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DOMINION: PREQUEL TO THE
EXORCIST
Paul Schrader
(USA, 2005, 35mm, 117’) |
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Padre
Merrin in Africa dopo la Seconda Guerra Mondiale si dedica
all'archeologia: il male conosciuto durante il conflitto però non è
placato e torna perseguitarlo.
Dominion è un
prequel de L'Esorcista di Friedkin e, togliamo subito il campo, le
vicende produttive d gran lunga sopravanzano l'interesse ed il valore
complessivo dell'opera. Quando Schrader -dopo un lunghissimo travaglio
per trovare un regsita adatto- fu incaricato di mettere a punto questo
antecedente la curiosità fu difficile da reprimere; noto come
sceneggiatore e regista, semplifichiamo, di profondi conflitti
individuali con dominanti interrogativi etici (Lo Spacciatore,
Affliction, Forever
Mine, Autofocus,) per la prima volta avrebbe avuto a disposizione un
grosso budget ed una notevole visibiltà. Al momento della presentazione
alla casa produttrice di un rough cut, però, dopo un anno tra
pre-produzione e tournage vero e proprio, il parere della Morgan creek (Warner)
fu inequivocabilmente sfavorevole. Schrader fu allontanato, al suo
posto, con il medesimo staff tecnico ed artistico, si insediò Renny
Harlin, maestro, a modo suo, di action thriller non proprio
superficiali. Ma di tutt'altra, poco ma sicuro. Il risultato fu Esorcista
– La genesi, fortunato abbastanza da finire economicamente in pari
(sorvolando sulla questione dell'home video). L'insoddisfazione crebbe,
e Schrader fu ripescato per portare a termine il suo Esorcista.
Dominion, per l'appunto. Le differenze tra i due lavori sono notevoli e
meriterebbero una analisi approfondita, ottima per mettere in risalto le
funzioni che si innescano durante una produzione e, soprattutto, il
carattere di personaggi così lontani. Da parte di Schrader,
soprattutto, si riscontra una tensione ideale netta -di contro ad una
ricerca di una fisicità stilizzata tipica di Harlin- in favore dei
tormenti dell'anima di Lankester Merrin, siamo piuttosto lontani dalla
tendenza contemporanea della ricerca dello spavento. La lenta
costruzione delle dinamiche intercaratteriali, la strutturazione di un
discorso sul potere, la raffigurazione del male nelle sue varietà più
infide oltre ad un soggiacente percorso tematico connesso con la memoria
dovrebbero sostenere l'intero impianto schraderiano che però, per
evidenti manchevolezze materiali, rimane abbozzato, stretto in una
indecisione continua circa le opzioni di messa in scena finendo con
l'imporre un che di grottesco laddove si poteva nascondere un nucleo
ideologico concettuale. A smontare tutto quanto contribuiscono di certo
gli effetti speciali sgangherati (il demone in versione Buddha, le iene)
ed una post-produzione appena accennata di cui fa le spese la continuità
(e la continuity) sempre incerta. Non poche scelte teoriche, di messa in
scena e battute dialogiche rimandano direttamente al Signore del Male di
Carpenter e, soprattutto, mi si perdonerà, al misconosciuto (non
necessariamente un male) The Keep – La Fortezza di M. Mann
Voto:
3
Luigi
Garella
Voto:
4
Manuel
Billi
Voto:
4
Luca Pacilio
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GRIZZLY MAN
Werner Herzog
(USA/Canada, 2005, 35mm, 103’) |
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Il film racconta la vita di Timothy Treadwell, ambientalista, artista e
studioso di orsi grizzly, vicino ai quali trascorreva diversi mesi
l’anno.
Tanto
va la gatta al lardo...
"Grizzly Man" è un documentario su
Timothy Treadwell, l'uomo che volle farsi orso, un attore mancato rinato
ambientalista che passò tredici estati tra il Canada e l'Alaska
convivendo con i pericolosi orsi Grizzly, sotto gli occhi di una
telecamera e con la compagnia saltuaria di qualche amica. Il suo
approccio con gli animali non è scientifico, ma puramente emotivo. È
come se attraverso la vicinanza fisica, perlopiù discreta, cercasse di
stringere un rapporto di amicizia, basato sul reciproco rispetto, con i
pericolosi predatori, dimenticandone la naturale aggressività. Fino al
tragico epilogo, che vede Treadwell e la sua amica divorati dai feroci
carnivori. Werner Herzog, chissà perché affascinato dal narcisismo di
Treadwell (sì, vabbè, il senso di sfida nei confronti della natura, ma
non è l'aspetto primario del personaggio), alterna materiale video
girato dallo stesso ambientalista americano con interviste realizzate
oggi. Il ritratto che ne deriva è per certi aspetti interessante
(sicuramente è più originale uno sciroccato come Treadwell del solito
etologo), ma vaga tra la celebrazione e la critica senza prendere una
direzione precisa. Herzog sembra porsi in modo imparziale, alcuni
commenti raccolti sono a favore, altri di condanna. Non pare giudicare
l'amore di Treadwell per gli orsi, ai limiti del patologico, e non mette
in discussione l'odio per la civiltà derivante principalmente da
un'incapacità di comunicare, di accettarsi e di mettersi in
discussione. Però non risparmia nemmeno frecciate improvvise, con cui
prende le distanze dalle interferenze di Treadwell con il corso naturale
degli eventi, e arriva a dichiararsi pessimista nei confronti
dell'indifferenza della natura al genere umano. Peccato che tutto ciò
passi attraverso un commento fuori campo, dello stesso Herzog, pedante e
privo di leggerezza, in cui il non detto diventa una mancanza e il detto
assume fastidiosi toni predicatori. Nel finale lascia intendere che più
degli orsi e del loro habitat il documentario si è rivelato un
approfondimento della natura umana, e infatti mostra lati infantili,
nevrotici, malati di Treadwell, ma con un distacco che non si capisce
bene se sia luciferino (della serie "guardate dove possono portare
depressione, abuso di alcol e droghe!") o in sintonia con i lati
oscuri del personaggio.
Voto:
6
Luca
Baroncini
Voto:
7
Luigi Garella
Voto:
8
Manuel
Billi
Voto:
6
Mauro
F. Giorgio
Voto:
6
Luca Pacilio
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MASTERS OF HORROR:
CHOCOLATE (Cioccolato)
Mick Garris
(USA, 2005, HD, 60’) |
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Jamie, un uomo divorziato da poco che lavora per l’industria alimentare
sintetizzando sapori artificiali, inizia improvvisamente a percepire
brevi e casuali flash di persone e luoghi sconosciuti: visioni, suoni,
odori, sensazioni tattili. Quando capisce che sta sperimentando la vita
attraverso i sensi di una donna, Jamie inizia a innamorarsene pur non
avendola mai vista.
Un chimico che crea sapori per l'industria alimentare, dopo avere
assaggiato del cioccolato si trova a provare le sensazioni fisiche ed
emozionali di una donna, da lui mai vista nè conosciuta. Il genere
affrontato dal regista Mick Garris (tra gli altri, "Critters
2", "Psycho IV" e "I sonnambuli") è una
contaminazione tra l'horror, la storia d'amore e il "se fossi in
te". Come in tanti altri il film - è successo tra sessi diversi,
tra adulti e bambini, tra amici e nemici, tra uomini e animali - il
protagonista si trova, infatti, a entrare nei panni di un'altra persona
e a condividerne i lati più oscuri. L'idea dello scambio di identità,
pur priva di originalità, è condotta con ritmo e brio dal regista
americano, capace di suscitare curiosità e di rendere condivisibile
l'ansia del protagonista. Il merito è anche della sentita
interpretazione di Henry Thomas (la sensazione di conoscere l'attore ma
di non ricordare dove lo si è incontrato deriva dal fatto che il suo
film più famoso resta "E.T,", di cui era protagonista all'età
di otto anni). Dopo una prima parte ben equilibrata tra ironia e
spaesamento, però, il copione mette il turbo: gli eventi si susseguono
frenetici a discapito della logica e dell'atmosfera, le coincidenze
assurde si moltiplicano, le domande vagano in cerca di risposta (in
particolare sulla causa scatenante dell'evento) e il coinvolgimento, per
forza di cose, finisce per risentirne. Girato meglio di come è scritto,
resta comunque, se si riducono aspettative e pretese, un onesto
intrattenimento.
Voto:
6
Luca
Baroncini
Voto:
4
Manuel
Billi
Voto:
4
Mauro
F. Giorgio
Voto:
5
Luca Pacilio
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MASTERS OF HORROR: CIGARETTE BURNS
(La Sigaretta Brucia)
John Carpenter
(USA, 2005, HD, 60’) |
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Jimmy Sweetman è uno specialista nel reperire copie di film rari.
Tuttavia nulla può prepararlo alla snervante ricerca di La Fin du
monde, pellicola presumibilmente proiettata una sola volta e
responsabile, a quanto si racconta, di aver indotto un delirio omicida
nel pubblico che affollava la sala, per poi essere distrutta da un
improvviso rogo. Mentre l’investigazione assume gli ossessivi contorni
di un incubo mortale, Jimmy scopre che la fama di La Fin du monde è
sinistramente meritata.
Al centro del mediometraggio di
John Carpenter c'è un film maledetto intitolato "La fin absolue du
monde". Un po' come per la videocassetta di "The Ring",
con la differenza che qui la morte arriva istantanea e non dopo una
settimana. L'unica volta che è stato proiettato, infatti, il film ha
scatenato nel pubblico un delirio sfociato in carneficina. La pellicola
è ovviamente scomparsa e un collezionista privato incarica un
esercente, specialista nel reperimento di rarità, di recuperarla.
Carpenter ha già affrontato, con più efficacia, il tema della
contaminazione tra arte, e quindi fantasia, e realtà nel riuscito
"Il seme della follia", dov'era la scrittura a legare
indissolubilmente i differenti universi paralleli. In "Cigarette
burns" la causa scatenante è un misterioso lungometraggio, ma la
sostanza non cambia. L'indagine viene impostata dal regista newyorchese
con un andamento da noir, attraverso tappe successive in cui il cinema
diventa voce dell'inconscio in grado di mettere a nudo i segreti più
torbidi dello spettatore. Avvincente, evocativo, non privo di fascino,
il film è penalizzato dall'inespressività del protagonista Norman
Reedus, da alcuni simbolismi un po' ridicoli (l'angelo del bene a cui
sono state staccate le ali) e da svolte narrative forti ma poco chiare
(l'incontro con l'autore di snuff movie). Così come non è
particolarmente originale il discorso sul potere allucinatorio delle
immagini ("Videodrome" docet) e nemmeno la resa visiva del
fantastico che diventa realtà, troppo simile alla fuoriuscita dallo
schermo televisivo di Sadako/Samira (ancora lei, e ancora "The
Ring").
Voto:
6,5
Luca
Baroncini
Voto:
7
Manuel
Billi
Voto:
7
Mauro
F. Giorgio
Voto:
6
Luca Pacilio
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MASTERS OF HORROR:
DANCE OF THE DEAD
(La Danza dei Morti)
Tobe
Hooper
(USA, 2005, HD, 60’) |
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In una società postapocalittica i cadaveri rianimati di vecchi amici e
nemici ballano sul palco per divertire i pochi sopravvissuti
all’olocausto nucleare. Peggy, ingenua e innocente, si avventura nel
suo primo appuntamento a 4 con un viscido uomo dell’alta società. Le
sue risatine nervose si tramutano in grida di panico non appena
comprende quale pericolosa realtà stia al di là del guscio protettivo
materno e quanti sacrifici siano stati fatti per garantire la sua
sopravvivenza.
Tobe Hooper trova ispirazione in un celebre racconto di Richard Matheson.
Nel mirino del regista texano ancora una volta la deriva sociale che
trova il suo fulcro nella depravazione della famiglia, malsano guscio
protettivo pronto a tutto pur di salvare se stesso e il suo perpetuarsi.
L'ambientazione è post-atomica, con un conflitto che ha eliminato New
York e Los Angeles dalle cartine geografiche. I sopravvissuti vivono in
continua difesa di quel poco che hanno. La paura è una costante, da cui
si può fuggire solo cercando di dimenticare per un attimo la fatica di
destreggiarsi nella sofferenza del presente. I giovani si spruzzano
droghe spray, che danno consistenza a sogni, speranze e incubi
dell'inconscio, oppure si iniettano nel muscolo allucinogeni che hanno
trovato diffusione durante la terza guerra mondiale. Un'altra via di
fuga è rappresentata dalla partecipazione a riti collettivi estremi. Un
losco affarista (un Robert Englund senza cappellaccio e artiglio ma
ugualmente spaventoso) organizza gli spettacoli delle
"strampalate", cadaveri di donne rianimati tramite trasfusioni
per il sollazzo del pubblico. Il racconto è incentrato sul candore
della diciassettenne Peggy che in una notte prenderà coscienza del nero
che la circonda, molto più vicino di quanto creda. Tobe Hooper va giù
pesante e non scende a compromessi allestendo uno show hard-rock in cui
l'inevitabile è sempre in agguato e la tensione si mantiene costante,
nonostante l'equilibrio vacilli in più di un'occasione a causa del
bombardamento visivo ammiccante al videoclip e alla eccessiva
frammentazione delle immagini (un modo forse coerente per trasmettere il
sentire scomposto dei personaggi, ma alla lunga ripetitivo). Alcuni
momenti eccedono (il lungo trip allucinogeno dei quattro ragazzi in
macchina), altri inciampano nella routine (i disordini urbani
post-apocalittici), ma l'insieme arriva forte e comunicativo confermando
il talento di Hooper per la provocazione.
Voto:
6,5
Luca
Baroncini
Voto:
4
Luigi Garella
Voto:
6
Mauro
F. Giorgio
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MASTERS OF HORROR: DEER
WOMAN
(La Donna Cervo)
John Landis
(USA, 2005, HD, 60’) |
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Una serie di strani omicidi induce il cinico detective Dwight Faraday a
sospettare che un’antica creatura della mitologia pellerossa esista
realmente.
"Il bacio della pantera" incontra "Un lupo mannaro
americano a Londra" e produce l’ibrido "La donna
cervo". L’idea, confermata dallo stesso John Landis in conferenza
stampa, è quantomai stupida: una donna bellissima e sensuale che al
culmine dell’eccitazione, come da antica leggenda nordamericana, si
trasforma in un cervo e prende a calci l’uomo che ha sedotto
riducendolo a un ammasso di carne. L’esile spunto diventa nella mani
di Landis un tentativo di fondere la commedia con l’orrore.
Commistione che a Landis, fin dal successo ululante del 1981 (anche
spassosamente citato), riesce benissimo. La sceneggiatura, scritta dallo
stesso Landis insieme al figlio ventenne, non lesina sugli stereotipi
(il trauma del protagonista, il poliziotto bianco e quello nero in
coppia, la femme fatale che seduce e uccide), ma li cavalca con
un’ironia che rende il gioco scoperto, e quindi accettabile. Il pregio
del regista americano è di non prendersi troppo sul serio e di
alternare con equilibrio momenti esilaranti (il poliziotto che immagina
come possa essersi svolto il primo omicidio, l’incontro con il
teppista) a virate horror (i sanguinosi omicidi). Moderatamente
divertente, poco o nulla spaventoso, ha il suo punto di forza nella
demenzialità di alcune trovate e nell’interpretazione sorniona di
Brian Benben, che ritrova Landis dopo essere stato protagonista della
serie televisiva "Dream on".
Voto:
6,5
Luca
Baroncini
Voto:
7
Manuel
Billi
Voto:
7
Mauro
F. Giorgio
Voto:
7
Luca Pacilio
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MASTERS OF HORROR:
HOMECOMING
(Ritorno a Casa)
Joe Dante
(USA, 2005, HD, 60’) |
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Un’ondata di terrore e scandalizzata indignazione attanaglia la nazione
quando i media scoprono che i morti viventi hanno influenzato gli esiti
delle elezioni presidenziali.
Joe Dante, senza le pressioni dello studio system che hanno trasformato
il suo "Looney Tunes: back in action" in un baraccone senza
capo né coda, torna a ciò che più gli è congeniale: la satira. A
partire dal suo più grande successo commerciale, "Gremlins",
è l'umorismo eversivo a ispirare la sua visione. Non è un caso che un
altro suo grande film, "La seconda guerra civile americana",
sia stato anch'esso prodotto per la tv via cavo, lontano da
condizionamenti e imposizioni. Con "Homecoming" l'orrore è
nel quotidiano, nell'asservimento dei mezzi di informazione al potere,
nei brogli elettorali, nella centralità degli interessi economici,
nella manipolazione dei media, nell'inganno. Ed è proprio per
rivendicare i propri diritti che i morti escono dalle tombe e tornano in
vita. Ma non si tratta degli zombi di Romero affamati di carne umana.
Quelli di Joe Dante sono soltanto i cadaveri di ex veterani che tornano
sulla terra con uno scopo ben diverso: andare per un'ultima volta alle
urne per votare contro chi li ha portati, senza una valida ragione, alla
morte. Solo dopo avere votato i morti potranno riposare definitivamente
in pace. Il loro slogan è "Siamo
stati uccisi per una menzogna!" e il loro unico fine è
cacciare dalle sedi del potere chi ha distrutto le loro vite. A
differenza della critica di Romero, tutto sommato blanda (soprattutto
nell'ultimo "ritorno"), Joe Dante pugnala al cuore il sistema
adattando il racconto "Death & Suffrage" di Dale Biley. E
lo fa in modo caustico e incisivo non dimenticando le regole del genere
(il suo è pur sempre un mediometraggio horror) e valorizzando la
frizzante sceneggiatura di Sam Hamm. Il messaggio arriva forte e chiaro
non perché c'è una tesi che viene dimostrata con una forzatura degli
eventi, ma perché è l'idea, geniale, alla base del racconto ad essere
forte e chiara. E così la visione corrosiva di Joe Dante si fa grido di
libertà in mezzo a tante storie omologate, in cui il potere e chi lo
detiene vengono punzecchiati, a volte messi in discussione, ma sotto
sotto celebrati.
Voto:
8
Luca
Baroncini
Voto:
8
Manuel
Billi
Voto:
7,5
Mauro
F. Giorgio
Voto:
7
Luca Pacilio
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MASTERS OF HORROR:
JENIFER
Dario Argento
(USA, 2005, HD, 60’) |
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Jenifer è una ragazza dal volto mostruoso ma dal corpo attraente. A
causa dei suoi poteri seduttivi, la fanciulla annienta i corpi e le
anime degli uomini che sfortunatamente incrociano il suo cammino. Frank,
il poliziotto che le ha salvato la vita e l’ha adottata, imparerà a
proprie spese che nessuna buona azione è priva di conseguenze.
Dopo essersi incartato ne
"Il cartaio", Dario Argento torna con divertimento all'horror
puro. L'ispirazione è un classico a fumetti scritto da Bruce Jones e
illustrato da Bernie Wrightson in cui la protagonista è un essere dal
viso deforme coperto da capelli (se non fosse per la bionda permanente,
lo spettro della Sadako/Samira di "The ring" si farebbe
invadente) ma dal corpo sinuoso, che si aggira con aria innocente in
cerca di uomini da sedurre e di vittime da mangiare. Già, perché la
Jenifer del titolo è una sorta di creatura animalesca affamata di
carne. Nelle mani di Dario Argento l'esile storia, quasi una gag,
diventa un divertissement per gli amanti del genere. Le caratteristiche
del suo cinema ci sono tutte: un cast sotto la media, una sceneggiatura
risibile, un'ambientazione americana di squallido anonimato, una lugubre
nenia del fido Claudio Simonetti, ma anche morbosità (soprattutto nel
fascino che il mostruoso è capace di suscitare), trash più che
volontario e un ritrovato gusto per lo splatter. Tra l'altro sfidando le
regole del vedibile, con tanto di bambini allegramente massacrati e
ragazzini dilaniati (in una sanguinolenta abbuffata che assume i
contorni di una fellatio ai limiti della necrofilia). Una sorta di
"La bella e la bestia" al contrario, dove un onesto poliziotto
si ritrova la vita distrutta dopo avere seguito il canto di una sirena
dal forte potere seduttivo.
Chi cerca una buona storia resterà deluso, chi vuole tuffarsi
nell'horror puro e liberatorio, senza i soliti sconti concessi al buon
gusto e alla fedeltà alla morale imperante, troverà invece di che
divertirsi. Sul filo dell'ironia (per chi ce l'ha, ovviamente).
Voto:
7
Luca
Baroncini
Voto:
6
Manuel
Billi
Voto:
6,5
Mauro
F. Giorgio
Voto:
6,5
Luca Pacilio
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MASTERS OF HORROR :
INCIDENT ON AND OFF A MOUNTAIN ROAD
Don Coscarelli
(USA, 2005) |
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Sembra una serata come tante
altre: un viaggio in macchina, una strada di montagna, una ragazza da
sola. Basta però una curva perché tutto cambi e la notte assuma i
contorni di un incubo.
Creatore della saga horror "Phantasm",
in Italia senza particolare seguito, Don Coscarelli adatta un racconto
di Joe. R. Lansdale. Tutto avviene in una notte. Sembra una sera come
tante altre. Una ragazza sta percorrendo in macchina una strada di
montagna quando, dopo una curva, trova un auto ad ostacolarle il
cammino. Lo scontro è inevitabile, ma superato lo shock
dell’incidente, la protagonista dovrà affrontare un pericolo ben più
temibile: un mostruoso serial killer dal pallore lunare. Il
mediometraggio di Coscarelli punta alle radici della paura, con
l’imprevisto che sfocia nell’orrore più nero. La calma è solo
apparenza e può di colpo tramutarsi in minaccia. In pochi minuti una
situazione si può capovolgere. Supportato da una buona sceneggiatura,
Coscarelli imprime alle difese della protagonista un andamento
elementare ma persuasivo, alternandole, ad effetto, con il flashback
della sua storia d’amore. Il contrasto tra la frenesia della fuga
(pericolo) e la pacatezza, di facciata, dei ricordi affettivi
(sicurezza) crea uno stridore funzionale al progedire del racconto. La
struttura, con gli incastri dei flashback a interrompere lo sfogo delle
sequenze di azione, è ben calibrata e i dettagli si susseguono
efficacemente con esito imprevisto. Il finale esagera forse un po’ con
i colpi di scena, prolungando all’eccesso l’arrivo della effettiva
conclusione, ma Coscarelli non concede tregua allo spettatore, non cede
al buonismo e pur ammiccando a un immaginario più che consolidato
("Non aprite quella porta" su tutti) riesce a fare con
professionalità il suo mestiere di dispensatore di brividi.
Voto:
7
Luca
Baroncini
Voto:
5
Manuel
Billi
Voto:
6
Luca Pacilio
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WALK THE LINE
James Mangold
(USA, 2005, 35mm, 135’) |
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Primi
anni della carriera di Johnny Cash, la morte del fratello, la
frustazione, le pillole, l'amore fino al concerto nel penitenziario di
Falsom, CA.
Il
biopic hollywoodiano non ha mai subito particolari variazioni dai tempi
lontanissimi di Disraeli fino a qua, tranne pochissime eccezioni, si
prendono alcuni tratti vendibili della personalità pubblica o privata e
se ne fa il cardine di una ricostruzione per immagini e trama.
Se a questa ricetta si aggiunge la mano non proprio leggera di James
Mangold quanto ad indagine psicologica e un attore protagonista incapace
d'andare oltre la mimica facciale (il film visto al torino film festival
2006 proiettato in versione originale), la costruzione dell'impianto
narrativo patologico non tarda a mostrare i suoi ingranaggi al lavoro
fin dalla sequenza di apertura, unica a possedere una forma di
complessità,
con il corvo nero nel cortile interno della prigione di Folsom e
mr. Cash che si prepara al mitico concerto di fronte ad una sega
circolare. A partire da questo senso di colpa -l'adorato fratello morto
in falegnameria mentre John era a pesca-
tutta la vicenda, il primo matrimonio fallimentare, il continuo
tour, l'amore per June Carter, la dipendenza da stimolanti, tentativo di
risollevarsi e così via. Un ricomposizio di normalità non fosse noto
che la dipendenza fu sempre alle calcagna del mito.
Ogni sequenza non fa che ribadire questi basilari concetti ben poco
aiutata dalla recitazione manierata di Joaquim Phoenix, il suo Cash è
una macchietta di idiota nella vita privata e smorfie nel tormento dei
farmaci, e dalle scelte di Mangold. Le canzoni sono cantate dai due
attori protagonisti (lasciando qualche ombra sul dubbio di una
manipolazione: i bassi di Cash e gli acuti di June Carter...), Reese
Witherspoon salva la baracca ma è troppo poco, il dolore troppo.
Voto:
3
Luigi
Garella
Voto:
6
Manuel
Billi
Voto:
4
Luca Pacilio
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| - Omaggio
a Lodge Kerrigan |
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CLEAN, SHAVEN
(USA, 1994, 35mm, 80’) |
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Peter
Winters è un uomo che soffre vistosamente di problemi psichici,
situazione che si aggrava quando torna nella città natale e scopre che
sua figlia gli viene deliberatamente tenuta nascosta.
Il cinema di Lodge H. Kerrigan si annuncia già da questa sua
stupefacente opera prima come un lungo e tortuoso percorso, lastricato
di varia sofferenza, attraverso lancinati scenari di dolente quotidianità.
Sentieri gelidi e oscuri che si interrompono nei crocevia con esistenze
infrante e lacerate che tentano di raggrumare emboli di identità
smarrite forse per sempre. Il desiderio di ritrovamento della
figlioletta data in affidamento diviene per Peter (e per Keane
nell’omonimo ultimo film) metonimicamente desiderio (e paura) di
ricomposizione di un’unità psichica e psicologica frantumata, di un
centro, in qualche modo, che possa conferire ordine e equilibrio alla
rapsodia esperienziale del suo flusso bio-emotivo. Tutto Clean,
Shaven è una lenta, sferragliante e dolorosa catabasi attraverso il
disordine esistenziale e mentale di una persona psichicamente instabile
in cui Kerrigan si mostra morbosamente attratto da un’istanza di
deragliamento nel rendere la realtà scissa del protagonista offrendo un
collage di allucinate sintomatologie atte a descrivere entomologicamente
il funzionamento dei meccanismi psichici del personaggio e della sua
irredimibile solitudine. Oltre allo studio di un carattere il film si
muove con organizzato disequilibrio tra dolore e conoscenza tentando di
evocare tutto il corredo fantasmatico e allucinatorio necessario per
mettere in scena l’implacabilità delle ossessioni di un universo
attraversato dalle ombre della psicopatologia (le sbalestranti
soggettive, il lavoro straordinario sulla disarticolazione sonora e
dunque sull’impaginazione visivo-auditiva); poiché comunque Clean,
Shaven non è né intende essere un film “freudiano” in senso
stretto dove a pesare è l’interesse scientificamente nosologico, bensì
una pellicola che vuol trovare un terreno di comunicazione comune tra la
situazione psichica di un personaggio e la percezione del profilmico,
cercando più che un coinvolgimento improbabile (se non impossibile) una
dimensione di comunicabilità fondata sul coté emozionale.
Voto:
7,5
Mauro
F. Giorgio
Voto:
6
Luigi Garella
Voto:
6,5
Manuel
Billi
Voto:
6,5
Luca Pacilio
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CLAIRE DOLAN
(USA, 1998, 35mm, 95’) |
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Claire
Dolan è un’immigrata inglese che lavora a New York come prostituta e
fa di tutto per rifarsi una vita a cominciare dall’estinguere il
debito contratto con il suo protettore.
L’opera
seconda dell’americano Kerrigan è un algido, geometrico psicodramma
sul male di vivere, sull’ineffabilità dei sentimenti e
l’inesplicabilità di molti gesti, sull’impossibilità di svelare la
genesi psichica o sociale di un’azione, di un modus operandi.
Così come nel successivo e più maturo Keane, l’autore non
tratta la sua protagonista come “caso clinico”, risolvendo il
“mistero” della sua anima lacerata mediante il ricorso a schemi e
modelli mutuati dalla psicoanalisi (limite dell’opera letteraria del
sopravvalutato MacGrath e di un film come Spider di Cronenberg).
Al contrario, lavora per sottrazione, valorizza il non detto, sussurra
più che asserire proditoriamente, raggela la materia incandescente non
concedendo nulla allo spettatore e non compiacendosi dell’eccentricità
e dell’autolesionismo della protagonista. Nella freddezza della
rappresentazione e nell’asettico mondo del sesso a pagamento, può
tuttavia aprirsi un varco, uno spiraglio di speranza, affermarsi
repentinamente l’umanità: la visione del feto tramite l’ecografia,
frammento di struggente dolcezza scevro da ogni fine moraleggiante, ma
intriso di pietas.
Memorabili le prove della compianta Katrin Cartlidge, che rende
finemente in pochi tratti essenziali (sguardi nel vuoto, addirittura
attraverso il modo di indossare i cappotti, segno di uno specifico modo
di porsi in relazione all’altro) il carattere complesso del
personaggio eponimo e di Colm Meany, che riesce a conferire al losco ed
abietto “lenone” una certa, quasi dostoevskiana, ambiguità.
Voto:
8
Manuel
Billi
Voto:
7,5
Luca
Pacilio
Voto:
5,5
Mauro
F. Giorgio
Voto:
6,5
Luigi Garella
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KEANE
(USA, 2004, 35mm, 93’) |
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William
Keane sta disperatamente cercando la sua figlioletta perduta al
capolinea degli autobus. L’uomo ha evidenti problemi mentali. Sei mesi
dopo William sta facendo i conti con la realtà di non avere (più?) una
figlia.
Lost People
Dopo
CLEAN, SHAVEN, debutto acerbo ma promettente, dopo CLAIRE DOLAN, opera
già adulta e convincente, Lodge Kerrigan mette a fuoco tutti gli
elementi che hanno contraddistinto la sua produzione (alla quale va
aggiunto IN GOD’S HANDS del 2002 che non ha mai visto la luce per un
incidente di laboratorio, occorso durante la lavorazione del negativo),
sfrutta a fondo la raggiunta sicurezza stilistica, calibra come mai la
scrittura e firma il suo film più riuscito. Ancora una figura solitaria
al centro della pellicola, ancora una persona che vive ai margini e
tenta di ritagliarsi uno spazio normale nella società;
è una narrazione in prima persona quella che porta avanti
Kerrigan, il suo William essendo il motore visibile di
tutti gli avvenimenti che vediamo accadere: forse ha perso una
figlia, forse no; certo è una personalità borderline,
certo è interessato a Lynn ma il fatto che questa abbia una figlia
della stessa età di quella che dice di aver perduto può essere stata
l’autentica spinta ad avvicinarsi a lei. Ancora un passato solo
supposto o suggerito (William Keane come Peter Winters di CLEAN, SHAVEN
alla ricerca di una figlia) quello che tormenta il protagonista, un filo
trasparente, che a volte s’intravede scorrere, a legare le immagini
(alcuni sprazzi di lucidità del protagonista sembrano indurci a credere
che una figlia costui l’abbia avuta e che gli sia stata effettivamente
rapita al capolinea degli autobus, laddove la prima concitatissima scena
del film era ambientata).
Kerrigan non sbaglia nulla: non forza mai il narrato ricorrendo a una
scrittura appuntita di rara asciuttezza; scansa la spiegazione fasulla
come fosse un morbo (anche il monologo nella camera d’albergo non
suona didascalico ma perfettamente coerente con il disegno di un
personaggio alla ricerca di se stesso e che sembra, con quella sorta di
autoidentificazione, puntellare alcune certezze); fa dello spettatore un
osservatore pieno di domande, attaccato al fotogramma e all’azione nel
suo svolgersi, sperduto e confuso come il protagonista; asseconda un
registro iperrealista di scarna efficacia ricorrendo al montaggio in
macchina e a lunghi piani sequenza con camera a mano, abolendo, in odor
di Cassavetes, quanto più è possibile scenografia e décor posticcio;
bandisce le musiche di commento e avvolge il girovagare del suo
protagonista in una patina di continua, a tratti soffocante, tensione
(la sequenza finale, in cui Keane porta Kira alla stazione dei pullman e
nella quale sembra quasi voler ricostruire, per poi sovvertire negli
esiti, la scena primaria della sparizione della figlia, è di purissima
ansia; così il regista: alla fine del film Keane si ritrova ad essere, fragilmente, in pace con
se stesso. Per sopravvivere, nella nostra società, dobbiamo vivere con
i paraocchi. Usciamo in strada confidando nel mondo esterno, pensando
che abbiamo l’opportunità di vivere la nostra vita, che non saremo
attaccati, che siamo protetti da ciò che può sconvolgere la nostra
esistenza. Keane ha avuto la sfortuna di vivere questa tragedia, e non
penso si rimetterà mai, né che Kira possa essere per lui una forma di
redenzione. Sa che sarà di nuovo solo, che non la rivedrà più, ma si
rende conto che ha avuto un attimo di tregua).
Prodotto da Steven Soderbergh, interpretato magnificamente da attori
incoraggiati a improvvisare, KEANE è la chiara conferma che Lodge
Kerrigan è un autore di considerevole personalità dal quale è lecito
continuare ad aspettarsi grandi cose.
Voto:
8
Luca
Pacilio
Voto:
8
Mauro
F. Giorgio
Voto:
8,5
Manuel
Billi
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| - Omaggio
ad Alfred E. Green |
Spregiudicati
lampi depressi – Note sul cinema di Alfred E. Green
Più
che Paura d’amare (Dangerous, 1935), film che valse il
primo Oscar all’immensità attoriale di Bette Davis (in realtà un
non troppo inesplicito risarcimento per l’interpretazione di un anno
prima in Schiavo d’amore di John Cromwell), ricordiamo la
soffocata genialità di un autore hollywoodiano trai più prolifici
della cinematografia americana come Alfred E. Green per le vicende
legate a una pellicola come Baby Face (Id, 1933), le quali
restituiscono in filigrana tutto il plesso umorale di una temperie
socio-culturale sotto il segno della Grande Depressione.
Il
ritrovamento fortuito da parte di Michael Mashon di una versione
precedente a quella mutilata dalla commissione di censura dello stato
di New York del film in questione ci informa in maniera decisa e
puntuale circa i vari aspetti determinati da una particolare
situazione storica. Il cinema di Green non nasce contestualmente nel
quadro storico-sociale ingeneratosi dopo il famigerato crack di Wall
Street del ’29, ma è in questo problematico alveo, che
cinematograficamente coincide con l’avvento del sonoro, che si
delinea e si irrobustisce il suo percorso estetico improntato su un
modello fortemente realista, probabilmente trai più crudi che il
cinema hollywoodiano di quei tempi abbia mai conosciuto e
sperimentato. Baby Face è fondamentalmente la storia di una
pragmatica goldiggers (cercatrice d’oro), archetipo
cinematografico che s’impone con certa irruenza proprio a partire da
tale contesto, che riesce ad arrampicarsi sui gradini della scala
sociale con la stessa facilità con cui passa visivamente di piano in
piano nel grattacielo della banca nella quale sta lavorando, elargendo
servizi agli uomini che contano e passando di letto in letto con
estrema disinvoltura. La versione emendata offre uno degli esempi più
beceri di travisamento artistico stravolgendone sensi e significati,
purgandone le sequenze che ammiccano ad una pronunciata sessualità e
ribaltando le istigazioni a certo nietzscheanesimo (la copertina di Così
parlò Zarathustra viene addirittura cancellata!)
dell’importante figura del calzolaio-filosofo in rampogne
pseudo-edificanti dello stesso personaggio trasformato
inspiegabilmente in zio rintronato, e naturalmente fa poco testo. La
versione originale non censurata al contrario è l’apoteosi
rappresentativa di un universo sociale allo sbando in cui tutto
diviene lecito ai fini della sopravvivenza. La questione potrebbe a
ragione essere storicizzata, e dunque in qualche modo ridimensionata,
ricordando le linee politiche della Warner Bros (Major di appartenenza
di Baby Face) profondamente in controtendenza rispetto alle
altre “consorelle” (eccezion fatta per la United Artists alla
quale si deve la produzione di uno dei titoli più emblematici della
storia del cinema: Scarface, i cui diritti furono acquisiti più
tardi dalla Universal) che aveva prodotto pellicole del calibro di Nemico
Pubblico e Io sono un evaso, entrambe di Mervyn Le Roy,
irreggimentate su stilemi di rara e spregiudicata spietatezza
realista, e incarnava nei volti di James Cagney e Edward G. Robinson,
tutta la sfrontatezza rabbiosa e cinica di una generazione depressa,
pur tuttavia il cinema di Alfred Green di quel periodo specifico
(perché poi in seguito conoscerà virate esemplari, determinate
soprattutto da due rilevanti fattori: lo stringersi delle maglie dei
codici di autoregolamentazione censoria e l’intervento new(i)dealistic
roosveltiano che muterà significativamente le sorti non soltanto
economiche del paese) non solo è in grado di mettere in mostra un
cinismo davvero inusitato, ma lo fa con un sarcasmo talmente irridente
(l’eroina
Lily Powers, stesso cognome simbolico del protagonista di The
Public Enemy, magistralmente interpretata da una ventiseienne
Barbara Stanwick è un condensato di tragica ironia che si fa beffe
dell’androcentrismo esasperato di quegli anni e dello stolido e
sconclusionato femminismo wasp ridendo e approfittando
utilitaristicamente della timorosa dabbenaggine dell’uomo medio
americano di quel periodo). L’unico cinema che in fondo, forse,
fotografi con occhio divertitamente crudele, mediante uno stile quasi
verista ma con questa riflessione di secondo grado, la ratio
impregnata di malcostume, cinismo, indigenza a più livelli di una
catastrofe sociale che si andava consumando lungo l’arco di un
decennio di storia americana. Irriverenza sprigionata dopo un lungo
estenuante apprendistato all’insegna di sterili sentimentalismi che
attraversavano tutti i generi affrontati da Green imprigionati nella
gabbia formale dell’house style imposta dai grandi produttori
della Hollywood che fu e che ritroviamo in opere di sicura e felice
esemplarità, cariche di quella umoralità/amoralità che
contraddistinsero tutti gli anni’ 30 in una geografia tanto estesa
quanto incredibilmente uniforme.
Una
mobilità sociale prodotta da un immobilismo economico, registrata
nella frenesia licenziosa di corpi e di sguardi in vendita
nell’affannosa ricerca di stabilità esistenziale, elementi che
minavano alla base qualsiasi ipotesi di ricostituzione di un sistema
politico-economico (la sonora presa in giro dell’apparato politico
presente in The Dark Horse, panoramica lucida e impietosa di un
mondo fatto di corruzione e favoritismi, o l’amara, drammatica,
analisi condotta sugli espedienti alternativi per una riscossa sociale
come il gioco d’azzardo di Smart Money).
Rimane il rammarico che il potere e il valore espressivi di un cinema
né volutamente engagé né tanto meno moralista come quello di Green
si siano radunati intorno a un periodo tutto sommato limitato e
circoscritto poiché, come accennato, quel tipo di vigore stilistico e
quella verve così fragrantemente sarcastica saranno destinate ad
essere spuntate a causa di fattori del tutto estrinseci come l’arma
censoria del Codice Hays, sempre più autorevole e restrittivo, e i
mutamenti introdotti in seno al contesto socio-culturale da parte
della nuova filosofia del New Deal. Alfred Green dopo i fasti di Paura
d’amare è costretto ad abbandonare la Warner cercando sacche
d’indipendenza che avrebbero fornito più garanzie alla sua
sensibilità artistica, anche se il suo ruolo di regista scomodo sarà
capace di produrre non altro che solidi film di genere (Cover Up,
un titolo per tutti) e sovrastimati biopic alimentari (Al Jolson,
le cui sequenze cantate furono girate da Joseph H. Lewis, L’America
dei Dorsey, The Jackie Robinson Story, The Eddie Cantor
Story), fino all’ultima vera stoccata nel 1952 con Invasion
Usa, film di significativa diseguaglianza.
Mauro
F. Giorgio |
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