TORINO 2005
AMERICANA

 

AMERICANA:
DOMINION: PREQUEL TO THE EXORCIST di Paul Schrader 
GRIZZLY MAN di Werner Herzog
I MASTERS OF HORROR
MASTERS OF HORROR: CHOCOLATE (Cioccolato) di Mick Garris
MASTERS OF HORROR: CIGARETTE BURNS (La Sigaretta Brucia) di John Carpenter 
MASTERS OF HORROR: DANCE OF THE DEAD (La Danza dei Morti) di Tobe Hooper
MASTERS OF HORROR: DEER WOMAN (La Donna Cervo) di John Landis
MASTERS OF HORROR: HOMECOMING (Ritorno a Casa) di Joe Dante
MASTERS OF HORROR: JENIFER di Dario Argento
MASTERS OF HORROR : INCIDENT ON AND OFF A MOUNTAIN ROAD di Don Coscarelli
NO DIRECTION HOME: BOB DYLAN di Martin Scorsese
SOUND BARRIER (Barriera del Suono) di Amir Naderi 
WALK THE LINE di James Mangold

Omaggio a Lodge Kerrigan

CLEAN, SHAVEN
CLAIRE DOLAN
KEANE
Omaggio ad Alfred E. Green
Note sul cinema di Alfred E. Green

 

 

- AMERICANA

 

DOMINION: PREQUEL TO THE EXORCIST
Paul Schrader
(USA, 2005, 35mm, 117’)


Padre Merrin in Africa dopo la Seconda Guerra Mondiale si dedica all'archeologia: il male conosciuto durante il conflitto però non è placato e torna perseguitarlo.

Dominion è un prequel de L'Esorcista di Friedkin e, togliamo subito il campo, le vicende produttive d gran lunga sopravanzano l'interesse ed il valore complessivo dell'opera. Quando Schrader -dopo un lunghissimo travaglio per trovare un regsita adatto- fu incaricato di mettere a punto questo antecedente la curiosità fu difficile da reprimere; noto come sceneggiatore e regista, semplifichiamo, di profondi conflitti individuali con dominanti interrogativi etici (Lo Spacciatore, Affliction, Forever Mine, Autofocus,) per la prima volta avrebbe avuto a disposizione un grosso budget ed una notevole visibiltà. Al momento della presentazione alla casa produttrice di un rough cut, però, dopo un anno tra pre-produzione e tournage vero e proprio, il parere della Morgan creek (Warner) fu inequivocabilmente sfavorevole. Schrader fu allontanato, al suo posto, con il medesimo staff tecnico ed artistico, si insediò Renny Harlin, maestro, a modo suo, di action thriller non proprio superficiali. Ma di tutt'altra, poco ma sicuro. Il risultato fu Esorcista – La genesi, fortunato abbastanza da finire economicamente in pari (sorvolando sulla questione dell'home video). L'insoddisfazione crebbe, e Schrader fu ripescato per portare a termine il suo Esorcista. Dominion, per l'appunto. Le differenze tra i due lavori sono notevoli e meriterebbero una analisi approfondita, ottima per mettere in risalto le funzioni che si innescano durante una produzione e, soprattutto, il carattere di personaggi così lontani. Da parte di Schrader, soprattutto, si riscontra una tensione ideale netta -di contro ad una ricerca di una fisicità stilizzata tipica di Harlin- in favore dei tormenti dell'anima di Lankester Merrin, siamo piuttosto lontani dalla tendenza contemporanea della ricerca dello spavento. La lenta costruzione delle dinamiche intercaratteriali, la strutturazione di un discorso sul potere, la raffigurazione del male nelle sue varietà più infide oltre ad un soggiacente percorso tematico connesso con la memoria dovrebbero sostenere l'intero impianto schraderiano che però, per evidenti manchevolezze materiali, rimane abbozzato, stretto in una indecisione continua circa le opzioni di messa in scena finendo con l'imporre un che di grottesco laddove si poteva nascondere un nucleo ideologico concettuale. A smontare tutto quanto contribuiscono di certo gli effetti speciali sgangherati (il demone in versione Buddha, le iene) ed una post-produzione appena accennata di cui fa le spese la continuità (e la continuity) sempre incerta. Non poche scelte teoriche, di messa in scena e battute dialogiche rimandano direttamente al Signore del Male di Carpenter e, soprattutto, mi si perdonerà, al misconosciuto (non necessariamente un male) The Keep – La Fortezza di M. Mann

Voto:  3                                    Luigi Garella


Voto:  4                                     Manuel Billi


Voto:                                      Luca Pacilio

 

GRIZZLY MAN
Werner Herzog
(USA/Canada, 2005, 35mm, 103’)


Il film racconta la vita di Timothy Treadwell, ambientalista, artista e studioso di orsi grizzly, vicino ai quali trascorreva diversi mesi l’anno.

Tanto va la gatta al lardo...

"Grizzly Man" è un documentario su Timothy Treadwell, l'uomo che volle farsi orso, un attore mancato rinato ambientalista che passò tredici estati tra il Canada e l'Alaska convivendo con i pericolosi orsi Grizzly, sotto gli occhi di una telecamera e con la compagnia saltuaria di qualche amica. Il suo approccio con gli animali non è scientifico, ma puramente emotivo. È come se attraverso la vicinanza fisica, perlopiù discreta, cercasse di stringere un rapporto di amicizia, basato sul reciproco rispetto, con i pericolosi predatori, dimenticandone la naturale aggressività. Fino al tragico epilogo, che vede Treadwell e la sua amica divorati dai feroci carnivori. Werner Herzog, chissà perché affascinato dal narcisismo di Treadwell (sì, vabbè, il senso di sfida nei confronti della natura, ma non è l'aspetto primario del personaggio), alterna materiale video girato dallo stesso ambientalista americano con interviste realizzate oggi. Il ritratto che ne deriva è per certi aspetti interessante (sicuramente è più originale uno sciroccato come Treadwell del solito etologo), ma vaga tra la celebrazione e la critica senza prendere una direzione precisa. Herzog sembra porsi in modo imparziale, alcuni commenti raccolti sono a favore, altri di condanna. Non pare giudicare l'amore di Treadwell per gli orsi, ai limiti del patologico, e non mette in discussione l'odio per la civiltà derivante principalmente da un'incapacità di comunicare, di accettarsi e di mettersi in discussione. Però non risparmia nemmeno frecciate improvvise, con cui prende le distanze dalle interferenze di Treadwell con il corso naturale degli eventi, e arriva a dichiararsi pessimista nei confronti dell'indifferenza della natura al genere umano. Peccato che tutto ciò passi attraverso un commento fuori campo, dello stesso Herzog, pedante e privo di leggerezza, in cui il non detto diventa una mancanza e il detto assume fastidiosi toni predicatori. Nel finale lascia intendere che più degli orsi e del loro habitat il documentario si è rivelato un approfondimento della natura umana, e infatti mostra lati infantili, nevrotici, malati di Treadwell, ma con un distacco che non si capisce bene se sia luciferino (della serie "guardate dove possono portare depressione, abuso di alcol e droghe!") o in sintonia con i lati oscuri del personaggio.

Voto:  6                                  Luca Baroncini


Voto:  7                                                                        Luigi Garella


Voto:  8                                     Manuel Billi


Voto:                                  Mauro F. Giorgio


Voto:                                      Luca Pacilio

 

MASTERS OF HORROR: CHOCOLATE (Cioccolato)
Mick Garris
(USA, 2005, HD, 60’)


Jamie, un uomo divorziato da poco che lavora per l’industria alimentare sintetizzando sapori artificiali, inizia improvvisamente a percepire brevi e casuali flash di persone e luoghi sconosciuti: visioni, suoni, odori, sensazioni tattili. Quando capisce che sta sperimentando la vita attraverso i sensi di una donna, Jamie inizia a innamorarsene pur non avendola mai vista.

Un chimico che crea sapori per l'industria alimentare, dopo avere assaggiato del cioccolato si trova a provare le sensazioni fisiche ed emozionali di una donna, da lui mai vista nè conosciuta. Il genere affrontato dal regista Mick Garris (tra gli altri, "Critters 2", "Psycho IV" e "I sonnambuli") è una contaminazione tra l'horror, la storia d'amore e il "se fossi in te". Come in tanti altri il film - è successo tra sessi diversi, tra adulti e bambini, tra amici e nemici, tra uomini e animali - il protagonista si trova, infatti, a entrare nei panni di un'altra persona e a condividerne i lati più oscuri. L'idea dello scambio di identità, pur priva di originalità, è condotta con ritmo e brio dal regista americano, capace di suscitare curiosità e di rendere condivisibile l'ansia del protagonista. Il merito è anche della sentita interpretazione di Henry Thomas (la sensazione di conoscere l'attore ma di non ricordare dove lo si è incontrato deriva dal fatto che il suo film più famoso resta "E.T,", di cui era protagonista all'età di otto anni). Dopo una prima parte ben equilibrata tra ironia e spaesamento, però, il copione mette il turbo: gli eventi si susseguono frenetici a discapito della logica e dell'atmosfera, le coincidenze assurde si moltiplicano, le domande vagano in cerca di risposta (in particolare sulla causa scatenante dell'evento) e il coinvolgimento, per forza di cose, finisce per risentirne. Girato meglio di come è scritto, resta comunque, se si riducono aspettative e pretese, un onesto intrattenimento.

Voto:  6                                  Luca Baroncini


Voto:  4                                     Manuel Billi


Voto:  4                                Mauro F. Giorgio


Voto:  5                                    Luca Pacilio

 

MASTERS OF HORROR: CIGARETTE BURNS
(La Sigaretta Brucia)
John Carpenter

(USA, 2005, HD, 60’)


Jimmy Sweetman è uno specialista nel reperire copie di film rari. Tuttavia nulla può prepararlo alla snervante ricerca di La Fin du monde, pellicola presumibilmente proiettata una sola volta e responsabile, a quanto si racconta, di aver indotto un delirio omicida nel pubblico che affollava la sala, per poi essere distrutta da un improvviso rogo. Mentre l’investigazione assume gli ossessivi contorni di un incubo mortale, Jimmy scopre che la fama di La Fin du monde è sinistramente meritata.


Al centro del mediometraggio di John Carpenter c'è un film maledetto intitolato "La fin absolue du monde". Un po' come per la videocassetta di "The Ring", con la differenza che qui la morte arriva istantanea e non dopo una settimana. L'unica volta che è stato proiettato, infatti, il film ha scatenato nel pubblico un delirio sfociato in carneficina. La pellicola è ovviamente scomparsa e un collezionista privato incarica un esercente, specialista nel reperimento di rarità, di recuperarla. Carpenter ha già affrontato, con più efficacia, il tema della contaminazione tra arte, e quindi fantasia, e realtà nel riuscito "Il seme della follia", dov'era la scrittura a legare indissolubilmente i differenti universi paralleli. In "Cigarette burns" la causa scatenante è un misterioso lungometraggio, ma la sostanza non cambia. L'indagine viene impostata dal regista newyorchese con un andamento da noir, attraverso tappe successive in cui il cinema diventa voce dell'inconscio in grado di mettere a nudo i segreti più torbidi dello spettatore. Avvincente, evocativo, non privo di fascino, il film è penalizzato dall'inespressività del protagonista Norman Reedus, da alcuni simbolismi un po' ridicoli (l'angelo del bene a cui sono state staccate le ali) e da svolte narrative forti ma poco chiare (l'incontro con l'autore di snuff movie). Così come non è particolarmente originale il discorso sul potere allucinatorio delle immagini ("Videodrome" docet) e nemmeno la resa visiva del fantastico che diventa realtà, troppo simile alla fuoriuscita dallo schermo televisivo di Sadako/Samira (ancora lei, e ancora "The Ring").

Voto:  6,5                                Luca Baroncini


Voto:  7                                      Manuel Billi


Voto:  7                                  Mauro F. Giorgio


Voto:  6                                      Luca Pacilio

 

MASTERS OF HORROR: DANCE OF THE DEAD 
(La Danza dei Morti)

Tobe Hooper
(USA, 2005, HD, 60’)


In una società postapocalittica i cadaveri rianimati di vecchi amici e nemici ballano sul palco per divertire i pochi sopravvissuti all’olocausto nucleare. Peggy, ingenua e innocente, si avventura nel suo primo appuntamento a 4 con un viscido uomo dell’alta società. Le sue risatine nervose si tramutano in grida di panico non appena comprende quale pericolosa realtà stia al di là del guscio protettivo materno e quanti sacrifici siano stati fatti per garantire la sua sopravvivenza.

Tobe Hooper trova ispirazione in un celebre racconto di Richard Matheson. Nel mirino del regista texano ancora una volta la deriva sociale che trova il suo fulcro nella depravazione della famiglia, malsano guscio protettivo pronto a tutto pur di salvare se stesso e il suo perpetuarsi. L'ambientazione è post-atomica, con un conflitto che ha eliminato New York e Los Angeles dalle cartine geografiche. I sopravvissuti vivono in continua difesa di quel poco che hanno. La paura è una costante, da cui si può fuggire solo cercando di dimenticare per un attimo la fatica di destreggiarsi nella sofferenza del presente. I giovani si spruzzano droghe spray, che danno consistenza a sogni, speranze e incubi dell'inconscio, oppure si iniettano nel muscolo allucinogeni che hanno trovato diffusione durante la terza guerra mondiale. Un'altra via di fuga è rappresentata dalla partecipazione a riti collettivi estremi. Un losco affarista (un Robert Englund senza cappellaccio e artiglio ma ugualmente spaventoso) organizza gli spettacoli delle "strampalate", cadaveri di donne rianimati tramite trasfusioni per il sollazzo del pubblico. Il racconto è incentrato sul candore della diciassettenne Peggy che in una notte prenderà coscienza del nero che la circonda, molto più vicino di quanto creda. Tobe Hooper va giù pesante e non scende a compromessi allestendo uno show hard-rock in cui l'inevitabile è sempre in agguato e la tensione si mantiene costante, nonostante l'equilibrio vacilli in più di un'occasione a causa del bombardamento visivo ammiccante al videoclip e alla eccessiva frammentazione delle immagini (un modo forse coerente per trasmettere il sentire scomposto dei personaggi, ma alla lunga ripetitivo). Alcuni momenti eccedono (il lungo trip allucinogeno dei quattro ragazzi in macchina), altri inciampano nella routine (i disordini urbani post-apocalittici), ma l'insieme arriva forte e comunicativo confermando il talento di Hooper per la provocazione.

Voto:  6,5                                Luca Baroncini


Voto:  4                                                                          Luigi Garella


Voto:                                  Mauro F. Giorgio

 

MASTERS OF HORROR: DEER WOMAN 
(La Donna Cervo)

John Landis
(USA, 2005, HD, 60’)


Una serie di strani omicidi induce il cinico detective Dwight Faraday a sospettare che un’antica creatura della mitologia pellerossa esista realmente.


"Il bacio della pantera" incontra "Un lupo mannaro americano a Londra" e produce l’ibrido "La donna cervo". L’idea, confermata dallo stesso John Landis in conferenza stampa, è quantomai stupida: una donna bellissima e sensuale che al culmine dell’eccitazione, come da antica leggenda nordamericana, si trasforma in un cervo e prende a calci l’uomo che ha sedotto riducendolo a un ammasso di carne. L’esile spunto diventa nella mani di Landis un tentativo di fondere la commedia con l’orrore. Commistione che a Landis, fin dal successo ululante del 1981 (anche spassosamente citato), riesce benissimo. La sceneggiatura, scritta dallo stesso Landis insieme al figlio ventenne, non lesina sugli stereotipi (il trauma del protagonista, il poliziotto bianco e quello nero in coppia, la femme fatale che seduce e uccide), ma li cavalca con un’ironia che rende il gioco scoperto, e quindi accettabile. Il pregio del regista americano è di non prendersi troppo sul serio e di alternare con equilibrio momenti esilaranti (il poliziotto che immagina come possa essersi svolto il primo omicidio, l’incontro con il teppista) a virate horror (i sanguinosi omicidi). Moderatamente divertente, poco o nulla spaventoso, ha il suo punto di forza nella demenzialità di alcune trovate e nell’interpretazione sorniona di Brian Benben, che ritrova Landis dopo essere stato protagonista della serie televisiva "Dream on".

Voto:  6,5                                Luca Baroncini


Voto:  7                                      Manuel Billi


Voto:  7                                  Mauro F. Giorgio


Voto:  7                                      Luca Pacilio

 

MASTERS OF HORROR: HOMECOMING 
(Ritorno a Casa)

Joe Dante
(USA, 2005, HD, 60’)


Un’ondata di terrore e scandalizzata indignazione attanaglia la nazione quando i media scoprono che i morti viventi hanno influenzato gli esiti delle elezioni presidenziali.


Joe Dante, senza le pressioni dello studio system che hanno trasformato il suo "Looney Tunes: back in action" in un baraccone senza capo né coda, torna a ciò che più gli è congeniale: la satira. A partire dal suo più grande successo commerciale, "Gremlins", è l'umorismo eversivo a ispirare la sua visione. Non è un caso che un altro suo grande film, "La seconda guerra civile americana", sia stato anch'esso prodotto per la tv via cavo, lontano da condizionamenti e imposizioni. Con "Homecoming" l'orrore è nel quotidiano, nell'asservimento dei mezzi di informazione al potere, nei brogli elettorali, nella centralità degli interessi economici, nella manipolazione dei media, nell'inganno. Ed è proprio per rivendicare i propri diritti che i morti escono dalle tombe e tornano in vita. Ma non si tratta degli zombi di Romero affamati di carne umana. Quelli di Joe Dante sono soltanto i cadaveri di ex veterani che tornano sulla terra con uno scopo ben diverso: andare per un'ultima volta alle urne per votare contro chi li ha portati, senza una valida ragione, alla morte. Solo dopo avere votato i morti potranno riposare definitivamente in pace. Il loro slogan è "Siamo stati uccisi per una menzogna!" e il loro unico fine è cacciare dalle sedi del potere chi ha distrutto le loro vite. A differenza della critica di Romero, tutto sommato blanda (soprattutto nell'ultimo "ritorno"), Joe Dante pugnala al cuore il sistema adattando il racconto "Death & Suffrage" di Dale Biley. E lo fa in modo caustico e incisivo non dimenticando le regole del genere (il suo è pur sempre un mediometraggio horror) e valorizzando la frizzante sceneggiatura di Sam Hamm. Il messaggio arriva forte e chiaro non perché c'è una tesi che viene dimostrata con una forzatura degli eventi, ma perché è l'idea, geniale, alla base del racconto ad essere forte e chiara. E così la visione corrosiva di Joe Dante si fa grido di libertà in mezzo a tante storie omologate, in cui il potere e chi lo detiene vengono punzecchiati, a volte messi in discussione, ma sotto sotto celebrati.

Voto:  8                                  Luca Baroncini


Voto:  8                                     Manuel Billi


Voto:  7,5                              Mauro F. Giorgio


Voto:  7                                     Luca Pacilio

 

MASTERS OF HORROR: JENIFER
Dario Argento
(USA, 2005, HD, 60’)


Jenifer è una ragazza dal volto mostruoso ma dal corpo attraente. A causa dei suoi poteri seduttivi, la fanciulla annienta i corpi e le anime degli uomini che sfortunatamente incrociano il suo cammino. Frank, il poliziotto che le ha salvato la vita e l’ha adottata, imparerà a proprie spese che nessuna buona azione è priva di conseguenze.

Dopo essersi incartato ne "Il cartaio", Dario Argento torna con divertimento all'horror puro. L'ispirazione è un classico a fumetti scritto da Bruce Jones e illustrato da Bernie Wrightson in cui la protagonista è un essere dal viso deforme coperto da capelli (se non fosse per la bionda permanente, lo spettro della Sadako/Samira di "The ring" si farebbe invadente) ma dal corpo sinuoso, che si aggira con aria innocente in cerca di uomini da sedurre e di vittime da mangiare. Già, perché la Jenifer del titolo è una sorta di creatura animalesca affamata di carne. Nelle mani di Dario Argento l'esile storia, quasi una gag, diventa un divertissement per gli amanti del genere. Le caratteristiche del suo cinema ci sono tutte: un cast sotto la media, una sceneggiatura risibile, un'ambientazione americana di squallido anonimato, una lugubre nenia del fido Claudio Simonetti, ma anche morbosità (soprattutto nel fascino che il mostruoso è capace di suscitare), trash più che volontario e un ritrovato gusto per lo splatter. Tra l'altro sfidando le regole del vedibile, con tanto di bambini allegramente massacrati e ragazzini dilaniati (in una sanguinolenta abbuffata che assume i contorni di una fellatio ai limiti della necrofilia). Una sorta di "La bella e la bestia" al contrario, dove un onesto poliziotto si ritrova la vita distrutta dopo avere seguito il canto di una sirena dal forte potere seduttivo.
Chi cerca una buona storia resterà deluso, chi vuole tuffarsi nell'horror puro e liberatorio, senza i soliti sconti concessi al buon gusto e alla fedeltà alla morale imperante, troverà invece di che divertirsi. Sul filo dell'ironia (per chi ce l'ha, ovviamente).

Voto:  7                                  Luca Baroncini


Voto:  6                                     Manuel Billi


Voto:  6,5                              Mauro F. Giorgio


Voto:  6,5                                  Luca Pacilio

 

MASTERS OF HORROR : 
INCIDENT ON AND OFF A MOUNTAIN ROAD
Don Coscarelli
(USA, 2005)


Sembra una serata come tante altre: un viaggio in macchina, una strada di montagna, una ragazza da sola. Basta però una curva perché tutto cambi e la notte assuma i contorni di un incubo.


Creatore della saga horror "Phantasm", in Italia senza particolare seguito, Don Coscarelli adatta un racconto di Joe. R. Lansdale. Tutto avviene in una notte. Sembra una sera come tante altre. Una ragazza sta percorrendo in macchina una strada di montagna quando, dopo una curva, trova un auto ad ostacolarle il cammino. Lo scontro è inevitabile, ma superato lo shock dell’incidente, la protagonista dovrà affrontare un pericolo ben più temibile: un mostruoso serial killer dal pallore lunare. Il mediometraggio di Coscarelli punta alle radici della paura, con l’imprevisto che sfocia nell’orrore più nero. La calma è solo apparenza e può di colpo tramutarsi in minaccia. In pochi minuti una situazione si può capovolgere. Supportato da una buona sceneggiatura, Coscarelli imprime alle difese della protagonista un andamento elementare ma persuasivo, alternandole, ad effetto, con il flashback della sua storia d’amore. Il contrasto tra la frenesia della fuga (pericolo) e la pacatezza, di facciata, dei ricordi affettivi (sicurezza) crea uno stridore funzionale al progedire del racconto. La struttura, con gli incastri dei flashback a interrompere lo sfogo delle sequenze di azione, è ben calibrata e i dettagli si susseguono efficacemente con esito imprevisto. Il finale esagera forse un po’ con i colpi di scena, prolungando all’eccesso l’arrivo della effettiva conclusione, ma Coscarelli non concede tregua allo spettatore, non cede al buonismo e pur ammiccando a un immaginario più che consolidato ("Non aprite quella porta" su tutti) riesce a fare con professionalità il suo mestiere di dispensatore di brividi.

Voto:  7                                  Luca Baroncini


Voto:  5                                     Manuel Billi


Voto:                                      Luca Pacilio

 

WALK THE LINE
James Mangold
(USA, 2005, 35mm, 135’)


Primi anni della carriera di Johnny Cash, la morte del fratello, la frustazione, le pillole, l'amore fino al concerto nel penitenziario di Falsom, CA.


Il biopic hollywoodiano non ha mai subito particolari variazioni dai tempi lontanissimi di Disraeli fino a qua, tranne pochissime eccezioni, si prendono alcuni tratti vendibili della personalità pubblica o privata e se ne fa il cardine di una ricostruzione per immagini e trama. 
Se a questa ricetta si aggiunge la mano non proprio leggera di James Mangold quanto ad indagine psicologica e un attore protagonista incapace d'andare oltre la mimica facciale (il film visto al torino film festival 2006 proiettato in versione originale), la costruzione dell'impianto narrativo patologico non tarda a mostrare i suoi ingranaggi al lavoro fin dalla sequenza di apertura, unica a possedere una forma di complessità,  con il corvo nero nel cortile interno della prigione di Folsom e mr. Cash che si prepara al mitico concerto di fronte ad una sega circolare. A partire da questo senso di colpa -l'adorato fratello morto in falegnameria mentre John era a pesca-  tutta la vicenda, il primo matrimonio fallimentare, il continuo tour, l'amore per June Carter, la dipendenza da stimolanti, tentativo di risollevarsi e così via. Un ricomposizio di normalità non fosse noto che la dipendenza fu sempre alle calcagna del mito.

Ogni sequenza non fa che ribadire questi basilari concetti ben poco aiutata dalla recitazione manierata di Joaquim Phoenix, il suo Cash è una macchietta di idiota nella vita privata e smorfie nel tormento dei farmaci, e dalle scelte di Mangold. Le canzoni sono cantate dai due attori protagonisti (lasciando qualche ombra sul dubbio di una manipolazione: i bassi di Cash e gli acuti di June Carter...), Reese Witherspoon salva la baracca ma è troppo poco, il dolore troppo.

Voto:  3                                    Luigi Garella


Voto:  6                                     Manuel Billi


Voto:                                      Luca Pacilio

 

 

- Omaggio a Lodge Kerrigan

 

CLEAN, SHAVEN
(USA, 1994, 35mm, 80’)


Peter Winters è un uomo che soffre vistosamente di problemi psichici, situazione che si aggrava quando torna nella città natale e scopre che sua figlia gli viene deliberatamente tenuta nascosta.


Il cinema di Lodge H. Kerrigan si annuncia già da questa sua stupefacente opera prima come un lungo e tortuoso percorso, lastricato di varia sofferenza, attraverso lancinati scenari di dolente quotidianità. Sentieri gelidi e oscuri che si interrompono nei crocevia con esistenze infrante e lacerate che tentano di raggrumare emboli di identità smarrite forse per sempre. Il desiderio di ritrovamento della figlioletta data in affidamento diviene per Peter (e per Keane nell’omonimo ultimo film) metonimicamente desiderio (e paura) di ricomposizione di un’unità psichica e psicologica frantumata, di un centro, in qualche modo, che possa conferire ordine e equilibrio alla rapsodia esperienziale del suo flusso bio-emotivo. Tutto Clean, Shaven è una lenta, sferragliante e dolorosa catabasi attraverso il disordine esistenziale e mentale di una persona psichicamente instabile in cui Kerrigan si mostra morbosamente attratto da un’istanza di deragliamento nel rendere la realtà scissa del protagonista offrendo un collage di allucinate sintomatologie atte a descrivere entomologicamente il funzionamento dei meccanismi psichici del personaggio e della sua irredimibile solitudine. Oltre allo studio di un carattere il film si muove con organizzato disequilibrio tra dolore e conoscenza tentando di evocare tutto il corredo fantasmatico e allucinatorio necessario per mettere in scena l’implacabilità delle ossessioni di un universo attraversato dalle ombre della psicopatologia (le sbalestranti soggettive, il lavoro straordinario sulla disarticolazione sonora e dunque sull’impaginazione visivo-auditiva); poiché comunque Clean, Shaven non è né intende essere un film “freudiano” in senso stretto dove a pesare è l’interesse scientificamente nosologico, bensì una pellicola che vuol trovare un terreno di comunicazione comune tra la situazione psichica di un personaggio e la percezione del profilmico, cercando più che un coinvolgimento improbabile (se non impossibile) una dimensione di comunicabilità fondata sul coté emozionale.

Voto:  7,5                                 Mauro F. Giorgio


Voto:  6                                                                               Luigi Garella


Voto:  6,5                                     Manuel Billi


Voto:  6,5                                     Luca Pacilio

 

CLAIRE DOLAN
(USA, 1998, 35mm, 95’)


Claire Dolan è un’immigrata inglese che lavora a New York come prostituta e fa di tutto per rifarsi una vita a cominciare dall’estinguere il debito contratto con il suo protettore.

L’opera seconda dell’americano Kerrigan è un algido, geometrico psicodramma sul male di vivere, sull’ineffabilità dei sentimenti e l’inesplicabilità di molti gesti, sull’impossibilità di svelare la genesi psichica o sociale di un’azione, di un modus operandi. Così come nel successivo e più maturo Keane, l’autore non tratta la sua protagonista come “caso clinico”, risolvendo il “mistero” della sua anima lacerata mediante il ricorso a schemi e modelli mutuati dalla psicoanalisi (limite dell’opera letteraria del sopravvalutato MacGrath e di un film come Spider di Cronenberg). Al contrario, lavora per sottrazione, valorizza il non detto, sussurra più che asserire proditoriamente, raggela la materia incandescente non concedendo nulla allo spettatore e non compiacendosi dell’eccentricità e dell’autolesionismo della protagonista. Nella freddezza della rappresentazione e nell’asettico mondo del sesso a pagamento, può tuttavia aprirsi un varco, uno spiraglio di speranza, affermarsi repentinamente l’umanità: la visione del feto tramite l’ecografia, frammento di struggente dolcezza scevro da ogni fine moraleggiante, ma intriso di pietas.
Memorabili le prove della compianta Katrin Cartlidge, che rende finemente in pochi tratti essenziali (sguardi nel vuoto, addirittura attraverso il modo di indossare i cappotti, segno di uno specifico modo di porsi in relazione all’altro) il carattere complesso del personaggio eponimo e di Colm Meany, che riesce a conferire al losco ed abietto “lenone” una certa, quasi dostoevskiana, ambiguità.

Voto:  8                                      Manuel Billi


Voto:  7,5                                   Luca Pacilio


Voto:  5,5                               Mauro F. Giorgio


Voto:  6,5                                                                      Luigi Garella

 

KEANE
(USA, 2004, 35mm, 93’)


William Keane sta disperatamente cercando la sua figlioletta perduta al capolinea degli autobus. L’uomo ha evidenti problemi mentali. Sei mesi dopo William sta facendo i conti con la realtà di non avere (più?) una figlia.


Lost People

Dopo CLEAN, SHAVEN, debutto acerbo ma promettente, dopo CLAIRE DOLAN, opera già adulta e convincente, Lodge Kerrigan mette a fuoco tutti gli elementi che hanno contraddistinto la sua produzione (alla quale va aggiunto IN GOD’S HANDS del 2002 che non ha mai visto la luce per un incidente di laboratorio, occorso durante la lavorazione del negativo), sfrutta a fondo la raggiunta sicurezza stilistica, calibra come mai la scrittura e firma il suo film più riuscito. Ancora una figura solitaria al centro della pellicola, ancora una persona che vive ai margini e tenta di ritagliarsi uno spazio normale nella società;  è una narrazione in prima persona quella che porta avanti Kerrigan, il suo William essendo il motore visibile di  tutti gli avvenimenti che vediamo accadere: forse ha perso una figlia, forse no; certo è una personalità borderline, certo è interessato a Lynn ma il fatto che questa abbia una figlia della stessa età di quella che dice di aver perduto può essere stata l’autentica spinta ad avvicinarsi a lei. Ancora un passato solo supposto o suggerito (William Keane come Peter Winters di CLEAN, SHAVEN alla ricerca di una figlia) quello che tormenta il protagonista, un filo trasparente, che a volte s’intravede scorrere, a legare le immagini (alcuni sprazzi di lucidità del protagonista sembrano indurci a credere che una figlia costui l’abbia avuta e che gli sia stata effettivamente rapita al capolinea degli autobus, laddove la prima concitatissima scena del film era ambientata). 
Kerrigan non sbaglia nulla: non forza mai il narrato ricorrendo a una scrittura appuntita di rara asciuttezza; scansa la spiegazione fasulla come fosse un morbo (anche il monologo nella camera d’albergo non suona didascalico ma perfettamente coerente con il disegno di un personaggio alla ricerca di se stesso e che sembra, con quella sorta di autoidentificazione, puntellare alcune certezze); fa dello spettatore un osservatore pieno di domande, attaccato al fotogramma e all’azione nel suo svolgersi, sperduto e confuso come il protagonista; asseconda un registro iperrealista di scarna efficacia ricorrendo al montaggio in macchina e a lunghi piani sequenza con camera a mano, abolendo, in odor di Cassavetes, quanto più è possibile scenografia e décor posticcio; bandisce le musiche di commento e avvolge il girovagare del suo protagonista in una patina di continua, a tratti soffocante, tensione (la sequenza finale, in cui Keane porta Kira alla stazione dei pullman e nella quale sembra quasi voler ricostruire, per poi sovvertire negli esiti, la scena primaria della sparizione della figlia, è di purissima ansia; così il regista: alla fine del film Keane si ritrova ad essere, fragilmente, in pace con se stesso. Per sopravvivere, nella nostra società, dobbiamo vivere con i paraocchi. Usciamo in strada confidando nel mondo esterno, pensando che abbiamo l’opportunità di vivere la nostra vita, che non saremo attaccati, che siamo protetti da ciò che può sconvolgere la nostra esistenza. Keane ha avuto la sfortuna di vivere questa tragedia, e non penso si rimetterà mai, né che Kira possa essere per lui una forma di redenzione. Sa che sarà di nuovo solo, che non la rivedrà più, ma si rende conto che ha avuto un attimo di tregua).

Prodotto da Steven Soderbergh, interpretato magnificamente da attori incoraggiati a improvvisare, KEANE è la chiara conferma che Lodge Kerrigan è un autore di considerevole personalità dal quale è lecito continuare ad aspettarsi grandi cose.

Voto:  8                                     Luca Pacilio


Voto:  8                                 Mauro F. Giorgio


Voto:  8,5                                   Manuel Billi

 

 

- Omaggio ad Alfred E. Green

 

Spregiudicati lampi depressi – Note sul cinema di Alfred E. Green

 

Più che Paura d’amare (Dangerous, 1935), film che valse il primo Oscar all’immensità attoriale di Bette Davis (in realtà un non troppo inesplicito risarcimento per l’interpretazione di un anno prima in Schiavo d’amore di John Cromwell), ricordiamo la soffocata genialità di un autore hollywoodiano trai più prolifici della cinematografia americana come Alfred E. Green per le vicende legate a una pellicola come Baby Face (Id, 1933), le quali restituiscono in filigrana tutto il plesso umorale di una temperie socio-culturale sotto il segno della Grande Depressione.  Il ritrovamento fortuito da parte di Michael Mashon di una versione precedente a quella mutilata dalla commissione di censura dello stato di New York del film in questione ci informa in maniera decisa e puntuale circa i vari aspetti determinati da una particolare situazione storica. Il cinema di Green non nasce contestualmente nel quadro storico-sociale ingeneratosi dopo il famigerato crack di Wall Street del ’29, ma è in questo problematico alveo, che cinematograficamente coincide con l’avvento del sonoro, che si delinea e si irrobustisce il suo percorso estetico improntato su un modello fortemente realista, probabilmente trai più crudi che il cinema hollywoodiano di quei tempi abbia mai conosciuto e sperimentato. Baby Face è fondamentalmente la storia di una pragmatica goldiggers (cercatrice d’oro), archetipo cinematografico che s’impone con certa irruenza proprio a partire da tale contesto, che riesce ad arrampicarsi sui gradini della scala sociale con la stessa facilità con cui passa visivamente di piano in piano nel grattacielo della banca nella quale sta lavorando, elargendo servizi agli uomini che contano e passando di letto in letto con estrema disinvoltura. La versione emendata offre uno degli esempi più beceri di travisamento artistico stravolgendone sensi e significati, purgandone le sequenze che ammiccano ad una pronunciata sessualità e ribaltando le istigazioni a certo nietzscheanesimo (la copertina di Così parlò Zarathustra viene addirittura cancellata!) dell’importante figura del calzolaio-filosofo in rampogne pseudo-edificanti dello stesso personaggio trasformato inspiegabilmente in zio rintronato, e naturalmente fa poco testo. La versione originale non censurata al contrario è l’apoteosi rappresentativa di un universo sociale allo sbando in cui tutto diviene lecito ai fini della sopravvivenza. La questione potrebbe a ragione essere storicizzata, e dunque in qualche modo ridimensionata, ricordando le linee politiche della Warner Bros (Major di appartenenza di Baby Face) profondamente in controtendenza rispetto alle altre “consorelle” (eccezion fatta per la United Artists alla quale si deve la produzione di uno dei titoli più emblematici della storia del cinema: Scarface, i cui diritti furono acquisiti più tardi dalla Universal) che aveva prodotto pellicole del calibro di Nemico Pubblico e Io sono un evaso, entrambe di Mervyn Le Roy, irreggimentate su stilemi di rara e spregiudicata spietatezza realista, e incarnava nei volti di James Cagney e Edward G. Robinson, tutta la sfrontatezza rabbiosa e cinica di una generazione depressa, pur tuttavia il cinema di Alfred Green di quel periodo specifico (perché poi in seguito conoscerà virate esemplari, determinate soprattutto da due rilevanti fattori: lo stringersi delle maglie dei codici di autoregolamentazione censoria e l’intervento new(i)dealistic roosveltiano che muterà significativamente le sorti non soltanto economiche del paese) non solo è in grado di mettere in mostra un cinismo davvero inusitato, ma lo fa con un sarcasmo talmente irridente  (l’eroina Lily Powers, stesso cognome simbolico del protagonista di The Public Enemy, magistralmente interpretata da una ventiseienne Barbara Stanwick è un condensato di tragica ironia che si fa beffe dell’androcentrismo esasperato di quegli anni e dello stolido e sconclusionato femminismo wasp ridendo e approfittando utilitaristicamente della timorosa dabbenaggine dell’uomo medio americano di quel periodo). L’unico cinema che in fondo, forse, fotografi con occhio divertitamente crudele, mediante uno stile quasi verista ma con questa riflessione di secondo grado, la ratio impregnata di malcostume, cinismo, indigenza a più livelli di una catastrofe sociale che si andava consumando lungo l’arco di un decennio di storia americana. Irriverenza sprigionata dopo un lungo estenuante apprendistato all’insegna di sterili sentimentalismi che attraversavano tutti i generi affrontati da Green imprigionati nella gabbia formale dell’house style imposta dai grandi produttori della Hollywood che fu e che ritroviamo in opere di sicura e felice esemplarità, cariche di quella umoralità/amoralità che contraddistinsero tutti gli anni’ 30 in una geografia tanto estesa quanto incredibilmente uniforme. Una mobilità sociale prodotta da un immobilismo economico, registrata nella frenesia licenziosa di corpi e di sguardi in vendita nell’affannosa ricerca di stabilità esistenziale, elementi che minavano alla base qualsiasi ipotesi di ricostituzione di un sistema politico-economico (la sonora presa in giro dell’apparato politico presente in The Dark Horse, panoramica lucida e impietosa di un mondo fatto di corruzione e favoritismi, o l’amara, drammatica, analisi condotta sugli espedienti alternativi per una riscossa sociale come il gioco d’azzardo di Smart Money).
Rimane il rammarico che il potere e il valore espressivi di un cinema né volutamente engagé né tanto meno moralista come quello di Green si siano radunati intorno a un periodo tutto sommato limitato e circoscritto poiché, come accennato, quel tipo di vigore stilistico e quella verve così fragrantemente sarcastica saranno destinate ad essere spuntate a causa di fattori del tutto estrinseci come l’arma censoria del Codice Hays, sempre più autorevole e restrittivo, e i mutamenti introdotti in seno al contesto socio-culturale da parte della nuova filosofia del New Deal. Alfred Green dopo i fasti di Paura d’amare è costretto ad abbandonare la Warner cercando sacche d’indipendenza che avrebbero fornito più garanzie alla sua sensibilità artistica, anche se il suo ruolo di regista scomodo sarà capace di produrre non altro che solidi film di genere (Cover Up, un titolo per tutti) e sovrastimati biopic alimentari (Al Jolson, le cui sequenze cantate furono girate da Joseph H. Lewis, L’America dei Dorsey, The Jackie Robinson Story, The Eddie Cantor Story), fino all’ultima vera stoccata nel 1952 con Invasion Usa, film di significativa diseguaglianza.

 

Mauro F. Giorgio

 

 

 

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