TORINO 2005
IN CONCORSO

 

IN CONCORSO:
- AH SOU / MOB SISTER di Wong Ching-Po
- ALEX di José Alcala 
- EL BARRILETE di Alessandro Angelini
- BE WITH ME - (Stai con me) di Eric Khoo
- DIÁRIOS DA BÓSNIA di Joaquim Sapinho 
- FIABA NERA di Alberto Momo  
- A HALÁL KILOVAGOLT PERZSIÁBÓL / DEATH RODE OUT OF PERSIA (La morte cavalcò fuori dalla Persia) di Horváth Putyi 
- ODGROBADOGROBA / GRAVEHOPPING - (Di tomba in tomba) di Jan Cvitkovic
- POLICE BEAT di Robinson Devor 
- LES SAIGNANTES (Le Sanguinanti) di Jean-Pierre Bekolo 
- SIEBEN HIMMEL / SEVEN HEAVEN (Sette Cielo) di Michael Busch
- UTSUKUSHIKI-TENNEN / NUAGES D’HIER (Le Nuvole di Ieri) di Tsubokawa Takushi 
- VOICI VENU LE TEMPS (Il Tempo è venuto) di Alain Guiraudie 
- YEK SHAB / ONE NIGHT (Una Notte) di Niki Karimi

 

 

- IN CONCORSO

 

 

AH SOU / MOB SISTER
 Wong Ching-Po
(Hong Kong, 2005, 35mm, 89’)


L’unica possibilità di essere considerata e rispettata per una ragazza cinese è divenire ah sou, ovvero la moglie del bosso di un’organizzazione di stampo mafioso.


Inspiegabilmente piazzato in concorso (forse perché hongkonghese, direbbe lo spettatore comune), La sorella mafia non è una commedia, non è un action movie, non è un melodramma, non è un gangster movie, non è un thriller, ma è un film di genere. Scritto, si fa per dire, amalgamando in maniera maldestra tutti i cliché dei generi di cui sopra, è un esercizio di pessimo stile (e di cattivissimo gusto) che nemmeno i fanatici di bocca buona del patchwork postmoderno sarebbero disposti a difendere, risaputo nelle scelte stilistiche, replica pedestre e sciatta di soluzioni alla John Woo, Tsui Hark, Takeshi Kitano e compagnia (con immotivate inquadrature verticali da denuncia). I dialoghi sono da recita scolastica, così come le performance degli attori e lo sviluppo narrativo, mentre le poche scene di combattimento, nelle quali il regista dovrebbe dar sfoggio di tutta la sua arte come gli illustri connazionali, sono dirette con la mano sinistra (da amputare) e montate con i piedi. Quanto al finale tra angurie e carcasse umane e meccaniche, in cui tutti i personaggi scoprono di volersi un po’ di bene dopo essersi scannati per novanta minuti (e dopo, tra le altre cose, essere presumibilmente passati a miglior vita…), non siamo disposti a concedere al caro Ching-Po Wong il beneficio di un pietoso velo “dissimula orrori”: è uno schifo di ineguagliabile limpidezza e nitore.

Voto:  2                                    Manuel Billi


Voto:  4                                    Luca Pacilio

 

ALEX
José Alcala
(Francia, 2005, 35mm, 100’)


Alex, giovane donna forte e indipendente, vuole ottenere la custodia di Xavier, suo figlio. Per guadagnarsi da vivere si divide tra l’impiego in un supermercato e il lavoro in un cantiere. Sta infatti faticosamente restaurando una casa in rovina nei sobborghi di un villaggio isolato per andarci a vivere con il figlio.

Una donna alla finestra

Alex è una giovane donna con un passato problematico che sta cercando di costruire a piccoli passi quell’equilibrio che, per mancanza di volontà o per i casi della vita, non è mai riuscita a raggiungere. Ha un figlio già adolescente che vive con il padre. Il suo sogno è recuperare il proprio ruolo di madre andando a vivere con il figlio in una vecchia casa da risistemare che ha affittato in montagna. La casa rappresenta il duro percorso che Alex deve intraprendere per dare una svolta alla sua vita. All’inizio del film è inospitale, distrutta, squallida e la stessa Alex non è nella condizione psicologica per approntare il cambiamento: ha un vuoto interiore che non è ancora in grado di riempire. Nel corso del film, però, qualche cosa cambia, fino ad arrivare a un finale, non proprio ottimistico, ma comunque carico di speranza e con piccole tracce di colore, sia nella casa, che nella vita della protagonista. Il film del francese Josè Alcala ha avuto una preparazione molto lunga, con numerose sedute di confronto, tra il regista e l’attrice, che hanno portato la protagonista a evolversi e a mutare. Il risultato ha sicuramente beneficiato di questo cammino di studio e documentazione, perché il personaggio di Alex è credibile e per nulla stereotipato. Nessun cliché viene applicato nella sua caratterizzazione. Alex vive di contraddizioni: ha una personalità forte ma è profondamente fragile, vuole stabilità ma la teme, ha un disperato bisogno di soldi ma non è attaccata al denaro, desidera vivere con il figlio ma per anni non lo ha nemmeno voluto vedere. E sono proprio le contraddizioni a regalare verità al personaggio e a stabilire una forte empatia senza il bisogno di scendere a compromessi narrativi ricattatori. La sceneggiatura elabora con sottigliezza l'evoluzione di Alex e diventa un perfetto esempio di storia, vista e stravista, raccontata con una sincerità che la rende nuova e universale. Ma la riuscita del film è dovuta anche all’interpretazione di Marie Raynal, in totale simbiosi con Alex e lontana da qualsiasi forzatura tesa a stimolare un giudizio, che sia di condanna o di accettazione. Riesce a vestire l’anima del personaggio prendendone la necessaria distanza e dandole una vita propria che sullo schermo diventa estrema naturalezza.

Voto:  7                                  Luca Baroncini


Voto:  5                                Mauro F. Giorgio

 

BE WITH ME - (Stai con me)
Eric Khoo
(Singapore, 2005, 35mm, 90’)


Tante persone sole con un solo desiderio: avere una persona da amare, stare con lei.

Girato in 16 giorni, nel 2004, dopo il fortuito incontro del regista con Teresa Chan, sorda e cieca, BE WITH ME è un piccolo miracolo cinematografico, un sommesso e malinconico inno alla vita che aveva suscitato entusiasmi all’ultimo festival di Cannes: nell’indovinato intrecciarsi delle varie piste narrative, fittizie, si  inserisce la vicenda, vera, della Chan (le sue parole, scritte a macchina accompagnano tutta la narrazione - stralci, in voice over e sottotitoli, di un’autobiografia ancora da pubblicare -),  che viene a interagire con i percorsi degli altri personaggi: alla fine tutti i fili si connettono in una rete sottile ma tenace che declina, in media res, sulla storia della Chan, vero centro dell’opera, e sul suo rapporto a distanza col padre del traduttore del suo libro.
Gioca per sottrazione Khoo, elude finemente i punti focali descrivendo tutto quello che è intorno ai fatti, lasciando questi ultimi all’intuizione di chi guarda: le immagini possono dire tutto, non c’è bisogno della verbalità (i dialoghi sono ridotti all’osso, ma non ce ne si accorge quasi; tanto comunicare avviene attraverso filtri, i più diversi -lettere, sms, mail -). Riducendo l’effettistica retorica (la storia delle due ragazze è l’unica accompagnata da commento musicale) e virando le immagini su tonalità brunite, il regista, attraverso lunghe sequenze, racconta la solitudine dei suoi personaggi, non disdegnando derive soggettive (il ricordo di una moglie è fantasma che abita, alla lettera, la casa) e non lasciandosi intimidire dall’azzardata mescola di registri, dimostra sempre una felicità di tocco e un’intensità espressiva che lasciano semplicemente basiti. Di tristezza nelle storie che narra ce n’è tanta ma non c’è alcun pietismo nella rappresentazione dell’autore, nessuna coloritura in eccesso nei caratteri e la scena finale - l’incontro muto di due solitudini diverse si scioglie in pianto - ci spreme il cuore fino all’ultima goccia di sangue.

Da distribuire, assolutamente.

Voto:  8,5                                Luca Pacilio

 

DIÁRIOS DA BÓSNIA
Joaquim Sapinho

(Portogallo, 2005, 35mm, 82’)


Diario di viaggio del portoghese Joaquim Sapinho recatosi in Bosnia nel 1996 e nel 1998.

Resoconto in forma di diario della missione nei paesi balcanici del capo del contingente portoghese Kfor nei mesi immediatamente successivi alla fine del conflitto in Bosnia, l’opera di Joaquim Sapinho, corretta e professionale, ha squarci puramente documentaristici di notevole potenza ed efficacia (in particolare, il segmento che mostra i riti e le preghiere di un gruppo di donne islamiche e quello terribile, “muto”, sulla “monumentale” collina che sovrasta il piccolo villaggio di Alifakovac con le sue lapidi, luogo di morte in cui pare cristallizzarsi il ricordo della tragedia).
Il commento in voce over è misurato, il valore e la forza delle immagini rendono superfluo ogni resoconto storico-cronachistico intercalato tra i volti e i silenzi degli abitanti dei villaggi tra Sarajevo e Srebrenica, cristiani o musulmani, trasmissione palpabile del dolore di una ferita non rimarginata e i paesaggi innevati corrotti dai segni evidenti delle deflagrazioni e dei bombardamenti.
Tuttavia, la decisione, puramente formale, di replicare soluzioni cromatiche precise associandole ad un determinato evento o a specifiche situazioni (il seppiato sgranato, il bianco e nero ed il colore, rispettivamente scelti per raffigurare la natura, le macerie, gli abitanti del luogo tra il 1996 ed il 1998) è più che discutibile e finisce con l’appesantire il lavoro, contraddicendo la sobrietà di fondo in nome di una “bella forma” dai tratti eccessivamente (e prevedibilmente) estetizzanti.

Voto:  6                                Manuel Billi

 

FIABA NERA
Alberto Momo
(Italia, 2005, DigiBeta, 72’)


Un’annunciazione maligna si compie nella sinistra luce crepuscolare tra il giorno e la notte. Una donna viene confortata da un’inquietante presenza angelica.

Lei aspetta un figlio. Lui, ange noir di incerta provenienza, presenza/assenza quasi ultraterrena, pare non voler condividere il percorso della partoriente. La donna si aggira senza meta in una Torino notturna cupa ed opprimente. La macchina da presa la bracca carezzandole il volto ed il corpo, mentre ignari passanti guardano in macchina chiedendosi dove, quella donna e quell’occhio meccanico vogliano andare a parare. Esattamente ciò che si domanda lo spettatore dopo 75’ minuti di compiaciuta e narcisistica esibizione di sé, di ombelicale riflessione sulla nascita e sulla morte. 
Se negli anni ottanta l’accusa principale mossa al cinema italiano fu di non sapersi orientare al di fuori del nidus domestico (due cuori e una cucina…), oggi assistiamo ad un’ulteriore mutazione del virus: la quadratura si restringe, si perlustrano anatomicamente i corpi, si stringe attorno all’angolo più in ombra della camera da letto. 
Quello di Momo, giovane allievo di Tonino De Bernardi, coccolato e vezzeggiato dal festival manco fosse Godard, è un esercizio di calligrafia finto sciatta e pseudoalternativa, con ammiccamenti radical chic e abile sfruttamento di musiche e concerti à la page (Anthony and The Johnsons), che guarda ai modelli parigini con l’ingenuità, la presunzione e la strafottenza di un imberbe studentello. Abuso di simbolismi da chierichetto e, sul piano formale, un impiego sfacciato di effetti che scadono nel greve e pacchiano se non adottati con parsimonia e ben calibrati (va per la maggiore il “luma key”, ovvero l’effetto di solito utilizzato in sede di montaggio da chi si trova a manipolare riprese di pessima qualità e vuole “fare il figo”).

Se è questo il cinema italiano “underground” che dovremmo difendere…

Voto:  3                                     Manuel Billi


Voto:  4,5                                  Luca Pacilio

 

SIEBEN HIMMEL / SEVEN HEAVEN (Sette Cielo)
Michael Busch

(Germania, 2005, 35mm, 92’)


I ricordi di un amore fatale dell’estate precedente legano la giovane spogliarellista online Jenny e il solitario Johann. Mentre Jenny sta passando il Natale con i genitori, Johann giace febbricitante nella sua capanna su un’isola. Ma Jenny decide di vedere Johann un’ultima volta.

Un buco nell'acqua

Il cinema digitale al suo peggio: sgranature, sfocature e immagini fluttuanti. Il problema è che il look liquido, da trovata originale, diventa una costante che si abbatte sull’incolpevole spettatore per tutto il film. La sensazione è di trovarsi davanti a un acquario. Peccato che i pesci che nuotano nel magma nerastro del labirintico racconto non offrano il benché minimo motivo di interesse: lui, lui e lei. Un guardiano notturno, un fidanzato ufficiale e una darkettona di rara antipatia che si destreggia malamente nel torbido menage. Il tutto avvolto nell’aura dello sperimentalismo più estremo attraverso l’affastellarsi confuso di simboli religiosi, hot-saune, masturbazioni, deja-vu, bislacche rievocazioni storiche, partite a squash e un insistito filosofeggiare, assai spiccio, sull’egoismo dell’uomo. Il racconto ha un andamento circolare con continue anticipazioni e posticipazioni degli eventi che vorrebbero imitare il sogno dando una rappresentazione della spiritualità. Quasi un impossibile punto di incontro tra l’universo terreno e quello divino. Nobili le intenzioni, di tutt’altro tenore il risultato. Chissà, magari in un cortometraggio l’atmosfera onirica avrebbe potuto regalare una qualche suggestione, ma 93 minuti di onanismo cinematografico sono francamente insopportabili.

Voto:  2                               Luca Baroncini


Voto:  3                                  Manuel Billi


Voto:  5,5                           Mauro F. Giorgio

 

VOICI VENU LE TEMPS (Il Tempo è venuto)
Alain Guiraudie

(Francia, 2005, 35mm, 90’)


Una favola sociale, politica ed economica ambientata in un paese non così immaginario come potrebbe sembrare, in cui le persone approfittano l’una dell’altra, si tradiscono a vicenda e cercano l’amore a ogni costo.

Il Tempo dei Banditi

Alain Guiraudie ambienta in un universo radicato nella contemporaneità, ma fuori dal tempo, una sorta di favola che incrocia la consapevolezza politica dei personaggi con le ragioni del cuore. I protagonisti si muovono in un paesaggio rurale dove non c'è spazio per la legge e le istituzioni. A dominare è il più forte, colui che detiene il potere e riesce a non farselo sfuggire. L'intreccio cerca di conciliare le motivazioni dei padroni (sfruttatori), dei pastori (sfruttati) e dei banditi, che un po' per gioco, un po' per passione, ma anche perché incapaci di trovare differente collocazione, si pongono come intermediari a prezzo salato tra le fazioni contrapposte. Se lo spunto è interessante, si fatica non poco a sintonizzarsi con l'allegoria messa in scena da Guiraudie, sempre sull'orlo di un grottesco che sfora in un eccesso di surrealismo solo nella criptica conclusione. Lunghe sequenze dialogate spiegano, teorizzano e indottrinano, oltre a fornire appigli allo spettatore per non perdersi, ma le troppe parole limitano l'incisività delle immagini, sostituendosi ad esse nell'esplicitazione di un punto di vista. Ad interrompere la lezione sul conflitto sociale, il combattuto amore del protagonista, diviso tra due uomini: con uno l'amore fisico, con l'altro l'intesa intellettuale, con entrambi l'impossibilità di giungere a un'unione affettiva totale. Significativa la scelta del regista di dare visibilità a corpi imperfetti ma armoniosi, dando spazio ad una sessualità, di solito evitata, più vicina alla classe operaia che ai salotti borghesi. Anche in questo caso, però, sono le parole ad avere il sopravvento e a cercare una teoria da applicare al destino dei personaggi. Se le intenzioni sono lodevoli, lo stile, pur rigoroso, risente della teatralità dell'impostazione e il risultato finisce per incartarsi nella prolissità e nella forzatura con cui la metafora prende il sopravvento sulle pulsioni.

Voto:  5,5                              Luca Baroncini


Voto:  5                                    Manuel Billi


Voto:  4,5                                 Luca Pacilio

 

 

 

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