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Tornando
a casa
Dopo
due anni di confino nelle claustrofobiche geometrie del periferico
Lingotto il “Torino Film Festival” viene restituito alla città, al
centro storico, al cuore pulsante del capoluogo piemontese, con le sue
enormi piazze e le strade monumentali fiancheggiate da vetrine
scintillanti e già addobbate per il Natale. La prima sensazione che si
prova, uscendo dalla Stazione Porta Nuova, è di timore. Tutto appare
imponente e vagamente minaccioso e l’atmosfera ha un che di cupo e poco
rassicurante. Tanti cantieri stanno stravolgendo la città, soggetta a un
vero e proprio lifting per arrivare tirata a lucido alle Olimpiadi del
2006. Il traffico, già naturalmente caotico, raggiunge così punte di
allucinante congestione. Attraverso Via Roma si arriva nella suggestiva
Piazza C.L.M., dove Macha Méril trova la morte all’inizio di
“Profondo Rosso”, e oltrepassando i brividi purpurei argentiani si
entra nel vivo della città. Quella che dovrebbe essere Piazza San Carlo
è però un immenso cantiere recintato e per molti curiosi, con gli occhi
sgranati e le mani appoggiate alle reti di protezione, il lavoro delle
ruspe ha l’effetto di un grande cinema all’aperto. Procedendo
lateralmente si oltrepassa la Galleria San Federico in cui si erge il Lux,
uno di quei cinema d’altri tempi con un’entrata solenne dallo sfarzo
decadente. Se si chiudono gli occhi, per un attimo le immagini virano al
bianco e nero, i confini vacillano e come per magia ci si trova
catapultati nella New York degli anni Venti. Ma è soltanto un attimo e la
verità dei colori riporta al contesto piemontese. Anche perché è qui
che comincia il percorso del “Torino Film Festival”. Le altre tre sale
coinvolte nella
manifestazione sono il Romano, vicino alla maestosa Piazza
Castello, il Massimo, sotto lo sguardo protettivo e un po’
insidioso della bellissima Mole Antonelliana (una scappata al Museo del
Cinema è d’obbligo) e l’Empire, in uno degli angoli di Piazza
Vittorio Veneto, a pochi metri dalle acque del Po. Una volta presa
confidenza con la città e i suoi luoghi, l’apparenza cupa si sfalda
come neve al sole in fermento culturale e intellettuale ed è un piacere
calarsi nel caos cittadino, tra una pizza e una cioccolata calda a
intervallare l’intenso calendario delle proiezioni. Anche quest’anno
Roberto Turigliatto e Giulia D’Agnolo Vallan hanno messo in piedi un
programma vastissimo, forse più vicino alle esigenze del pubblico
rispetto al rigore dell’anno scorso. Al centro del fitto cartellone c’è
sempre il “Concorso Internazionale Lungometraggi”, mentre in
parallelo scorrono i consueti appuntamenti con il documentario e il
cortometraggio, oltre alla solida sicurezza della sezione “Americana”,
che in questa edizione affianca il gotha degli indipendenti (Robert Altman,
Steven Soderbergh, John Sayles, James Toback) a giovani esordienti. Il
cinema fatto con le nuove tecnologie e oltre le convenzioni del formato
tradizionale rientra invece nella sezione “Detours”,
quest’anno particolarmente attenta al cinema cinese meno conosciuto. Non
manca inoltre una fitta presenza di titoli succulenti nel segmento “Fuori
Concorso” (da “Prima del tramonto” di Richard Linklater a
“Mozart. Requiem” di Aleksandr Sokurov, fino all’attesissimo horror
“The Grudge”). Ma non è ancora finita, perché non possono mancare omaggi
e retrospettive. Tre gli omaggi: a Richard Fleischer, che
con la professionalità del suo cinema ha attraversato il ventesimo secolo
(dal 1944 al 1989); a Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi,
ideatori, oltre che della sigla del festival, di una trilogia sulla Prima
Guerra Mondiale, attraverso un’operazione quasi archeologica di recupero
di documenti storici a cui la loro visione dona nuova e poetica vita; e a Rogério
Sganzerla, regista brasiliano morto quest’anno, autore di un cinema
di rottura, molto
personale e innovativo, quasi sconosciuto in Italia. Due, invece, le
importanti retrospettive: il famoso regista americano John Landis e
il maestro del neorealismo italiano (non solo “rosa”, come più volte
etichettato) Luciano Emmer; davvero ghiotta l’opportunità di
rivedere, o scoprire, su grande schermo pagine di cinema, e storia
italiana, come “Domenica d’agosto” o “La ragazza in vetrina”. Il
tutto nella consueta sobrietà che distingue il “Torino Film Festival”
da Venezia e da altre manifestazioni italiane ed europee, più inclini
alla mondanità che al contatto diretto con il pubblico. Del resto, come
ha sottolineato Roberto Turigliatto, “il Torino Film Festival è
fatto per chi ama il cinema da chi ama il cinema.
Luca
Baroncini |