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OMAGGI
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Richard
Fleischer |
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CHILD OF DIVORCE (La bambina del divorzio, USA, 1946) |
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SO THIS IS NEW YORK (Così questa è New York, USA, 1948) |
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FOLLOW ME QUIETLY (Tit. it.: Seguimi in silenzio, USA, 1949) |
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THE NARROW MARGIN (Tit. it.: Le jene di Chicago, USA, 1952) |
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20,000 LEAGUES UNDER THE SEA (Tit. it.: 20.000 leghe sotto i mari, USA, 1954) |
| - |
VIOLENT SATURDAY (Tit. it.: Sabato tragico, USA, 1955) |
| - |
THE GIRL ON A RED VELVET SWING (Tit. it.: L’altalena di velluto rosso, USA, 1955) |
| - |
THE VIKINGS (Tit. it.: I vichinghi, USA, 1958) |
| - |
THE BOSTON STRANGLER (Tit.
it.: Lo strangolatore di Boston, USA, 1968) |
| - |
10 RILLINGTON PLACE (Tit.
it.: L’assassino di Rillington Place N° 10, USA, 1971) |
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Yervant
Gianikian e Angela Ricci Lucchi |
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PRIGIONIERI DELLA GUERRA (Italia, 1995) |
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SU TUTTE LE VETTE È PACE (Italia, 1998) |
| - |
OH UOMO! (Italia, 2004) |
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Rogerio
Sganzerla |
| - |
DOCUMENTÁRIO (Brasile, 1966) |
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O BANDIDO DA LUZ VERMELHA (Il bandito della luce rossa, Brasile, 1968) |
| - |
A MULHER DE TODOS (La donna di tutti, Brasile, 1969) |
| - |
COPACABANA MON AMOUR (Brasile, 1970) |
| - |
O ABISMU (L’abisso, Brasile, 1977) |
| - |
BRASIL (Brasile, 1981) |
| - |
NEM TUDO È VERDADE (Non è tutto vero, Brasile, 1986) |
| - |
ISTO È NOEL (Questo è Noel, Brasile, 1990) |
| - |
TUDO È BRASIL (È tutto Brasile, Brasile, 1998) |
| - |
O SIGNO DO CAOS (Il segno del caos, Brasile, 2003) |
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ELÕGIO DA LUZ di Joël Pizzini e Paloma Rocha (L’elogio della luce, Brasile, 2003) |
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John
Landis |
| (lungometraggi) |
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SCHLOCK (Tit. it.: Slok, USA, 1973) |
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THE KENTUCKY FRIED MOVIE (Tit. it.: Ridere per ridere, USA, 1977) |
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ANIMAL HOUSE (USA, 1978) |
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THE BLUES BROTHERS (Tit. it.: Blues Brothers, USA, 1980) |
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AN AMERICAN WEREWOLF IN LONDON (Tit. it.: Un lupo mannaro americano a Londra, USA, 1981) |
|
TRADING PLACES (Tit. it.: Una poltrona per due, USA, 1983) |
|
TWILIGHT ZONE: THE MOVIE di Joe Dante, John Landis, George Miller e Steven Spielberg
(Tit. it.: Ai confini della realtà, USA, 1983) |
|
INTO THE NIGHT (Tit. it.: Tutto in una notte, USA, 1985) |
|
SPIES LIKE US (Tit. it.: Spie come noi, USA, 1985) |
|
THREE AMIGOS! (Tit. it.: I tre amigos, USA, 1986) |
|
AMAZON WOMEN ON THE MOON di Joe Dante, Carl Gottlieb, Peter Horton, John Landis e Robert K. Weiss
(Tit. it.: Donne amazzoni sulla luna, USA, 1987) |
|
COMING TO AMERICA (Tit. it.: Il principe cerca moglie, USA, 1988) |
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OSCAR (Tit. it.: Oscar – Un fidanzato per due figlie, USA, 1991) |
|
INNOCENT BLOOD (Tit. it.: Amore all’ultimo morso, USA, 1992) |
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BEVERLY HILLS COP III (USA, 1994) |
|
THE STUPIDS (USA, 1996) |
|
BLUES BROTHERS 2000 (Tit. it.: Blues Brothers – Il mito continua, USA, 1998) |
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SUSAN’S PLAN (Tit. it.: Delitto imperfetto, USA, 1998) |
|
SLASHER (USA, 2004) |
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(televisione
e video) |
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COMING SOON (USA, 1982) |
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MICHAEL JACKSON’S “THRILLER” (USA, 1983) |
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B.B. KING “INTO THE NIGHT” (USA, 1985) |
|
MICHAEL JACKSON’S “BLACK OR WHITE” (USA, 1991) |
|
DREAM ON: THE FIRST EPISODE (Dream On: Il primo episodio, USA, 1990) |
|
DREAM ON: THE SECOND GREATEST STORY EVER TOLD
(Dream On: La seconda più grande storia mai raccontata, USA, 1991) |
|
DREAM ON: IT CAME FROM BENEATH THE SINK (Dream On: Arrivò da sotto il lavandino, USA, 1992) |
|
DREAM ON: COME AND KNOCK ON OUR DOOR (Dream On: Vieni e bussa alla porta, USA, 1992) |
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DREAM ON: ORAL SEX, LIES AND VIDEOTAPE (Dream On: Sesso orale, bugie e videotape, USA, 1993) |
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DREAM ON: THE COURTSHIP OF MARTIN’S FATHER (Dream On: Il corteggiamento del padre di Martin, USA, 1994) |
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DREAM ON: I NEVER PROMISED YOU CHAROSES, MARTIN (Dream On: Non ti ho mai promesso rose, Martin, USA, 1994) |
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DREAM ON: THE SPIRIT OF 76TH & PARK (Dream On: Lo spirito della 76ma e Park, USA, 1996) |
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film scelto da John Landis: THE 7TH VOYAGE OF SIMBAD di Nathan Juran (Tit. it.: Il settimo viaggio di Simbad, USA, 1958) |
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| cinEmmer
(Luciano Emmer) |
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| - Omaggio
a Richard Fleischer |
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Cronache
del maligno
(Violent Saturday, The
Boston strangler, 10 Rillington Place)
La qualità peculiare di
questi tre film di Richard Fleischer è probabilmente la discrezione con
la quale arrivano a inscriversi all'interno delle coordinate di un
genere, in questi casi quello
gangsteristico o il “serial-thriller”, generi la cui attitudine
primaria è quella della rappresentazione visiva della violenza. La
violenza dentro questi film sembra piuttosto implodere in un gioco
continuo di tensioni provocate da un faticosissimo
equilibrio sulla linea di confine che separa l'ordinario (la vita
quotidiana) dallo straordinario (la morte, la violenza, il turbamento
della quiete). Molto opportunamente il catalogo del Festival
a proposito di Violent Saturday chiama in causa Thornton
Wilder, proprio perché il versante gangsteristico giace per l'intera
durata del film sotto la minuziosa descrizione dei rapporti tra gli
abitanti di una cittadina mineraria (“Our town”), mostrando i
fondamenti e i legami di una comunità sulla quale grava la tragedia del
giorno dopo, una tragedia che il titolo del film ha già evocato nella
mente dello spettatore e che rimane inevitabilmente impressa sulle
storie che si alternano sullo schermo esibendo piccoli drammi
individuali. Fleischer punta la macchina da presa su una serie di
controversie sentimentali e familiari che non sono altro che un lento
movimento di convergenza verso l'esplosione della violenza, il grande
catalizzatore di tutte le vicende che risucchia inesorabilmente i suoi
personaggi fuori dal melodramma per trascinarli dentro un rapidissimo
gangster-movie finale, dentro il quale alcuni troveranno il riscatto,
altri la morte. Ancora più nettamente sembra essere diviso The
Boston strangler, che si rivela un sorprendente predecessore di Summer
of Sam di Spike Lee per come nella prima parte si impone di lasciare
sullo sfondo l'operato dell'assassino per concentrarsi sulla paranoia
serpeggiante nelle vie della metropoli, documentando il turbamento di
una quotidianità sfigurata dalla paura, omettendo di seguire le traccie
del killer per ricercare piuttosto i segni che egli lascia sul tessuto
della città. L'uso del Cinemascope, già splendido in Violent
saturday, è arricchito di una componente avanguardistica,
paratelevisiva, che attraverso il ricorso allo split screen disperde la
trama narrativa accentuando la componente cronachistica e
documentaristica della prima parte del film. Ma la scissione dello
schermo viaggia anche in parallelo con la scissione di una mente,
introduce il tema della schizofrenia del protagonista interpretato da
Tony Curtis, un individuo ordinario e mite che uccide in preda a dei
raptus di follia nei quali una personalità criminale si impossessa di
lui senza lasciare tracce nella sua memoria. Tutta la seconda parte del
film è un viaggio allucinato dentro la mente del killer, mostra il
doloroso parto di un flusso
di ricordi repressi nel lato oscuro della psiche del protagonista,
ricordi che emergono sullo sfondo della stanza di un commissariato,
bianchissima e asettica, accecante al punto di inghiottire lo stesso
assassino dentro i suoi muri: Fleischer, nel tentativo di filmare la
radice di una follia, espone l'immagine a un eccesso di luce che finisce
per cancellare ogni cosa dallo schermo. Allo stesso modo la follia si
appropria di ogni singolo centimetro del set in 10 Rillington place,
nel quale Fleischer immerge un'altra vicenda di serialità omicida
dentro una cupa palazzina dei sobborghi di Londra. Il maligno e la
quotidianità si fondono definitivamente nell'atmosfera malata e
insostenibile che pervade un film nel quale il male esonda dalla mente
dell'omicida per trasferirsi tutto intorno a lui, contaminando con il
suo grigio l'intera città. Fleischer inscena magnificamente un degrado
fisico e morale all'interno di un set malsano, corrotto, marcio alle
fondamenta, nel quale “i personaggi-struttura vivono, strisciano,
mentono, odiano, soffrono, in questa casa a due piani, grigia, che
sembra un cartone espressionista, ed è fatta di muri puzzolenti, di
cadaveri incassati nei muri, di odori nauseanti, di colori di inferno”
(Giuseppe Turroni). Da questi tre esempi il cinema di Fleischer
sorprende proprio per la sua caratteristica di scioglimento del genere
cinematografico all'interno di una struttura narrativa e filmica
estremamente complessa, in grado di agire silenziosamente proponendo un
modello di rappresentazione del male e della morte fondato sulla cronaca
del quotidiano. La modernità di questo cinema consiste proprio
nell'opera di nascondimento del cuore pulsante del film dietro a una
serie di storie minime che tracciano sullo schermo il percorso della
ragnatela del male dentro quale i protagonisti finiranno stritolati.
Stefano
Trinchero
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| - Omaggio
a Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi |
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OH, UOMO
(Yervant Gianikian, Angela Ricci Lucchi) |
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Il
film chiude un trittico sulla Prima Guerra Mondiale. Dagli emblemi del
totalitarismi alla fisicità individuale della sofferenza umana.
Catalogo anatomico del corpo ferito. Le conseguenze del conflitto
sull’infanzia nel 1919-1921. Dalla decostruzione alla ricomposizione
artificiale del corpo umano.
Ma che umanità è questa che dimentica e permette il ripetersi
dell’orrore?
Gianikian
e Ricci Lucchi partono da filmati di repertorio di cinema di propaganda
e, rovesciandone l’ideologia originaria, scavano nei fotogrammi e
rielaborandoli, assemblano un film tragicamente e perennemente
contemporaneo. I materiali - immagini mediche che ci mostrano le atroci
conseguenze della guerra sul corpo dei superstiti (solo all’inizio
qualche sprazzo di luce, con le meravigliose immagini degli sciatori
virate in negativo) - costituiscono la precisa e (ci viene da dirlo)
assoluta descrizione di un orrore. Una settantina di minuti di cinema
senza parole, in cui l’immagine significa tutto e in cui si affida
allo spettatore il gravoso compito di elaborarne il drammatico, a tratti
insostenibile contenuto (l’operazione all’occhio è un colpo
durissimo che costringe diversi presenti ad abbandonare la sala). Il
dubbio da parte degli autori sulla liceità di un lavoro su filmati di
questo tipo c’è stato, ma la possibilità di confrontarsi con un
senso di colpa a posteriori è stata fugata dalla consapevolezza di
ossequiare i mutilati, coloro che portano addosso per sempre le tracce
visibili dell’incubo che hanno vissuto nei campi di battaglia poiché,
come scrisse Schnitzler, non se ne comprende il motivo ma, solo la morte
è ad onore della patria, mai l’amputazione.
Solo alla fine le parole: cantate da Giovanna Marini, tratte da diari e
lettere dei soldati, ci dicono che la Storia si respira e risiede in
questi documenti, altrove è comunque e sempre manipolata.
Dare un voto a OH, UOMO suona offensivo quasi quanto l’applauso che ha
accolto la fine della sua proiezione.
Cerchiamo
di dare un’identità a questi anonimi dimenticati, di cui non
compaiono nome, luogo del ferimento, indicazioni sulle loro vite. Le
identità appaiono da gesti, sguardi, espressioni, dettagli, oggetti
sfuggenti nello scorrere del tempo cinematografico costante. Espressioni
mute di rabbia e
d’imbarazzo nell’essere costretti a posare per una camera cosiddetta
“scientifica e medica”. Impossibilità di nascondere i segni della
guerra sul proprio corpo. Anzi forzati a metterli in evidenza…
Luca
Pacilio
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Strappi
e cuciture sulla superficie del cinema.
La collaborazione con il
folle trio Zucker-Abrahams-Zucker in occasione di The Kentucky fried
movie già racchiude in sé l'essenza del cinema di Landis:
il film mostra infatti una propensione alla sistematica devastazione di
ogni forma e genere di comunicazione audiovisiva che poteva realizzarsi
soltanto sotto l'egida dei tre massimi esponenti del cinema parodistico
americano (l'esperienza sarà ripetuta da Landis insieme ad altri
quattro registi e con esiti meno sorprendenti nel 1987, con Amazon
women of the moon). The Kentucky fried movie è una macchina
di parodia iconoclasta talmente slegata da qualunque tipo di dovere
narrativo o strutturale da riuscire a toccare le scaturigini del
meccanismo della comicità cinematografica: affidare la narrazione al
flusso casuale e incontrollato dello zapping significa esonerare il film
da qualunque tipo di logica, consegnandolo di fatto nelle mani di una
forma di surrealismo visivo totalmente votato all'ilarità. Nasce così
una specie di mostro che si nutre di prodotti audiovisivi per restituire
un esilarante blob primordiale il cui intento non è soltanto quello di
criticare la società televisiva, quanto quello di sovvertire il
meccanismo del visibile per deviarne il contenuto dentro il campo del
risibile. Il cinema di Landis e degli Zucker si muove nel non-sense
narrativo per creare uno spettacolo che assume significato perché
agisce direttamente sulla meccanica di fruizione spettatoriale,
stordendola continuamente mostrandoci sempre l'esatto contrario di
quello che siamo pronti a vedere, come la geniale televisione che a fine
film guarda i suoi spettatori invece di essere guardata. Risulta
evidente come questa radicale esperienza parodistica abbia segnato in
profondità il lavoro di un cineasta come Landis che ha fondato la sua
opera proprio sulla sua cinefilia. È inevitabilmente il cinema stesso
la materia prima sulla quale agisce il cinema di Landis, regista la cui
peculiarità è indubbiamente quella di aver saputo più di chiunque
altro importare generi cinematografici all'interno di altri generi con
una naturalezza sorprendente, decontestualizzando i codici di ognuno per
ricollocarli in ambienti alieni, dove si innestano e funzionano
magicamente dentro strutture a loro estranee
grazie a un lavoro di artigianato cinematografico in grado di
cucire tessuti diversi senza lasciare cicatrici. Succede che Landis
riesca nel folle intento di coniugare sostanze evidentemente
incompatibili come il musical e il cinema muto (Three amigos), o
inserire una spy story demenziale dentro un film per bambini (il
sottovalutato The stupids) e un frammento di blaxpoitation
all'interno di una commedia “classica” (Trading places) a
proposito della quale molti hanno fatto i nomi di Lubitsch e Capra
(semplicemente esilarante, in lingua originale, la scena in cui Eddie
Murphy è in carcere alle prese con due enormi compagni di cella, due
personaggi che ritroviamo nei credits come “big black man” e “even
bigger black man”). Il telefilm Dream on rappresenta una sorta
di manifesto teorico di una poetica costruita sulla manipolazione della
materia cinematografica, sull'azione di rimontaggio e riconversione di
altri frammenti di cinema reincastrati dentro un orizzonte narrativo e
visivo lontanissimo eppure sempre pronto a mutare in qualcosa d'altro.
Dentro questa magistrale forma di contrabbando è nascosto il cuore
politico del cinema landisiano, un congegno profondamente artificioso e
geneticamente incline alla sovversione, al rovesciamento, a un uso
radicale della parodia, intesa come il gesto che aggredisce la struttura
di un genere e dei suoi codici per favorire l'infiltrazione di materiali
estranei (altri generi, altre ideologie: The stupids, Spies
like us). La riprova è nell'ultimo lavoro di Landis, Slasher,
documentario sulle vicissitudini di un venditore d'auto trasformatosi in
un film ancora più politico (o diversamente politico) di quanto non
fosse nelle intenzioni del regista. È lo stesso Landis ad affermare di
essersi ritrovato improvvisamente di fronte a un altro film, che a
partire dalla ricerca di un parallelismo tra le strategie di vendita del
protagonista e le menzogne del presidente Bush si ritrova a documentare
la condizione di un'America in ginocchio. La Memphis che era stata la
culla del rock 'n' roll è devastata da una delle più gravi crisi
economiche degli ultimi anni e Landis restituisce l'immagine livida di
una città spenta, sull'orlo del baratro, uno squallido scenario sul
quale va in scena l'anfetaminica commedia di Michael Bennet. Se da
alcuni dei film di finzione emergevano splendidi ritratti di città
americane, come la Philadelphia di Trading places o la Los
Angeles di Into the night, nel caso di Slasher, in cui
proprio questo versante documentaristico dovrebbe prendere il
sopravvento, la personalità del protagonista si rivela tanto forte e
complessa da imprimere al film il ritmo della finzione, l'andatura di
una commedia amara in cui un eroe folle e problematico si sforza di
scuotere l'ambiente circostante con la forza della sua messa in scena.
Stefano Trinchero
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SLASHER
(John
Landis) |
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Sulle note dei grandi classici della Stax Records, Slasher documenta
il weekend lavorativo di Michael Bennet, inquieto e intraprendente
venditore di macchine usate che viaggia tra gli autosaloni d’America
mettendo in piedi chiassose liquidazioni di fondi di magazzino. In
trasferta in una Memphis schiacciata dalla depressione economica, Bennet
si circonda di musica, palloncini colorati e belle ragazze, abbatte (in
inglese slash) con enfasi teatrale prezzi gonfiati ad hoc e imbonisce
clienti sprovveduti.
Vite in svendita
Chi è lo "slasher"? Trattasi di un
venditore con l'animo da showman che ha il potere di trasformare dei
probabili bluff in occasioni da non perdere. Ma procediamo per gradi e
vediamo dove ci conduce John Landis, regista che ha visto la sua stella
brillare luminosa negli anni Settanta e Ottanta e, dopo un decennio più
in sordina, in cui ha comunque continuato a sperimentare (soprattutto in
televisione con la riuscita serie "Dream On"), tenta ora con
successo la strada del documentario. L'occhio di Landis ci porta nel
cuore del Tennessee, nella città di Memphis, una delle aree più
depresse degli Stati Uniti. I tempi non sono certo facili per una
rivendita di auto usate. Chi può intervenire per cercare di risollevare
la situazione? Questo è un lavoro per lo "slasher"! "To
slash" significa letteralmente "abbattere", cioè
tagliare sempre più i prezzi di vendita delle auto (gonfiati,
ovviamente, per l'occasione) dando al cliente l'idea di concludere un
vero affare. Lo specchietto per le allodole è un cartello,
opportunamente messo in bella vista, che promette una svendita a partire
da ottantotto dollari. Inutile sottolineare che di macchine in saldo a
quel prezzo ce ne sono ben poche e le poche che ci sono difficilmente
riescono a superare il tragitto per raggiungere l’abitazione del
compratore. Tutto lo show allestito per l'evento ha così l'aspetto di
una grande farsa. Alcuni spettatori stanno al gioco con consapevolezza,
altri cascano nel tranello, qualcuno se ne va e c'è chi magari un
piccolo affare lo conclude per davvero. Nel documentare questo curioso
fenomeno (una sorta di tele-vendita senza la tele) John Landis riesce a
mettersi da parte e ci rende testimoni, con un ritmo scoppiettante e una
strepitosa colonna sonora rock e blues, di un incubo della durata di
quattro giorni. Senza forzare il giudizio del pubblico, ma attenendosi
ai fatti, Landis mostra la decadenza della città attraverso lo
squallore dei quartieri fitti di case basse, affiancate nella mestizia
di un'urbanistica orizzontale poco fantasiosa. Inoltre trova in Michael
Bennett (vero "slasher" e non interprete di un ruolo) un
protagonista formidabile, un uomo dalla personalità controversa, forse
disturbata, ma specchio perfetto delle contraddizioni dell'America. La
sua logica è in fondo agghiacciante: tessere una tela di ragno intorno
all'acquirente, immobilizzarlo e pressarlo psicologicamente fino a
indurlo all'acquisto. Ma il suo è anche un modo per sopravvivere alle
asperità della vita. Alla fine quindi, nonostante le trentacinque auto
vendute e i momenti divertenti che scandiscono il documentario, non ci
sono vincitori, ma soprattutto vinti e il retrogusto diventa amaro. Lo
sguardo di Landis, infatti, non manca di essere politico e ci permette
di entrare in contatto con un'America che sembra avere perso, non tanto
la volontà, e nemmeno la dignità, quanto la speranza di un futuro
migliore.
Voto: 7
Luca
Baroncini
Voto: 6½
Luca
Pacilio
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