione. Alex vive di contraddizioni: ha una personalità
forte ma è profondamente fragile, vuole stabilità ma la teme, ha un
disperato bisogno di soldi ma non è attaccata al denaro, desidera
vivere con il figlio ma per anni non lo ha nemmeno voluto vedere. E sono
proprio le contraddizioni a regalare verità al personaggio e a
stabilire una forte empatia senza il bisogno di scendere a compromessi
narrativi ricattatori. La sceneggiatura elabora con sottigliezza
l'evoluzione di Alex e diventa un perfetto esempio di storia, vista e
stravista, raccontata con una sincerità che la rende nuova e
universale. Ma la riuscita del film è dovuta anche
all’interpretazione di Marie Raynal, in totale simbiosi con Alex e
lontana da qualsiasi forzatura tesa a stimolare un giudizio, che sia di
condanna o di accettazione. Riesce a vestire l’anima del personaggio
prendendone la necessaria distanza e dandole una vita propria che sullo
schermo diventa estrema naturalezza.
Voto:
7
Luca
Baroncini
Voto:
5
Mauro
F. Giorgio
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BE WITH ME - (Stai con me)
Eric Khoo
(Singapore, 2005, 35mm, 90’) |
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Tante
persone sole con un solo desiderio: avere una persona da amare, stare
con lei.
Girato
in 16 giorni, nel 2004, dopo il fortuito incontro del regista con Teresa
Chan, sorda e cieca, BE WITH ME è un piccolo miracolo cinematografico,
un sommesso e malinconico inno alla vita che aveva suscitato entusiasmi
all’ultimo festival di Cannes: nell’indovinato intrecciarsi delle
varie piste narrative, fittizie, si
inserisce la vicenda, vera, della Chan (le sue parole, scritte a
macchina accompagnano tutta la narrazione - stralci, in voice
over e sottotitoli, di un’autobiografia ancora da pubblicare -),
che viene a interagire con i percorsi degli altri personaggi:
alla fine tutti i fili si connettono in una rete sottile ma tenace che
declina, in media res, sulla storia della Chan, vero centro
dell’opera, e sul suo rapporto a distanza col padre del traduttore del
suo libro.
Gioca per sottrazione Khoo, elude finemente i punti focali descrivendo
tutto quello che è intorno ai fatti, lasciando questi ultimi
all’intuizione di chi guarda: le immagini possono dire tutto, non c’è
bisogno della verbalità (i dialoghi sono ridotti all’osso, ma non ce
ne si accorge quasi; tanto comunicare avviene attraverso filtri, i più
diversi -lettere, sms, mail -). Riducendo l’effettistica retorica (la
storia delle due ragazze è l’unica accompagnata da commento musicale)
e virando le immagini su tonalità brunite, il regista, attraverso
lunghe sequenze, racconta la solitudine dei suoi personaggi, non
disdegnando derive soggettive (il ricordo di una moglie è fantasma che
abita, alla lettera, la casa) e non lasciandosi intimidire
dall’azzardata mescola di registri, dimostra sempre una felicità di
tocco e un’intensità espressiva che lasciano semplicemente basiti. Di
tristezza nelle storie che narra ce n’è tanta ma non c’è alcun
pietismo nella rappresentazione dell’autore, nessuna coloritura in
eccesso nei caratteri e la scena finale - l’incontro muto di due
solitudini diverse si scioglie in pianto - ci spreme il cuore fino
all’ultima goccia di sangue.
Da distribuire, assolutamente.
Voto:
8,5
Luca
Pacilio
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DIÁRIOS DA BÓSNIA
Joaquim Sapinho
(Portogallo, 2005, 35mm, 82’) |
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Diario di viaggio del portoghese Joaquim Sapinho
recatosi in Bosnia nel 1996 e nel 1998.
Resoconto
in forma di diario della missione nei paesi balcanici del capo del
contingente portoghese
Kfor
nei mesi immediatamente successivi alla fine del conflitto in Bosnia,
l’opera di Joaquim
Sapinho, corretta
e professionale, ha squarci puramente documentaristici di notevole
potenza ed efficacia (in particolare, il segmento che mostra i riti e le
preghiere di un gruppo di donne islamiche e quello terribile,
“muto”, sulla “monumentale” collina che sovrasta il piccolo
villaggio di Alifakovac
con le sue lapidi, luogo di morte in cui pare cristallizzarsi il ricordo
della tragedia).
Il
commento in voce over è misurato, il valore e la forza delle immagini
rendono superfluo ogni resoconto storico-cronachistico intercalato tra i
volti e i silenzi degli abitanti dei villaggi tra Sarajevo e Srebrenica,
cristiani o musulmani, trasmissione palpabile del dolore di una ferita
non rimarginata e i paesaggi innevati corrotti dai segni evidenti delle
deflagrazioni e dei bombardamenti.
Tuttavia, la decisione, puramente formale, di replicare soluzioni
cromatiche precise associandole ad un determinato evento o a specifiche
situazioni (il seppiato sgranato, il bianco e nero ed il colore,
rispettivamente scelti per raffigurare la natura, le macerie, gli
abitanti del luogo tra il 1996 ed il 1998) è più che discutibile e
finisce con l’appesantire il lavoro, contraddicendo la sobrietà di
fondo in nome di una “bella forma” dai tratti eccessivamente (e
prevedibilmente) estetizzanti.
Voto:
6
Manuel
Billi
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FIABA NERA
Alberto Momo
(Italia, 2005, DigiBeta, 72’) |
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Un’annunciazione maligna si compie nella sinistra
luce crepuscolare tra il giorno e la notte. Una donna viene confortata
da un’inquietante presenza angelica.
Lei aspetta un figlio. Lui, ange
noir di incerta provenienza, presenza/assenza quasi ultraterrena,
pare non voler condividere il percorso della partoriente. La donna si
aggira senza meta in una Torino notturna cupa ed opprimente. La macchina
da presa la bracca carezzandole il volto ed il corpo, mentre ignari
passanti guardano in macchina chiedendosi dove, quella donna e
quell’occhio meccanico vogliano andare a parare. Esattamente ciò che
si domanda lo spettatore dopo 75’ minuti di compiaciuta e narcisistica
esibizione di sé, di ombelicale riflessione sulla nascita e sulla
morte.
Se negli anni ottanta l’accusa principale mossa al cinema italiano fu
di non sapersi orientare al di fuori del nidus domestico (due cuori e
una cucina…), oggi assistiamo ad un’ulteriore mutazione del virus:
la quadratura si restringe, si perlustrano anatomicamente i corpi, si
stringe attorno all’angolo più in ombra della camera da letto.
Quello di Momo, giovane allievo di Tonino De Bernardi, coccolato e
vezzeggiato dal festival manco fosse Godard, è un esercizio di
calligrafia finto sciatta e pseudoalternativa, con ammiccamenti radical
chic e abile sfruttamento di musiche e concerti à la page (Anthony
and The Johnsons), che guarda ai modelli parigini con l’ingenuità, la
presunzione e la strafottenza di un imberbe studentello. Abuso di
simbolismi da chierichetto e, sul piano formale, un impiego sfacciato di
effetti che scadono nel greve e pacchiano se non adottati con parsimonia
e ben calibrati (va per la maggiore il “luma key”, ovvero
l’effetto di solito utilizzato in sede di montaggio da chi si trova a
manipolare riprese di pessima qualità e vuole “fare il figo”).
Se è questo il cinema italiano “underground” che dovremmo
difendere…
Voto:
3
Manuel
Billi
Voto:
4,5
Luca Pacilio
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SIEBEN HIMMEL / SEVEN HEAVEN (Sette Cielo)
Michael Busch
(Germania, 2005, 35mm, 92’) |
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I ricordi di un amore fatale dell’estate precedente legano la giovane
spogliarellista online Jenny e il solitario Johann. Mentre Jenny sta
passando il Natale con i genitori, Johann giace febbricitante nella sua
capanna su un’isola. Ma Jenny decide di vedere Johann un’ultima
volta.
Un
buco nell'acqua
Il cinema digitale al suo peggio:
sgranature, sfocature e immagini fluttuanti. Il problema è che il look
liquido, da trovata originale, diventa una costante che si abbatte
sull’incolpevole spettatore per tutto il film. La sensazione è di
trovarsi davanti a un acquario. Peccato che i pesci che nuotano nel
magma nerastro del labirintico racconto non offrano il benché minimo
motivo di interesse: lui, lui e lei. Un guardiano notturno, un fidanzato
ufficiale e una darkettona di rara antipatia che si destreggia malamente
nel torbido menage. Il tutto avvolto nell’aura dello sperimentalismo
più estremo attraverso l’affastellarsi confuso di simboli religiosi,
hot-saune, masturbazioni, deja-vu, bislacche rievocazioni storiche,
partite a squash e un insistito filosofeggiare, assai spiccio,
sull’egoismo dell’uomo. Il racconto ha un andamento circolare con
continue anticipazioni e posticipazioni degli eventi che vorrebbero
imitare il sogno dando una rappresentazione della spiritualità. Quasi
un impossibile punto di incontro tra l’universo terreno e quello
divino. Nobili le intenzioni, di tutt’altro tenore il risultato. Chissà,
magari in un cortometraggio l’atmosfera onirica avrebbe potuto
regalare una qualche suggestione, ma 93 minuti di onanismo
cinematografico sono francamente insopportabili.
Voto:
2
Luca
Baroncini
Voto:
3
Manuel
Billi
Voto:
5,5
Mauro
F. Giorgio
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VOICI VENU LE TEMPS (Il Tempo è venuto)
Alain Guiraudie
(Francia, 2005, 35mm, 90’) |
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Una favola sociale, politica ed economica ambientata in un paese non così
immaginario come potrebbe sembrare, in cui le persone approfittano
l’una dell’altra, si tradiscono a vicenda e cercano l’amore a ogni
costo.
Il
Tempo dei Banditi
Alain Guiraudie ambienta in un universo radicato nella contemporaneità,
ma fuori dal tempo, una sorta di favola che incrocia la consapevolezza
politica dei personaggi con le ragioni del cuore. I protagonisti si
muovono in un paesaggio rurale dove non c'è spazio per la legge e le
istituzioni. A dominare è il più forte, colui che detiene il potere e
riesce a non farselo sfuggire. L'intreccio cerca di conciliare le
motivazioni dei padroni (sfruttatori), dei pastori (sfruttati) e dei
banditi, che un po' per gioco, un po' per passione, ma anche perché
incapaci di trovare differente collocazione, si pongono come
intermediari a prezzo salato tra le fazioni contrapposte. Se lo spunto
è interessante, si fatica non poco a sintonizzarsi con l'allegoria
messa in scena da Guiraudie, sempre sull'orlo di un grottesco che sfora
in un eccesso di surrealismo solo nella criptica conclusione. Lunghe
sequenze dialogate spiegano, teorizzano e indottrinano, oltre a fornire
appigli allo spettatore per non perdersi, ma le troppe parole limitano
l'incisività delle immagini, sostituendosi ad esse nell'esplicitazione
di un punto di vista. Ad interrompere la lezione sul conflitto sociale,
il combattuto amore del protagonista, diviso tra due uomini: con uno
l'amore fisico, con l'altro l'intesa intellettuale, con entrambi
l'impossibilità di giungere a un'unione affettiva totale. Significativa
la scelta del regista di dare visibilità a corpi imperfetti ma
armoniosi, dando spazio ad una sessualità, di solito evitata, più
vicina alla classe operaia che ai salotti borghesi. Anche in questo
caso, però, sono le parole ad avere il sopravvento e a cercare una
teoria da applicare al destino dei personaggi. Se le intenzioni sono
lodevoli, lo stile, pur rigoroso, risente della teatralità
dell'impostazione e il risultato finisce per incartarsi nella prolissità
e nella forzatura con cui la metafora prende il sopravvento sulle
pulsioni.
Voto:
5,5
Luca
Baroncini
Voto:
5
Manuel
Billi
Voto:
4,5
Luca Pacilio
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